L’ultimo caso è quello di Ali Mohammed Hassan che lavorava in uno degli store ufficiali delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026.
Quando un gruppo di tifosi israeliani entrato nel negozio ostentando la loro bandiera si è avvicinato al bancone, lui ha detto: “Palestina libera”. Una tifosa israeliana che filmava lo ha sfidato: “Dillo di nuovo”. E lui l’ha detto di nuovo: “Palestina libera.” E ancora: “Palestina libera”.
Un altro israeliano vicino ha decretato: “Dovrebbe essere licenziato”. E così è stato. Ali Mohammed Hassan è stato licenziato.
Il video è finito su uno dei circuiti mediatici sionisti denominata StopAntisemitism, un’organizzazione che si definisce “watchdog contro l’antisemitismo” e che negli ultimi anni ha funzionato come braccio mediatico della campagna di delegittimazione contro chiunque nomini la Palestina in pubblico.
Quasi automaticamente sono arrivati migliaia di like, centinaia di commenti e la richiesta alla direzione di Milano Cortina 2026 di cacciarlo. E in giornata Milano Cortina 2026 ha subito obbedito. Ali è stato licenziato.
La dichiarazione ufficiale è che: “Non è appropriato che il personale dei Giochi esprima opinioni politiche personali durante lo svolgimento delle proprie mansioni”.
Un dipendente dice due parole segnanti “Palestina libera” e viene licenziato in giornata. Un paese che massacra decine di migliaia di civili sfila e concorre invece alle Olimpiadi (opportunità consentita però solo a Israele ma non alla Russia ad esempio).
La stessa sorte era toccata a maggio scorso ad una dipendente della Scala di Milano che, quando la premier Meloni era entrata nel teatro per un evento internazionale, aveva gridato anch’essa dalla sua postazione “Palestina libera!”
Anche lei venne prontamente licenziata, ma poi la direzione della Scala è stata costretta a pagare il risarcimento perché il licenziamento è stato ritenuto non legittimo dal tribunale.
Ci auguriamo che anche nel caso di Ali la giustizia faccia il suo dovere. Siamo sicuri che le realtà sindacali e solidali milanesi faranno tutto quello che sarà necessario sul piano economico, legale e politico per tutelarlo.
Palestina libera sono due parole potentissime che però i governi italiano e israeliano vorrebbero cancellare dal vocabolario politico.
Il secondo pretendendo ovunque – anche in Italia – il silenzio e l’impunità sul genocidio dei palestinesi a Gaza.
Il primo perseguitando i palestinesi in Italia su ordine di Israele e varando leggi come il Ddl Romeo-Scalfarotto in discussione al Senato e che vorrebbe, appunto, imbrigliare e sanzionare il vocabolario quando si parla di Israele e Palestina. A marzo il provvedimento verrà discusso in aula per essere approvato.
Sul campo il genocidio israeliano a Gaza prosegue impunemente con il bilancio dei palestinesi uccisi che aumenta ogni giorno nonostante il cessate il fuoco. E prosegue anche in Cisgiordania, con una operazione di pulizia etnica davanti agli occhi del mondo che sta portando all’annessione di fatto dei Territori Palestinesi da parte di Israele, e non solo di quelli “contesi” ma anche di quelli assegnati internazionalmente alle autorità palestinesi.
Palestina Libera è dunque il grido di una intera umanità, quella che è scesa a milioni nelle strade per fare quello che i governi non hanno voluto né vogliono fare contro uno stato genocida.
Se i turisti israeliani pensano di poter tornare a sventolare tranquillamente in giro per il mondo una bandiera che questo mondo ha ormai individuato come simbolo di oppressione e morte, si sbagliano di grosso.
I governi possono essere complici ma la gente non dimentica tanto facilmente. Di questo discuteremo pubblicamente giovedì prossimo all’università La Sapienza di Roma.
Palestina Libera!!!
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/02/2026
01/02/2026
Ecco l’accordo Usa-Italia: “all’ICE dati sensibili e dna”
C’è un accordo del 2009 che lega Italia e Stati Uniti in uno scambio di informazioni nel quale ha un ruolo di primo piano l’ICE.
Uno scambio che riguarda soggetti sospettati di terrorismo e gravi crimini e che arriva a trasferire da una parte all’altra dell’Atlantico informazioni sul Dna e dati personali.
Tra i soggetti che possono disporre di queste banche dati c’è anche l’Immigration and Customs Enforcement, la branca del Dipartimento per la sicurezza interna (DHS) nel quale lavorano gli agenti responsabili delle violenze di Minneapolis.
Le informazioni che riguardano soggetti sul suolo italiano possono arrivare anche a loro, grazie a un accordo firmato il 28 maggio 2009 per il governo Berlusconi dall’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni.
L’accordo consta di 24 articoli e nasce “dal desiderio di cooperare più efficacemente nella prevenzione e lotta alle forme gravi di criminalità, in particolare al terrorismo”.
Le informazioni che le forze di polizia di Roma e Washington possono scambiarsi riguardano persone che hanno commesso o sono sospettati di reati di terrorismo e chi “partecipa a un gruppo o a una associazione di criminalità organizzata”.
In questi casi Italia e Usa “autorizzano i rispettivi punti di contatto nazionali” ad accedere “ai dati di riferimento contenuti nei propri schedari di profili del Dna con la facoltà di procedere ad interrogazioni automatizzate tramite il raffronto dei profili del Dna”.
Oltre al profilo genetico le due parti possono scambiarsi “cognomi, i nomi, (…) il sesso, la data e il luogo di nascita, le attuali e le precedenti nazionalità, il numero di passaporto, (…) dati dattiloscopici, nonché la descrizione di qualsiasi precedente giudiziario”.
Il loro utilizzo non sarà limitato alle indagini e alla prevenzione della minaccia per la sicurezza pubblica, ma potranno essere usati anche “nei procedimenti giudiziari non penali o amministrativi direttamente connessi” alle indagini.
All’articolo 21 poi si specifica che l’accordo “resta in vigore a tempo indeterminato” e che “entrambe le Parti possono recedere con preavviso scritto di tre mesi”.
L’intesa viene ratificata in Italia il 3 luglio 2014 (governo Renzi), pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 17 luglio e confermata da un “accordo di attuazione” firmato dalle due parti il 20 ottobre 2017 (governo Gentiloni).
Che l’Agenzia finita nella bufera dopo le uccisioni a Minneapolis sia coinvolta nello scambio di dati lo certifica però un altro documento, un paper interno datato 3 aprile 2018 del Department of Homeland Security da cui l’ICE dipende.
Qui si specifica: “Il paese che effettua l’interrogazione raccoglie le impronte digitali della persona di interesse e interroga il sistema biometrico automatizzato dell’altro paese per determinare se quest’ultimo ha precedentemente incontrato questo individuo. Le informazioni a disposizione dei partner” dell’accordo “includono le azioni di applicazione del DHS, dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) e della US Customs and Border Protection (CBP)”.
L’accordo è emblematico della quantità e della delicatezza di informazioni che possono essere scambiate.
Di certo oggi le autorità italiane saranno pronte a ribadire che il dipartimento dell’ICE citato nel documento americano del 2018 non è lo stesso che sarà presente in Italia durante le Olimpiadi.
E che, come ha già detto l’ambasciatore Usa, gli agenti americani avranno solo un ruolo di intelligence.
Ma che senso ha – si domanda qualche addetto ai lavori – se in Italia c’è già un centro della Cia, che verrà di certo rafforzato con l’arrivo delle autorità statunitensi?
Peraltro esiste anche il Comitato di analisi strategica antiterrorismo (C.a.s.a) del Viminale che riunisce forze di Polizia e Intelligence per analizzare informazioni e coordinare misure di sicurezza proprio per la minaccia terroristica.
“È una mossa di Trump per ottenere un riconoscimento dell’ICE”, commentano alcuni esperti.
Fonte
Uno scambio che riguarda soggetti sospettati di terrorismo e gravi crimini e che arriva a trasferire da una parte all’altra dell’Atlantico informazioni sul Dna e dati personali.
Tra i soggetti che possono disporre di queste banche dati c’è anche l’Immigration and Customs Enforcement, la branca del Dipartimento per la sicurezza interna (DHS) nel quale lavorano gli agenti responsabili delle violenze di Minneapolis.
Le informazioni che riguardano soggetti sul suolo italiano possono arrivare anche a loro, grazie a un accordo firmato il 28 maggio 2009 per il governo Berlusconi dall’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni.
L’accordo consta di 24 articoli e nasce “dal desiderio di cooperare più efficacemente nella prevenzione e lotta alle forme gravi di criminalità, in particolare al terrorismo”.
Le informazioni che le forze di polizia di Roma e Washington possono scambiarsi riguardano persone che hanno commesso o sono sospettati di reati di terrorismo e chi “partecipa a un gruppo o a una associazione di criminalità organizzata”.
In questi casi Italia e Usa “autorizzano i rispettivi punti di contatto nazionali” ad accedere “ai dati di riferimento contenuti nei propri schedari di profili del Dna con la facoltà di procedere ad interrogazioni automatizzate tramite il raffronto dei profili del Dna”.
Oltre al profilo genetico le due parti possono scambiarsi “cognomi, i nomi, (…) il sesso, la data e il luogo di nascita, le attuali e le precedenti nazionalità, il numero di passaporto, (…) dati dattiloscopici, nonché la descrizione di qualsiasi precedente giudiziario”.
Il loro utilizzo non sarà limitato alle indagini e alla prevenzione della minaccia per la sicurezza pubblica, ma potranno essere usati anche “nei procedimenti giudiziari non penali o amministrativi direttamente connessi” alle indagini.
All’articolo 21 poi si specifica che l’accordo “resta in vigore a tempo indeterminato” e che “entrambe le Parti possono recedere con preavviso scritto di tre mesi”.
L’intesa viene ratificata in Italia il 3 luglio 2014 (governo Renzi), pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 17 luglio e confermata da un “accordo di attuazione” firmato dalle due parti il 20 ottobre 2017 (governo Gentiloni).
Che l’Agenzia finita nella bufera dopo le uccisioni a Minneapolis sia coinvolta nello scambio di dati lo certifica però un altro documento, un paper interno datato 3 aprile 2018 del Department of Homeland Security da cui l’ICE dipende.
Qui si specifica: “Il paese che effettua l’interrogazione raccoglie le impronte digitali della persona di interesse e interroga il sistema biometrico automatizzato dell’altro paese per determinare se quest’ultimo ha precedentemente incontrato questo individuo. Le informazioni a disposizione dei partner” dell’accordo “includono le azioni di applicazione del DHS, dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) e della US Customs and Border Protection (CBP)”.
L’accordo è emblematico della quantità e della delicatezza di informazioni che possono essere scambiate.
Di certo oggi le autorità italiane saranno pronte a ribadire che il dipartimento dell’ICE citato nel documento americano del 2018 non è lo stesso che sarà presente in Italia durante le Olimpiadi.
E che, come ha già detto l’ambasciatore Usa, gli agenti americani avranno solo un ruolo di intelligence.
Ma che senso ha – si domanda qualche addetto ai lavori – se in Italia c’è già un centro della Cia, che verrà di certo rafforzato con l’arrivo delle autorità statunitensi?
Peraltro esiste anche il Comitato di analisi strategica antiterrorismo (C.a.s.a) del Viminale che riunisce forze di Polizia e Intelligence per analizzare informazioni e coordinare misure di sicurezza proprio per la minaccia terroristica.
“È una mossa di Trump per ottenere un riconoscimento dell’ICE”, commentano alcuni esperti.
Fonte
28/01/2026
Lo spettro di Israele e del genocidio sui festival musicali
Lo scorso dicembre, durante la votazione sulla proposta di modifica del regolamento dell’Eurovision Song Contest, l’Unione europea di Radiodiffusione (Ebu) ha deciso che Israele potrà partecipare all’edizione 2026 in programma a maggio a Vienna. A favore della partecipazione di Israele alla 70esima edizione di Eurovision avevano votato in 738, mentre 265 avevano votato contro e 120 si sono astenuti. Inutile rammentare che un altro paese, la Russia, è stato invece escluso senza troppi complimenti.
Tra i più zelanti sdoganatori di Israele all’Eurovision c’è ovviamente la RAI italiana. “Abbiamo confermato l’assoluta volontà che Israele partecipi all’Eurovision” ha detto l’amministratore delegato Rai Giampaolo Rossi ai giornalisti a margine di un convegno. “Questa è la posizione della Rai che è assolutamente favorevole che Israele ci sia. Le polemiche che possono fare eventuali artisti riguardano gli artisti”.
La classifica finale di Sanremo resterà il criterio principale per la scelta degli artisti che dovranno rappresentare l’Italia, posto che spetta al vincitore, a patto che abbia dato il suo consenso. In caso di rinuncia, si procederà come di consueto a scorrere la classifica tra gli artisti che si sono detti disponibili.
Tra gli artisti che hanno già declinato la eventuale partecipazione all’Eurovision – motivandola proprio con la presenza di Israele – c’è Levante: “Non parteciperei all’Eurovision. È una manifestazione molto più politicizzata di quanto si pensi e, siccome di mezzo c’è un Paese che negli ultimi tempi ha creato drammi giganteschi e un genocidio in atto, non si può fare finta di niente” – ha affermato l’artista – “Non l’ho mai fatto. Non ce la faccio ad andare a “casa del ladro””.
Nel tentativo di metterci una pezza, tre consiglieri di amministrazione della Rai (Alessandro di Majo, Davide Di Pietro, Roberto Natale) hanno preso posizione avanzando la proposta di far partecipare all’Eurovisione anche una artista palestinese: “La Palestina deve trovare ospitalità sul palco dell’Eurovision, se non si vogliono sfregiare i valori di inclusione e di fratellanza che la musica porta con sé”.
È partito intanto il killeraggio politico contro il cantante Ghali che lo scorso anno a Sanremo aveva denunciato il genocidio a Gaza. Prima ha cominciato, come di consueto, l’ambasciatore israeliano in Italia. A ruota è arrivata subito la Lega che ha sparato a palle incatenate contro la sua partecipazione alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina il 6 febbraio a San Siro.
“Ghali alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi è una notizia sconcertante, resa ancora più disgustosa pensando che domani è il Giorno della Memoria, una umiliazione per l’Italia” – dicono quelli della Lega – “È davvero incredibile ritrovarsi alla cerimonia di apertura un odiatore di Israele e del centrodestra, già protagonista di scene imbarazzanti e volgari. L’Italia e i Giochi meritano un artista, non un fanatico proPal”, starnazzano gli esponenti della Lega contro l’artista di origini tunisine, che in più occasione ha condannato pubblicamente il genocidio a Gaza, esprimendo supporto alla causa palestinese, con severe critiche verso Israele.
Ghali, giustamente, ha mandato a benedire l’ambasciatore israeliano: “Mi dispiace che abbia risposto in questo modo, c’erano tante cose da dire ma per cosa altro avrei dovuto usare questo palco? Io sono un musicista prima di salire su questo palco. Ho sempre parlato di questo fin da quando sono bambino” – ma ha aggiunto anche un commento che spiega bene il contesto nel quale gli apparati sionisti cercano di mettere sotto pressione anche gli ambienti artistici: “Stiamo vivendo un momento in cui le persone sentono che vanno a perdere qualcosa se dicono viva la pace”.
È curioso che siano in molti a gridare che lo spettacolo e lo sport non debbano essere condizionati dalla politica, ma in gran parte sono gli stessi che questo criterio lo applicano solo a favore Israele e, per esempio, non alla Russia. In questo secondo caso l’esclusione dalle competizioni artistiche e sportive non ha mai visto la loro opposizione o il richiamo alla “neutralità” rispetto alla politica. Un doppio standard sempre più inaccettabile e sempre meno sopportato.
È fin troppo evidente il tentativo di zittire ogni aspetto che richiami all’attenzione pubblica la gravità del genocidio commesso a Gaza. Un modo come un altro per cercare di silenziare, insabbiare e rimuovere dalla coscienza collettiva un orrore e spianare la strada all’impunità dei suoi artefici.
Fonte
Tra i più zelanti sdoganatori di Israele all’Eurovision c’è ovviamente la RAI italiana. “Abbiamo confermato l’assoluta volontà che Israele partecipi all’Eurovision” ha detto l’amministratore delegato Rai Giampaolo Rossi ai giornalisti a margine di un convegno. “Questa è la posizione della Rai che è assolutamente favorevole che Israele ci sia. Le polemiche che possono fare eventuali artisti riguardano gli artisti”.
La classifica finale di Sanremo resterà il criterio principale per la scelta degli artisti che dovranno rappresentare l’Italia, posto che spetta al vincitore, a patto che abbia dato il suo consenso. In caso di rinuncia, si procederà come di consueto a scorrere la classifica tra gli artisti che si sono detti disponibili.
Tra gli artisti che hanno già declinato la eventuale partecipazione all’Eurovision – motivandola proprio con la presenza di Israele – c’è Levante: “Non parteciperei all’Eurovision. È una manifestazione molto più politicizzata di quanto si pensi e, siccome di mezzo c’è un Paese che negli ultimi tempi ha creato drammi giganteschi e un genocidio in atto, non si può fare finta di niente” – ha affermato l’artista – “Non l’ho mai fatto. Non ce la faccio ad andare a “casa del ladro””.
Nel tentativo di metterci una pezza, tre consiglieri di amministrazione della Rai (Alessandro di Majo, Davide Di Pietro, Roberto Natale) hanno preso posizione avanzando la proposta di far partecipare all’Eurovisione anche una artista palestinese: “La Palestina deve trovare ospitalità sul palco dell’Eurovision, se non si vogliono sfregiare i valori di inclusione e di fratellanza che la musica porta con sé”.
È partito intanto il killeraggio politico contro il cantante Ghali che lo scorso anno a Sanremo aveva denunciato il genocidio a Gaza. Prima ha cominciato, come di consueto, l’ambasciatore israeliano in Italia. A ruota è arrivata subito la Lega che ha sparato a palle incatenate contro la sua partecipazione alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina il 6 febbraio a San Siro.
“Ghali alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi è una notizia sconcertante, resa ancora più disgustosa pensando che domani è il Giorno della Memoria, una umiliazione per l’Italia” – dicono quelli della Lega – “È davvero incredibile ritrovarsi alla cerimonia di apertura un odiatore di Israele e del centrodestra, già protagonista di scene imbarazzanti e volgari. L’Italia e i Giochi meritano un artista, non un fanatico proPal”, starnazzano gli esponenti della Lega contro l’artista di origini tunisine, che in più occasione ha condannato pubblicamente il genocidio a Gaza, esprimendo supporto alla causa palestinese, con severe critiche verso Israele.
Ghali, giustamente, ha mandato a benedire l’ambasciatore israeliano: “Mi dispiace che abbia risposto in questo modo, c’erano tante cose da dire ma per cosa altro avrei dovuto usare questo palco? Io sono un musicista prima di salire su questo palco. Ho sempre parlato di questo fin da quando sono bambino” – ma ha aggiunto anche un commento che spiega bene il contesto nel quale gli apparati sionisti cercano di mettere sotto pressione anche gli ambienti artistici: “Stiamo vivendo un momento in cui le persone sentono che vanno a perdere qualcosa se dicono viva la pace”.
È curioso che siano in molti a gridare che lo spettacolo e lo sport non debbano essere condizionati dalla politica, ma in gran parte sono gli stessi che questo criterio lo applicano solo a favore Israele e, per esempio, non alla Russia. In questo secondo caso l’esclusione dalle competizioni artistiche e sportive non ha mai visto la loro opposizione o il richiamo alla “neutralità” rispetto alla politica. Un doppio standard sempre più inaccettabile e sempre meno sopportato.
È fin troppo evidente il tentativo di zittire ogni aspetto che richiami all’attenzione pubblica la gravità del genocidio commesso a Gaza. Un modo come un altro per cercare di silenziare, insabbiare e rimuovere dalla coscienza collettiva un orrore e spianare la strada all’impunità dei suoi artefici.
Fonte
27/01/2026
Guappo ‘e cartone
I governi parafascisti hanno tutti molti tratti in comune. Sono violentissimi con i deboli, ossequiosi con i forti, falsi e bugiardi sempre, pronti a magnificarsi oltre il ridicolo – Trump è l’esempio più attuale, i fondali di cartone di Mussolini uno più antico – e a negare anche l’evidenza davanti ai problemi.
Negli ultimi giorni il governo Meloni ha inanellato una serie di spropositi che coprono quasi l’intero arco delle possibilità.
La sagra del celodurismo
La strage di Crans-Montana è una tragedia che nessuno dovrebbe provare a strumentalizzare, ma la tentazione è stata irresistibile. Il fatto che lì siano morti sei ragazzi italiani, ed altri siano ricoverati in ospedale con ustioni che ne condizioneranno la vita, è stato preso come l’occasione giusta per una campagna di celodurismo law and order a costo quasi zero (il teatro è un altro paese, in concreto non bisogna fare quasi nulla).
L’innesco “drammatizzante” è stato offerto dalla scarcerazione su cauzione di Jacques Moretti, il titolare del locale. Un imprenditore carogna indistinguibile dalle migliaia che in Italia e altrove “risparmiano” sulle misure di sicurezza producendo un migliaio di morti l’anno sul lavoro, oppure che sofisticano gli alimenti o sversano i loro residui industriali nelle acque avvelenandoci. Dipendesse da noi, nessuna pietà...
Il problema è che non dipende da noi e neanche dal governo italiano. La regola base delle relazioni internazionali è che ogni paese decide le proprie regole, sia sul piano delle procedure penali sia su quello del sistema sanzionatorio. Nessun paese, infatti, pretende di venire a decidere come in Italia si debbano fare le indagini o quantificare le pene (soltanto gli Usa godono di questo trattamento speciale, come si è visto per la strage del Cermis).
Per questa scarcerazione, invece, il governo Meloni ha ritirato l’ambasciatore in Svizzera fin quando non verrà avviata una «effettiva collaborazione» tra le autorità giudiziarie di Italia e Svizzera e creata una «squadra investigativa comune» per le indagini sull’incendio del locale Le Constellation di Crans-Montana.
Come se quella strage fosse “cosa nostra” e si temesse un “trattamento di favore” per gli imputati casalinghi+... Lì, bisogna ricordare, sono morti anche nove ragazzi francesi (che non hanno però chiesto altro che “indagini rapide e severe”) e soprattutto ventuno giovani elvetici, com’era peraltro logico visto il teatro della tragedia.
Aprire un incidente diplomatico serio su queste basi ha un senso solo se tutto interno al nostro paese: mostrare che abbiamo un governo “duro”, giustificare le continue strette “sull’ordine pubblico”, il parossistico aumento delle fattispecie di reato (avevano cominciato con i rave party, del resto) e l’aggravamento delle pene.
Neanche hanno avuto un attimo di riflessione sul fatto che la “lassista” o “furbetta” Svizzera presenta dati sulla criminalità interna infinitamente inferiori a quelli di qualsiasi regione italiana, anche se il massimo della pena – cioè l’equivalente del nostrano ergastolo – è fissato in... dieci anni.
Neanche un sospetto di star realizzando un autogol quando si costringe il presidente della Repubblica del primo paese in Europa a darsi regole democratico-liberali e confederali a ricordarci che lì c’è “la divisione dei poteri e il governo non può interferire con il lavoro della magistratura”.
Chiaro insomma che la levata di scudi contro Berna è stata pensata come momento della campagna referendaria sulla “riforma della giustizia” e come accompagnamento delle strette securitarie in atto.
La sagra della complicità
A Ramallah, capoluogo formale dello Stato palestinese in Cisgiordania ma occupato da Israele, un colono – ossia un civile, un “privato cittadino” senza nessuna autorità – ha costretto due carabinieri italiani in missione diplomatica per conto della UE nella zona di competenza dell’autorità palestinese (sopralluogo di preparazione per una visita di parlamentari) a inginocchiarsi davanti a lui e rispondere a domande ad libitum. L’argomento usato era un fucile mitragliatore puntato in faccia, non gentile ma convincente...
Stringendo molto. Quel colono è un occupante illegale, che Israele dovrebbe teoricamente tener lontano da quei luoghi e quindi anche dal personale diplomatico-militare in visita. Che abbia potuto tranquillamente aggredire due militari “nostri” senza essere neanche arrestato successivamente... questo sì che è un episodio di gravità tale da richiedere il richiamo dell’ambasciatore da Tel Aviv.
E invece il ministero degli esteri – il prode Tajani – si è limitato a convocare l’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, noto per le sue continue interferenza nella politica interna e nella legislazione italiana, per “esprimere il forte disappunto e la dura protesta dell’Italia per quanto accaduto”.
Peled, come ovvio, ha “espresso rincrescimento per l’incidente e ha indicato che il suo Governo provvederà a effettuare le opportune indagini su quanto accaduto”. Finirà come per tutte le altre “indagini” ufficialmente aperte dal governo Netanyahu su singoli episodi del genocidio ancora in corso a Gaza. Sepolte con le ruspe nella sabbia del deserto o nelle fosse comuni.
Qui nessuna fanfara, dunque. Solo la sommessa raccomandazione dei complici: “se proprio devi sfogarti, non farlo anche con noi, dài...”
P.s. Si è saputo solo dopo che non si trattava di un colono, ma direttamente dell’esercito israeliano. Il che è ovviamente molto peggio, per il governo di casa nostra...
La sagra del servilismo
La comica finale, per ora, arriva però da Milano che si appresta ad aprire le Olimpiadi invernali. Qui il quasi mai brillante presidente regionale, il leghista Attilio Fontana, ha confermato quella voce che circolava da giorni e che il ministro Piantedosi aveva “fermamente smentito”. Sì, i killer dell’ICE statunitense saranno presenti in città, “ma soltanto per controllare il vicepresidente americano Vance e il segretario di Stato Rubio, quindi sarà soltanto in misura difensiva”.
Il Viminale ha cercato di smentire nuovamente, ma con effetti suicidi: “non risulta, al momento, che agenti di Ice Usa vengano al seguito della delegazione americana al fine di scortarla” poiché “la composizione della scorta Usa, infatti, non è stata ancora comunicata dalle loro autorità”.
Non ne sappiamo nulla, in pratica, perché gli americani da noi fanno come gli pare e non hanno neanche bisogno di darci per tempo le liste degli uomini armati che seguiranno personalità ed atleti...
Diciamo la verità: la preoccupazione in fondo è minima, perché appare davvero lunare che le bestie dell’ICE, appena decapitate con “l’esonero” di Greg Bovino, possano apparire nelle strade di Milano applicando il loro “stile Minneapolis”. C’è però da ricordare che l’ICE da anni è già presente in Italia, con un ufficio accreditato, e collabora con l’europea Frontex nel “contrasto all’immigrazione clandestina”, ma nessuno se ne era accorto.
Però il fatto un consistente gruppo dell’“agenzia” venga direttamente qui a protezione del vice-presidente e del ministro degli esteri Usa dimostra che l’ICE è effettivamente una “milizia personale” dell’amministrazione, più fedele e “sicura” persino della Cia e dell’Fbi. Una milizia con metodi da Gestapo – dicono negli States – che il nostro governo accoglie preoccupandosi di sminuirne la presenza. Fino ad arrampicarsi sugli specchi più fragili...
Le tre diverse figure di Meloni & co. qui accennate sono organicamente complementari. Non avendo alcun ruolo “sovrano” nel mondo, devono inventarsene uno cambiando sceneggiatura e narrativa ogni giorno, piegandosi davanti a chi comanda, imbruttendo a chi viene ritenuto più debole (ma se la Svizzera minacciasse di rivelare quanti e quali conti sono stati aperte nelle sue banche da personalità del centrodestra probabilmente si abbasserebbero le penne anche in questo caso).
Scimmiottando la postura militaresca mussoliniana, ma in tempi assai meno favorevoli per i “nazionalisti minori”, è inevitabile finire per somigliare a un “guappo” – sì – ma della stessa materia dei fondali dipinti alzati per impressionare gli ospiti. Cartone, insomma...
Fonte
Negli ultimi giorni il governo Meloni ha inanellato una serie di spropositi che coprono quasi l’intero arco delle possibilità.
La sagra del celodurismo
La strage di Crans-Montana è una tragedia che nessuno dovrebbe provare a strumentalizzare, ma la tentazione è stata irresistibile. Il fatto che lì siano morti sei ragazzi italiani, ed altri siano ricoverati in ospedale con ustioni che ne condizioneranno la vita, è stato preso come l’occasione giusta per una campagna di celodurismo law and order a costo quasi zero (il teatro è un altro paese, in concreto non bisogna fare quasi nulla).
L’innesco “drammatizzante” è stato offerto dalla scarcerazione su cauzione di Jacques Moretti, il titolare del locale. Un imprenditore carogna indistinguibile dalle migliaia che in Italia e altrove “risparmiano” sulle misure di sicurezza producendo un migliaio di morti l’anno sul lavoro, oppure che sofisticano gli alimenti o sversano i loro residui industriali nelle acque avvelenandoci. Dipendesse da noi, nessuna pietà...
Il problema è che non dipende da noi e neanche dal governo italiano. La regola base delle relazioni internazionali è che ogni paese decide le proprie regole, sia sul piano delle procedure penali sia su quello del sistema sanzionatorio. Nessun paese, infatti, pretende di venire a decidere come in Italia si debbano fare le indagini o quantificare le pene (soltanto gli Usa godono di questo trattamento speciale, come si è visto per la strage del Cermis).
Per questa scarcerazione, invece, il governo Meloni ha ritirato l’ambasciatore in Svizzera fin quando non verrà avviata una «effettiva collaborazione» tra le autorità giudiziarie di Italia e Svizzera e creata una «squadra investigativa comune» per le indagini sull’incendio del locale Le Constellation di Crans-Montana.
Come se quella strage fosse “cosa nostra” e si temesse un “trattamento di favore” per gli imputati casalinghi+... Lì, bisogna ricordare, sono morti anche nove ragazzi francesi (che non hanno però chiesto altro che “indagini rapide e severe”) e soprattutto ventuno giovani elvetici, com’era peraltro logico visto il teatro della tragedia.
Aprire un incidente diplomatico serio su queste basi ha un senso solo se tutto interno al nostro paese: mostrare che abbiamo un governo “duro”, giustificare le continue strette “sull’ordine pubblico”, il parossistico aumento delle fattispecie di reato (avevano cominciato con i rave party, del resto) e l’aggravamento delle pene.
Neanche hanno avuto un attimo di riflessione sul fatto che la “lassista” o “furbetta” Svizzera presenta dati sulla criminalità interna infinitamente inferiori a quelli di qualsiasi regione italiana, anche se il massimo della pena – cioè l’equivalente del nostrano ergastolo – è fissato in... dieci anni.
Neanche un sospetto di star realizzando un autogol quando si costringe il presidente della Repubblica del primo paese in Europa a darsi regole democratico-liberali e confederali a ricordarci che lì c’è “la divisione dei poteri e il governo non può interferire con il lavoro della magistratura”.
Chiaro insomma che la levata di scudi contro Berna è stata pensata come momento della campagna referendaria sulla “riforma della giustizia” e come accompagnamento delle strette securitarie in atto.
La sagra della complicità
A Ramallah, capoluogo formale dello Stato palestinese in Cisgiordania ma occupato da Israele, un colono – ossia un civile, un “privato cittadino” senza nessuna autorità – ha costretto due carabinieri italiani in missione diplomatica per conto della UE nella zona di competenza dell’autorità palestinese (sopralluogo di preparazione per una visita di parlamentari) a inginocchiarsi davanti a lui e rispondere a domande ad libitum. L’argomento usato era un fucile mitragliatore puntato in faccia, non gentile ma convincente...
Stringendo molto. Quel colono è un occupante illegale, che Israele dovrebbe teoricamente tener lontano da quei luoghi e quindi anche dal personale diplomatico-militare in visita. Che abbia potuto tranquillamente aggredire due militari “nostri” senza essere neanche arrestato successivamente... questo sì che è un episodio di gravità tale da richiedere il richiamo dell’ambasciatore da Tel Aviv.
E invece il ministero degli esteri – il prode Tajani – si è limitato a convocare l’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, noto per le sue continue interferenza nella politica interna e nella legislazione italiana, per “esprimere il forte disappunto e la dura protesta dell’Italia per quanto accaduto”.
Peled, come ovvio, ha “espresso rincrescimento per l’incidente e ha indicato che il suo Governo provvederà a effettuare le opportune indagini su quanto accaduto”. Finirà come per tutte le altre “indagini” ufficialmente aperte dal governo Netanyahu su singoli episodi del genocidio ancora in corso a Gaza. Sepolte con le ruspe nella sabbia del deserto o nelle fosse comuni.
Qui nessuna fanfara, dunque. Solo la sommessa raccomandazione dei complici: “se proprio devi sfogarti, non farlo anche con noi, dài...”
P.s. Si è saputo solo dopo che non si trattava di un colono, ma direttamente dell’esercito israeliano. Il che è ovviamente molto peggio, per il governo di casa nostra...
La sagra del servilismo
La comica finale, per ora, arriva però da Milano che si appresta ad aprire le Olimpiadi invernali. Qui il quasi mai brillante presidente regionale, il leghista Attilio Fontana, ha confermato quella voce che circolava da giorni e che il ministro Piantedosi aveva “fermamente smentito”. Sì, i killer dell’ICE statunitense saranno presenti in città, “ma soltanto per controllare il vicepresidente americano Vance e il segretario di Stato Rubio, quindi sarà soltanto in misura difensiva”.
Il Viminale ha cercato di smentire nuovamente, ma con effetti suicidi: “non risulta, al momento, che agenti di Ice Usa vengano al seguito della delegazione americana al fine di scortarla” poiché “la composizione della scorta Usa, infatti, non è stata ancora comunicata dalle loro autorità”.
Non ne sappiamo nulla, in pratica, perché gli americani da noi fanno come gli pare e non hanno neanche bisogno di darci per tempo le liste degli uomini armati che seguiranno personalità ed atleti...
Diciamo la verità: la preoccupazione in fondo è minima, perché appare davvero lunare che le bestie dell’ICE, appena decapitate con “l’esonero” di Greg Bovino, possano apparire nelle strade di Milano applicando il loro “stile Minneapolis”. C’è però da ricordare che l’ICE da anni è già presente in Italia, con un ufficio accreditato, e collabora con l’europea Frontex nel “contrasto all’immigrazione clandestina”, ma nessuno se ne era accorto.
Però il fatto un consistente gruppo dell’“agenzia” venga direttamente qui a protezione del vice-presidente e del ministro degli esteri Usa dimostra che l’ICE è effettivamente una “milizia personale” dell’amministrazione, più fedele e “sicura” persino della Cia e dell’Fbi. Una milizia con metodi da Gestapo – dicono negli States – che il nostro governo accoglie preoccupandosi di sminuirne la presenza. Fino ad arrampicarsi sugli specchi più fragili...
Le tre diverse figure di Meloni & co. qui accennate sono organicamente complementari. Non avendo alcun ruolo “sovrano” nel mondo, devono inventarsene uno cambiando sceneggiatura e narrativa ogni giorno, piegandosi davanti a chi comanda, imbruttendo a chi viene ritenuto più debole (ma se la Svizzera minacciasse di rivelare quanti e quali conti sono stati aperte nelle sue banche da personalità del centrodestra probabilmente si abbasserebbero le penne anche in questo caso).
Scimmiottando la postura militaresca mussoliniana, ma in tempi assai meno favorevoli per i “nazionalisti minori”, è inevitabile finire per somigliare a un “guappo” – sì – ma della stessa materia dei fondali dipinti alzati per impressionare gli ospiti. Cartone, insomma...
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