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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/10/2016

Obama, l'elogio di Peres è la condanna di Netanyahu

di Michele Giorgio – il Manifesto

E’ andata come previsto. Barack Obama ieri non ha mancato di usare l’elogio funebre di Shimon Peres, al cimitero del Monte Herzl di Gerusalemme, davanti ai leader di una ottantina di Paesi (non c’era Putin, perchè?), per indirizzare una condanna indiretta della politica nazionalista e oltranzista del premier israeliano Benyamin Netanyahu. Quando il presidente americano ha preso la parola, dopo gli interventi del capo dello stato Rivlin, dello scrittore Amos Oz, di Bill Clinton, dei familiari di Peres e di Netanyahu, mentre ancora riecheggiavano le note del brano “Avinu Malkeinu” cantato da David D’or, il premier israeliano ha ostentato tranquillità.

Sapeva però che Obama si sarebbe tolto qualche altro sassolino dalla scarpa dopo otto anni di rapporti personali a dir poco difficili. «Il popolo ebraico non è nato per governare un altro popolo», ha proclamato Obama in evidente riferimento all’occupazione militare israeliana dei Territori palestinesi. «Non credo che Peres fosse un ingenuo – ha aggiunto – Israele ha vinto tutte le guerre ma non quella maggiore: quella di non aver più bisogno di vincere».

Obama, tracciando la figura di Peres, di fatto ha voluto rimarcare la differenza tra l’idea dei palestinesi che aveva l’ex presidente israeliano morto tre giorni fa e quella di Netanyahu. Peres, ha spiegato, «insisteva nel vedere tutti gli esseri umani come aventi diritto alla medesima dignità, inclusi i palestinesi i quali, secondo lui, hanno diritto all’eguaglianza e alla sovranità». Poi ha ammorbidito, ma solo un po’, l’attacco esaltando l’impegno di Peres per la sicurezza e la difesa di Israele. «Per il suo senso di giustizia – ha proseguito Obama – e per la sua analisi delle condizioni di sicurezza di Israele, Peres comprese che per la difesa di Israele i palestinesi devono avere un proprio Stato».

Con la morte di Shimon Peres, ha concluso Obama, «per Israele si chiude un periodo storico e il suo futuro è ora affidato nelle mani della nuova generazione». Poi si è avvicinato al feretro, ha appoggiato la mano e ha pronunciato in ebraico «Todà rabbà, haver yakar (Grazie tanto, caro amico)», echeggiato la frase di addio che l’allora presidente Usa Bill Clinton rivolse a Yitzhak Rabin assassinato nel 1995 da un nazionalista religioso ebreo. Tornando al suo posto il presidente americano si è limitato ad un saluto gelido del premier israeliano e di sua moglie Sara.

Netanyahu che poco prima aveva scambiato, dopo anni, una stretta di mano con il presidente dell’Anp, Abu Mazen, unico leader arabo presente ai funerali di Peres – non c’erano neanche i rappresentanti dei palestinesi d’Israele –, ha provato ad anticipare e ad ammortizzare l’urto delle parole che dopo qualche minuto avrebbe pronunciato Obama, accreditando una sua recente e profonda amicizia con il presidente scomparso dopo anni di scontri e di far apparire Peres più un garante della sicurezza di Israele che un negoziatore e un uomo di pace. «Lo splendido Shimon Peres – ha affermato – ha fatto cose incredibili per garantire il nostro potenziale di difesa ma in parallelo ha fatto tutto quanto gli era possibile per raggiungere la pace con i nostri vicini». Non ha negato le differenze politiche con Peres ma, ha detto, «nel corso degli anni siamo diventati amici. Shimon, ti ho amato».

Il risveglio tardivo di un Obama determinato, in apparenza, a regolare qualche conto aperto con Netanyahu, è il segnale di quel “colpo di coda” del presidente americano che tanto temono, almeno a dar credito al quotidiano Haaretz, nell’ufficio del primo ministro israeliano? È difficile dirlo. L’inquilino della Casa Bianca ormai è agli sgoccioli del suo mandato e difficilmente, per ragioni istituzionali, vorrà o potrà vendicare sino in fondo lo sgarbo che gli fece Netanyahu a marzo 2015 quando, aggirando l’Amministrazione, rivolse davanti al Congresso un attacco durissimo all’accordo sul programma nucleare iraniano tanto cercato da Obama nonostante la posizione fortemente contraria di Israele.

E comunque, sgambetti di Netanyahu a parte, il presidente Usa ha assicurato allo Stato ebraico un accordo decennale di aiuti militari per 38 miliardi di dollari. Tuttavia il contenuto politico dell’elogio funebre di Peres, potrebbe anticipare un nuovo passo di Obama, dopo le elezioni che proclameranno nuovo presidente Hillary Clinton o Donald Trump, e prima della fine dell’anno. Si parla di un via libera dell’Amministrazione uscente alla conferenza internazionale su Israele e Palestina che il presidente francese Hollande intende convocare entro il 2016 e che è vista come fumo negli occhi da Netanyahu che insiste per un negoziato (peraltro inesistente) soltanto bilaterale con i palestinesi.

Mentre i funerali assumevano, come prevedibile, un carattere politico, Shimon Peres è stato sepolto non lontano dalla Tomba del suo compagno di partito e rivale Yitzhak Rabin.

Fonte

30/09/2016

Shimon Peres non fu un “costruttore di pace”

I grandi del mondo stanno in queste ore omaggiando un loro storico pari grado. La fanfara della menzogna risuona da un lato all'altro del globo. Sulla figura di Shimon Peres ci sembra perciò necessario pubblicare il seguente impietoso ritratto scritto da Robert Fisk, uno dei più famosi inviati di guerra, pubblicato sul britannico The Indipendent.

Tradotto da Vercinge Torige, che naturalmente ringraziamo. Buona lettura.

*****

Shimon Peres non fu mediatore di pace. Non dimenticherò mai la vista dei corpi bruciati ed il sangue che grondava a Qana

Peres disse che il massacro si presentò come “un’ amara sorpresa”. Era una bugia: le Nazioni Unite avevano avvisato ripetutamente Israele che il campo era gremito di rifugiati.

di Robert Fisk

Mercoledì, 28 settembre 2016.

Quando al mondo è pervenuta la notizia della morte di Shimon Peres, tutti hanno esclamato: “Il mediatore di pace!” Ma quando io ho saputo che Peres era morto, ho pensato a sangue, fuoco e ad una carneficina; ad un massacro.

Io ne ho visto gli effetti: bambini fatti a pezzi, rifugiati che gridavano dal dolore, corpi bruciati... fumanti. Era una località di nome Qana e la maggioranza dei 106 corpi – la metà dei quali erano bambini – ora giacciono sotto le macerie del campo delle Nazioni Unite dove sono stati fatti a pezzi dalle granate Israeliane nel 1996. Ero in un convoglio di aiuti umanitari delle Nazioni Unite proprio a sud del villaggio Libanese. Quelle granate fischiavano proprio sopra le nostre teste, abbattendosi sui rifugiati stipati sotto di noi. Andò avanti così per 17 minuti.

Shimon Peres, candidato a Primo Ministro di Israele – posto ereditato quando il suo predecessore Yitzhak Rabin fu assassinato – decise di incrementare le sue credenziali militari, proprio il giorno prima delle elezioni assalendo il Libano. Il Premio Nobel per la pace usò come pretesto il lancio di razzi Katyusha oltre il confine libanese da parte di Hezbollah. Di fatto i razzi furono lanciati in risposta alla morte di un ragazzo libanese, causata da una bomba-trappola, che si sospettò essere stata lasciata da una pattuglia Israeliana. Ma tutto questo non era importante.

Pochi giorni dopo le truppe israeliane entrarono in Libano, nella zona di Qana, e per rappresaglia aprirono il fuoco nel vicino villaggio. Le prime granate colpirono un cimitero usato da Hezbollah; il resto fu riversato direttamente nel campo dell’Esercito Figiano delle Nazioni Unite, dove avevano trovato rifugio centinaia di civili. Peres rese noto: “non sapevamo che in quel campo erano concentrate centinaia di persone. E’ stata un’amara sorpresa.”

Era una bugia. Gli Israeliani avevano occupato Qana per anni, dopo la loro invasione nel 1982, avevano un video del campo, e durante il massacro del 1996 fecero volare addirittura un drone sopra il campo - un fatto questo che negarono, finché un soldato delle Nazioni Unite non mi diede un suo video del drone, i cui frames furono pubblicati dall’Independent. Le Nazioni Unite avevano ripetutamente avvertito Israele che il campo era pieno di rifugiati.

Questo fu il contributo di Peres alla pace in Libano. Perse le elezioni e, probabilmente, lui non penso più a Qana. Ma io non mai dimenticato.

Quando giunsi al campo delle Nazioni Unite, il sangue scorreva a fiumi attraverso i cancelli. Ne potevo sentire il puzzo. Bagnava le nostre scarpe e ci si appiccicava come fosse colla. C’erano gambe... c’erano braccia ovunque; e c’ erano bambini senza testa... e c’erano teste di anziani senza corpo. Il corpo di un uomo pendeva, in due pezzi, da un albero che stava bruciando. Quello che era rimasto di lui era in fiamme...

Sui gradini di una baracca sedeva una ragazza; stringeva una mano d’uomo coperta di peluria grigia, il braccio di lei a circondargli le spalle, dondolando il cadavere stretto nelle sue braccia avanti ed indietro. Gli occhi dell’uomo la fissavano. Si lamentava, gridando e piangendo, ancora ed ancora: “Mio padre, mio padre.” Se è ancora viva – perché negli anni seguenti doveva esserci un altro massacro a Qana questa volta da parte delle forze aeree israeliane – dubito, che la parola “mediatore di pace” sarebbe mai stata pronunciata dalle sue labbra.

Ci fu un’inchiesta delle Nazioni Unite che stabilì, anche se blandamente, che non era credibile, che una carneficina del genere potesse essere solo un “incidente”. Il rapporto delle Nazioni Unite fu accusato di anti-semitismo. Molto tempo dopo, una coraggiosa rivista isrealiana pubblicò un’intervista ad alcuni soldati dell’artiglieria che parteciparono all’incursione di Qana. Un ufficiale si riferì alla gente del villaggio come a “solo un pugno di Arabi” (“arabushim” in ebraico). “Ne morirono solo pochissimi di Arabushim... non c’è nulla di male in tutto questo,” citarono testualmente sulla rivista. Quasi allo stesso modo, il capo dello staff di Peres, senza alcuna preoccupazione, cinicamente, dichiarò: “Non conosco altre regole di gioco, né per l’esercito israeliano, né per i civili...”

Peres chiamò la sua invasione del Libano con il nome di “Operazione Furore”, che – se il nome non fu ispirato dal romanzo di John Steinbeck – deve per forza di cose provenire dal Libro del Deuteronomio. “La spada all’esterno ed il terrore all’interno,” recita nel capitolo 32, “distruggeranno sia il giovane che la vergine, il neonato e l’uomo dai capelli grigi.” Può esserci una descrizione migliore per quei 17 minuti a Qana?

Ricordando il conflitto Israele – Gaza

Si, naturalmente, Peres era cambiato negli ultimi anni. Fu rivendicato che anche Ariel Sharon – i cui soldati osservarono senza batter ciglio il massacro nei campi di Sabra e Chatila da parte dei loro alleati Cristiano Libanesi nel 1982 – fu un “costruttore di pace”, alla sua morte. Ma almeno non ricevette il Premio Nobel.

Peres negli ultimi tempi divenne il difensore della “soluzione dei due stati”, anche se le colonie Ebraiche in terra di Palestina – che egli una volta sosteneva con così tanto fervore – continuano ad aumentare. Ora dobbiamo chiamarlo “costruttore di pace”. E contare, se ne saremo capaci, quanto spesso la parola “pace” sarà usata nei suoi necrologi nei prossimi giorni. Quindi contare quante volte appare la parola Qana.

Fonte

29/09/2016

Shimon Peres. E’ stato davvero una “colomba”?

di Michele Giorgio

Si è spento la scorsa notte, all’età di 93 anni, in un ospedale di Tel Aviv, Shimon Peres, ex presidente di Israele e uno degli uomini politici israeliani più noti nel mondo. Colpito da una grave emorragia cerebrale il 13 settembre, Peres non si era più ripreso. Ieri le sue condizioni si sono improvvisamente aggravate ed è morto poco dopo le 2. Ai suoi funerali, previsti venerdì, parteciperanno capo di stato e di governo di tutto il mondo, tra i quali il presidente americano uscente Barack Obama.

Il nome di Shimon Peres resterà legato soprattutto agli Accordi di Oslo del 1993 tra israeliani e palestinesi di cui fu l’artefice con Yitzhak Rabin e Yasser Arafat e che gli valsero il premio Nobel per la pace nel 1994. Accordi che crearono l’illusione di una conclusione negoziata del conflitto israelo-palestinese, sulla base del principio “due popoli, due Stati”, e che dopo il loro fallimento si sono rivelati una prigione per i palestinesi e le loro aspirazioni.

Per molti, specie in Occidente, Shimon Peres è stato il politico israeliano che più di altri ha insistito sul dialogo con palestinesi e arabi e cercato la pace. In realtà Peres era soprattutto un abile oratore, convinto che accordi di pace fondati su concessioni minime da parte israeliana avrebbero permesso allo Stato ebraico di ottenere enormi vantaggi, a cominciare dal riconoscimento definitivo dei palestinesi e della maggioranza dei Paesi arabi. La sua immagine di pacifista non poche volte è servita a coprire, presso l’opinione pubblica internazionale e i governi alleati, la reale portata di devastanti operazioni militari nei Territori palestinesi occupati, a cominciare da quelle contro Gaza.

“Colomba” peraltro Peres lo era diventato solo verso i 50 anni di età. Nato in Polonia nel 1923, immigrato con la famiglia a Tel Aviv e cresciuto nei kibbutz, Peres già da giovanissimo entrò in contatto con i massimi leader del movimento laburista come il “fondatore di Israele” David Ben Gurion, mettendosi in luce come un “falco” e non come una “colomba”. Ebbe le brevi esperienze militari ma ciò non gli impedì di avere importanti incarichi in questo settore. Nominato direttore generale del Ministro della Difesa nel 1953, svolse un ruolo decisivo nell’acquisto di armi sofisticate per Israele e nello sviluppo del programma nucleare nazionale. E’ stato, grazie all’aiuto della Francia, “il padre” della bomba atomica israeliana (Tel Aviv continua a non ammettere di possedere ordigni nucleari).

Eletto alla Knesset nel 1959  e nominato per la prima volta ministro dieci anni dopo, Peres cominciò a manifestare una predisposizione al compromesso con nemici e avversari a partire da fine anni '70. In precedenza aveva manifestato simpatia persino per la colonizzazione dei Territori occupati, anche allo scopo di mettere in difficoltà il premier e suo storico rivale nel partito laburista, Yitzhak Rabin.

Per brevi periodi primo ministro, Peres dalle elezioni ha quasi sempre ricevuto cocenti delusioni, anche per quella sua retorica pacifista che poco convinceva gli elettori israeliani poco inclini al compromesso con gli arabi. Due sue bocciature alle elezioni hanno aperto la strada del potere alla destra. Nel 1977 al governo guidato da Menachem Begin e nel 1996, poco mesi dopo l’assassinio di Rabin, al primo governo di Benyamin Netanyahu. Proprio nel tentativo (fallito) di sbaragliare Netanyahu e di conquistare consensi a destra, Peres non esitò a lanciare, nella primavera del 1996, una vasta offensiva militare nel Libano del sud – ufficialmente contro i guerriglieri sciiti di Hezbollah – culminata il 18 aprile di quell’anno nel Massacro di Qana, quando fu bombardata – “per errore” secondo la versione ufficiale israeliana – una base delle Nazioni Unite in cui si erano rifugiati circa 800 civili. Razzi e bombe uccisero almeno 102 persone, tra le quali donne e bambini.

Peres è stato soprattutto un ministro degli esteri di successo, dove internazionalmente ha goduto per decenni di forte stima oltre i suoi meriti effettivi e i risultati politici conseguiti. Dopo il fallimento totale degli accordi di Oslo nel 2000 e lo scoppio della seconda Intifada, ha comunque tenuto i contatti con i palestinesi. Nel 2005 ha appoggiato il ritiro di soldati e coloni israeliani da Gaza e lasciato il partito laburista per entrare nella formazione centrista Kadima, fondata da Ariel Sharon (uscito a sua volta dal Likud).

Infine la nomina nel 2007 a capo dello stato che lo ha riconciliato con quella parte di Israele, piuttosto ampia, che non lo aveva mai stimato. Lasciata la presidenza nel 2014, Peres ha continuato a fare politica fino all’ultimo.

Per i palestinesi, in particolare le persone comuni, Peres è stato più dannoso della destra, in ragione, spiegano, della sua immagine di pacifista servita a mascherare all’estero il vero volto intransigente di Israele.

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