Nella scena metal statunitense il definitivo passaggio di consegne fra gli anni Ottanta e Novanta avviene con l'abbandono definitivo di lustrini e paillettes ancora presenti nelle scorribande dell'hair metal, per approdare alla dirompenza del suono che i Metallica già portavano ostinatamente avanti.
Anche i texani Pantera,
così come i loro luminari Metallica, hanno aperto le loro carriere con
una gavetta in cui era ancora presente una tendenza più glam, quasi un residuo dei successi di Kiss e Aerosmith. I Metallica, però, influenzati dall'anarchia del punk,
sin da subito, con "Kill 'Em All", sembravano pestare su cocci e vetri
rotti delle luci al neon degli anni Ottanta, non senza aver osservato la
lezione proveniente dall'altra parte dell'oceano, da gruppi britannici
come Venom e Motörhead.
I Pantera, da Arlington, ci arriveranno anni dopo con "Cowboys From
Hell", dando il via a un filone vero e proprio ribattezzato come groove metal.
Non
c'è accordo fra i membri della band su quando si tennero le sessioni:
secondo il cantante Phil Anselmo, nel 1989, secondo il bassista Rex
Brown, all'inizio del 1990. Il disco venne registrato al Pantego Sound
(il nome della band fu ispirato dalla cittadina di Pantego) e uscì a
luglio del 1990.
Fino ad allora nessuna band texana era stata in grado di avere successo portando una musica tanto dura quanto incisiva, a tratti irascibile fino alla violenza, ed era forse proprio un riflesso contrario alla situazione sociale del Texas, tendenzialmente reazionaria e ostile alle aperture, quasi una facciata stucchevole e caricaturale dell'America stessa, quella raccontata da "Furore" di Steinbeck attraverso il fantasma di Tom Joad.
Fulcro del suono della band fu Darrell Lance Abbott, in arte Dimebag. Enfant prodige della chitarra, fonda la band nel 1981, e insieme al fratello, il batterista Vinnie Paul, ne rimarrà il nucleo, nonostante le condotte turbolente che condurranno entrambi a perdere la vita in modi non proprio ortodossi.
Venti anni dalla morte di Dimebag sono bastati a far intendere agli ascoltatori che i Pantera, di nuovo al lavoro su un album, sarebbero difficilmente immaginabili senza la coppia che ha forgiato tale nome, rispettivamente incudine e martello di un suono che ha comunque faticato con forza a emergere dall'inferno che li ha resi appunto tanto impetuosi quanto impassibili rispetto all'America benpensante del Giorno del ringraziamento.
Difficile, ma non impossibile, se pensiamo alle ultime tournée che li hanno visti tornare in formazione con Zakk Wylde e Charlie Benante (Anthrax) a coprire il vuoto lasciato dai fratelli Abbott.
Proprio Dimebag procurò gli strumenti alla band con i guadagni di competizioni chitarristiche in cui spiccava per un suono pesante e rapido al contempo, ipertecnico e squillante, figlio sia di Dave Mustaine e Kerry King, quanto di Jimmy Page, Jeff Beck e soprattutto Eddie Van Halen, da cui ereditò l'enfasi idilliaca e l'estro negli arpeggi, degno di un Paganini prestato al mondo del thrash metal.
L'ingresso degli altri due componenti fissi, dopo ripetuti cambi di formazione, rispettivamente Rex Brown al basso, e successivamente Phil Anselmo alla voce, avvenne durante la fase di gavetta del gruppo, in cui ebbero l'opportunità di far conoscere le abilità musicali di Darrell e la ritmica schiacciasassi di Paul, vero e proprio fabbro prestato alle pelli.
Nonostante ciò, il gruppo risultava rimanere eccessivamente nei ranghi di quell'hard rock di cui Kiss e Van Halen avevano già detto tutto in America. Anselmo, natio della selvaggia e meticcia New Orleans, arrivò nel quarto album, "Power Metal" (1989), e diede l'impulso punk e iconoclasta. I fratelli Abbott, dopo tre album all'attivo non proprio memorabili, trovarono finalmente l'espressione vocale, la vera furia, l'animale da palcoscenico che avrebbe incarnato degnamente il timore reverenziale del nome stesso della band in qualità di frontman. Una pantera nera in Texas aveva sciolto le briglie e spezzato le catene, un unicum nella scena metal americana.
Mark
Ross, manager dell'allora Atco Records, fu profondamente colpito dalle
loro esibizioni, e sempre nel 1989 contattò Terry Date per coprodurre il
disco successivo.
Rex Brown contribuì in modo definitivo alla
solidità della loro musica, sigillando l'anima pulsante della band, con
quel basso tanto grave, e doom, spesso e volentieri abbassato
di una tonalità, ma metallico e plettrato, al punto da sembrare
metaforicamente un boa a sonagli serpeggiante nei deserti confinanti tra
Arizona e Texas.
Diventerà l'altro grande marchio di fabbrica della band, in grado di stare al passo con Vinnie Paul, con cui darà vita a una sezione ritmica fra le più micidiali dei Novanta. Una ritmica che sarà l'unica costante fino al giorno d'oggi, anche dopo gli altri ripetuti cambi di formazione, con un suono che fino a "The Great Southern Trendkill" (1996) rimarrà riconoscibilissimo e pressoché invariato.
"Cowboys From Hell", nomen omen, entra a gamba tesa con un riff affilato e tagliente, degno dei Metallica. L'irruenza sfrontata della chitarra di Darrell, forte delle sue enormi capacità tecniche, si unisce alla potenza percussiva del basso di Brown e ai rullanti di Vinnie, e gli intenti del gruppo diventano da subito chiari e tondi, divulgati dalla voce sprezzante e a senso unico di Anselmo. È il pezzo destinato a farli conoscere e a farli entrare nella storia del genere.
Reverend reverend is this some conspiracy?
Crucified for no sins
An image beneath me
What's within our plans for life?
It all seems so unreal
I'm a man cut in half in this world
Left in my misery...
In "Cemetery Gates", unica ballad e forse vero capolavoro del disco, troviamo il motivo, l'evento scatenante l'urgenza espressiva di una tensione insostenibile, un logorio fisico e mentale cronico, in bilico tra dannazione e redenzione, scaturito dal tedio della vita operaia ma soprattutto dal lutto, in particolare il suicidio di un'amica di Anselmo nel 1989, il quale nelle liriche sembra rivolgersi all'atrocità di una vita ingiusta e opprimente, che sembra annichilire ogni certezza e ogni possibilità di salvezza. L'unico spiraglio di luce è solo un fuoco fatuo al di là dei cancelli del cimitero. In un afflato titanico volto a superare la morte stessa, Anselmo riflette sul trapasso e sul senso dell'esistenza, immaginando di rivolgersi a un reverendo. A mantenere il fuoco vivo e etereo, quasi in un anelito di far risplendere le anime di chi è passato a miglior vita, ci pensa la chitarra di Darrell, che incide in differenti parti, alla maniera compositiva di Jimmy Page in "Stairway To Heaven", una delle partiture solistiche più epocali di tutto il genere, solo accostabile per intensità e lirismo a Kirk Hammett, di cui si dimostra visibilmente il naturale prosecutore.
Anche Dimebag attraverserà
precocemente gli stessi cancelli, nell'incidente in cui perderà la vita,
in una sparatoria nel 2004, durante il concerto del suo side project, i Damageplan.
Altro
cavallo di battaglia sbizzarrito, e terzo singolo del disco, è "Psycho
Holiday", miraggio allucinatorio di un viaggio feriale in acque
cristalline per sfuggire alla frustrazione, però rivelatosi uno
sgangherato e drastico tentativo di fuga dalla realtà, esito finale
dell'ebbrezza e dell'abuso di sostanze. Le parole, urlate senza remore,
spiegano lucidamente lo stato psicotico in cui si riversa, compatite
dalla potente chitarra di Dimebag. Qui Anselmo spicca in tutta la sua
notevole estensione vocale, avvicinandosi alle qualità canore di Axl Rose, mentre la ritmica raddoppiata, ossessiva e incalzante, fa il resto, per renderlo un pezzo decisamente degno di nota.
Le
ritmiche sembrano letteralmente tagliare l'aria in "Heresy", con le
mitragliate di Vinnie Paul, un vero e proprio assedio a ferro e fuoco,
mentre Anselmo inneggia con gli acuti alla sfrontatezza e allo spingersi
oltre ogni qualsivoglia limite imposto.
A palesare ulteriormente in
modo totalizzante tale sfoggio di intenti è "Domination", ancora più
intensa e sfacciata; in questo pezzo si intravede già il proseguo della
band, che renderà il tutto ancora più minaccioso in "Vulgar Display Of
Power" (1992). Qui ancora una volta non può che colpire la parte
solistica di Darrell, che sfocia nella solenne marcia doom finale.
Con "Shattered" siamo più nelle corde dei Guns N' Roses di "Appetite For Destruction",
mentre "Clash With Reality" è un altro grande brano che rompe tutti gli
schemi e le consulenze matrimoniali, una vera e proprio demolizione del
sogno americano. "Medicine Man" è introdotta da rullante e basso in un
fraseggio a salire. Qui il tema trattato non poteva che sfociare
nell'alterazione di coscienza in tutte le varie forme di intossicazione.
Lo shock è diventato tolleranza, la scepsi della sostanza è finita, e
la frustrazione e il logorio rimangono gli stessi, anzi forse sembrano
peggiorare in una lucida e depressiva fase down. Down, come sarà il nome del progetto parallelo di Anselmo e Brown anni più tardi, e l'approdo al doom metal è già qui accennato nella seguente "Message In Blood", “monito criptico
e preghiera a un Dio lasciato nel dimenticatoio” dopo una vita di
eccessi. La chitarra di Darrell è qui forse la più acida in tutto il
disco.
Non resta che adagiarsi nel letto dopo questa notte dell'anima, avvolti nelle spire di bassi e chitarre dei nostri cowboy. "The Sleep" porta consiglio sulle questioni rimaste in sospeso in questo buio, in cui da sopravvissuti si cerca la propria ragion d'essere, in un raro momento di chiarezza portato dal bagliore accecante della chitarra sinfonica di Dimebag. "The Art Of Shredding" è l'epilogo e la sveglia del giorno dopo. In un thrash metal che sembra mescolarsi a "Painkiller" dei Judas Priest, da cui Anselmo ha tratto sicuramente ispirazione, alla maniera di Sisifo i quattro risalgono la montagna, però con lo stesso appetito per la distruzione con cui il disco era iniziato. Se infatti per Sisifo la pena era quella di portare il masso in cima alla montagna per poi farlo rotolare di nuovo a valle, qui, dopo i molti tentativi di trovare un senso all'assurdo, l'intento sembra più quello di frantumarlo inesorabilmente in mille pezzi.
Tali foga e impeto nichilista non si addolciranno in "Vulgar Display Of Power", e anzi, diverranno sempre più cupi fino a "The Great Southern Trendkill", forse l'ultimo grande disco della vicenda Pantera, in cui il groove sostenuto di "Far Beyond Driven" (1994) si dissolverà nel nero tormento di Anselmo e nelle chitarre doom di Floods. Ciò non toglie a "Cowboys From Hell" il primato di essere il disco più rappresentativo e compiuto della band, degna inaugurazione per il panorama metal del decennio.

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