C’è un accordo del 2009 che lega Italia e Stati Uniti in uno scambio di informazioni nel quale ha un ruolo di primo piano l’ICE.
Uno scambio che riguarda soggetti sospettati di terrorismo e gravi crimini e che arriva a trasferire da una parte all’altra dell’Atlantico informazioni sul Dna e dati personali.
Tra i soggetti che possono disporre di queste banche dati c’è anche l’Immigration and Customs Enforcement, la branca del Dipartimento per la sicurezza interna (DHS) nel quale lavorano gli agenti responsabili delle violenze di Minneapolis.
Le informazioni che riguardano soggetti sul suolo italiano possono arrivare anche a loro, grazie a un accordo firmato il 28 maggio 2009 per il governo Berlusconi dall’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni.
L’accordo consta di 24 articoli e nasce “dal desiderio di cooperare più efficacemente nella prevenzione e lotta alle forme gravi di criminalità, in particolare al terrorismo”.
Le informazioni che le forze di polizia di Roma e Washington possono scambiarsi riguardano persone che hanno commesso o sono sospettati di reati di terrorismo e chi “partecipa a un gruppo o a una associazione di criminalità organizzata”.
In questi casi Italia e Usa “autorizzano i rispettivi punti di contatto nazionali” ad accedere “ai dati di riferimento contenuti nei propri schedari di profili del Dna con la facoltà di procedere ad interrogazioni automatizzate tramite il raffronto dei profili del Dna”.
Oltre al profilo genetico le due parti possono scambiarsi “cognomi, i nomi, (…) il sesso, la data e il luogo di nascita, le attuali e le precedenti nazionalità, il numero di passaporto, (…) dati dattiloscopici, nonché la descrizione di qualsiasi precedente giudiziario”.
Il loro utilizzo non sarà limitato alle indagini e alla prevenzione della minaccia per la sicurezza pubblica, ma potranno essere usati anche “nei procedimenti giudiziari non penali o amministrativi direttamente connessi” alle indagini.
All’articolo 21 poi si specifica che l’accordo “resta in vigore a tempo indeterminato” e che “entrambe le Parti possono recedere con preavviso scritto di tre mesi”.
L’intesa viene ratificata in Italia il 3 luglio 2014 (governo Renzi), pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 17 luglio e confermata da un “accordo di attuazione” firmato dalle due parti il 20 ottobre 2017 (governo Gentiloni).
Che l’Agenzia finita nella bufera dopo le uccisioni a Minneapolis sia coinvolta nello scambio di dati lo certifica però un altro documento, un paper interno datato 3 aprile 2018 del Department of Homeland Security da cui l’ICE dipende.
Qui si specifica: “Il paese che effettua l’interrogazione raccoglie le impronte digitali della persona di interesse e interroga il sistema biometrico automatizzato dell’altro paese per determinare se quest’ultimo ha precedentemente incontrato questo individuo. Le informazioni a disposizione dei partner” dell’accordo “includono le azioni di applicazione del DHS, dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) e della US Customs and Border Protection (CBP)”.
L’accordo è emblematico della quantità e della delicatezza di informazioni che possono essere scambiate.
Di certo oggi le autorità italiane saranno pronte a ribadire che il dipartimento dell’ICE citato nel documento americano del 2018 non è lo stesso che sarà presente in Italia durante le Olimpiadi.
E che, come ha già detto l’ambasciatore Usa, gli agenti americani avranno solo un ruolo di intelligence.
Ma che senso ha – si domanda qualche addetto ai lavori – se in Italia c’è già un centro della Cia, che verrà di certo rafforzato con l’arrivo delle autorità statunitensi?
Peraltro esiste anche il Comitato di analisi strategica antiterrorismo (C.a.s.a) del Viminale che riunisce forze di Polizia e Intelligence per analizzare informazioni e coordinare misure di sicurezza proprio per la minaccia terroristica.
“È una mossa di Trump per ottenere un riconoscimento dell’ICE”, commentano alcuni esperti.
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