di Alessandro Volpi
In una lunga interista al New York Times, Donald Trump ha dichiarato di riconoscere due soli limiti al proprio potere: la sua mente e la sua moralità. In realtà, almeno un altro limite il presidente statunitense ha mostrato di averlo.
Si tratta della paura del crollo del dollaro e del debito federale Usa; la prova di tale paura è stata la nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve. Warsh, infatti, è un’obbligata soluzione di compromesso ben lontana dalle iniziali posizioni aggressive che avevano spinto lo stesso Trump a nominare un super trumpiano alla guida della Sec. Warsh, marito di Jane Lauder, ereditiera della dinastia cosmetica Estée Lauder, il cui padre è stato uno dei grandi finanziatori del movimento Maga, ha un curriculum non molto diverso da quello di Powell. Ha studiato a Stanford, è stato nel board della Fed negli anni della grande crisi, nominato da George W. Bush, ed ha sempre mostrato grande sospetto per le politiche monetarie espansive. È stato persino favorevole al dollaro digitale, tanto odiato da Trump. Soprattutto ha lavorato a Morgan Stanley e ha ottimi rapporti con le Big Three (BlackRock, Vanguard e State Street).
In sintesi, Trump ha scelto un falco in termini di politica monetaria che solo ultimamente ha sostenuto la possibilità di un ribasso dei tassi, secondo quanto caldamente auspicato dal presidente degli Stati Uniti. Ma perché Trump ha fatto questa scelta? La ragione principale è appunto quella di mettere alla guida della Fed una figura che non irriti la grande finanza, non spaventi gli investitori istituzionali e quindi non faccia fuggire dal dollaro e dal debito Usa ulteriori compratori. Le attività liquide in dollari sono, attualmente, pari a 130mila miliardi di dollari, un’enormità composta da azioni, obbligazioni e titoli del debito pubblico americani. Sono detenute per circa il 55% da ricchi americani e società Usa, per il resto da fondi di gestione del risparmio, investitori istituzionali esteri e banche centrali straniere.
Negli ultimi mesi è iniziata una fuga da queste attività che sembra si stiano riducendo a 100mila miliardi e forse assai meno in poco tempo perché gran parte dei possessori di risparmi si stanno spostando verso l’oro, verso l’argento e soprattutto verso attività non più denominate in dollari con l’emergere del renminbi cinese.
Trump non può più permettersi un simile indebolimento, accompagnato da una fuga verso oro e argento. In quest’ottica Warsh, un non trumpiano sulla carta, può essere l’espressione di una debolezza del presidente, magari confermata dalla più volte ribadita posizione dello stesso Warsh a favore di una riduzione dei controlli da parte della Fed sulle grandi banche statunitensi. Il capitalismo finanziario non si regge sulla forza della politica ma sulla subordinazione della politica ai grandi poteri, possessori del risparmio mondiale.
La nomina di Warsh ha prodotto, non a caso, un’immediata e significativa discesa del prezzo di oro e argento e una ripresa del dollaro che, del resto, è indispensabile per le stesse grandi banche statunitensi, impegnate sempre più nel monopolio del sistema dei pagamenti mondiali: JPMorgan ha dichiarato di “processare” pagamenti ogni giorno per 12mila miliardi di dollari, con benefici giganteschi. Nella stessa ottica, Warsh potrebbe assecondare la proliferazione di stable coin ancorate al dollaro. Di fronte alla crisi del dollaro e del debito Usa, infatti, il presidente Trump sembra impegnato nell’accelerare la diffusione proprio delle stable coin, il cui sottostante è nel 98% dei casi il dollaro.
Tutti i Paesi che non hanno un sistema bancario o un proprio sistema di pagamenti dovrebbero perciò adottare la moneta digitale “Usa”, un processo già molto diffuso nel Sud-Est asiatico, in Africa e in America Latina.
Dopo la colonizzazione del dollaro di carta, sembra profilarsi il tentativo di una dollarizzazione digitale a partire dai Paesi più popolosi e meno strutturati in termini finanziari. Naturalmente le pressioni militari e politiche possono essere molto efficaci in tal senso. Forse, a queste condizioni, con oro meno forte e dollaro più stabile, Warsh potrebbe pensare ad una riduzione dei tassi per far pagare meno il debito privato a milioni di americani. E così dare nuova linfa a Trump, che intanto si autocelebra proprio sul Wall Street Journal, il giornale di proprietà di BlackRock.
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