Il video degli scontri di Milano pubblicato dalla Fox News statunitense (che tra l’altro è il network più allineato con Trump) il primo giorno delle Olimpiadi, non è proprio andato giù alla Meloni.
Ed allora sui social sono partiti subito gli anatemi della premier che tradiscono un bel po’ di nervosismo: “Sono i nemici dell’Italia e degli italiani, che manifestano contro le Olimpiadi, facendo finire queste immagini sulle televisioni di mezzo mondo. Dopo che altri hanno tranciato i cavi della ferrovia per impedire ai treni di partire”.
Le fa eco il Presidente del Senato Larussa: “Mentre il mondo rende ancora omaggio all’Italia per la bellissima cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Milano-Cortina 2026, delinquenti e violenti provano a sabotare linee ferroviarie e scendono in piazza per creare disordini”.
Indubbiamente questa insistenza sul connubio tra manifestazioni e treni semina una certa inquietudine – e qualche interrogativo – tra chi ha vissuto la storia recente del paese.
E non poteva mancare il ministro degli Interni Piantedosi, secondo cui: “C’è chi mira al caos generalizzato”. Nell’intervista di oggi al Corriere della Sera il ministro espone il suo teorema – piuttosto banale – secondo il quale il problema sono i cattivi maestri che però “si sono fatti vedere solo come osservatori”, tra questi ci sono “gli organizzatori di iniziative pubbliche nelle quali dichiarano di voler sovvertire il sistema democratico ed arrivare alla resa dei conti con lo Stato democratico”.
La tolleranza verso le manifestazioni annunciata all’inizio del suo mandato dalla premier Meloni, che definiva se stessa come underdog (una che viene dalle piazze e dalle strade), subito dopo le grandi manifestazioni per la Palestina, gli scioperi generali, le piazze riempite da una opposizione politica e sociale meno imbrigliata e imbranata del “campo largo”, sembra ormai sostituita da una vocazione repressiva e liberticida proprio contro le manifestazioni di dissenso politico oggi invece criminalizzate.
Curiosamente la stessa relazione del 2025 dei servizi di intelligence al Parlamento, aveva qualificato come dissenso politico le mobilitazioni dello scorso anno: “L’andamento della crisi in Medio Oriente, ha riportato sulla scena tematiche – condivise da anime diverse del dissenso – quali l’antimilitarismo, l’antisionismo, il sostegno alla causa palestinese” (p.16), includendo in tale categoria anche posizioni che le nuove leggi in discussione al Senato vorrebbero invece sanzionare e criminalizzare.
Gli esponenti della destra al governo appaiono decisamente nervosi, sentono che la terra comincia a smottare sotto i piedi e che la rendita di posizione di cui hanno potuto usufruire fino ad oggi (soldi del PNRR a disposizione, maggioranza blindata in Parlamento, debolezza dell’opposizione, elezione di Trump etc.) potrebbe esaurirsi.
Tra i motivi di nervosismo c’è sicuramente il prossimo referendum costituzionale sulla giustizia del 21/22 marzo, nel quale una battaglia che la destra dava per vinta a mani basse adesso è diventata contendibile e forse addirittura perdente.
Il Giornale non a caso ieri parlava di “escalation di violenza e garantismo giurisprudenziale”. E ancora, riferendosi a improbabili confronti con gli anni ‘70, ha scritto che: “oggi il livello di violenza è fortunatamente inferiore, ma chi lo esercita può contare su un livello di impunità garantito da magistrati pronti – pur di opporsi al governo – a rimettere in libertà chi viola la legge”.
E poi c’è la variabile Vannacci (l’ultima zampata di quell’avventuriero politico di Renzi) che potrebbe rosicchiare quel pizzico di voti capaci di ribaltare gli equilibri nei collegi elettorali e far perdere le elezioni alla destra.
Ci sono dunque molti motivi per i quali sembra che a voler seminare il caos nel paese e la sfiducia verso le istituzioni (in questo caso la magistratura, in altri il Parlamento), sia più il governo stesso, e i suoi apparati collaterali, che le manifestazioni.
Nello stesso brodo primordiale del caos, il governo butta i manifestanti, i magistrati, i cantanti filopalestinesi, le polemiche su Sanremo e, come al solito, la classica “pista anarchica” sui sabotaggi ai treni.
Sui sabotaggi ai treni però nessuna organizzazione o rete anarchica ha finora rivendicato l’azione. Ma, come è purtroppo storia nel nostro paese dalla strage di Piazza Fontana in poi, c’è sempre una “pista anarchica” da dare in pasto ai timori dell’opinione pubblica e alle carognate in politica. Chissà, se tornasse utile alla strategia del caos, già da domani potrebbe spuntare dal cilindro una “pista islamica” oppure una “pista russa”, entrambe funzionali al clima di guerra che si respira in Europa e quindi anche in Italia.
Si ha quasi la sensazione che in questa nuova “strategia della tensione”, gli esecutori di ieri siano diventati i mandanti di oggi. Teniamoli d’occhio e prepariamoci ad una opposizione politica e sociale degna di questo nome e capace di indicare un’alternativa.
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