È singolare come l’informazione mainstream eviti accuratamente di “unire i puntini” collegando notizie che già a prima vista risultano obiettivamente di identica natura.
Il caso in prima pagina, dopo qualche tentativo di confinarlo a un “curioso episodio di cronaca nera”, è quello dell’attentato contro Vadim Ermolaev, oligarca ucraino con passaporto cipriota, interessi in mezza Europa orientale, tutt’altro che rispettoso dei confini operativi stabiliti dal governo di Kiev tanto da esserne sanzionato per alcuni suoi business in Crimea.
Un caso comunque clamoroso perché si tratta del primo attentato a Montecarlo, dove l’unico boato annuale registrato è generato dalla partenza del Gran Premio di Formula 1.
Ci aveva messo del suo anche il procuratore generale Stéphane Thibault, che fin dal primo momento aveva “escluso la pista terroristica” preferendo indagare su quella “malavitosa”. Il solito concerto della disinformazione ufficiale riusciva persino a partorire una “pista russa” strologando su una delle tante truffe del giro d’affari di Ermolaiev, relativa a call center che proponevano “investimenti sicuri”.
Ora le telecamere di cui il Principato abbonda hanno permesso di identificare l’attentatrice, immortalata mentre piazza la bomba, si siede a distanza di sicurezza e fa esplodere il tutto mentre l’oligarca, la moglie e uno dei figli escono di casa. Tutti feriti gravissimi, ma ancora in vita.
Si tratta – chi l’avrebbe mai sospettato! – di una donna ucraina di 39 anni, Anastasia Berezovska, residente però a Berlino, grossolanamente travestita da uomo, e subito fuggita su un’auto noleggiata in Germania attraversando il confine italiano per rientrare “verso casa”, dove ci sono oltre un milione di profughi del suo paese e dunque non mancano certo gli “appoggi”.
Ostinatamente, comunque, le fonti investigative e quindi quelle mediatiche continuano a parlare di “malavita organizzata”. Certo, è possibile trovare un “esecutore” in quegli ambienti, attirandolo con cifre “interessanti”, ma già al primo anno di giurisprudenza viene insegnato che ogni “delitto” deve avere un movente. E quello che porta alla junta di Kiev sembra decisamente il più consistente.
Anche perché – ed era la seconda notizia nella stessa giornata – il procuratore generale della Germania ha incriminato un cittadino ucraino per le esplosioni del 2022 che hanno interrotto i gasdotti Nord Stream nel Mar Baltico, costruiti in joint venture da Berlino e da Mosca per assicurare un rifornimento stabile di gas russo ad un prezzo oscillante tra un terzo e un quarto di quel che viene ora pagato il gnl proveniente dagli Usa.
L’uomo, identificato come Serhii Kuznietsov, sarebbe il coordinatore del gruppo che ha utilizzato uno yacht a vela, l’Andromeda, per piazzare congegni esplosivi sui gasdotti Nord Stream 1 e 2 vicino all’isola danese di Bornholm nel settembre 2022, a due passi da una base navale Nato.
Non si tratta comunque di una novità. I tribunali tedeschi hanno trattato il caso come di competenza giurisdizionale tedesca poiché i gasdotti danneggiati terminano a Lubmin, nello stato del Meclemburgo-Pomerania, e la loro perdita ha compromesso la sicurezza energetica e la sicurezza interna della Germania.
I documenti giudiziari citati nella sentenza di due giorni fa descrivono il sospettato come un cittadino ucraino che all’epoca era “ufficiale in un’unità delle forze speciali ucraine”.
Era stato arrestato in Italia lo scorso agosto e trasferito in Germania a novembre, rispettando un mandato di arresto tedesco (ah, se fossero rispettati anche quelli della Corte Penale Internazionale contro i vertici di Israele...).
Non sono gli unici “atti terroristici”, o di “guerra sporca” compiuti in Europa dai servizi ucraini. Quasi un anno e mezzo fa, a Vado Ligure, una petroliera russa, la «Seajewel», era stata danneggiata con due bombe piazzate sulla linea di galleggiamento.
In Grecia, meno di due mesi fa, un drone marino del tipo ‘Magura’, di produzione ucraina, è stato rinvenuto da un gruppo di pescatori in una grotta sulla costa di Lefkada, nelle Isole Ionie. Stando a quanto emerso sui media greci, il drone trasportava materiale esplosivo e probabilmente doveva essere utilizzato per colpire navi russe di passaggio, dirette o provenienti dal Mar Nero.
Idem in altri paesi europei, a conferma che il “retroterra Nato” è considerato dagli “alleati” ucraini un campo di gioco dove fare sostanzialmente quel che gli pare contando sulla complicità completa degli “ospitanti”. E siccome fanno la guerra alla Russia, ritengono “normale” farla ovunque.
È lo stesso principio – applicato su scala molto più ampia – da Israele, praticamente da quando esiste come Stato. Non si contano i dirigenti o diplomatici palestinesi uccisi da queste parti (per l’Italia ricordiamo Wail Zwaiter, nel 1972 a Roma, Majed Abu Sharar nel 1981, Kamal Hussein e Nazih Matar nel 1982).
Sempre nel ‘72 Mahmoud Hamshari, capo dell’OLP in Francia, rimase ucciso a Parigi dall’esplosione di una bomba nel suo appartamento. Così come poi successo a Basil al-Kubaissi (Fplp) e Mohammad Boudia (Fplp). Mentre Khalid Nazzal, Segretario del comitato centrale del FDFP (Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina), fu assassinato ad Atene nel 1985.
La lista degli omicidi mirati sionisti è notoriamente molto più lunga, ma già questi nomi aiutano a capire come la “licenza di uccidere in casa propria” concessa dai governi occidentali al killer-genocida che mira a costruire “l’impero di Israele” abbia una lunga e vergognosa storia.
Ora “la compagnia” si è allargata al governo neonazista di Kiev. Che, al pari del “fratello maggiore”, si considera al di fuori e al di sopra di qualsiasi legge o regola internazionale (il suprematismo, “ariano” o “religioso”, non conosce limiti). Al punto da colpire direttamente – come nel caso del Nord Stream – interessi strategici degli alleati senza neanche avvertirli (se lo hanno fatto, allora è la Germania a fare un figura ancora peggiore).
Ci sembra insomma palese l’esistenza di una “internazionale nera” che per ora comprende Israele e Ucraina, con grandi interscambi reciproci (su armi e droni sicuramente) e grande libertà di azione, oltre che di transito, sul territorio europeo.
Un vero e proprio esercito “clandestino” che può contare su una base sociale (le comunità di profughi ucraini per Kiev, la parte sionista delle comunità ebraiche per Israele) interna a questo territorio e che obbedisce però agli input provenienti dalla “madrepatria”. I quali, come abbiamo visto, non necessariamente coincidono con quelli europei o nazionali, Anzi...
Abbiamo posto da tempo il problema, per esempio, dei giovani sionisti italiani che vanno a fare il servizio militare nell’esercito israeliano. Non sono pochi – solo ultimamente è uscita la cifra: 828 – e sono sicuramente combattenti “sperimentati” sul terreno, a Gaza o in Libano e Siria. L’unico nome noto è quello di un morto in combattimento: Daniel Toaff, nipote dell’ex rabbino della comunità romana.
Ma obbediscono a qualcun altro. Cosa farebbero nel caso si formasse in Italia un governo un tantino meno sdraiato sugli interessi di Israele?
Un’avvisaglia si è già avuto il 25 aprile, con quel Eitan Bondì che ha sparato – fortunatamente solo con una pistola ad aria compressa – contro una coppia di anziani manifestanti “colpevoli” di portare al collo il fazzoletto dell’Anpi. Ma a casa aveva un arsenale di armi vere, che non avrebbe potuto neanche comprare.
Questa “internazionale nera” è nemica dei popoli, fascista nell’anima, suprematista nell’ideologia, imperialista senza limiti. E conta sulla complicità esplicita dei governi euro-atlantici, anche quando li danneggia.
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05/07/2026
25/03/2026
Un’azione di sabotaggio danneggia una azienda che lavora per Israele nella Repubblica Ceca
Con una rivendicazione sul web, il gruppo che si definisce “Earthquake Faction” ha rivendicato una azione di sabotaggio dello stabilimento della LPP Holding a Pardubice, a 80 km da Praga nella Repubblica Ceca, una azienda che collabora con la fabbrica di armamenti israeliana Elbit Systems.
“Hanno collaborato con Elbit Systems mentre i nostri compagni in Palestina venivano uccisi e mutilati, mentre i bambini venivano annientati in frazioni di secondo da tecnologie di precisione prodotte in fabbriche come questo sito di Pardubice, gestite da codardi in uffici con aria condizionata” scrive il gruppo nella sua rivendicazione.
L’Associated Press riferisce che LPP Holding aveva precedentemente dichiarato di pianificare di aprire un centro per sviluppare e produrre droni e addestrare personale in collaborazione con la israeliana Elbit Systems, un’azienda di tecnologia militare.
Il produttore di armi LPP Holding, sviluppa e produce prodotti per uso civile e militare, come le tecnologie di droni utilizzate dalle forze armate israeliane e dalle forze armate ucraine, ha dichiarato in un comunicato che l’incendio si è verificato nei suoi locali.
Nell’incursione il gruppo, oltre all’incendio, ha sottratto documenti all’azienda e ne ha bruciati degli altri. Nel messaggio minacciano l’azienda affermando che “Avete tempo fino al 20 aprile per tagliare ogni rapporto con la Elbit Systems e denunciare la brutale occupazione della Palestina oppure renderemo pubblici questi documenti”.
Fonte
“Hanno collaborato con Elbit Systems mentre i nostri compagni in Palestina venivano uccisi e mutilati, mentre i bambini venivano annientati in frazioni di secondo da tecnologie di precisione prodotte in fabbriche come questo sito di Pardubice, gestite da codardi in uffici con aria condizionata” scrive il gruppo nella sua rivendicazione.
L’Associated Press riferisce che LPP Holding aveva precedentemente dichiarato di pianificare di aprire un centro per sviluppare e produrre droni e addestrare personale in collaborazione con la israeliana Elbit Systems, un’azienda di tecnologia militare.
Il produttore di armi LPP Holding, sviluppa e produce prodotti per uso civile e militare, come le tecnologie di droni utilizzate dalle forze armate israeliane e dalle forze armate ucraine, ha dichiarato in un comunicato che l’incendio si è verificato nei suoi locali.
Nell’incursione il gruppo, oltre all’incendio, ha sottratto documenti all’azienda e ne ha bruciati degli altri. Nel messaggio minacciano l’azienda affermando che “Avete tempo fino al 20 aprile per tagliare ogni rapporto con la Elbit Systems e denunciare la brutale occupazione della Palestina oppure renderemo pubblici questi documenti”.
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09/02/2026
Governo Meloni “nervoso”. La rendita di posizione si va esaurendo
Il video degli scontri di Milano pubblicato dalla Fox News statunitense (che tra l’altro è il network più allineato con Trump) il primo giorno delle Olimpiadi, non è proprio andato giù alla Meloni.
Ed allora sui social sono partiti subito gli anatemi della premier che tradiscono un bel po’ di nervosismo: “Sono i nemici dell’Italia e degli italiani, che manifestano contro le Olimpiadi, facendo finire queste immagini sulle televisioni di mezzo mondo. Dopo che altri hanno tranciato i cavi della ferrovia per impedire ai treni di partire”.
Le fa eco il Presidente del Senato Larussa: “Mentre il mondo rende ancora omaggio all’Italia per la bellissima cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Milano-Cortina 2026, delinquenti e violenti provano a sabotare linee ferroviarie e scendono in piazza per creare disordini”.
Indubbiamente questa insistenza sul connubio tra manifestazioni e treni semina una certa inquietudine – e qualche interrogativo – tra chi ha vissuto la storia recente del paese.
E non poteva mancare il ministro degli Interni Piantedosi, secondo cui: “C’è chi mira al caos generalizzato”. Nell’intervista di oggi al Corriere della Sera il ministro espone il suo teorema – piuttosto banale – secondo il quale il problema sono i cattivi maestri che però “si sono fatti vedere solo come osservatori”, tra questi ci sono “gli organizzatori di iniziative pubbliche nelle quali dichiarano di voler sovvertire il sistema democratico ed arrivare alla resa dei conti con lo Stato democratico”.
La tolleranza verso le manifestazioni annunciata all’inizio del suo mandato dalla premier Meloni, che definiva se stessa come underdog (una che viene dalle piazze e dalle strade), subito dopo le grandi manifestazioni per la Palestina, gli scioperi generali, le piazze riempite da una opposizione politica e sociale meno imbrigliata e imbranata del “campo largo”, sembra ormai sostituita da una vocazione repressiva e liberticida proprio contro le manifestazioni di dissenso politico oggi invece criminalizzate.
Curiosamente la stessa relazione del 2025 dei servizi di intelligence al Parlamento, aveva qualificato come dissenso politico le mobilitazioni dello scorso anno: “L’andamento della crisi in Medio Oriente, ha riportato sulla scena tematiche – condivise da anime diverse del dissenso – quali l’antimilitarismo, l’antisionismo, il sostegno alla causa palestinese” (p.16), includendo in tale categoria anche posizioni che le nuove leggi in discussione al Senato vorrebbero invece sanzionare e criminalizzare.
Gli esponenti della destra al governo appaiono decisamente nervosi, sentono che la terra comincia a smottare sotto i piedi e che la rendita di posizione di cui hanno potuto usufruire fino ad oggi (soldi del PNRR a disposizione, maggioranza blindata in Parlamento, debolezza dell’opposizione, elezione di Trump etc.) potrebbe esaurirsi.
Tra i motivi di nervosismo c’è sicuramente il prossimo referendum costituzionale sulla giustizia del 21/22 marzo, nel quale una battaglia che la destra dava per vinta a mani basse adesso è diventata contendibile e forse addirittura perdente.
Il Giornale non a caso ieri parlava di “escalation di violenza e garantismo giurisprudenziale”. E ancora, riferendosi a improbabili confronti con gli anni ‘70, ha scritto che: “oggi il livello di violenza è fortunatamente inferiore, ma chi lo esercita può contare su un livello di impunità garantito da magistrati pronti – pur di opporsi al governo – a rimettere in libertà chi viola la legge”.
E poi c’è la variabile Vannacci (l’ultima zampata di quell’avventuriero politico di Renzi) che potrebbe rosicchiare quel pizzico di voti capaci di ribaltare gli equilibri nei collegi elettorali e far perdere le elezioni alla destra.
Ci sono dunque molti motivi per i quali sembra che a voler seminare il caos nel paese e la sfiducia verso le istituzioni (in questo caso la magistratura, in altri il Parlamento), sia più il governo stesso, e i suoi apparati collaterali, che le manifestazioni.
Nello stesso brodo primordiale del caos, il governo butta i manifestanti, i magistrati, i cantanti filopalestinesi, le polemiche su Sanremo e, come al solito, la classica “pista anarchica” sui sabotaggi ai treni.
Sui sabotaggi ai treni però nessuna organizzazione o rete anarchica ha finora rivendicato l’azione. Ma, come è purtroppo storia nel nostro paese dalla strage di Piazza Fontana in poi, c’è sempre una “pista anarchica” da dare in pasto ai timori dell’opinione pubblica e alle carognate in politica. Chissà, se tornasse utile alla strategia del caos, già da domani potrebbe spuntare dal cilindro una “pista islamica” oppure una “pista russa”, entrambe funzionali al clima di guerra che si respira in Europa e quindi anche in Italia.
Si ha quasi la sensazione che in questa nuova “strategia della tensione”, gli esecutori di ieri siano diventati i mandanti di oggi. Teniamoli d’occhio e prepariamoci ad una opposizione politica e sociale degna di questo nome e capace di indicare un’alternativa.
Fonte
Ed allora sui social sono partiti subito gli anatemi della premier che tradiscono un bel po’ di nervosismo: “Sono i nemici dell’Italia e degli italiani, che manifestano contro le Olimpiadi, facendo finire queste immagini sulle televisioni di mezzo mondo. Dopo che altri hanno tranciato i cavi della ferrovia per impedire ai treni di partire”.
Le fa eco il Presidente del Senato Larussa: “Mentre il mondo rende ancora omaggio all’Italia per la bellissima cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Milano-Cortina 2026, delinquenti e violenti provano a sabotare linee ferroviarie e scendono in piazza per creare disordini”.
Indubbiamente questa insistenza sul connubio tra manifestazioni e treni semina una certa inquietudine – e qualche interrogativo – tra chi ha vissuto la storia recente del paese.
E non poteva mancare il ministro degli Interni Piantedosi, secondo cui: “C’è chi mira al caos generalizzato”. Nell’intervista di oggi al Corriere della Sera il ministro espone il suo teorema – piuttosto banale – secondo il quale il problema sono i cattivi maestri che però “si sono fatti vedere solo come osservatori”, tra questi ci sono “gli organizzatori di iniziative pubbliche nelle quali dichiarano di voler sovvertire il sistema democratico ed arrivare alla resa dei conti con lo Stato democratico”.
La tolleranza verso le manifestazioni annunciata all’inizio del suo mandato dalla premier Meloni, che definiva se stessa come underdog (una che viene dalle piazze e dalle strade), subito dopo le grandi manifestazioni per la Palestina, gli scioperi generali, le piazze riempite da una opposizione politica e sociale meno imbrigliata e imbranata del “campo largo”, sembra ormai sostituita da una vocazione repressiva e liberticida proprio contro le manifestazioni di dissenso politico oggi invece criminalizzate.
Curiosamente la stessa relazione del 2025 dei servizi di intelligence al Parlamento, aveva qualificato come dissenso politico le mobilitazioni dello scorso anno: “L’andamento della crisi in Medio Oriente, ha riportato sulla scena tematiche – condivise da anime diverse del dissenso – quali l’antimilitarismo, l’antisionismo, il sostegno alla causa palestinese” (p.16), includendo in tale categoria anche posizioni che le nuove leggi in discussione al Senato vorrebbero invece sanzionare e criminalizzare.
Gli esponenti della destra al governo appaiono decisamente nervosi, sentono che la terra comincia a smottare sotto i piedi e che la rendita di posizione di cui hanno potuto usufruire fino ad oggi (soldi del PNRR a disposizione, maggioranza blindata in Parlamento, debolezza dell’opposizione, elezione di Trump etc.) potrebbe esaurirsi.
Tra i motivi di nervosismo c’è sicuramente il prossimo referendum costituzionale sulla giustizia del 21/22 marzo, nel quale una battaglia che la destra dava per vinta a mani basse adesso è diventata contendibile e forse addirittura perdente.
Il Giornale non a caso ieri parlava di “escalation di violenza e garantismo giurisprudenziale”. E ancora, riferendosi a improbabili confronti con gli anni ‘70, ha scritto che: “oggi il livello di violenza è fortunatamente inferiore, ma chi lo esercita può contare su un livello di impunità garantito da magistrati pronti – pur di opporsi al governo – a rimettere in libertà chi viola la legge”.
E poi c’è la variabile Vannacci (l’ultima zampata di quell’avventuriero politico di Renzi) che potrebbe rosicchiare quel pizzico di voti capaci di ribaltare gli equilibri nei collegi elettorali e far perdere le elezioni alla destra.
Ci sono dunque molti motivi per i quali sembra che a voler seminare il caos nel paese e la sfiducia verso le istituzioni (in questo caso la magistratura, in altri il Parlamento), sia più il governo stesso, e i suoi apparati collaterali, che le manifestazioni.
Nello stesso brodo primordiale del caos, il governo butta i manifestanti, i magistrati, i cantanti filopalestinesi, le polemiche su Sanremo e, come al solito, la classica “pista anarchica” sui sabotaggi ai treni.
Sui sabotaggi ai treni però nessuna organizzazione o rete anarchica ha finora rivendicato l’azione. Ma, come è purtroppo storia nel nostro paese dalla strage di Piazza Fontana in poi, c’è sempre una “pista anarchica” da dare in pasto ai timori dell’opinione pubblica e alle carognate in politica. Chissà, se tornasse utile alla strategia del caos, già da domani potrebbe spuntare dal cilindro una “pista islamica” oppure una “pista russa”, entrambe funzionali al clima di guerra che si respira in Europa e quindi anche in Italia.
Si ha quasi la sensazione che in questa nuova “strategia della tensione”, gli esecutori di ieri siano diventati i mandanti di oggi. Teniamoli d’occhio e prepariamoci ad una opposizione politica e sociale degna di questo nome e capace di indicare un’alternativa.
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13/11/2025
L’Ucraina ha fatto la guerra all'“Europa”
La distruzione del North Stream, il più grave sabotaggio a una infrastruttura civile europea dalla Seconda guerra mondiale a oggi, non è stato solo un attacco agli interessi economici dei cittadini europei (che si ritrovano un costo della vita drammaticamente più alto, con milioni di persone ormai incapaci di sostenere i costi dei consumi minimi di una vita dignitosa) e al sistema industriale e aziendale del Vecchio continente (migliaia di aziende fallite solo negli ultimi anni).
È stato, soprattutto, un attacco devastante contro la sovranità dell’Europa e degli Stati che la compongono, che si sono trovati senza un’alternativa fondamentale di rifornimento energetico e, quindi, di leva contrattuale nei confronti di quella che è la forza politico-statuale egemone, gli Stati Uniti d’America. Che oggi, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, hanno rafforzato la presa sugli Stati europei, elevati a vittime sacrificali per il tentativo di sopravvivenza della superpotenza a stelle e strisce.
Lo si dice fin dall’inizio della guerra tra Nato e Russia: rompere i rapporti politico-economici tra Europa e Russia, al fine di rafforzare la sottomissione europea agli interessi d’oltreoceano (e della rete di élites socio-economiche europee-statunitensi-israeliana-britannica, s’intende), era il grande obiettivo strategico statunitense, pienamente raggiunto, nella guerra in Ucraina.
La classe politica euro-atlantista, che da anni sta facendo di tutto per rendere sempre più irrimediabile la spaccatura tra Stati europei e Russia (e Brics, più in generale), e che a parole si dichiara “europeista” e desiderosa di creare la “sovranità e indipendenza dell’Unione Europea”, è in realtà una pletora di servi corrotti agli interessi politici d’oltreoceano e delle élites europee collaborazioniste.
Di fatto, la corrottissima e vile classe dirigente europea ha accettato senza colpo ferire, e anzi esultando, il più grave attentato agli interessi politici ed economici dei popoli europei dalla Seconda guerra mondiale a oggi. Milioni di europei sono persino felici che il North Stream sia saltato in aria, nonostante ciò peggiori drasticamente le nostre condizioni economiche e politiche. È un qualcosa di clamoroso, quasi incredibile, che rappresenta un inedito nella storia moderna.
Milioni di persone felici di farsi del male, di peggiorare le proprie speranze di crescita economica, di veder fallire aziende, di vedere propri familiari e amici disoccupati e sull’orlo della povertà, di assistere al dissesto di servizi pubblici cui vengono meno ulteriori fondi.
Felici di finanziare e sostenere lo Stato, l’Ucraina, che ha distrutto il futuro degli europei. Felici di sottomettersi ai mandanti politici e operativi dell’operazione, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti d’America. È un qualcosa di semplicemente incredibile, il trionfo di un’ideologia folle e suicida, che sarà materia di studio per gli storici del futuro.
P.S. Ma vi ricordate gli imbecilli atlantisti che, all’indomani dell’attentato, ci venivano ad accusare di “filoputinismo” quando, usando semplicemente la logica degli interessi, dicevamo che non aveva alcun senso che il North Stream fosse stato distrutto dalla Russia, e che era del tutto verosimile che l’attentato fosse stato compiuto da ucraini col mandato e il supporto logicistico statunitense e britannico?
Idioti inquinatori del dibattito pubblico e dell’intelligenza pubblica. Nemici reali dei nostri interessi. Agenti del suicidio e dell’autodistruzione dell’Europa. Casi di studio per la storiografia del futuro e dei saggisti che si occupano dei danni dell’ideologia cieca e fanatica. Fanno rabbia, ma anche tanta pena.
Fonte
È stato, soprattutto, un attacco devastante contro la sovranità dell’Europa e degli Stati che la compongono, che si sono trovati senza un’alternativa fondamentale di rifornimento energetico e, quindi, di leva contrattuale nei confronti di quella che è la forza politico-statuale egemone, gli Stati Uniti d’America. Che oggi, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, hanno rafforzato la presa sugli Stati europei, elevati a vittime sacrificali per il tentativo di sopravvivenza della superpotenza a stelle e strisce.
Lo si dice fin dall’inizio della guerra tra Nato e Russia: rompere i rapporti politico-economici tra Europa e Russia, al fine di rafforzare la sottomissione europea agli interessi d’oltreoceano (e della rete di élites socio-economiche europee-statunitensi-israeliana-britannica, s’intende), era il grande obiettivo strategico statunitense, pienamente raggiunto, nella guerra in Ucraina.
La classe politica euro-atlantista, che da anni sta facendo di tutto per rendere sempre più irrimediabile la spaccatura tra Stati europei e Russia (e Brics, più in generale), e che a parole si dichiara “europeista” e desiderosa di creare la “sovranità e indipendenza dell’Unione Europea”, è in realtà una pletora di servi corrotti agli interessi politici d’oltreoceano e delle élites europee collaborazioniste.
Di fatto, la corrottissima e vile classe dirigente europea ha accettato senza colpo ferire, e anzi esultando, il più grave attentato agli interessi politici ed economici dei popoli europei dalla Seconda guerra mondiale a oggi. Milioni di europei sono persino felici che il North Stream sia saltato in aria, nonostante ciò peggiori drasticamente le nostre condizioni economiche e politiche. È un qualcosa di clamoroso, quasi incredibile, che rappresenta un inedito nella storia moderna.
Milioni di persone felici di farsi del male, di peggiorare le proprie speranze di crescita economica, di veder fallire aziende, di vedere propri familiari e amici disoccupati e sull’orlo della povertà, di assistere al dissesto di servizi pubblici cui vengono meno ulteriori fondi.
Felici di finanziare e sostenere lo Stato, l’Ucraina, che ha distrutto il futuro degli europei. Felici di sottomettersi ai mandanti politici e operativi dell’operazione, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti d’America. È un qualcosa di semplicemente incredibile, il trionfo di un’ideologia folle e suicida, che sarà materia di studio per gli storici del futuro.
P.S. Ma vi ricordate gli imbecilli atlantisti che, all’indomani dell’attentato, ci venivano ad accusare di “filoputinismo” quando, usando semplicemente la logica degli interessi, dicevamo che non aveva alcun senso che il North Stream fosse stato distrutto dalla Russia, e che era del tutto verosimile che l’attentato fosse stato compiuto da ucraini col mandato e il supporto logicistico statunitense e britannico?
Idioti inquinatori del dibattito pubblico e dell’intelligenza pubblica. Nemici reali dei nostri interessi. Agenti del suicidio e dell’autodistruzione dell’Europa. Casi di studio per la storiografia del futuro e dei saggisti che si occupano dei danni dell’ideologia cieca e fanatica. Fanno rabbia, ma anche tanta pena.
Fonte
24/10/2025
Bombe ucraine per gli “alleati” europei
Non butta per niente bene. E le ultime notizie intorno alla guerra in Ucraina appaiono tutte segnali di radicalizzazione ed escalation del conflitto, quasi solo per decisione dei vertici dell’Unione Europea.
C’è da segnalare che sul campo di battaglia le cose volgono chiaramente al peggio per l’esercito di Kiev, che ha addirittura annunciato il parziale ritiro da alcune postazioni strategiche difese fin qui strenuamente (Pokrovsk, Mirnograd, ecc.), mentre il ritmo dell’avanzata russa è cresciuto fino a oltre 36 km quadrati al giorno.
Gli analisti militari fanno notare che dopo questa linea difensiva non c’è praticamente nulla per decine di chilometri, solo campi e ben poche strade. Il morale delle truppe non è altissimo, i pochi reparti ucraini più efficienti vengono continuamente spostati per tamponare le situazioni più critiche ed il reclutamento è diventato una caccia all’uomo nelle città, che sempre più spesso provoca reazioni spontanee avverse dei cittadini.
Una situazione così critica che persino Zelenskij ha cominciato a dire che il congelamento dell’attuale linea del fronte sarebbe “un buon compromesso” per siglare intanto un cessate il fuoco (l’unica proposta reale fin qui arrivata da Trump), smentendosi però subito dopo con la richiesta di “aumentare la pressione su Mosca”.
Che fin qui si è tradotta nel 19° pacchetto di sanzioni europee e nell’annuncio, da parte di Trump, di sanzioni specifiche per Lukoil e Rosneft, due delle principali società petrolifere russe.
Pochi – tra i guerrafondai europei – hanno notato che l’annuncio Usa, arrivato dopo l’annullamento del previsto incontro con Putin a Budapest, ha fatto risalire il prezzo del greggio al di sopra dei 60 dollari al barile. Che è il livello sotto il quale l’estrazione tramite fracking diventa anti-economica. E gli Stati Uniti ormai sono ridotti ad estrarlo solo in questo modo, avendo di fatto esaurito i giacimenti più “facili”.
Insomma: si tratta più di un’autodifesa economica Usa che non di una vera offensiva verso la capacità commerciale russa, che nel frattempo vede crescere le forniture per grandi consumatori di energia (Cina e India su tutti), annullando così senza sforzo le suicide sanzioni europee (che danneggiano quasi soltanto l’economia UE).
Ma le cose, dicevamo, volgono al peggio proprio in Europa. Nelle stesse ore in cui il Consiglio europeo raggiungeva l’accordo per varare il “19% pacchetto” (evidentemente gli altri diciotto non sono serviti allo scopo dichiarato) e il divieto completo di comprare gas russo, alcuni attentati hanno preso di mira due raffinerie di petrolio sia in Ungheria che in Romania.
In Ungheria è stata colpita la raffineria MOL di Százhalombatta, che a quanto pare riceve petrolio russo, mentre in Romania è toccato allla Petrotel-Lukoil, una consociata locale della società madre russa.
Contemporaneamente la Polonia ha approvato una legge che dichiara “non punibili” gli attentati compiuti verso i beni di un “paese invasore”, giustificando così come pienamente legittima la distruzione del gasdotto Nord Stream 2. Il problema è ora convincere la magistratura tedesca, che ha individuato nei servizi ucraini gli autori del sabotaggio che ha lasciato la Germania senza le forniture di gas a basso costo che avevano sostenuto a lungo la sua produzione industriale.
Anche qui gli analisti militari hanno tirato rapidamente le conseguenze: i due attentati sul territorio dell’Unione Europea sono stati compiuti probabilmente dai servizi ucraini con il benestare della stessa UE. Un modo piuttosto sbrigativo, insomma, di colpire i renitenti agli ordini (l’Ungheria del fascista Orbàn) e i furbetti che in pubblico approvano le sanzioni ma in privato continuano a comprare idrocarburi da Mosca (la Romania).
Ciò configura un preoccupante salto di qualità nelle relazioni interne alla UE che va ben oltre il vecchio disegno di cancellare il diritto di veto individuale e così prendere decisioni vincolanti per tutti i membri “a maggioranza”.
Che le cose stiano così è praticamente ammesso dal ministro degli esteri di Varsavia, Radoslaw Sikorski, che con la consueta iattanza ha di fatto rivendicato l’attacco alla raffineria ungherese. Poco prima aveva infatti augurato al comandante delle Forze dei Sistemi Senza Pilota (USF) dell’Ucraina Robert Brovdi (“Magyar”) di distruggere l’oleodotto Druzhba, che porta il greggio russo inUngheria.
Ha espresso tale desiderio in una disputa virtuale con il suo omologo ungherese, Peter Szijjarto, sfottendolo apertamente: “spero che il vostro coraggioso compatriota, il maggiore Magyar, riesca finalmente a mettere fuori uso l’oleodotto che alimenta la macchina da guerra di Putin e che voi otteniate il vostro petrolio attraverso la Croazia”. Detto fatto...
La reazione ungherese non si è fatta attendere, concludendo che “tra nazioni alleate” (nella Nato, peraltro, oltre che nella UE) questo modo di fare porterebbe ad “azzerare le relazioni”. Quella russa si è limitata alla notazione ironica di Maria Zakharova, portavoce del ministero degli esteri, che ha soprannominato il quasi-collega polacco “Osama Bin Sikorski”.
È di fatto iniziata quella “guerra ibrida”, condotta con mezzi apertamente terroristici, che avevamo ipotizzato come reazione dei guerrafondai europei contro l’ipotesi di un accordo fra Trump e Putin raggiunto senza che al tavolo ci fossero né Kiev, né la UE.
Resta in primo piano comunque la domanda principale: spingere per la prosecuzione della guerra, e l’escalation, con quali obbiettivi? Battere la Russia facendo combattere gli ucraini si è rivelata un’illusione.
La guerra ha usurato certamente Mosca e fatto fare grandi affari al complesso militare-industriale occidentale, al di qua e al di là dell’Atlantico. Ma il “successo” non c’è e non è alle viste. La Russia resta molto coesa, socialmente, e soprattutto ha un arsenale nucleare sufficiente a distruggere parecchie volte il pianeta, così come gli Usa.
Dunque perché insistere così ottusamente? Tutte le guerre iniziano per un errato calcolo dei rapporti di forza, sopravvalutando le proprie capacità rispetto a quelle dell’avversario. Ma in questo caso – parliamo della sola UE, visto che gli Usa si vanno sganciando apertamente – il vantaggio europeo è solo sul piano economico.
Anche volendo contare gli effetti del “piano di riarmo” – ammesso e non concesso che possa essere davvero un “piano europeo” e non una somma di “piani nazionali” in concorrenza tra loro – si parla di anni per provare a raggiungere una parità sul terreno delle armi convenzionali. Mentre resterebbe affidata alla neghittosa America la copertura nucleare.
Più che un errore di calcolo, insomma, sembra cecità di fronte all’evidenza. E se si cominciano già a scambiare bombe e droni tra servizi interni all’Unione Europea, la situazione appare – come dire... – di assai difficile soluzione.
Fonte
C’è da segnalare che sul campo di battaglia le cose volgono chiaramente al peggio per l’esercito di Kiev, che ha addirittura annunciato il parziale ritiro da alcune postazioni strategiche difese fin qui strenuamente (Pokrovsk, Mirnograd, ecc.), mentre il ritmo dell’avanzata russa è cresciuto fino a oltre 36 km quadrati al giorno.
Gli analisti militari fanno notare che dopo questa linea difensiva non c’è praticamente nulla per decine di chilometri, solo campi e ben poche strade. Il morale delle truppe non è altissimo, i pochi reparti ucraini più efficienti vengono continuamente spostati per tamponare le situazioni più critiche ed il reclutamento è diventato una caccia all’uomo nelle città, che sempre più spesso provoca reazioni spontanee avverse dei cittadini.
Una situazione così critica che persino Zelenskij ha cominciato a dire che il congelamento dell’attuale linea del fronte sarebbe “un buon compromesso” per siglare intanto un cessate il fuoco (l’unica proposta reale fin qui arrivata da Trump), smentendosi però subito dopo con la richiesta di “aumentare la pressione su Mosca”.
Che fin qui si è tradotta nel 19° pacchetto di sanzioni europee e nell’annuncio, da parte di Trump, di sanzioni specifiche per Lukoil e Rosneft, due delle principali società petrolifere russe.
Pochi – tra i guerrafondai europei – hanno notato che l’annuncio Usa, arrivato dopo l’annullamento del previsto incontro con Putin a Budapest, ha fatto risalire il prezzo del greggio al di sopra dei 60 dollari al barile. Che è il livello sotto il quale l’estrazione tramite fracking diventa anti-economica. E gli Stati Uniti ormai sono ridotti ad estrarlo solo in questo modo, avendo di fatto esaurito i giacimenti più “facili”.
Insomma: si tratta più di un’autodifesa economica Usa che non di una vera offensiva verso la capacità commerciale russa, che nel frattempo vede crescere le forniture per grandi consumatori di energia (Cina e India su tutti), annullando così senza sforzo le suicide sanzioni europee (che danneggiano quasi soltanto l’economia UE).
Ma le cose, dicevamo, volgono al peggio proprio in Europa. Nelle stesse ore in cui il Consiglio europeo raggiungeva l’accordo per varare il “19% pacchetto” (evidentemente gli altri diciotto non sono serviti allo scopo dichiarato) e il divieto completo di comprare gas russo, alcuni attentati hanno preso di mira due raffinerie di petrolio sia in Ungheria che in Romania.
In Ungheria è stata colpita la raffineria MOL di Százhalombatta, che a quanto pare riceve petrolio russo, mentre in Romania è toccato allla Petrotel-Lukoil, una consociata locale della società madre russa.
Contemporaneamente la Polonia ha approvato una legge che dichiara “non punibili” gli attentati compiuti verso i beni di un “paese invasore”, giustificando così come pienamente legittima la distruzione del gasdotto Nord Stream 2. Il problema è ora convincere la magistratura tedesca, che ha individuato nei servizi ucraini gli autori del sabotaggio che ha lasciato la Germania senza le forniture di gas a basso costo che avevano sostenuto a lungo la sua produzione industriale.
Anche qui gli analisti militari hanno tirato rapidamente le conseguenze: i due attentati sul territorio dell’Unione Europea sono stati compiuti probabilmente dai servizi ucraini con il benestare della stessa UE. Un modo piuttosto sbrigativo, insomma, di colpire i renitenti agli ordini (l’Ungheria del fascista Orbàn) e i furbetti che in pubblico approvano le sanzioni ma in privato continuano a comprare idrocarburi da Mosca (la Romania).
Ciò configura un preoccupante salto di qualità nelle relazioni interne alla UE che va ben oltre il vecchio disegno di cancellare il diritto di veto individuale e così prendere decisioni vincolanti per tutti i membri “a maggioranza”.
Che le cose stiano così è praticamente ammesso dal ministro degli esteri di Varsavia, Radoslaw Sikorski, che con la consueta iattanza ha di fatto rivendicato l’attacco alla raffineria ungherese. Poco prima aveva infatti augurato al comandante delle Forze dei Sistemi Senza Pilota (USF) dell’Ucraina Robert Brovdi (“Magyar”) di distruggere l’oleodotto Druzhba, che porta il greggio russo inUngheria.
Ha espresso tale desiderio in una disputa virtuale con il suo omologo ungherese, Peter Szijjarto, sfottendolo apertamente: “spero che il vostro coraggioso compatriota, il maggiore Magyar, riesca finalmente a mettere fuori uso l’oleodotto che alimenta la macchina da guerra di Putin e che voi otteniate il vostro petrolio attraverso la Croazia”. Detto fatto...
La reazione ungherese non si è fatta attendere, concludendo che “tra nazioni alleate” (nella Nato, peraltro, oltre che nella UE) questo modo di fare porterebbe ad “azzerare le relazioni”. Quella russa si è limitata alla notazione ironica di Maria Zakharova, portavoce del ministero degli esteri, che ha soprannominato il quasi-collega polacco “Osama Bin Sikorski”.
È di fatto iniziata quella “guerra ibrida”, condotta con mezzi apertamente terroristici, che avevamo ipotizzato come reazione dei guerrafondai europei contro l’ipotesi di un accordo fra Trump e Putin raggiunto senza che al tavolo ci fossero né Kiev, né la UE.
Resta in primo piano comunque la domanda principale: spingere per la prosecuzione della guerra, e l’escalation, con quali obbiettivi? Battere la Russia facendo combattere gli ucraini si è rivelata un’illusione.
La guerra ha usurato certamente Mosca e fatto fare grandi affari al complesso militare-industriale occidentale, al di qua e al di là dell’Atlantico. Ma il “successo” non c’è e non è alle viste. La Russia resta molto coesa, socialmente, e soprattutto ha un arsenale nucleare sufficiente a distruggere parecchie volte il pianeta, così come gli Usa.
Dunque perché insistere così ottusamente? Tutte le guerre iniziano per un errato calcolo dei rapporti di forza, sopravvalutando le proprie capacità rispetto a quelle dell’avversario. Ma in questo caso – parliamo della sola UE, visto che gli Usa si vanno sganciando apertamente – il vantaggio europeo è solo sul piano economico.
Anche volendo contare gli effetti del “piano di riarmo” – ammesso e non concesso che possa essere davvero un “piano europeo” e non una somma di “piani nazionali” in concorrenza tra loro – si parla di anni per provare a raggiungere una parità sul terreno delle armi convenzionali. Mentre resterebbe affidata alla neghittosa America la copertura nucleare.
Più che un errore di calcolo, insomma, sembra cecità di fronte all’evidenza. E se si cominciano già a scambiare bombe e droni tra servizi interni all’Unione Europea, la situazione appare – come dire... – di assai difficile soluzione.
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19/10/2025
Annullata l’estradizione dell’sabotatore del Nord Stream arrestato in Italia
La Corte di Cassazione ha annullato la decisione presa lo scorso mercoledì dalla Corte d’appello di Bologna, che aveva dato disposizione di procedere con l’estradizione in Germania di Serhii Kuznietsov, ex capitano dell’Esercito ucraino a riposo ed ex membro dello SBU (il servizio di sicurezza di Kiev).
Il militare era stato arrestato il 21 agosto nel riminese da parte dei carabinieri, in esecuzione di un mandato d’arresto europeo emesso dalla Corte federale di giustizia tedesca con sede a Karlsruhe. L’accusa è quella di aver coordinato e gestito il sabotaggio con cui sono stati fatti saltare i gasdotti Nord Stream nel settembre 2022.
Stando a quel che riporta Repubblica, la Cassazione avrebbe accolto uno dei ricorsi della difesa dell’imputato, basato “sull’erronea qualificazione giuridica dei fatti nel mandato di arresto europeo”. In pratica, la Corte d’appello bolognese avrebbe formulato accuse non contemplate nel testo tedesco originario, originando così un vizio procedurale sostanziale.
Il caso sarà dunque riesaminato da un’altra commissione della stessa Corte d’appello, come ha confermato Nicola Canestrini, l’avvocato di Kuznietsov. Per avere però un quadro più preciso del procedimento giudiziario, bisognerà aspettare: le motivazioni della decisione non sono ancora state depositate, cosa che avverrà nelle prossime settimane.
“Nel frattempo – ha detto Canestrini – valuterò se esistono le condizioni per chiedere il rilascio del mio assistito, dal momento che è venuta meno la base legale per la detenzione”. Non cadono le accuse, ma Kuznietsov potrebbe essere rimesso in libertà. In questo caso, è facile aspettarsi che scompaia poco dopo per riapparire ‘magicamente’ in Ucraina.
Del resto, anche se la Germania non ha mai rinunciato a perseguire chi ha colpito un suo asset strategico, avevamo già scritto, al momento dell’arresto, di come ogni indagine fosse stata sabotata e i responsabili dell’attentato fossero stati aiutati a sfuggire alla giustizia tedesca. E, tra l’altro, avevamo già sottolineato come fosse difficile immaginare una presenza ‘non protetta’ di Kuznietsov in Italia.
Sollevano qualche dubbio ulteriore anche le parole di Canestrini stesso. Perché l’avvocato del militare ucraino ha detto che, con la negata estradizione, si conferma che “i diritti fondamentali e le garanzie processuali non possono mai essere sacrificati alla ragion di Stato. Né l’efficienza né la pressione politica possono giustificare la compressione del diritto a un processo equo”.
La sua affermazione è la legittima difesa della correttezza formale del procedimento giudiziario, che permette la tutela dell’imputato. Non ci può essere nulla da eccepire su questo. Ma non possiamo fare a meno di chiederci: ci sono state dunque pressioni politiche affinché la richiesta di estradizione andasse a buon fine? Se sì, da parte di chi nel caso? Lo stesso discorso può valere al contrario?
Proprio per la delicatezza del profilo in questione, è difficile immaginare che fosse in vacanza nel riminese senza che le autorità italiane ne fossero in qualche modo informate. Anche perché allora dovremmo considerare come piuttosto fallimentare lo sforzo di condivisione di informazioni sensibili tra le polizie europee.
Tanto più, se Kuznietsov dovesse essere rilasciato e poi dovesse effettivamente sparire, sarebbe ancora più difficile pensare che non ci sia stata alcuna connivenza da parte delle forze di sicurezza italiane, dopo l’evidente attenzionamento che sarà riservato alla sua figura, per il mandato d’arresto europeo che comunque pende sulla sua testa.
Nessun processo alle intenzioni, ci mancherebbe, ma abbiamo già visto due personalità su cui pendeva un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale attraversare l’Italia senza conseguenze (prima Almasri, poi Netanyahu). Ci sono anche casi in cui le coperture che contano possono saltare, perché alla fin fine si tratta di terrorismo internazionale, e qualcuno dovrà pur pagare, se si vuole rimanere anche solo minimamente credibili di fronte alla propaganda ‘democratica’.
Ma di questi tempi in cui il diritto “vale fino a un certo punto” non è detto che vada così. Tra l’altro, presso altri lidi sembrano essere più ostili e con meno cavilli di forma. Infatti, il mese scorso le autorità polacche hanno arrestato un altro cittadino ucraino, sospettato di essere uno dei sommozzatori coinvolto nel sabotaggio ai Nord Stream.
La Corte distrettuale di Varsavia, questo venerdì, si è pronunciata contro la sua estradizione, anche se la decisione può essere ancora impugnata. Il giudice ha però deciso di revocare anche la misura di custodia cautelare e di ordinare l’immediata scarcerazione del cittadino ucraino, poiché “la parte tedesca ha presentato solo informazioni molto generali”.
Ciò che va sottolineato è che, a inizio ottobre, il primo ministro polacco Donald Tusk aveva dichiarato che non era “nell’interesse della Polonia” estradare l’uomo, e che il problema riguardo il Nord Stream “non è che sia stato fatto saltare in aria, ma che sia stato costruito”. Questa è sicuramente una pressione politica, in direzione opposta a quella che avrebbe voluto Kuznietsov in viaggio per la Germania. L’Ucraina rimane pur sempre il capro espiatorio della guerra contro la Russia e del riarmo europeo.
Fonte
Il militare era stato arrestato il 21 agosto nel riminese da parte dei carabinieri, in esecuzione di un mandato d’arresto europeo emesso dalla Corte federale di giustizia tedesca con sede a Karlsruhe. L’accusa è quella di aver coordinato e gestito il sabotaggio con cui sono stati fatti saltare i gasdotti Nord Stream nel settembre 2022.
Stando a quel che riporta Repubblica, la Cassazione avrebbe accolto uno dei ricorsi della difesa dell’imputato, basato “sull’erronea qualificazione giuridica dei fatti nel mandato di arresto europeo”. In pratica, la Corte d’appello bolognese avrebbe formulato accuse non contemplate nel testo tedesco originario, originando così un vizio procedurale sostanziale.
Il caso sarà dunque riesaminato da un’altra commissione della stessa Corte d’appello, come ha confermato Nicola Canestrini, l’avvocato di Kuznietsov. Per avere però un quadro più preciso del procedimento giudiziario, bisognerà aspettare: le motivazioni della decisione non sono ancora state depositate, cosa che avverrà nelle prossime settimane.
“Nel frattempo – ha detto Canestrini – valuterò se esistono le condizioni per chiedere il rilascio del mio assistito, dal momento che è venuta meno la base legale per la detenzione”. Non cadono le accuse, ma Kuznietsov potrebbe essere rimesso in libertà. In questo caso, è facile aspettarsi che scompaia poco dopo per riapparire ‘magicamente’ in Ucraina.
Del resto, anche se la Germania non ha mai rinunciato a perseguire chi ha colpito un suo asset strategico, avevamo già scritto, al momento dell’arresto, di come ogni indagine fosse stata sabotata e i responsabili dell’attentato fossero stati aiutati a sfuggire alla giustizia tedesca. E, tra l’altro, avevamo già sottolineato come fosse difficile immaginare una presenza ‘non protetta’ di Kuznietsov in Italia.
Sollevano qualche dubbio ulteriore anche le parole di Canestrini stesso. Perché l’avvocato del militare ucraino ha detto che, con la negata estradizione, si conferma che “i diritti fondamentali e le garanzie processuali non possono mai essere sacrificati alla ragion di Stato. Né l’efficienza né la pressione politica possono giustificare la compressione del diritto a un processo equo”.
La sua affermazione è la legittima difesa della correttezza formale del procedimento giudiziario, che permette la tutela dell’imputato. Non ci può essere nulla da eccepire su questo. Ma non possiamo fare a meno di chiederci: ci sono state dunque pressioni politiche affinché la richiesta di estradizione andasse a buon fine? Se sì, da parte di chi nel caso? Lo stesso discorso può valere al contrario?
Proprio per la delicatezza del profilo in questione, è difficile immaginare che fosse in vacanza nel riminese senza che le autorità italiane ne fossero in qualche modo informate. Anche perché allora dovremmo considerare come piuttosto fallimentare lo sforzo di condivisione di informazioni sensibili tra le polizie europee.
Tanto più, se Kuznietsov dovesse essere rilasciato e poi dovesse effettivamente sparire, sarebbe ancora più difficile pensare che non ci sia stata alcuna connivenza da parte delle forze di sicurezza italiane, dopo l’evidente attenzionamento che sarà riservato alla sua figura, per il mandato d’arresto europeo che comunque pende sulla sua testa.
Nessun processo alle intenzioni, ci mancherebbe, ma abbiamo già visto due personalità su cui pendeva un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale attraversare l’Italia senza conseguenze (prima Almasri, poi Netanyahu). Ci sono anche casi in cui le coperture che contano possono saltare, perché alla fin fine si tratta di terrorismo internazionale, e qualcuno dovrà pur pagare, se si vuole rimanere anche solo minimamente credibili di fronte alla propaganda ‘democratica’.
Ma di questi tempi in cui il diritto “vale fino a un certo punto” non è detto che vada così. Tra l’altro, presso altri lidi sembrano essere più ostili e con meno cavilli di forma. Infatti, il mese scorso le autorità polacche hanno arrestato un altro cittadino ucraino, sospettato di essere uno dei sommozzatori coinvolto nel sabotaggio ai Nord Stream.
La Corte distrettuale di Varsavia, questo venerdì, si è pronunciata contro la sua estradizione, anche se la decisione può essere ancora impugnata. Il giudice ha però deciso di revocare anche la misura di custodia cautelare e di ordinare l’immediata scarcerazione del cittadino ucraino, poiché “la parte tedesca ha presentato solo informazioni molto generali”.
Ciò che va sottolineato è che, a inizio ottobre, il primo ministro polacco Donald Tusk aveva dichiarato che non era “nell’interesse della Polonia” estradare l’uomo, e che il problema riguardo il Nord Stream “non è che sia stato fatto saltare in aria, ma che sia stato costruito”. Questa è sicuramente una pressione politica, in direzione opposta a quella che avrebbe voluto Kuznietsov in viaggio per la Germania. L’Ucraina rimane pur sempre il capro espiatorio della guerra contro la Russia e del riarmo europeo.
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22/08/2025
Arrestato a Rimini uno dei presunti attentatori del Nord Stream
Nella notte tra il 20 e il 21 agosto, i carabinieri di Misano Adriatico hanno arrestato un uomo di origine ucraina, il quale avrebbe partecipato all’atto terroristico che ha messo fuori uso i due gasdotti Nord Stream, nel settembre 2022.
Il mandato di cattura era stato emesso dal giudice istruttore della Corte federale di giustizia tedesca lo scorso 18 agosto 2025.
L’uomo, di 49 anni e indicato col nome Serhii Kuzientsov, si trovava a San Clemente, in provincia di Rimini, in vacanza insieme alla famiglia (tra cui due bambine di 6 e 9 anni). Viaggiavano su uno yacht a vela, lo stesso con cui sarebbero stati commessi gli atti di sabotaggio del Nord Stream: l’Andromeda.
Attraverso attività di monitoraggio, su input delle autorità tedesche e dell’Interpol, è stato infine eseguito l’arresto. Oggi, dal carcere riminese di Casetti, l’uomo verrà portato a Bologna, dove alle 12 avrà luogo l’udienza per la convalida dell’arresto su mandato europeo.
In effetti, i carabinieri si sono limitati a eseguire un mandato di cattura europeo diffuso dalla Procura di Karlsruhe, e ora l’uomo dovrà rispondere delle accuse di fronte ai giudici tedeschi.
Serhii Kuzientsov è considerato tra gli uomini che hanno coordinato l’atto di sabotaggio del 2022: non solo e non tanto, dunque, un esecutore materiale, quanto uno degli uomini che hanno gestito l’operazione dall’imbarcazione. Un pezzo grosso dei servizi segreti ucraini, insomma.
E proprio il fatto che fosse a Rimini con lo stesso vascello, già posto sotto la luce dei riflettori, e che viaggiasse con tranquillità in auto, con il proprio regolare passaporto (e non con documenti falsi, come era successo nel Baltico), convinto di non correre alcun pericolo in “territorio amico”, fa sorgere alcune domande.
Svezia e Danimarca avevano abbandonato le indagini, avendo accertato che non c’era stato alcun coinvolgimento di territori e cittadini dei rispettivi paesi negli attentati.
Non aveva fatto lo stesso la Germania – di fatto e di diritto co-proprietaria del gasdotto costruito insieme alla Russia – che ha continuato a scavare nella vicenda, anche se ogni volta che si arrivava a “nominare i colpevoli” (i servizi ucraini, insieme a quelli britannici e statunitensi), motivi di “sicurezza nazionale” bloccavano lo sviluppo delle indagini.
Il problema è che, esaurita la propaganda sulla Russia che “distrugge una sua infrastruttura strategica per fare un dispetto all’Occidente”, tutti gli elementi indicavano che il sabotaggio era stato condotto da un commando ucraino, col sostegno della Polonia e, quantomeno, la conoscenza dei servizi segreti statunitensi, che erano sicuramente ben contenti di avallare questo colpo a Mosca e, insieme, alle velleità di autonomia europea.
A Berlino, fin qui, avevano dunque pensato bene di non scoperchiare il vaso di Pandora, e avevano sepolto sotto i piedi sia la propria “sovranità” che l’iniziativa giudiziaria.
Bisogna dire che, ad ogni modo, uno degli uomini del commando ucraino, un istruttore subacqueo identificato come Volodymyr Zhuravlov, è stato fatto fuggire dalla Polonia, su una macchina dell’ambasciata ucraina di Varsavia, nonostante la richiesta di arresto da parte di Berlino.
La Germania non ha, dunque, mai davvero rinunciato ad assicurare alla giustizia i sabotatori del Nord Stream. Ha semplicemente rimandato a un momento più consono, in cui magari fa meno scalpore braccare un terrorista ucraino, fino a pochi mesi fa facilmente spendibile nei media come un eroe di guerra.
Evidentemente qualcosa sta cambiando, e certe “coperture” non sono più così stringenti.
Eppure, c’è un ultimo elemento che non va dimenticato. Non può che risultare curioso il fatto che sia stata la riviera di Rimini il luogo prescelto per le vacanze di Serhii Kuzientsov, proprio a bordo dello stesso yacht che sarebbe stato usato per i sabotaggi nel Mar Baltico. I servizi ucraini danno costantemente la caccia alle navi russe e alla sua ‘flotta ombra’.
A febbraio una petroliera è stata squarciata da alcune esplosioni a poche centinaia di metri dal porto di Savona. Che fosse effettivamente affiliata al Cremlino, e che sia stato un commando ucraino a portare a termine l’operazione, non è certo in questo momento.
Ma l’ipotesi è presente, e che Serhii Kuzientsov abbia scelto l’Italia come meta delle proprie vacanze e l’Andromeda come mezzo impone, per lo meno, indagini approfondite su collegamenti che l’uomo possa avere nel Belpaese.
Fonte
Il mandato di cattura era stato emesso dal giudice istruttore della Corte federale di giustizia tedesca lo scorso 18 agosto 2025.
L’uomo, di 49 anni e indicato col nome Serhii Kuzientsov, si trovava a San Clemente, in provincia di Rimini, in vacanza insieme alla famiglia (tra cui due bambine di 6 e 9 anni). Viaggiavano su uno yacht a vela, lo stesso con cui sarebbero stati commessi gli atti di sabotaggio del Nord Stream: l’Andromeda.
Attraverso attività di monitoraggio, su input delle autorità tedesche e dell’Interpol, è stato infine eseguito l’arresto. Oggi, dal carcere riminese di Casetti, l’uomo verrà portato a Bologna, dove alle 12 avrà luogo l’udienza per la convalida dell’arresto su mandato europeo.
In effetti, i carabinieri si sono limitati a eseguire un mandato di cattura europeo diffuso dalla Procura di Karlsruhe, e ora l’uomo dovrà rispondere delle accuse di fronte ai giudici tedeschi.
Serhii Kuzientsov è considerato tra gli uomini che hanno coordinato l’atto di sabotaggio del 2022: non solo e non tanto, dunque, un esecutore materiale, quanto uno degli uomini che hanno gestito l’operazione dall’imbarcazione. Un pezzo grosso dei servizi segreti ucraini, insomma.
E proprio il fatto che fosse a Rimini con lo stesso vascello, già posto sotto la luce dei riflettori, e che viaggiasse con tranquillità in auto, con il proprio regolare passaporto (e non con documenti falsi, come era successo nel Baltico), convinto di non correre alcun pericolo in “territorio amico”, fa sorgere alcune domande.
Svezia e Danimarca avevano abbandonato le indagini, avendo accertato che non c’era stato alcun coinvolgimento di territori e cittadini dei rispettivi paesi negli attentati.
Non aveva fatto lo stesso la Germania – di fatto e di diritto co-proprietaria del gasdotto costruito insieme alla Russia – che ha continuato a scavare nella vicenda, anche se ogni volta che si arrivava a “nominare i colpevoli” (i servizi ucraini, insieme a quelli britannici e statunitensi), motivi di “sicurezza nazionale” bloccavano lo sviluppo delle indagini.
Il problema è che, esaurita la propaganda sulla Russia che “distrugge una sua infrastruttura strategica per fare un dispetto all’Occidente”, tutti gli elementi indicavano che il sabotaggio era stato condotto da un commando ucraino, col sostegno della Polonia e, quantomeno, la conoscenza dei servizi segreti statunitensi, che erano sicuramente ben contenti di avallare questo colpo a Mosca e, insieme, alle velleità di autonomia europea.
A Berlino, fin qui, avevano dunque pensato bene di non scoperchiare il vaso di Pandora, e avevano sepolto sotto i piedi sia la propria “sovranità” che l’iniziativa giudiziaria.
Bisogna dire che, ad ogni modo, uno degli uomini del commando ucraino, un istruttore subacqueo identificato come Volodymyr Zhuravlov, è stato fatto fuggire dalla Polonia, su una macchina dell’ambasciata ucraina di Varsavia, nonostante la richiesta di arresto da parte di Berlino.
La Germania non ha, dunque, mai davvero rinunciato ad assicurare alla giustizia i sabotatori del Nord Stream. Ha semplicemente rimandato a un momento più consono, in cui magari fa meno scalpore braccare un terrorista ucraino, fino a pochi mesi fa facilmente spendibile nei media come un eroe di guerra.
Evidentemente qualcosa sta cambiando, e certe “coperture” non sono più così stringenti.
Eppure, c’è un ultimo elemento che non va dimenticato. Non può che risultare curioso il fatto che sia stata la riviera di Rimini il luogo prescelto per le vacanze di Serhii Kuzientsov, proprio a bordo dello stesso yacht che sarebbe stato usato per i sabotaggi nel Mar Baltico. I servizi ucraini danno costantemente la caccia alle navi russe e alla sua ‘flotta ombra’.
A febbraio una petroliera è stata squarciata da alcune esplosioni a poche centinaia di metri dal porto di Savona. Che fosse effettivamente affiliata al Cremlino, e che sia stato un commando ucraino a portare a termine l’operazione, non è certo in questo momento.
Ma l’ipotesi è presente, e che Serhii Kuzientsov abbia scelto l’Italia come meta delle proprie vacanze e l’Andromeda come mezzo impone, per lo meno, indagini approfondite su collegamenti che l’uomo possa avere nel Belpaese.
Fonte
12/08/2025
L'UE vorrebbe sabotare il vertice Usa-Russia in Alaska
La Russia ha replicato severamente ai tentativi dei paesi europei di boicottare i tentativi di Donald Trump di raggiungere la pace in Ucraina, a cinque giorni dal vertice con Vladimir Putin in Alaska.
“Gli euroimbecilli cercano di ostacolare i tentativi americani di aiutare a risolvere il conflitto ucraino”, ha affermato con la consueta ruvidità l’ex presidente russo Dimitry Medvedev, dopo che, in una dichiarazione congiunta, i leader di Francia, Italia, Germania, Polonia, Finlandia e della UE hanno ribadito il loro “incrollabile impegno” per “l’integrità territoriale dell’Ucraina” e hanno fatto appello a “fare pressione su Mosca” con “misure restrittive”.
I leader europei stanno facendo pressione su Washington affinché intensifichi la portata delle sanzioni contro Mosca in vista del faccia a faccia fra Trump e Putin. A riportarlo è il Financial Times citando alcune fonti, secondo le quali durante l’incontro di sabato nel Regno Unito i consiglieri europei e ucraini hanno sostenuto che Washington dovrebbe esercitare più pressione sulla Russia attraverso minacce di sanzioni.
L’alta rappresentante per la politica estera dell’Ue, Kaja Kallas, ha convocato appositamente una riunione straordinaria dei ministri degli esteri, affermando che “tutti i territori temporaneamente occupati (dai russi) appartengono all’Ucraina”.
No, quindi, all’offerta di Mosca che a Bruxelles viene definita “a senso unico”. Una posizione non condivisa da Slovacchia e Ungheria.
Trump aveva invece esplicitamente parlato di “scambi di territori” per arrivare alla pace, ribadendo infine – nella conferenza stampa fluviale di ieri sera – che al tavolo delle trattative per ora non ci saranno né Zelenskij né “gli imbecilli” della UE.
Il vice presidente Usa, J.D. Vance, ha insistito inoltre sulla necessità di un compromesso in un’intervista a Fox News, in cui ha osservato che “l’accordo alla fine non renderà felici né la Russia né l’Ucraina”.
Infine, nonostante i sogni della Polonia, non ci sono finora segnali di un eventuale invito del presidente ucraino Zelensky al vertice di ferragosto tra Russia e Stati Uniti in Alaska.
Il ministro della Difesa polacco, Kosiniak-Kamysz, aveva fantasticato su questo: “Credo che il presidente Zelensky sarà invitato. Oggi emergono alcune informazioni secondo cui esiste la possibilità che il presidente Zelensky sia presente all’incontro tra il presidente Trump e Putin. Sarebbe la decisione migliore e credo che accadrà”.
A suo avviso, raggiungere un accordo di cessate il fuoco con la partecipazione del Presidente Zelensky è ora più vicino che mai. E poi, confermando la natura reazionaria della Polonia di ieri e di oggi, ha aggiunto che se ciò dovesse avvenire il 15 agosto, anniversario della vittoria sui bolscevichi nella Battaglia di Varsavia del 1920, sarebbe “il regalo più bello” per questa parte del mondo e per il futuro della regione.
Hanno in mente i fantasmi del passato e vorrebbero decidere sulle sorti del presente e del futuro. Questa è gente decisamente pericolosa per l’Europa ed il Mondo.
Fonte
“Gli euroimbecilli cercano di ostacolare i tentativi americani di aiutare a risolvere il conflitto ucraino”, ha affermato con la consueta ruvidità l’ex presidente russo Dimitry Medvedev, dopo che, in una dichiarazione congiunta, i leader di Francia, Italia, Germania, Polonia, Finlandia e della UE hanno ribadito il loro “incrollabile impegno” per “l’integrità territoriale dell’Ucraina” e hanno fatto appello a “fare pressione su Mosca” con “misure restrittive”.
I leader europei stanno facendo pressione su Washington affinché intensifichi la portata delle sanzioni contro Mosca in vista del faccia a faccia fra Trump e Putin. A riportarlo è il Financial Times citando alcune fonti, secondo le quali durante l’incontro di sabato nel Regno Unito i consiglieri europei e ucraini hanno sostenuto che Washington dovrebbe esercitare più pressione sulla Russia attraverso minacce di sanzioni.
L’alta rappresentante per la politica estera dell’Ue, Kaja Kallas, ha convocato appositamente una riunione straordinaria dei ministri degli esteri, affermando che “tutti i territori temporaneamente occupati (dai russi) appartengono all’Ucraina”.
No, quindi, all’offerta di Mosca che a Bruxelles viene definita “a senso unico”. Una posizione non condivisa da Slovacchia e Ungheria.
Trump aveva invece esplicitamente parlato di “scambi di territori” per arrivare alla pace, ribadendo infine – nella conferenza stampa fluviale di ieri sera – che al tavolo delle trattative per ora non ci saranno né Zelenskij né “gli imbecilli” della UE.
Il vice presidente Usa, J.D. Vance, ha insistito inoltre sulla necessità di un compromesso in un’intervista a Fox News, in cui ha osservato che “l’accordo alla fine non renderà felici né la Russia né l’Ucraina”.
Infine, nonostante i sogni della Polonia, non ci sono finora segnali di un eventuale invito del presidente ucraino Zelensky al vertice di ferragosto tra Russia e Stati Uniti in Alaska.
Il ministro della Difesa polacco, Kosiniak-Kamysz, aveva fantasticato su questo: “Credo che il presidente Zelensky sarà invitato. Oggi emergono alcune informazioni secondo cui esiste la possibilità che il presidente Zelensky sia presente all’incontro tra il presidente Trump e Putin. Sarebbe la decisione migliore e credo che accadrà”.
A suo avviso, raggiungere un accordo di cessate il fuoco con la partecipazione del Presidente Zelensky è ora più vicino che mai. E poi, confermando la natura reazionaria della Polonia di ieri e di oggi, ha aggiunto che se ciò dovesse avvenire il 15 agosto, anniversario della vittoria sui bolscevichi nella Battaglia di Varsavia del 1920, sarebbe “il regalo più bello” per questa parte del mondo e per il futuro della regione.
Hanno in mente i fantasmi del passato e vorrebbero decidere sulle sorti del presente e del futuro. Questa è gente decisamente pericolosa per l’Europa ed il Mondo.
Fonte
03/07/2025
La Libia entra nella “guerra sporca” contro la Russia
Gli Stati Uniti hanno effettuato questa mattina una doppia missione di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR) nello spazio aereo internazionale al largo della costa occidentale della Libia.
A riferirlo è l’agenzia Nova che riporta quanto rivelato dal sito web specializzato “Itamilradar”, che monitora in tempo reale i movimenti dell’aviazione militare nella regione euro-mediterranea. Secondo quanto riportato, un Bombardier 650 Artemis dell’esercito statunitense (marche N488CR) ha sorvolato per diverse ore le acque internazionali a nord di Tripoli, seguendo un tracciato ellittico tipico delle operazioni di raccolta di segnali elettronici (Sigint). In parallelo, un velivolo senza pilota della Marina Usa, un MQ-4C Triton (matricola 169804, callsign BLKCAT5), ha condotto una missione nella stessa area.
L’impiego simultaneo di due aerei spia ad altissima tecnologia, suggerisce un’operazione coordinata di raccolta informativa. Obiettivi potenziali potrebbero includere il monitoraggio delle milizie locali, dei flussi di contrabbando e della presenza militare straniera nella Libia occidentale.
E proprio in Libia si è consumato in questi giorni un altro episodio della guerra sporca contro la Russia in aree lontane da quelle del fronte in Ucraina.
Secondo i servizi segreti di Kiev, la petroliera Vilamoura, a bordo della quale si è verificata un’esplosione lo scorso 27 giugno, apparteneva alla cosiddetta “flotta ombra” russa. L’esplosione, verificatasi nel vano motore della nave, è avvenuta mentre navigava a circa 150 chilometri a nord-est delle acque territoriali libiche.
Secondo la società di consulenza Vanguard Tech, si tratta della quinta esplosione di questo tipo registrata nel 2025. Tutte le navi coinvolte risultavano essere transitate da porti russi. La nave ha lasciato l’ancoraggio di Zueitina, in Libia. La petroliera ha un pescaggio di 17 metri, è lunga 274 metri e larga 48 metri. La nave danneggiata è stata agganciata nel Golfo di Laconia, in Grecia, dal rimorchiatore antincendio Boka Summit, battente bandiera maltese, per una valutazione tecnica delle sue condizioni.
La Russia, come noto, sostiene da anni il governo “parallelo” della Cirenaica in conflitto con quello di Tripoli ed ha visto crescere la propria presenza economica e militare nella Libia orientale, dunque sul Mediterraneo, suscitando le preoccupate contromisure della Nato.
Fonte
A riferirlo è l’agenzia Nova che riporta quanto rivelato dal sito web specializzato “Itamilradar”, che monitora in tempo reale i movimenti dell’aviazione militare nella regione euro-mediterranea. Secondo quanto riportato, un Bombardier 650 Artemis dell’esercito statunitense (marche N488CR) ha sorvolato per diverse ore le acque internazionali a nord di Tripoli, seguendo un tracciato ellittico tipico delle operazioni di raccolta di segnali elettronici (Sigint). In parallelo, un velivolo senza pilota della Marina Usa, un MQ-4C Triton (matricola 169804, callsign BLKCAT5), ha condotto una missione nella stessa area.
L’impiego simultaneo di due aerei spia ad altissima tecnologia, suggerisce un’operazione coordinata di raccolta informativa. Obiettivi potenziali potrebbero includere il monitoraggio delle milizie locali, dei flussi di contrabbando e della presenza militare straniera nella Libia occidentale.
E proprio in Libia si è consumato in questi giorni un altro episodio della guerra sporca contro la Russia in aree lontane da quelle del fronte in Ucraina.
Secondo i servizi segreti di Kiev, la petroliera Vilamoura, a bordo della quale si è verificata un’esplosione lo scorso 27 giugno, apparteneva alla cosiddetta “flotta ombra” russa. L’esplosione, verificatasi nel vano motore della nave, è avvenuta mentre navigava a circa 150 chilometri a nord-est delle acque territoriali libiche.
Secondo la società di consulenza Vanguard Tech, si tratta della quinta esplosione di questo tipo registrata nel 2025. Tutte le navi coinvolte risultavano essere transitate da porti russi. La nave ha lasciato l’ancoraggio di Zueitina, in Libia. La petroliera ha un pescaggio di 17 metri, è lunga 274 metri e larga 48 metri. La nave danneggiata è stata agganciata nel Golfo di Laconia, in Grecia, dal rimorchiatore antincendio Boka Summit, battente bandiera maltese, per una valutazione tecnica delle sue condizioni.
La Russia, come noto, sostiene da anni il governo “parallelo” della Cirenaica in conflitto con quello di Tripoli ed ha visto crescere la propria presenza economica e militare nella Libia orientale, dunque sul Mediterraneo, suscitando le preoccupate contromisure della Nato.
Fonte
21/06/2025
L’Iran reprime le attività del Mossad in tutto il paese
Nelle prime ore del 13 giugno, Israele ha lanciato un feroce attacco aereo in Iran, uccidendo una dozzina di comandanti di alto rango del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, almeno sei scienziati nucleari e colpendo i principali impianti nucleari di Natanz e Khondab. Anche diverse installazioni militari iraniane sono state colpite nell’arco di 12 ore.
La portata e il coordinamento degli attacchi hanno provocato quello che un funzionario iraniano ha descritto come “un momento di trauma nazionale”. L’attacco alle infrastrutture militari e nucleari ha inviato un messaggio agghiacciante: Tel Aviv sapeva esattamente dove e quando colpire.
Trauma e sgomento
La gravità dell’attacco, e la morte di due degli ufficiali iraniani di più alto rango, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito, il Generale di Brigata Mohammad Bagheri, insieme alla moglie e alla figlia, e il comandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica Hossein Salami, hanno sconvolto l’opinione pubblica e l’istitutivo politico iraniani.
L’aspetto più allarmante è stato quello che inizialmente sembrava un completo fallimento dei sistemi di difesa aerea iraniani nell’intercettare aerei e missili israeliani. Gli osservatori hanno ipotizzato che un attacco informatico su larga scala avesse messo fuori uso la difesa aerea iraniana, che i sistemi fossero stati sistematicamente presi di mira o, come rivelato da resoconti successivi, che il Mossad avesse introdotto clandestinamente in Iran piccoli droni armati e cariche esplosive, posizionandoli vicino a radar e batterie missilistiche per sabotare i sistemi di difesa aerea dall’interno.
Le autorità iraniane non hanno ancora fornito una spiegazione completa. I sistemi di difesa aerea avrebbero iniziato a intercettare i velivoli israeliani solo mezza giornata dopo.
Dopo due giorni di attacchi ininterrotti con droni, e missili lanciati da caccia fuori dall’Iran, l’esercito israeliano ha diffuso un video che mostrava presunti collaboratori iraniani che installavano lanciatori. Il filmato ha immediatamente fatto scattare l’allarme sulla presenza di agenti del Mossad e mercenari che operavano all’interno dei confini iraniani.
Punti di lancio interni
Il metodo di attacco ha portato a una triste constatazione: gran parte della potenza di fuoco e dei droni israeliani venivano lanciati dall’interno del territorio iraniano da collaboratori e agenti locali, in modo molto simile agli eventi di appena due settimane fa all’interno dei confini russi, quando l’Ucraina, presumibilmente sostenuta dai servizi segreti britannici e di altri Paesi occidentali, ha lanciato attacchi con droni contro basi aeree russe.
La strategia israeliana sembrava essere una replica di quella ucraina, e i suoi autori probabilmente le stesse agenzie di spionaggio.
Le autorità iraniane hanno scoperto che i droni e i quadricotteri suicidi utilizzati negli assassini di personaggi di alto profilo, dai comandanti militari agli scienziati nucleari, erano piccoli ma letali, e spesso lanciati con sistemi a spalla o posizionati a terra.
I servizi di sicurezza hanno iniziato a ricevere segnalazioni di furgoni e camion merci sospetti avvistati vicino alle aree prese di mira. Un video ampiamente diffuso, girato da un civile e trasmesso sui social media, mostrava un missile lanciato da terra in un’area residenziale. Questo ha convinto i servizi segreti iraniani che agenti professionisti del Mossad e cellule dormienti locali ben organizzate stessero conducendo attacchi dall’interno.
In risposta, il Ministero dell’Intelligence iraniano ha lanciato un appello pubblico esortando i cittadini a essere vigili e a segnalare individui, abitazioni, mini-camion e furgoni sospetti, confermando per la prima volta che “i veicoli vengono utilizzati per lanciare droni e guidare missili”.
Vigilanza e arresti da parte dei cittadini
La dichiarazione del Ministero ha innescato un’ampia mobilitazione pubblica. Gruppi di volontari hanno eretto posti di blocco nelle province di Lorestan e Fars, ispezionando camion e furgoni.
A partire dal 15 giugno, le unità paramilitari volontarie Basij iraniane avevano iniziato a pattugliare le strade cittadine di notte.
Funzionari dei servizi segreti e della polizia hanno segnalato un’impennata di segnalazioni da parte di civili, che ha portato a diverse scoperte significative. Nel Lorestan, le autorità hanno sequestrato droni carichi di esplosivo da una villa di proprietà di un importante neurologo e chirurgo vicino a Khorramabad. Un altro video proveniente dalla stessa provincia mostrava cittadini che arrestavano un uomo accusato di spionaggio.
Il 14 giugno, in seguito agli attacchi che hanno incendiato un deposito di carburante a Shahran e un deposito di petrolio nel Sud di Teheran, le forze dell’ordine hanno fatto irruzione in un’officina a Shahr-e Rey. Lì hanno scoperto 200 chilogrammi di esplosivo, 23 droni e lanciatori, sistemi di controllo remoto e un furgoncino Nissan blu, lo stesso modello utilizzato nell’assassinio del 2020 dello scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh.
Ulteriori officine per l’assemblaggio di droni sono state trovate a Isfahan e Karaj, entrambe sotto attacco israeliano.
Il quotidiano Khorasan ha successivamente riportato che le forze di sicurezza hanno scoperto lanciamissili anticarro Spike controllati da remoto, utilizzati per distrarre le difese aeree iraniane, consentendo agli aerei israeliani di penetrare nello spazio aereo iraniano.
Il passaggio di Israele agli attentati terroristici
Con le operazioni dei droni smascherate e sventate, gli agenti israeliani sono tornati alla loro collaudata tattica delle autobombe, da tempo un segno distintivo degli omicidi segreti di Tel Aviv in tutta l’Asia Occidentale.
Il 15 giugno, un’enorme autobomba è esplosa nel centro di Teheran, ferendo civili e uccidendo tre alti ufficiali dei servizi segreti del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, tra cui Mohammad Kazemi, capo dell’organizzazione di spionaggio del Corpo.
Ore dopo, una seconda bomba è esplosa vicino all’aeroporto di Mashhad, danneggiando infrastrutture critiche nei pressi del Santuario dell’Ottavo Imam Sciita, Ali al-Ridha. Lo stesso giorno, un terzo ordigno fu trovato e disinnescato in un parco di Shahr-e Rey.
La rete di collaboratori
Il Mossad israeliano coltiva da tempo cellule dormienti all’interno dell’Iran per missioni che includono sabotaggio, omicidi mirati, spionaggio e terrorismo. L’assassinio del 2020 del noto scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh, eseguito con l’ausilio di un’arma telecomandata e di risorse interne, ha segnato uno dei primi e più devastanti esempi di questa profonda infiltrazione.
Uno degli episodi più umilianti è stato l’assassinio del capo dell’Ufficio Politico di Hamas, Ismail Haniyeh, nel luglio 2024. Haniyeh, in visita a Teheran su invito del governo iraniano per partecipare all’insediamento presidenziale, fu ucciso da un missile a guida di precisione che colpì la sua stanza in una foresteria di Stato. La sfacciataggine dell’attacco, e la sua esecuzione nel cuore della Repubblica Islamica, sconvolsero i movimenti di Resistenza regionali.
Anche l’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale Ali Shamkhani è stato ucciso in modo simile il 13 giugno, quando due proiettili hanno colpito contemporaneamente la sua abitazione da direzioni diverse. Lo schema è chiaro: le operazioni di Tel Aviv si basano non solo su armi avanzate, ma anche su un profondo coordinamento con agenti dislocati in diverse parti dell’Iran.
Il 14 giugno, il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo di denuncia intitolato: “Come il Mossad Israeliano ha Contrabbandato Componenti di Droni per Attaccare l’Iran dall’Interno”, che descriveva dettagliatamente come centinaia di componenti e munizioni per droni quadricotteri fossero state introdotte illegalmente in Iran tramite valigie, camion e container.
Il rapporto, citando “fonti anonime”, affermava che agenti del Mossad si erano appostati nei pressi di siti di difesa aerea e missilistica, neutralizzando la risposta aerea iraniana all’inizio dell’attacco israeliano. Sebbene il Wall Street Journal non abbia identificato i collaboratori iraniani, Teheran ritiene che i colpevoli siano in larga maggioranza affiliati all’organizzazione Mujahedin-e-Khalq (MEK), un gruppo terroristico esiliato da oltre 40 anni e noto per la sua stretta collaborazione con l’ex Presidente iracheno Saddam Hussein, Israele e gli Stati occidentali.
Funzionari iraniani hanno pubblicamente indicato il MEK come il principale sospettato di aver aiutato il Mossad, citando la loro lunga storia di tradimento contro la nazione iraniana, sia durante la Rivoluzione islamica del 1979, quando il MEK lanciò omicidi contro i nuovi funzionari iraniani, sia durante gli otto anni di guerra Iran-Iraq, in cui aiutarono apertamente il nemico contro i soldati iraniani.
Tehran reagisce
A cinque giorni dall’attacco israeliano, la magistratura iraniana ha annunciato l’arresto di oltre 30 persone per aver collaborato con il Mossad o l’esercito israeliano.
Il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale ha poi lanciato un duro avvertimento: aiutare lo Stato di Occupazione o partecipare ad attività terroristiche incorrerà in pene severe. Il Parlamento ha prontamente approvato una legge per raddoppiare le pene per la collaborazione con Stati nemici.
Teheran ora riconosce pienamente la portata dell’infiltrazione. Agenti del Mossad e i loro collaboratori iraniani avevano condotto ricognizioni, assemblato droni, eseguito omicidi e aiutato Israele a colpire.
Questo campanello d’allarme ha un costo elevato. Di fronte a una guerra coordinata dallo Stato di Occupazione, l’Iran non può più permettersi punti ciechi nel suo apparato di sicurezza.
La fase successiva richiede una revisione dei protocolli di spionaggio e l’immediato e meticoloso smantellamento delle reti locali del Mossad. I collaboratori interni devono ora affrontarne le conseguenze.
Fonte
La portata e il coordinamento degli attacchi hanno provocato quello che un funzionario iraniano ha descritto come “un momento di trauma nazionale”. L’attacco alle infrastrutture militari e nucleari ha inviato un messaggio agghiacciante: Tel Aviv sapeva esattamente dove e quando colpire.
Trauma e sgomento
La gravità dell’attacco, e la morte di due degli ufficiali iraniani di più alto rango, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito, il Generale di Brigata Mohammad Bagheri, insieme alla moglie e alla figlia, e il comandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica Hossein Salami, hanno sconvolto l’opinione pubblica e l’istitutivo politico iraniani.
L’aspetto più allarmante è stato quello che inizialmente sembrava un completo fallimento dei sistemi di difesa aerea iraniani nell’intercettare aerei e missili israeliani. Gli osservatori hanno ipotizzato che un attacco informatico su larga scala avesse messo fuori uso la difesa aerea iraniana, che i sistemi fossero stati sistematicamente presi di mira o, come rivelato da resoconti successivi, che il Mossad avesse introdotto clandestinamente in Iran piccoli droni armati e cariche esplosive, posizionandoli vicino a radar e batterie missilistiche per sabotare i sistemi di difesa aerea dall’interno.
Le autorità iraniane non hanno ancora fornito una spiegazione completa. I sistemi di difesa aerea avrebbero iniziato a intercettare i velivoli israeliani solo mezza giornata dopo.
Dopo due giorni di attacchi ininterrotti con droni, e missili lanciati da caccia fuori dall’Iran, l’esercito israeliano ha diffuso un video che mostrava presunti collaboratori iraniani che installavano lanciatori. Il filmato ha immediatamente fatto scattare l’allarme sulla presenza di agenti del Mossad e mercenari che operavano all’interno dei confini iraniani.
Punti di lancio interni
Il metodo di attacco ha portato a una triste constatazione: gran parte della potenza di fuoco e dei droni israeliani venivano lanciati dall’interno del territorio iraniano da collaboratori e agenti locali, in modo molto simile agli eventi di appena due settimane fa all’interno dei confini russi, quando l’Ucraina, presumibilmente sostenuta dai servizi segreti britannici e di altri Paesi occidentali, ha lanciato attacchi con droni contro basi aeree russe.
La strategia israeliana sembrava essere una replica di quella ucraina, e i suoi autori probabilmente le stesse agenzie di spionaggio.
Le autorità iraniane hanno scoperto che i droni e i quadricotteri suicidi utilizzati negli assassini di personaggi di alto profilo, dai comandanti militari agli scienziati nucleari, erano piccoli ma letali, e spesso lanciati con sistemi a spalla o posizionati a terra.
I servizi di sicurezza hanno iniziato a ricevere segnalazioni di furgoni e camion merci sospetti avvistati vicino alle aree prese di mira. Un video ampiamente diffuso, girato da un civile e trasmesso sui social media, mostrava un missile lanciato da terra in un’area residenziale. Questo ha convinto i servizi segreti iraniani che agenti professionisti del Mossad e cellule dormienti locali ben organizzate stessero conducendo attacchi dall’interno.
In risposta, il Ministero dell’Intelligence iraniano ha lanciato un appello pubblico esortando i cittadini a essere vigili e a segnalare individui, abitazioni, mini-camion e furgoni sospetti, confermando per la prima volta che “i veicoli vengono utilizzati per lanciare droni e guidare missili”.
Vigilanza e arresti da parte dei cittadini
La dichiarazione del Ministero ha innescato un’ampia mobilitazione pubblica. Gruppi di volontari hanno eretto posti di blocco nelle province di Lorestan e Fars, ispezionando camion e furgoni.
A partire dal 15 giugno, le unità paramilitari volontarie Basij iraniane avevano iniziato a pattugliare le strade cittadine di notte.
Funzionari dei servizi segreti e della polizia hanno segnalato un’impennata di segnalazioni da parte di civili, che ha portato a diverse scoperte significative. Nel Lorestan, le autorità hanno sequestrato droni carichi di esplosivo da una villa di proprietà di un importante neurologo e chirurgo vicino a Khorramabad. Un altro video proveniente dalla stessa provincia mostrava cittadini che arrestavano un uomo accusato di spionaggio.
Il 14 giugno, in seguito agli attacchi che hanno incendiato un deposito di carburante a Shahran e un deposito di petrolio nel Sud di Teheran, le forze dell’ordine hanno fatto irruzione in un’officina a Shahr-e Rey. Lì hanno scoperto 200 chilogrammi di esplosivo, 23 droni e lanciatori, sistemi di controllo remoto e un furgoncino Nissan blu, lo stesso modello utilizzato nell’assassinio del 2020 dello scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh.
Ulteriori officine per l’assemblaggio di droni sono state trovate a Isfahan e Karaj, entrambe sotto attacco israeliano.
Il quotidiano Khorasan ha successivamente riportato che le forze di sicurezza hanno scoperto lanciamissili anticarro Spike controllati da remoto, utilizzati per distrarre le difese aeree iraniane, consentendo agli aerei israeliani di penetrare nello spazio aereo iraniano.
Il passaggio di Israele agli attentati terroristici
Con le operazioni dei droni smascherate e sventate, gli agenti israeliani sono tornati alla loro collaudata tattica delle autobombe, da tempo un segno distintivo degli omicidi segreti di Tel Aviv in tutta l’Asia Occidentale.
Il 15 giugno, un’enorme autobomba è esplosa nel centro di Teheran, ferendo civili e uccidendo tre alti ufficiali dei servizi segreti del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, tra cui Mohammad Kazemi, capo dell’organizzazione di spionaggio del Corpo.
Ore dopo, una seconda bomba è esplosa vicino all’aeroporto di Mashhad, danneggiando infrastrutture critiche nei pressi del Santuario dell’Ottavo Imam Sciita, Ali al-Ridha. Lo stesso giorno, un terzo ordigno fu trovato e disinnescato in un parco di Shahr-e Rey.
La rete di collaboratori
Il Mossad israeliano coltiva da tempo cellule dormienti all’interno dell’Iran per missioni che includono sabotaggio, omicidi mirati, spionaggio e terrorismo. L’assassinio del 2020 del noto scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh, eseguito con l’ausilio di un’arma telecomandata e di risorse interne, ha segnato uno dei primi e più devastanti esempi di questa profonda infiltrazione.
Uno degli episodi più umilianti è stato l’assassinio del capo dell’Ufficio Politico di Hamas, Ismail Haniyeh, nel luglio 2024. Haniyeh, in visita a Teheran su invito del governo iraniano per partecipare all’insediamento presidenziale, fu ucciso da un missile a guida di precisione che colpì la sua stanza in una foresteria di Stato. La sfacciataggine dell’attacco, e la sua esecuzione nel cuore della Repubblica Islamica, sconvolsero i movimenti di Resistenza regionali.
Anche l’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale Ali Shamkhani è stato ucciso in modo simile il 13 giugno, quando due proiettili hanno colpito contemporaneamente la sua abitazione da direzioni diverse. Lo schema è chiaro: le operazioni di Tel Aviv si basano non solo su armi avanzate, ma anche su un profondo coordinamento con agenti dislocati in diverse parti dell’Iran.
Il 14 giugno, il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo di denuncia intitolato: “Come il Mossad Israeliano ha Contrabbandato Componenti di Droni per Attaccare l’Iran dall’Interno”, che descriveva dettagliatamente come centinaia di componenti e munizioni per droni quadricotteri fossero state introdotte illegalmente in Iran tramite valigie, camion e container.
Il rapporto, citando “fonti anonime”, affermava che agenti del Mossad si erano appostati nei pressi di siti di difesa aerea e missilistica, neutralizzando la risposta aerea iraniana all’inizio dell’attacco israeliano. Sebbene il Wall Street Journal non abbia identificato i collaboratori iraniani, Teheran ritiene che i colpevoli siano in larga maggioranza affiliati all’organizzazione Mujahedin-e-Khalq (MEK), un gruppo terroristico esiliato da oltre 40 anni e noto per la sua stretta collaborazione con l’ex Presidente iracheno Saddam Hussein, Israele e gli Stati occidentali.
Funzionari iraniani hanno pubblicamente indicato il MEK come il principale sospettato di aver aiutato il Mossad, citando la loro lunga storia di tradimento contro la nazione iraniana, sia durante la Rivoluzione islamica del 1979, quando il MEK lanciò omicidi contro i nuovi funzionari iraniani, sia durante gli otto anni di guerra Iran-Iraq, in cui aiutarono apertamente il nemico contro i soldati iraniani.
Tehran reagisce
A cinque giorni dall’attacco israeliano, la magistratura iraniana ha annunciato l’arresto di oltre 30 persone per aver collaborato con il Mossad o l’esercito israeliano.
Il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale ha poi lanciato un duro avvertimento: aiutare lo Stato di Occupazione o partecipare ad attività terroristiche incorrerà in pene severe. Il Parlamento ha prontamente approvato una legge per raddoppiare le pene per la collaborazione con Stati nemici.
Teheran ora riconosce pienamente la portata dell’infiltrazione. Agenti del Mossad e i loro collaboratori iraniani avevano condotto ricognizioni, assemblato droni, eseguito omicidi e aiutato Israele a colpire.
Questo campanello d’allarme ha un costo elevato. Di fronte a una guerra coordinata dallo Stato di Occupazione, l’Iran non può più permettersi punti ciechi nel suo apparato di sicurezza.
La fase successiva richiede una revisione dei protocolli di spionaggio e l’immediato e meticoloso smantellamento delle reti locali del Mossad. I collaboratori interni devono ora affrontarne le conseguenze.
Fonte
05/03/2025
Il gasdotto Nord Stream 2 di nuovo nel mirino, ma stavolta del business
Il gasdotto Nord Stream 2, sabotato da un commando ucro/Nato nel settembre 2022 potrebbe tornare a fornire gas. L’ipotesi in circolazione in questi giorni ruota intorno alla figura di Matthias Warnig, ex ufficiale della Stasi nella Germania dell’Est, ex capo del consiglio di amministrazione del colosso siderurgico russo Rusal ed ex amministratore delegato della società madre svizzera di Nord Stream 2, il quale si sarebbe attivato per il rilancio del gasdotto tra Russia e Germania fatto saltare tre anni fa nel contesto della guerra in Ucraina.
Il Financial Times, che cita fonti anonime a conoscenza della questione, riferisce che Warnig lo starebbe facendo con il sostegno di investitori statunitensi. Un paradosso clamoroso visto che proprio l’amministrazione USA (di Biden in quel caso) è da ritenersi il mandante del sabotaggio del gasdotto in questione.
Secondo il Financial Times, Warnig avrebbe tentato di stabilire un contatto con il team di Donald Trump tramite un certo numero di uomini d’affari statunitensi che sono impegnati in discussioni non ufficiali su una potenziale fine della guerra in Ucraina, scenario che prevederebbe la possibilità di una cooperazione economica ampliata tra Washington e Mosca.
Alcuni membri della cerchia di Trump sono a conoscenza del piano e lo vedono come parte di uno sforzo più ampio per normalizzare le relazioni con la Russia. Secondo una fonte vicina ai negoziati, un consorzio di investitori americani ha già delineato un accordo preliminare con il gigante russo del gas naturale, Gazprom, sebbene le identità di quegli investitori rimangano riservate.
La rimessa in servizio del gasdotto richiederebbe però la revoca delle sanzioni statunitensi contro la Russia, la ripresa delle vendite di gas russo all’Europa e l’approvazione della Germania per il trasporto di tale gas a qualsiasi potenziale acquirente nel continente. Gli Stati Uniti potrebbero inquadrare l’accordo come un mezzo per garantire l’affidabilità della fornitura grazie al coinvolgimento degli investitori americani.
“Gli Stati Uniti direbbero, ‘Bene, ora la Russia sarà affidabile perché ci sono americani affidabili in mezzo’”, ha detto un ex alto funzionario statunitense al Financial Times, anche se gli ostacoli al raggiungimento di un simile accordo appaiono tuttora “considerevoli”.
L’agenzia di informazione economica Bloomberg riferisce che “alcune industrie tedesche nell’est del paese stanno già pianificando il momento in cui il gas russo tornerà in Europa, incoraggiate dagli sforzi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per porre fine alla guerra in Ucraina”.
Warnig ha finora negato di aver avuto colloqui con politici o imprenditori statunitensi, sottolineando le sanzioni statunitensi emesse contro di lui, mentre sia il Cremlino che Gazprom hanno rifiutato di commentare la questione.
Nel settembre 2022, il sabotaggio da parte di un commando misto di ucraini e agenti della Nato, ha reso inutilizzabili entrambi i gasdotti del Nord Stream 1 e uno dei due gasdotti del Nord Stream 2 che collegavano la Russia alla Germania.
Il secondo gasdotto del Nord Stream 2, in grado di trasportare 27,5 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, è rimasto intatto ma non è mai stato messo in funzione. Questo gasdotto è interamente di proprietà di Gazprom, ma circa la metà dei suoi costi di costruzione da 11 miliardi di dollari sono stati coperti da prestiti di società energetiche europee come Shell, Uniper, OMV, Engie e Wintershall, che nel frattempo hanno tutte cancellato le loro perdite. Nel 2022, la Germania ha interrotto il processo di licenza del gasdotto, bloccandone di fatto il lancio pochissimo tempo dopo averne annunciato la conclusione dei lavori.
Nonostante l’interesse manifestato da alcuni investitori, gli ex funzionari statunitensi sentiti dal Financial Times rimangono scettici sulle prospettive del progetto. Anche se Putin e Trump dovessero raggiungere un accordo, le sanzioni dell’UE e le potenziali divisioni politiche all’interno della Germania ostacolerebbero la sua realizzazione.
Non solo. Secondo il quotidiano economico tedesco Handesblatt, come controindicazione, ci sono anche gli interessi degli esportatori americani di gas liquefatto (GNL) che da tempo “hanno conquistato il mercato europeo e soprattutto quello tedesco. È improbabile che a loro piaccia dover tenere testa alla concorrenza della Russia in Germania”.
Ma lo stesso giornale è costretto ad ammettere che “il trasporto via gasdotto di gas naturale dalla Russia è molto più economico del trasporto con navi metaniere. Il gas russo renderebbe la vita difficile agli esportatori statunitensi”.
Fonte
Il Financial Times, che cita fonti anonime a conoscenza della questione, riferisce che Warnig lo starebbe facendo con il sostegno di investitori statunitensi. Un paradosso clamoroso visto che proprio l’amministrazione USA (di Biden in quel caso) è da ritenersi il mandante del sabotaggio del gasdotto in questione.
Secondo il Financial Times, Warnig avrebbe tentato di stabilire un contatto con il team di Donald Trump tramite un certo numero di uomini d’affari statunitensi che sono impegnati in discussioni non ufficiali su una potenziale fine della guerra in Ucraina, scenario che prevederebbe la possibilità di una cooperazione economica ampliata tra Washington e Mosca.
Alcuni membri della cerchia di Trump sono a conoscenza del piano e lo vedono come parte di uno sforzo più ampio per normalizzare le relazioni con la Russia. Secondo una fonte vicina ai negoziati, un consorzio di investitori americani ha già delineato un accordo preliminare con il gigante russo del gas naturale, Gazprom, sebbene le identità di quegli investitori rimangano riservate.
La rimessa in servizio del gasdotto richiederebbe però la revoca delle sanzioni statunitensi contro la Russia, la ripresa delle vendite di gas russo all’Europa e l’approvazione della Germania per il trasporto di tale gas a qualsiasi potenziale acquirente nel continente. Gli Stati Uniti potrebbero inquadrare l’accordo come un mezzo per garantire l’affidabilità della fornitura grazie al coinvolgimento degli investitori americani.
“Gli Stati Uniti direbbero, ‘Bene, ora la Russia sarà affidabile perché ci sono americani affidabili in mezzo’”, ha detto un ex alto funzionario statunitense al Financial Times, anche se gli ostacoli al raggiungimento di un simile accordo appaiono tuttora “considerevoli”.
L’agenzia di informazione economica Bloomberg riferisce che “alcune industrie tedesche nell’est del paese stanno già pianificando il momento in cui il gas russo tornerà in Europa, incoraggiate dagli sforzi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per porre fine alla guerra in Ucraina”.
Warnig ha finora negato di aver avuto colloqui con politici o imprenditori statunitensi, sottolineando le sanzioni statunitensi emesse contro di lui, mentre sia il Cremlino che Gazprom hanno rifiutato di commentare la questione.
Nel settembre 2022, il sabotaggio da parte di un commando misto di ucraini e agenti della Nato, ha reso inutilizzabili entrambi i gasdotti del Nord Stream 1 e uno dei due gasdotti del Nord Stream 2 che collegavano la Russia alla Germania.
Il secondo gasdotto del Nord Stream 2, in grado di trasportare 27,5 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, è rimasto intatto ma non è mai stato messo in funzione. Questo gasdotto è interamente di proprietà di Gazprom, ma circa la metà dei suoi costi di costruzione da 11 miliardi di dollari sono stati coperti da prestiti di società energetiche europee come Shell, Uniper, OMV, Engie e Wintershall, che nel frattempo hanno tutte cancellato le loro perdite. Nel 2022, la Germania ha interrotto il processo di licenza del gasdotto, bloccandone di fatto il lancio pochissimo tempo dopo averne annunciato la conclusione dei lavori.
Nonostante l’interesse manifestato da alcuni investitori, gli ex funzionari statunitensi sentiti dal Financial Times rimangono scettici sulle prospettive del progetto. Anche se Putin e Trump dovessero raggiungere un accordo, le sanzioni dell’UE e le potenziali divisioni politiche all’interno della Germania ostacolerebbero la sua realizzazione.
Non solo. Secondo il quotidiano economico tedesco Handesblatt, come controindicazione, ci sono anche gli interessi degli esportatori americani di gas liquefatto (GNL) che da tempo “hanno conquistato il mercato europeo e soprattutto quello tedesco. È improbabile che a loro piaccia dover tenere testa alla concorrenza della Russia in Germania”.
Ma lo stesso giornale è costretto ad ammettere che “il trasporto via gasdotto di gas naturale dalla Russia è molto più economico del trasporto con navi metaniere. Il gas russo renderebbe la vita difficile agli esportatori statunitensi”.
Fonte
19/02/2025
Un attentato stile “Nord Stream 2”, a Savona
A cinque giorni dai fatti, rileviamo il ritardo con cui i media nazionali stanno informando il pubblico circa le inquietanti notizie che provengono da Savona, notizie a cui si sarebbe dovuta dare precedenza e spazio per gravità e conseguenze possibili.
I fatti sono accaduti nella notte tra venerdì 14 e sabato 15, a poche centinaia di metri dal porto di Vado Ligure (Savona), dove era ed è tuttora ormeggiata la petroliera «Seajewel»: l’equipaggio è stato svegliato da due forti esplosioni, che hanno squarciato la fiancata sotto la linea di galleggiamento della nave, con ingresso di acqua nelle paratie.
Le operazioni di scarico in corso sono state sospese, ma fortunatamente non si è verificato alcun sversamento di greggio in mare, né è stata compromessa la sicurezza della nave.
Come si sono mosse le autorità? Hanno cercato di silenziare il più possibile la natura e l’entità di quel che è con grande evidenza un attentato terroristico ai danni di una petroliera con una portata lorda di 109.000 tonnellate di greggio. La costatazione delle lamiere ripiegate verso l’interno della nave, e di una moria di pesci localizzata, hanno fugato ogni dubbio circa la matrice terroristica: sono state utilizzate certamente cariche esplosive collocate dall’esterno, probabilmente tramite gommoni o barche.
Invece, lunedì 17 la Capitaneria di porto di Savona ha emesso un comunicato «al fine di sgombrare il campo da alcune notizie prive di fondamento che si sono diffuse nella giornata di oggi», in cui riferisce di «alcune anomalie – da accertare – nelle procedure di discarica» a bordo della nave; per cui erano in corso «accertamenti tecnici a bordo dell’unità in questione volti a verificare l’origine di tali anomalie e ad eliminare le stesse per il prosieguo delle operazioni in sicurezza».
La stampa nazionale sinora non si è occupata del caso, con eccezione in data di ieri (18 febbraio) de La Stampa (a p. 16, con il titolo “Attacco alla petroliera”), del Secolo XIX (con articoli pp. 2 e 3 preceduti dall’occhiello “Paura a Savona”) e dell’inserto Genova de La Repubblica (“Savona, ordigno su una petroliera, indaga l’antiterrorismo”).
Il resto dei maggiori quotidiani ha ignorato la notizia, peraltro non più soffocabile dopo la pubblicazione sull’Ukrainska Pravda del 17 febbraio di un articolo di chiara rivendicazione, per quanto indiretta, intitolato “Ship violating sanctions by transporting Russian oil to Europe struck by explosion in Italy”.
Non abbiamo trovato la «Seajewel» nella lista delle navi sanzionate per aver trasportato il petrolio russo embargato. La nave è stata invece filmata nel porto di Constantsa (Romania) in un servizio postato un paio di mesi fa su YouTube dalla stessa Ukrainska Pravda, e indicata come appartenente alla flotta fantasma che contrabbanda petrolio per conto dei russi (vedi minuto 9:29 del video).
Mentre scriviamo (19 febbraio, ore 12) stiamo constatando che la notizia comincia a rimbalzare in internet. Immaginiamo l’imbarazzo governativo: il ‘nostro alleato’ ucraino ci ha spedito un pesante avvertimento, in un momento in cui gli Stati Uniti sembrano uscire bruscamente dalla guerra per procura contro la Russia, e l’Europa è divisa su ogni cosa, tranne apparentemente sul gonfiare gli ordini dell’industria delle armi.
Il caso «Seajewel» assomiglia in modo impressionante, anche per il timing, a quello del ‘bombardamento’ del gasdotto Nord Stream 2, le cui conseguenze disastrose per la pace e la sicurezza economica stiamo ancora valutando per difetto. Se non si è tramutato in un eco-disastro proprio davanti al santuario marino di Bergeggi può essere stato un caso o un calcolo.
Grazie al lavoro dei giornalisti locali abbiamo saputo che già nella giornata di domenica si erano effettuati controlli in mare con sommozzatori «arrivati da La Spezia» (IGV.it, giornale online ligure, 17/2/2025), con tutta probabilità degli specialisti del gruppo operativo subacquei del Comsubin della Marina militare.
Del resto, sempre lunedì 17 la Procura di Savona ha formalmente incaricato il corpo dei subacquei della Marina delle indagini circa gli ordigni esplosi, e il giorno dopo (Ansa/Regione Liguria, 18/2/2025) dagli ambienti militari si faceva trapelare che l’esplosivo utilizzato potesse essere di tipo militare come Rdx o Hdx, impiegabili in acqua.
Sin dai primi passi, gli inquirenti hanno avanzato l’ipotesi di una finalità mafiosa, nel qual caso l’inchiesta passerebbe alla Direzione distrettuale antimafia di Genova.
Fonte
I fatti sono accaduti nella notte tra venerdì 14 e sabato 15, a poche centinaia di metri dal porto di Vado Ligure (Savona), dove era ed è tuttora ormeggiata la petroliera «Seajewel»: l’equipaggio è stato svegliato da due forti esplosioni, che hanno squarciato la fiancata sotto la linea di galleggiamento della nave, con ingresso di acqua nelle paratie.
Le operazioni di scarico in corso sono state sospese, ma fortunatamente non si è verificato alcun sversamento di greggio in mare, né è stata compromessa la sicurezza della nave.
Come si sono mosse le autorità? Hanno cercato di silenziare il più possibile la natura e l’entità di quel che è con grande evidenza un attentato terroristico ai danni di una petroliera con una portata lorda di 109.000 tonnellate di greggio. La costatazione delle lamiere ripiegate verso l’interno della nave, e di una moria di pesci localizzata, hanno fugato ogni dubbio circa la matrice terroristica: sono state utilizzate certamente cariche esplosive collocate dall’esterno, probabilmente tramite gommoni o barche.
Invece, lunedì 17 la Capitaneria di porto di Savona ha emesso un comunicato «al fine di sgombrare il campo da alcune notizie prive di fondamento che si sono diffuse nella giornata di oggi», in cui riferisce di «alcune anomalie – da accertare – nelle procedure di discarica» a bordo della nave; per cui erano in corso «accertamenti tecnici a bordo dell’unità in questione volti a verificare l’origine di tali anomalie e ad eliminare le stesse per il prosieguo delle operazioni in sicurezza».
La stampa nazionale sinora non si è occupata del caso, con eccezione in data di ieri (18 febbraio) de La Stampa (a p. 16, con il titolo “Attacco alla petroliera”), del Secolo XIX (con articoli pp. 2 e 3 preceduti dall’occhiello “Paura a Savona”) e dell’inserto Genova de La Repubblica (“Savona, ordigno su una petroliera, indaga l’antiterrorismo”).
Il resto dei maggiori quotidiani ha ignorato la notizia, peraltro non più soffocabile dopo la pubblicazione sull’Ukrainska Pravda del 17 febbraio di un articolo di chiara rivendicazione, per quanto indiretta, intitolato “Ship violating sanctions by transporting Russian oil to Europe struck by explosion in Italy”.
Non abbiamo trovato la «Seajewel» nella lista delle navi sanzionate per aver trasportato il petrolio russo embargato. La nave è stata invece filmata nel porto di Constantsa (Romania) in un servizio postato un paio di mesi fa su YouTube dalla stessa Ukrainska Pravda, e indicata come appartenente alla flotta fantasma che contrabbanda petrolio per conto dei russi (vedi minuto 9:29 del video).
Mentre scriviamo (19 febbraio, ore 12) stiamo constatando che la notizia comincia a rimbalzare in internet. Immaginiamo l’imbarazzo governativo: il ‘nostro alleato’ ucraino ci ha spedito un pesante avvertimento, in un momento in cui gli Stati Uniti sembrano uscire bruscamente dalla guerra per procura contro la Russia, e l’Europa è divisa su ogni cosa, tranne apparentemente sul gonfiare gli ordini dell’industria delle armi.
Il caso «Seajewel» assomiglia in modo impressionante, anche per il timing, a quello del ‘bombardamento’ del gasdotto Nord Stream 2, le cui conseguenze disastrose per la pace e la sicurezza economica stiamo ancora valutando per difetto. Se non si è tramutato in un eco-disastro proprio davanti al santuario marino di Bergeggi può essere stato un caso o un calcolo.
Grazie al lavoro dei giornalisti locali abbiamo saputo che già nella giornata di domenica si erano effettuati controlli in mare con sommozzatori «arrivati da La Spezia» (IGV.it, giornale online ligure, 17/2/2025), con tutta probabilità degli specialisti del gruppo operativo subacquei del Comsubin della Marina militare.
Del resto, sempre lunedì 17 la Procura di Savona ha formalmente incaricato il corpo dei subacquei della Marina delle indagini circa gli ordigni esplosi, e il giorno dopo (Ansa/Regione Liguria, 18/2/2025) dagli ambienti militari si faceva trapelare che l’esplosivo utilizzato potesse essere di tipo militare come Rdx o Hdx, impiegabili in acqua.
Sin dai primi passi, gli inquirenti hanno avanzato l’ipotesi di una finalità mafiosa, nel qual caso l’inchiesta passerebbe alla Direzione distrettuale antimafia di Genova.
Fonte
20/01/2025
La catena e il “sabotaggio”. In che mani stanno i trasporti...
Sotto schiaffo da settimane per il caos sistematico alla circolazione ferroviaria, i vertici di Fs e il ministro Salvini provano a rovesciare il senso di inadeguatezza evocando il più classico dei diversivi: il sabotaggio. La tesi è quella che qualcuno abbia preso di mira volontariamente la rete ferroviaria per creare caos e disagi in aree nevralgiche del Paese.
Ci vuole una discreta faccia, per provarci... Ma evidentemente non sono riusciti a trovare nulla di meglio.
Andiamo con ordine. Una settimana fa il Codacons segnalava che solo nei primi 12 giorni dell’anno si erano già verificati 86 casi di interruzioni della circolazione e ritardi dei treni lungo le linee ferroviarie italiane. Di questi, 63 sono dovuti a “problemi tecnici” che hanno interessato la rete o i treni.
Un po’ troppi per essere opera di “sabotatori”, che a questo punto dovrebbero disporre di un’organizzazione ramificata in tutta Italia, composta da soggetti tecnicamente competenti (la circolazione ferroviaria, specie sull’alta velocità, è roba per ingegneri altamente specializzati), con un “medesimo disegno criminoso” peraltro impossibile da decifrare. Tutta quella fatica e quei rischi penali solo per far fare brutta figura al peggior ministro che ci sia mai stato?
Tra le linee più colpite proprio l’Alta Velocità, in particolare la Roma-Napoli e la Roma-Firenze, che dovrebbe garantire prestazioni migliori e collegamenti più veloci ai passeggeri.
E qui, riporta saggiamente IlSole24Ore – il giornale di Confindustria, non degli “anarchici” – sulla tratta più importante, la Roma-Milano, viaggia un numero di treni 4 volte più alto che sulla Berlino-Monaco. A meno di non voler sostenere che i tedeschi non usino il treno o non capiscano nulla di meccanica... c’è qualcosa che non quadra.
Il problema non nasce ovviamente con l’arrivo di Salvini a piazza della Croce Rossa (sede del ministero), ma di certo la sua presenza non ha apportato nessun miglioramento. Anzi. Alla già abnorme quantità di convogli Trenitalia e Italo, infatti, tra un anno comincerà a pesare anche l’ingresso dei Tgv-M, a due piani, del colosso pubblico francese Sncf.
La “concorrenza” tra diversi soggetti in un “monopolio naturale” come il sistema ferroviario – esiste una sola rete, com’è logico che sia, nessuno ne costruirà mai una seconda per andare da “A” a “B” – si è rivelata un’idiozia per ansia da profitto. Ci sono ovviamente più treni, cosa che sembra utile persino ai viaggiatori, ma non paradossalmente la concorrenza si fa anche sul prezzo (altra nota positiva per i viaggiatori, in teoria). E quindi si riducono i profitti o addirittura si va in perdita.
Per esempio in Spagna, la liberalizzazione dell’alta velocità ferroviaria ha visto le tariffe medie crollare fino a 25 euro e fatto registrare un boom di passeggeri. Ma la guerra dei prezzi ha avuto effetti negativi sui conti dei tre operatori, che hanno tutti chiuso con un rosso complessivo di quasi 187 milioni di euro, compresi quelli di Renfe – la società pubblica iberica – che non registrava perdite fin dalla sua creazione.
In più ci sono i problemi tecnici derivanti dal “sovraffollamento”. I binari sono comunque sempre uno per direzione. Un problema a un treno diventa un ritardo per tutti quelli che seguono (a meno di non verificarsi in una stazione, dove i binari sono più d’uno).
Le sollecitazioni strutturali a binari, sistemi di comunicazione, di segnalazione, ecc., si moltiplicano anch’essi, con effetti sui materiali della rete, che si consumano e deteriorano più velocemente.
Si potrebbe andare avanti a lungo, ma basta la constatazione derivante dalle comunicazioni delle stesse Ferrovie dello Stato, una settimana fa: “Attualmente, sono operativi circa 1.200 cantieri, tra opere strategiche e interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria. Questi lavori sono indispensabili per raggiungere gli obiettivi del PNRR e rendere la rete ferroviaria più moderna, efficiente e sicura”.
Bene che ci siano lavori per rendere la linea più efficiente e sicura, naturalmente, ma è scontato che 1.200 cantieri rappresentino anche altrettante “strozzature” della circolazione, con conseguenti rallentamenti e rischi di incidente (anche i cinque operai uccisi a Brandizzo lavoravano in un “cantiere” Fs).
Il caos, insomma, sta nella logica complessiva con cui le Fs sono gestite, nell’aumento di convogli e cantieri mentre continua ad essere ridotto il personale specializzato (quello interno all’azienda) e si ricorre sempre più di frequente a “ditte esterne” che naturalmente hanno lavoratori meno specializzati (e anche pagati peggio, con minori misure di sicurezza e meno esperienza specifica).
Se questo è il quadro – e lo è – non c’è certo bisogno dell’ipotesi di “sabotaggio” o “complotto” per spiegare il caos...
Ma qui è arrivata, con tempismo assolutamente perfetto (e sospetto) una “catena per bicicletta rinvenuta sospesa sui cavi della linea aerea nella stazione ferroviaria di Montagnana, in provincia di Padova”. Altro che il famoso “chiodo” pianto da operai di una ditta esterna, che aveva fermato tutto qualche mese fa...
E qualcuno ricorda perfino che nel 2021 – quattro anni fa! – qualcuno gettò una bicicletta intera sui cavi... a Bari (ma allora nessuno parlò di sabotaggio, anche perché il ministro non era Salvini...).
Titoloni dei giornali, note e dichiarazioni di ministro, dirigenti Fs, esponenti della maggioranza e pure qualche fesso della sedicente “opposizione”, segnalazioni a Digos e magistratura... eccola lì, la prova del sabotaggio!
Poi si va a vedere che la stazione di Montagnana – spiega il Corriere della Sera, non gli “anarchici” – “non è attraversata da una linea che può essere considerata tra le principali del Paese. Dalla piccola stazione padovana passa infatti una linea secondaria, che collega con treni regionali la località termale di Monselice, lungo la Bassa padovana e veronese, fino a Mantova”.
Insomma, anche nella sciagurata ipotesi che un locomotore avesse riportato danni al pantografo dall’urto con la catena penzolante (e non è affatto certo...), praticamente non se ne sarebbe accorto nessuno, tranne – forse – i viaggiatori a bordo. Ma il sistema ferroviario italiano non avrebbe subito nessun ritardo...
Resta perciò da capire il dato politico. Questo governo, composto da incompetenti o meno, è fisiologicamente impostato per buttare la palla in tribuna. O peggio.
Perché qui stiamo parlando di episodi tutto sommato minori (treni in perenne ritardo, ecc.), ma conosciamo bene la logica del “cercare un nemico” per nascondere l’incompetenza o i progetti eversivi (quelli che nascono “dentro” lo Stato).
Basta passare dalle ferrovie all’ordine pubblico per vedere come si “gonfiano” i normali battibecchi di piazza fino a presentarli come “scontri” o “aggressioni” che richiederebbero il “pugno duro”. La logica è la stessa.
Non c’è nessuno più pericoloso di un incapace dotato di potere...
Fonte
Ci vuole una discreta faccia, per provarci... Ma evidentemente non sono riusciti a trovare nulla di meglio.
Andiamo con ordine. Una settimana fa il Codacons segnalava che solo nei primi 12 giorni dell’anno si erano già verificati 86 casi di interruzioni della circolazione e ritardi dei treni lungo le linee ferroviarie italiane. Di questi, 63 sono dovuti a “problemi tecnici” che hanno interessato la rete o i treni.
Un po’ troppi per essere opera di “sabotatori”, che a questo punto dovrebbero disporre di un’organizzazione ramificata in tutta Italia, composta da soggetti tecnicamente competenti (la circolazione ferroviaria, specie sull’alta velocità, è roba per ingegneri altamente specializzati), con un “medesimo disegno criminoso” peraltro impossibile da decifrare. Tutta quella fatica e quei rischi penali solo per far fare brutta figura al peggior ministro che ci sia mai stato?
Tra le linee più colpite proprio l’Alta Velocità, in particolare la Roma-Napoli e la Roma-Firenze, che dovrebbe garantire prestazioni migliori e collegamenti più veloci ai passeggeri.
E qui, riporta saggiamente IlSole24Ore – il giornale di Confindustria, non degli “anarchici” – sulla tratta più importante, la Roma-Milano, viaggia un numero di treni 4 volte più alto che sulla Berlino-Monaco. A meno di non voler sostenere che i tedeschi non usino il treno o non capiscano nulla di meccanica... c’è qualcosa che non quadra.
Il problema non nasce ovviamente con l’arrivo di Salvini a piazza della Croce Rossa (sede del ministero), ma di certo la sua presenza non ha apportato nessun miglioramento. Anzi. Alla già abnorme quantità di convogli Trenitalia e Italo, infatti, tra un anno comincerà a pesare anche l’ingresso dei Tgv-M, a due piani, del colosso pubblico francese Sncf.
La “concorrenza” tra diversi soggetti in un “monopolio naturale” come il sistema ferroviario – esiste una sola rete, com’è logico che sia, nessuno ne costruirà mai una seconda per andare da “A” a “B” – si è rivelata un’idiozia per ansia da profitto. Ci sono ovviamente più treni, cosa che sembra utile persino ai viaggiatori, ma non paradossalmente la concorrenza si fa anche sul prezzo (altra nota positiva per i viaggiatori, in teoria). E quindi si riducono i profitti o addirittura si va in perdita.
Per esempio in Spagna, la liberalizzazione dell’alta velocità ferroviaria ha visto le tariffe medie crollare fino a 25 euro e fatto registrare un boom di passeggeri. Ma la guerra dei prezzi ha avuto effetti negativi sui conti dei tre operatori, che hanno tutti chiuso con un rosso complessivo di quasi 187 milioni di euro, compresi quelli di Renfe – la società pubblica iberica – che non registrava perdite fin dalla sua creazione.
In più ci sono i problemi tecnici derivanti dal “sovraffollamento”. I binari sono comunque sempre uno per direzione. Un problema a un treno diventa un ritardo per tutti quelli che seguono (a meno di non verificarsi in una stazione, dove i binari sono più d’uno).
Le sollecitazioni strutturali a binari, sistemi di comunicazione, di segnalazione, ecc., si moltiplicano anch’essi, con effetti sui materiali della rete, che si consumano e deteriorano più velocemente.
Si potrebbe andare avanti a lungo, ma basta la constatazione derivante dalle comunicazioni delle stesse Ferrovie dello Stato, una settimana fa: “Attualmente, sono operativi circa 1.200 cantieri, tra opere strategiche e interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria. Questi lavori sono indispensabili per raggiungere gli obiettivi del PNRR e rendere la rete ferroviaria più moderna, efficiente e sicura”.
Bene che ci siano lavori per rendere la linea più efficiente e sicura, naturalmente, ma è scontato che 1.200 cantieri rappresentino anche altrettante “strozzature” della circolazione, con conseguenti rallentamenti e rischi di incidente (anche i cinque operai uccisi a Brandizzo lavoravano in un “cantiere” Fs).
Il caos, insomma, sta nella logica complessiva con cui le Fs sono gestite, nell’aumento di convogli e cantieri mentre continua ad essere ridotto il personale specializzato (quello interno all’azienda) e si ricorre sempre più di frequente a “ditte esterne” che naturalmente hanno lavoratori meno specializzati (e anche pagati peggio, con minori misure di sicurezza e meno esperienza specifica).
Se questo è il quadro – e lo è – non c’è certo bisogno dell’ipotesi di “sabotaggio” o “complotto” per spiegare il caos...
Ma qui è arrivata, con tempismo assolutamente perfetto (e sospetto) una “catena per bicicletta rinvenuta sospesa sui cavi della linea aerea nella stazione ferroviaria di Montagnana, in provincia di Padova”. Altro che il famoso “chiodo” pianto da operai di una ditta esterna, che aveva fermato tutto qualche mese fa...
E qualcuno ricorda perfino che nel 2021 – quattro anni fa! – qualcuno gettò una bicicletta intera sui cavi... a Bari (ma allora nessuno parlò di sabotaggio, anche perché il ministro non era Salvini...).
Titoloni dei giornali, note e dichiarazioni di ministro, dirigenti Fs, esponenti della maggioranza e pure qualche fesso della sedicente “opposizione”, segnalazioni a Digos e magistratura... eccola lì, la prova del sabotaggio!
Poi si va a vedere che la stazione di Montagnana – spiega il Corriere della Sera, non gli “anarchici” – “non è attraversata da una linea che può essere considerata tra le principali del Paese. Dalla piccola stazione padovana passa infatti una linea secondaria, che collega con treni regionali la località termale di Monselice, lungo la Bassa padovana e veronese, fino a Mantova”.
Insomma, anche nella sciagurata ipotesi che un locomotore avesse riportato danni al pantografo dall’urto con la catena penzolante (e non è affatto certo...), praticamente non se ne sarebbe accorto nessuno, tranne – forse – i viaggiatori a bordo. Ma il sistema ferroviario italiano non avrebbe subito nessun ritardo...
Resta perciò da capire il dato politico. Questo governo, composto da incompetenti o meno, è fisiologicamente impostato per buttare la palla in tribuna. O peggio.
Perché qui stiamo parlando di episodi tutto sommato minori (treni in perenne ritardo, ecc.), ma conosciamo bene la logica del “cercare un nemico” per nascondere l’incompetenza o i progetti eversivi (quelli che nascono “dentro” lo Stato).
Basta passare dalle ferrovie all’ordine pubblico per vedere come si “gonfiano” i normali battibecchi di piazza fino a presentarli come “scontri” o “aggressioni” che richiederebbero il “pugno duro”. La logica è la stessa.
Non c’è nessuno più pericoloso di un incapace dotato di potere...
Fonte
26/10/2024
L’attentato dimenticato: che fine hanno fatto le indagini sul gasdotto NordStream?
Nonostante la lotta contro il terrorismo internazionale sia considerata priorità assoluta dai paesi occidentali, la distruzione dei gasdotti Nord Stream ad opera di ignoti sembra essere finita in un punto morto, grazie alla mancanza di slancio (per usare un eufemismo) delle procure europee. Visibilmente imbarazzate, le autorità politiche e giudiziarie di vari paesi europei cercano di sviare la questione, e per una buona ragione: dopo due anni di indagini, le piste conducono non al Cremlino, ma a Kiev, Washington e Varsavia.
Il 26 settembre 2022 una serie di esplosioni hanno gravemente danneggiato il gasdotto Nord Stream, che collega la Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico. Questi eventi hanno causato delle perdite importanti nel gasdotto, sia nel Nord Stream 1 (che già era stato chiuso da Mosca) sia nel Nord Stream 2 (mai entrato in funzione a causa delle sanzioni). Le autorità hanno presto sospettato che le esplosioni fossero state causate da un atto di sabotaggio deliberato, sebbene l’origine e i responsabili non siano mai stati definitivamente accertati.
Le esplosioni del Nord Stream hanno avuto un impatto significativo sui paesi europei, sia in termini di sicurezza energetica sia di strategia geopolitica ed economica. L’interruzione del Nord Stream ha aggravato la crisi energetica in Europa, causando una volatilità estrema nei prezzi del gas naturale. Nel 2022, i prezzi hanno raggiunto livelli record, esercitando una pressione inedita sulle famiglie e sulle imprese.
A sua volta, la crisi energetica ha costretto alcuni settori industriali ad affrontare costi operativi elevati, mettendo a rischio la competitività delle industrie europee sul mercato globale. Alcuni paesi, come la Germania e la Francia, hanno dovuto fornire sostegni mirati per evitare che le industrie ad alta intensità energetica riducessero la produzione o trasferissero le attività all’estero.
Quello che è stato senza dubbio il più grande atto di sabotaggio della storia europea dal secondo dopoguerra, combinato con un dramma ambientale, avrebbe dovuto scatenare la furia investigativa delle autorità. Invece, due anni dopo, le indagini ufficiali si caratterizzano per una strana discrezione e un chiaro imbarazzo a percorrere le piste investigative fino in fondo. Ad oggi, non ci sono stati né arresti, né interrogatori, né accuse contro i presunti autori.
All’inizio di giugno, un mandato di arresto europeo è stato emesso dal procuratore generale contro un cittadino ucraino residente in Polonia di nome Volodymyr Zhuravlov. Secondo I media tedeschi, Zhuravlov sarebbe una figura chiave del caso, e sarebbe connesso all’imbarcazione “Andromeda”, il veicolo utilizzato probabilmente dai sabotatori per installare gli esplosivi sui gasdotti.
Varsavia, tuttavia, ha rifiutato di fermare il sospettato (così come previsto dalla legge), che è riuscito a fuggire in Ucraina senza essere perseguito. Rispetto a questa vicenda, il primo ministro Donald Tusk, campione dei liberali europei, ha dichiarato questo il 17 agosto su X: “A tutti gli iniziatori e i mecenati di Nord Stream: l’unica cosa che dovete fare è chiedere scusa e stare zitti”.
Subito dopo le esplosioni, le autorità giudiziarie svedesi e danesi hanno ipotizzato un sabotaggio deliberato, poiché il gasdotto era altamente resistente e situato in una zona del Mar Baltico sotto stretta sorveglianza. Successivamente, hanno improvvisamente chiuso le indagini, senza pubblicare risultati.
Non appena l’attentato fu commesso, gli Stati Uniti annunciarono l’avvio di indagini, rese ancora più promettenti dal fatto che i loro servizi di intelligence coprono interamente il Mar Baltico; ma non hanno comunicato nulla. Parallelamente, gli occidentali hanno sistematicamente rifiutato l’offerta di Mosca di partecipare all’indagine.
Le autorità tedesche continuano a condurre le proprie ricerche, ma in risposta a integgorazioni parlamentari, il governo risponde che ogni divulgazione di informazioni metterebbe in pericolo il “bene dello Stato”. In altre parole, che sarebbero compromessi paesi o servizi segreti alleati.
Giornalisti d’inchiesta e deputati del Bundestag affermano all’unisono che le loro richieste incontrano un muro di silenzio. Holger Stark, del settimanale Die Zeit, ha parlato di “pressioni brutali su tutte le autorità affinché non parlino con nessun giornalista”. Intervistato da Le Monde Diplomatique, il deputato socialdemocratico Ralf Stegner ritiene “molto sorprendente” che un crimine così grave, commesso in uno dei mari più sorvegliati al mondo, abbia generato così poche informazioni due anni dopo i fatti. Il suo collega Andrej Hunko, dell’Alleanza Sahra Wagenknecht (BSW), parla di un “disinteresse provocatorio per il chiarimento” di questo misfatto.
Le indagini sulle esplosioni del Nord Stream hanno prodotto varie ipotesi sui possibili responsabili, senza però giungere a conclusioni definitive. Innanzitutto, i russi stessi. La Russia che avrebbe potuto (secondo queste teorie) sabotare il proprio gasdotto per aumentare la pressione politica sull’Europa o creare confusione nel blocco occidentale. Questa ipotesi è stata accolta con scetticismo da diversi esperti, poiché avrebbe comportato un costo economico significativo per Mosca, proprietaria di una parte considerevole del gasdotto.
Dal canto loro, le autorità giudiziarie tedesche e svedesi hanno ripetuto più volte di non avere alcuna indicazione di un coinvolgimento russo. Lo stesso ha affermato il direttore della CIA, William Burns, difficilmente sospettabile di favorire Mosca, così come il Washington Post al termine di una lunga inchiesta.
Tra i motivi misteriosi che avrebbero spinto la Russia a distruggere un’infrastruttura costosa che detiene al 51%, l’argomento secondo cui Mosca avrebbe voluto evitare penali in caso di interruzione delle forniture non convince molto: dato il contesto delle sanzioni e degli asset russi confiscati, probabilmente avrebbe semplicemente rifiutato di pagare.
La seconda teoria è stata lanciata l’8 febbraio 2023, quando il giornalista Seymour Hersh, ha pubblicato un’inchiesta che suggerisce un possibile coinvolgimento degli Stati Uniti e della Norvegia, in base a una fonte anonima. Hersh afferma che l’operazione sarebbe stata coordinata dall’amministrazione Biden per interrompere la dipendenza energetica europea dalla Russia. Questa teoria è stata ripresa da alcuni media, ma non ha ricevuto conferme ufficiali, e numerosi esperti hanno messo in discussione la validità delle fonti utilizzate da Hersh.
Un mese dopo, il 7 marzo, il New York Times avanzava una terza ipotesi basata su testimonianze anonime “di funzionari americani che hanno valutato informazioni dei servizi di intelligence”: il sabotaggio non sarebbe stato commesso dai servizi americani, ma da un “gruppo filo-ucraino”. L’inchiesta ha suggerito che questi sabotatori potrebbero aver operato in modo autonomo, senza il coinvolgimento diretto del governo di Kiev.
Le prove principali a sostegno di questa teoria includono il noleggio della barca Andromeda in Germania da parte di un gruppo di persone con documenti ucraini, oltre al coinvolgimento sospetto di Volodymyr Zhuravlov. Poco dopo, un consorzio di media tedeschi guidato da Die Zeit approfondisce, basandosi su informazioni provenienti anche dal procuratore generale federale: gli articoli identificano una barca a vela noleggiata dai sabotatori.
Da allora, le pubblicazioni dei media si sono focalizzate praticamente soltanto su questa versione: la barca Andromeda è stata noleggiata in Germania e utilizzata per trasportare attrezzature subacquee e esplosivi. Le indagini hanno trovato residui esplosivi a bordo, ma non ci sono prove concrete su chi abbia realmente orchestrato l’attacco. Questo sistema di operazioni autonome consentirebbe al governo ucraino di mantenere le mani pulite, evitando così responsabilità dirette.
Il talento degli organizzatori o la volontà dell’Europa di rimanere all’oscuro si riflettono nel fatto che le tracce dei presunti responsabili si dissolvono nell’incertezza. Secondo fonti del Washington Post, i passaporti falsi utilizzati dai sabotatori sarebbero stati creati dai servizi segreti ucraini.
Le autorità tedesche non hanno richiesto assistenza giudiziaria ai loro omologhi ucraini, e addirittura secondo alcune ricostruzioni avrebbero facilitato la fuga di uno dei sospetti, non inserendo il suo nome nel registro Schengen. Un rapporto della CIA citato dal Washington Post indica che i mandanti dell’attentato sarebbero l’agente ucraino Roman Chervinsky e l’ex comandante delle forze armate, Valeri Zaloujny, attuale ambasciatore a Londra.
Dietro l’ombra dei servizi ucraini, però potrebbe celarsi quella dello zio Sam. Secondo un articolo del Washington Post del 6 giugno 2023, infatti, la CIA era a conoscenza di un piano ucraino per sabotare i gasdotti già nel giugno 2022 e avrebbe informato alcuni paesi europei, tra cui la Germania.
Nonostante ciò, i governi occidentali avrebbero omesso di rivelare al pubblico che l’Ucraina era un principale sospettato nel sabotaggio. Alcuni funzionari americani hanno suggerito che la CIA tentò di dissuadere l’Ucraina, mentre altri esperti ipotizzano un possibile coinvolgimento attivo degli Stati Uniti nella pianificazione dell’attacco, con manovre NATO usate come copertura.
L’attentato al Nord Stream rimane un caso irrisolto, con molti parlamentari che chiedono un’inchiesta indipendente, magari sotto l’egida dell’ONU. Tuttavia, una proposta di risoluzione da parte di Russia, Cina e Brasile non ha ottenuto il supporto degli Stati Uniti e dei loro alleati. Germania e Svezia hanno rifiutato una commissione d’inchiesta per non compromettere le indagini in corso. La paura di implicazioni geopolitiche ha alimentato questo gioco a nascondino attorno a un episodio di grande rilevanza internazionale.
Fonte
Il 26 settembre 2022 una serie di esplosioni hanno gravemente danneggiato il gasdotto Nord Stream, che collega la Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico. Questi eventi hanno causato delle perdite importanti nel gasdotto, sia nel Nord Stream 1 (che già era stato chiuso da Mosca) sia nel Nord Stream 2 (mai entrato in funzione a causa delle sanzioni). Le autorità hanno presto sospettato che le esplosioni fossero state causate da un atto di sabotaggio deliberato, sebbene l’origine e i responsabili non siano mai stati definitivamente accertati.
Le esplosioni del Nord Stream hanno avuto un impatto significativo sui paesi europei, sia in termini di sicurezza energetica sia di strategia geopolitica ed economica. L’interruzione del Nord Stream ha aggravato la crisi energetica in Europa, causando una volatilità estrema nei prezzi del gas naturale. Nel 2022, i prezzi hanno raggiunto livelli record, esercitando una pressione inedita sulle famiglie e sulle imprese.
A sua volta, la crisi energetica ha costretto alcuni settori industriali ad affrontare costi operativi elevati, mettendo a rischio la competitività delle industrie europee sul mercato globale. Alcuni paesi, come la Germania e la Francia, hanno dovuto fornire sostegni mirati per evitare che le industrie ad alta intensità energetica riducessero la produzione o trasferissero le attività all’estero.
Quello che è stato senza dubbio il più grande atto di sabotaggio della storia europea dal secondo dopoguerra, combinato con un dramma ambientale, avrebbe dovuto scatenare la furia investigativa delle autorità. Invece, due anni dopo, le indagini ufficiali si caratterizzano per una strana discrezione e un chiaro imbarazzo a percorrere le piste investigative fino in fondo. Ad oggi, non ci sono stati né arresti, né interrogatori, né accuse contro i presunti autori.
All’inizio di giugno, un mandato di arresto europeo è stato emesso dal procuratore generale contro un cittadino ucraino residente in Polonia di nome Volodymyr Zhuravlov. Secondo I media tedeschi, Zhuravlov sarebbe una figura chiave del caso, e sarebbe connesso all’imbarcazione “Andromeda”, il veicolo utilizzato probabilmente dai sabotatori per installare gli esplosivi sui gasdotti.
Varsavia, tuttavia, ha rifiutato di fermare il sospettato (così come previsto dalla legge), che è riuscito a fuggire in Ucraina senza essere perseguito. Rispetto a questa vicenda, il primo ministro Donald Tusk, campione dei liberali europei, ha dichiarato questo il 17 agosto su X: “A tutti gli iniziatori e i mecenati di Nord Stream: l’unica cosa che dovete fare è chiedere scusa e stare zitti”.
Subito dopo le esplosioni, le autorità giudiziarie svedesi e danesi hanno ipotizzato un sabotaggio deliberato, poiché il gasdotto era altamente resistente e situato in una zona del Mar Baltico sotto stretta sorveglianza. Successivamente, hanno improvvisamente chiuso le indagini, senza pubblicare risultati.
Non appena l’attentato fu commesso, gli Stati Uniti annunciarono l’avvio di indagini, rese ancora più promettenti dal fatto che i loro servizi di intelligence coprono interamente il Mar Baltico; ma non hanno comunicato nulla. Parallelamente, gli occidentali hanno sistematicamente rifiutato l’offerta di Mosca di partecipare all’indagine.
Le autorità tedesche continuano a condurre le proprie ricerche, ma in risposta a integgorazioni parlamentari, il governo risponde che ogni divulgazione di informazioni metterebbe in pericolo il “bene dello Stato”. In altre parole, che sarebbero compromessi paesi o servizi segreti alleati.
Giornalisti d’inchiesta e deputati del Bundestag affermano all’unisono che le loro richieste incontrano un muro di silenzio. Holger Stark, del settimanale Die Zeit, ha parlato di “pressioni brutali su tutte le autorità affinché non parlino con nessun giornalista”. Intervistato da Le Monde Diplomatique, il deputato socialdemocratico Ralf Stegner ritiene “molto sorprendente” che un crimine così grave, commesso in uno dei mari più sorvegliati al mondo, abbia generato così poche informazioni due anni dopo i fatti. Il suo collega Andrej Hunko, dell’Alleanza Sahra Wagenknecht (BSW), parla di un “disinteresse provocatorio per il chiarimento” di questo misfatto.
Le indagini sulle esplosioni del Nord Stream hanno prodotto varie ipotesi sui possibili responsabili, senza però giungere a conclusioni definitive. Innanzitutto, i russi stessi. La Russia che avrebbe potuto (secondo queste teorie) sabotare il proprio gasdotto per aumentare la pressione politica sull’Europa o creare confusione nel blocco occidentale. Questa ipotesi è stata accolta con scetticismo da diversi esperti, poiché avrebbe comportato un costo economico significativo per Mosca, proprietaria di una parte considerevole del gasdotto.
Dal canto loro, le autorità giudiziarie tedesche e svedesi hanno ripetuto più volte di non avere alcuna indicazione di un coinvolgimento russo. Lo stesso ha affermato il direttore della CIA, William Burns, difficilmente sospettabile di favorire Mosca, così come il Washington Post al termine di una lunga inchiesta.
Tra i motivi misteriosi che avrebbero spinto la Russia a distruggere un’infrastruttura costosa che detiene al 51%, l’argomento secondo cui Mosca avrebbe voluto evitare penali in caso di interruzione delle forniture non convince molto: dato il contesto delle sanzioni e degli asset russi confiscati, probabilmente avrebbe semplicemente rifiutato di pagare.
La seconda teoria è stata lanciata l’8 febbraio 2023, quando il giornalista Seymour Hersh, ha pubblicato un’inchiesta che suggerisce un possibile coinvolgimento degli Stati Uniti e della Norvegia, in base a una fonte anonima. Hersh afferma che l’operazione sarebbe stata coordinata dall’amministrazione Biden per interrompere la dipendenza energetica europea dalla Russia. Questa teoria è stata ripresa da alcuni media, ma non ha ricevuto conferme ufficiali, e numerosi esperti hanno messo in discussione la validità delle fonti utilizzate da Hersh.
Un mese dopo, il 7 marzo, il New York Times avanzava una terza ipotesi basata su testimonianze anonime “di funzionari americani che hanno valutato informazioni dei servizi di intelligence”: il sabotaggio non sarebbe stato commesso dai servizi americani, ma da un “gruppo filo-ucraino”. L’inchiesta ha suggerito che questi sabotatori potrebbero aver operato in modo autonomo, senza il coinvolgimento diretto del governo di Kiev.
Le prove principali a sostegno di questa teoria includono il noleggio della barca Andromeda in Germania da parte di un gruppo di persone con documenti ucraini, oltre al coinvolgimento sospetto di Volodymyr Zhuravlov. Poco dopo, un consorzio di media tedeschi guidato da Die Zeit approfondisce, basandosi su informazioni provenienti anche dal procuratore generale federale: gli articoli identificano una barca a vela noleggiata dai sabotatori.
Da allora, le pubblicazioni dei media si sono focalizzate praticamente soltanto su questa versione: la barca Andromeda è stata noleggiata in Germania e utilizzata per trasportare attrezzature subacquee e esplosivi. Le indagini hanno trovato residui esplosivi a bordo, ma non ci sono prove concrete su chi abbia realmente orchestrato l’attacco. Questo sistema di operazioni autonome consentirebbe al governo ucraino di mantenere le mani pulite, evitando così responsabilità dirette.
Il talento degli organizzatori o la volontà dell’Europa di rimanere all’oscuro si riflettono nel fatto che le tracce dei presunti responsabili si dissolvono nell’incertezza. Secondo fonti del Washington Post, i passaporti falsi utilizzati dai sabotatori sarebbero stati creati dai servizi segreti ucraini.
Le autorità tedesche non hanno richiesto assistenza giudiziaria ai loro omologhi ucraini, e addirittura secondo alcune ricostruzioni avrebbero facilitato la fuga di uno dei sospetti, non inserendo il suo nome nel registro Schengen. Un rapporto della CIA citato dal Washington Post indica che i mandanti dell’attentato sarebbero l’agente ucraino Roman Chervinsky e l’ex comandante delle forze armate, Valeri Zaloujny, attuale ambasciatore a Londra.
Dietro l’ombra dei servizi ucraini, però potrebbe celarsi quella dello zio Sam. Secondo un articolo del Washington Post del 6 giugno 2023, infatti, la CIA era a conoscenza di un piano ucraino per sabotare i gasdotti già nel giugno 2022 e avrebbe informato alcuni paesi europei, tra cui la Germania.
Nonostante ciò, i governi occidentali avrebbero omesso di rivelare al pubblico che l’Ucraina era un principale sospettato nel sabotaggio. Alcuni funzionari americani hanno suggerito che la CIA tentò di dissuadere l’Ucraina, mentre altri esperti ipotizzano un possibile coinvolgimento attivo degli Stati Uniti nella pianificazione dell’attacco, con manovre NATO usate come copertura.
L’attentato al Nord Stream rimane un caso irrisolto, con molti parlamentari che chiedono un’inchiesta indipendente, magari sotto l’egida dell’ONU. Tuttavia, una proposta di risoluzione da parte di Russia, Cina e Brasile non ha ottenuto il supporto degli Stati Uniti e dei loro alleati. Germania e Svezia hanno rifiutato una commissione d’inchiesta per non compromettere le indagini in corso. La paura di implicazioni geopolitiche ha alimentato questo gioco a nascondino attorno a un episodio di grande rilevanza internazionale.
Fonte
08/09/2024
“La Polonia boicotta le indagini sul Nord Stream”
Quando il Nord Stream, la conduttura che portava gas russo a buon mercato in Germania venne distrutto, nel settembre del 2022, da alcune esplosioni, la stampa e i governi occidentali accusarono unanimemente Mosca. Dopo alcuni mesi, però, cominciò ad emergere la pista ucraina, confermata da recenti rivelazioni.
Il principale sospettato degli inquirenti di Berlino è un istruttore subacqueo di nome Volodymyr Z., che ha vissuto nei pressi di Varsavia e che prima di essere arrestato è fuggito nel suo paese d’origine. Gli investigatori sospettano che abbia compiuto il sabotaggio insieme ad altri cinque ucraini.
Le autorità giudiziarie tedesche accusano ora la Polonia di non aver eseguito i mandati di arresto e di perquisizione europei emessi contro il sospettato dalla Corte federale di giustizia tedesca nel giugno scorso.
La polizia criminale federale e la Procura pubblica federale della Germania hanno espresso pubblicamente le loro rimostranze nei confronti di Varsavia, ed un funzionario di Berlino ha sostenuto, in una dichiarazione riportata dal “Welt am sonntag”, che il governo della Polonia ha coscientemente sabotato le indagini.
«Il governo polacco ovviamente lo ha lasciato andare per nascondere il proprio coinvolgimento nell’attacco ai gasdotti», ha detto al giornale August Hanning, ex capo del Servizio di intelligence federale tedesco (BND), convinto che i presidenti di Polonia e Ucraina, Andrzej Duda e Volodymyr Zelenskyy, fossero a conoscenza dei piani del sabotaggio del Nord Stream, che ha causato enormi danni economici alla Germania. «Operazioni di tali dimensioni sono inconcepibili senza l’approvazione dei leader politici dei paesi coinvolti», ha spiegato Hanning.
A dare l’ordine di attacco sarebbe stato l’allora comandante in capo delle forze armate ucraine, Valery Zaluzhny.
Gli investigatori affermano che il gruppo di sei subacquei che avrebbe piazzato gli esplosivi sul gasdotto utilizzando lo yacht a vela “Andromeda” era stato addestrato in Polonia. Gli investigatori ritengono inoltre che Varsavia possa aver fornito supporto logistico per l’operazione subacquea.
Gli investigatori tedeschi accusano anche le autorità polacche di aver deliberatamente nascosto le registrazioni video del porto turistico di Kołobrzeg, dove l’imbarcazione ha fatto scalo una settimana prima del sabotaggio.
Ovviamente le autorità della Polonia smentiscono ogni coinvolgimento e respingono indignate le accuse provenienti dalla Germania.
Jacek Siewiera, capo dell’Ufficio per la sicurezza nazionale della Polonia, ha sminuito le accuse affermando che queste provengono da una stretta cerchia di “ex funzionari filo-russi” che non ricoprono più posizioni di potere.
Le autorità politiche tedesche, in estremo imbarazzo, non commentano le conclusioni e le accuse degli inquirenti.
Del resto, sulla base di un trattato, l’Ucraina non è tenuta a estradare i propri cittadini in altri stati, e quindi gli autori dell'operazione sono al riparo da conseguenze giudiziarie.
Fonte
Il principale sospettato degli inquirenti di Berlino è un istruttore subacqueo di nome Volodymyr Z., che ha vissuto nei pressi di Varsavia e che prima di essere arrestato è fuggito nel suo paese d’origine. Gli investigatori sospettano che abbia compiuto il sabotaggio insieme ad altri cinque ucraini.
Le autorità giudiziarie tedesche accusano ora la Polonia di non aver eseguito i mandati di arresto e di perquisizione europei emessi contro il sospettato dalla Corte federale di giustizia tedesca nel giugno scorso.
La polizia criminale federale e la Procura pubblica federale della Germania hanno espresso pubblicamente le loro rimostranze nei confronti di Varsavia, ed un funzionario di Berlino ha sostenuto, in una dichiarazione riportata dal “Welt am sonntag”, che il governo della Polonia ha coscientemente sabotato le indagini.
«Il governo polacco ovviamente lo ha lasciato andare per nascondere il proprio coinvolgimento nell’attacco ai gasdotti», ha detto al giornale August Hanning, ex capo del Servizio di intelligence federale tedesco (BND), convinto che i presidenti di Polonia e Ucraina, Andrzej Duda e Volodymyr Zelenskyy, fossero a conoscenza dei piani del sabotaggio del Nord Stream, che ha causato enormi danni economici alla Germania. «Operazioni di tali dimensioni sono inconcepibili senza l’approvazione dei leader politici dei paesi coinvolti», ha spiegato Hanning.
A dare l’ordine di attacco sarebbe stato l’allora comandante in capo delle forze armate ucraine, Valery Zaluzhny.
Gli investigatori affermano che il gruppo di sei subacquei che avrebbe piazzato gli esplosivi sul gasdotto utilizzando lo yacht a vela “Andromeda” era stato addestrato in Polonia. Gli investigatori ritengono inoltre che Varsavia possa aver fornito supporto logistico per l’operazione subacquea.
Gli investigatori tedeschi accusano anche le autorità polacche di aver deliberatamente nascosto le registrazioni video del porto turistico di Kołobrzeg, dove l’imbarcazione ha fatto scalo una settimana prima del sabotaggio.
Ovviamente le autorità della Polonia smentiscono ogni coinvolgimento e respingono indignate le accuse provenienti dalla Germania.
Jacek Siewiera, capo dell’Ufficio per la sicurezza nazionale della Polonia, ha sminuito le accuse affermando che queste provengono da una stretta cerchia di “ex funzionari filo-russi” che non ricoprono più posizioni di potere.
Le autorità politiche tedesche, in estremo imbarazzo, non commentano le conclusioni e le accuse degli inquirenti.
Del resto, sulla base di un trattato, l’Ucraina non è tenuta a estradare i propri cittadini in altri stati, e quindi gli autori dell'operazione sono al riparo da conseguenze giudiziarie.
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16/08/2024
Emerge l'ovvio: il North Stream è stato sabotato dagli ucrani
Come sempre, in guerra, la verità viene fuori tardi e risulta l’opposto di quanto è stato affermato apoditticamente in tempo reale.
Il procuratore federale tedesco Jens Rommel ha ottenuto un primo mandato di arresto per un cittadino ucraino nell’ambito delle indagini sul sabotaggio del gasdotto North Stream nel Mar Baltico. È l’anticipazione data il 14 agosto dai media tedeschi Die Zeit, Süddeutsche Zeitung e dall’emittente pubblica Ard, secondo cui negli ultimi mesi gli investigatori sarebbero riusciti a raccogliere prove sufficienti per ottenere un mandato d’arresto per il sospetto da un giudice istruttore della Corte federale di giustizia all’inizio di giugno.
È da ricordare che anche questi tre media, come tutti quelli del “libero Occidente”, avevano giurato (e confuso i loro lettori) che quell’attentato era stato compiuto dai russi. E a nulla valeva far notare che risultava piuttosto assurdo che Putin o chi per lui avesse ordinato la distruzione del gasdotto che tanto era costato a Mosca e garantiva solide entrate trasportando gas in Germania e in Europa. Ma non c’era niente da fare: “ha stato Putin” e “i russi si bombardano da soli”...
A giugno, i procuratori tedeschi si sarebbero rivolti alle autorità polacche con un mandato d’arresto europeo, nella speranza di poter arrestare il sospettato (Volodymir Z, quasi un omonimo di Zelenskij), che avrebbe avuto come ultimo luogo di residenza la Polonia.
Notizia confermata dalla Polonia che ha fatto sapere di aver ricevuto il mandato di cattura europeo dalla Germania. A dichiararlo è stata una portavoce dell’ufficio della Procura, confermando di fatto le anticipazioni dei media tedeschi.
Il sospetto, ha ribadito la portavoce, è un cittadino ucraino che non è stato trovato al momento delle ricerche effettuate nel luogo di residenza.
Stando ai tre media tedeschi, altri due cittadini ucraini sono sospettati nel quadro della stessa inchiesta, tra loro una donna. I due sono stati coinvolti nell’operazione, forse con il ruolo di sommozzatori, per piazzare le cariche esplosive sul gasdotto
Il New York Times ha ricostruito la storia con molti più dettagli, narrando di una riunione tra alti ufficiali ucraini che ha messo a punto il piano di sabotaggio ottenendo rapidamente il placet dei Zelelnskij.
L’operazione, sul piano militare, non era per nulla costosa né complessa: il gasdotto correva ad appena 16 metri di profondità, nel punto in cui è stato distrutto, a poche centinaia di metri da una base Nato (molto probabilmente al corrente dell’impresa, altrimenti sarebbe stato un suicidio compierla). Bastavano un paio di sommozzatori neanche tanto esperti e il gioco era fatto.
La menzogna sull’attribuzione della responsabilità era pressoché obbligata. In base alle regole del diritto internazionale, sempre citato a sproposito dai menestrelli dei media occidentali, il sabotaggio del North Stream era tecnicamente una dichiarazione di guerra alla Germania: una infrastruttura strategica per la sicurezza energetica di un paese centrale nella NATO fatta saltare da un commando appartenente a un paese extra-NATO con la complicità o la connivenza dei servizi segreti di altri paesi NATO e della Polonia.
Roba da invocare l’art. 5 dell’alleanza contro l’Ucraina.
Ed era difficile spiegare ai cittadini tedeschi perché fosse così necessario armare e finanziare un regime neonazista che poneva in essere atti di guerra contro la Germania...
Scholz e Baerbock (la “verde” ministra della difesa) hanno così avallato la versione di Washington e Kiev, sommando il servilismo all’accettazione passiva di un atto di guerra contro il paese che dirigono.
Naturalmente chi, come noi, senza fonti di informazione particolari ma sulla base della logica elementare, spiegava già allora quel che oggi viene “scoperto”, veniva ascritto d’autorità tra i “putiniani”...
Comunque, la decisione della magistratura tedesca, per quanto tardiva, segnala che tutta la vicenda ucraina ha superato i limiti della tolleranza possibile. Se si procede contro agenti segreti di Kiev vuol dire che l’ora dello “sganciamento” tra interessi ucraini, Nato ed europei si sta forse avvicinando...
Quanto ai gazzettieri di casa nostra, ahinoi, non c’è proprio speranza che questa o altre “scoperte” li convincano a diventare appena appena più seri.
Fonte
Il procuratore federale tedesco Jens Rommel ha ottenuto un primo mandato di arresto per un cittadino ucraino nell’ambito delle indagini sul sabotaggio del gasdotto North Stream nel Mar Baltico. È l’anticipazione data il 14 agosto dai media tedeschi Die Zeit, Süddeutsche Zeitung e dall’emittente pubblica Ard, secondo cui negli ultimi mesi gli investigatori sarebbero riusciti a raccogliere prove sufficienti per ottenere un mandato d’arresto per il sospetto da un giudice istruttore della Corte federale di giustizia all’inizio di giugno.
È da ricordare che anche questi tre media, come tutti quelli del “libero Occidente”, avevano giurato (e confuso i loro lettori) che quell’attentato era stato compiuto dai russi. E a nulla valeva far notare che risultava piuttosto assurdo che Putin o chi per lui avesse ordinato la distruzione del gasdotto che tanto era costato a Mosca e garantiva solide entrate trasportando gas in Germania e in Europa. Ma non c’era niente da fare: “ha stato Putin” e “i russi si bombardano da soli”...
A giugno, i procuratori tedeschi si sarebbero rivolti alle autorità polacche con un mandato d’arresto europeo, nella speranza di poter arrestare il sospettato (Volodymir Z, quasi un omonimo di Zelenskij), che avrebbe avuto come ultimo luogo di residenza la Polonia.
Notizia confermata dalla Polonia che ha fatto sapere di aver ricevuto il mandato di cattura europeo dalla Germania. A dichiararlo è stata una portavoce dell’ufficio della Procura, confermando di fatto le anticipazioni dei media tedeschi.
Il sospetto, ha ribadito la portavoce, è un cittadino ucraino che non è stato trovato al momento delle ricerche effettuate nel luogo di residenza.
Stando ai tre media tedeschi, altri due cittadini ucraini sono sospettati nel quadro della stessa inchiesta, tra loro una donna. I due sono stati coinvolti nell’operazione, forse con il ruolo di sommozzatori, per piazzare le cariche esplosive sul gasdotto
Il New York Times ha ricostruito la storia con molti più dettagli, narrando di una riunione tra alti ufficiali ucraini che ha messo a punto il piano di sabotaggio ottenendo rapidamente il placet dei Zelelnskij.
L’operazione, sul piano militare, non era per nulla costosa né complessa: il gasdotto correva ad appena 16 metri di profondità, nel punto in cui è stato distrutto, a poche centinaia di metri da una base Nato (molto probabilmente al corrente dell’impresa, altrimenti sarebbe stato un suicidio compierla). Bastavano un paio di sommozzatori neanche tanto esperti e il gioco era fatto.
La menzogna sull’attribuzione della responsabilità era pressoché obbligata. In base alle regole del diritto internazionale, sempre citato a sproposito dai menestrelli dei media occidentali, il sabotaggio del North Stream era tecnicamente una dichiarazione di guerra alla Germania: una infrastruttura strategica per la sicurezza energetica di un paese centrale nella NATO fatta saltare da un commando appartenente a un paese extra-NATO con la complicità o la connivenza dei servizi segreti di altri paesi NATO e della Polonia.
Roba da invocare l’art. 5 dell’alleanza contro l’Ucraina.
Ed era difficile spiegare ai cittadini tedeschi perché fosse così necessario armare e finanziare un regime neonazista che poneva in essere atti di guerra contro la Germania...
Scholz e Baerbock (la “verde” ministra della difesa) hanno così avallato la versione di Washington e Kiev, sommando il servilismo all’accettazione passiva di un atto di guerra contro il paese che dirigono.
Naturalmente chi, come noi, senza fonti di informazione particolari ma sulla base della logica elementare, spiegava già allora quel che oggi viene “scoperto”, veniva ascritto d’autorità tra i “putiniani”...
Comunque, la decisione della magistratura tedesca, per quanto tardiva, segnala che tutta la vicenda ucraina ha superato i limiti della tolleranza possibile. Se si procede contro agenti segreti di Kiev vuol dire che l’ora dello “sganciamento” tra interessi ucraini, Nato ed europei si sta forse avvicinando...
Quanto ai gazzettieri di casa nostra, ahinoi, non c’è proprio speranza che questa o altre “scoperte” li convincano a diventare appena appena più seri.
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06/10/2023
Guerra in Ucraina - Un anno dopo il sabotaggio al Nord Stream la Russia ha vinto?
In questi giorni è ricorso l’anniversario della distruzione di tre dei quattro gasdotti Nord Stream 1 e 2 da parte dell’amministrazione Biden. Avrei qualcosa da aggiungere a riguardo, ma dovremo aspettare. Perché?
Perché la guerra tra Russia e Ucraina, nella quale la Casa Bianca continua a respingere qualsiasi discorso di cessate il fuoco, è a un punto di svolta. Ci sono alti esponenti dell’intelligence americana che, sulla base di rapporti sul campo e informazioni tecniche, ritengono che l’esercito ucraino, demoralizzato, abbia rinunciato alla possibilità di superare le tre linee di difesa russe, dove c’è una grande presenza di mine, e di portando la guerra in Crimea e nelle quattro province che la Russia conquistò e annesse.
La realtà è che il malconcio esercito di Volodymyr Zelenskyj non ha più alcuna possibilità di vincere.
La guerra continua, mi dice un funzionario con accesso all’intelligence attuale, perché Zelenskyj insiste che deve continuare. Né nel suo quartier generale né alla Casa Bianca di Biden si parla di un cessate il fuoco né c’è interesse per colloqui che potrebbero porre fine al massacro.
“È tutta una bugia”, ha detto il funzionario, riferendosi alle affermazioni ucraine di un graduale progresso in un’offensiva che ha subito perdite sconcertanti mentre guadagnava terreno in alcune aree sparse che l’esercito ucraino misura in metri a settimana.
“Cerchiamo di essere chiari”, ha detto il funzionario, “Putin ha commesso un atto stupido e autodistruttivo dando inizio alla guerra. Pensava di avere poteri magici e che tutto ciò che desiderava si sarebbe avverato. L’attacco iniziale della Russia”, ha aggiunto il funzionario, “è stato mal pianificato, poco presidiato e ha causato perdite inutili. I suoi generali gli hanno mentito e lui ha iniziato la guerra senza logistica, senza modo di rifornire le sue truppe”. Molti dei generali colpevoli sono poi stati licenziati sommariamente.
“Sì, non importa quanto provocato, Putin è stato stupido violando la Carta delle Nazioni Unite, e lo siamo stati anche noi”, ha detto il funzionario, riferendosi alla decisione del presidente Biden di intraprendere una guerra per procura con la Russia finanziando Zelenskyj e il suo esercito.
“Ed è per questo che ora, per giustificare il nostro errore, dobbiamo dipingerlo di nero con l’aiuto dei media”. Si riferiva ad un’operazione segreta di disinformazione volta a screditare Putin e portata avanti dalla CIA in coordinamento con membri dell’intelligence britannica.
Il successo dell’operazione ha portato i principali media degli Usa e a Londra a riferire che il presidente russo soffriva di diverse malattie, tra cui problemi ematologici e gravi tumori. Un aneddoto molto citato diceva che Putin veniva trattato con forti dosi di steroidi.
Non tutti si sono lasciati ingannare. Nel maggio 2022, Il Guardian ha riferito scettico che le voci “abbracciavano un ampio spettro: Vladimir Putin soffre di cancro o morbo di Parkinson, dicono rapporti non confermati e non verificati”.
Ma molte delle principali agenzie di stampa hanno abboccato. Nel giugno 2022, Newsweek ha pubblicato quello che ha definito un grande scoop, citando fonti anonime secondo cui, due mesi prima, Putin si era sottoposto a un trattamento per un cancro in stadio avanzato: “Il controllo di Putin è forte ma non più assoluto. La lotta all’interno del Cremlino non è mai stata così intensa… tutti sentono che la fine è vicina”.
“Nei primi giorni dell’offensiva di giugno ci sono state alcune incursioni ucraine”, ha detto il funzionario, “sopra o vicino” alla prima delle tre formidabili barriere difensive di cemento della Russia, “e i russi si sono ritirati per assorbirle. E li hanno uccisi tutti”.
Dopo settimane di forti perdite e scarsi progressi, oltre a terribili perdite di carri armati e veicoli blindati, ha continuato il funzionario, importanti membri dell’esercito ucraino, senza dichiararlo, hanno praticamente annullato l’offensiva.
Le due città che l’esercito ucraino ha recentemente rivendicato come catturate “sono così piccole che non starebbero tra due cartelloni pubblicitari della Burma-Shave”, un riferimento ai cartelloni pubblicitari che sembravano essere su ogni autostrada americana dopo la seconda guerra mondiale.
Una conseguenza dell’ostilità neoconservatrice dell’amministrazione Biden nei confronti di Russia e Cina – esemplificata dalle dichiarazioni del Segretario di Stato Tony Blinken, che ha ripetutamente affermato che non tollererà un cessate il fuoco in Ucraina in questo momento – è stata una significativa divisione nella comunità dell’intelligence.
Una delle vittime è il National Intelligence Estimates (NIE), che da decenni definisce i parametri della politica estera americana. In molti casi, alcuni uffici chiave della CIA si sono rifiutati di partecipare al processo NIE a causa del profondo disaccordo politico con la politica estera aggressiva del governo. Uno dei fallimenti più recenti è stato quello del NIE che calcolava l’esito di un attacco cinese a Taiwan.
Per molte settimane ho riferito del disaccordo di lunga data tra la CIA e altri membri della comunità dell’intelligence sulla prognosi dell’attuale guerra in Ucraina. Gli analisti della CIA sono sempre stati molto più scettici rispetto ai loro colleghi della Defense Intelligence Agency (DIA) riguardo alle prospettive di successo dell’Ucraina. I media americani hanno ignorato la disputa, ma non The Economist, con sede a Londra, i cui giornalisti meglio informati non firmano gli articoli.
Un segnale della tensione interna alla comunità americana è emerso nel numero del 9 settembre della rivista, quando Trent Maul, direttore delle analisi della DIA, ha rilasciato un’intervista straordinaria in cui ha difeso i resoconti ottimistici della sua agenzia sulla guerra in Ucraina e la sua problematica controffensiva. L’Economist titolò “Un’intervista insolita”, ma passò inosservata anche ai principali giornali degli Stati Uniti.
Maul ha riconosciuto che la DIA “ha sbagliato” nel riferire sulla “volontà di combattere” dei suoi alleati quando gli eserciti addestrati e finanziati dagli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan “sono andati in pezzi quasi da un giorno all’altro”.
Maul ha contestato le denunce della CIA – anche se non ha citato l’agenzia per nome – sulla mancanza di abilità dei leader militari ucraini e sulle loro tattiche nell’attuale controffensiva. Ha detto all’Economist che i recenti successi militari dell’Ucraina sono stati “significativi” e hanno dato alle sue truppe una probabilità del 40-50% di sfondare le tre linee difensive della Russia entro la fine di quest’anno.
Tuttavia, secondo The Economist, ha avvertito che “le munizioni limitate e il peggioramento del tempo renderanno tutto molto difficile”.
Zelenskyj ha anche riconosciuto che quelle che ha definito le “recenti difficoltà” della sua nazione sul campo di battaglia sono state percepite da alcuni come un motivo per avviare seri negoziati con la Russia sulla fine della guerra. Zelenskyj lo ha definito “cattivo tempismo” perché la Russia “percepisce la stessa cosa”.
Tuttavia, ancora una volta ha chiarito che i colloqui di pace non sono sul tavolo e ha lanciato una nuova minaccia ai leader dell’area i cui Paesi ospitano i rifugiati ucraini e che vogliono, come ha informato Washington la CIA, la fine della guerra.
Zelenskyj ha avvertito nell’intervista, come ha scritto The Economist: “Non c’è modo di prevedere come i milioni di rifugiati ucraini nei Paesi europei reagirebbero all’abbandono del loro Paese”.
Zelenskyj ha detto che i rifugiati ucraini “si sono comportati bene… e sono grati” a coloro che hanno dato loro rifugio, ma non sarebbe una “bella storia” per l’Europa se una sconfitta ucraina “mettesse le persone con le spalle al muro”.
Si trattava niente di meno che di una minaccia di insurrezione interna [o, più realisticamente, di atti di terrorismo nei paesi della diaspora ucraina, ndr].
Il discorso di Zelenskyj alla recente Assemblea generale annuale delle Nazioni Unite a New York non ha offerto molte novità e, come riportato dal Washington Post, ha ricevuto l’obbligatorio “caloroso benvenuto” da parte dei partecipanti.
Tuttavia, secondo il giornale, “ha tenuto il suo discorso in una sala semipiena, nella quale molte delegazioni hanno rifiutato di presentarsi per ascoltare ciò che aveva da dire”.
I leader di alcune nazioni in via di sviluppo, aggiunge il rapporto, erano “frustrati” dal fatto che i diversi miliardi che l’amministrazione Biden stava spendendo, senza una seria responsabilità, per finanziare la guerra in Ucraina stavano diminuendo il sostegno alle loro stesse lotte per “affrontare il riscaldamento globale, la povertà e garantire un vita più sicura per i suoi cittadini”.
Il presidente Biden, nel suo discorso all’Assemblea generale, non ha affrontato la pericolosa posizione dell’Ucraina nella guerra con la Russia, ma ha invece riaffermato il suo forte sostegno all’Ucraina e ha insistito sul fatto che “la Russia è l’unica responsabile di questa guerra”, dimenticando tre decenni di espansione della NATO verso Est e il coinvolgimento segreto dell’amministrazione Obama, nel 2014, nel rovesciamento di un governo filo-russo in Ucraina.
Il presidente potrebbe avere ragione nel merito, ma il resto del mondo ricorda, a differenza della Casa Bianca, che sono stati gli Stati Uniti a scegliere di entrare in guerra in Iraq e Afghanistan, con poca considerazione per la giustificazione che avevano per farlo.
Il presidente Biden non ha parlato della necessità di un cessate il fuoco immediato in una guerra che l’Ucraina non può vincere, e che si aggiunge all’inquinamento che ha causato l’attuale crisi climatica in cui è impantanato il pianeta.
Biden, con il sostegno del segretario di Stato Blinken e del consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan – ma con un sostegno in calo in altre parti degli Stati Uniti – ha reso il suo inesorabile sostegno finanziario e morale alla guerra in Ucraina una questione di vita o di morte per la sua rielezione.
Nel frattempo, un implacabile Zelenskyj, in un’intervista la scorsa settimana con un corrispondente servile di 60 Minutes, un tempo apice del giornalismo americano aggressivo, ha descritto Putin come un altro Hitler e ha insistito falsamente sul fatto che l’Ucraina avesse l’iniziativa nella sua attuale guerra con la Russia.
Alla domanda del corrispondente della CBS Scott Pelley se pensasse che “la minaccia della guerra nucleare sia alle nostre spalle”, Zelenskyj ha risposto: “Penso che continuerà a minacciare. Aspetta che gli Stati Uniti perdano stabilità e crede che ciò accadrà durante le elezioni americane. Cercherà l’instabilità in Europa e negli Stati Uniti. Utilizzerà il rischio di utilizzare armi nucleari per alimentarlo. Continuerà a minacciare”.
Il funzionario dell’intelligence americana con cui ho parlato ha lavorato all’inizio della sua carriera contro l’aggressione e lo spionaggio sovietici. Rispetta l’intelligenza di Putin ma disprezza la sua decisione di entrare in guerra con l’Ucraina e provocare la morte e la distruzione che la guerra provoca.
Tuttavia, come mi ha detto: “La guerra è finita. La Russia ha vinto. Non c’è più un’offensiva ucraina, ma la Casa Bianca e i media americani devono continuare a mentire. La verità è che se all’esercito ucraino venisse ordinato di continuare l’offensiva, si ammutinerebbe. I soldati non sono più disposti a morire, ma questo non si adatta alle sciocchezze concepite dalla Casa Bianca di Biden”.
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Perché la guerra tra Russia e Ucraina, nella quale la Casa Bianca continua a respingere qualsiasi discorso di cessate il fuoco, è a un punto di svolta. Ci sono alti esponenti dell’intelligence americana che, sulla base di rapporti sul campo e informazioni tecniche, ritengono che l’esercito ucraino, demoralizzato, abbia rinunciato alla possibilità di superare le tre linee di difesa russe, dove c’è una grande presenza di mine, e di portando la guerra in Crimea e nelle quattro province che la Russia conquistò e annesse.
La realtà è che il malconcio esercito di Volodymyr Zelenskyj non ha più alcuna possibilità di vincere.
La guerra continua, mi dice un funzionario con accesso all’intelligence attuale, perché Zelenskyj insiste che deve continuare. Né nel suo quartier generale né alla Casa Bianca di Biden si parla di un cessate il fuoco né c’è interesse per colloqui che potrebbero porre fine al massacro.
“È tutta una bugia”, ha detto il funzionario, riferendosi alle affermazioni ucraine di un graduale progresso in un’offensiva che ha subito perdite sconcertanti mentre guadagnava terreno in alcune aree sparse che l’esercito ucraino misura in metri a settimana.
“Cerchiamo di essere chiari”, ha detto il funzionario, “Putin ha commesso un atto stupido e autodistruttivo dando inizio alla guerra. Pensava di avere poteri magici e che tutto ciò che desiderava si sarebbe avverato. L’attacco iniziale della Russia”, ha aggiunto il funzionario, “è stato mal pianificato, poco presidiato e ha causato perdite inutili. I suoi generali gli hanno mentito e lui ha iniziato la guerra senza logistica, senza modo di rifornire le sue truppe”. Molti dei generali colpevoli sono poi stati licenziati sommariamente.
“Sì, non importa quanto provocato, Putin è stato stupido violando la Carta delle Nazioni Unite, e lo siamo stati anche noi”, ha detto il funzionario, riferendosi alla decisione del presidente Biden di intraprendere una guerra per procura con la Russia finanziando Zelenskyj e il suo esercito.
“Ed è per questo che ora, per giustificare il nostro errore, dobbiamo dipingerlo di nero con l’aiuto dei media”. Si riferiva ad un’operazione segreta di disinformazione volta a screditare Putin e portata avanti dalla CIA in coordinamento con membri dell’intelligence britannica.
Il successo dell’operazione ha portato i principali media degli Usa e a Londra a riferire che il presidente russo soffriva di diverse malattie, tra cui problemi ematologici e gravi tumori. Un aneddoto molto citato diceva che Putin veniva trattato con forti dosi di steroidi.
Non tutti si sono lasciati ingannare. Nel maggio 2022, Il Guardian ha riferito scettico che le voci “abbracciavano un ampio spettro: Vladimir Putin soffre di cancro o morbo di Parkinson, dicono rapporti non confermati e non verificati”.
Ma molte delle principali agenzie di stampa hanno abboccato. Nel giugno 2022, Newsweek ha pubblicato quello che ha definito un grande scoop, citando fonti anonime secondo cui, due mesi prima, Putin si era sottoposto a un trattamento per un cancro in stadio avanzato: “Il controllo di Putin è forte ma non più assoluto. La lotta all’interno del Cremlino non è mai stata così intensa… tutti sentono che la fine è vicina”.
“Nei primi giorni dell’offensiva di giugno ci sono state alcune incursioni ucraine”, ha detto il funzionario, “sopra o vicino” alla prima delle tre formidabili barriere difensive di cemento della Russia, “e i russi si sono ritirati per assorbirle. E li hanno uccisi tutti”.
Dopo settimane di forti perdite e scarsi progressi, oltre a terribili perdite di carri armati e veicoli blindati, ha continuato il funzionario, importanti membri dell’esercito ucraino, senza dichiararlo, hanno praticamente annullato l’offensiva.
Le due città che l’esercito ucraino ha recentemente rivendicato come catturate “sono così piccole che non starebbero tra due cartelloni pubblicitari della Burma-Shave”, un riferimento ai cartelloni pubblicitari che sembravano essere su ogni autostrada americana dopo la seconda guerra mondiale.
Una conseguenza dell’ostilità neoconservatrice dell’amministrazione Biden nei confronti di Russia e Cina – esemplificata dalle dichiarazioni del Segretario di Stato Tony Blinken, che ha ripetutamente affermato che non tollererà un cessate il fuoco in Ucraina in questo momento – è stata una significativa divisione nella comunità dell’intelligence.
Una delle vittime è il National Intelligence Estimates (NIE), che da decenni definisce i parametri della politica estera americana. In molti casi, alcuni uffici chiave della CIA si sono rifiutati di partecipare al processo NIE a causa del profondo disaccordo politico con la politica estera aggressiva del governo. Uno dei fallimenti più recenti è stato quello del NIE che calcolava l’esito di un attacco cinese a Taiwan.
Per molte settimane ho riferito del disaccordo di lunga data tra la CIA e altri membri della comunità dell’intelligence sulla prognosi dell’attuale guerra in Ucraina. Gli analisti della CIA sono sempre stati molto più scettici rispetto ai loro colleghi della Defense Intelligence Agency (DIA) riguardo alle prospettive di successo dell’Ucraina. I media americani hanno ignorato la disputa, ma non The Economist, con sede a Londra, i cui giornalisti meglio informati non firmano gli articoli.
Un segnale della tensione interna alla comunità americana è emerso nel numero del 9 settembre della rivista, quando Trent Maul, direttore delle analisi della DIA, ha rilasciato un’intervista straordinaria in cui ha difeso i resoconti ottimistici della sua agenzia sulla guerra in Ucraina e la sua problematica controffensiva. L’Economist titolò “Un’intervista insolita”, ma passò inosservata anche ai principali giornali degli Stati Uniti.
Maul ha riconosciuto che la DIA “ha sbagliato” nel riferire sulla “volontà di combattere” dei suoi alleati quando gli eserciti addestrati e finanziati dagli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan “sono andati in pezzi quasi da un giorno all’altro”.
Maul ha contestato le denunce della CIA – anche se non ha citato l’agenzia per nome – sulla mancanza di abilità dei leader militari ucraini e sulle loro tattiche nell’attuale controffensiva. Ha detto all’Economist che i recenti successi militari dell’Ucraina sono stati “significativi” e hanno dato alle sue truppe una probabilità del 40-50% di sfondare le tre linee difensive della Russia entro la fine di quest’anno.
Tuttavia, secondo The Economist, ha avvertito che “le munizioni limitate e il peggioramento del tempo renderanno tutto molto difficile”.
Zelenskyj ha anche riconosciuto che quelle che ha definito le “recenti difficoltà” della sua nazione sul campo di battaglia sono state percepite da alcuni come un motivo per avviare seri negoziati con la Russia sulla fine della guerra. Zelenskyj lo ha definito “cattivo tempismo” perché la Russia “percepisce la stessa cosa”.
Tuttavia, ancora una volta ha chiarito che i colloqui di pace non sono sul tavolo e ha lanciato una nuova minaccia ai leader dell’area i cui Paesi ospitano i rifugiati ucraini e che vogliono, come ha informato Washington la CIA, la fine della guerra.
Zelenskyj ha avvertito nell’intervista, come ha scritto The Economist: “Non c’è modo di prevedere come i milioni di rifugiati ucraini nei Paesi europei reagirebbero all’abbandono del loro Paese”.
Zelenskyj ha detto che i rifugiati ucraini “si sono comportati bene… e sono grati” a coloro che hanno dato loro rifugio, ma non sarebbe una “bella storia” per l’Europa se una sconfitta ucraina “mettesse le persone con le spalle al muro”.
Si trattava niente di meno che di una minaccia di insurrezione interna [o, più realisticamente, di atti di terrorismo nei paesi della diaspora ucraina, ndr].
Il discorso di Zelenskyj alla recente Assemblea generale annuale delle Nazioni Unite a New York non ha offerto molte novità e, come riportato dal Washington Post, ha ricevuto l’obbligatorio “caloroso benvenuto” da parte dei partecipanti.
Tuttavia, secondo il giornale, “ha tenuto il suo discorso in una sala semipiena, nella quale molte delegazioni hanno rifiutato di presentarsi per ascoltare ciò che aveva da dire”.
I leader di alcune nazioni in via di sviluppo, aggiunge il rapporto, erano “frustrati” dal fatto che i diversi miliardi che l’amministrazione Biden stava spendendo, senza una seria responsabilità, per finanziare la guerra in Ucraina stavano diminuendo il sostegno alle loro stesse lotte per “affrontare il riscaldamento globale, la povertà e garantire un vita più sicura per i suoi cittadini”.
Il presidente Biden, nel suo discorso all’Assemblea generale, non ha affrontato la pericolosa posizione dell’Ucraina nella guerra con la Russia, ma ha invece riaffermato il suo forte sostegno all’Ucraina e ha insistito sul fatto che “la Russia è l’unica responsabile di questa guerra”, dimenticando tre decenni di espansione della NATO verso Est e il coinvolgimento segreto dell’amministrazione Obama, nel 2014, nel rovesciamento di un governo filo-russo in Ucraina.
Il presidente potrebbe avere ragione nel merito, ma il resto del mondo ricorda, a differenza della Casa Bianca, che sono stati gli Stati Uniti a scegliere di entrare in guerra in Iraq e Afghanistan, con poca considerazione per la giustificazione che avevano per farlo.
Il presidente Biden non ha parlato della necessità di un cessate il fuoco immediato in una guerra che l’Ucraina non può vincere, e che si aggiunge all’inquinamento che ha causato l’attuale crisi climatica in cui è impantanato il pianeta.
Biden, con il sostegno del segretario di Stato Blinken e del consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan – ma con un sostegno in calo in altre parti degli Stati Uniti – ha reso il suo inesorabile sostegno finanziario e morale alla guerra in Ucraina una questione di vita o di morte per la sua rielezione.
Nel frattempo, un implacabile Zelenskyj, in un’intervista la scorsa settimana con un corrispondente servile di 60 Minutes, un tempo apice del giornalismo americano aggressivo, ha descritto Putin come un altro Hitler e ha insistito falsamente sul fatto che l’Ucraina avesse l’iniziativa nella sua attuale guerra con la Russia.
Alla domanda del corrispondente della CBS Scott Pelley se pensasse che “la minaccia della guerra nucleare sia alle nostre spalle”, Zelenskyj ha risposto: “Penso che continuerà a minacciare. Aspetta che gli Stati Uniti perdano stabilità e crede che ciò accadrà durante le elezioni americane. Cercherà l’instabilità in Europa e negli Stati Uniti. Utilizzerà il rischio di utilizzare armi nucleari per alimentarlo. Continuerà a minacciare”.
Il funzionario dell’intelligence americana con cui ho parlato ha lavorato all’inizio della sua carriera contro l’aggressione e lo spionaggio sovietici. Rispetta l’intelligenza di Putin ma disprezza la sua decisione di entrare in guerra con l’Ucraina e provocare la morte e la distruzione che la guerra provoca.
Tuttavia, come mi ha detto: “La guerra è finita. La Russia ha vinto. Non c’è più un’offensiva ucraina, ma la Casa Bianca e i media americani devono continuare a mentire. La verità è che se all’esercito ucraino venisse ordinato di continuare l’offensiva, si ammutinerebbe. I soldati non sono più disposti a morire, ma questo non si adatta alle sciocchezze concepite dalla Casa Bianca di Biden”.
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