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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/11/2020

Biden, Erdogan e Putin, destini incrociati


Nagorno-Karabakh – Le firme sulla tregua sono di Putin e dei due leader di Armenia e Azerbaijan, il sigillo a una crisi che gli Usa non hanno gestito, presi com’erano dalle elezioni. Resta il nodo dei rapporti con Erdogan: gli europei aspettano Biden per lo scaricabarile e dire mezze verità sul Medio Oriente come avvertiva Robert Fisk.

I destini di Biden, Erdogan e Putin si incrociano ancora una volta. Blindato dentro la Casa Bianca, dopo avere licenziato il capo del Pentagono e messo in lista nera i responsabili di Cia ed Fbi, Trump forse non si è neppure accorto che armeni e azeri hanno accettato il cessate il fuoco in Nagorno-Karabakh. Le tre firme sono del presidente russo Putin e dei due leader di Armenia e Azerbaijan, il sigillo a una crisi che gli Usa non hanno potuto gestire, presi com’erano dalla campagna elettorale. E che l’Europa non ha saputo risolvere, nonostante i tanti miliardi spesi in questi anni di monitoraggio e peacekeeping.

L’accordo prevede che gli eserciti si fermino dove sono ora e che la Russia (e forse la Turchia, sponsor di Baku) dispieghino un contingente di pace per avviare trattative con l’obiettivo di definire lo status dell’enclave che Armenia e Azerbaijan si contendono da oltre trent’anni, dalla fine dell’Unione Sovietica.

Eppure in questa crisi del Nagorno divampata in guerra dal 27 settembre scorso, Biden è coinvolto più di quanto si possa pensare. Se le cronache del conflitto sono veritiere, ci hanno raccontato che il reiss turco Edogan, il Sultano della Nato, ha inviato consiglieri militari e jihadisti sul fronte azero.

Fu proprio Biden, da vicepresidente di Obama, ad accusare Erdogan nel 2014 di essere stato responsabile dell’ascesa del Califfato in Siria e in Iraq in un discorso all’università di Harvard. Poi Biden si scusò e due anni dopo fece anche un incontro con il leader turco a Istanbul. In realtà Biden sapeva di avere detto la verità ma soltanto a metà: era stata Hillary Clinton, allora segretario di Stato Usa, ad incoraggiare Erdogan per facilitare l’afflusso di jihadisti in Siria e abbattere il regime di Assad.

Il problema del Medio Oriente, e del Medio Oriente “allargato”, sono le mezze verità, come ci ha insegnato un maestro del giornalismo come Robert Fisk che qualche giorno fa ci ha lasciati. Gli Stati Uniti e gli europei coinvolti nel Nagorno-Karabakh hanno poco da lamentarsi se questa venisse chiamata un giorno la “pace” di Putin.

In questi anni hanno smaccatamente favorito l’Azerbaijan che tra l’altro deve portare il suo gas in Europa e in Italia con il gasdotto Tap. Hanno corteggiato il presidente Aliev che come tutti i capi che hanno in mano gas e petrolio non ha lesinato quattrini per ungere le ruote delle lobby filo-azere in Europa. E anche quando gli europei, come la Francia e l’Italia, hanno condannato il massacro degli armeni come “genocidio” poco è cambiato. Si è lasciato che Erdogan armasse l’Azerbaijan e facesse il comodo suo in Libia e nel Nord della Siria, massacrando i curdi alleati contro il Califfato dopo il ritiro delle truppe americane. Una sorta di Sabra e Chatila dei nostri tempi.

Agli europei, alla Nato e alla Germania interessava soprattutto che Erdogan si tenesse in casa tre milioni di profughi senza affollare la rotta balcanica e quella dell’Egeo. Ma Erdogan è tornato a ricattare l’Europa nel momento in cui ha rivendicato il diritto a sfruttare le risorse di gas nel Mediterraneo orientale: in questa fase è nata l’alleanza in funzione anti-turca tra Grecia, Cipro, Israele, Egitto e Francia.

Alleanza dalla quale l’Italia si è defilata preferendo trattare direttamente con Ankara. Del resto dopo il disastro della Libia nel 2011 è difficile pensare di tornare a fidarsi di Parigi, se non quando la Francia decide di accompagnarci a fare la guardia ai profughi con la marina militare sulle coste tunisine.

La realtà è che Erdogan è il capo dei jihadisti, non per ipotetiche influenze ma per fatti concreti: li ha usati in Siria, in Libia, in Africa e ora, a quanto pare, pure nel Nagorno-Karabakh. Il problema è che la Turchia rappresenta un pilastro dell’Alleanza atlantica e serve per lo meno a due scopi. Uno è quello della presenza militare e nucleare americana sul fianco sud-orientale. L’altro è che tiene occupata la Russia in tre conflitti, dalla Siria alla Libia al Caucaso. Il terzo, come dicevamo, è quello di custodire in casa milioni di rifugiati. Per questo lo scontro, anche personale, tra Macron ed Erdogan è da soppesare con attenzione.

Ora ci chiediamo cosa farà Biden in Medio Oriente e nel Mediterraneo, un giochetto assai gradito agli europei per scaricare un po’ di responsabilità dopo aver deciso di fare dell’Europa qualche cosa di simile al confine tra Stati Uniti e Messico per arginare i popoli in cammino. La realtà è diversa da come la descrive oggi la Casa Bianca, che aveva cominciato l’anno del Covid ammazzando con un drone il 3 gennaio nella capitale irachena il generale iraniano Qassem Soleimani, colui che nel 2014, dopo la caduta di Mosul e la disfatta dell’esercito iracheno, aveva fermato con le milizie sciite il Califfato alle porte di Baghdad.

E non è un caso che Kamala Harris abbia criticato aspramente questo omicidio e l’uscita dall’accordo con l’Iran sul nucleare voluto da Obama nel 2015. Vedremo se anche il suo capo, Joe Biden, la penserà allo stesso modo. In campagna elettorale ha criticato Erdogan per il massacro dei curdi e dell’opposizione. Aspettiamo ora di vedere se alle parole seguiranno i fatti.

Alberto Negri – ilmanifesto

Fonte

02/11/2020

Robert Fisk, giornalista fuori dal coro


Se ne è andato Robert Fisk, maestro di giornalismo e di umanità, indipendenza di giudizio e sguardo disincantato sul Potere, ma in forte empatia col mondo degli ultimi che descriveva da inviato di guerra.

In effetti, guardando ai gazzettieri che popolano l’informazione mainstream, usare il termine di “giornalista” per definirlo suona quasi un insulto.

Più sotto, abbiamo tradotto il ricordo che gli dedica oggi il suo giornale, The Indipendent, una delle poche voci fuori dal coro nel mondo anglosassone che sia anche internazionalmente nota.

Ci sembra questa l’occasione per ricordare un aneddoto narratoci da Stefano Chiarini, altro impavido cronista di guerra, per il manifesto di altri tempi, altrettanto attento al Medio Oriente e alle sue guerre infinite, per proprio conto e per procura.

In una delle tante “campagne di guerra” afghane, Stefano entrava attraversando il Kyber Pass, al confine con il Pakistan. Ovviamente vestito da “locale”, accompagnato da una guida, e con molta circospezione.

Su una roccia, subito dopo aver attraversato il passo, c’erano nota tre “afghani” seduti su una roccia. Cammina facendo finta di nulla, poi uno dei tre parla: “Ciao Stefano!”.

Era Robert Fisk. L’altro, se la memoria non ci inganno, era Alberto Negri. Niente a che vedere con i passacarte embedded che seguono le truppe di invasione e amano farsi riprendere con uniforme, elmetto e giubbotto antiproiettile...

Ecco: questi sono giornalisti di cui è fondamentale leggere quel che scrivono. Per farsi un’opinione informata, non per farsela consegnare maldigerita.

*****

Qui il ricordo di Alberto Negri, uno dei pochi alla sua altezza, nel panorama internazionale.

Addio a Robert Fisk, il più famoso inviato di guerra britannico

Baghdad era in fiamme e anche la sua biblioteca: vidi Robert Fisk raccogliere dei manoscritti per terra mentre altri fogli volavano nell’aria, li inseguivamo come se cercassimo di impedire la distruzione sotto i nostri occhi.

A un certo punto mi fermai mentre Robert continuava instancabile ad afferrare pezzi di carta per terra e nell’aria.

Quello che mi pareva già un gesto vano e inutile per lui era quello che si doveva fare in quel momento.

Robert Fisk ha sempre cercato la verità anche quando a molti di noi sembrava uno sforzo inutile.

*****

È morto Robert Fisk, inviato in Medio Oriente di The Independent

Robert Fisk, corrispondente per il Medio Oriente di The Independent e il più celebre giornalista della sua epoca, è morto a seguito di una malattia. Aveva 74 anni.

Fisk era famoso per il suo coraggio nel mettere in discussione i racconti ufficiali dei governi e nel pubblicare ciò che aveva scoperto in prosa spesso brillante.

Entrato a far parte di The Independent nel 1989 dal Times, è diventato rapidamente il suo scrittore più riconoscibile e la sua firma più ricercata. Ha continuato a scrivere per The Independent fino alla sua morte a Dublino.

Christian Broughton, direttore di The Independent fino alla settimana scorsa e ora amministratore delegato, ha detto: “Impavido, senza compromessi, determinato e totalmente impegnato a scoprire la verità e la realtà a tutti i costi, Robert Fisk è stato il più grande giornalista della sua generazione. Il fuoco che ha acceso all’Independent brucerà”.

Molto di ciò che Fisk scrisse era controverso, qualcosa che sembrava assaporare. Nel 2003, mentre gli Stati Uniti e il Regno Unito si preparavano all’invasione dell’Iraq, Fisk si è recato alle Nazioni Unite a New York, dove ha visto l’allora segretario di Stato Colin Powell fare un esempio insignificante di guerra.

“C’è stata un’apertura quasi macabra quando il generale Powell è arrivato al Consiglio di sicurezza, baciando i delegati e avvolgendo le sue grandi braccia intorno a loro”, ha scritto. “Jack Straw era abbastanza legato per il suo grande abbraccio americano”.

Fisk, che è nato nel Kent e ha studiato alla Lancaster University, ha iniziato la sua carriera a Fleet Street al Sunday Express. Ha continuato a lavorare per il Times, dove aveva sede in Irlanda del Nord, Portogallo e Medio Oriente.

Per decenni ha fatto base nella città libanese di Beirut, e ha occupato un appartamento situato sulla sua famosa Cornice. Viveva e lavorava lì, mentre la nazione veniva dilaniata da una guerra civile, e diversi giornalisti cadevano vittima di rapimenti.

Fisk, che ha ricevuto numerosi premi, tra cui quelli di Amnesty International e del British Press Awards, ha scritto diversi libri, tra cui Pity the Nation: Il Libano in guerra e La grande guerra per la civiltà: La conquista del Medio Oriente. Ha conseguito il dottorato di ricerca al Trinity college e ha avuto una casa a Dalkey, a Dublino.

Ha intervistato Osama Bin Laden due volte. Dopo gli attacchi dell’11 settembre e la successiva invasione dell’Iraq da parte di Stati Uniti e Regno Unito, si è recato al confine tra Pakistan e Afghanistan, dove è stato attaccato da un gruppo di rifugiati afghani, furioso per l’uccisione dei loro connazionali da parte delle forze occidentali.

Ha notoriamente trasformato l’incidente in un reportage da prima pagina, completo di un’immagine del suo volto malconcio.

Scrisse: “Mi sono reso conto – mi sono reso conto – che c’erano tutti gli uomini e i ragazzi afghani che mi avevano attaccato e che non avrebbero mai dovuto farlo, ma la cui brutalità era tutta opera di altri, di noi – di noi che avevamo armato la loro lotta contro i russi e ignorato il loro dolore e deriso la loro guerra civile per poi armarli e pagarli di nuovo per la ‘Guerra per la civiltà’ a pochi chilometri di distanza e poi bombardare le loro case e fare a pezzi le loro famiglie e chiamarli ‘danni collaterali‘”.

Fisk, che ha preso la cittadinanza irlandese, è stato elogiato dal presidente irlandese, Michael Higgins.

“Ho appreso con grande tristezza della morte di Robert Fisk”, ha scritto in una dichiarazione.

“Con la sua scomparsa, il mondo del giornalismo e del commento informato sul Medio Oriente ha perso uno dei suoi migliori commentatori”.

“Generazioni, non solo di irlandesi ma di tutto il mondo, si sono affidate a lui per una visione critica e informata di ciò che stava accadendo nelle zone di conflitto del mondo e, cosa ancora più importante, delle influenze che erano forse all’origine del conflitto”.

Fonte

08/08/2020

Beirut ricorderà a lungo questa catastrofe, e il tradimento dei suoi cittadini


di Robert Fisk - The Indipendent

Ci sono momenti nella storia di una nazione che restano scolpiti per sempre. Possono non essere le peggiori catastrofi che hanno travolto il popolo. Neppure i più gravi politicamente. Ma catturano la tragedia senza fine di una società.

Ci viene in mente Pompei, la sicurezza romana e la corruzione imperiale che vengono sopraffatti in un attimo da un’azione di Dio – così disastrosa che per i secoli a venire possiamo vedere la rovina di questo popolo, persino i loro corpi.

Per questo c’è bisogno di un’immagine, qualcosa che possa focalizzare la nostra attenzione in un mero secondo della follia che c’è dietro una calamità umana. Il Libano ha appena fornito quel momento.

Non sono i numeri che contano in questo contesto. La sofferenza che Beirut ha vissuto martedì non si avvicina a un casuale bagno di sangue in una guerra civile – neppure alla ferocia della morte, spesso quotidiana, che per questa ragione vive la Siria.

Anche se vengono contati i decessi in totale – da 10 a 60 a 78 la scorsa notte, e che quasi sicuramente raggiungeranno il centinaio oggi – difficilmente verrà registrata sulla scala Richter delle guerre. A quanto pare, non è stata nemmeno una conseguenza della guerra, non nel senso diretto suggerito da uno dei leader più folli del mondo.

È l’iconografia che verrà ricordata, e ciò che tutti sappiamo rappresenta. In una terra che riesce a malapena a far fronte a una pandemia, esiste all’ombra del conflitto, affronta la fame e attende l’estinzione. Quelle due nuvole sopra Beirut non saranno mai cancellate.

Le immagini di fuoco, tuoni e apocalisse che i video hanno raccolto a Beirut sono un tutt’uno con i dipinti medievali che hanno cercato di catturare, attraverso l’immaginazione piuttosto che la tecnologia, i terrori di pestilenza, guerra, carestia e morte.

Conosciamo tutti il contesto, ovviamente, l’importantissimo “background” senza il quale nessuna sofferenza è completa: un paese in bancarotta che è stato tenuto in mano per generazioni da vecchie famiglie venali, schiacciato dai suoi vicini, dove i ricchi schiavizzano i poveri, e la sua società è retta dallo stesso settarismo che la sta distruggendo.

Può esserci un riflesso più simbolico dei suoi peccati che i velenosi esplosivi stipati così promiscuamente nel centro della sua metropoli più grande e il cui primo ministro dice poi che i “responsabili di tutto questo” – non lui, non il governo, siate certi – “pagheranno il prezzo”? Ancora non hanno imparato, vero?

E sicuramente, sappiamo tutti come questa “storia” continuerà nelle prossime ore e giorni. L’incipiente rivoluzione libanese dei giovani e degli eruditi deve sicuramente acquisire ora nuova forza per rovesciare i governanti del Libano, per chiedergli conto, per costruire un nuovo stato moderno non confessionale dalle macerie della “repubblica” creata dalla Francia in cui sono spietatamente nati.

Ebbene, la tragedia, su qualsiasi scala, è un cattivo sostituto del cambiamento politico. L’immediata promessa fatta da Emmanuel Macron tra gli incendi di ieri – che la Francia starà “sempre” accanto alla nazione paralizzata che ha creato nella hubris imperiale cento anni fa – è stata una delle ironie più piccanti delle ultime ore, anche perché il ministro degli esteri francese solo pochi giorni prima si era lavato le mani dall’economia libanese.

Negli anni ’90, quando stavamo progettando di creare un altro nuovo Medio Oriente all’indomani dell’annessione di Saddam del Kuwait, gli ufficiali militari statunitensi (tre nel mio caso nel nord dell’Iraq) iniziarono a parlarci di “fatica da compassione”. In modo oltraggioso, questo significava che l’Occidente correva il pericolo di allontanarsi dalla sofferenza umana.

Vedete, ce n’era troppa. Tutte queste guerre territoriali, anno dopo anno: sarebbe prima o poi il momento di dover chiudere le porte della generosità. Forse quel momento è arrivato quando i profughi della regione hanno cominciato a marciare a centinaia di migliaia verso l’Europa, preferendo la nostra società alla versione offerta dall’Isis.

Ma torniamo in Libano, dove la compassione occidentale potrebbe essere molto fragile. La prospettiva storica può sempre essere invocata per proteggerci dall’onda d'urto delle esplosioni e quindi dalla torreggiante nuvola di fumo e dalla città spezzata. Pompei, dicevano, spazzo via solo duemila vite. E che dire del posto terribile occupato da Beirut nell’antichità? Nel 551 d.C. Berito fu scossa da un terremoto, era la sede della flotta imperiale romana del Mediterraneo orientale, l’intera città venne distrutta, uccidendo, secondo le statistiche dell’epoca, 30.000 anime.

Le colonne romane sono ancora visibili, là dove sono cadute, oggi prostrate, a meno di mezzo miglio dal luogo dell’esplosione di ieri. Potremmo anche pensare alla oscura follia degli antenati del Libano. Quando la marea si ritirò, si diressero verso il fondo del mare per saccheggiare navi affondate da tempo, solo per essere travolti dal successivo tsunami.

Ma può una nazione moderna – e uso consapevolmente la parola “moderno” nel caso del Libano – rialzarsi in mezzo a una combinazione di angoscia così fetida? Sebbene in gran parte risparmiato – fino ad ora – dalla morte di massa portata dal Covid-19, il Libano ora affronta una pestilenza con pietosi mezzi di soccorso.

Le sue banche hanno rubato i risparmi della propria gente, il suo governo si dimostra indegno del proprio nome. Kahlil Gibran, il più feroce dei suoi poeti, ci ha esortato a “compatire la nazione il cui statista è una volpe, il cui filosofo è un giocoliere e la cui arte è quella di rattoppare e imitare“.

Chi può imitare ora il Libano? Chi sceglierà le prossime volpi? Gli eserciti hanno la reputazione di mettersi nei panni su misura dei potenti arabi; il Libano ci ha provato una volta nella sua storia, con dubbi risultati.

Oggi siamo incoraggiati a considerare la mostruosa esplosione come una tragedia nazionale – e quindi degna di un “giorno di lutto”, qualunque cosa significhi – anche se ho notato, tra coloro che ho chiamato in Libano all’indomani del disastro, che alcuni che hanno sottolineato come il luogo dell’esplosione e la maggior parte dei danni sembravano essere nel settore cristiano di Beirut. Uomini e donne di tutte le fedi sono morti ieri. Ma questo sarà un orrore speciale per una delle maggiori minoranze in Libano.

In passato, dopo numerose guerre, il mondo – gli americani, i francesi, la Nato, l’UE, persino l’Iran – hanno firmato per rimettere insieme il Libano. Ma come possono gli stranieri ripristinare una nazione che sembra irrecuperabile?

C’è un’oscurità in quel luogo, una mancanza di responsabilità politica che è abbastanza endemica da essere diventata di moda. Nessun grande omicidio politico in Libano – di presidenti, primi ministri o ex primi ministri, di membri del parlamento o di partiti politici – è mai stato risolto nella sua storia.

Ecco una delle nazioni più istruite della regione con i più talentuosi e coraggiosi – e generosi e gentili – dei popoli, benedetti dalle nevi, dalle montagne e dalle rovine romane e dal cibo più raffinato e dal più grande intelletto e da una storia millenaria. Eppure ancora non può gestire la sua valuta, avere la sua energia elettrica, curare i suoi malati o proteggere la sua gente.

Com’è mai possibile che 2.700 tonnellate di nitrato di ammonio possano essere immagazzinate in un fragile edificio per così tanti anni dopo essere state rimosse da una nave moldava in viaggio per il Mozambico nel 2014, senza misure di sicurezza adottate da coloro che hanno deciso di lasciare questo materiale proprio nel centro della capitale?

E tutto ciò che ci rimane è il torreggiante inferno e la sua cancerosa onda d’urto bianca, e poi la seconda nuvola a forma di fungo (senza menzionare altro).

Questo è il sostituto di Kahlil Gibran, il post-copione di tutte le guerre. Contiene il vuoto della paura che affligge tutti coloro che vivono in Medio Oriente. E, brevemente, in modo terrificante, il mondo lo ha visto.

Fonte

03/01/2020

Robert Fisk sull'uccisione di Soleimani - Pochi si aspettavano che Trump "colpisse l'Iran alla giugulare"

Questa guerra è per caso o guerra progettata? Abbiamo tutti detto che una grande guerra in Medio Oriente potrebbe iniziare per caso. Ma nessuno pensava che Donald Trump avrebbe optato per la giugulare in questo modo. Uccidere il generale Qassem Soleimani è una spada conficcata nel cuore della dell'Iran, senza alcun dubbio. E per conto di chi?

Trump si vanta della sua relazione con il re saudita che ha parlato di "tagliare la testa del serpente iraniano" e le cui strutture petrolifere sono state attaccate con missili lanciati da droni - gli Stati Uniti hanno accusato l'Iran - l'anno scorso. O Israele? O è solo un'altra decisione con risultati incalcolabili, presa dal presidente picchiatello degli Stati Uniti?

Immaginate cosa succederebbe se un eminente generale americano - o due, dal momento che Abu Mahdi al-Muhandis era una delle principali figure pro-iraniane in Iraq - fosse fatto saltare in aria in un tour in Medio Oriente. Ci sarebbero attacchi aerei, attacchi ai centri nucleari iraniani, minacce di Washington per chiudere tutto il traffico tra l'Iran e il mondo esterno. La morte di un americano a Baghdad venerdì scorso e le rivolte fuori dall'ambasciata degli Stati Uniti, per quanto criticabili, difficilmente giustificano gli attacchi americani su questa scala.

Qassem Soleimani era uno degli uomini più potenti in Iran, anche se le forze di al-Quds delle Guardie Rivoluzionarie che comandava non sono proprio l'esercito d'élite come l'Iran ama definire. Soleimani, secondo i suoi compagni comandanti, avrebbe corso dei rischi sulle varie linee del fronte di al-Quds in Siria e i suoi uomini lo ammiravano per il suo coraggio sotto il fuoco. Quindi si aspettava di morire regolarmente. Ma l'aeroporto internazionale di Baghdad è l'ultimo posto in cui ti aspetteresti di vedere un drone americano uccidere lui e Al-Muhandis.

Gli americani si sono da tempo abituati a organizzare attacchi alle basi della milizia filo-iraniana in Iraq e Siria. Negli ultimi mesi, questi attacchi sono diventati normali, regolari, come le frequenti incursioni di Israele in Siria e Libano. Ma fu un'operazione militare americana che uccise anche Abu Bakr al-Baghdadi in Siria, un musulmano sunnita che era nemico di Teheran e che gli iraniani sarebbero stati felici di liquidare.

Gli americani sono stati abituati a questo tipo di assassinio - o "omicidi mirati" come li chiamano gli israeliani - spazzando via i loro nemici quando li scelgono. Osama bin Laden è stato il primo, Baghdadi il secondo, Suleimani il terzo. Tali omicidi basati su missili vengono regolarmente eseguiti da Israele a Gaza, dove i leader di Hamas vengono spesso assassinati con modalità analoghe.

Eppure è facile prendere questi uomini come importanti - come pensano di essere. Le forze iraniane in Siria, per esempio, sono spesso enormemente sovrastimate dagli Stati Uniti. Le affermazioni sulla presenza di 10.000 membri delle guardie rivoluzionarie Quds in Siria erano grossolanamente inaccurate. 2000 può essere un numero più aderente alla realtà. È vero, gli uomini dell'intelligence iraniana sono sparsi per il Medio Oriente. Ma lo sono anche gli agenti americani.

Uno dei più alti uomini dell'intelligence di Teheran fu Ghadanfar Rokon Abadi, che era l'uomo iraniano a Beirut, dove in seguito divenne anche ambasciatore. Probabilmente sapeva più di Hezbollah e della Siria di chiunque altro e tornò a Teheran nel 2014. Non molto tempo dopo gli islamisti sunniti, a quanto pare con il sostegno saudita, organizzarono un attacco suicida contro la sua ambasciata, uccidendo 23 impiegati dell'ambasciata, guardie di Hezbollah e civili. Rokon Abadi è stato risparmiato. Il suo principale agente di sicurezza è stato ucciso. Ma nel 2016, ha compiuto il pellegrinaggio di Haj alla Mecca, dove 2.300 persone - 464 dei quali iraniani - sono state schiacciate a morte in preda al panico e alle rivolte per le quali l'Iran ha incolpato la monarchia saudita. Rokon Abadi era tra questi. Passarono mesi prima che i suoi resti fossero restituiti in Iran.

Ma in Medio Oriente, gli agenti dell'intelligence sono sempre in pericolo. Fu un gruppo satellitare di Hezbollah chiamato Islamic Jihad che uccise il capo della stazione della CIA a Beirut William Buckley, e Imad Mougnieh, il suo assassino segnalato - o l'uomo che aveva dato l'ordine - fu ucciso da un'autobomba a Damasco nel 2008. Nel 1983, un camion bomba fu fatto esplodere davanti all'ambasciata americana a Beirut, uccidendo 32 persone e spazzando via la maggior parte degli agenti della CIA che tenevano una riunione all'interno.

Ah sì, un'altra cosa. Non ci sono elezioni negli Stati Uniti quest'anno? E Trump vuole vincere - e Soleimani come bersaglio a Baghdad farà buon gioco ai repubblicani. L'Iran ha sempre risposto agli attacchi aspettando e ritardando la propria rappresaglia. Ricordate le due petroliere chiamate Adrian Darya e Stena Impero? Ma ora sta diventando qualcosa di personale.

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12/11/2019

Tutto quello che ti è stato detto sulla guerra siriana era sbagliato, finora

Raccontava Stefano Chiarini che i rais mediorientali, in fondo, si somigliavano tutti. Anche quelli che avevano studiato in Occidente – quasi tutti quelli giovani, ora – se volevano governare i loro paesi dovevano fare i conti con le culture, gli interessi, le tribù (vagli a spiegare la società a struttura tribale a chi immagina esistano solo “gli individui”, ovviamente “liberi” per definizione giuridica e non per condizione reale).

“Progressisti” o meno si vedeva dalle politiche sociali che mettevano in atto, non certo dal tasso di “democraticità” dei processi decisionali.

Quando poi interagivano tra loro, attuando la geopolitica dell’area, in combinazione o conflitto con le superpotenze, le differenze residue scomparivano, perché era il terreno della lotta di tutti contro tutti, con qualsiasi mezzo. Per vivere o morire.

Come nel nostro mondo “civile”, del resto, ma con molte maschere in meno.

Difficile, per noi, rendere chiara una condizione esistenziale che non ci appartiene (o almeno non ci appartiene completamente). Ogni tanto, però, un raggio di luce arriva anche dagli anfratti ancora non “tappati” del giornalismo globale, grazie alla serissima attività di pochi vecchi leoni che renderebbero più simpatica questa categoria, se solo non fossero ridotti ormai a mosche bianche.

Il seguente articolo di Robert Fisk, apparso sul quotidiano inglese The Indipendent, la settimana scorsa, straccia tutte le veline sperse a piene mani per anni sulle ragioni, l’andamento e gli attori della guerra in Siria. Spiazza anche molta compagneria, crediamo, sempre pronta a dividere il mondo in due (i buoni e i cattivi, per capirci), anche quando i “buoni” sono davvero da trovare col lanternino e i “cattivi” sono da tutte le parti.

Soprattutto, quando c’è da capire che “le parti in gioco” sono decisamente più numerose delle dita di cui disponiamo (piedi compresi), e si scambiano allegramente – sparando, quasi sempre – il ruolo di alleato, nemico, fiancheggiatore, complice, amico.

Robert Fisk – uno dei pochi ad aver girato le guerre nel mondo musulmano, spesso a piedi e assolutamente not embedded (tra gli italiani, oltre il compiano Stefano Chiarini, c’è in pratica il solo Alberto Negri) – ci ricostruisce una storia infernale, in partibus infidelium. Si può restare sorpresi, si può masticare amaro, si può contestare questa o quell’affermazione che rivela una sua impostazione culturale e ideologica diversa dalla nostra.

Ma questa è informazione di prima qualità, di chi ha conosciuto, viaggiato, parlato, discusso, con gente che, quasi tutti noi al massimo abbiamo sentito nominare. Meglio farci i conti e conoscerla, senza la miseranda tentazione di prendere solo il “pezzetto” che conferma qualche nostra illusoria convinzione, costruita inevitabilmente a tavolino. O, come si dice adesso, alla tastiera.

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Tutto ciò che ti è stato detto sulla guerra siriana era sbagliato – fino ad ora

Robert Fisk, da Beirut – The Indipendent

Che le guerre terminino in modo molto diverso dalle nostre stesse aspettative – o dai nostri piani – è stato stabilito molto tempo fa. Il fatto che “noi” abbiamo vinto la seconda guerra mondiale non significava che gli americani avrebbero vinto la guerra del Vietnam o che la Francia avrebbe sconfitto i suoi nemici in Algeria. Tuttavia, nel momento in cui decidiamo chi sono i bravi ragazzi e chi i mostri malvagi che dobbiamo distruggere, ricadiamo di nuovo nei nostri vecchi errori.

Poiché odiamo, detestiamo e demonizziamo Saddam, Gheddafi o Assad, siamo sicuri – siamo assolutamente convinti – che saranno detronizzati e che i cieli blu della libertà splenderanno sulle loro terre rotte. È infantile, immaturo, bambinesco (anche se, data la spazzatura che siamo disposti a consumare sulla Brexit, suppongo non sia molto sorprendente).

Bene, la morte di Saddam ha causato all’Iraq la sofferenza più inimmaginabile. Anche l’assassinio di Gheddafi, accanto alla fogna più famosa della Libia. Per quanto riguarda Bashar al-Assad, lungi dall’essere rovesciato, è emerso come il più grande vincitore della guerra siriana. Insistiamo ancora sul fatto che deve andarsene. Intendiamo comunque processare i criminali di guerra siriani – e giustamente – ma il regime siriano è emerso al di sopra della marea di guerra intatto, vivo e con il più affidabile alleato dotato di superpoteri che uno stato del Medio Oriente possa avere: il Cremlino.

Disprezzo la parola “cura”. Tutti sembrano curare scenari, curare conversazioni politiche o curare portafogli di affari. Sembra che siamo dipendenti da queste curiose e terribili parole. Ma per una volta la userò in forma reale: coloro che hanno curato la storia – la narrazione – della guerra siriana, hanno sbagliato tutto fin dall’inizio.

Bashar sarebbe andato via. L’esercito siriano libero, presumibilmente composto da decine di migliaia di disertori dell’esercito siriano e dai manifestanti disarmati di Darayya, Damasco e Homs, avrebbero cacciato la famiglia Assad dal potere. E, naturalmente, sarebbe scoppiata la democrazia in stile occidentale e il secolarismo – che in realtà era il fondamento del partito Baath – sarebbe diventato la base di un nuovo stato arabo liberale.

Lasciamo da parte per ora una delle vere ragioni del sostegno da parte dell’Occidente alla ribellione: distruggere l’unico alleato arabo dell’Iran.

Non avevamo previsto l’arrivo di al-Qaeda, ora purificata con il nome di Nusrah. Non immaginavamo che l’incubo dell’Isis sarebbe emerso come un genio dai deserti orientali. Né abbiamo capito – né ci è stato detto – come questi culti islamici potessero consumare la rivoluzione popolare in cui credevamo.

Ancora oggi, sto solo cominciando a scoprire come la ribellione “moderata” della Siria si sia trasformata nella apocalittica macchina per uccidere dello Stato Islamico.

Alcuni gruppi islamisti (non tutti, in alcun modo, e non è stata una semplice transizione) erano lì fin dall’inizio. Erano a Homs già nel 2012.

Ciò non significa che i (primi) ribelli siriani non fossero figure coraggiose e di mentalità democratica. Ma furono fortemente esagerati nell’ovest. Mentre David Cameron stava fantasticando sui 70.000 “moderati” dell’Esercito siriano libero (FSA) che combattevano contro il regime di Assad – non ce ne sono mai stati forse più di 7.000, al massimo – l’esercito siriano stava già parlando con loro, a volte direttamente al cellulare, per convincerli a tornare alle loro unità nell’esercito governativo originale, o ad abbandonare una città senza combattere, o scambiare con cibo i soldati del governo prigionieri. Gli ufficiali siriani direbbero che hanno sempre preferito combattere l’FSA perché erano fuggiti; Nusrah e Isis no.

Eppure oggi, mentre riportiamo i risultati dell’invasione turca della Siria settentrionale, stiamo usando una strana espressione per gli alleati della milizia araba turca. Sono chiamati “Esercito nazionale siriano” – al contrario dell’esercito arabo siriano originale e ancora molto esistente del governo Assad.

Vincent Durac, professore di politica mediorientale a Dublino, la scorsa settimana ha persino scritto che questi alleati della milizia araba erano “una creazione della Turchia”.

Questo non ha senso. Sono il relitto dell’originale e ora completamente screditato Esercito siriano libero – le mitiche legioni di David Cameron la cui misteriosa composizione, ricordo, una volta fu spiegata ai parlamentari britannici dal Generale Messenger, come venne gloriosamente chiamato.

Pochissimi giornalisti (con la lodevole eccezione di quelli che lavorano su Channel 4 News) hanno spiegato questo importantissimo fatto della guerra, anche se alcuni filmati mostrano chiaramente i miliziani pagati dalla Turchia che brandiscono la vecchia bandiera verde, bianca e nera dell’esercito siriano libero.

Era la stessa ex brigata dell’FSA che l’anno scorso entrò nell’enclave curda di Afrin e aiutò i loro colleghi di Nusrah a saccheggiare case e aziende curde. I turchi hanno definito questo violento atto di occupazione “Operazione Ramoscello d’Ulivo”. Ancora più assurdo, la sua ultima invasione si chiama “Operazione Primavera di Pace”.

C’è stato un tempo in cui ciò avrebbe provocato disprezzo e risate sguaiate. Oggi non più. Oggi i media hanno ampiamente trattato questa ridicola nomenclatura con un qualcosa che si avvicina al rispetto.

Abbiamo giocato gli stessi trucchi con le cosiddette forze democratiche siriane (SDF) sostenute dagli americani. Come ho detto prima, quasi tutti gli SDF sono curdi e non sono mai stati eletti, scelti o hanno aderito democraticamente all’SDF. In effetti, la milizia non aveva assolutamente nulla di democratico e la sua “forza” esisteva solo fintanto che era sostenuta dall’aeronautica americana. Eppure le forze democratiche siriane hanno mantenuto il loro titolo intatto e ampiamente adottato in modo indiscusso dai media.

Ma quando i turchi invasero la Siria, per scacciarli dal confine tra Siria e Turchia, improvvisamente furono trasformati da noi in “forze curde” – cosa che in gran parte erano anche prima – che erano state tradite dagli americani (cosa che sicuramente è avvenuta).

L’ironia, che è stata dimenticata o semplicemente ignorata, è che quando nel 2012 i combattimenti sono iniziati ad Aleppo, i curdi hanno aiutato la FSA a prendere diverse aree della città. I due fronti stavano poi combattendo l’un contro l’altro sette anni dopo, quando i turchi hanno invaso la “libera” frontiera curda del Rojava.

Ancor meno pubblicizzato è stato il fatto che l’avanzata turco-FSA in Siria ha permesso a migliaia di abitanti dei villaggi arabi siriani di tornare nelle case conquistate dai curdi, quando avevano creato lì il loro staterello condannato dopo l’inizio della guerra.

Ma la narrazione di questa guerra è ora ulteriormente distorta dalla nostra sospensione di qualsiasi comprensione critica del nuovo ruolo dell’Arabia Saudita nella debacle siriana.

Negare, negare e negare è la politica saudita, quando gli è stato chiesto quale assistenza abbia fornito ai ribelli islamisti anti-Assad in Siria. Anche quando ho trovato documenti sulle armi in Bosnia in una base di Nusrah ad Aleppo, firmata da un produttore di armi vicino a Sarajevo, chiamato Ifet Krnjic – e anche quando ho rintracciato Krnjic stesso, che ha spiegato come le armi erano state inviate in Arabia Saudita (ha anche descritto i funzionari sauditi con cui ha parlato nella sua fabbrica) – i sauditi hanno negato i fatti.

Eppure oggi, quasi incredibilmente, sembra che gli stessi sauditi stiano ora contemplando un approccio completamente nuovo alla Siria. Già i loro alleati degli Emirati Arabi Uniti nella guerra yemenita (un’altra catastrofe saudita) hanno riaperto la propria ambasciata a Damasco: una decisione molto significativa da parte dello stato del Golfo, sebbene ampiamente ignorata in Occidente.

Ora, a quanto pare, i sauditi stanno pensando di rafforzare la loro cooperazione con la Russia finanziando, insieme agli Emirati e forse anche al Kuwait, la ricostruzione della Siria.

Quindi i sauditi sarebbero diventati più importanti per il regime siriano rispetto all’Iran che “violava le sanzioni” e forse avrebbe impedito le relazioni sempre più calde, seppur discrete, del Qatar con Bashar al-Assad.

Il Qatar, nonostante il suo impero mondiale Al-Jazeera, vuole espandere il suo potere sulla terra reale e fisica; e la Siria è un obiettivo ovvio per la loro generosità e ricchezza. Ma se i sauditi decidessero di assumere questo ruolo oneroso, allo stesso tempo il regno farebbe a pezzi sia l’Iran che il Qatar. O almeno così crede.

I siriani – la cui politica principale in questi periodi è di aspettare, aspettare e aspettare – ovviamente, decideranno come giocare con le ambizioni dei loro vicini.

Ma l’interesse saudita per la Siria non è solo una congettura. Il principe ereditario Mohammed bin Salman ha osservato sulla rivista Time nell’agosto dell’anno scorso che “Bashar rimarrà. Ma credo che l’interesse di Bashar non sia quello di lasciare che gli iraniani facciano ciò che vogliono fare.”

I siriani e i bahrainis parlano regolarmente del Levante del dopoguerra. Gli Emirati potrebbero persino negoziare tra sauditi e siriani. Gli stati del Golfo stanno ora dicendo che è stato un errore sospendere l’adesione della Siria alla Lega araba.

In altre parole, la Siria – con l’incoraggiamento russo – sta riprendendo rapidamente il ruolo che ha mantenuto prima della rivolta del 2011.

Non era quello che immaginavamo in Occidente allora, quando i nostri ambasciatori a Damasco incoraggiavano i manifestanti siriani di strada a continuare la loro lotta contro il regime; in effetti, quando hanno specificamente detto ai manifestanti di non parlare o negoziare nemmeno con il governo di Assad.

Ma questo accadeva nei tempi precedenti all'emersione di due elementi folli per distruggere tutti i nostri presupposti, seminando paura e sfiducia in tutto il Medio Oriente: Donald Trump e l'Isis.

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18/04/2018

Siria. Robert Fisk: “A Douma non c’è stato attacco chimico”

Il noto reporter di guerra britannico Robert Fisk, nel suo reportage da Douma, nei luoghi dove ci sarebbe stato l’attacco chimico, ha intervistato residenti e medici di Douma, ed emerge un quadro della situazione che smentisce tutta la narrativa menzognera del maistream e dei governi occidentali.

Dal reportage del celebre e storico reporter di guerra Rober Fisk si evince che a Douma non c’è stato nessuno attacco con armi chimiche. Potrebbe essere contestata la versione di Fisk. Vero, ma dal momento che i governi di USA, Francia e Gran Bretagna hanno attaccato la Siria in quanto hanno ricevuto informazioni dai social network dell’uso di gas da parte dell’esercito siriano, perché non si dovrebbe credere ad un reporter di fama internazionale che da più di 40 anni realizza reportage dai campi di battaglia? L’articolo di Fisk acquisisce un autorevolezza maggiore dal momento che non si può affatto definire un simpatizzante di Assad. Dall’articolo, qui in originale, emerge. Segue traduzione integrale pubblicato da Lantidiplomatico.it

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Questa è la storia di una città chiamata Douma, un luogo devastato e puzzolente di blocchi di appartamenti distrutti – e di una clinica sotterranea le cui immagini di sofferenza hanno permesso a tre delle nazioni più potenti del mondo occidentale di bombardare la Siria la scorsa settimana. C’è anche un dottore amichevole in un cappotto verde che, quando lo rintraccio nella stessa clinica, mi dice allegramente che la ripresa del “a gas” che ha fatto orrore al mondo – nonostante tutti i dubbiosi – è perfettamente genuina.

Le storie di guerra, tuttavia, hanno l’abitudine di diventare più oscure. Per lo stesso dottore siriano di 58 anni c’è qualcosa di profondamente scomodo: i pazienti, dice, sono stati sopraffatti non dal gas ma dalla fame di ossigeno nei tunnel pieni di spazzatura e negli scantinati in cui vivevano, in una notte di vento e bombardamenti pesanti che hanno scatenato una tempesta di polvere.

Come il dott. Assim Rahaibani annuncia in questa particolare conclusione, vale la pena di osservare che è per sua stessa ammissione non un testimone oculare e, mentre parla in buon inglese, si riferisce due volte agli uomini armati jihadisti di Jaish el-Islam [l’esercito dell’islam] a Douma come “terroristi” – la parola del regime per i loro nemici, e un termine usato da molte persone in tutta la Siria. Sto ascoltando questoQuale versione degli eventi dobbiamo credere?

Per sfortuna, anche i dottori che erano in servizio quella notte, il 7 aprile, erano tutti a Damasco per fornire prove a un’indagine sulle armi chimiche, che tenterà di fornire una risposta definitiva a questa domanda nelle prossime settimane.

La Francia, nel frattempo, ha dichiarato di aver “provato” che sono state usate armi chimiche, e i media statunitensi hanno citato fonti che dicono che anche le analisi del sangue e delle urine hanno mostrato questo. L’OMS ha affermato che i suoi partner sul campo hanno curato 500 pazienti “che presentano segni e sintomi compatibili con l’esposizione a sostanze chimiche tossiche.”

Allo stesso tempo, gli ispettori dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) sono attualmente bloccati dal venire qui sul luogo del presunto attacco di gas, apparentemente perché mancavano i giusti permessi delle Nazioni Unite.

Prima di andare oltre, i lettori dovrebbero essere consapevoli che questa non è l’unica storia a Douma. Ci sono molte persone con cui ho parlato tra le rovine della città che hanno detto di non aver mai creduto a storie di gas, che di solito venivano messe in atto dai gruppi armati islamici. Questi jihadisti, in particolare, sono sopravvissuti sotto una tormenta di fuoco di bombe vivendo nelle case di altre persone e in vasti e ampi tunnel con strade sotterranee scavate nella roccia viva con asce dai prigionieri su tre livelli sotto la città. Ho attraversato tre di loro ieri, vasti corridoi di roccia viva che contenevano ancora russi – sì, russi – razzi e auto bruciate.

Quindi la storia di Douma non è solo una storia di gas – o niente gas, a seconda dei casi. Si tratta di migliaia di persone che non hanno optato per l’evacuazione da Douma sugli autobus che sono partiti la scorsa settimana, insieme agli uomini armati con cui hanno dovuto vivere come trogloditi per mesi per sopravvivere. Ho attraversato questa città abbastanza liberamente ieri senza soldato, poliziotto o agente di sicurezza a seguire i miei passi, solo due amici siriani, una macchina fotografica e un taccuino. Qualche volta dovevo arrampicarmi su bastioni alti due metri e mezzo, su e giù per i quasi muri da terra. Felici di vedere stranieri tra loro, ancora più felici che l’assedio sia finalmente finito, sono per lo più sorridenti; quelli di cui puoi vedere le facce, naturalmente, perché un numero sorprendente di donne di Douma indossa un hijab nero.

Ho guidato per la prima volta a Douma come parte di un convoglio scortato di giornalisti. Ma una volta che un generale noioso aveva annunciato al di fuori di una casa distrutta “Non ho informazioni” me ne sono andato. Diversi altri reporter, per lo più siriani, hanno fatto lo stesso. Persino un gruppo di giornalisti russi, tutti in abiti militari, se ne è andato.

È stata una breve passeggiata per il Dr Rahaibani.

Dalla porta della sua clinica sotterranea – “Punto 200”, si chiama, nella strana geologia di questa città parzialmente sotterranea – c’è un corridoio che porta in discesa dove mi mostra il suo umile ospedale e i pochi letti dove piangeva una ragazzina mentre gli infermieri le curavano un taglio sopra l’occhio.
“Ero con la mia famiglia nel seminterrato della mia casa a trecento metri da qui quella notte, ma tutti i dottori sanno cosa è successo. C’erano un sacco di bombardamenti [da parte delle forze governative] e gli aerei erano sempre sopra Douma durante la notte – ma quella notte, c’era vento e nuvole di polvere enormi cominciarono a venire negli scantinati e nelle cantine dove vivevano le persone. La gente ha cominciato ad arrivare qui soffrendo di ipossia, perdita di ossigeno. Poi qualcuno alla porta, un “Casco bianco”, ha gridato “Gas!”, Ed è cominciato il panico. La gente ha iniziato a gettare acqua l’una sull’altra. Sì, il video è stato girato qui, è autentico, ma quello che vedi sono persone che soffrono di ipossia – non intossicazione da gas.”

Stranamente, dopo aver parlato con più di 20 persone, non sono riuscito a trovarne uno che mostrasse il minimo interesse per il ruolo di Douma nel provocare gli attacchi aerei occidentali. Due in realtà mi hanno detto che non sapevano della connessione.

Ma è uno strano mondo in cui sono entrato. Due uomini, Hussam e Nazir Abu Aishe, hanno detto di non sapere quante persone siano state uccise a Douma, anche se quest’ultimo ha ammesso di avere un cugino “giustiziato da Jaish el-Islam [l’esercito dell’Islam] per essere “vicino al regime”. Si sono scrollati le spalle quando ho chiesto delle 43 persone che si dice siano morte nel famigerato attacco Douma.

I White Helmets – i primi soccorritori medici già leggendari in Occidente ma con alcuni spunti interessanti alla loro stessa storia – hanno svolto un ruolo familiare durante le battaglie. Sono in parte finanziati dal Ministero degli Esteri e la maggior parte degli uffici locali è stata gestita da uomini di Douma. Ho trovato i loro uffici distrutti non lontano dalla clinica del dott. Rahaibani. Una maschera antigas era stata lasciata fuori da un contenitore di cibo con un occhio forato e una pila di sporche uniformi mimetiche militari giaceva all’interno di una stanza. Piantato, mi sono chiesto? Ne dubito. Il posto era pieno di capsule, attrezzature mediche e file rotti, lenzuola e materassi.

Ovviamente dobbiamo ascoltare la loro versione della storia, ma non succederà qui: una donna ci ha detto che ogni membro dei White Helmets di Douma ha abbandonato il quartier generale e ha scelto di portare gli autobus organizzati dal governo e protetti dalla Russia per la provincia ribelle di Idlib con i gruppi armati quando è stata concordata la tregua finale.

C’erano bancarelle di cibo aperte e una pattuglia di poliziotti militari russi – un optional ora facoltativo per ogni cessate il fuoco siriano – e nessuno si era nemmeno preso la briga di irrompere nella prigione islamica ostile vicino alla Piazza del Martirio dove le vittime sarebbero state presumibilmente decapitate negli scantinati. Il complemento della città della polizia civile siriana degli interni – che indossa stranamente abiti militari – è sorvegliato dai russi che possono essere o non essere osservati dai civili. Ancora una volta, le mie domande sincere sul gas sono state soddisfatte con quello che sembrava una vera perplessità.

Com’è possibile che i profughi di Douma che avevano raggiunto i campi in Turchia stessero già descrivendo un attacco di gas che nessuno oggi a Douma sembrava ricordare? Mi è venuto in mente che, camminando per più di un miglio attraverso questi miserabili tunnel ingombri di prigionieri, i cittadini di Douma vivevano così isolati l’uno dall’altro per così tanto tempo che le “notizie” nel senso della parola semplicemente non avevano significato per loro. La Siria non è fatta come una democrazia jeffersoniana – come vorrei cinicamente dire ai miei colleghi arabi – ed è davvero una dittatura spietata, ma che non potrebbe manipolare queste persone, felici di vedere gli stranieri tra di loro, di reagire con poche parole di verità. Quindi cosa mi stavano dicendo?

Parlavano degli islamisti sotto i quali erano vissuti. Hanno parlato di come i gruppi armati abbiano rubato case ai civili per evitare il governo siriano e il bombardamento russo. Jaish el-Islam ha bruciato i suoi uffici prima che se ne andassero, ma i massicci edifici all’interno delle zone di sicurezza che avevano creato erano stati quasi tutti distrutti a colpi di bombardamenti aerei. Un colonnello siriano che ho incontrato dietro uno di questi edifici mi ha chiesto se volevo vedere quanto fossero profondi i tunnel. Mi sono fermato dopo più di un miglio quando ha cripticamente osservato che “questo tunnel potrebbe arrivare fino alla Gran Bretagna”. Ah, sì, signora May, ho ricordato, i cui attacchi aerei erano stati così intimamente connessi a questo luogo di tunnel e polvere. E il gas?

Fonte: The Independent

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Siria - OPAC a Douma, Riyadh pronta a rimpiazzare i soldati USA

di Michele Giorgio – Il Manifesto

La missione dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) è giunta ieri a Douma. I suoi membri indagheranno sul presunto raid con armi chimiche del 7-8 aprile che avrebbe fatto decine di morti. Raid al quale Usa, Francia e Gb il 14 aprile hanno risposto con il lancio di oltre 100 missili contro la Siria.

Appena entrata a Douma la delegazione dell’Opac si è diretta verso l’ospedale dove si trovano ricoverate alcune delle “vittime”. Nelle stesse ore mentre si aspettavano gli esiti dell’audizione  al Congresso del segretario alla difesa Usa, James Mattis, e del capo degli stati maggiori riuniti Joseph Dunford, sui raid americani contro Damasco, i sauditi hanno accreditato un articolo del Wall Street Journal sull’intenzione degli Stati Uniti di rimpiazzare la propria presenza nel nord della Siria (almeno 2mila uomini) con una forza militare congiunta composta da diversi Paesi arabi: Egitto, Arabia Saudita, Emirati e forse il Qatar. Riyadh, per bocca del ministro degli esteri Adel Jubeir, si è detta disponibile a inviare proprie truppe in Siria, con altri paesi, al fine di «stabilizzare la situazione nel Paese». Questa “soluzione” – sarebbe l’inizio della partizione della Siria di cui si parla da tempo – darebbe il via a una guerra devastante. La Siria e l’Iran, e probabilmente anche la Russia, non la accetteranno mai.

Si spera che la missione Opac possa operare senza ostacoli. Il rischio di pressioni è enorme perché se l’Opac dovesse confermare ciò che ripetono Mosca e Damasco, ossia che a Douma non sono mai state usate armi chimiche, l’aggressione alla Siria ordinata sabato da Trump, Macron e May risulterebbe ancora più grave e illegittima. Washington nel frattempo già sostiene che russi e siriani hanno fatto sparire le prove.

Sui fatti di Douma ha scritto sull’Independent il famoso giornalista britannico e vincitore di premi internazionali Robert Fisk. A Douma, Fisk ha intervistato medici e abitanti testimoni di quanto avvenuto tra il 7 e 8 aprile. La sua conclusione è netta: sono vere le immagini che mostrano medici e volontari impegnati nei soccorsi ma le “vittime” non erano state attaccate dal cloro o da gas velenosi ma soffrivano di ipossia, mancanza di ossigeno. Fisk riporta la testimonianza di un medico, Assim Rahaibani, dal luogo del presunto attacco chimico. Rahaibani spiega che le persone nei filmati hanno rischiato di rimanere asfissiate dopo un bombardamento che aveva fatto crollare numerosi edifici sui ricoveri e tunnel sotterranei in cui la popolazione di Douma trovava rifugio durante i combattimenti tra jihadisti e forze governative. ‎«La gente è arrivata qui soffrendo di ipossia – ha raccontato il dottor Rahaibani – poi qualcuno alla porta, un membro degli ‘Elmetti Bianchi’, ha gridato ‘Gas’ ed è stato il panico. Le persone hanno iniziato a gettarsi acqua addosso. Sì, il video è stato girato qui, è autentico, ma quello che si vede sono persone che soffrono di ipossia, non di avvelenamento da gas‎». Altri abitanti di Douma intervistati da Fisk non hanno confermato l’attacco chimico.

Intanto in Siria continua la guerra. Riconquistata la Ghouta orientale e ottenuta la resa dei miliziani di Jaysh al Islam ad al Dumair, ieri l’esercito siriano ha dato il via alla fase preliminare di una nuova grande offensiva a sud Damasco. L’area interessata è quella del più grande dei campi profughi palestinesi, Yarmouk, e di alcune zone limitrofe – Hajar al Aswad e Tadamon – dal 2015 sotto il controllo dell’Isis che a marzo ha occupato anche Qadam. Da Yarmouk la popolazione è in gran parte fuggita ma alcune migliaia di rifugiati restano nel campo. Una riconquista da parte del governo di quest’area libererebbe Damasco da qualsiasi pressione. Inoltre aprirebbe la strada ad una nuova offensiva, nel sud del Paese contro altre formazioni islamiste armate e per il controllo pieno del territorio a ridosso delle linee israeliane sul Golan occupato. In quel caso il rischio già elevato di un conflitto tra gli alleati Siria-Iran-Hezbollah e Israele si farebbe ancora più alto.

Ieri i media israeliani hanno ripetuto per tutto il giorno che Lo Stato ebraico è pronto ad affrontare un possibile attacco, con missili terra terra o droni armati, da parte dei Guardiani della Rivoluzione dell’Iran in risposta al recente raid di Israele sulla base siriana T4 che ha ucciso sette consiglieri militari iraniani. Se sia un rischio reale o solo allarmismo per guadagnare appoggi internazionali in vista di un conflitto ampio, nessuno sa dirlo. Solo i comandi militari delle parti coinvolte conoscono la verità. I media, questa volta siriani, ieri mattina avevano riferito di un attacco, lasciando intendere da parte di Israele, contro la base di Shiryat poi risultato un falso allarme. A quanto pare sarebbe stato un attacco hacker a far attivare i sistemi di difesa missilistica siriana senza che vi fosse una reale minaccia.

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09/09/2017

Fisk. “L’Occidente stenta a crederlo, ma la guerra in Siria sta finendo e Assad è il vincitore”

L’articolo compare contemporaneamente su Contropiano e L’Antidiplomatico

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Secondo il noto reporter di guerra, Robert Fisk, anche se l’Occidente non lo vuole credere, il conflitto armato in Siria sta per finire e il vincitore è il presidente siriano Bashar al-Assad, che si voleva rovesciare.

“Ciò che è sempre stato impensabile in Occidente sta avvenendo: le forze di Bashar al-Assad sembra che stiano vincendo la guerra”, ha scritto, ieri, Robert Fisk, noto reporter di guerra e corrispondente del quotidiano britannico ‘The Independent’.

E non è solo che “sembra”, dice il giornalista, che racconta come l’esercito siriano stia liberando una per una tutte le aree ancora occupate dai terroristi.

Al momento, l’esercito siriano e i suoi alleati sono riusciti a rompere l’assedio imposto a Deir Ezzor da tre anni. Il generale Sohail Hassan, conosciuto come “la Tigre” (“l’ufficiale preferito del paese”) si è avvicinato al complesso della 137esima Brigata dell’esercito siriano a Deir al-Zur, mentre Mohamad Jadur, suo comandante, preparava le sue forze per liberare la base aerea della città.

Le vittorie ripetute dell’esercito siriano significano che è oggi uno dei più esperti sul campo di battaglia della regione: i suoi soldati hanno combattuto per la loro vita e ora hanno ricevuto la formazione in coordinamento delle truppe e nell’uso di informazioni da un unico centro di comando, ha spiegato Fisk.

In questo contesto, il corrispondente ricorda il fallimento dei bombardamenti statunitensi che hanno ucciso più di 60 soldati siriani nei pressi della base aerea che sarà liberata dal generale Jadur. I siriani, secondo il giornalista, non hanno mai creduto che fosse un “errore”, come dicono gli statunitensi.

Gli inglesi, osserva Fisk, già sembrano aver ricevuto il messaggio. La settimana scorsa, hanno rimosso i loro istruttori militari, che hanno cercato di addestrare “70.000 ribelli” per il rovesciamento del governo di Al-Asad.

E che dire di Israele? Chiede il giornalista. Il regime di occupazione della Palestina ha veramente creduto alla fine di Assad, andando persino a bombardare le proprie truppe per porre fine ai siriani e ai suoi alleati, mentre finanzia e dà assistenza medica agli estremisti in Siria.

Chiaramente il regime di Tel Aviv – come l’ex Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, l’attuale Presidente Donald Trump, l’ex primo ministro britannico David Cameron, il primo ministro Theresa May e altri membri delle élite politiche occidentali – non ha mai immaginato che Assad avrebbe potuto vincere e che un potente esercito iracheno sarebbe potuto emergere dai detriti di Mosul, ha sottolineato Fisk.

Così “gli israeliani, abituati a chiedere aiuto a Washington, dovranno rivolgersi al presidente russo Vladimir Putin per uscire dal conflitto in cui si sono messi”, ha detto Fisk, avvertendo tutti i politici israeliani che parlavano apertamente di rovesciarlo o anche assassinarlo, che Assad non va da nessuna parte.

Fonte: The Independent

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17/12/2016

C’è più di una verità da raccontare nella terribile storia di Aleppo

L'inglese Robert Fisk, dell'Indipendent, racconta le tante bugie e verità di Aleppo. Molte delle quali, forse, potremmo conoscerle solo ora

Di Robert Fisk* – The Indipendent

I politici occidentali, gli “esperti” e i giornalisti dovranno rieditare le loro notizie dei prossimi giorni, ora che l’esercito di Bashar al-Assad ha ripreso il controllo della zona est di Aleppo. Scopriremo se i 250.000 civili “intrappolati” nella città erano davvero così numerosi. Sentiremo molte più notizie sul motivo per cui non sono stati in grado di andarsene quando il governo siriano e l’aviazione russa hanno organizzato il loro feroce bombardamento della parte orientale della città.

E sapremo molte più cose sui “ribelli” che noi in Occidente – Stati Uniti, Gran Bretagna e i nostri “compagni” tagliatori di teste nel Golfo – abbiamo appoggiato.

Dopo tutto tra i ribelli ci sono al-Qaeda (alias Jabhat al-Nusra, alias Jabhat Fateh al-Sham), la “gente” – come li chiamava George W. Bush– che ha commesso i crimini contro l’umanità a New York, Washington e in Pennsylvania, l’11 settembre 2001. Ricordate la Guerra al Terrore? Ricordate la malvagità pura di al-Qaida? Ricordate tutti gli avvertimenti dei nostri amati servizi di sicurezza del Regno Unito sul fatto che al-Qaida può ancora seminare terrore a Londra?

Non più, da quando i ribelli, compreso al-Qaida, stavano coraggiosamente difendendo Aleppo Est, non lo abbiamo fatto perché un potente racconto di eroismo, democrazia e sofferenza veniva tessuto per noi, una narrazione di buoni contro i cattivi così esplosiva e disonesta come le “armi di distruzione di massa”.

Ai tempi di Saddam Hussein – quando alcuni di noi sostenevano che l’invasione illegale dell’Iraq avrebbe provocato una catastrofe, sofferenze indicibili, e che Tony Blair e George Bush ci stavano portando sulla strada della perdizione – era obbligatorio per noi, sempre, manifestare la nostra ripugnanza per Saddam e il suo regime. Dovevamo, costantemente, ricordare ai lettori che Saddam era uno dei Tre Pilastri dell’Asse del Male.

E quindi ecco di nuovo il solito mantra, che dobbiamo ripetere fino alla nausea per evitare le solite mail piene di odio e di insulti che oggi saranno dirette a chiunque diverga dalla versione approvata e profondamente sbagliata della tragedia siriana.

Certo, Bashar al-Assad ha brutalmente distrutto zone delle sue città nella sua battaglia contro coloro che desiderano rovesciare il suo regime. Certo, quel regime ha una quantità di peccati fatti in suo nome: torture, esecuzioni, prigioni segrete, uccisioni di civili, e – se vi includiamo i delinquenti della milizia siriana sotto il controllo nominale del regime – una versione spaventosa di pulizia etnica.

Sì, dovremmo temere per la vita dei coraggiosi medici della zona orientale di Aleppo e per le persone delle quali si sono presi cura. Chiunque abbia visto il filmato del giovane portato via dall’intelligence del regime siriano dalla fila dei rifugiati in fuga da Aleppo la settimana scorsa, dovrebbe temere per tutti coloro ai quali non è stato permesso di attraversare la linea del fronte decisa dal governo. E ricordiamoci che l’ONU ha riferito cupamente che gli era stato detto di 82 civili “massacrati “nelle loro case nelle ultime 24 ore.

Ma è ora di dire l’altra verità: molti dei “ribelli” che noi in Occidente abbiamo appoggiato – e che il nostro assurdo Primo Ministro Theresa May ha indirettamente benedetto quando la settimana scorsa ha strisciato davanti ai tagliagole del Golfo – sono tra i più crudeli e spietati combattenti in Medio Oriente. E mentre abbiamo espresso disapprovazione per le atrocità dell’Isis durante l’assedio di Mosul (un evento anche troppo simile ad Aleppo anche se non si penserebbe così leggendo la nostra narrazione della storia), abbiamo ostinatamente ignorato il comportamento dei ribelli di Aleppo.

Soltanto poche settimane fa ho intervistato proprio una delle prime famiglie musulmane fuggite da Aleppo Est durante un cessate il fuoco. Al padre avevano appena detto che suo fratello doveva essere giustiziato dai ribelli perché aveva attraversato la linea del fronte con sua moglie e suo figlio. Aveva condannato i ribelli per avere chiuso le scuole e aver messo le armi vicine agli ospedali. E non era un burattino favorevole al regime; ammirava perfino l’Isis per il suo buon comportamento nei primi giorni dell’assedio.

Più o meno nello stesso tempo, i soldati siriani mi stavano esprimendo privatamente la oro convinzione che gli Americani avrebbero permesso di nuovo all’Isis di lasciare Mosul per attaccare il regime in Siria. Un generale americano aveva realmente espresso la sua paura che i miliziani sciiti iracheni potessero impedire all’Isis di fuggire in Siria attraverso il confine iracheno.

Ebbene, è andata così. Con tre grandi enormi colonne di camion e migliaia di sostenitori armati, l’Isis ha percorso il deserto da Mosul, in Iraq, e da Raqqa a Deir ez-Zour nella Siria orientale per impadronirsi ancora una volta della bella città di Palmira.

E’ molto istruttivo guardare al nostro resoconto di questi due eventi paralleli. Quasi ogni titolo di giornale oggi parla della “caduta di Aleppo nelle mani dell’esercito siriano, quando, in qualsiasi altra circostanza, avremmo sicuramente detto che l’esercito l’aveva “ripresa” ai ribelli – mentre si era riferito che l’Isis aveva “riconquistato” Palmira quando (dato il loro comportamento sanguinario) avremmo dovuto sicuramente annunciare che la città romana era “caduta” ancora una volta sotto il loro dominio mostruoso.

Le parole sono importanti. Questi sono gli uomini – i nostri “compagni”, suppongo, se ci atteniamo all’attuale narrativa jihadista – che durante la prima occupazione della città lo scorso anno, hanno decapitato lo studioso di 82 anni che ha cercato di proteggere i tesori romani, e poi hanno rimesso gli occhiali sulla sua testa decapitata.

Per loro stessa ammissione, i russi hanno effettuato finora 64 sortite per bombardare i miliziani dell’Isis fuori Palmira. Ma – date le enormi colonne di polvere sollevate dai convogli dell’Isis – perché l’aviazione americana non si è unita al bombardamento “del loro più grande nemico”? E invece no: per qualche ragione, i satelliti degli Stati Uniti, i droni e la loro intelligence semplicemente non li hanno riconosciuti – non più di quanto avevano fatto quando l’Isis ha condotto le colonne di camion suicidi per impadronirsi di Palmira quando la presero per la prima volta nel maggio del 2015.

Non c’è da dubitare di che tipo di ostacolo rappresenti Palmira sia per l’esercito siriano che per i russi, anche se simbolico piuttosto che militare. All’inizio di quest’anno, gli ufficiali siriani mi hanno detto a Palmira, che all’Isis non sarebbe stato più permesso di tornare. C’era una base militare russa nella città. Gli aerei russi volavano sopra le nostre teste. Un’orchestra russa aveva appena suonato tra le rovine romane per festeggiare la liberazione di Palmira

Che cosa è successo, allora? Verosimilmente l’esercito siriano semplicemente non aveva le forze necessarie per difendere Palmira mentre avanzava verso Aleppo Est.

Dovranno riprendersi Palmira, rapidamente. Per Bashar al-Assad, però, la fine dell’assedio di Aleppo significa che l’Isis, al-Nusra, al-Qaeda e tutti gli altri gruppi salafiti e i loro alleati non possono più rivendicare una base o creare una capitale, nella lunga serie di grandi città che formano la spina dorsale della Siria: Damasco, Homs, Hama e Aleppo.

Ritorniamo ad Aleppo. La nota e ora stanca narrazione politico-giornalistica ha bisogno di essere aggiornata. L’evidenza è stata chiara da alcuni giorni. Dopo mesi di condanna delle “iniquità” compiute dal regime siriano, mentre veniva nascosta l’identità e la brutalità dei suoi oppositori ad Aleppo, le Organizzazioni per i diritti umani – fiutando la sconfitta dei “ribelli” – hanno iniziato soltanto pochi giorni fa a diffondere le loro critiche per includervi i “difensori” di Aleppo Est.

Considerate l’Alto Commissariato dell’ONU per i Diritti Umani. Dopo aver avuto, la settimana scorsa, le solite paure perfettamente comprensibili per la popolazione civile di Aleppo Est e per gli operatori sanitari lì presenti, per i civili soggetti a rappresaglie da parte del governo e per “le centinaia di uomini e donne” che potrebbero essere scomparse dopo aver attraversato la linea del fronte, l’ONU improvvisamente ha espresso altre preoccupazioni.

Ha affermato che “Durante le due settimane passate, il Fronte Fatah al-Sham [in altre parole, al-Qaida] e il Battaglione Abu Amara si presume che abbiano rapito e ucciso un numero ignoto di civili che chiedevano ai gruppi armati di lasciare i loro quartieri, risparmiare la vita dei civili.”

“Abbiamo anche ricevuto rapporti che tra il 30 novembre e il 1° dicembre, gruppi armati dell’opposizione avevano sparato sui civili che tentavano di andarsene.” Inoltre, “attacchi indiscriminati” erano stati condotti su aree con gran numero di civili, sia nella parte occidentale controllata dal governo che in Aleppo Est controllata dai “ribelli”.

Sospetto che sentiremo altre cose del genere nei prossimi giorni. Il mese prossimo, leggeremo anche un nuovo libro spaventoso, Merchant of Men [Mercanti di uomini] della giornalista italiana Loretta Napoleoni, sul finanziamento della guerra in Siria. Elenca rapimenti per ottenere denaro sia dalle forze governative che da quelle ribelli in Siria, ma anche parole dure per la nostra professione di giornalisti.

Gli inviati sequestrati dalle guardie armate nella Siria Orientale, scrive la Napoleoni, “sono rimaste vittime di una specie di sindrome di Hemingway: i giornalisti che appoggiano l’insurrezione si fidano dei ribelli e mettono la loro vita nelle loro mani perché sono alleati con loro”. Ma “la rivolta è soltanto una variazione del jihadismo criminale, un fenomeno moderno che ha soltanto una lealtà: il denaro.”

E’ troppo severo questo riguardo alla mia professione? Siamo davvero in combutta con i ribelli?

Certamente i nostri padroni politici lo sono, e per la stessa ragione per cui i ribelli rapiscono le loro vittime: il denaro. Da questo la vergogna di Brexit May e la buffonata dei ministri che la settimana scorsa si sono prostrati davanti agli autocrati sunniti che finanziano gli jihadisti della Siria nella speranza di ottenere milioni di sterline con le vendite di armi al Golfo, dopo la Brexit.

Fra poche ore, il Parlamento britannico deve discutere della brutta situazione dei dottori, delle infermiere, dei bambini feriti e dei civili di Aleppo e di altre zone della Siria. Il comportamento mostruoso del governo del Regno Unito ha assicurato che né i siriani né i russi presteranno la minima attenzione ai nostri pianti pietosi. Anche questo deve diventare parte del racconto.

14 dicembre 2016

Nella foto: il tempio di Baalshamin a Palmira distrutto dall’Isis nel 2015.

*Robert Fisk scrive per The Independent, dove questo articolo è apparso per la prima volta.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.counterpunch.org/2016/12/14/there-is-more-than-one-truth-to-tell-in-the-terrible-story-of-aleppo

Originale : The Independent

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0


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30/09/2016

Shimon Peres non fu un “costruttore di pace”

I grandi del mondo stanno in queste ore omaggiando un loro storico pari grado. La fanfara della menzogna risuona da un lato all'altro del globo. Sulla figura di Shimon Peres ci sembra perciò necessario pubblicare il seguente impietoso ritratto scritto da Robert Fisk, uno dei più famosi inviati di guerra, pubblicato sul britannico The Indipendent.

Tradotto da Vercinge Torige, che naturalmente ringraziamo. Buona lettura.

*****

Shimon Peres non fu mediatore di pace. Non dimenticherò mai la vista dei corpi bruciati ed il sangue che grondava a Qana

Peres disse che il massacro si presentò come “un’ amara sorpresa”. Era una bugia: le Nazioni Unite avevano avvisato ripetutamente Israele che il campo era gremito di rifugiati.

di Robert Fisk

Mercoledì, 28 settembre 2016.

Quando al mondo è pervenuta la notizia della morte di Shimon Peres, tutti hanno esclamato: “Il mediatore di pace!” Ma quando io ho saputo che Peres era morto, ho pensato a sangue, fuoco e ad una carneficina; ad un massacro.

Io ne ho visto gli effetti: bambini fatti a pezzi, rifugiati che gridavano dal dolore, corpi bruciati... fumanti. Era una località di nome Qana e la maggioranza dei 106 corpi – la metà dei quali erano bambini – ora giacciono sotto le macerie del campo delle Nazioni Unite dove sono stati fatti a pezzi dalle granate Israeliane nel 1996. Ero in un convoglio di aiuti umanitari delle Nazioni Unite proprio a sud del villaggio Libanese. Quelle granate fischiavano proprio sopra le nostre teste, abbattendosi sui rifugiati stipati sotto di noi. Andò avanti così per 17 minuti.

Shimon Peres, candidato a Primo Ministro di Israele – posto ereditato quando il suo predecessore Yitzhak Rabin fu assassinato – decise di incrementare le sue credenziali militari, proprio il giorno prima delle elezioni assalendo il Libano. Il Premio Nobel per la pace usò come pretesto il lancio di razzi Katyusha oltre il confine libanese da parte di Hezbollah. Di fatto i razzi furono lanciati in risposta alla morte di un ragazzo libanese, causata da una bomba-trappola, che si sospettò essere stata lasciata da una pattuglia Israeliana. Ma tutto questo non era importante.

Pochi giorni dopo le truppe israeliane entrarono in Libano, nella zona di Qana, e per rappresaglia aprirono il fuoco nel vicino villaggio. Le prime granate colpirono un cimitero usato da Hezbollah; il resto fu riversato direttamente nel campo dell’Esercito Figiano delle Nazioni Unite, dove avevano trovato rifugio centinaia di civili. Peres rese noto: “non sapevamo che in quel campo erano concentrate centinaia di persone. E’ stata un’amara sorpresa.”

Era una bugia. Gli Israeliani avevano occupato Qana per anni, dopo la loro invasione nel 1982, avevano un video del campo, e durante il massacro del 1996 fecero volare addirittura un drone sopra il campo - un fatto questo che negarono, finché un soldato delle Nazioni Unite non mi diede un suo video del drone, i cui frames furono pubblicati dall’Independent. Le Nazioni Unite avevano ripetutamente avvertito Israele che il campo era pieno di rifugiati.

Questo fu il contributo di Peres alla pace in Libano. Perse le elezioni e, probabilmente, lui non penso più a Qana. Ma io non mai dimenticato.

Quando giunsi al campo delle Nazioni Unite, il sangue scorreva a fiumi attraverso i cancelli. Ne potevo sentire il puzzo. Bagnava le nostre scarpe e ci si appiccicava come fosse colla. C’erano gambe... c’erano braccia ovunque; e c’ erano bambini senza testa... e c’erano teste di anziani senza corpo. Il corpo di un uomo pendeva, in due pezzi, da un albero che stava bruciando. Quello che era rimasto di lui era in fiamme...

Sui gradini di una baracca sedeva una ragazza; stringeva una mano d’uomo coperta di peluria grigia, il braccio di lei a circondargli le spalle, dondolando il cadavere stretto nelle sue braccia avanti ed indietro. Gli occhi dell’uomo la fissavano. Si lamentava, gridando e piangendo, ancora ed ancora: “Mio padre, mio padre.” Se è ancora viva – perché negli anni seguenti doveva esserci un altro massacro a Qana questa volta da parte delle forze aeree israeliane – dubito, che la parola “mediatore di pace” sarebbe mai stata pronunciata dalle sue labbra.

Ci fu un’inchiesta delle Nazioni Unite che stabilì, anche se blandamente, che non era credibile, che una carneficina del genere potesse essere solo un “incidente”. Il rapporto delle Nazioni Unite fu accusato di anti-semitismo. Molto tempo dopo, una coraggiosa rivista isrealiana pubblicò un’intervista ad alcuni soldati dell’artiglieria che parteciparono all’incursione di Qana. Un ufficiale si riferì alla gente del villaggio come a “solo un pugno di Arabi” (“arabushim” in ebraico). “Ne morirono solo pochissimi di Arabushim... non c’è nulla di male in tutto questo,” citarono testualmente sulla rivista. Quasi allo stesso modo, il capo dello staff di Peres, senza alcuna preoccupazione, cinicamente, dichiarò: “Non conosco altre regole di gioco, né per l’esercito israeliano, né per i civili...”

Peres chiamò la sua invasione del Libano con il nome di “Operazione Furore”, che – se il nome non fu ispirato dal romanzo di John Steinbeck – deve per forza di cose provenire dal Libro del Deuteronomio. “La spada all’esterno ed il terrore all’interno,” recita nel capitolo 32, “distruggeranno sia il giovane che la vergine, il neonato e l’uomo dai capelli grigi.” Può esserci una descrizione migliore per quei 17 minuti a Qana?

Ricordando il conflitto Israele – Gaza

Si, naturalmente, Peres era cambiato negli ultimi anni. Fu rivendicato che anche Ariel Sharon – i cui soldati osservarono senza batter ciglio il massacro nei campi di Sabra e Chatila da parte dei loro alleati Cristiano Libanesi nel 1982 – fu un “costruttore di pace”, alla sua morte. Ma almeno non ricevette il Premio Nobel.

Peres negli ultimi tempi divenne il difensore della “soluzione dei due stati”, anche se le colonie Ebraiche in terra di Palestina – che egli una volta sosteneva con così tanto fervore – continuano ad aumentare. Ora dobbiamo chiamarlo “costruttore di pace”. E contare, se ne saremo capaci, quanto spesso la parola “pace” sarà usata nei suoi necrologi nei prossimi giorni. Quindi contare quante volte appare la parola Qana.

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30/03/2016

Siria - La Cina nomina un inviato speciale, Mosca punzecchia l’occidente su Palmira

La Cina, che finora si era tenuta relativamente lontana dallo scenario mediorientale, ha deciso di nominare un inviato speciale “per una soluzione politica” in Siria. Secondo un comunicato del ministero degli esteri cinese, il 62enne diplomatico cinese Xie Xiaoyan, già ambasciatore in Iran, Etiopia e presso l’Unione Africana, ha ricevuto l’incarico di seguire i negoziati tra le parti, in corso a Ginevra, per sostenere il processo che dovrebbe condurre a una “soluzione politica”. Finora Pechino ha sostenuto Damasco seppur tiepidamente, criticando spesso l’interventismo russo nella regione. Il governo cinese ha usato quattro volte il diritto di veto a favore del governo siriano, l’ultima volta per bloccare una risoluzione che si proponeva di avviare una inchiesta sui crimini di guerra commessi nel Paese. Il governo cinese ha però mostrato interesse a prendere contatti anche con le opposizioni in esilio sostenute sia dai paesi occidentali sia dalle petromonarchie. Nell’ultimo anno delegazioni di oppositori siriani in esilio sono stati invitati al ministero degli esteri cinese, come del resto è avvenuto a Mosca negli ultimi mesi. L’ultima volta a gennaio, pochi giorni dopo la visita a Pechino del ministro degli esteri siriano Walid al Muallim.

Intanto, sul terreno, violenti combattimenti sono in corso fra l’esercito siriano, appoggiato dall’aviazione russa, e le milizie jihadiste dello Stato Islamico ad Al Qaryatain, a sudovest di Palmira. L’esercito – che due giorni fa ha ripreso il controllo di Palmira – avrebbe conquistato le colline che dominano Al Qaryatain, caduta nelle mani dell’Isis nell’agosto del 2015.

Da parte sua Mosca, punzecchiando i paesi occidentali, si è detta “delusa” dalla tiepida e distratta posizione assunta dalle potenze europee e dagli Stati Uniti sulla riconquista dello storico sito archeologico. Una critica arrivata dopo che i paesi occidentali hanno bloccato una dichiarazione da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla liberazione di Palmira stilata dai russi.

“Pensavamo – ha detto la portavoce del ministero degli Esteri di Mosca – che il ritardo nella reazione della capitali occidentali per la liberazione di Palmira fosse una coincidenza: ora pare evidente che invece si tratta di un approccio sistematico”.

Il silenzio occidentale sull’importante vittoria militare dei nemici dello Stato Islamico era stata notata anche dal giornalista del quotidiano The Indipendent, Robert Fisk, che nei giorni scorsi ha scritto: «La più grande sconfitta militare che l’Isis ha subito in più di due anni e noi siamo in silenzio. Sì, gente, i ragazzi cattivi hanno vinto. Altrimenti non staremmo celebrando? Quando Palmira cadde lo scorso anno, abbiamo predetto la caduta di Assad. Abbiamo ignorato la grande domanda: perché, se gli americani odiano l’Isis così tanto, non hanno bombardato i convogli suicidi che colpivano le linee dell’esercito siriano?».

Ieri un primo gruppo di sminatori russi è partito per la Siria, dove si occuperà di bonificare dalle mine la zona di Palmira. “Il primo gruppo di specialisti del centro internazionale di sminamento del ministero della Difesa è partito per la Siria dall’aerodromo Chkalovski, nella regione di Mosca”, fa sapere la tv russa Zvezdà precisando che i militari si trovano su un Antonov An-124 con a bordo “robot specializzati nello sminamento e altri mezzi”.

Dopo la fuga dei jihadisti dalla cittadella di Palmira – l’Isis avrebbe perso ben 400 combattenti nell’aspra battaglia – si contano i danni. Il responsabile delle Antichità siriane, Maamoun Abdelkarim, ha fatto sapere che per restaurare i monumenti danneggiati dalle milizie jihadiste e dai combattimenti saranno necessari almeno 5 anni. “Con il via libera dell’Unesco saranno necessari cinque anni per restaurare le strutture danneggiate o distrutte dall’Isis”, ha affermato Maamoun Abdelkarim, secondo il quale circa l’80% dei monumenti del sito si trova in buone condizioni. Dal momento che Damasco dispone di “personale qualificato, conoscenze e ricerca”, ha aggiunto il responsabile siriano, i lavori potrebbero “iniziare nel giro di un anno”

Ma non tutto l’immenso patrimonio storico e archeologico potrà essere recuperato, ha avvertito Annie Sartre-Fauriat, membro della Commissione di esperti dell’Unesco per il patrimonio siriano. “Tutti sono entusiasti per la liberazione di Palmira, ma non possiamo dimenticare tutto ciò che è andato distrutto e la catastrofe umanitaria del Paese, rimango perplessa sulla capacità, anche con l’aiuto internazionale, di restaurare il sito”, ha spiegato l’esperta. “Quando sento dire che si ricostruirà il tempio di Bel, mi sembra un’illusione: è impossibile ricostruire qualcosa che è ridotto in polvere. Cosa si vuole ricostruire? Un nuovo tempio? Forse ci saranno altre priorità in Siria prima di restaurare delle rovine”, ha concluso Sartre-Fauriat.

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06/01/2016

Robert Fisk: "Le esecuzioni dell'Arabia Saudita sono state degne dell'Isis"

L’abbuffata di tagli di teste dell’Arabia Saudita – 47 in tutto, compresa quella del colto ecclesiastico sceicco Nimr Baqr al-Nimr, seguite da una giustificazione coranica delle esecuzioni – è stata degna dell’ISIS. Forse il punto è stato questo. Poiché questo bagno di sangue straordinario nella terra della monarchia mussulmana sunnita degli al-Saud – chiaramente intesa a far infuriare gli iraniani e l’intero mondo sciita – ha reso nuovamente settario un conflitto religioso che lo stesso ISIS ha fatto tanto per promuovere.

La sola cosa che è mancata è stato il video delle decapitazioni, anche se le 158 decapitazioni del Regno l’anno scorso sono state perfettamente in sintonia con gli insegnamenti wahabiti dello ‘Stato Islamico’. Il ‘sangue chiamerà sangue’ di Macbeth si applica certamente ai sauditi, la cui ‘guerra al terrorismo’, pare, oggi giustifica qualsiasi quantità di sangue, sia sunnita sia sciita. Ma quanto spesso appaiono gli angeli di Dio il Misericordioso all’attuale ministro dell’interno saudita, il principe della corona Mohamed bin Nayef?

Poiché lo sceicco Nimr non era solo un anziano uomo di Dio qualsiasi. Aveva trascorso anni da studioso a Teheran e in Siria, era un capo sciita riverito nelle preghiere del venerdì nella provincia occidentale saudita e un uomo che si era mantenuto al largo dai partiti politici, ma che chiedeva libere elezioni ed era regolarmente incarcerato e torturato – secondo il suo stesso racconto – per la sua opposizione al governo sunnita wahabita saudita. Lo sceicco Nimr diceva che le parole erano più forti della violenza. Lo stravagante suggerimento delle autorità che non c’è stato nulla di settario in questo recentissimo bagno di sangue – poiché hanno decapitato sia sunniti sia sciiti – è stato classica retorica dell’ISIS.

Dopotutto l’ISIS taglia le teste di ‘apostati’ sunniti e di soldati sunniti iracheni e siriani con altrettanta prontezza con cui macella sciiti. Lo sceicco Nimr avrebbe ricevuto da parte dei gorilla dello ‘Stato Islamico’ esattamente lo stesso trattamento ricevuto dai sauditi, sebbene senza la farsa di un processo pseudo legale concesso allo sceicco Nimr e che Amnesty ha contestato.

Ma le uccisioni rappresentano ben più che il solo odio saudita per un religioso che si era rallegrato per la morte dell’ex ministro dell’interno – il padre di Mohamed bin Nayef, Principe della Corona Nayef Abdul-Aziz al-Saud – con la speranza che egli sarebbe stato “divorato dai vermi e soffrirà i tormenti dell’inferno nella sua tomba”. L’esecuzione di Nimr rinvigorirà la ribellione houthi in Yemen, che i sauditi hanno invaso e bombardato quest’anno in un tentativo di distruggere il potere sciita nel paese. Ha infuriato la maggioranza sciita nel Bahrain a governo sunnita. E gli stessi religiosi dell’Iran hanno già affermato che la decapitazione provocherà il rovesciamento della famiglia reale saudita.

Presenterà anche all’occidente il più imbarazzante dei problemi mediorientali: la continua necessità di sottomettersi e umiliarsi ai ricchi e autocrati monarchi del Golfo esprimendo contemporaneamente in modo educato il proprio disagio per la grottesca macelleria che i tribunali sauditi hanno servito ai nemici del Regno. Se l’ISIS avesse tagliato le teste di sunniti e sciiti a Raqqa – specialmente quella di un problematico sacerdote sciita quale lo sceicco Nimr – possiamo star certi che Dave Cameron avrebbe twittato il suo disgusto per un atto così ripugnante. Ma l’uomo che ha abbassato la bandiera britannica per la morte dell’ultimo re di questo assurdo stato wahabita userà parole mielate per affrontare questo po’ di decapitazioni.

Per quanto anche molti sunniti di al-Qaeda abbiano appena perso la testa – letteralmente – per mano dei boia sauditi, a Washington e nelle capitali europee sarà posta la domanda: i sauditi stanno cercando di distruggere l’accordo sul nucleare iraniano costringendo gli alleati occidentali ad appoggiare anche queste ultime vergogne? Nel mondo ottuso in cui vivono – in cui il giovane ministro della difesa che ha invaso lo Yemen detesta intensamente il ministro dell’interno – i sauditi si gloriano tuttora nella coalizione ‘antiterrorismo’ di 34 nazioni in larga misura sunnite che dovrebbe formare una legione di mussulmani avversari del ‘terrorismo’.

Le esecuzioni sono state certamente un modo saudita senza precedenti per accogliere l’anno nuovo, anche se non pubblicamente spettacolari come i fuochi d’artificio a Dubai che si sono accompagnati all’incendio di uno dei più begli alberghi dell’emirato. Implicazioni politiche a parte, comunque, c’è anche una domanda ovvia da porre – nello stesso mondo arabo – alla autoperpetuante Casa di Saud: i governanti del Regno hanno dato di matto?

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