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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/07/2020

Iran - Trump è pronto a tutto

di Alberto Negri

Nel mandato di cattura iraniano per Trump non c’è niente di folcloristico: pur di salvarsi il presidente Usa è pronto a tutto.

La procura di Teheran ha emesso un mandato d’arresto per Donald Trump e altri 36 cittadini, tra cui alti funzionari dell’amministrazione americana, per l’omicidio del generale iraniano Qassem Soleimani, ucciso in un raid Usa all’aeroporto di Baghdad il 3 gennaio scorso. Teheran ha chiesto aiuto all’Interpol: che però, con ogni probabilità, lo ignorerà.

Ma questa non è una novità: il vero punto della questione è che gli iraniani hanno capito che Trump, rimasto senza la possibilità di sbandierare alcun successo in campo internazionale, è pronto a tutto, sia sul piano diplomatico sia militare per prendere di mira la repubblica islamica nata nel 1979 dalla rivoluzione guidata dall’Imam Khomeini.

Questa amministrazione americana sta annaspando, Trump è dato in costante calo nei sondaggi per la gestione del coronavirus e le manifestazioni anti-razziali: ha perso credibilità e spera di recuperare terreno ricorrendo al suo ruolo di “commander in chief”.

L’Iran è da un certo punto di vista un bersaglio “facile” perché ritenuto dagli Usa responsabile dei guai del Medio Oriente ed è anche il maggiore nemico di Israele, che si sta preparando all’annessione di parti della Cisgiordania in violazione di ogni legge e accordo internazionale.

Quale migliore occasione della campagna elettorale per tentare nuovi “strike” contro gli iraniani? Ecco perché la procura di Teheran ha messo questo mandato di cattura: per segnalare che il presidente Usa si sta preparando a una nuova campagna autunnale per dare impulso al suo tentativo di farsi rieleggere alla Casa Bianca.

Non è soltanto un sospetto ma c’è molto di più e anche Mosca e Pechino sanno che Trump ha di nuovo messo nel mirino l’Iran, già sottoposto a sanzioni che ne stanno strangolando l’economia. Gli Usa, tra l’altro si oppongono anche alla concessione a Teheran di un prestito del Fondo monetario da 5 miliardi di dollari.

Proprio con i voti contrari di Cina e Russia, l’Aiea una decina di giorni fa ha adottato a maggioranza una risoluzione in cui chiede formalmente all’Iran di autorizzare l’accesso dei suoi ispettori, negato negli ultimi mesi, a due siti in cui potrebbero essere state attuate attività nucleari.

In realtà si tratta di una scusa: le presunte attività nucleari “segrete” si sarebbero svolte una ventina di anni fa.

Molto prima che l’Iran firmasse nel 2015 l’accordo sul nucleare con l’amministrazione Obama e la comunità internazionale. Accordo che Teheran aveva pienamente rispettato almeno fino a quando Trump ha preso la decisione di stracciare l’intesa.

Gli Usa stanno cercando ogni appiglio per provocare Teheran. La posta in gioco vera è la prossima fine dell’embargo sulle armi convenzionali all’Iran: un embargo inserito nella Risoluzione Onu 2231 che recepiva il Jcpoa, l’accordo sul nucleare, e che scade nell’ottobre 2020. Washington vuole stoppare a ogni costo la fine dell’embargo e intende chiedere il ritorno di tutte le sanzioni Onu contro l’Iran, in base ai meccanismi previsti in caso di inadempienza proprio dall’intesa sul nucleare da cui Trump è uscito due anni fa.

Insomma il presidente americano e il suo segretario di Stato Pompeo stanno mettendo in scena una sorta di commedia dell’assurdo: invocano l’applicazione di nuove sanzioni in base a un trattato che loro stessi hanno cancellato.

Va bene che gli Stati Uniti sono la maggiore potenza mondiale ma propongono soluzioni che non stanno in piedi da nessun punto di vista giuridico.

Il vero stato fuorilegge non è l’Iran ma sono proprio gli Usa e anche Israele, stato in possesso di armi nucleari e testate atomiche che nessuno sanziona mai e che per altro non ha firmato, al contrario dell’Iran, nessun accordo sulla proliferazione nucleare.

L’aspetto però più sconcertante della vicenda è che Gran Bretagna, Francia e Germania, si stanno conformando in maniera acritica alle posizioni americane: eppure questi dovrebbero essere i tre Paesi che guidano l’Europa ad aggirare le sanzioni imposte all’Iran dagli americani.

Ma probabilmente in questo atteggiamento c’è anche di peggio.

L’anno era iniziato con Trump che ha fatto assassinare il generale Soleimani e per farsi rieleggere sarebbe probabilmente disposto a ripetere il colpo del tre gennaio scorso. Trump è un uomo pericoloso: basta leggere le sue dichiarazioni assurde sul Covid-19 e potrebbe essere tentato da qualche azione clamorosa e temibile per la stabilità internazionale. Ecco perché il mandato di cattura della procura di Teheran è un avvertimento da non ignorare.

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05/03/2020

L’edificio non sta più in piedi

La metafora del “cigno nero” ha di solito un impatto forte sulle menti abituate al solito tran tran. E naturalmente tutti, persino i rivoluzionari, in un “sistema stabile”, ad un certo punto si abituano a un certo modo di funzionare del mondo, mettendo sullo sfondo l’eventualità di un cambiamento radicale.

Il “pensiero unico”, insomma, non è stato soltanto o principalmente l’ideologia neoliberista trionfante, ma una realtà virtuale potente, in grado di eliminare la stessa possibilità di pensare altrimenti all’evoluzione del “sistema”. Ma ogni realtà virtuale funziona finché alla macchina arriva la corrente elettrica...

Un esempio può aiutare. Nelle università di tutto il mondo occidentale le facoltà dedicate all’economia sono state monopolizzate dai neoliberisti. Non solo i marxisti, ma finanche i keynesiani – a lungo egemoni – non hanno più avuto possibilità di accedere a una cattedra. Il pensiero economico non liberista è stato semplicemente ridefinito “eterodosso”, senza tante distinzioni tra le varie scuole, a sancire il fatto che c’è una sola “scienza” economica ufficiale e poi ci sono – sempre meno tollerati – gli “eretici”.

Questo monopolio, ci spiegano diversi accademici appunto “eterodossi”, ha avuto il suo contrappasso già con l’esplodere della crisi del 2007-2008, quando nessuno era più in grado di spiegare (figuriamoci di “prevedere”) quello che stava accadendo e soprattutto come uscirne.

E infatti non ne siamo usciti...

Davanti a quel che sta avvenendo in queste settimane la sensazione è identica. Nello stesso giorno avvengono più eventi di grande rilevanza sistemica, di quelli che in altri momenti vengono definiti “eventi shock”, ma nessuno riesce ad azzardare una riflessione in grado di far almeno intravedere una linea di tendenza, un orizzonte degli eventi, un “dopo” che non sia lo sperato “ritorno alla normalità”. Al solito tran tran, insomma.

Proviamo a mettere in fila alcuni – solo alcuni – degli avvenimenti più rilevanti di questo inizio di 2020.

Il 3 gennaio, a Baghdad (Iraq), gli Stati Uniti uccidono Qassem Soleimani, di fatto il numero 2 del regime degli ayatollah, e l’Iran reagisce con una pioggia di missili sulle basi Usa in Iraq. Per qualche giorno il mondo sembra sull’orlo della guerra, poi tutto rientra nella “normalità”.

Qualche giorno dopo la Turchia invia truppe il Libia per sostenere Al Serraj, di fatto assediato a Tripoli dalle truppe del generale Haftar, sostenuto da Egitto, Qatar e... Russia.

Non contento, Erdogan qualche giorno dopo manda truppe anche in Siria, nella provincia di Idlib, a sostegno delle milizie jihadiste (Isis, Al Qaeda, altre minori), che sono sotto attacco da parte dell’esercito di Assad, appoggiato da Hezbollah, Iran e... Russia.

Quando parte la controffensiva ed Erdogan comincia a contare le perdite a decine, apre i confini verso l’Europa e vi spinge decine di migliaia di rifugiati (siriani, afgani, iracheni, ecc.) che si era impegnato a trattenere – dietro compenso miliardario europeo – sul proprio territorio.

La Grecia, primo paese europeo sul confine, andata a destra dopo l’appecoronamento di Tsipras e Syriza, reagisce a là Salvini, sparando sulle famiglie in fuga. L’Unione Europea si blinda nella vergogna, rinnegando ogni diritto umanitario e la Convenzione di Ginevra, e “ringrazia” il neofascismo greco al governo.

Nel frattempo un’epidemia di coronavirus scoppia in Cina, e il mondo capitalistico occidentale ironizza su usi, costumi e abitudini igieniche di quel paese, sperando che questo fermi la crescita economica del gigante cinese, da anni inarrestabile. Ma non la propria...

In poche settimane, però, grazie alla ormai normale interconnessione dei rapporti economici globali – che sono fatti uomini e donne che veicolano, accompagnano, contrattano le merci – quell’epidemia si estende a tutto il mondo. Prima in Europa, ora anche agli Usa. I bastardi che tuonavano sui migranti perché “portano malattie” scoprono che il “paziente zero” – l’untore – è un manager... italiano doc.

Stamattina California, Florida e stato di Washington hanno dichiarato lo stato di emergenza. E si capisce improvvisamente che aver privatizzato quasi completamente la sanità – negli Usa, ma anche qui in Europa – rende i Paesi inabili a contrastare seriamente un’epidemia. Ma ormai è tardi.

I mercati finanziari, fin qui baricentro di qualsiasi decisione politica ed economica, al punto di aver espropriato la “sovranità” di quasi tutti gli Stati, si muovono nell’incertezza più assoluta, con oscillazioni negative o positive a giorni alterni, di fatto schizofreniche. Tutti si attendevano una “forte correzione” per questa primavera, perché “i prezzi apparivano eccessivi” a fronte di una crescita ovunque anemica. Lo erano, dopo quasi dieci anni di “iniezioni di liquidità” a sostegno degli stessi “mercati”, senza che quella liquidità abbia mai trovato il modo di defluire verso l’economia reale.

La primavera è arrivata. Ma ci ha portato non “uno”, ma uno stormo di cigni neri...

La normalità non c’è più. Non c’è mai stata, probabilmente. Scopriamo che era un rapporto di forza, un dominio stabile e senza troppi scossoni. Specie qui, in un Paese servo, le cui decisioni fondamentali sono da tempo affidate all’Unione Europea e ai “mercati” sul piano economico-politico, alla Nato per quanto riguarda quello militare-strategico e allo spera-in-dio su quello progettuale.

Scriviamo spesso di avere davanti una classe dirigente indecente, incapace, abituata ad obbedire ai forti e bullizzare i governati. Ma non è che in Francia, Germania o negli Usa ci sia poi qualcosa di meglio.

La crisi della politica in Occidente è figlia di un “sistema” che in pochi decenni ha trasferito il potere decisionale vero alle “imprese”, a partire naturalmente da quelle di dimensioni sovranazionali. Un sistema che ha prodotto la sua ideologia, peraltro sempre la stessa da 300 anni: lasciate fare alla mano invisibile del mercato, saprà da sola cosa fare per allocare le risorse in modo ottimale e con vantaggi per tutti.

In questi primi giorni di un marzo insolito possiamo constatare che non è vero niente. Le “imprese” progettano ognuna per sé, competendo con tutte le altre. E la somma di queste concorrenze non produce soluzioni, ma soprattutto problemi.

Gli Stati – tranne pochi – non hanno più gli strumenti operativi in grado di risolverli. Non hanno più il welfare, ma neanche il “software” intellettuale per immaginarle: pianificazione, programmazione di lungo periodo, investimenti produttivi (e non solo infrastrutture date in appalto ai privati).

Dopo decenni passati nell’illusione che “il sistema va avanti benissimo da solo”, quando tutto si ferma nessuno appare in grado di pensare l’insieme, l’intero, e ancor meno quindi di trovare le soluzioni efficaci. Le cose si dissociano, il centro non può reggere... governanti e accademici dell’economia sono improvvisamente muti.

La “crisi sistemica” origina sempre nei rapporti economici, ma si manifesta in altro modo. Come blocco, collasso, avventura, azzardo, giocare col fuoco. Erdogan, ma anche Trump, Netanyahu, qualcuno che ancora non si è mosso ma avrà la tentazione...

Pensare un’alternativa di sistema non è più un vezzo ideologico o una concessione all’utopia. È una necessità vitale. Una sola avvertenza: astenersi perditempo e chiacchieroni...

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29/01/2020

Il killer di Soleimani “abbattuto” in Afghanistan?


Sembra proprio che lavorare alle operazioni segrete della Cia, o comunque delle forze speciali dell’esercito Usa, porti veramente sfiga. O, in alternativa, che “il premio” per i fedeli esecutori delle missioni di “omicidio mirato” sia una morte rapida e violenta. Prima che a qualcuno venga l’idea di raccontare – con un libro, un film hollywoodiano molto spettacolare, ecc. – come funziona la macchina di morte del Pentagono e dintorni.

Ricordate la strage di quasi tutti i componenti del commando che mise fine alla leadership di Osama Bin Laden su Al Qaeda? Molti di loro morirono nell’abbattimento di un elicottero militare in Afghanistan, altri in vari “incidenti”. Ora tocca, dopo meno di un mese, a Michael D’Andrea, capo delle operazioni di intelligence Usa in Iraq, considerato l’organizzatore dell’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani, che per qualche giorno ha fatto pensare allo scoppio di una guerra tra i due paesi. Anche lui – deve essere sicuramente una “coincidenza”... – a bordo di un aereo militare caduto in Afghanistan.

In attesa di sapere qualcosa di meno vago, ecco qui testo dell’agenzia di stampa AdnKronos.

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Tra le vittime dello schianto dell’aereo militare Usa precipitato ieri in Afghanistan ci sarebbe anche uno degli uomini dietro il raid che a inizio anno ha portato all’uccisione in Iraq del comandante della Forza Quds dei Pasdaran, il generale iraniano Qassem Soleimani. È quanto sostiene l’agenzia di stampa iraniana ‘Mehr’, citando fonti d’intelligence russe, secondo le quali tra le persone morte nella provincia di Ghazni ci sarebbe Michael D’Andrea. La ‘Mehr’ descrive D’Andrea come il capo delle operazione di intelligence statunitensi contro l’Iraq, l’Iran e l’Afghanistan e sottolinea che avrebbe avuto un “ruolo decisivo in molti atti di terrorismo incluso l’omicidio del generale Qassem Soleimani”.

Ieri il generale americano, Dave Goldfein, ha confermato che era un aereo militare Usa il velivolo precipitato in Afghanistan. Un sito online specializzato in questioni militari, Military.com, ha riportato che si trattava di un E-11A del battaglione aerotrasportato per le comunicazioni. Secondo i Talebani, che stando ad alcune fonti ne hanno rivendicato l’abbattimento, a bordo dell’aereo viaggiavano diversi alti funzionari della Cia. Il Pentagono ha confermato che un suo aereo è precipitato in Afghanistan, ma ha negato che sia stato abbattuto.

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27/01/2020

USA stato canaglia, l’assassinio di Suleimani lo conferma

La decisione di Trump di assassinare uno dei più eminenti e altamente rispettati leader militari dell’Iran, il maggior generale Qassim Suleimani, ha aggiunto un altro nome alla lista delle persone uccise dagli Stati Uniti, che molti considerano il maggior stato canaglia del mondo.

L’assassinio ha intensificato le ostilità tra Teheran e Washington e creato una situazione ancor più esplosiva nel politicamente volatile Medio Oriente. Come c’era da aspettarsi, l’Iran ha promesso di ricambiare a propria scelta l’uccisione del suo generale, annunciando anche che si ritirerà dall’accordo sul nucleare. Il parlamento iracheno, a sua volta, ha votato per espellere tutti i soldati statunitensi, ma Trump ha reagito con minacce di sanzioni se gli USA fossero costretti a rimuovere le proprie truppe dal paese.

Come segnala l’intellettuale pubblico di fama mondiale Noam Chomsky in questa intervista esclusiva per Truthout, il principale scopo della politica estera statunitense in Medio Oriente è stato controllare le risorse energetiche della regione. Qui Chomsky – professore universitario emerito al MIT e professore insigne di linguistica all’Università dell’Arizona che ha pubblicato più di 120 libri sulla linguistica, gli affari globali, la politica estera statunitense, studi sui media, politica e filosofia – offre la sua analisi dell’avventata azione di Trump e dei suoi possibili effetti.

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C.J. Polychroniou: Noam, l’assassinio statunitense del comandante della forza iraniana Quds, Qassim Suleimani, ha riaffermato l’ossessione di lungo corso di Washington per l’Iran e il suo regime clericale, che risale ai tardi anni Settanta. Su cosa verte il conflitto tra USA e Iran e l’assassinio di Suleimani costituisce un atto di guerra?

Noam Chomsky: Atto di guerra? Forse possiamo accordarci per avventato terrorismo internazionale. Pare che la decisione di Trump, per capriccio, abbia sconcertato alti ufficiali del Pentagono che lo avevano aggiornato su opzioni, su basi pragmatiche. Se vogliamo guardare oltre, potremmo chiederci come reagiremmo noi in circostanze paragonabili.

Immaginiamo che l’Iran uccida il secondo dirigente più elevato degli Stati Uniti, il suo massimo generale, all’aeroporto di Città del Messico insieme con il comandante di una larga parte dell’esercito appoggiato dagli Stati Uniti di una nazione alleata. Sarebbe un atto di guerra? Decidano altri. Per noi è sufficiente riconoscere che l’analogia è sufficientemente equilibrata e che i pretesti avanzati da Washington, una volta esaminati, crollano così rapidamente che sarebbe imbarazzante passarli in rassegna.

Suleimani era grandemente rispettato, non solo in Iran, dove era una specie di figura di culto. Questo è riconosciuto da esperti statunitensi dell’Iran. Uno degli esperti più eminenti, Vali Nasr (non una colomba, e che detesta Suleimani) afferma che gli iracheni, compresi i curdi iracheni, “non lo vedono come la figura efferata considerato dall’occidente, ma lo vedono attraverso le lenti della sconfitta dell’ISIS”. Non hanno dimenticato che il grande esercito iracheno, pesantemente armato e addestrato dagli Stati Uniti, è crollato rapidamente e la capitale curda di Erbil, poi Baghdad e tutto l’Iraq stavano per cadere nelle mani dell’ISIS (noto anche come Daesh); sono stati Suleimani e le milizie irachene sciite da lui organizzate a salvare il paese. Non un cosa di poco conto.

Quanto a su cosa verta il conflitto, le ragioni di fondo non sono oscure. È da lungo tempo un principio primario della politica estera degli Stati Uniti controllare le vaste risorse energetiche del Medio Oriente: controllare, non necessariamente usare. L’Iran è stato centrale in questo obiettivo nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale è la sua uscita dall’orbita statunitense nel 1979 è risultata perciò intollerabile.

La “ossessione” può essere fatta risalire al 1953, quando la Gran Bretagna – la signora dell’Iran da quando il petrolio fu scoperto nel paese – non fu in grado di impedire che il governo si impossessasse delle proprie risorse e chiamò la superpotenza globale a gestire l’operazione. Non c’è spazio per esaminare il corso dell’ossessione da allora in dettaglio, ma alcuni momenti salienti sono istruttivi.

La Gran Bretagna si rivolse a Washington con una certa riluttanza. Farlo significava cedere altro del suo ex impero agli Stati Uniti e scendere ancor più al ruolo di “partner di minoranza” nella gestione globale, come il ministero degli esteri riconobbe con costernazione. L’amministrazione Eisenhower subentrò. Organizzò un colpo di stato militare che rovesciò il regime parlamentare e reinsediò lo Scià, restituendo le concessioni petrolifere nelle giuste mani, con gli USA che si presero il 40 per cento delle concessioni ex britanniche. È interessate che Washington dovette costringere le maggiori compagnie statunitensi ad accettare quel dono; esse preferivano tenersi il petrolio saudita a basso costo (che gli USA avevano rilevato dalla Gran Bretagna in una miniguerra durante la Seconda guerra mondiale). Ma sotto imposizione del governo, esse furono costretta a adeguarsi; uno di quegli incidenti insoliti ma istruttivi che rivelano come il governo a volte persegua interessi di lungo termine passando sopra le obiezioni del potente settore industriale che in larga misura lo controlla e persino gli fornisca personale, con considerevole eco nelle relazioni USA-Iran in anni recenti.

Lo Scià procedette a instaurare una tirannia feroce. Era regolarmente citato da Amnesty International come uno dei principali praticanti della tortura, sempre con forte sostegno statunitense mentre l’Iran diventava uno dei pilastri del potere statunitense nella regione, assieme alla dittatura della famiglia saudita e a Israele. Tecnicamente Iran e Israele erano in guerra. In realtà avevano relazioni estremamente strette, che emersero pubblicamente dopo il rovesciamento dello Scià nel 1979. Le tacite relazioni tra Israele e l’Arabia Saudita stanno emergendo molto più chiaramente ora in seno al quadro dell’alleanza reazionaria che l’amministrazione Trump sta forgiando come base del potere statunitense nella regione: le dittature del Golfo, la dittatura militare egiziana e Israele, collegate all’India di Modi, al Brasile di Bolsonaro e ad altri elementi simili. Una rara parvenza di strategia coerente in questa amministrazione caotica.

L’amministrazione Carter appoggiò vigorosamente lo Scià fino all’ultimo momento. Alti dirigenti statunitensi – [Henry] Kissinger, [Dick] Cheney, [Donald] Rumsfeld – sollecitarono università statunitensi (principalmente il mio MIT, contro forti proteste degli studenti ma acquiescenza dei docenti) a contribuire al programma nucleare dello Scià, anche dopo che egli aveva reso chiaro che stava perseguendo la realizzazione di armi nucleari. Quando la rivolta popolare rovesciò lo Scià, l’amministrazione Carter fu apparentemente divisa se sottoscrivere il consiglio dell’ambasciatore israeliano di fatto Uri Lubrani, che consigliava che “Teheran può essere presa da una forza relativamente limitata, decisa, feroce, crudele. Intendo che gli uomini che guiderebbero tale forza dovranno essere emotivamente preparati alla possibilità di dover uccidere decine di migliaia di persone”.

Non funzionò, e presto l’ayatollah Khomeini prese il controllo su un’enorme ondata di entusiasmo popolare, stabilendo la brutale autocrazia clericale che tuttora governa, reprimendo proteste popolari.

Poco dopo, Saddam Hussein invase l’Iran con forte sostegno statunitense, indifferente al suo ricorso ad armi chimiche che causarono enormi perdite iraniane; i suoi mostruosi attacchi di guerra chimica contro curdi iracheni furono negati da Reagan, che cercò di incolpare l’Iran e bloccò la condanna del Congresso.

Alla fine gli USA presero in larga misura il controllo inviando forze navali per assicurare il controllo di Saddam sul Golfo. Dopo che l’incrociatore missilistico Vincennes abbatté un aereo civile di linea iraniano in un corridoio commerciali contrassegnato chiaramente, uccidendo 290 passeggeri e tornando in porto tra grandi festeggiamenti e premi per servizio eccezionale, Khomeini capitolò, riconoscendo che l’Iran non può combattere gli Stati Uniti. Il presidente Bush poi invitò scienziati nucleari iracheni a Washington per un addestramento avanzato alla produzione di armi nucleari, una minaccia molto grave contro l’Iran.

I conflitti sono proseguiti senza interruzioni, concentrandosi in anni più recenti sui programmi nucleari dell’Iran. Tali conflitti sono terminati (in teoria) con il Piano d’Azione Generale Congiunto (JPCOA) nel 2015, un accordo tra Iran e i cinque membri permanenti dell’ONU più la Germania, in cui l’Iran aveva accettato di ridurre drasticamente i suoi programmi nucleari – nessuno di essi riguardante armi nucleari – in cambio di concessioni occidentali. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, che conduce intense ispezioni, riferisce che l’Iran ha rispettato interamente l’accordo. Lo spionaggio statunitense concorda.

L’argomento suscita molti dibattiti, diversamente da un’altra domanda: gli USA hanno rispettato l’accordo? Evidentemente no. Il JPCOA afferma che tutti i partecipanti sono impegnati a non impedire in alcun modo la reintegrazione dell’Iran nell’economia globale, particolarmente nel sistema finanziario globale, che in effetti è controllato dagli Stati Uniti. Agli Stati Uniti non è consentito di interferire “in aree di commercio, tecnologia, finanza ed energia” e altri.

Anche se questi temi non sono indagati, risulta che Washington ha interferito costantemente.

Il presidente Trump afferma che la sua effettiva demolizione del JPCOA è un tentativo di negoziare un miglioramento. È un obiettivo valido, facile da realizzare. Ogni preoccupazione riguardo a minacce nucleari iraniane può essere superata creando una zona priva di armi nucleari (NWFZ) in Medio Oriente, con intense ispezioni quali quelle attuate con successo nell’ambito del JPCOA.

Come abbiamo discusso in precedenza, ciò è molto semplice. Il sostegno regionale è schiacciante. Gli stati arabi hanno avanzato la proposta molto tempo fa e continuano a darsi da fare per essa, con il forte sostegno dell’Iran e degli ex paesi non allineati (G-77, oggi 132 paesi). L’Europa è d’accordo. In realtà c’è solo un’unica barriera: gli USA, che regolarmente oppongono il veto alla proposta quando arriva alle riunioni d’esame dei paesi del Trattato sulla Non-Proliferazione, più recentemente da parte di Obama nel 2015. Gli USA non permetteranno ispezioni dell’enorme arsenale nucleare di Israele, e nemmeno ne ammetteranno l’esistenza, anche se è fuori dubbio. Il motivo è semplice: in base alla legge statunitense (Emendamento Symington) ammettere la sua esistenza imporrebbe di bloccare tutti gli aiuti a Israele.

Dunque il semplice metodo per por fine alla presunta preoccupazione per la minaccia iraniana è escluso e il mondo deve far fronte a prospettive cupe.

Poiché questi temi sono scarsamente citabili negli USA, vale forse la pena di ripetere un’altra questione vietata: gli USA e il Regno Unito hanno una responsabilità speciale di operare per creare una NWFZ in Medio Oriente. Sono formalmente impegnati a farlo in base all’articolo 14 della Risoluzione 687 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che hanno invocato nel loro sforzo di escogitare una quale debole base legale per la loro invasione dell’Iraq, affermando che l’Iraq aveva violato la Risoluzione con programmi di armi nucleari. L’Iraq non l’aveva fatto, come sono stati presto costretti ad ammettere. Ma gli USA continuano a violare la Risoluzione fino a oggi al fine di proteggere il loro vassallo israeliano e di consentire a se stessi di violare le proprie leggi.

Fatti interessanti ma che, purtroppo, sono troppo evidentemente esplosivi per vedere la luce del sole.

Non ha senso esaminare gli anni che sono seguiti nelle mani dell’uomo “mandato da Dio per salvare Israele dall’Iran”, nelle parole dell’importante figura dell’amministrazione, il Segretario di Stato Mike Pompeo.

Tornando alla domanda originale, c’è parecchio su cui meditare riguardo a su cosa verta il conflitto. In due parole, principalmente il potere imperiale, e al diavolo le conseguenze.

L’espressione “stato canaglia” (usata diffusamente dal Dipartimento di Stato USA) si riferisce al perseguimento di interessi statali senza riguardo a standard accettati di comportamento internazionale e ai principi fondamentali della legge internazionale. Considerata tale definizione, gli Stati Uniti non sono un esempio lampante di stato canaglia?

I dirigenti del Dipartimento di Stato non sono gli unici a usare l’espressione “stato canaglia”. È stata usata anche da eminenti politologi statunitensi... con riferimento al Dipartimento di Stato. Non a quello di Trump, a quello di Clinton.

Nell’era tra le atrocità terroristiche omicide di Reagan in America Centrale e l’invasione dell’Iraq da parte di Bush, hanno riconosciuto che per gran parte del mondo gli USA stavano “diventando una superpotenza canaglia”, considerata “la singola maggiore minaccia esterna alle loro società” e che “agli occhi di gran parte del mondo, infatti, il primo stato canaglia oggi sono gli Stati Uniti” (il professore di scienze del governo di Harvard e consigliere governativo Samuel Harrington; il presidente dell’Associazione Statunitense di Scienze Politiche Robert Jervis. Entrambi nella principale rivista del sistema, Foreign Affairs, 1999, 2001).

Dopo l’ascesa di Bush, le qualifiche sono state lasciate cadere. È stato affermato come dato di fatto che gli USA “hanno assunto molte delle caratteristiche stesse delle ‘nazioni canaglia’ contro cui hanno... combattuto”. Altri, al di fuori della corrente prevalente negli USA, potrebbero pensare a termini diversi per il peggior crimine del millennio, un esempio da manuale di aggressione senza un pretesto credibile, il “crimine internazionale supremo” di Norimberga.

Si suppone che noi dobbiamo onorare la Costituzione statunitense. Perciò dovremmo onorare l’articolo VI, che dichiara che i trattati validi saranno “la legge suprema del paese”.

E a volte altri esprimono le loro opinioni. La società Gallup conduce regolari sondaggi dell’opinione internazionale. Nel 2013 (gli anni di Obama) ha chiesto per la prima volta quale paese sia la maggior minaccia alla pace mondiale. Gli Stati Uniti hanno vinto; nessun altro ci è nemmeno arrivato vicino. Molto indietro, al secondo posto, c’era il Pakistan, presumibilmente gonfiato dal voto indiano. L’Iran – la maggiore minaccia alla pace mondiale nel discorso statunitense – era a malapena citato.

Quella è stata l’ultima volta in cui la domanda è stata posta, anche se non dovrebbe esserci troppa preoccupazione. Non pare sia stata riferita negli Stati Uniti.

Potremmo riflettere un po’ più su queste domande. Si suppone che noi veneriamo la Costituzione USA, specialmente i conservatori. Dobbiamo perciò venerare l’articolo VI, che dichiara che i trattati validi saranno la “legge suprema del paese” e che i dirigenti debbono essere vincolati da essi. Negli anni postbellici, il trattato di gran lunga più importante di essi è la Carta dell’ONU, istituita per iniziativa statunitense. Vieta “la minaccia o l’uso della forza” in affari internazionali; specificamente il ritornello comune che “tutte le opzioni sono aperte” riguardo all’Iran. E tutti i casi di ricorso alla forza a meno di essere esplicitamente autorizzati dal Consiglio di Sicurezza o per difesa contro un attacco armato (una nozione interpretata alla lettera) fino a quando il Consiglio di Sicurezza, che deve essere informato immediatamente, non sia in grado di bloccare l’attacco.

Potremmo riflettere su come sarebbe il mondo se la Costituzione statunitense fosse considerata applicabile agli USA, ma lasciamo da parte tale interessante questione, non, tuttavia, senza citare che c’è una professione rispettabile, chiamata “avvocati e docenti di legge internazionale”, che può spiegare in modo erudito che le parole non significano quel che significano.

Dopo l’invasione statunitense del 2003, l’Iraq ha lottato per mantenere una situazione equilibrata sia con Washington sia con Teheran. Tuttavia il parlamento iracheno ha votato, dopo l’assassinio di Suleimani, di espellere tutti i soldati statunitensi. È probabile che accada? E, in tal caso, quale impatto avrebbe sulle future relazioni USA-Iraq-Iran, compresa la lotta contro l’ISIS?

Non sappiamo se succederà. Anche se il governo iracheno ordinerà agli USA di andarsene, essi lo faranno? Non è evidente e, come sempre, l’opinione pubblica negli USA, se organizzata e impegnata, può contribuire a dare una risposta.

Quanto all’ISIS, Trump gli ha appena dato nuova voglia di vivere, proprio come gli ha dato un tessera di “uscire liberi di prigione” quando ha tradito i curdi siriani, lasciandoli alla mercé dei loro feroci nemici Turchia e Assad, dopo che avevano adempiuto la loro funzione di combattere la guerra contro l’ISIS (con 11.000 perdite, rispetto alla mezza dozzina di statunitensi). L’ISIS si è organizzato dapprima con evasioni dal carcere e oggi è libero di farlo di nuovo.

All’ISIS è stato fatto un dono benvenuto anche in Iraq. L’eminente storico del Medio Oriente Ervand Abrahamian osserva: “L’uccisione di Soleimani... ha di fatto offerto all’ISIS una splendida occasione di riprendersi. Ci sarà una ripresa dell’ISIS in larga misura a Mosul, nell’Iraq settentrionale. E ciò, paradossalmente, aiuterà l’Iran, perché il governo iracheno non avrà altra scelta, per essere in grado di contenere l’ISIS, che affidarsi sempre più all’Iran (che ha guidato la difesa dell’Iraq contro la carica dell’ISIS sotto il comando di Suleimani)... Trump si è ritirato dal nord dell’Iraq, dall’area in cui stava l’ISIS, ha tolto la terra sotto i piedi ai curdi, e ora ha dichiarato guerra alle milizie filoiraniane. E l’esercito iracheno non è stato in grado in passato di far fronte all’ISIS. Così, la domanda ovvia oggi è: il governo iracheno come farà fronte alla rinascita dell’ISIS? Non avrà altra scelta che affidarsi sempre più all’Iran. Così Trump ha di fatto indebolito la sua stessa politica, se vuole eliminare l’influenza dell’Iran in Iraq.”

In gran parte come fece Bush quando invase l’Iraq.

Non dovremmo dimenticare, tuttavia, che un enorme potere può riprendersi dalla confusione e dal fallimento... se la popolazione nazionale lo permette.

Putin risulta aver superato in abilità gli USA non solo in Siria, ma quasi dovunque sul fronte mediorientale. Che cosa persegue Mosca in Medio Oriente e qual è la tua spiegazione della diplomazia spesso infantile esibita dagli Stati Uniti nella regione e, in effetti, in tutto il mondo?

Un obiettivo, sostanzialmente realizzato, era prendere il controllo della Siria. La Russia è entrata nel conflitto nel 2015, dopo che la fornitura di armi avanzate da parte della CIA agli eserciti prevalentemente jihadisti aveva fermato le forze di Assad. L’aviazione russa ha invertito il corso e, trascurando l’enorme pedaggio di vittime civili, la coalizione guidata dalla Russia ha preso il controllo della maggior parte del paese. La Russia è ora l’arbitro esterno.

Altrove, persino tra gli alleati statunitensi del Golfo, Putin si è presentato, apparentemente con un certo successo, come un attore esterno credibile. La diplomazia da elefante in una cristalleria di Trump (se quello è il termine esatto) consiste nel conquistare alcuni amici fuori da Israele, cui sta prodigando doni, e gli altri membri dell’alleanza reazionaria che sta prendendo forma. Qualsiasi idea di “potere morbido” è stata praticamente abbandonata. Ma le riserve statunitensi di potere forte sono enormi. Nessun altro paese può imporre sanzioni dure a volontà e costringere parti terze a onorarle, a costo di espulsione dal sistema finanziario internazionale. E naturalmente nessun altro ha centinaia di basi militari in tutto il mondo o qualcosa di simile al potere militare avanzato e alla capacità di ricorrere alla forza a volontà e con impunità. L’idea di imporre sanzioni agli Stati Uniti o di qualsiasi altra cosa che non siano una tiepida critica, confina con il ridicolo.

E così è probabili che permanga che “agli occhi di gran parte del mondo il principale stato canaglia oggi sono gli Stati Uniti”, considerevolmente più che vent’anni fa, quando queste parole sono state pronunciate, a meno che, e fintanto che, la popolazione non costringa il potere statale a perseguire un corso diverso.

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Questa intervista è stata leggermente rivista per chiarezza e concisione.

C. J. Polychroniou è un economista politico/politologo che ha insegnato e lavorato in università e centri di ricerca in Europa e negli Stati Uniti. I suoi principali interessi di ricerca sono l’integrazione economica europea, la globalizzazione, l’economia politica degli Stati Uniti e la decostruzione del progetto politico-economico del neoliberismo. È un collaboratore regolare di Truthout e anche membro del Public Intellectual Project di Truthout. Ha pubblicato numerosi libri e i suoi articoli sono apparsi in una varietà di riviste, periodici, giornali e siti giornalisti popolari in rete. Molte delle sue pubblicazioni sono state tradotte in numerose lingue straniere, tra cui croato, francese, greco, italiano, portoghese, spagnolo e turco. È autore di Optimism Over Despair: Noam Chomsky on Capitalism, Empire and Social Change, un’antologia di interviste a Chomsky in origine pubblicate presso Truthout e raccolte da Haymarket Books.

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17/01/2020

Hezbollah. Nasrallah: “Questo è l’inizio di una nuova era di lotta”

“Gli Stati Uniti pagheranno per il loro errore. L’assassinio di Soleimani apre una nuova era nella quale gli Usa non saranno più sicuri in questa regione e saranno costretti ad abbandonare il Medio Oriente”. Parole durissime, quelle del Segretario Generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, rivolte al presidente americano Donald Trump in relazione all’uccisione del generale della brigata iraniana Quds, Qassem Soleimani, e del numero due delle Hashd Shaabi irachene (Unità di Mobilitazione Popolare, Ump), Abu Mahdi Al Mouhandis.

Le prime reazioni al discorso di lunedì 13 gennaio sono arrivate dalla stampa israeliana, che conosce bene la concretezza di Nasrallah e sa che le parole del suo discorso non sono delle semplici minacce, ma si concretizzeranno in azioni militari contro i due principali bersagli: le basi americane in Medio Oriente (Siria, Iraq) e Israele. Il quotidiano Haeretz afferma che “il presidente Trump ha commesso un grave errore strategico, seguendo le indicazioni e gli interessi elettorali suoi e di Benjamin Netanyahu, al di sopra di quelli del suo paese e di quelli israeliani”.

“L’uccisione di Soleimani” dichiara il direttore del quotidiano online Rai Al Youm, Abdel Bari Atwan, “apre una nuova fase del conflitto in tutta l’area mediorientale. Fino ad oggi le truppe americane non sono mai state dei target militari, in virtù di un tacito accordo tra Usa e Iran in base anche al concordato sul nucleare firmato durante la presidenza di Barack Obama, ma dal 3 gennaio tutto è cambiato”.

Lo stesso bombardamento con 11 missili iraniani contro la base americana di Ain al-Assad viene considerato non tanto una risposta militare o la vendetta da parte di Teheran per l’uccisione di Soleimani, ma piuttosto una dimostrazione significativa delle capacità militari dell’esercito iraniano, messaggio inviato indirettamente anche a Tel Aviv.

Polemiche, quindi, da parte della stampa israeliana nei confronti dell’alleato americano. Ehud Yaari, esperto militare del canale israeliano Channel 12, in riferimento alle parole di Trump, ha dichiarato che “chi crede che senza Soleimani il mondo sarà migliore si sbaglia, perché adesso tutto è cambiato in peggio, soprattutto per Israele”.

Da parte sua l’analista politico israeliano Moaf Fardi ha affermato: “Ciò che non vogliamo è che l’Iran pensi che siamo stati coinvolti nell’assassinio di Soleimani. Spero che questa fuga di notizie serva solo a scopi elettorali, altrimenti potrebbe mettere a repentaglio il nostro paese”.

Le principali critiche dell’opinione pubblica israeliana riguardano le notizie riportate da alcuni media statunitensi – NBC e New York Times in particolare – relative ad una partecipazione dei servizi segreti di Tel Aviv. Il Mossad avrebbe “fornito informazioni agli americani” e rimane quasi una certezza che l’unico alleato degli Usa ad essere a conoscenza della decisione di Trump di uccidere il generale Soleimani sia stato Netanyahu.

Numerosi analisti israeliani affermano che questa notizia avrebbe conseguenze pericolose per Tel Aviv, che potrebbe diventare un “possibile e legittimo obiettivo dell’Iran”, proprio perché parte attiva nell’omicidio del generale. Appaiono poco convincenti e tardive, anche secondo la stampa nazionale, le dichiarazioni del portavoce di Tsahal (esercito israeliano), Jonathan Conricus, che ha affermato a France 24 che “il governo non ha giocato nessun ruolo nell’uccisione di Soleimani, anche se la considera una cosa positiva”.

Nel suo discorso Nasrallah ha spiegato quale sarà la strategia affermando che “la risposta al crimine commesso dagli Stati Uniti, non sarà solo un’unica operazione (come il bombardamento di Ain al-Assad), ma un processo a lungo termine che dovrà comportare l’espulsione dei militari americani dalla regione” e chi saranno gli attori.

“L’assassinio di Soleimani”, ha chiarito il segretario di Hezbollah, “sarà vendicato da tutto l’asse della Resistenza” (Hashd Shaabi in Iraq, Hezbollah in Libano, Houti in Yemen, le fazioni della resistenza palestinese come Hamas, Jihad Islamico e Fronte Popolare ed il governo siriano di Bashar al-Assad, ndr). “L’Iran non ci ha richiesto nessuna reazione, ma la risposta sarà di tutti perché è stato attaccato tutto l’asse della resistenza alle politiche imperialiste di Washington e Tel Aviv”, ha precisato Nasrallah.

Anche sul versante iracheno, l’incontro dello scorso martedì tra il leader del blocco politico Sairoun, Moqtada al-Sadr e tutti gli esponenti delle principali fazioni sciite irachene delle Hashd Shaabi (Ahl al Haq, Brigate Hezbollah e il movimento Al Nujaba) sembra andare verso una risposta militare. Tutti gli esponenti politici hanno concordato per un’azione unitaria di lotta e resistenza militare contro l’occupazione americana, dopo la richiesta ufficiale di ritiro da parte del parlamento iracheno, e per l’organizzazione di manifestazioni permanenti contro la presenza americana in Iraq.

“Il risultato, come già avvenuto in passato dopo la dichiarazione per Gerusalemme capitale di Israele, per le alture del Golan territorio israeliano e per il ritiro dal Rojava in Siria, è sempre opposto a quella voluta da Trump”, conclude Abdel Bari Atwan, “visto che l’omicidio di Qassem Soleimani ha unito ancora di più tutti quei popoli che lottano contro l’egemonia americana nella regione (...) questo è un omicidio che non ha colpito un uomo solo, ma tutta quella umma (comunità, ndr) che Soleimani ha aiutato nella lotta contro lo jihadismo di Daesh e Al Qaida nella regione”.

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12/01/2020

“Liberi tutti”, sulla Libia e non solo

Il generale Haftar ha infine “accettato” il cessate il fuoco “suggerito” da Vladimir Putin, che si era accordato per questo con il despota turco Erdogan, ormai presente con propri militari a Tripoli (e si registrano già i primi morti tra le loro fila).

Il puzzle libico diventa ogni giorno più complesso, con protagonisti “liberi” di giocare ognuno come meglio crede, in barba alle alleanze storiche e soprattutto alle regole internazionali rispettate (meno che dagli Usa, of course) negli ultimi 70 anni.

Solo per ricordarlo: con Al Serraj c’è secondo i media italici “la comunità interazionale”, definizione vaga che non significa niente ma che vorrebbe far intendere “tutti”. E invece Al Serraj, poco più che “il sindaco” di mezza Tripoli, ha un sostegno incerto – non militare, o almeno giudicato da lui “non sufficiente” – da Italia e Germania, qualche paese del Golfo ed ora dalla Turchia.

Il suo più potente antagonista, il generale Haftar, può contare invece sull’appoggio di Russia, Egitto, Qatar e... Francia! Insomma, la terribile Unione Europea che fracassa economie del Vecchio Continente se non rispettano i parametri di Maastricht è divisa al suo interno su cosa fare con ciò che resta della Libia dopo averla – su spinta francese ed inglese – destabilizzata ammazzando Gheddafi.

Il tutto si gioca sullo sfruttamento di giacimenti di petrolio e gas, non solo nel deserto libico, ma soprattutto in mare. A questo scopo, il fantoccio Al Serraj e il despota Erdogan hanno stabilito il prezzo dell’aiuto militare turco: ridisegnare le acque territoriali dei rispettivi paesi (ma Serraj non controlla neanche un centesimo del suo...) in modo tale che si congiungano escludendo tutti gli altri paesi dell’area (Italia, Malta, Cipro, Siria, ecc).

Il tutto in barba alle convenzioni internazionali che fissano per tutti, in tutto il mondo, il confine delle acque territoriali a 12 miglia nautiche (circa 20 km).

È chiaro, a nostro avviso, che è saltato il tappo che teneva immobilizzate le ambizioni nazionalistiche anche dei paesi meno potenti; per capirci, quelli senza armamenti nucleari. E che non c’è nessun “arbitro” che sia più in grado di richiamare nessuno all’”ordine”.

Una situazione da “liberi tutti”, estremamente rischiosa. Un’altra prova? Il Giappone, non esattamente un paese mediterraneo, sta per varare una campagna – per ora diplomatica – in Medio Oriente. Ne va dei rifornimenti energetici, e l’alleanza con gli Usa, per questo, può passare in secondo piano.

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Usa–Iran. Crimini, incidenti, incontinenze e affari

Patrizia Cecconi – Pressenza

Il presidente iraniano Hassan Rouhani dopo aver accertato che l’abbattimento del Boeing ucraino è stato il frutto di un errore umano da parte di militari iraniani, ha pubblicamente ammesso le responsabilità del suo paese e in una lettera al suo popolo ha espresso profondo cordoglio per le famiglie delle 176 vittime e ha comunicato che provvederà al risarcimento economico, l’unico che può risarcire.

Da parte sua l’ayatollah Ali Khamenei, guida spirituale della Repubblica islamica, appena avuta notizia che la causa verosimilmente più probabile del gravissimo incidente era dovuta all’errore di soldati iraniani, aveva già lanciato tramite twitter – che per la sua immediatezza sembra essere diventato lo strumento ufficiale delle esternazioni istituzionali – l’ordine che il risultato delle indagini “fosse reso noto in modo esplicito e onesto“.

Il generale dei pasdaran Amirali Hajizadeh – verificato che a causa dello stato di allerta e per la manovra di rientro del velivolo, forse dovuta a un guasto, il soldato addetto al controllo aereo aveva scambiato il Boeing 737 per un cruise e nei 10 secondi a sua disposizione aveva lanciato un missile per neutralizzarlo senza chiedere conferma – ha dichiarato di prendersi “la responsabilità per l’abbattimento dell’aereo ucraino e (di accettare) qualsiasi decisione che le autorità prenderanno a riguardo”, aggiungendo poi “avrei desiderato essere morto piuttosto che veder accadere una simile catastrofe.”

Premesso che l’Iran, come l’antica Persia del resto, offre sì un meraviglioso campionario di cultura e di bellezza, ma non offre né ha mai offerto bianche colombine antimilitariste e pacifiste, a cominciare dal famoso Ciro il Grande, quello che nel 538 a.C. liberò gli ebrei dalla cattività babilonese, ma che di sangue fu saziato solo dalla regina Tomyris nella sua ultima battaglia, premesso tutto ciò non possiamo non ammettere che il comportamento del presidente Rouhani e dell’ayatollah Khamenei sia di tutto rispetto, soprattutto se messi a confronto con i crimini americani (di ieri e di oggi) ai quali abitualmente non solo non seguono espressioni di cordoglio, perché significherebbe ammettere l’errore, ma gli USA non errano, uccidono e basta e, anzi, rivendicano i loro crimini nel più totale disprezzo sia del Diritto internazionale che della pìetas umana.

Senza far ricorso a tristi ricordi di ignobili esternazioni pubbliche da parte di figure istituzionali statunitensi, fermiamoci soltanto a considerare l’incontinenza d’azione e di parola del presidente Trump di fronte alla strage di otto persone finalizzata all’assassinio del generale Soleimani da lui commissionato e rivendicato con orgoglio, sapendo di potersi serenamente infischiare del fatto che tale azione configura un crimine di guerra. Del resto, il suo sodale Netanyahu fa scuola in quanto a crimini di guerra impuniti e, come lui, anche i precedenti governanti israeliani, i quali sono stati maestri negli omicidi senza processo, vere e proprie esecuzioni in stile camorrista senza mai perdere la medaglia di rappresentanti della democrazia.

Secondo lo stile da uomo vero, spendibile con successo anche nelle osterie nostrane, il muscoloso Trump non ha esitato a gloriarsi con maschia volgarità del “successo” dell’azione, successo probabilmente ottenuto attirando Soleimani e il leader sciita Al Muhandis in una trappola piuttosto ignobile, proponendo loro un colloquio diplomatico con emissari USA. Cosa che, se vera, avrà fatto gioire nelle segrete stanze ma forse anche oltre, il tracotante presidente americano per aver eliminato con furbizia da magliaro un uomo considerato tra i più intelligenti del Medio Oriente.

Forse un giorno si potrebbe scoprire che anche l’incidente che ha distrutto l’areo ucraino e le 176 vite che trasportava era frutto di una trappola, chissà! È una pura ipotesi ovviamente, e solo Julian Assange, il genio dell’informatica ingiustamente recluso e a rischio di morte perché comunicava al mondo le verità nascoste dai potenti, potrebbe scoprirlo. Quindi non andiamo avanti su questa ipotesi, ma accontentiamoci di quella al momento accertata e ammessa con tanto di sincere condoglianze da parte dei rappresentanti iraniani che hanno messo in secondo piano le responsabilità statunitensi. Solo il ministro degli esteri Zarif nel dichiararsi addolorato per la perdita di tante vite innocenti, ha affermato decisamente che quanto accaduto è diretta conseguenza dell’avventurismo americano.

E pensare che quello che Zarif chiama avventurismo, e che in realtà sarebbe più corretto definire avventurismo criminale, sta dando i suoi frutti contro le stesse istituzioni iraniane che hanno ammesso trattarsi di un errore. Infatti nell’aereo viaggiavano circa 80 cittadini iraniani e questo ha portato a manifestazioni di intolleranza e di condanna attraverso i social che ora abbondano di accuse contro i leader politici e militari, ritenendoli responsabili dell’accaduto. Ricordiamoci che l’Iran era già scosso da manifestazioni di malcontento e che i governanti iraniani non sono propriamente votati alle scelte basate sulla nonviolenza.

Negli Usa, invece, le molte manifestazioni di dissenso verso Trump, che in un primo momento sembrava volesse scatenare la terza guerra mondiale, sono state compensate da manifestazioni di apprezzamento irresponsabile simili a quelle, pienamente solidali, dell’ex-ministro degli interni italiano che, totalmente ignoranti, almeno in apparenza, dei rischi mondiali e del Diritto internazionale, si sono espressi più o meno come il leader repubblicano Kevin McCarthy il quale dopo la strage “presidenziale” si è dichiarato “Orgoglioso del nostro presidente”. Una cosetta che, dato il motivo dell’orgoglio, sembrerebbe più appropriata sulla bocca di un membro del National Crime Union che si congratula con Al Capone, che non sulla bocca di un uomo di Stato.

Qualche analista politico ha fatto rilevare che per importanza di ruolo, l’attacco terrorista contro Qassem Soleimani è paragonabile all’uccisione di un segretario di Stato americano; pertanto, se la reazione iraniana fosse stata rapportata all’azione americana, l’eliminazione di Soleimani e di Al Muhandis avrebbe potuto essere considerata adeguata eliminando Mike Pompeo e Jared Kushner – invece – e diciamo per fortuna del mondo – si è assistito a quel che sembra un gioco delle parti, peraltro giocato su territorio iracheno.

Ma l’incontinenza verbale del presidente, tronfio del suo successo, lo ha portato a rendere pubbliche minacce di ritorsione, nel caso in cui l’Iran “esagerasse” e mettesse in atto il suo obiettivo di colpire siti militari USA, minacciando a sua volta di colpire e distruggere deliberatamente parecchie decine di siti culturali “molto importanti per l’Iran e per la cultura iraniana, e questi obiettivi, e l’Iran stesso, saranno colpiti molto velocemente e molto duramente”.

Lo saprà Trump che colpire deliberatamente i siti culturali di un paese è crimine di guerra? E il suo consigliere nonché genero Kushner gli avrà consigliato il bluff perché tanto non ci sarebbero state conseguenze o Trump, come sembra, ma senza esserne certi, agisce per intima convinzione spinto da quell’incontinenza verbale che poi riesce a dare frutti tali da spostare la valutazione di quest’uomo dalla categoria del primitivismo muscolare a quella del raffinato statista che gioca un ruolo degno di un moderno Taillerand prendendo tutti in contropiede? O magari è solo l’agente più o meno consapevole di chi sollecita le sue azioni con una precisa progettualità, di cui solo rischiando il complottismo di pensiero si può azzardare l’ipotesi?

Intanto, mentre è lecito porsi questi dubbi, il presidente Trump ha già dichiarato che nuove e più dure sanzioni colpiranno l’Iran e che queste erano già state preventivate e saranno durissime per l’economia iraniana. Il che, tradotto, significa: “Solleveremo il popolo contro gli attuali governanti, grazie al malcontento per le difficili condizioni economiche”. Però, e qui torna legittimo inquadrare il tutto (post-strage comunque) in un gioco delle parti, perché nella stessa conferenza stampa in cui dichiarava le nuove sanzioni – a Boeing ucraino già abbattuto – Trump ipotizzava che “qualcuno potrebbe aver commesso un errore” accusando e scagionando al tempo stesso le forze militari iraniane che ancora si stavano chiedendo le cause del disastro aereo.

Quel che al momento si è riusciti a capire è che le guerre locali possono andare avanti all’infinito perché comunque sono portatrici di interessi economici e industriali ma, cosa importante sopra ogni altra, una terza guerra mondiale è guardata con timore da tutte le parti in causa. Non va dimenticata la minaccia da parte dell’Iran di chiudere lo Stretto di Hormuz e, se anche la chiusura fosse impossibile per la presenza di altri attori legati agli Usa, basterebbe anche creare intralcio alle petroliere per mettere pericolosamente in difficoltà chi si approvvigiona di petrolio dal Golfo Persico, facendo grave danno ai nemici giurati dell’Iran affacciati sull’altra sponda.

Un tutti contro tutti forse non converrebbe a nessuno e questo spiegherebbe perché anche il Giappone sta scendendo in campo. E sta scendendo in campo alla grande, visto che il premier Shinzo Abe e non un emissario diplomatico qualunque inizia oggi un viaggio di cinque giorni in Medio Oriente per tentare di “allentare le tensioni”, frase che sembra rappresentare il leit motif del momento.

Il Giappone, sembra di capire, non si allineerà totalmente agli USA; anzi, forse coglierà quest’occasione per rientrare in campo internazionale attraverso una mediazione diplomatica che dovrebbe garantirgli, se ben conclusa, la sicurezza dell’approvvigionamento energetico e nello stesso tempo il riconoscimento di un ruolo importante in un momento in cui ogni equilibrio sembra appeso a un filo.

Riusciranno gli affari a fermare le armi? Proprio quegli stessi affari che si ingigantiscono grazie alle armi? Stiamo in un momento di grande caos e tutto sembra variabile come un quadro caleidoscopico. Quel che resta drammaticamente indiscutibile è che comunque vada, se ci sarà un nuovo e più imponente ricorso alle armi, non ne beneficeranno i popoli trascinati nei conflitti, ma solo chi da essi trae profitto. E non è niente di nuovo sotto il sole.

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09/01/2020

la giocata di Trump - Un'occhio all'Iran e l'altro al Venezuela

di Geraldina Colotti

“Gli Stati uniti devono avere un occhio per l’Iran e l’altro per il Venezuela”. La “raccomandazione” arriva da Antonio Ledezma, ex sindaco della Gran Caracas latitante che pontifica... da un bar di Madrid. Un’altra prova del valore attribuito alle istituzioni dall’estrema destra venezuelana: che al parlamento preferisce le redazioni dei giornali, le case di squartamento dei Rastrepo o i postriboli colombiani, dove profondere “aiuti umanitari”. Un’altra avvisaglia, però, di quella che sarà uno degli assi portanti del nuovo attacco degli USA contro il Venezuela: la cosiddetta “connessione Teheran-Caracas” per finanziare “il terrorismo”. Lo avevamo anticipato in un articolo pubblicato su L’Antidiplomatico il giorno dopo la nuova “autoproclamazione redazionale” di Juan Guaidó e compari come “giunta direttiva del parlamento”. Lo riproponiamo, qui, attualizzato, nel pieno di un nuovo attacco destabilizzante, supportato dagli USA e dai grandi media, a cui deve far fronte il socialismo bolivariano.

Seguire i passi del nemico, analizzarne le strategie, serve per affinare le proprie, usando la capacità critica come l’imperialismo usa i suoi droni. Contrastare il racconto egemonico costruito dai media di guerra nei paesi capitalisti, è un’impresa titanica, almeno finché non interviene un nuovo ciclo di lotta che spazzi via la cortina di fumo e mostri un’altra visione del mondo. Tuttavia, si può (si deve) aprire qualche breccia, mostrare le insidie attraverso le quali s’insinua l’interpretazione dominante.

Abbiamo seguito in diretta la seduta parlamentare che, in Venezuela, doveva rieleggere il presidente dell’Assemblea Nazionale, uno dei cinque poteri di cui dispone la costituzione bolivariana, tenuti in equilibrio dalla massima istanza giuridica, il Tribunal Supremo de Justicia (TSJ). In contatto costante con i colleghi sul posto, ne abbiamo seguito tutte le fasi, confrontando tre fonti: la prima, proveniente dalla più estrema destra venezuelana, ovvero quella di Patricia Poleo, che conduce una trasmissione da Miami intitolata Agárrate. La seconda, fornita dai vari giornalisti e i video-maker presenti a Caracas, e la terza diffusa dalle agenzie stampa in Italia.

Quello di Poleo è un programma che, volendo essere più a destra della destra, accusa l’autoproclamato “presidente a interim Juan Guaidó” di essere stato troppo timido nell’ordire le sue trame contro il socialismo bolivariano. In questo modo, tra urla e proclami, tira fuori però tutte le magagne dell’opposizione venezuelana, golpista, affarista e, soprattutto, ladrona.

Anche nei momenti più drammatici – perché questa gente, poi, agisce davvero e conosce anzitempo tutti gli attentati – non c’è niente di più spassoso che assistere ai loro litigi: in fondo sempre per questioni di soldi, giacché appena una componente ritiene di non aver ricevuto abbastanza, fa volare gli stracci e racconta tutto quello che sa sull’avversario del momento. Diosdado Cabello, presidente dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC), durante il suo seguitissimo programma “Con el Mazo dando”, usa spesso degli estratti di Agárrate come satira politica, e con ragione.

Agárrate ha mostrato il vero clima nel quale è maturato l’appuntamento parlamentare per la destra venezuelana. Va premesso che un accordo interno al cartello di forze di opposizione ha stabilito una rotazione nell’incarico alla presidenza. Questo ha fatto sì che Guaidó e la sua fazione golpista, capitanata dal partito Voluntad Popular (quello di Leopoldo Lopez), abbiano approfittato del turno per portare più a fondo la guerra ibrida decisa dal Pentagono contro il socialismo bolivariano mediante la strategia del “caos controllato”.

Nel 2019, il popolo venezuelano ha perciò dovuto sopportarne di tutti i colori: l’“autoproclamazione”, i tentativi di golpe e di invasione mascherata alle frontiere, il furto dei beni del paese all’estero, il sabotaggio internazionale. Una pantomima che, com’è apparso chiaro per le stesse denunce dell’opposizione, l’appropriazione indebita di un bottino multimiliardario, rappresentato dalle immense risorse del Venezuela. Per questo, nonostante la presidenza del parlamento per questo ultimo periodo previsto sarebbe dovuta andare ai “partiti minori”, la banda di Guaidó non aveva alcuna intenzione di mollare la presa.

E siccome il rispetto delle regole nel mondo delle autoproclamazioni non è contemplato, Guaidó e compari avevano deciso di cambiarle: con una nuova norma-truffa che avrebbe consentito all’autoproclamato di restare alla presidenza dell’Assemblea Nazionale, facendo anche votare via internet i deputati inabilitati e quelli ricercati, fuggiti dal paese.

Un parlamento, va ricordato, già considerato “illegale” dal TSJ, per aver avallato l’elezione fraudolenta di tre deputati nel 2015. Il fatto è che, grazie all’intelligente azione politica del governo e ai numerosi inviti al dialogo del presidente legittimo, Nicolas Maduro, una buona parte dell’opposizione moderata ha finito per sottoscrivere un accordo in sei punti per presentarsi alle prossime elezioni parlamentari.

A seguito dell’accordo, i deputati chavisti del “Bloque de la Patria” hanno deciso di tornare in Parlamento. In diverse occasioni pubbliche, l’opposizione dialogante ha manifestato insofferenza per la via “trumpista” – fallimentare, truffatrice e senza ritorno – scelta da Guaidó e dai suoi compari. Chi conosce la politica venezuelana e gli attori che la muovono, già sapeva che la banda di Guaidó, constatato di non avere i voti necessari per mantenersi alla presidenza, ne avrebbe inventata un’altra per autoproclamarsi come il vero parlamento, ma fuori dall’aula legittima. E così è stato.

Uno show preparato

Guaidó e i suoi, tra insulti e provocazioni ai giornalisti che li stavano filmando, stavano facendo la coda ai controlli per far entrare a votare anche i fraudolenti e gli inabilitati. Intanto, l’autoproclamato faceva dichiarazioni infuocate ai media internazionali sulla “tremenda dittatura” che gli avrebbe impedito di entrare. Era una falsità, ma immediatamente le sue dichiarazioni venivano diffuse come oro colato e come unica fonte dalle agenzie internazionali.

Poco dopo, Guaidó ha creato l’incidente mediatico. Dopo aver volutamente tergiversato per ore, volendo imporre a tutti i costi l’entrata dei fraudolenti, ha saltato il blocco di sicurezza. Ma, intanto, il deputato più anziano aveva proceduto alla votazione, come prevede il regolamento, eleggendo a maggioranza una nuova giunta direttiva: rappresentanti della destra maggioritaria in parlamento, supportati dai voti del chavismo. A quel punto, come previsto, Guaidó e i suoi hanno annunciato di essere loro la vera giunta direttiva del parlamento e hanno deciso di riunirsi... nella redazione del giornale El Nacional.

Una nuova autoproclamazione, dunque, raccontata però al contrario dai soliti articoli a senso unico che hanno scritto di “autoproclamazione del parlamento chavista”. Subito dopo, sono arrivate le dichiarazioni del Pentagono per battezzare la componente virtuale (e golpista) dello scombinato parlamento venezuelano. Uno scenario già denunciato dalla stessa opposizione moderata, che ha messo in risalto le numerose telefonate di pressione provenienti da Washington.

Impossibile, però, per il lettore medio italiano, avere un quadro preciso leggendo gli articoli comparsi sulle principali fonti di informazione, sdraiate, come al solito, su una sola fonte: quella proveniente dagli Stati Uniti. Come si costruisce “l’opinione pubblica”? Diffondendo il parere di “esperti”, che confermano la stessa tesi proveniente dalla stessa fonte. A questo proposito, facciamo un altro esempio, che si situa nel quadro dell’“omicidio mirato” del generale iraniano Qasem Soleimani da parte degli Stati Uniti.

Il ruolo degli "esperti"

Su un’autorevole rivista d’analisi, di cui si nutre la sinistra italiana, a proposito del rapporto tra Stati Uniti e America latina, troviamo il parere dell’“esperto”, al secolo il militare venezuelano in pensione, Carlos Julio Peñaloza Zambrano. Egli afferma: “Il progetto espansionistico di Cuba, prima finanziato dall’Urss e poi dall’industria petrolifera del Venezuela, dipende sempre più dai proventi del narcotraffico, puntando alla destabilizzazione dei governi eletti democraticamente per rimpiazzarli con formazioni allineate all’Avana”.

E ancora: “L’esplosione del narcotraffico ha declassato l’ideologia; oggi in America latina vengono impiegati altri canali per alimentare il consenso. Si è fatta strada una pseudo-dottrina che esalta la ‘costruzione della Patria Grande’, concepita come integrazione fra paesi della regione sotto un unico (autoritario) governo contrapposto a Washington. La connessa narrazione, basata su un intento apparentemente lodevole, serve a legittimare un anelito autocratico ed espansionistico. Questa dottrina è la facciata dietro cui si nascondono interessi criminali: per Cuba, il narcotraffico sta diventando ‘la continuazione della politica con altri mezzi’”.

E così prosegue “l’esperto”: “La rilevanza del narcotraffico è attestata anche dai legami tra Caracas, l’Avana e Hezbollah, considerato che l’Iran è di nuovo in rotta con gli Stati Uniti ed è tra i paesi di transito della droga afghana destinata all’Europa”. Attestata da chi? Dagli USA, naturalmente, e diffusa dai suoi potenti think tank, attivissimi anche in Italia.

A proposito di attendibilità, il signor Peñaloza si è già distinto, nel 2019, per aver diffuso una delle fake news più commentate a livello mondiale: quella delle presunte nozze miliardarie della figlia di Diosdado Cabello. Notizia evidentemente falsa, ma che importa? Á la guerre comme à la guerre. In guerra, tutto è permesso. E la tesi di un “asse del male” da combattere – Cuba, Venezuela, Nicaragua – con il pretesto del “narco-terrorismo”, sta irrompendo di nuovo dopo l’assassinio del generale iraniano Soleimani. Il via lo ha dato Guaidó in un comunicato di plauso all’omicidio, in cui accusa il governo Maduro di complicità con il “il terrorismo”.

Nella strategia del “caos controllato”, dispiegata dal Pentagono dentro e fuori le proprie zone d’influenza, agiscono diversi attori. Diversi settori imperialisti, anche in lotta fra loro, mostrano i chiaroscuri della geopolitica nel mondo globalizzato. La propaganda di guerra è un elemento cardine della guerra ibrida e multifattoriale, che coniuga vecchie tattiche e insidie di nuovo tipo. Disorientare i cervelli occidentali già dinamitati dalla cosiddetta “fine delle ideologie”, è un risultato importante. I think tank di Washington stavano diffondendo da mesi la tesi dell’asse narco-terrorista tra Caracas e l’Iran.

Tutto parte dall'Iraq

Dapprima c’erano state le affermazioni di un ex funzionario venezuelano in Iraq circa passaporti falsi forniti da Caracas a Hezbollah. A giugno, il Segretario generale dell’OSA, Luis Almagro, apripista degli USA, aveva formalizzato la “denuncia”, supportato dal fantomatico Gruppo di Lima. L’Iran e Hezbollah – aveva detto – hanno una solida base operativa in Sudamerica, in alleanza con la “narcodittatura di Nicolas Maduro. Fallire in Venezuela significherebbe una vittoria per il terrorismo, la delinquenza transnazionale organizzata e l’antisemitismo”.

Gli aveva fatto eco il segretario di Stato statunitense, Mike Pompeo, segnalando che “Hezbollah ha le sue cellule attive in Venezuela e che, così facendo, gli iraniani stanno danneggiando i popoli del Venezuela e di tutta l’America Latina”. Il Gruppo di Lima, a sua volta, aveva invitato “la comunità internazionale ad agire di fronte al coinvolgimento crescente del regime illegittimo di Nicolas Maduro in distinte forme di corruzione, narcotraffico e delinquenza organizzata transnazionale che coinvolge i suoi familiari e prestanome, così come il riparo che offre alla presenza di organizzazioni terroriste e gruppi armati illegali in territorio venezuelano e l’impatto nella regione delle sue attività”.

Aderendo alla proscrizione del partito libanese Hezbollah da parte degli USA, i think tank del Pentagono criminalizzano normali relazioni economico-commerciali, assolutamente visibili, rendendole funzionali alla retorica della “guerra al terrorismo”. Media come El Nuevo Herald o il Panam Post pubblicano liste-bersaglio che hanno al centro il Ministro delle Industrie venezuelano, il vicepresisdente Tareck El Aissami, messo in relazione con “Ghazi Nasr al Din (più noto come Ghazi Atef Nassereddine), e con l’uomo dell’Iran, il generale Aref Richany Jimenez”.

In questo caso, l’“esperto” citato è Joseph Humire, qualificato come “specialista in sicurezza emisferica e direttore esecutivo del Centro para una Sociedad Libre y Segura, con sede a Washington”. “Hezbollah – dice Humire – è un gruppo terrorista, definito tale da oltre 50 paesi nel mondo. Compie atti di terrorismo in America latina, i più noti furono 25 anni fa quello contro l’AMIA in Argentina, e uno a Panama nel 1994. Però, oltre a compiere attentati, è coinvolto con altri gruppi terroristi nella regione e con gruppi criminali come le FARC e l’ELN”.

Il cerchio si chiude con un altro “esperto”, questa volta italiano, Emanuele Ottolenghi, che riprende e diffonde la teoria in una intervista con il Jews News Syndicate (JNS). “Il Venezuela è un punto di transito per la cocaína, e Hezbollah ha una importante rete di affari in Venezuela, ci sono molte connessioni con Colombia, Panama e con le Antille Olandesi, che poi vengono usate per lavare il denaro sporco della droga”, dice Ottolenghi, ricercatore della Fundación para la Defensa de las Democracias, con sede a Washington.

Ottolenghi è direttore del think tank Transatlantic Istitute ed è presente anche nel think tank italiano Trinità dei Monti. Durante un suo viaggio in Argentina, ha riproposto le sue analisi a proposito dell’attentato alla mutua ebraica Amia, assumendo la tesi sostenuta da Israele, e mai dimostrata, con la quale si è cercato di coinvolgere l’attuale vicepresidente argentina Kristina Kirchner nella morte del giudice Nisman, che su quei fatti indagava.

Una tesi ripresa dai grandi media italiani a fine anno, dopo l’arresto a Roma di un imprenditore colombiano.

“L’Iran potrebbe utilizzare il Venezuela per vendicare Soleimani e attaccare gli Stati Uniti”, scrive adesso il PanAm Post disponendosi allo scenario elettorale che si annuncia in Venezuela, e ribadendo il proprio sostegno a Guaidó. Un sostegno che arriva, come dal mondo della satira, anche dai governi subalterni agli Usa, compresa l’Unione Europea, che si congratulano ufficialmente per... la rielezione di Guaidó come presidente del del Parlamento e come “presidente a interim” del Venezuela.

E così, forti del supporto di Trump e dei media di guerra, gli autoproclamati fanno appello di nuovo alla violenza di piazza. E non poteva mancare il comunicato di Amnesty International, che denuncia “gravi attacchi contro rappresentanti dell’opposizione all’Assemblea Nazionale”.

Contro il socialismo bolivariano si annuncia un nuovo anno di menzogne, un altro anno sulle barricate.

Fonte

07/01/2020

Aree di crisi nel mondo del 03-01-2020

di Stefano Orsi

Primo articolo del 2020, un saluto a tutti i lettori ed un augurio di buon anno a tutti voi.

Purtroppo il 2020 non sembra partire sotto i migliori auspici.

Con un atto tanto scellerato quanto criminale, gli USA, su diretto ordine del Presidente, hanno compiuto una strage.

Sono stati assassinati con missili aria-terra il Generale Qassem Soleimani, comandante iraniano incaricato di organizzare e comandare le milizie sciite, ma non solo sciite, che hanno combattuto l'ISIS ed Al Qaeda in questi anni di guerra, dal Libano all'Iraq passando per la Siria.

Nato da una povera famiglia contadina, il generale Soleimani è rimasto una persona semplice e concreta, legato alle sue tradizioni, poco incline a lussi o vanità che non gli erano affatto gradite.

Sempre vicino alle milizie sul campo, riuscì ad infondere loro coraggio e determinazione per fermare l'avanzata del califfato quando giunse alle porte di Damasco, a lui si affidarono gli Iracheni per riconquistare il Paese, persino per l'esercito nazionale, divenne un esempio ed un riferimento.

Promise di sconfiggere il Califfato in tre anni e vi riuscì entro il 2017.

Ho scritto un mio pensiero a riguardo e in riferimento alla vergognosa campagna di stampa che ne parla come di un terrorista, e anche alcuni politici nostrani, facendo sfoggio di una abissale ignoranza, che da sempre li contraddistingue, ne sposano la linea e i pochi infimi contenuti. Parlo naturalmente di Salvini, e altri, a scanso di equivoci.

https://www.facebook.com/stefano.orsi.376/posts/1765189840281888?notif_id=1578056275259231¬if_t=feedback_reaction_generic
"Qassem Soleimani

Leggo qualunque cosa priva di senso dai nostri media nazionali, definito terrorista, baluardo della lotta all'occidente e tante altre cavolate.

Il gen. Soleimani era un vero EROE.

Lo divenne sul campo, durante la guerra Iraq-Iran, guerra voluta dalle monarchie del golfo, da Israele e dagli USA che spinsero l'Iraq di Saddam Hussein ad attaccare l'Iran.

L'Iran non attaccò mai nessun Paese, ne mai ha sostenuto a differenza dei fomentatori della guerra, il terrorismo.

Dopo la guerra venne incaricato di organizzare e difendere le popolazioni sciite fuori dai confini iraniani e lo fece con grande capacità e dedizione.

Fu proprio grazie al suo lavoro meticoloso e di grande livello che le milizie sciite irachene furono in grado di fermare l'ISIS che dilagava nell'Iraq, lo fece nonostante l'esercito stesse ritirandosi precipitosamente, le caserme erano abbandonate con i soldati in fuga, con tutte le armi che entrarono in possesso del califfato.

Le sue milizie si incaricarono di fermarli e lo fecero e non smisero di combattere fino a che non arrivarono al confine siriano e neppure allora cessarono di cercare i covi del terrorismo.

Ugualmente andò in Siria dove coordinò le milizie iraniane e irachene oltre che quelle sciite locali, sempre per combattere il terrorismo, sempre combattendo ISIS ed Al Qaeda, formazioni ben note ed emanazione diretta delle Monarchie assolute del Golfo, degli USA, di Israele e sostenute anche da alcuni paesi europei.

Non fu mai un guerrafondaio, ma sempre nella sua vita fu chiamato a difendere il suo Paese o le sue genti in altri, rispondendo alle aggressioni e alla ferocia altrui.

Ecco chi era il generale Qassem Soleimani, un uomo di umili origini, semplice, umile, poco incline al lusso, sempre rimasto legato alla terra, i suoi erano dei poveri contadini, e alla concretezza che da quella gente e cultura deriva.

Il gen. Soleimani non cominciava mai le guerre, ma veniva chiamato a porvi fine e lo fece sempre da vittorioso quale era.

Ci mancherà perchè persone così sono importanti per i popoli liberi del mondo, per chi ama la libertà e si batte per difenderla.

Il mondo è un posto più povero ora che non c'è più, ma allo stesso tempo più ricco del suo esempio rispetto a prima che lui vivesse.”
La morte del Generale Soleimani nasce nella disperazione USA dovuta alla sostanziale sconfitta in Siria, dove non sono riusciti a cambiare il governo del Paese ed anzi si ritrovano con un Presidente regolarmente eletto dal popolo, che gode di grande popolarità e che ha ora un esercito più forte che prima dell'inizio della guerra.

Il crescente peso che l'Iran sta assumendo nella regione della Mezzaluna sciita è per loro e per Israele un vero tormento.

Non riescono a darsi pace.

Ecco che arriva quindi la decisione di colpire pesantemente l'Iran, compiendo una atto di una gravità senza precedenti, uccidendo un generale di un Paese con cui formalmente non si trovano in guerra e che invece potrebbe costituire in se e per se un vero atto di guerra.

Data la totale mancanza di legittimità a questo tipo di crimine, nessuna azione del generale contro gli USA, e il fatto che sia stato compiuto su territorio di uno stato ospitante e senza la sua autorizzazione, costituisce la ragione per poterlo considerare un vero e proprio atto di terrorismo internazionale.

Gli USA stanno rincorrendo Israele giù nella cloaca delle peggiori bassezze umane e nella demolizione definitiva del diritto internazionale sostituendolo con la legge della savana.

Appare tutto anche più grave alla luce del fatto che fosse stato l'Iran stesso per via diplomatica ad avvisare gli USA della visita in Iraq del generale Soleimani, proprio a causa dei disordini seguiti all'attacco USA e pregandoli quindi di non intraprendere azioni contro di lui, sarebbe stata usata una via diplomatica che passa dalla Svizzera, di ritorno gli USA, usando la stessa via hanno risposto oggi intimando all'Iran di non rispondere ai loro crimini.

Quale infinita e pericolosissima arroganza e assenza di valori e morale.

Tre giorni di lutto nazionale sono stati proclamati in tutto l'Iran.

Gli USA invece si stanno mobilitando per sostenere una eventuale risposta di Teheran.

Per come li conosco e comprendo, la classe dirigente iraniana, da sua santità l'Ayatollah Khamenei e ancora di più il Presidente Rohani, sono persone molto riflessive e poco inclini all'agire d'impulso.

I vertici iraniani si riserveranno di rispondere, nel modo che riterranno più opportuno, con i modi, i tempi, e anche la scelta del dove rispondere, valuteranno tutto, cosa possa creare il maggior danno fisico, economico, di immagine e di politico al criminale che ha commesso questi atti di vero terrorismo.

Sapranno darsi la risposta corretta e se dovesse essere che il modo migliore per rispondere sia proseguire con la stessa perseveranza il lavoro del generale Soleimani, per aumentare le tutele dei popoli sciiti , ma non solo sciiti, del Medio Oriente, allora faranno quello, e faranno crescere ancora il ruolo di pace e stabilità che l'Iran sta assicurando a fronte dei tentativi di fare precipitare quei Paesi nel caos e nella guerra totale.

Libia

Anche la Libia ci riserva importanti novità, innanzitutto il Parlamento di Ankara ha votato l'approvazione alla missione militare turca in Libia, dietro richiesta diretta del Presidente Serraj.

Nella notte i primi 250 soldati turchi sono arrivati a bordo di alcuni voli, con molto materiale bellico e tecnico.

A loro il compito di preparare l'arrivo dei successivi.

Seguono i circa 1600 miliziani giunti nei giorni scorsi.

Abbiamo visto in questi giorni le LNA spingere il fronte per ottenerne i maggiori vantaggi possibili prima dell'intervento diretto turco.

Non hanno ottenuto quasi nulla, avanzando di poco e non riuscendo a riconquistare o costringere all'abbandono della città strategica di Garyan.

La Turchia a breve interverrà anche con l'Aviazione e allora le attuali sorti militari potrebbero capovolgersi.

Ricordo che ad appoggiare le LNA di Haftar troviamo Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi, Francia e Russia.

A Garyan ricorderete si parlava apertamente di forze speciali francesi ed oggi di truppe egiziane che iniziano a posizionarsi a Tobruk e altre città apparentemente per coordinare attività navale e costiera.

La Grecia si muove per rendere difficile alla Turchia rifornire le sue forze in campo, ma potrà fare ben poco, come del resto anche l'Egitto che non può certo attaccare un Paese della NATO che difende legalmente un Paese amico.

Disponendo di diverse aerocisterne, la Turchia è addirittura in grado di colpire le forze di Haftar dal suolo turco con i suoi caccia.

Comunque nei prossimi giorni avremo modo di capire meglio l'evolversi della situazione sul campo e analizzare le prospettive di questo scenario.

Oggi ho registrato con Sascha di SakerItalia.it la 62° puntata della nostra Sitrep, analisi degli scenari di crisi nel mondo, sia guerre che tensioni elevate.

Buona visione, naturalmente questa è stata incentrata sulla strage di Baghdad e sull'assassinio di Qassem Soleimani.

Buona visione.

https://www.youtube.com/watch?time_continue=562&v=1iXG52io-gQ&feature=emb_logo

Per oggi è tutto

Fonte

06/01/2020

Per il Diritto Internazionale l’azione di Trump configurabile come atto criminale e terrorista

di Luca Cellini

È ormai argomento di cronaca internazionale e oggetto di discussione l’uccisione del generale Qassem Soleimani avvenuta alle prime luci dell’alba del 3 gennaio 2020 quando il maggiore generale Soleimani è stato assassinato sotto il fuoco di un attacco statunitense all’aeroporto internazionale di Baghdad, in Iraq. Assieme a Soleimani sono rimaste uccise altre 7 persone fra cui il capo delle Forze di Mobilitazione Popolare sciite irachene Abu Mahdi al-Muhandis. L’operazione è stata ordinata direttamente dal presidente statunitense Donald Trump, dopo conferma della CIA, senza nemmeno avvisare il Congresso statunitense.

Qassem Soleimani era il potentissimo leader delle Guardie rivoluzionarie di Teheran, Soleimani era il viceré dell’Iraq, della Siria, del Libano e di Gaza, l’uomo più temuto del Medio Oriente, operava al diretto servizio della Guida Suprema Ali Khamenei e aveva funzioni operative da generale, da capo delle azioni clandestine, da direttore dei servizi segreti e da ministro della Difesa e degli Esteri.

Non è però obbiettivo di questo articolo entrare nel merito a chi fosse o non fosse il generale Soleimani e tantomeno su cosa abbia o non abbia rappresentato nell’area mediorientale, visto che le opinioni generali sono varie e discordanti, come sempre accade d’altronde all’interno di un conflitto e con interessi e posizioni da difendere da una o dall’altra parte, alcuni lo definiscono una grande figura carismatica, un eroe o addirittura una leggenda, altri ancora lo definiscono non certo un santo, un uomo di guerra, sì, ma anche colui che aveva organizzato la strategia e condotto le numerosissime operazioni che di fatto hanno fermato e sconfitto l’avanzata dell'Isis, altri ancora lo definiscono un brutale e spietato assassino, responsabile di uccisioni di massa con la morte di migliaia di persone e oppressore dei popoli. Per questo scelgo di non andare oltre al riportare le varie opinioni che circolano su Soleimani, così come mi astengo dal riportare il mio giudizio personale che non aggiungerebbe molto, né qualificherebbe nulla almeno allo stato attuale delle cose.

Vorrei però fare una breve analisi dal punto di vista del Diritto Internazionale. L’assassinio mirato del generale iraniano Soleimani, avvenuto a Baghdad, all’interno dell’aeroporto internazionale di uno stato terzo, (l’Iraq attualmente almeno in teoria Stato sovrano con un suo Parlamento eletto) senza una situazione di straordinaria emergenza in atto né una guerra dichiarata fra gli Stati Uniti e l’Iran, per le modalità e il contesto in cui è avvenuto, per il Diritto Internazionale almeno è da considerarsi un atto criminale e terrorista, oltre che fra i gesti più sconsiderati possibili sul piano geopolitico.

Dello stesso parere, apparso in un lungo intervento su Twitter, è Agnes Callamard, un’esperta francese di diritti umani, relatrice speciale di esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie presso l’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani e direttore del progetto “Global Freedom of Expression” della Columbia University: “Le uccisioni mirate di Qassem Soleimani e Abu Mahdi Al-Muhandis sono con ogni probabilità illegali e violano la legge internazionale sui diritti umani, arrivando persino a configurarsi come atto criminale”, ha dichiarato l’addetta dell’alto commissariato per le Nazioni Unite.

“Le giustificazioni che possono legittimare tali omicidi, – ha spiegato la Callamard – sono definite in modo molto restrittivo e puntuale, ed è difficile immaginare come uno di questi motivi possa essere applicato a questi omicidi operati per ordine di Trump. Nella dichiarazione del Pentagono rilasciata dopo l’azione omicida, si afferma che l’obbiettivo di colpire Soleimani è arrivato per ordine del presidente come un modo per “dissuadere i futuri piani di attacco iraniani”. La Callamard ha affermato che “tale ragionamento non regge secondo le regole e i principi del Diritto Internazionale.”

“Il futuro ipotetico non è lo stesso di un pericolo imminente, che è il principio basato sul tempo richiesto proprio dal Diritto Internazionale per poter giustificare di colpire un determinato obiettivo – ha detto la Callamard, spiegando inoltre che – “Un’azione mirata ad uccidere nel diritto internazionale, può essere giustificata solo se è strettamente necessaria a proteggersi da una minaccia imminente di pericolo di vita. Il coinvolgimento in passato di un individuo in attacchi terroristici, come giustificato da Trump, non è sufficiente a rendere legittima la motivazione per l’uccisione” – così come – “la dichiarazione del Pentagono che pone maggiore enfasi su attività pregresse e violazioni attribuite a Soleimani è del tutto insufficiente come motivazione.”

“Da questo punto di vista, l’uccisione pare invece più un’azione di rappresaglia per il passato che un’azione anticipatoria di autodifesa. Il riferimento al fatto che Soleimani stesse 'attivamente sviluppando piani d’attacco' è curioso dal punto di vista semantico così come da quello militare: è sufficiente forse per corrispondere ai criteri di necessità e proporzionalità?” – chiede la Callamard nel suo intervento – “Il concetto della cosiddetta azione anticipatoria di autodifesa è molto rigoroso: deve sussistere una necessità ‘istantanea, schiacciante e che non lasci alcuna scelta di mezzi e alcuno spazio per prendere decisioni’.

Estremamente difficile che ciò si possa applicare in casi del genere. In altre parole, chi ha compiuto l’attacco dovrebbe dimostrare che le persone prese di mira costituivano un’imminente minaccia verso sé o altri. Il pregresso coinvolgimento di una persona in azioni di ‘terrorismo’ non è sufficiente a rendere legale la sua uccisione”.

“In tal senso – prosegue la relatrice per i Diritti Umani – la dichiarazione del Pentagono non menziona le altre persone uccise insieme a Soleimani. Danni collaterali? Probabile. Un atto illegale? Assolutamente sì” – ha concluso l’esperta di Diritto Internazionale dell’Alto Commissariato ONU nel suo articolato intervento.

Quel che appare certo, perché da lui stesso dichiarato e poi ribadito, è che l’operazione è stata autorizzata direttamente dal presidente Trump, cosa che alza ulteriormente il livello di criminalità della condotta internazionale di Washington e, nel contempo, fa aumentare in maniera vertiginosa il rischio di una conflagrazione senza precedenti nella regione mediorientale.

Stando strettamente sul piano giuridico, aver dato l’ordine dell’assassinio di Qassem Soleimani mette il Presidente Trump nel poco invidiabile ruolo di criminale internazionale. Sì, perché è un crimine internazionale riconosciuto dall’ONU stesso e perseguito dalle varie Corti Internazionali far uccidere il numero 2 di un Paese con il quale non si è in guerra. Per il Diritto Internazionale questo atto equivale senza se e senza ma, ad una azione di terrorismo puro e semplice, da condannare e perseguire penalmente ai termini della legge internazionale del Diritto.

Se analizziamo la questione da un punto di vista geopolitico, Donald Trump, la sua amministrazione, il governo in carica, le Forze Militari USA, i Servizi Segreti, e lo Stato americano, con questa operazione hanno deciso di aprire il nuovo decennio nel peggiore dei modi possibili. Tutto questo all’interno di un contesto geopolitico, come quello mediorientale che a fatica stava ritrovando una forma di precario equilibrio e una strada di disinnesco dal conflitto.

L’assassinio di Soleimani in questo contesto è dunque un atto totalmente irresponsabile che, non solo mette a serio e oggettivo rischio d’incendiare tutta l’area, con conseguenze che aggiungerebbero morti ai morti e ancora nuove catastrofi umanitarie. Ma dimostra anche come fra le potenti forze all’interno del governo e dell’apparato militare degli Stati Uniti, le stesse che consigliano Trump, così come tra i loro alleati mediorientali, ci sia una precisa intenzione di andare verso uno scontro militare diretto e frontale contro l’Iran.

Una volontà di entrare in aperto conflitto che si è manifestata in molti modi, già a partire dal ritiro statunitense dal cosiddetto accordo 5+1, stipulato a più mani sul nucleare iraniano. In quell’occasione Trump fu “consigliato” dai suoi consiglieri, e caldamente invitato ad abbandonare l’accordo sotto le pressioni dei reali sauditi di Ryad e del governo di Tel Aviv. Intenzione del tutto ostile verso Tehran che si è poi manifestata ancora intensificando e imponendo embarghi e sanzioni verso l’Iran.

Embarghi e sanzioni che su fortissima pressione dell’alleato atlantico, sono stati applicati in seguito da tutti i vari paesi europei. Tutto questo ha prodotto un’ulteriore isolamento dell’Iran, estremizzandone le posizioni, impedendone anche il rafforzamento dell’economia, e garantendo così pure la predominanza del petrolio saudita, di modo da lasciarlo privo di una possibile concorrenza da parte di un paese “ostile”, visto nella Repubblica iraniana.

L’intenzione seria di scatenare una nuova grande guerra mediorientale che potrebbe dilagare anche oltre, pare ancora più evidente alla luce delle varie dichiarazioni rilasciate dai vari attori presenti sullo scenario internazionale. Dove, da una parte si vede Trump gettare altra benzina sul fuoco nelle successive dichiarazioni rilasciate, le quali appaiono più minacce da boss mafioso durante un regolamento di conti, che dichiarazioni di un Capo di Stato.
Proclami, i suoi, che risaltano ancora di più come ostili e provocatori, se messi a confronto con l’invito alla calma e al ragionare da parte di Cina e Russia, ma anche quelle che esprimono seria preoccupazione da parte dell’Europa, solitamente prona e totalmente allineata al potente alleato transatlantico.

In queste ultime ore sono apparse anche ipotesi di un possibile e diretto coinvolgimento dell’Italia in questo attacco operato dalle forze statunitensi: diversi comitati antimilitaristi ventilano la possibilità che il missile usato per colpire Soleimani possa provenire direttamente dall’arsenale di armi situato presso la base di Camp Darby a Livorno, trasportato via nave fino all’aeroporto militare Nato nella base di Sigonella, armato sopra un drone controllato attraverso il centro operativo MUOS di Niscemi. Una simile ipotesi aprirebbe anche un fronte di fortissima preoccupazione per il territorio italiano e per l’uso delle basi Nato presenti in Italia, in vista di un possibile conflitto armato diretto fra USA e Iran.

Non ci va giù sottile ad esempio il Generale Franco Angioni, ex comandante delle truppe terrestri Nato nel Sud Europa e prima ancora del contingente italiano in Libano, che ha dichiarato: “L’azione che ha portato all’uccisione del generale Soleimani, soprattutto se ordinata direttamente, dal presidente degli Stati Uniti, ha purtroppo il sapore di un atto che nella nostra cultura deteriore definirei ‘mafioso’. Quello commesso dal capo della Casa Bianca è un gravissimo errore strategico le cui conseguenze, in termini di sicurezza, cadranno addosso alla comunità internazionale, e dunque anche all’Europa, e all’Italia. Esprimo una grande preoccupazione. È alquanto probabile che l’azione condotta dalle forze statunitensi comporti conseguenze molto dannose per la gestione della già difficile situazione mediorientale”.

Rincara la dose Bernie Sanders che ha affermato: “La pericolosa escalation di Trump ci porta più vicini ad una nuova guerra disastrosa in Medio Oriente che potrebbe costare un numero infinito di vite umane ed altri trilioni di dollari”. Anche sul fronte democratico l’azione non ha riscosso l’approvazione, imputando a Trump di non esser nemmeno passato dall’approvazione del Congresso e di “aver gettato un candelotto di dinamite dentro una polveriera”.

Una strategia quella degli USA che cerca in tutti i modi di alzare il livello del conflitto per colpire la Repubblica Islamica Iraniana, ma che rischia seriamente di ritorcersi contro la stessa Casa Bianca. Proprio nel contesto iracheno, infatti, l’uccisione di Soleimani potrebbe fare esplodere definitivamente le frustrazioni diffuse tra la società e una parte significativa della classe dirigente irachena, con conseguenze tutt’altro che favorevoli per Washington.

Il rischio più serio è l’innesco di una nuova guerra civile dentro l’Iraq che avrebbe conseguenze disastrose per tutti, addirittura per il contingente americano stesso di stanza in Iraq. Il risultato finale potrebbe essere infine una mobilitazione del paese mediorientale contro la stessa presenza militare americana sempre più percepita come vera e propria forza d’occupazione. Dopo la morte di Soleimani, infatti, il premier Mahdi ha definito il raid niente meno che una “aggressione” contro l’Iraq e una “seria violazione” delle condizioni che regolano la presenza USA nel suo paese.

La prima conseguenza pratica ottenuta è la convocazione d’urgenza del Parlamento di iracheno per discutere di una possibile delibera parlamentare per l’espulsione del contingente militare USA dal paese. A muovere la richiesta il forte timore dell’eventualità sempre più probabile di un conflitto tra USA-Iran, il timore è che tale conflitto possa venir combattuto anche all’interno dei confini iracheni.

Per tutta risposta gli Stati Uniti per bocca del loro portavoce alla difesa fanno sapere che si pensa a un nuovo invio di altri 3.500 soldati americani all’interno dell’Iraq.

Ad ogni modo già adesso, all’orizzonte si prospetta una nuova complicatissima occupazione da parte degli Stati Uniti per potere utilizzare l’Iraq come base di una possibile guerra contro la Repubblica Islamica.

Nel frattempo, tutte le più alte cariche dirigenziali iraniane hanno annunciato misure durissime e proporzionate al crimine commesso dagli USA. “Il sangue di Soleimani sarà vendicato”. Queste le parole usate questa mattina dal presidente iraniano Hassan Rohani nel corso di un incontro con i familiari del generale ucciso.

Gli iraniani tra le varie controreazioni all’assassinio di Soleimani potrebbero decidere di colpire Israele per rappresaglia, riprendere il programma nucleare, ma anche di mettere nel mirino le petroliere nello stretto di Hormuz dal quale passano 22,5 milioni di barili di petrolio al giorno. Intanto il prezzo del greggio ha raggiunto in poche ore i massimi livelli da mesi.

Non resta che sperare, nonostante la fortissima provocazione e l’accerchiamento a cui gli Stati Uniti stanno sottoponendo l’Iran, che prevalga la calma e il ritorno alla ragionevolezza, come chiesti da molti paesi, primi fra tutti Russia e Cina che in queste ore sul fronte diplomatico cercano di gettare acqua sul fuoco appiccato da Trump, che ragionevolezza purtroppo pare proprio non averne.

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