Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/07/2025

Protestare non è educato

In questi giorni oggetto di discussione sui giornali e nella piazza social è la protesta dello studente e della studentessa, che si sono rifiutati di sostenere la prova orale all’esame di maturità. Credo che quello che l’azione dei due e le varie reazioni, arrivate come sempre dalle parti più disparate e tutte visibili grazie ai social, diano un quadro chiaro della fase storica, italiana e globalizzata, che stiamo vivendo.

Cosa dice il ministro?

Cominciamo dal ministro Valditara, che ha proposto una nuova norma per il prossimo anno, che impedirà la promozione a chi farà scena muta all’orale, in segno di protesta. La norma non si attua però per chi tace solo perché impreparato.

Alle commissioni l’ardua sentenza...

Ecco inoltre uno stralcio da una sua intervista al Corriere della sera, che chiarisce ancora meglio la sua posizione.

«Con questa norma voglio dare un forte messaggio in linea con la Costituzione. C’è un problema importante nella società italiana ed è il rapporto con la regola. Troppo spesso non è chiaro che la regola si rispetta, così come si rispettano le persone: all’esame ci sono commissari che dedicano il proprio tempo ad una funzione sancita dalla nostra Costituzione. Non si prendono in giro gli insegnanti, si rispetta il loro lavoro, si rispettano i compagni che hanno creduto in quel momento e si sono impegnati, che hanno provato ansia, stress, coltivato speranze, hanno dedicato mesi per prepararsi all’appuntamento. Devo rispettare il loro impegno, non posso farla franca se decido di fare scena muta».

Ecco cosa si evince:

1. non c’è un minimo ascolto del disagio che c’è dietro un gesto di protesta; 

2. la repressione è celata da un’illusione di civiltà, come “esportare la democrazia”;

3. si tira in ballo la Costituzione, a proprio comodo, e sempre capovolgendone il senso;

4. si parla di rispetto delle regole, ma se si analizza cosa è successo negli ultimi anni a livello politico e finanziario, cosa si vede, se non un continuo stravolgimento delle regole di vita comunitaria, con conseguente disinvestimento nel welfare, per il profitto e il benessere dei pochi?

5. si parla di rispetto degli insegnanti italiani, quando sono i meno pagati d’Europa, i più vessati, ancora di più dopo l’aziendalizzazione della scuola; i più denigrati socialmente, in un paese in cui da anni non si investe nella cultura, nell’educazione e nella ricerca; sempre più soggetti a burnout per le condizioni, che lui e i suoi compari da destra e da “sinistra” hanno contribuito a creare.

E gli altri?

Non sono mancate le reazioni da parte di altri politici, influencer, divulgatori in voga, intellettuali del momento e delle persone comuni, che si schieravano, a seconda dei casi, coi ragazzi o col ministro, spesso sostenendo le argomentazioni con storie personali passate, o con un “io avrei detto, fatto ecc.”. 

Generazioni su generazioni

Mi preme invece approfondire, prima di passare ai ragazzi, un passaggio che ho letto qui e là, quando si parlava di questa generazione di giovani che si riscatterà e gliela farà vedere a tutti... 

Quando sento parlare di “giovani”, mi torna subito in mente Ecce bombo, quando Moretti e compagni scimmiottano il giornalista che vuole sentire cosa ne pensano i giovani: “Vito sa fare molto bene il giovane”.

Come se esistesse una categoria “giovani”, in cui mettere tutti dentro.

Lo stesso vale quando si parla di generazioni. Oggi ormai con boomer, millennial, gen z ecc. è un continuo stereotipare. Certo, gli adolescenti ora hanno influenze esterne che sono diverse, riferimenti diversi. Basti pensare alla famiglia, all’uso massivo delle tecnologie e alle conseguenze sociali e psicologiche, alla questione di genere, ma anche, e forse soprattutto, a come sono cambiati i paradigmi politici, in assenza di alternative al capitalismo, ben teorizzate e perseguite in e da strutture coordinate, di varia natura.

C’è poi chi, come Jonathan Haidt definisce generazione ansiosa, quella nata dopo il 1995, la cui infanzia e adolescenza sono state riconfigurate a livello socio-psico-emo-evolutivo, alterandone i meccanismi di apprendimento e crescita, per l’introduzione sul mercato degli primi smartphone e dei social.

Nel suo libro, con dati alla mano e in modo incontrovertibile, mostra che le ospedalizzazioni (quindi non c’entra qui la percezione dovuta ad una maggiore psico-educazione rispetto a prima) per problemi di salute mentale, che comprendono casi di autolesionismo, tentativi suicidari, disturbi alimentari, attacchi di panico, ansia e altro, sono aumentate in media del 70% dal 2007 al 2018, per i teeneger di età compresa dagli 11 ai 16 anni. Haidt mette a confronto i dati statunitensi con quelli di altri paesi, sia anglofoni che non, ed ha conferma delle sue tesi.

Esistono quindi dei tratti comuni, dovuti al tempo e allo spazio che si abita, ma alla stessa generazione appartengono il figlio del politico, del capo d’azienda o del banchiere che avrà la strada spianata e seguirà le orme del padre sfruttatore, il figlio di un operaio, impiegato (che oggi è lo stesso) o simili, che cercherà di mantenersi a galla e di sforzarsi per conquistare ciò che non gli viene regalato, il figlio di un criminale, molto probabilmente farà la stessa fine del genitore e chi finisce in carcere, molto spesso per danni al patrimonio o droga (basta vedere le statistiche e lo stato delle carceri italiane) avrà come compagna di vita la recidiva.

Figlio o figlia ovviamente e di qualsiasi genere vogliate. Al plurale era troppo lungo.

Certo, stiamo facendo un discorso di classe, e vivaddio!

E forse è questo che si può applicare alle varie generazioni che si sono succedute, in modo ancora più chiaro negli ultimi due secoli. Tra i casi summenzionati per sommi capi, vanno inserite le partite iva, i piccoli artigiani e tanti altri casi, ma soprattutto va aggiunto che in ogni individuo risiedono risorse ed aspirazioni imprevedibili, che possono tirarlo anche fuori, contro, al di sopra della classe, famiglia, generazione, comunità e stato, a cui è appartenuto, quando ha cominciato a muoversi nel mondo.

Eccoci ai nostri ragazzi

Anche con loro partiamo dai virgolettati.

Maddalena dice: “Ho provato a spiegare che nella mia scuola la preparazione è stata ottima, ma è mancata totalmente l’attenzione alle persone”.

Mentre Gianmaria: “I voti da alcuni alunni vengono vissuti malissimo. In classe c’è molta competizione. Ho cominciato a rifletterci vedendo le reazioni di alcuni compagni: come vivevano la cosa, senza capire che cosa significasse davvero un voto”.

E anche qui proseguiremo per punti:

1. si lamenta un’assenza di relazione umana, e si richiede l’attenzione da parte dell’adulto, in questo caso il docente. Seguendo la tesi di Haidt, è possibile che, venendogli a mancare il gioco e le relazioni, così come si sono susseguite per decenni, l’adolescente sia spinto da una maggiore fragilità e disgregazione a chiedere al docente, magari di compensare l’assenza della famiglia e della comunità, per validare la sua identità?

2. nelle generazioni più raccontate e riconosciute, cioè quelle dell’ultimo secolo, visto che prima era a stento riconosciuta l’infanzia tra le fasi evolutive, figuriamoci l’adolescenza, pre e post, si ritrova sempre un’opposizione contro gli adulti di turno.

Il massimo si raggiunge col motto degli anni ’60 “Don’t trust anyone over 30”.

È possibile che ora il contrasto si muova solo sulla superficie (musica, abbigliamento, costume...), quando poi una scarsa identità e una fragilità, spingono comunque a chiedere all’adulto una conferma di sé, anche nell’età in cui la relazioni tra pari è quella più importante ed appagante?

In più, molto spesso, sono gli stessi adulti a cui si ricorre ad aver perso la propria identità, perché sono venuti meno i rigidi riferimenti di un tempo e in una realtà più complessa come la nostra, l’unica possibilità è quella dell’individuazione, ossia ritrovare e ricostruire in sé ciò che si cerca nel vacuo e cangiante caleidoscopio del capitalismo. Integrare le varie parti, tra cui anche quella della rivendicazione politica.

3. Gianmaria ci dà la possibilità di riflettere su due punti molto importanti.

Da un lato c’è l’incapacità da parte di alcuni di gestire un voto negativo, perché lo si vive come connotativo dell’intera persona e quindi screditante in toto.

Si sente di non valere più niente, di non essere niente oltre il 4.

Qui ritorna il discorso sulla fragilità identitaria e sulla dipendenza dal giudizio dell’altro. Anche questa come dinamica adolescenziale apparterrebbe per lo più ai pari.

Dall’altro svela in modo chiaro l’ingranaggio capitalistico: la competizione!

Qui sarebbe meglio dire: le conseguenze e i frutti della stessa. I voti sono equiparati al salario, ed ha ragione Gianmaria, parlando per i suoi compagni quando dice che, chi non si sente all’altezza, non ce la fa ad andare avanti, perché la società fa lo stesso con i propri padri, madri, zii, zie, fratelli e sorelle.

Ogni mezzo diventa utile e lecito per raggiungere lo scopo.

E lo scopo è: visibilità, consenso, riconoscimento, ricchezza e potere.

Ecco, c’è una semplice e potente frase, che è in totale opposizione a questo modo di stare al mondo: “Da ciascuno secondo le sue possibilità e a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Figli di questo mondo

In un altro momento storico questi ragazzi avrebbero lanciato sampietrini e molotov, o impugnato P38, e sarebbero stati ascoltati, non ridicolizzati, sostenuti da un ideale e da un gruppo strutturato di pari.

Oggi, in balia di una sovraesposizione massiva verso e dal proprio mondo, che è planetario, immediato ed eterno, come non lo è mai stato; vittime della commercializzazione di ogni ambito dell’esistenza; senza una prospettiva ideale per cui lottare, forse soprattutto in gruppo, con cui dare anche senso alla propria esistenza individuale; immersi in una fluidità identitaria su tutti i livelli, che senza un timone e una rotta non fa che sprofondare, quelli che chiamate “giovani”, ma io direi i più sensibili, intuitivi, intelligenti, empatici, etici e combattivi ci stanno tendendo la mano, che un tempo era chiusa in un pugno o per stringere un’arma, per farci capire, semmai ce ne fosse ancora bisogno, ma tant’è, che così non si può andare avanti.

E in assenza di ideali e di una prassi annessa, questo è il modo più coraggioso e onesto di fare la propria parte verso un bene comune.

Fonte

15/07/2025

Non chiamiamola ‘Maturità’

Personalmente, ho un buon ricordo del mio esame di maturità. Allo scritto d’italiano mi capitò per tema una frase di Gramsci sullo studio della storia. Non poteva andarmi meglio.

All’orale, la commissione si dimostrò obiettiva e corretta, ascoltandomi esporre con sicurezza pari solo alla mia ingenuità un programma articolato su tutte le rivoluzioni socialiste del ‘900 con l’aggiunta, naturale e ovvia, della Resistenza. E come autore di mia scelta il grande scrittore comunista Paolo Volponi.

Ma soprattutto affrontai quell’esame con la serenità dettata dal concludere un quinquennio di studi appagante, importante per la mia crescita culturale e umana. Di quegli anni che, non è secondario, furono costellati di lotte studentesche vissute intensamente, ricordo le intense relazioni formative, mai burocratiche o autoritarie, con gli insegnanti e quelle con i compagni, sempre collaborative e solidali.

C’erano i voti, che però nessuno viveva con angoscia; erano la constatazione di un lavoro fatto bene o meno bene e non erano ossessionanti e sanzionatori.

Se ripenso a tutto questo, non è per annoiare i lettori con qualche mio ricordo giovanile, bensì perché sono stato colpito dalle notizie apparse negli ultimi giorni riguardanti alcuni studenti che hanno rifiutato di sostenere il colloquio orale dell’esame cosiddetto di maturità. Si tratta di pochi casi, perché un tale atteggiamento è consentito solo a coloro che hanno conseguito valutazioni tanto alte delle prove scritte da essere comunque certi del diploma.

Tuttavia temo che siano sintomo di un malessere diffuso e probabilmente condiviso da un gran numero di studenti che – purtroppo per loro – non si possono permettere un tale lusso perché sarebbero respinti. Un malessere che a mio avviso si condensa nella parola percorso che, come ho scritto, fu per me ricco e gratificante e per gli studenti d’oggi appare invece anonimo, poco significativo, ansiogeno e forse anche inutile per la loro crescita.

In particolare, mi hanno colpito le parole di una giovane che ha dichiarato di aver voluto fare un discorso invece del previsto esame perché avvertiva il bisogno di sfogarsi e far conoscere alla commissione quale persona realmente sia. Ci si “sfoga” quando si è vittime di una forte frustrazione e chiaramente ciò che ha vissuto quella studentessa è stata la spersonalizzazione, la mancanza d’attenzione al suo esistere come persona e non solo come numero in una scheda di valutazione.

A questo ci hanno portato Valditara, Bianchi e i loro predecessori degli ultimi vent’anni almeno, con l’autonomia scolastica, le valutazioni “oggettive”, i test INVALSI, la didattica per competenze, il “portfolio” con i suoi “capolavori”, i PCTO e tutto il catalogo tecnocratico annesso.

Chiaro che in questa lunga e poco gloriosa storia Valditara ha un ruolo speciale, avendo voluto aggiungere la parola “merito” alla dizione del Ministero, a porre l’accento sulla struttura gerarchica competitiva che vuole imporre alla scuola.

La scuola è diventata, per gli studenti, un percorso a ostacoli nella valutazione compulsiva di tutto, un continuo verificare ovviamente in modo “oggettivo” che notoriamente, secondo gli esperti più avveduti, non c’è poiché chi valuta è sempre parte del processo e comunque non può esistere un test egualmente valido per tutti.

Chiediamoci poi cosa si valuta, o meglio si misura, da quando esiste la didattica per competenze, introdotta a forza e in modo surrettizio nella scuola italiana per volere dei circoli industriali europei. Non si valutano più i saperi acquisiti in anni di lavoro, sperimentazione, riflessione, bensì si misurano “le competenze”, cioè quello che di tali saperi “serve” ed è utile in vista del lavoro.

Appiattire i saperi su quello che “serve”, magari tralasciando di approfondire le letterature italiane e straniere, le arti e le scienze – quelle vere, non ridotte a formulette “utili” – non aiuta certo a realizzare il proprio bisogno di formarsi come persona e cittadino.

Comunque e sempre, nella scuola d’oggi, è il risultato che conta, non importa raggiunto attraverso quale percorso, anche se il più negativo e frustrante. Inoltre, la retorica posta sulle “eccellenze” e sui “talenti” introduce una mentalità arrivista e competitiva.

La scuola è andata desertificandosi dal punto culturale e umano, è stata aziendalizzata e al contempo burocratizzata in una combinazione inusitata e micidiale. Gli insegnanti passano mesi a compilare scartoffie di piani pedagogici dove lo studente reale, in carne e ossa, non c’è. È la simulazione di una pedagogia “scientifica”, altro grande totem del moderno Ministero dell’Istruzione e del Merito.

Tuttavia, la quantità di scartoffie prodotta, di test-quiz “somministrati”, offre l’illusione di scientificità e magari, di attuare una pedagogia “inclusiva” in cui tutti siano egualmente accolti nelle braccia dell’istituzione, anche se tutti sanno di partecipare a un rito senza senso.

Qualcuno potrebbe obiettare che i rifiuti dell’esame di maturità sono pochi e forse sono anche una protesta individualista. Ho già scritto che non tutti hanno risultati così brillanti da poterselo permettere. Ma c’è altro.

Dove gli studenti, oggi, possono liberamente socializzare il loro disagio e confrontarsi, se qualunque atto di critica all’istituzione, fosse anche solo la partecipazione a un collettivo è osteggiata e spesso punita? Come possono gli studenti imparare la partecipazione democratica se nelle scuole si ostacola continuamente il diritto d’assemblea, di espressione e di riunione?

L’istituzione oggi nega agli studenti la messa in comune delle loro esperienze, delle idee e dei desideri perché teme di essere messa in crisi. Un’istituzione che per bocca del ministro Valditara ha risposto al disagio degli studenti alla maturità con l’unico linguaggio che sa usare: la repressione. Infatti, ha dichiarato che chi non rispetta le “regole” dal prossimo anno sarà bocciato senza appello.

Ho anche letto qualche commento di pedagogisti che sostengono che, in definitiva, poiché viviamo in una società competitiva e selettiva è bene che gli studenti si abituino a viverci anche attraverso prove d’esame dure e frustanti che li educhino al futuro. Si tratta di una teoria connivente con il potere che mistifica il ruolo di formazione ideologica che ha la scuola.

La scuola non deve educare a sopportare la violenza istituzionale e la stupidità, né insegnare la competitività. La scuola deve offrire cultura e strumenti critici, non abituare a marciare con un fucile in spalla perché nel mondo ci sono tante guerre e quindi è bene prepararsi.

Ho taciuto, sinora, sul ruolo giocato dagli/dalle insegnanti in questa situazione. Mi chiedo se gli insegnanti, nel corso degli anni, siano diventati così poco capaci di relazione con gli studenti. Non credo ci sia stata una mutazione genetica-relazionale. Piuttosto, credo che gli insegnanti, nella loro maggioranza, abbiano accettato supinamente la trasformazione del loro ruolo, subendo passivamente la burocratizzazione del loro lavoro, le centinaia di pagine di schede da compilare, la routine dei test INVALSI “oggettivi”, la didattica per competenze e tutto quanto è stato proposto dal Ministero.

Si tratta di una crisi culturale, politica e sindacale degli insegnanti che li ha allontanati progressivamente dai loro studenti, che ha spento la relazione educativa, che li ha ingabbiati in un ruolo burocratico e, alla fine, repressivo, che ha poco a che vedere con quello di educatori. Spero che il corpo docente italiano si riscatterà da questa situazione, anche se ciò diventa di giorno in giorno più difficile per le modalità stesse con cui sono formati i giovani docenti.

Quanto all’esame di maturità, per favore smettiamola di chiamarlo così, forse i più maturi sono coloro che lo contestano. Usiamo la dizione burocratica, più adatta ai tempi: esame di stato.

Fonte

26/07/2022

«Io sono una forza del Passato»: accenti ambientalisti in Pasolini

di Paolo Lago

Se permettete, comincio con una piccola osservazione personale: penso che nella tipologia A della prova di Italiano dell’ultimo esame di maturità, un brano di Pasolini non ci sarebbe stato male (visto che quest’anno ricorre anche il centenario della nascita). Invece, gli studenti si sono ritrovati Verga e Pascoli. È bene chiarire: non ho niente contro Verga e Pascoli, un grande scrittore (un po’ conservatore e destrorso, ma vabbè) e un grande poeta, tra l’altro uno dei più amati dallo stesso Pasolini (che su Pascoli fece anche la tesi di laurea) e, tra parentesi, anche da me. L’aspetto più inquietante è che siamo nel 2022 e quelle tracce potevano essere tranquillamente le stesse di cinquant’anni fa. Inutile rinnovare le modalità dell’esame, inutile guardare continuamente al nuovo, quando al livello contenutistico dei testi proposti si rimane inesorabilmente indietro, in un ‘vecchio’ che non finisce mai di perseguitarci. Chi ha preparato quelle prove, evidentemente, proviene da luoghi ammuffiti e rivestiti di cancerosa burocrazia, la stessa dell’Italia degli anni Cinquanta. Quelle stesse prove puzzano di muffa e di cantina. Del resto, anche i programmi ministeriali puzzano di muffa: si potrebbe obiettare che, nei programmi di scuola, a Pasolini non ci si arriva nemmeno, per mancanza di tempo. E allora sarebbe venuto il momento di rivedere quelle programmazioni una volta per tutte. Non possiamo fermarci a Verga e Pascoli come cinquanta, sessanta, settanta anni fa.

Siamo nel 2022, anno che può riecheggiare il titolo del film 2022 I sopravvissuti (1973, di Richard Fleischer) e che ha già superato il futuristico 2019 in cui si ambienta Blade Runner (1982, di Ridley Scott). Ma siamo in un 2022 ben reale (in cui non sfrecciano astronavi e non si sono colonizzati nuovi mondi), afflitto da numerose problematiche che non lasciano indifferente nemmeno la letteratura, problematiche che Verga e Pascoli non si sognavano nemmeno. Forse chi ha preparato le prove di maturità non ha mai sentito parlare di ecocritica o ecocriticism, una nuova branca della critica letteraria di provenienza anglo-americana, che si occupa delle tematiche legate all’ambiente e all’ecologia. Siamo in un momento cruciale, in cui di fronte al surriscaldamento del Pianeta, di fronte all’inquinamento e all’emissione indiscriminata dei gas serra i governanti del mondo dovrebbero prendere decisioni immediate e irremovibili, smettendola di giocare alla guerra (che, tra l’altro, oltre a provocare la perdita di innumerevoli vite umane, sta devastando ancora di più l’ecosistema della Terra). Adesso, nel momento in cui sto scrivendo, l’Italia è investita da un’ondata di caldo e di siccità, il Po e i suoi affluenti sono in secca e la Pianura Padana sta sempre di più assomigliando allo scenario distopico, brullo e inaridito, descritto da Bruno Arpaia in Qualcosa, là fuori  (2016). Inutile dire che l’inquinamento ambientale è un problema particolarmente sentito dalle giovani generazioni che, giustamente, se la sono presa con i cosiddetti ‘adulti’ (soprattutto i governanti di cui sopra, che sanno investire il denaro pubblico solo in cacciabombardieri) perché stanno facendo poco o niente per un mondo nel quale loro, i ragazzi di adesso, saranno gli adulti di domani. Ma gli adulti di oggi non sono stati capaci – sembra – di farsi «acrobati del tempo», come, in modo suggestivo, ha scritto Carla Benedetti1. E poi, c’erano tutte le proteste dei Fridays for Future, un grande movimento degli studenti delle scuole medie e superiori, che stava montando e si sarebbe ingrandito a dismisura se non fosse stato inesorabilmente interrotto dall’emergenza Covid, dal lockdown, dai vari divieti di ‘assembramento’. Tutto finito, tutto imploso in un mondo devastato da un incubo. Anche nelle programmazioni scolastiche, nonché nei testi da proporre alla maturità, non si può più fare finta che questi problemi non esistano e vivere, come abbiamo fatto fino a adesso, in una sorta di aurea età dell’innocenza, in una inconsapevolezza separata dalla realtà. E la scuola non dovrebbe mai essere separata dalla realtà.

Ma allora, che c’entra Pasolini con l’ambiente e l’ecologia? C’entra, eccome se c’entra. D’altra parte, ogni volta che si voleva ricollegare Pasolini a tematiche ecologiche e ambientaliste, si è sempre tirato in ballo il famoso riferimento alla scomparsa delle lucciole, contenuto nell’articolo uscito sul «Corriere della Sera» il primo febbraio 1975 col titolo Il vuoto del potere in Italia e poi ribattezzato, nella raccolta degli Scritti corsari, come L’articolo delle lucciole. Certo, il riferimento all’inquinamento c’è ma si tratta solo di un fugace accenno in forma metaforica. Perché per Pasolini, qui, la scomparsa delle lucciole è soltanto una metafora per indicare la trasformazione del potere in Italia, prima della scomparsa delle lucciole e dopo la scomparsa delle lucciole2. Gli accenti ambientalisti in Pasolini, dei quali però qui possiamo offrire solo un rapido affresco, vanno ben al di là di questo articolo. Tali accenti prendono forma soprattutto nell’interesse per la trasformazione dello spazio, dell’ambiente italiano operato da un «Potere senza volto»3 fautore di rapide trasformazioni sociali. Il poeta e scrittore si concentra sul periodo del cosiddetto boom economico, che investe l’Italia nel secondo Dopoguerra. La società dei consumi, secondo Pasolini, appare apocalitticamente come un «nuovo fascismo» il cui «fine è la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo»4. Come accennato, questo «Potere», oltre che omologare le coscienze degli italiani, secondo lo scrittore, distrugge anche lo spazio agrario e contadino dell’Italia preindustriale.

Nel titolo di questo intervento è riportato il verso «Io sono una forza del Passato», tratto dalle Poesie mondane, in Poesia in forma di rosa (1964). Leggiamo i versi successivi: «Io sono una forza del Passato. / Solo nella tradizione è il mio amore. / Vengo dai ruderi, dalle chiese, / dalle pale d’altare, dai borghi / abbandonati sugli Appennini o le Prealpi, / dove sono vissuti i fratelli»5. Da questi versi, Pasolini potrebbe apparire come un reazionario, un conservatore. D’altronde, il suo immaginario poetico ha creato due veri e propri universi in contrapposizione: da una parte, un universo arcaico e mitico, altamente idealizzato, dall’altra la modernità industriale e lo sviluppo, condannati senza requie. Addirittura, in una poesia appartenente alla raccolta La nuova gioventù (1975), dal titolo La recessione, composta nel 1974, inneggia alla recessione economica provocata dalla crisi petrolifera del 1973 (con tonalità che ci fanno pensare alla lontana alla «decrescita» di Serge Latouche): un mondo senza più automobili, perduto nel silenzio, con la gente che va a piedi, con gli antichi palazzi che torneranno al loro antico splendore, con le fabbriche inquinanti che crolleranno. Eppure, se guardiamo al di là delle apparenze, il pensiero di Pasolini potrebbe apparire molto simile a quello di un lucido e disincantato studioso della contemporaneità come Robert Kurz. Per il benessere degli individui, per la loro liberazione dalla ‘gabbia’ astratta del valore e della merce (si tratta, in fin dei conti, della stessa società dei consumi criticata da Pasolini, delineata dallo studioso tedesco in termini più strettamente marxisti), secondo Kurz, «è necessaria un’anti-modernità radicale ed emancipatoria, che non si limiti ad idealizzare qualche epoca del passato o qualche ‘cultura diversa’, conformemente all’antiilluminismo o all’antimodernità borghese, occidentale e ‘reazionaria’, ma che tagli i ponti una volta per tutte con la storia fin qui data, una storia di rapporti feticistici e di dominio»6.

Questa contrapposizione di universi – da una parte quello arcaico e contadino, dall’altra quello industriale e dello sviluppo – nell’opera di Pasolini assume diverse tonalità di tipo ambientalista. Ad esempio, nella poesia Il pianto della scavatrice, appartenente alla raccolta Le ceneri di Gramsci (1957), a piangere e a urlare è la scavatrice, cieco strumento di quel «Potere senza volto», che sta modificando il paesaggio italiano: «piange ciò che ha / fine e ricomincia. Ciò che era / area erbosa, aperto spiazzo, e si fa / cortile, bianco come cera, / chiuso in un decoro ch’è rancore»7. Il poeta fa riferimento alla costruzione dei nuovi quartieri alla periferia di Roma negli anni Cinquanta, alla distruzione della campagna, alla trasformazione dell’«area erbosa» in «cortile, bianco come cera». Questi sono anni in cui l’Italia ha veramente cambiato volto, è stata ricoperta di cemento ogni dove: un processo che poi ha continuato inesorabilmente anche negli anni successivi e che non ha lasciato indifferenti neppure altri scrittori e intellettuali come, ad esempio, Italo Calvino che, tramite la scomparsa delle foreste descritta ne Il barone rampante (1957), intendeva denunciare quella stessa cementificazione selvaggia presa di mira da Pasolini. Del resto, anche nel cinema dell’autore bolognese c’è sempre una contrapposizione di spazi: da una parte la campagna, dall’altra la città che sta inesorabilmente avanzando, con le sue mostruose periferie. Basti pensare a molte sequenze di Accattone (1961) o Mamma Roma (1962), in cui i personaggi sottoproletari si muovono in spazi quasi ‘infernali’ lambiti dai nuovi palazzoni (ambienti in mutamento presenti anche nella narrativa pasoliniana di quegli anni, soprattutto in Una vita violenta, del 1959). Si può ricordare anche Uccellacci e uccellini (1966), in cui i personaggi di Totò e Ninetto percorrono lembi di periferia romana solcati da nuove strade e circonvallazioni in costruzione, frammenti di collegamenti stradali che, probabilmente, andranno a costituire il nuovo «Grande Raccordo Anulare».

Pensiamo poi a Teorema, un film che esce nel 1968 contemporaneamente anche come romanzo. Il personaggio di Emilia (Laura Betti), la domestica della famiglia dell’alta borghesia milanese destrutturata dall’arrivo dell’Ospite sacro (Terence Stamp), una sorta di nuovo Dioniso, dopo la seduzione di quest’ultimo, abbandona lo spazio borghese della villa per recarsi al proprio paese di origine. Il piccolo paese appare come un lembo di campagna sopravvissuto all’edilizia avanzante, uno spazio che presto verrà sommerso e distrutto. Metaforicamente, Emilia si farà seppellire proprio in uno spazio liminale, là dove la campagna sta per essere aggredita dai palazzoni di periferia. Siamo in un cantiere edile, tutto d’intorno palazzi in costruzione e una scavatrice ferma, pronta a riprendere il suo lavoro di devastazione, una scavatrice che tanto somiglia a quella della poesia sopra citata. Sono passati poco più di dieci anni ma il processo di devastazione, per Pasolini, appare come interminabile. Un processo che ancora oggi sta continuando perché, come leggiamo in Violazione (2012) di Alessandra Sarchi, nei pressi delle grandi città, è praticamente impossibile trovare una casa di campagna che non sia vicino a tangenziali o centri commerciali: «Il possesso del verde, anche quello della propria casa, aveva a che fare molto di più di quanto la gente non volesse ammettere con tangenziali, centri commerciali, lottizzazioni insensate e quartieri dormitorio. Questa era la realtà»8. Emblematica è anche l’espressione «possesso del verde» usata da Sarchi: la campagna e la natura, a partire da quel boom economico che, secondo Pasolini, ha devastato l’Italia, si sono ormai trasformate in merci, acquistabili come i prodotti di un supermercato. L’ideologia del possesso sta ormai investendo anche gli spazi naturali.

Anche in Petrolio (postumo, 1992), il romanzo a cui Pasolini stava lavorando al momento della morte, vi sono diversi accenni a questa mutazione di spazi, foriera di sempre maggiore inquinamento. Nell’Appunto 3 d, Prefazione posticipata (Petrolio, non concluso dall’autore, è infatti costituito da una congerie di appunti), il personaggio demonico di Tetis inizia un lungo viaggio, dapprima a piedi e poi in treno. A un certo momento giunge lungo le rive di un fiume «dai rapidi argini pieni d’immondizia, che puzza acutamente. È tuttavia un’immondizia organica: mancano ancora completamente la plastica e il polistirolo»9. La scena è ambientata nel maggio 1960 e Pasolini tiene a precisare che, in quel tempo, ancora mancavano elementi inquinanti come la plastica e il polistirolo. Successivamente, nell’Appunto 62, Carmelo: la sua disponibilità e la sua dissoluzione, in una sequenza narrativa ambientata all’inizio degli anni Settanta, i personaggi di Carlo e Carmelo si ritrovano in un prato della periferia di Roma, descritto come pieno di immondizia e di rottami di macchine, intorno al quale si stagliano i palazzoni delle nuove periferie, tratteggiati come anonimi cubi di cemento, perduti nella caligine invernale. Si tratta di uno spazio descritto quasi come un nuovo inferno: «Più indietro ancora c’era un capolinea pieno di autobus, un cinema e, insomma, l’inferno»10. Anche l’Appunto 70, Chiacchiere notturne al Colosseo, mostra le strade romane notturne intorno al Colosseo come attraversate da immondizia e cartacce sporche trascinate dal vento. Le stesse immagini di una Roma notturna, percorsa da spazzatura vagante, vengono offerte da Goffredo Parise ne L’odore del sangue, scritto nel 1979 ma pubblicato solo molti anni dopo la morte dello scrittore. Parise offre uno scenario davvero ‘infernale’, uno spaccato di violenza urbana in cui il degrado ambientale diventa anche degrado sociale e morale, attuando anche un riferimento all’uccisione di Pasolini: «Erano non so più se le tre o le quattro, e Roma mostrava il suo volto notturno fatto sostanzialmente di spazzatura vagante, di qualche pantera della polizia, urlante, di ragazzi in giubbotti di cuoio che sfrecciavano rombando in motocicletta. Eccoli, erano loro i giustizieri della notte, quelli che avevano assassinato Pasolini, quelli che avevano stuprato le ragazze del Circeo, quelli che avevano bruciato un somalo dormiente su un letto di cartoni “per scherzo”»11.

In Petrolio, l’Appunto 70 introduce la lunga catabasi infernale che l’autore descrive nella sequenza di appunti denominata come Visione del Merda. Il «Merda» sarebbe un giovane di borgata ormai completamente abbrutito dalla società dei consumi dei primi anni Settanta. Nel momento in cui il protagonista Carlo affronta questa «visione», appaiono nuovamente le immagini di palazzoni di periferia, costruiti in lembi di spazio che prima erano campagna. La stessa spazialità rigida e geometrica dei palazzi, dei cortili e delle strade che li accompagnano e che formano percorsi obbligati da seguire, sembrano contribuire a manovrare le coscienze degli italiani, ormai abbrutiti dalla civiltà dei consumi. Le stesse immagini ritornano in una serie di appunti (121-124) intitolati La nuova periferia: palazzoni allineati gli uni agli altri «in forme gemelle»12, «ripetizioni di una stessa forma»13, i cui cortili sono caratterizzati da «vuoto assoluto». Del resto, sia in Petrolio che in molte altre sue opere, Pasolini tratteggia l’immagine quasi apocalittica di un mondo che sembra giunto alla sua fine: a partire da La Rabbia (1963), un documentario di una straordinaria forza poetica e tragica in cui, fra le immagini documentaristiche montate, ritorna ossessivamente lo scoppio della bomba atomica, fino a certi scorci paesaggistici di Roma in Poesia in forma di rosa, ad esempio ne La realtà, in cui leggiamo: «Poi compare Testaccio, in quella luce / di miele proiettata sulla terra / dall’oltretomba. Forse è scoppiata, / la Bomba, fuori dalla mia coscienza. Anzi, è così certamente. E la fine / del Mondo è già accaduta: una cosa / muta, calata nel controluce del crepuscolo»14. Se le immagini della Rabbia raccontano una bomba ben reale e terribile, che ha seminato morte e devastazione, i versi della poesia riecheggiano una bomba metaforica, che sta cambiando ambienti, spazi e coscienze degli individui.

L’inquinamento ambientale, per Pasolini, è anche inquinamento estetico. In un documentario dal titolo Pasolini e… la forma della città (1974), il poeta inquadra con la macchina da presa l’antica città di Orte. Muovendo l’obiettivo della macchina, a un certo punto, compare nel campo visivo un palazzo cubico, di nuova costruzione, che rovina la silhouette degli edifici medievali di Orte. La massa della città – dice Pasolini – è deturpata da qualcosa di estraneo, qualcosa che violenta in maniera abnorme quel paesaggio che, come molti altri scorci medievali in Italia, è stato dipinto dai grandi pittori del Trecento e del Quattrocento. Quegli scorci, ma anche qualsiasi insignificante vecchio muro appartenente ad epoche passate – afferma il poeta nell’intervista – andrebbero difesi con lo stesso accanimento con il quale ci battiamo per difendere un’opera di Dante, Petrarca o Boccaccio. Come scrive Serenella Iovino, «lo sguardo di Pasolini al paesaggio è cioè quello di un’etica dei luoghi, alla ricerca dei valori che vi si sono depositati nei secoli»15.

Per concludere, tornando al filo conduttore da cui siamo partiti, cioè la prova di italiano della maturità 2022, penso che di tematiche legate al pensiero di Pasolini (in relazione o no a temi ecologici) da proporre a un giovane studente ce ne sarebbero state tante, eccome. Ma, forse, di fronte alla gravità di molte problematiche che investono la società attuale, quel «Potere senza volto» – per utilizzare la definizione di Pasolini – continua a nascondere quel suo volto inesistente sotto la sabbia, come uno struzzo. Riproporre un testo di Pasolini avrebbe voluto dire anche riproporre la figura di un intellettuale disposto a lottare sempre e a non accettare nessun tipo di compromesso con qualsiasi potere, una figura che nell’Italia di oggi assomiglia sempre di più a quella di un latitante. E poi, a quel «Potere senza volto», intriso di oscuri rigurgiti di fascismo, credo che la figura di Pasolini, al di là delle facili ‘santificazioni’ e ‘riabilitazioni’, risulti ancora alquanto indigesta. Qualsiasi potere tende sempre a manipolare le menti dei cittadini per allontanarle dai veri problemi, seri e stringenti (e qui torna fondamentale la lezione di Pasolini), ora più che mai, in un universo digitalizzato in cui gli intellettuali, se ci sono, sono troppo impegnati ad autopromuoversi sui social. Siccità, caldo, fiumi in secca, alluvioni, eventi climatici estremi: sembrano lo scenario perfetto che, in molti film e romanzi distopici e apocalittici, prepara la catastrofe finale. Ma è estate, divertiamoci e, se dobbiamo pensare a un serio, stringente problema, c’è sempre la crisi di governo a tenerci compagnia.

Note

  1. Cfr. C. Benedetti, La letteratura ci salverà dall’estinzione, Einaudi, Torino, 2021, p. 4. 

  2. Cfr. P.P. Pasolini, Scritti sulla politica e sulla società, a cura di W. Siti e S. De Laude, Mondadori, Milano, 199, p. 404 e seguenti. 

  3. Cfr. ivi, p. 313, l’articolo dal titolo Il vero fascismo e quindi il vero antifascismo, uscito sul «Corriere della Sera» il 24 giugno 1974 col titolo Il Potere senza volto. 

  4. Cfr. ivi, p. 318. 

  5. P.P. Pasolini, Tutte le poesie, vol. I, a cura di W. Siti e S. De Laude, Mondadori, Milano, 2003, p. 1099. 

  6. R. Kurz, Ragione sanguinaria, trad. it. Mimesis, Milano-Udine, 2014, pp. 20-21. 

  7. P.P. Pasolini, Tutte le poesie, vol. I, cit., p. 848. 

  8. A. Sarchi, Violazione, Einaudi, Torino, 2012, p. 69. 

  9. P.P. Pasolini, Petrolio, ora in Id. Romanzi e racconti, vol. II, a cura di W. Siti e S. De Laude, Mondadori, Milano, 1999, p.1180. 

  10. Ivi, p. 1496. 

  11. G. Parise, L’odore del sangue, Rizzoli, Milano, 1997, pp. 90-91. 

  12. P.P. Pasolini, Petrolio, cit., p. 1765. 

  13. Ibid. 

  14. P.P. Pasolini, Tutte le poesie, vol. I, cit., p. 1100. 

  15. S. Iovino, Ecologia letteraria. Una strategia di sopravvivenza, Edizioni Ambiente, Milano, 2015, p. 105. 

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08/06/2020

Scuola: l’anno che verrà

“Se si perdono i ragazzi più difficili la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati (Don Milani)”.

Da alcuni giorni è stato approvato il decreto scuola con il quale di fatto si legifera di salvare questo strano e osceno anno scolastico. Ovviamente l’indecenza viene coperta con la solita vuota retorica scolastica che elogia l’obbiettivo di aver messo gli studenti al centro degli interessi della repubblica, che è stata comunque garantita, nonostante l’epidemia, la qualità dell’istruzione e il diritto allo studio.

Nel decreto si stabiliscono tra l’altro, la modalità dello svolgimento degli esami di stato sia per scuola media che per le superiori, l’abolizione del voto nella scuola primaria con il ritorno al giudizio descrittivo, il concorso per la messa in ruolo degli insegnati, il conferimento fino al 31/12/2020 di poteri commissariali ai sindaci per intervenire sull’edilizia scolastica, i nuovi percorsi abilitanti per i neo laureati, modifiche alle graduatorie per i supplenti e altro.

La ministra dell’istruzione ha commentato: “È un provvedimento nato in piena emergenza che consente di chiudere regolarmente l’anno scolastico in corso. Il testo è stato migliorato durante l’iter parlamentare grazie al lavoro responsabile della maggioranza di governo. Con l’obiettivo di mettere al centro gli studenti e garantire qualità dell’istruzione. Ora definiamo le linee guida per settembre, per riportare gli studenti a scuola, in presenza e in sicurezza”.

Dalle linee guida per settembre elaborate dal CTS (il Comitato Tecnico Scientifico sono 18 esperti nominati dal ministero dell’istruzione nel quale troviamo un solo docente di scuola il resto sono presidi, provveditori,docenti di università pubbliche e private, Ceo, amministratori di imprese private, istituzioni private ecc..) che sono state anticipate troviamo: lezioni di 45’ invece di 60’ (ciò in mancanza di un potenziamento degli organici permetterebbe di far effettuare ad ogni docente nell’arco delle sue 18 ore settimanali 24 lezioni di 45’) con la panzana di permettere di gestire il complicato mosaico di orari e la ipotetica divisione delle classi a metà, al fine di rispettare le regole per il distanziamento e impedire pericolose aggregazioni. A tal fine i dirigenti scolastici sentito il collegio dei docenti, potranno usare la ghigliottina dell’autonomia per ridurre la durata delle lezioni in un campo di tolleranza tra i 40 e i 50 minuti.

Ma non è finita qui. La creatività degli esperti ha prodotto altre brillanti idee quali: l’ingresso scaglionato delle classi distanziato di 15’, la possibilità di lezioni pomeridiane, l’utilizzo di altri ambienti extrascolastici per poter fare lezione, il rastrellamento di tutti gli spazi ampi disponibili nella scuola per sopperire alla mancanza di spazi adeguati alle classi pollaio e altro ancora.

Per quanto riguarda invece i box in plexiglas da adibire a postazione alunni, sembra siano necessarie ulteriori disposizioni che dovrebbero riguardare banchi a due posti e non singoli. Rimane il fatto che se si devono rispettare i due metri di distanza tra alunno all’interno delle classi. I problemi non possono certamente essere risolti mantenendo il numero di classi e di organici ATA e docenti ai livelli attuali, calibrati con i parametri pre covid-19. Come si vede la confusione è ancora molta e al peggio non c’è mai fine.

Il giudizio analitico a posteriori è certamente molto negativo.

Questa ministra non sembra brillare per esperienza a cui si congiunge una sottile propensione verso un dirigismo che richiama i poco simpatici satrapi assiro babilonesi. È bene ricordare che “le regole edificano fortificazioni dietro le quali delle piccole menti s’innalzano al rango di satrapi. Una faccenda già pericolosa nei momenti migliori, e disastrosa nei momenti di crisi (F.Herbert da: La rifondazione di Dune)”.

La politica dovrebbe rifarsi al buon senso e ai principi costituzionali che mettono l’istruzione al centro degli interessi di un paese civile. Troppe volte la scuola italiana è stata un fondo cassa delle politiche di austerità che di fatto l’hanno smantellata. Occorre un cambio di direzione e investimenti continui, legati ad una visione di un modello educativo, lontano dalla cupidigia neoliberista e teso verso un’istruzione senza fini aziendalistici o di mercato, un’istruzione pubblica e gratuita, assicurata a tutti.

La ragionevolezza avrebbe dovuto spingere nei tre mesi di chiusura ad un confronto con chi lavora su campo, nelle classi, negli uffici, nei laboratori, con le famiglie e con gli studenti. Insomma occorreva rivolgersi a quella comunità educante che è la scuola e non ad un pool di esperti chiusi della loro torre d’avorio a dispensare come sacerdoti le loro visioni mistiche lontane dalla realtà fattuale che si respira e si vive tutti i giorni nelle classi.

La scuola è stata la prima istituzione ad essere chiusa e sarà l’ultima istituzione ad essere aperta, nel mezzo ci stanno tre mesi di vuoto a perdere, alunni lasciati affogati nella loro solitudine con le famiglie che facevano, quando andava bene, da tutor, con docenti che cercavano di far funzionare, in autoformazione e con mezzi propri, ben oltre l’orario di servizio, la didattica a distanza.

Quest’ultimo punto è particolarmente doloroso in quanto si è aperto un portone all’ingresso di egemonie culturali tipicamente nord americane che per mezzo delle loro piattaforme educative, ci impongono la loro cultura con i volti del telelavoro e della didattica a distanza, contaminando pericolosamente il modello educativo verso una scuola strumentale al modello produttivo, con possibili pericolose future ricadute sul lavoro e sulla costruzione di soggettività prone alle dinamiche del mercato e allo sfruttamento.

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07/06/2020

Italia - Passa il "decreto scuola", retsano i problemi

Dopo quaranta giorni di faticose mediazioni nella maggioranza e una seduta fiume alla Camera, con tanto di strepiti, urla ed esposizione di striscioni, il decreto scuola è stato infine approvato.

Il regolamento della Camera, diverso da quello del Senato, ha consentito all’opposizione un lungo ostruzionismo che, al di là della facile demagogia sulla sorte dei precari, era volto soprattutto a tutelare gli interessi delle scuole private.

L’esame di maturità quindi è salvo e si terrà, come voluto dalla ministra, in presenza. Un esame che avrebbe potuto essere ragionevolmente evitato, dato che le commissioni saranno composte per sei settimi da membri interni, che conoscono gli studenti e il loro percorso scolastico.

Inoltre, appare discutibile l’idea di chiedere ai candidati, in sostituzione delle prove scritte, la redazione di un elaborato su un tema indicato dalla commissione, da stendersi in sole due settimane e a biblioteche chiuse. Una condizione che favorirà gli studenti che hanno genitori laureati e una buona biblioteca domestica, mentre gli altri dovranno affidarsi alle incerte voci di Wikipedia.

Infine, non si sa se l’esame sarà proprio tutto in presenza, perché la nota 1033 del 29 maggio autorizza i commissari che abbiano “fragilità” a partecipare ai colloqui in teleconferenza, ed è noto che molti insegnanti sono anziani, anche oltre i 65 anni, poiché nel nostro paese si va in pensione a 67.

Tutto questo mobilitarsi per un esame dove lo scorso anno, il 99.7% dei candidati ha superato la prova, perché vi era arrivato, evidentemente, dopo una valutazione della preparazione da parte del consiglio di classe.

Ciò che invece il decreto scuola lascia completamente nel buio è come si riprenderà la scuola a settembre. Si dovranno attendere le “linee guida” annunciate dal Ministero. Il governo ha dato poteri commissariali ai sindaci per l’edilizia scolastica “leggera”, ma ha stanziato per le scuole pubbliche solo 330 milioni, una cifra che è largamente insufficiente e ne ha destinati 179 alle scuole paritarie. Appare molto improbabile che si possano effettuare interventi efficaci.

Inoltre, hanno destato scalpore le dichiarazioni della ministra Azzolina, che ha parlato di installare delle barriere di plexiglas nelle aule per garantire la sicurezza. Grave che una ministra dell’istruzione possa pensare di fare scuola in un tale modo. Tuttavia, in un paese dove tutti si sentono “esperti” di cose scolastiche, sono circolate proposte anche più assurde.

In buona sostanza, trovo stupefacente l’idea di scuola che traspare dalle proposte di architetti, urbanisti, giornalisti, medici e categorie assortite. L’impressione è infatti che tali “esperti” pensino che la scuola sia ancora quella della frontalità pre-sessantotto tra insegnanti-alunni e quindi cattedra-banchi.

Un importante quotidiano è arrivato a proporre lo schema di un’aula divisa in “area operativa dell’insegnante”, dotata solo di cattedra e lavagna e quella degli alunni, naturalmente tutti nei banchi a file ben allineate.

Nessuna traccia di altri strumenti ormai entrati nella quotidianità scolastica, come una lavagna interattiva, un computer, un proiettore, un tablet, un televisore, un impianto di diffusione sonora, dispositivi che sono regolarmente usati sia dai docenti che dagli studenti.

Se è vero che esiste una parte degli insegnanti che concepisce ancora la lezione come una conferenza ex-catedra, è però evidente che la scuola non è più e sempre meno lo sarà, quella della frontalità assoluta. Il lavoro didattico si fa, oggi, con una forte interazione, con il lavoro cooperativo di gruppo, con l’utilizzo di metodi che rinforzano interesse, motivazione e desiderio di scoperta.

Un lavoro che mal si adatta alla costrizione di spazi rigidi e che spesso richiede anche la vicinanza tra gli studenti e lo scambio tra di loro di materiali cartacei o digitali. Da qualche anno, in Italia, decine di scuole hanno aderito al progetto “Senza zaino”, che trasforma gli spazi fisici degli istituti in laboratori di ricerca e studio, dove ogni aula è uno spazio modulabile dotato di libri in comune, di materiali diversi e di tecnologia.

Ricordiamo ancora che molte scuole sono dotate di aule di musica, arte, informatica e di laboratori per le materie scientifiche. Infine, che l’educazione motoria non è più quella degli ordinativi fascisti (at-tenti, ri-poso...).

In vista della ripresa di settembre, ci si dovrebbe preoccupare di salvaguardare soprattutto questi aspetti di una scuola che non è più quella della cattedra e del banco, e che ha già subito un colpo pesante durante il periodo emergenziale della didattica a distanza.

Il rischio è che preoccupandosi solo delle mascherine, dei plexiglas e delle lunch-box si dimentichi che la scuola è un’istituzione in cui l’organizzazione dello spazio fa seguito alle scelte pedagogiche e non le precede. Soluzioni terrificanti come le cabine di plexiglas nelle aule, a parte la loro difficile fattibilità, ci farebbero tornare alla direttività didattica più insostenibile.

Per sottrarre la scuola a questi pericoli di imbarbarimento, l’unica soluzione è un programma di investimenti molto superiore ai 4 miliardi di cui parla la ministra, che consenta l’assunzione immediata di un numero di docenti adeguato alla riduzione del numero di alunni per classe, fatto che di per sé ridurrebbe il rischio di contagio, ma soprattutto lancerebbe la scuola verso “il superamento dei problemi strutturali che si trascinano da troppo tempo”, come ha dichiarato il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel suo discorso del 3 giugno.

Non c’è dubbio, infatti, che uno dei problemi della scuola sia ormai da decenni, cioè da quando la politica della lesina ha fatto saltare ogni limite, l’eccessivo numero di alunni per classe. Si tratterebbe quindi di una soluzione che superando l’emergenza, guardi al futuro. Alle parole si facciamo seguire i fatti.

Tuttavia, la scuola non è fatta solo dai docenti e dagli studenti, È necessario anche un piano d’assunzione di collaboratori scolastici, fondamentali per la sorveglianza, soprattutto nella scuola primaria e secondaria inferiore, negli spazi e nei momenti meno strutturati.

I bambini fanno la lotta perché misurano l’aumento della loro forza fisica, non perché sono discoli, bambini e bambine si toccano per scoprire un corpo diverso dal loro, non perché sono pervertiti. Serve personale per la sorveglianza, perché la scuola è fatta anche di momenti informali e di ricreazione, ma si deve pure immaginare la proposizione di nuovi giochi e di momenti di divertimento che si possano svolgere in sicurezza. E ancora una volta, il numero ridotto per aula, per cortile, per giardino, per corridoio, aiuterebbe.

I problemi di sicurezza nella scuola possono essere risolti solo pensando in primo luogo all’aspetto pedagogico. A trovare soluzioni su questo versante sarebbe stato delegato il comitato di “esperti” nominato dalla ministra e presieduto da Patrizio Bianchi.

Cosa abbia veramente proposto tale comitato non è dato sapere, al di là delle interviste dei suoi componenti, poiché il Ministero non ha pubblicato la sua relazione finale, che rimane quindi ignota. Una probabile, implicita, ammissione del fallimento di un comitato nato e vissuto male.

Della congerie di comitati istituiti negli ultimi mesi dal governo, è pubblica la relazione del Comitato tecnico-scientifico della Presidenza del Consiglio che indica nella carenza della dotazione di personale il problema più grave per la riapertura delle scuole.

Infine un problema di carattere squisitamente pedagogico che non viene considerato adeguatamente è quello del disagio psicologico dei ragazzi che torneranno a scuola a settembre.

In alcune zone d’Italia, come quella di Bergamo, di Brescia o di Cremona, non esiste famiglia che non sia stata toccata da lutti, malattia e invalidità. Più in generale, tutti i giovani e le giovani sono stati afflitti dall’angoscia di un fenomeno sconosciuto e dall’isolamento sociale. È una questione che, a settembre si porrà alle e agli insegnanti, che sembra saranno mandati ad affrontare tale situazione senza alcun supporto.

Il Ministero pensa solo, nella sua logica aziendale, a come recuperare i ritardi nell’acquisizione delle “competenze” accumulati in questi mesi. Un’ulteriore conferma che la tanto esaltata “didattica a distanza” è stata una soluzione emergenziale inventata dai docenti, in molti casi in solitudine e senza supporti dell’istituzione, per salvare il salvabile, ma non può sostituire la scuola, quella vera.

Fonte

20/06/2019

Peccato che non fosse una traccia di storia

Peccato che non fosse una traccia di storia, perché avrebbe permesso a qualche studente o studentessa, così fortunati da essere stati abituati all’esercizio critico dello storico, di applicarvi le competenze sviluppate nel corso di studi.

La traccia C2 su Bartali (1) propone brani (senza il titolo) tratti da un articolo di Gatti del 2013 solo come spunto per una più ampia riflessione. Invece, sarebbe stato assai interessante prenderli come avvio di una piccola ricerca storica, almeno per ricostruire le origini delle affermazioni categoriche e relativamente dettagliate in esso contenute.

Anche discenti che abbiano appreso la lezione della ricerca genealogica di Nietzsche o fatto proprio l’approccio della teoria critica della società della Scuola di Francoforte ed il suo contributo sull’industria culturale, avrebbero potuto essere tentati da una ricerca analitica a ritroso di fonti e relative informazioni e costruzione di messaggi confluiti nel testo, e porsi una serie di domande sull’articolo del 2013 e sul suo recupero sei anni dopo.

Purtroppo, però, la necessaria conoscenza almeno di alcuni fatti per porsi queste domande verosimilmente non è alla portata dei candidati. L’episodio è decisamente “minore”, in genere è poco seguito il ciclismo, neanche a pensare poi che voci critiche verso Israele siano riuscite a giungere alla maggior parte delle loro giovani orecchie. Inoltre, si dovrebbe poter disporre di strumenti anche tecnologici per una rapida ricerca.

Lo scorso anno prende corpo la campagna di massa su Bartali Giusto tra la nazioni, in occasione della costoso ingaggio dell’edizione 101 del Giro d’Italia, fatto partire tra molte critiche da Gerusalemme e in Israele.

Quella che non era partita nel 2014, centenario della nascita di “Ginettaccio”, procurando alla competizione ciclistica diversi articoli di critica per una commemorazione ritenuta distratta. E pure, l’ingranaggio perché essa avesse ben altro risalto era già in azione da tempo e la ricorrenza era stata anticipata nel settembre 2013, con il conferimento del riconoscimento di Giusto tra le nazioni al ciclista da parte dello Yad Vashem.

Le celebrazioni avrebbero potuto ottenere amplificazione nel Giro dell’anno successivo, proprio in corrispondenza del centenario della nascita. Invece ciò non accadde.

Per tempo, nel 2012 era stato pubblicato in olandese il libro dei fratelli McConnon, poi divenuto la fonte principale sull’argomento, nel 2013 pubblicata la traduzione italiana. (2) Nati in Canada, gli autori Aili e Andres McConnon, come il miliardario israelo-canadese Sylvan Adams che ha finanziato con diversi milioni la partenza del Giro d’Italia del 2018 da Gerusalemme e da Israele.

L’inizio di tutto – secondo quanto da lei affermato nel 2005: “Sono stata io a far scoprire il coraggio di Bartali” – viene da un’insegnante di latino e italiano, Angelina Magnotta, all’epoca sessantacinquenne. La professoressa, “preside degli Uffici scolastici regionali responsabile del progetto ‘Gli studenti incontrano la Shoah’ “, ritornò dal viaggio previsto dal progetto con “una missione”: trovare altri salvatori italiani, il cui numero di 300 appariva irrisorio per i 27.000 ebrei salvati in Italia.

Come lei stessa asserì, incominciò da Bartali, all’inseguimento del film (1985) e della pubblicazione di Alexander Ramati, Assisi Underground. Fondamentali per il riconoscimento da parte dello Yad Vashem furono i ritrovamenti di “testimonianze dirette” che “Pagine ebraiche” riuscì a procurare, come quella decisiva di Giorgio Goldemberg che raccolse nel 2010.

La professoressa “ha continuato la sua opera di divulgazione con un libro”, che nel 2013, anno dell’articolo de La Gazzetta dello Sport (organizzatore storico del Giro d’Italia) su di lei, era scaricabile gratuitamente dal sito del Consiglio Regionale della Toscana “e la prosegue con interventi nelle scuole”.

Toscana: regione di Bartali, del Consiglio che offriva il libro della professoressa Magnotta, e di Luca Lotti, che da Ministro dello Sport andò a Gerusalemme nel settembre 2017 per l’annuncio ufficiale della partenza dell’edizione 2018 del Giro d’Italia da Gerusalemme. Nel pieno delle pretese israeliane sulla città ed anche sulla sua parte Est, che in un’eventuale ripresa degli Accordi di Oslo (1994) sarebbe stata la capitale (parziale) dello Stato palestinese.

Molte critiche ed interrogativi: l’Italia aveva deciso di abbandonare il sostegno a quella che si configurava come la legalità internazionale (Risoluzioni ONU, IV Convenzione di Ginevra)?

Tuttavia, tanto zelo non sembra offrire le necessarie garanzie di storicità. Lo storico Michele Sarfatti, direttore della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano, nel gennaio 2017 evidenziò errori ed invenzioni presenti nella fonte Ramati, giungendo alla conclusione: “Insomma, Ramati-Niccacci ha inventato quel ruolo di corriere di Bartali.”

Inoltre, l’articolo scelto dal Ministero dell’istruzione è tra i meno circostanziati. Esso, scritto da un giornalista che poi approderà al Corriere della Sera (gruppo RCS come La Gazzetta dello Sport), fornisce affermazioni categoriche che sembrano restituire una memoria esplicita condivisa in contrasto con la faticosa ricostruzione del ruolo di Bartali nel salvataggio di ebrei.

Per suscitare una riflessione sul rapporto tra sport e storia, in particolare tra sport e “regimi autoritari”, si sarebbero potuti presentare altri episodi, dai contorni storici più certi: le Olimpiadi nella Berlino nazista del ’36, il Campionato mondiale di calcio del ‘78 nell’Argentina di Videla.

Se poi si voleva suggerire una critica ai “nazionalismi”, come apparirebbe dal commento di presentazione del testo proposto, allora l’operazione è proprio tutta sbagliata: il contenuto, per come è costruito, è proprio a favore di un “nazionalismo” e tra quelli che oggi si presentano come i più aggressivi.

Si pensi alla “Legge sullo Stato ebraico” approvata lo scorso luglio dalla Knesset e a tutto il dibattito che ha suscitato nello stesso Israele (non certo in Italia!), poiché sancisce formalmente una cittadinanza piena per gli ebrei e dimezzata e minore per i palestinesi “cittadini” d’Israele.

Il testo offerto permette di dare spazio a quanto studiato sulla Shoah, consolidandone la centralità nei curricoli. Tuttavia, questo esito si sarebbe potuto raggiungere con testi che la ricordino, magari in connessione con l’antifascismo.

Inoltre, questa scelta, presentata in modo acritico e senza chiederne una critica specifica, ripropone acriticamente un legame inscindibile tra la Shoah ed Israele, secondo i dettami di questo stesso. Con buona pace delle capacità critiche da promuovere negli alunni.

Ben altro è il modo di procedere, ad esempio, dello storico Sergio Luzzatto nel suo PARTIGIA, dove l’amorevole e rispettosa deferenza verso Primo Levi non gli impedisce di esaminarne puntigliosamente le testimonianze relative alla sua breve esperienza di partigiano, di coglierne discrepanze e contraddizioni. Non ne sono scalfite né la figura e l’umanità di Primo Levi né la credibilità di storico dell’autore. (3)

Note:
(1) • Tipologia C – Riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo su tematiche di attualità

Traccia: 2. Tra sport e storia: una riflessione sul rapporto tra sport, storia e società partendo da un articolo sul ciclista Gino Bartali.

(2) LA STRADA DEL CORAGGIO. GINO BARTALI EROE SILENZIOSO, 66thand 2nd.

(3) Sergio Luzzatto, PARTIGIA, Mondadori, Milano 2013

Fonte

28/06/2018

Faenza. I “guardiani del pensiero” leghisti all’opera contro una insegnante

La Lega ha presentato un esposto alla Procura ipotizzando il condizionamento di una insegnante dietro l’appello alla solidarietà coi migranti contenuto in alcuni temi in relazione alla vicenda Aquarius. L’inaccettabile ingerenza politica leghista è avvenuta al liceo Torricelli di Faenza in occasione degli esami di maturità.

L’accusa dei leghisti è diretta contro una docente che avrebbe invitato gli studenti in occasione della prova scritta d’italiano, a scrivere sulla vicenda Aquarius, prendendo posizione e schierandosi contro il Governo.

I consiglieri locali Gabriele Padovani e Jacopo Berti, riporta l’Ansa, fanno sapere che “è venuta a galla anche una foto della prof in pieno saluto comunista in posa con studenti: segnaleremo il tutto al Provveditorato, perché la scuola dev’essere apolitica e i professori devono insegnare non indottrinare”. Un episodio all’apparenza allucinante, ma alla luce del licenziamento da parte del Miur dell’insegnante torinese per le parole pronunciate in una manifestazione, non appare scontata la tenuta delle difese immunitarie costituzionali nel nostro paese.

Nell’esposto, a firma del presidente romagnolo della Lega Gianluca Pini e della segretaria provinciale Samantha Gardin, si definisce l’iniziativa come “volta a far sottoscrivere ai maturandi una sorta di appello-condanna all’operato dell’attuale Governo in materia di contrasto all’immigrazione clandestina”, con una “palese pressione psicologica” sugli studenti.

La Lega ha presentato anche una interrogazione al Consiglio comunale. Lo stesso Padovani fa sapere di volere andare in fondo alla vicenda. “Ho presentato anche un’interrogazione al Consiglio comunale di lunedì”, ha precisato Padovani, “Mi sembra strano che a fronte di una prova d’esame che viene ricevuta in busta chiusa dal Ministero, diversi ragazzi eseguano lo stesso tema, recitando tutti la richiesta di applicazione dell’articolo 2 della Costituzione”. Insomma per i pretoriani del pensiero leghisti, la scelta del tema di attualità da parte degli studenti va vista con sospetto. Il prossimo anno verranno proposte come tracce solo quelle letterarie e quelle storiche... ma attenti a quella che scegliete e che cosa scrivete.

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29/06/2017

Sulle “traccie” del neoliberismo

“Nel cortile della scuola vi sono adunati 24 balilla. Il comandante ordina di mettersi in riga per tre, per marciare. Quante terziglie sono in marcia?”

Sembrano trascorsi secoli da quando il fascismo utilizzava le discipline scolastiche, aritmetica compresa, per veicolare la sua propaganda bellicista e razzista, finalizzata a modificare la percezione della realtà da parte degli individui, neutralizzandone lo spirito critico e trasformandoli in uomini – massa appiattiti sull’ideologia di regime.

Ogni epoca ha le sue “terziglie”e il tema d’italiano degli esami di Stato 2017 ne è la prova lampante. Non possiamo non soffermarci, infatti, sulle tracce relative all’ambito socio – economico, tecnico – scientifico e sul tema di ordine generale.

Le prove di cui sopra sono tutte incentrate sulla sostituibilità del lavoro umano con quello digitalizzato e automatizzato. Le fonti che compaiono nel fascicolo citano imprenditori, agenzie di lavoro interinale, quadri tecnici al servizio del profitto, agenzie internazionali. Completamente assente è la voce dei lavoratori e la loro percezione dei cambiamenti in atto e del futuro che li aspetta. Già questo la dice lunga sulla natura del progetto pedagogico e ideologico che traspare da queste prove d’esame.

“Il campanello d’allarme è stato suonato dall’Onu attraverso un recente report dell’Unctad, la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo. Che mette in guardia Asia, Africa e America Latina: attenti, dice il report Robot and Industrialization in Developing Countries, perché è da voi che l’impatto dell’era dei robot sarà più pesante. [...] Come evitare la desertificazione economica? Il primo consiglio che l’Onu dà ai Paesi emergenti è banale ma ovviamente validissimo: abbracciate la rivoluzione digitale, a partire dai banchi scolastici”.

“La digitalizzazione e l’automazione del lavoro rappresentano un’opportunità. A rivelarlo è una ricerca di Manpower Group – dal titolo “Skills Revolution” – presentata al World Economic Forum 2017 di Davos. L’indagine, condotta tra 18.000 datori di lavoro in 43 Paesi del mondo, affronta il tema dell’impatto della digitalizzazione sull’occupazione e dello sviluppo di nuove competenze dei lavoratori... Tra i 43 Paesi oggetto dell’indagine, è l’Italia ad aspettarsi il maggior incremento di nuovi posti di lavoro grazie alla quarta rivoluzione industriale al netto di un “upskilling”, un aggiornamento delle competenze”.

“L’applicazione della robotica a fini educativi [...] è una tendenza in continua crescita anche nel nostro Paese e sta attirando sempre di più l’attenzione da parte di docenti e persone attive nel campo della formazione. Attraverso questo metodo, gli studenti diventano protagonisti dell’apprendimento e creatori del proprio prodotto e si sentono più coinvolti nel processo di apprendimento”.

Seppure con diverse sfumature circa le magnifiche sorti e progressive della rivoluzione industriale 4.0, l’unica vera voce che emerge dai testi è quella dei top manager e dei gestori di risorse umane e tecnologiche.

Come si può facilmente evincere da un’analisi dei brani citati, scarsamente problematici circa il modello di sviluppo e le conseguenze sociali di un progresso tutto orientato al profitto, alla crescita indefinita, allo sfruttamento delle risorse e all’ottimismo, la prova non è altro che un’esercitazione improntata al pensiero unico neoliberista. Il compitino che viene assegnato allo studente è molto semplice: dati i presupposti, presentati come incontrovertibili e incontestabili (sviluppo, automazione, digitalizzazione, competenze), egli deve limitarsi a riordinare i dati e a trarre le “giuste” conclusioni.

In modo nemmeno tanto surrettizio, il maturando, preso quasi per mano, è accompagnato nel tratteggiare la figura dell’“uomo nuovo” del neoliberismo: flessibile e sempre all’inseguimento di nuove competenze da inserire nel proprio curriculum; individualista e in competizione per battere la concorrenza dei propri simili; imprenditore di se stesso che si vende sul mercato come merce sempre più appetibile; incarnazione, infine, del “lavoratore liquido” esposto alla contingenza imposta unilateralmente dal mercato. In sintesi, il principio in base al quale non si lavora più per vivere, ma si vive inseguendo un lavoro che non c’è.

A conforto della struttura sempre più direttiva della prova, quest’anno è stata addirittura inserita una novità concernente il tema di ordine generale, nel quale lo studente viene invitato ad attenersi a una scaletta di svolgimento. Anche quello che è sempre stato il tema “libero” per antonomasia, viene sussunto in una logica puramente esecutiva: la metodologia diventa funzionale alla soppressione del pensiero divergente e all’accettazione passiva del modello dominante.

La mutazione genetica della scuola si accompagna a un’ideologia colonialista: da anni l’imprenditoria, le banche e le agenzie interinali, stanno imponendo al mondo dell’istruzione la sostituzione delle conoscenze con le competenze. È in atto un processo manipolativo che induce gli studenti a percepire la realtà e se stessi in modo nuovo: un immenso e immodificabile mercato liquido che richiede la completa mercificazione di se stessi e l’accettazione supina della logica del profitto. Anche la sola possibilità del cambiamento è stata espunta dall’immaginario.

“Nella sala d’attesa dell’agenzia interinale sono convocate 24 terziglie di disoccupati. La paga proposta è di 300 euro al mese per otto ore giornaliere. Sono disponibili solo 3 posti. Tenuto conto che 8 terziglie accettano di lavorare per 250 euro mensili, che 2 terziglie tra queste otto hanno maggiori competenze linguistiche, che in una sola terziglia di queste ultime non sono presenti donne in età fertile che possano rimanere incinte e assentarsi dal lavoro, determina da quale terziglia l’agenzia assumerà”.

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02/02/2017

Quel brutto pasticciaccio degli Esami di Stato

In questo articolo sosterrò due tesi intuitivamente contestabili. Ma per essere certo di non essere frainteso, ricorrerò a un metodo espositivo che piace molto ai filosofi anglosassoni, dichiarando subito dove intendo andare a “parare”, per poi articolarne le ragioni: 1) la commissione per l’Esame di Stato composta da un solo membro interno, così come accadeva in passato, è preferibile alla commissione mista attualmente in uso; 2) il numero di materie su cui gestire il colloquio d’esame dovrebbe essere ridotto il più possibile.

Procediamo con ordine, soprattutto per i non addetti ai lavori.

Nell’ambito degli Esami di Stato (o di maturità), per quale motivo sono previsti dei commissari esterni? Nonostante la variazione periodica del numero di esaminatori provenienti da altre scuole cui abbiamo assistito negli ultimi anni (in una certa fase la Commissione era formata addirittura da un solo presidente esterno per tutte le classi quinte di un intero Istituto scolastico), il senso di questa presenza è molto chiaro, ed è suggerito dal nome stesso della funzione. Il Commissario esterno, in veste di funzionario dello Stato, deve verificare che in un determinato Istituto i programmi e i processi di istruzione siano stati svolti regolarmente e con senso di responsabilità da chi lavora in quelle scuole. Si tratta di un’importante funzione di garanzia, che ha in seconda battuta la virtù educativa di sottoporre per la prima volta un giovane studente a una circostanza complessa: essere un candidato che viene esaminato da una Commissione ufficiale, con la quale non ha rapporti personali, né pedagogici, pregressi.

Qual è, invece, il ruolo della componente interna di una commissione d’esame? Senza dubbio, è quello di consegnare ai Commissari esterni tutta la complessità e la specificità di singoli casi, di testimoniare alti e bassi di un processo educativo, che può in sé annidare le criticità di una storia personale, o di un deficit strutturale dell’organizzazione scolastica. Anche il membro interno porta con sé un fattore pedagogico che è conseguenza del suo ruolo: nella maggior parte dei casi la sua presenza rassicura l’allievo, che si sente accompagnato in questa prova importante da un adulto che conosce e che lo conosce. Da questo punto di vista, il vecchio Esame di maturità, con un membro interno e la commissione interamente esterna, risultava sostanzialmente equilibrato, e assegnava a ciascuno un ruolo univoco, chiaro, trasparente.

Altro accade invece con la commissione paritetica 3+3 (più il presidente, che è sempre esterno), nella quale a tre commissari interni sono affiancati tre membri provenienti da altre scuole. Non è colpa di nessuno in particolare, ma per un’ovvia dinamica di psicologia sociale (che solo i meno avvertiti si ostinano a non voler riconoscere), è quasi impossibile attenersi al solo ruolo istituzionale, che vorrebbe una valutazione oggettiva e serena. Tutti ci proviamo, ma la struttura dell’esame in sé genera una dinamica non controllabile. Infatti, in forza del suo ruolo, il membro esterno tende inconsapevolmente ad assumere un atteggiamento sospettoso nei confronti della struttura che lo accoglie, e nella valutazione tende ad essere più esigente di quanto non sia abituato a fare con i propri alunni, dei quali conosce bene storie culturali ed eventuali difficoltà personali. Simmetricamente, avvertendo la dinamica, il membro interno si sente in dovere di dover piegare i propri processi valutativi in modo da bilanciare quell’altro effetto. Il membro esterno si aspetta proprio questo dagli interni (spesso infatti, se alla fine i voti risultano bassi, rimprovera gli interni di non aver “difeso” abbastanza i propri studenti), e così si innesca un’ineludibile concatenazione di attese e giochi delle parti, che solo i più superbi tra i docenti negano di aver vissuto.

Sottrarsi è possibile, ma è oggettivamente molto arduo, anche perché come tutte le dinamiche psico-sociali, agisce inconsciamente.

Detto questo, la dinamica impazzisce quando entriamo nel merito delle discipline su cui valutare gli studenti. Uno dei più importanti risultati del Sessantotto, fu quello di aver ottenuto la modifica dell’Esame di maturità, racchiudendo in un piccolo nucleo di materie l’oggetto del colloquio finale. Gli studenti dovevano comunque arrivare preparati in tutte le discipline alla fine dell’anno, per poter accedere all’esame, ma il colloquio in sé doveva concentrarsi su soltanto due materie (tra l’altro scelte dallo studente in una rosa proposta dal Ministero). Questa legge aveva alle spalle una meditazione profonda emersa dalle istanze del Movimento studentesco, ma anche di filosofi importanti, come Guido Calogero.

L’Esame di Stato è una prova di maturità nell’approfondimento, ma anche di valorizzazione delle passioni personali. Rovesciare in campo tutte le materie in un colloquio di 50 minuti è semplicemente ridicolo. Mi stupisco che molti colleghi, che pure parteciparono ai movimenti studenteschi, oggi difendano questa sottospecie di colloquio multidisciplinare che è (giustamente) delegittimato e privo di ogni profondità.

Per questa ragione, propongo una riflessione su quanto sta accadendo in questi giorni con l’affidamento delle materie d’esame ai membri esterni. Per il Liceo Scientifico il Ministero ha per la prima volta scorporato la Matematica dalla Fisica, assegnando la prima (oggetto di una delle prove scritte ministeriali) al membro interno, e la seconda al commissario esterno. Tra gli esterni, sono stati “reclutati” docenti di Italiano e Inglese. Qui nasce l’imbarazzo di molti. Infatti, qualcuno protesta che scorporando le due materie dell’area fisico-matematica il Ministero abbia voluto alleggerire gli studenti, riducendo il numero di materie da preparare per il colloquio (Fisica l’avrebbero dovuta studiare comunque, in vista dell’orale e della terza prova). Ma questo sarebbe semmai un pregio di questa separazione, non un difetto.

Tuttavia qui si viene a creare un vero pasticcio, perché di fatto se nella correzione della prova di Italiano (che dovrebbe essere collegiale, ma che è spesso affidata a sottocommissioni) il docente con una competenza specifica è un commissario esterno, per l’altra prova scritta (Matematica) non c’è più – com’era previsto dalla normativa – la sola competenza prevalente di un docente interno, ma anche di un esterno. Cioè due docenti della stessa materia che correggono insieme le prove. Evidentemente questo potrebbe creare uno squilibrio nei processi di valutazione. Forse potrebbe essere lo stesso Ministero, a questo punto, a “suggerire” ai Consigli di classe, onde ovviare a questo problema, nell’individuare le materie assegnate ai membri interni, di scorporare simmetricamente il Latino dall’Italiano, e “spedire” in commissione il docente di Latino (che poi spesso durante l’anno è lo stesso che aveva insegnato Italiano). Basterebbe una nota ministeriale per chiarire che la cosa è possibile, e forse molti docenti l’approverebbero, senza temere di essere mal giudicati dalla componente esterna della Commissione, in quanto sollecitati dal MIUR. Tra l’altro mi risulta che situazioni analoghe si stanno verificando anche in altri indirizzi, non solo nel Liceo Scientifico.

Se è vero che i membri esterni servono proprio ad arginare l’attitudine protettiva degli interni, è altresì necessario che questi ultimi provino a disinnescare l’eventuale (ma non rara) ansia correttiva degli esterni. Il sistema 3+3, per le ragioni che ho esposto, mi pare sbagliato, ma per limitare i danni è necessario che resti in equilibrio.

Facile dire che sarebbe sufficiente per ciascuno rispettare i ruoli e il mandato del Governo. I docenti sono donne e uomini, non macchine, e come in tutti i sistemi andrebbero ridotti i fattori di rischio, non aumentati.

Tuttavia, l’idea che mi colpisce di quella proposta è la possibilità, finora inedita, di tornare a ridurre il numero di materie su cui impostare il colloquio. Le altre materie (escluse) ne risulterebbero svilite? Io insegno Storia e Filosofia, e avere cinque minuti a disposizione per ascoltare uno studente parlare dell’Olocausto, sinceramente, non mi pare dia gran pregio al mio lavoro, né al suo studio. Credo valga lo stesso per i docenti di Arte, Scienze o qualsiasi altra disciplina.

In ogni caso, sarebbe forse il caso che gli intellettuali italiani aprissero un dibattito più approfondito sugli Esami di Stato; è una cosa di cui si avverte certamente il bisogno.

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Che casino, sempre peggio per davvero!