Qualche giorno fa, l’osservatore che ha sfogliato la stampa internazionale si è trovato di fronte a una dissonanza cognitiva quasi perfetta. Da un lato, il Wall Street Journal pubblica in prima pagina un’autopsia dell’economia cinese intitolata A Doom Loop of Deflation (Una spirale negativa di deflazione), descrivendo un Paese paralizzato dalla sfiducia, con consumatori che non spendono e aziende intrappolate in una competizione suicida.
Dall’altro, l’ambasciatore cinese Xu Feihong rivendica in un editoriale sul quotidiano indiano The Hindu una crescita del 5% trainata da “nuove forze produttive” e consumi di qualità, rigettando con sdegno l’accusa di sovrapproduzione. Chi mente?
La risposta non si trova nelle colonne dei giornali, ma qualche utile indizio lo si può rintracciare nei movimenti sotterranei del silicio. La notizia, battuta lo scorso mercoledì da Reuters, del via libera di Pechino all’importazione dei chip Nvidia H200 è la pistola fumante che smentisce la narrazione del collasso e rivela una strategia industriale di una lucidità disarmante.
Per capire perché la “spirale negativa” del Wsj sia una lettura parziale, bisogna analizzare la coreografia dei semiconduttori andata in scena negli ultimi mesi. La storia è nota: Washington vieta l’export dei chip di punta e Nvidia, per non perdere il suo mercato più grande, crea una versione depotenziata ma performante, l’H200, specificamente calibrata per aggirare le restrizioni dirette verso la Cina.
Qui avviene l’imprevisto: Pechino inizialmente rifiuta. Secondo la logica del Wsj – un paese disperato e in ritardo tecnologico – la Cina avrebbe dovuto accaparrarsi qualsiasi chip disponibile. Invece, il governo ha bloccato o rallentato gli ordini. Perché?
La chiave di volta risiede nella condizionalità strategica che accompagna la riapertura di ieri. Pechino ha sfruttato il proprio potere di mercato non per subire, ma per imporre quote vincolanti di adozione interna. Secondo fonti accreditate, il semaforo verde alle Big Tech (Alibaba, Tencent, ByteDance) per l’importazione dei processori americani è subordinato a un preciso do ut des: l’acquisto contestuale di volumi paralleli di chip domestici, in primis la serie Ascend di Huawei.
Questo non è il comportamento di un’economia in “Doom Loop” che annaspa. È la mossa di uno Stato che orienta la liquidità delle sue aziende (che il Wsj definisce in crisi) per finanziare l’indipendenza tecnologica.
La smentita alla tesi del declino arriva anche dalla natura stessa dello sviluppo della IA cinese. Mentre l’Occidente misura il successo con l’hype dei chatbot generativi, la Cina ha intrapreso la via di una IA “pragmatica”. Il caso DeepSeek è emblematico. Invece di cercare la forza bruta computazionale (che richiederebbe infiniti chip americani), i laboratori cinesi hanno lavorato sull’architettura, sviluppando innovazioni che trasformano la scarsità di hardware in efficienza software, abbattendo drasticamente i requisiti di memoria.
Come evidenziato dall’ambasciatore Xu Feihong, l’obiettivo non è il consumismo digitale, ma l’integrazione nelle filiere industriali complete. L’IA in Cina non serve a scrivere poesie, ma a ottimizzare la rete elettrica, gestire i porti automatizzati e coordinare la logistica.
Questa visione “materialista” dell’IA rende la Cina meno vulnerabile alle restrizioni di quanto Washington speri. Se l’obiettivo è l’efficienza industriale e si dispone di algoritmi ottimizzati (DeepSeek) che girano su componenti ibridi (Nvidia H200 + Huawei Ascend), il ritardo tecnologico tende a ridursi sensibilmente ai fini della competizione manifatturiera.
Con una realtà industriale così dinamica e solvibile, perché il Wsj insiste sulla narrazione della trappola deflazionistica? La risposta ci obbliga a entrare nel campo della sopravvivenza imperiale.
Come evidenziato dagli studi di economisti quali Emiliano Brancaccio, gli Stati Uniti hanno accumulato una posizione debitoria netta verso il resto del mondo che ha sfondato la soglia dei 18mila miliardi di dollari. Questa cifra rappresenta una voragine di ricchezza reale: Washington non ha i mezzi fisici per onorare questo debito colossale verso i suoi creditori (Cina in testa) senza cedere la proprietà dei propri asset nazionali.
Di fronte all’impossibilità di onorare i propri debiti, il “debitore armato” ha una sola opzione: usare tutti i mezzi, inclusa la forza, per svalutare il credito altrui. Sembra proprio che il Wsj operi, nell’inchiesta in questione, una proiezione psicologica per distruggere la credibilità del creditore. Ma, soprattutto, la strategia americana si è rapidamente evoluta, nei tempi più recenti, lungo tre scenari di insolvenza aggressiva che spiegano perché è vitale dipingere la Cina come un paese morente.
La “Dottrina Donroe” in Venezuela
Washington ha spostato il baricentro delle transazioni con l’interdizione marittima e il sequestro dei carichi, rivendicando de facto il controllo su export e ricavi. Questo colpisce direttamente il modello oil-for-loans con la Cina: se i barili che servivano a ripagare Pechino vengono bloccati o dirottati, il credito cinese perde la sua garanzia materiale (il flusso di greggio).
Il Board of Peace e l'Asia occidentale
Gli Usa “esternalizzano” la spesa per mantenere l’impero: Washington definisce cornice e priorità, ma i costi della gestione coloniale di Gaza e della regione sono coperti da un finanziamento strutturato come contributo internazionale ad “alto ticket”.
In questo schema, gli Stati ricchi del Golfo sono i candidati obbligati a sostenere progetti e flussi. È la privatizzazione dell’occupazione: i creditori arabi pagano Washington per mantenere un “ordine” che serve agli interessi americani e sionisti.
A questo quadro si aggiunge la pressione sull’Iran, dove la strategia del debitore armato si fa ancora più esplicita. Qui, l’economia strangolata dalle sanzioni, le mai dimostrate violazioni sulla gestione del nucleare e le rivolte colorate vengono strumentalizzate per favorire un regime change. Colpire Teheran significa turbare le politiche energetiche della Cina.
L’Iran è un rubinetto petrolifero strategico per Pechino; destabilizzarlo o favorire un governo fantoccio filo-occidentale equivarrebbe a chiudere un altro canale di approvvigionamento di asset reali, costringendo il creditore cinese a evidenti criticità riguardanti i rifornimenti.
Patrimoni di guerre sostenute o minacciate (Ucraina e Groenlandia)
Washington sta perfezionando la conversione forzata del debito in asset reali. In Ucraina, gli aiuti militari vengono convertiti in un fondo di ricostruzione, trasformando di fatto le munizioni di ieri nei diritti di estrazione del titanio di domani. Parallelamente, in Groenlandia, la strategia è l’annessione delle risorse senza acquisto del territorio.
Usando la leva della sicurezza Nato, gli Usa hanno stimolato la revoca di alcune concessioni cinesi puntando dritto all’accesso fisico alle materie prime locali.
La Cina, in questo quadro, appare come un “creditore sotto minaccia”
I suoi surplus commerciali non possono essere reinvestiti liberamente perché il debitore armato (gli Usa) sta sistematicamente sequestrando gli asset reali (energia, metalli, terre rare) su cui quei surplus dovrebbero atterrare.
Nonostante ciò, la riapertura ai chip H200 è sintomatica del fatto che la narrazione del “Doom Loop” si rivela un sedativo rassicurante per un Occidente distratto da metodi protezionisti, pericolose corse al riarmo e faticoso inseguimento del consenso elettorale, ma strategicamente letale.
Mentre il Wall Street Journal celebra il funerale dell’economia cinese, Pechino sta installando il motore (leggi “H200”) per far girare la sua nuova macchina industriale, forgiata su una IA efficiente e su una competizione che seleziona le aziende più resilienti.
Lo scenario che emerge non è quello di un fallimento della Cina, ma che Pechino abbia intrapreso il completamento della transizione verso l’alta tecnologia proprio mentre l’Occidente vorrebbe persuadersi che il suo rivale stia morendo.
Assistiamo alla collisione ormai irreversibile tra due potenze che si fronteggiano in fortezze opposte
Da un lato, il debitore armato (Usa), costretto a usare la forza militare e il sequestro fisico delle risorse per mascherare la propria insolvenza finanziaria; dall’altro, il creditore reindustrializzato (Cina), che converte la tecnologia in asset reali per rompere l’assedio del dollaro armato.
In questo scenario di default sistemico, il pragmatismo non è più un auspicio diplomatico, ma un imperativo di sopravvivenza: o si impone una correzione strutturale a questi squilibri, oppure la guerra finanziaria in corso è destinata a perdere ogni freno inibitore, rendendo lo scontro atomico l’unica forma di ‘liquidazione’ del debito rimasta sul tavolo.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento