I nomi di chi appare nei file di Epstein come “anti-Israele”
Per anni, la “Lista Nera di Hollywood” è stata un capitolo oscuro dei libri di storia, una reliquia dell’era della Guerra Fredda. Tuttavia, la recente divulgazione dei documenti privati di Jeffrey Epstein ha portato alla luce una versione moderna di quel meccanismo, rivelando l’alta posta in gioco professionale di celebrità come Zayn Malik e Emma Thompson che hanno osato infrangere il tabù più rigido del settore: il sostegno alla Palestina.
Tra i documenti del 2014 rinvenuti negli archivi di Epstein c’è un documento che non è solo una newsletter: è un piano tattico per la rovina professionale. Intitolato “Celebrità anti-israeliane e i loro marchi”, il file collega meticolosamente le star di alto profilo ai loro sponsor aziendali, segnalando ai potenti dove colpire esattamente il sostentamento di un artista.
Tra loro c’erano l’ex star degli One Direction, Zayn Malik, la vincitrice del premio Oscar Emma Thompson, il musicista Stevie Wonder, Roger Waters dei Pink Floyd, Penelope Cruz e Javier Bardem, Russell Brand, Dustin Hoffman e l’attore Danny Glover.
La “ghigliottina digitale”
Il conflitto di Gaza del 2014 ha segnato una svolta nell’attivismo delle celebrità. Quando Zayn Malik ha twittato un semplice #FreePalestine, non stava solo esprimendo il suo sostegno a un popolo sottoposto a pulizia etnica, ma, secondo i file appena desecretati, è stato segnalato per ritorsioni commerciali.
I documenti evidenziano una triste realtà: ai vertici del potere, il “marchio” di una celebrità viene spesso usato come un vincolo per tenerla a freno. Elencando le sponsorizzazioni di star come Penélope Cruz e Javier Bardem, l'organizzazione dietro l’email ha fornito esattamente la leva necessaria per fare pressione su studi cinematografici e sponsor affinché prendessero le distanze dai talenti “controversi”.
Fabbricare il silenzio
Le email rivelano un sistema più ampio che impone il silenzio nell’industria dell’intrattenimento. I documenti indicano che personaggi influenti non solo monitoravano ciò che dicevano le celebrità, ma anche chi le sosteneva finanziariamente, inviando un chiaro avvertimento ai giovani artisti: prendere posizione comporta rischi professionali.
I registri mostrano l’effetto in azione
Nel 2014, alcuni attori di alto profilo hanno subito forti pressioni e sono stati costretti a rilasciare chiarimenti pubblici dopo essere stati accusati di parzialità, una mossa ampiamente vista come un tentativo di proteggere le loro carriere da una reazione coordinata.
Un modello di ritorsione
L’inclusione di queste liste nell’archivio personale di Epstein suggerisce che il “monitoraggio” del sentimento pro-palestinese fosse una priorità per coloro che si muovevano nei più alti circoli di influenza globale. Rafforza una narrazione a lungo sostenuta dagli attivisti: che parlare apertamente dei diritti umani dei palestinesi porti a una lista nera “silenziosa”, dove i ruoli si esauriscono, le agenzie di talenti perdono rappresentanza e le etichette improvvisamente si raffreddano.
Con l’aumentare dei documenti desecretati, il quadro diventa più chiaro. Il “rischio” di parlare apertamente non era frutto dell’opinione pubblica, ma uno sforzo calcolato da parte di coloro che avevano le mani sulle leve dell’industria. Per Malik, Thompson e altri, i loro nomi nei file di Epstein sono la testimonianza di una sfida che metteva a repentaglio la carriera e che rimane una realtà per gli artisti di oggi.
I documenti servono come un inquietante promemoria del fatto che, se da un lato la fama fornisce una piattaforma, dall’altro rappresenta anche un bersaglio per coloro che credono che alcuni diritti umani siano troppo “politici” per essere difesi.
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