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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/05/2018

Siria. L’Isis abbandona Yarmouk


L’esercito siriano è riuscito finalmente a liberare il distretto di Yarmouk e i distretti attigui, tutti quartieri situati all’interno del perimetro di Damasco. Dopo una sanguinosa battaglia durata diverse settimane, con diverse migliaia di miliziani dell’Isis asserragliati in pochi quartieri, finalmente la contesa ha avuto fine; agli uomini del califfato rimasti vivi sarebbe stato consentito di evacuare verso un’enclave del deserto ancora in mano ai loro commilitoni, anch’essa, per altro, assediata dalle forze governative.

Considerato prima della guerra la capitale dei Palestinesi della diaspora, Yarmouk è stato per anni teatro di “una guerra civile nella guerra civile” fra milizie palestinesi, con i guerriglieri di Fronte Popolare di Liberazione della Palestina-Commando Generale, Fronte Popolare di Liberazione della Palestina e Fatah al-Intifada a combattere al fianco di Damasco e i guerriglieri collegati ad Hamas a combattere al fianco di Al-Nusra.

Ciò finché nel 2015 non è arrivato l’Isis, che si è impadronito di quasi tutta l’area, mettendo ai margini sia filo-governativi, sia anti-governativi. Da allora quasi tutti gli abitanti di Yarmouk sono fuggiti, diventando così “profughi due volte”, e lasciandovi quasi solo i miliziani.

Con la vittoria di Yarmouk, che ha fatto seguito a quella del Ghouta orientale di aprile, Damasco è completamente libera da ogni gruppo fondamentalista sunnita per la prima volta dal 2012, quando l’esercito siriano, che allora non godeva ancora dell’aiuto di Russia ed Hezbollah, fu costretto a concentrare sulla capitale gran parte delle proprie forze (ritirandosi completamente, ad esempio, dalle aree che da allora fanno parte del cosiddetto Rojava) per evitare che i jihadisti giungessero fino al palazzo presidenziale, in una fase in cui la fine del Governo di Damasco e l’uccisione del Presidente Assad sembravano imminenti.

Completamente diversa, invece, è la situazione attuale. Questa ennesima vittoria dell’esercito siriano arriva pochi giorni dopo una nuova tornata dei colloqui diplomatici di Astana, che vedono principali protagonisti la Russia e l’Iran da una parte, e la Turchia dall’altra; Israele, USA e Francia continuano ad essere fuori e a non riconoscere l’esito di tali colloqui.

Anche questa volta, i protagonisti delle trattative hanno rinnovato l’impegno militare diretto a garantire il rispetto delle zone di de-escalation. In particolare, per quel che concerne la provincia di Idlib, occupata in gran parte da gruppi fondamentalisti sunniti spalleggiati dalla Turchia, si è deciso di riaprire il pezzo dell’autostrada che da Damasco porta ad Aleppo, che si trova vicino al fronte. Russia e Turchia garantiranno una propria presenza militare atta a creare una zona cuscinetto intorno all’infrastruttura. A parte questi accordi locali, tuttavia, ancora non s’intravede una soluzione politica complessiva che metta attorno ad un tavolo Governo di Damasco e gruppi di opposizione filo-turchi; fra questi ultimi, fra l’altro, persiste ancora l’ambiguità legata alla loro coesistenza con Hayat Tahrir al-Sham, ex Al-Nusra, esclusa formalmente dai negoziati perché legata ad Al-Qaeda, ma cionondimeno appoggiata, di fatto, dalla Turchia. Lo scenario più probabile, pertanto, rimane ancora quello della cristallizzazione dell’attuale situazione di divisione di fatto della Siria in entità che non si riconoscono fra di loro, ciascuna garantita da una potenza straniera.

Questo per quel che riguarda le aree incluse nei colloqui di Astana. Chi è escluso da questi, come detto, non li riconosce e scalpita per far saltare il banco, creando continuamente pretesti per provocare un’escalation fra false accuse di attacchi chimici e bombardamenti su postazioni governative. Parliamo, ovviamente, di USA, Francia (i quali si giocano ancora la carta delle SDF sul terreno) e Israele.

In particolare, dopo che il Segretario Generale di Hezbollah Hassan Nasrallah ha nei giorni scorsi confermato che dal territorio siriano, in risposta alle continue incursioni, sono stati presi di mira diversi obiettivi israeliani situati nelle alture del Golan occupate, giungono voci continue che il prossimo obiettivo dell’esercito di Damasco potrebbe essere l’area compresa nelle province di Dara’a e Quneitra in mano a milizie legate ad Al-Qaeda e all’Isis; tali aree sono situate al confine con Israele e vengono viste da quest’ultimo già quasi come proprio territorio.

Persino le Nazioni Unite hanno documentato apertamente la collaborazione fra Israele e milizie considerate terroriste che operano nell’area (http://nena-news.it/onu-israele-appoggia-gruppi-jihadisti-che-combattono-in-siria/). Un attacco siriano, dunque, oltre a portare a galla l’ipocrisia di Israele e dei suoi alleati, potrebbe significare anche un peggioramento ulteriore delle relazioni Israele-Russia, ultimamente in forte tensione, e l’apertura di altri scenari incerti.

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20/04/2018

Siria - Salta l'accordo a Yarmouk, ISIS ancora dentro

di Chiara Cruciati

Nella notte raid aerei governativi hanno colpito la zona sud di Damasco. Dopo la ripresa di Ghouta est, l’esercito aveva annunciato la controffensiva sui sobborghi meridionali, il campo profughi palestinese di Yarmouk, Hajar al-Aswad e Babila. Ieri, dopo alcuni bombardamenti e un ultimatum all’Isis e al Fronte al-Nusra, le due fazioni islamiste presenti, sembrava che il governo avesse ottenuto la resa delle migliaia di miliziani che da anni assediano le tre località.

A darlo per certo era stata anche al-Mayadeen, tv legata a Hezbollah, il movimento sciita libanese, che aveva indicato anche i termini dell’accordo: «L’uscita di tutti i combattenti di Daesh, Fronte al-Nusra e altre fazioni più piccole dalla Ghouta occidentale», come viene chiamata l’area. «I miliziani di Daesh, circa 1.200, lasceranno la cittadina di Hajar al-Assuad e il campo di Yarmouk verso la provincia orientale», ha aggiunto l’emittente.

Dunque verso Deir Ezzor, città del nord-est siriano, in parte ripresa dal governo ma dove sono ancora presenti sacche legate allo Stato Islamico. Ovvero al confine con l’Iraq, per anni poroso punto di transito di armi e uomini, che ieri il governo di Baghdad ha bombardato: dietro coordinamento con Damasco l’aviazione irachena ha compiuto alcuni raid aerei contro postazioni dell’Isis in territorio siriano. Al contrario i miliziani qaedisti di al-Nusra sarebbero stati trasferiti a Idlib, provincia nord-occidentale, dove da tempo vengono evacuati gli islamisti a seguito di accordi di evacuazione, facendo diventare la zona un concentrato di gruppi jihadisti e salafiti di cui al-Nusra è leader – quasi – indiscusso.

Ma l’accodo è collassato e ieri notte l’aviazione siriana ha colpito più volte le postazioni islamiste a Yarmouk e Hajar al-Aswad. Aree sotto assedio da anni, con Yarmouk dal 2015 in mano allo Stato Islamico, ridotto letteralmente alla fame e spopolato: quello che è sempre stata considerata la “capitale” della diaspora palestinese, nel campo oggi vivono solo 5mila persone delle 180mila di prima della guerra, rifugiati palestinesi, ma anche siriani poveri, libanesi, profughi iracheni.

Sono invece diretti a Jarabulus (cittadina di confine tra Siria e Turchia, nella regione a maggioranza curda di Rojava, probabilmente a sostegno delle operazioni turche contro le unità di difesa popolare curde Ypg/Ypj) i 1.500 miliziani di Jaysh al-Islam che ieri hanno lasciato a bordo di 21 autobus la cittadina di al-Dumayr, est di Damasco. Uscita in sicurezza in cambio di armi pesanti, veicoli militari, cannoni e sistemi lancia-missile, un equipaggiamento significativo che si spiega con i ricchi finanziamenti da parte dell’Arabia Saudita, primo sponsor di Jaysh al-Islam.

Il gruppo, fino a due settimane fa leader di Douma, la principale città di Ghouta est, nel sobborgo damasceno aveva messo in piedi un articolato sistema militare. Lo mostrano in questi giorni i reportage, i video e le foto dei giornalisti occidentali ammessi in Siria, tra cui Robert Fisk. Una rete di tunnel, laboratori e magazzini di armi. A seguire un video inviato a Nena News da un giornalista siriano mostra il sofisticato sistema di tunnel sotterranei degli islamisti a Ghouta est.

Video

Non è invece ancora partita la missione dell’Opac, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, che dovrebbe investigare l’utilizzo o meno di armi chimiche a Ghouta est attraverso analisi biometriche, raccolta di campioni e interviste ai feriti. Arrivata a Damasco una settimana fa, sarebbe dovuta entrare nel sobborgo sabato ma da allora sta ancora aspettando. Secondo Mosca mancava all’inizio il via libera del segretario generale dell’Onu, poi – una volta entrati – gli esperti sono stati oggetto di colpi di arma da fuoco. Nessun ferito ma un nuovo ritardo.

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Siria - OPAC ferma, reporter USA smentisce l'attacco chimico

di Michele Giorgio il Manifesto

James Mattis voleva l’approvazione del Congresso al raid contro la Siria lanciato ‎sabato scorso dagli Stati Uniti. La richiesta del Segretario alla difesa però fu ‎respinta da Donald Trump, intenzionato a non attendere i tempi della politica e a ‎colpire Damasco subito in risposta al mai accertato attacco con armi chimiche su ‎Douma del 7 aprile, attribuito dall’opposizione siriana all’aviazione governativa. ‎Mattis comunque avrebbe strappato al presidente il sì a lanci di missili limitati a tre obiettivi, per evitare di colpire le postazioni russe in Siria. A scriverlo è stato il New ‎York Times rivelando il retroscena dell’attacco e le differenze in seno ‎all’Amministrazione sulla politica Usa nei confronti della crisi siriana. Il Pentagono ‎ha negato tutto bollando la rivelazione del Nyt come falsa. ‎

‎ La questione è di scarso rilievo. Ciò che conta è che Washington, assieme a Londra e Parigi, ha aggredito la Siria senza attendere la foglia di fico di una risoluzione Onu e senza permettere lo svolgimento di indagini per accettare cosa sia accaduto il 7 aprile. L’incertezza intanto si fa sempre più fitta mentre Trump, ‎Emmanuel Macron e Theresa May nei giorni scorsi parlavano di uso certo di armi ‎chimiche.

Dopo il giornalista britannico Robert Fisk che ha riferito di non aver ‎trovato a Douma conferme di un attacco con gas velenosi a danno della popolazione ‎civile, anche un reporter americano, Pearson Sharp, di One America News – ‎network tv conservatore che ha appoggiato la campagna elettorale di Trump – ha espresso forti dubbi. Sharp ha detto di aver intervistato dieci abitanti e nessuno di essi ha avvalorato la tesi di un lancio di ordigni con gas.

Sharp ha aggiunto di essere ‎entrato nel quartier generale di Jaysh al Islam, il gruppo jihadista finanziato ‎dall’Arabia Saudita che fino a qualche giorno fa aveva il controllo di Douma, ‎trovandoci migliaia di proiettili di mortaio e ingenti quantitativi di armi.‎


Tra lo scetticismo di Trump e dei suoi alleati, gli esperti dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) si dicono pronti a fare luce sull’accaduto. ‎Ma non hanno cominciato il loro lavoro. Giunti a Damasco il 14 aprile, aspettano ‎ancora il via libera dei responsabili della sicurezza delle Nazioni Unite per avviare ‎le indagini. Ieri il direttore dell’Opac, Ahmet Uzumcum, è stato perentorio quando ‎ha affermato che la missione diventerà operativa solo se le sarà consentito l’accesso ‎illimitato a tutte le aree di indagine. Peraltro ieri a Douma si sono sentiti degli spari e questo ha frenato ulteriormente il via libera degli uomini della sicurezza dell’Onu.

Ad alcuni chilometri di distanza da Douma, le forze armate siriane intanto hanno intensificato la pressione attorno al campo profughi palestinese di Yarmuk – la sua ‎popolazione in gran parte è fuggita negli anni passati – e ai vicini sobborghi di Hajar ‎al Aswad e Babila, fuori dal controllo governativo da sei anni e dal 2015 nelle mani ‎dei miliziani dello Stato islamico che qualche settimana fa sono entrati anche a ‎Qadam, sempre a ridosso di Damasco, abbandonato dai rivali qaedisti di an Nusra. ‎Sconfitti intorno alla capitale, i jihadisti hanno provato ieri a cogliere di sorpresa ‎l’esercito siriano a Quba al Kurdi, a sud di Hama, un’area strategica in ci sono ‎stanziate le forze governative e i miliziani. I combattimenti in quella zona ora sono ‎intensi.

Con il ritorno di una calma relativa in diverse aree del Paese, si accentua il rientro a casa dei siriani fuggiti in Giordania, Libano e Turchia. 462 rifugiati da anni ‎ospitati nella località meridionale libanese di Shabaa, ieri a bordo di autobus hanno ‎attraversato la frontiera e si sono diretti verso Beit Jinn, sulle pendici orientali delle ‎Alture del Golan occupate da Israele. ‎

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18/04/2018

Siria - OPAC a Douma, Riyadh pronta a rimpiazzare i soldati USA

di Michele Giorgio – Il Manifesto

La missione dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) è giunta ieri a Douma. I suoi membri indagheranno sul presunto raid con armi chimiche del 7-8 aprile che avrebbe fatto decine di morti. Raid al quale Usa, Francia e Gb il 14 aprile hanno risposto con il lancio di oltre 100 missili contro la Siria.

Appena entrata a Douma la delegazione dell’Opac si è diretta verso l’ospedale dove si trovano ricoverate alcune delle “vittime”. Nelle stesse ore mentre si aspettavano gli esiti dell’audizione  al Congresso del segretario alla difesa Usa, James Mattis, e del capo degli stati maggiori riuniti Joseph Dunford, sui raid americani contro Damasco, i sauditi hanno accreditato un articolo del Wall Street Journal sull’intenzione degli Stati Uniti di rimpiazzare la propria presenza nel nord della Siria (almeno 2mila uomini) con una forza militare congiunta composta da diversi Paesi arabi: Egitto, Arabia Saudita, Emirati e forse il Qatar. Riyadh, per bocca del ministro degli esteri Adel Jubeir, si è detta disponibile a inviare proprie truppe in Siria, con altri paesi, al fine di «stabilizzare la situazione nel Paese». Questa “soluzione” – sarebbe l’inizio della partizione della Siria di cui si parla da tempo – darebbe il via a una guerra devastante. La Siria e l’Iran, e probabilmente anche la Russia, non la accetteranno mai.

Si spera che la missione Opac possa operare senza ostacoli. Il rischio di pressioni è enorme perché se l’Opac dovesse confermare ciò che ripetono Mosca e Damasco, ossia che a Douma non sono mai state usate armi chimiche, l’aggressione alla Siria ordinata sabato da Trump, Macron e May risulterebbe ancora più grave e illegittima. Washington nel frattempo già sostiene che russi e siriani hanno fatto sparire le prove.

Sui fatti di Douma ha scritto sull’Independent il famoso giornalista britannico e vincitore di premi internazionali Robert Fisk. A Douma, Fisk ha intervistato medici e abitanti testimoni di quanto avvenuto tra il 7 e 8 aprile. La sua conclusione è netta: sono vere le immagini che mostrano medici e volontari impegnati nei soccorsi ma le “vittime” non erano state attaccate dal cloro o da gas velenosi ma soffrivano di ipossia, mancanza di ossigeno. Fisk riporta la testimonianza di un medico, Assim Rahaibani, dal luogo del presunto attacco chimico. Rahaibani spiega che le persone nei filmati hanno rischiato di rimanere asfissiate dopo un bombardamento che aveva fatto crollare numerosi edifici sui ricoveri e tunnel sotterranei in cui la popolazione di Douma trovava rifugio durante i combattimenti tra jihadisti e forze governative. ‎«La gente è arrivata qui soffrendo di ipossia – ha raccontato il dottor Rahaibani – poi qualcuno alla porta, un membro degli ‘Elmetti Bianchi’, ha gridato ‘Gas’ ed è stato il panico. Le persone hanno iniziato a gettarsi acqua addosso. Sì, il video è stato girato qui, è autentico, ma quello che si vede sono persone che soffrono di ipossia, non di avvelenamento da gas‎». Altri abitanti di Douma intervistati da Fisk non hanno confermato l’attacco chimico.

Intanto in Siria continua la guerra. Riconquistata la Ghouta orientale e ottenuta la resa dei miliziani di Jaysh al Islam ad al Dumair, ieri l’esercito siriano ha dato il via alla fase preliminare di una nuova grande offensiva a sud Damasco. L’area interessata è quella del più grande dei campi profughi palestinesi, Yarmouk, e di alcune zone limitrofe – Hajar al Aswad e Tadamon – dal 2015 sotto il controllo dell’Isis che a marzo ha occupato anche Qadam. Da Yarmouk la popolazione è in gran parte fuggita ma alcune migliaia di rifugiati restano nel campo. Una riconquista da parte del governo di quest’area libererebbe Damasco da qualsiasi pressione. Inoltre aprirebbe la strada ad una nuova offensiva, nel sud del Paese contro altre formazioni islamiste armate e per il controllo pieno del territorio a ridosso delle linee israeliane sul Golan occupato. In quel caso il rischio già elevato di un conflitto tra gli alleati Siria-Iran-Hezbollah e Israele si farebbe ancora più alto.

Ieri i media israeliani hanno ripetuto per tutto il giorno che Lo Stato ebraico è pronto ad affrontare un possibile attacco, con missili terra terra o droni armati, da parte dei Guardiani della Rivoluzione dell’Iran in risposta al recente raid di Israele sulla base siriana T4 che ha ucciso sette consiglieri militari iraniani. Se sia un rischio reale o solo allarmismo per guadagnare appoggi internazionali in vista di un conflitto ampio, nessuno sa dirlo. Solo i comandi militari delle parti coinvolte conoscono la verità. I media, questa volta siriani, ieri mattina avevano riferito di un attacco, lasciando intendere da parte di Israele, contro la base di Shiryat poi risultato un falso allarme. A quanto pare sarebbe stato un attacco hacker a far attivare i sistemi di difesa missilistica siriana senza che vi fosse una reale minaccia.

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29/12/2016

Siria - Il dimenticato Yarmouk, enclave jihadista a Damasco

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Yarmouk non c’è quasi più: dei 180mila residenti che vivevano tra le vie strette del campo profughi a sud di Damasco, simbolo della diaspora palestinese e per decenni “capitale” del movimento di resistenza, non ne restano che 6mila.

La vita misera di un tempo ha lasciato spazio ad un incubo ancora peggiore: da aprile lo Stato Islamico controlla stabilmente la maggior parte del campo. Non se n’è mai andato nonostante la lotta che i gruppi armati palestinesi hanno condotto un anno e mezzo fa per cacciarlo: si è solo parzialmente ritirato dopo averlo conquistato tutto in pochi giorni.

Ci sono anche i qaedisti dell’ex al-Nusra e altri gruppi di opposizione al governo di Assad, tutti impegnati in scontri quasi quotidiani. Una faida interna che racconta molto della Siria di oggi: le metastasi si stanno allargando in un corpo piagato. L’Isis è ancora presente in Siria e controlla ampie porzioni del paese. Non solo la “capitale” Raqqa o la ricca Deir Ezzor: gli islamisti sono nella capitale.

«La situazione per i civili è estremamente difficile – dice ad al Jazeera Wesam Sabaaneh, direttore della Fondazione Jafra, associazione umanitaria che lavora a Yarmouk – L’Isis impone leggi severe, come l’obbligo d'indossare il niqab. Ha occupato le scuole e compie esecuzioni di civili per le strade. Non c’è acqua pulita, non si sono medicine e le malattie si diffondono velocemente».

Si muore ogni giorno di violenza, malattie, malnutrizione: a metà dicembre Hussein al-Misri di 70 anni ha perso la vita per mancanza di medicinali, facendo salire a 1.277 il numero di civili morti nel campo dal 2011, chi di fame, chi di torture, chi di missili o esecuzioni. A gennaio 2015 il mondo si commosse nel vedere l’immagine di una folla silenziosa e arresa, in fila per un po’ di cibo. Oggi la situazione è la stessa, se non peggiore.

Tra le 6mila e le 7mila persone deperiscono, rischiano la vita per fame. Esattamente 6.250, dice l’Unwra. Erano 18mila due anni fa, 15mila stimati ad aprile. Chi ha potuto è fuggito nei quartieri alla periferia del campo, Yalda, Babila e Beit Saham.

«Dal 13 febbraio al 7 aprile – ci spiega il portavoce dell’agenzia Chris Gunness – abbiamo compiuto 21 missioni dentro Yalda a favore di 6mila famiglie. Ma da maggio 2016 non abbiamo più avuto accesso sicuro all’area per riprendere la distribuzione degli aiuti». L’Onu è tanto lontana da Yarmouk da non riuscire neppure più a monitorare la situazione: da febbraio nessun rapporto viene emesso per aggiornare sulle condizioni dei civili.

A fine novembre l’esercito siriano aveva lanciato un ultimatum all’Isis e all’ex al-Nusra perché abbandonassero subito Yarmouk: un mese di tempo. Se ancora valido, sta scadendo. Ma è difficile dire se Damasco interverrà a breve in quella che è diventata un’enclave de facto dell’Isis nel cuore della Siria. Le truppe governative restano lungo il perimetro del campo, lo assediano come dall’interno i jihadisti assediano i civili dal 2012 quando i due chilometri quadrati di Yarmouk furono trascinati dentro la guerra anche dagli errori di valutazione e i tentennamenti di Olp e Hamas.

Fuori da Yarmouk gli ultimatum sono sostituiti da un presunto dialogo tra governo siriano e opposizioni: è quanto ha riportato ieri l’agenzia Interfax citando il ministro degli Esteri russo Lavrov. Secondo Mosca, il dialogo è ufficiosamente partito.

Ma le opposizioni, quelle conosciute al tavolo di Ginevra, negano di saperne qualcosa. L’Hnc, Alto Comitato per i negoziati, creatura saudita estremamente composita (dai salafiti di Ahrar al-Sham e Jaysh al-Islam ai laici della Coalizione Nazionale e i socialisti del National Coordination Body), ha parlato per bocca dell’ex presidente della Coalizione, George Sabra: «Non abbiamo niente a che vedere con questa storia».

Ci si chiede chi siano le opposizioni con cui Damasco negozierà, visto che fonti russe riportano di consultazioni già in corso ad Ankara per giungere ad un cessate il fuoco nazionale, dopo quello raggiunto ad Aleppo. Una domanda non facile a cui rispondere vista l’assenza di soggetti credibili e rappresentativi del popolo siriano: le opposizioni considerate laiche e legittime, fin dal 2011 sostenute dal fronte internazionale anti-Damasco, sono scomparse o risucchiate dalle più potenti fazioni jihadiste.

Sullo sfondo stanno gli Stati Uniti. Una settimana fa il presidente Obama ha firmato le modifiche all’Us Arms Export Control Act che contiene l’allentamento delle restrizioni nell’invio di armi ai gruppi armati siriani. Mosca ha bollato la legge come atto ostile che potrebbe far arrivare missili anti-aerei ai gruppi jihadisti che monopolizzano la guerra civile. Ma fonti dell’amministrazione Obama specificano: le armi saranno dirette alle Forze Democratiche Siriane guidate dai kurdi che stanno avanzando su Raqqa.

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21/04/2016

Siria - Yarmouk in mano all'Isis ma i due fronti della guerra civile guardano altrove

di Chiara Cruciati

A Ginevra collassa il negoziato, in Siria la guerra morde come prima della tregua. Simbolo del fallimento del dialogo è il campo profughi palestinese di Yarmouk che ad un anno dall’ingresso dell’Isis torna ad essere teatro di scontro tra gruppi islamisti rivali.

Questa mattina Anwar Abdel-Hadi, capo dell’Olp in Siria, ha fatto sapere che gli scontri tra Stato Islamico e Fronte al-Nusra nel campo a sud di Damasco sono tuttora in corso e calcolato che ora il 70% di Yarmouk  è sotto il controllo islamista. Una situazione molto simile a quella di un anno fa quando gli uomini di al-Baghdadi entrarono e occuparono buona parte del campo prima di venir ricacciati indietro dai gruppi armati palestinesi. Ma da Yarmouk non se ne sono mai andati e ora tornano ad avanzare.

La situazione è drammatica: decapitazioni, torture e stupri, questo starebbe avvenendo a Yarmouk secondo Abdel-Hadi. Le famiglie ancora presenti (in pochi anni il campo si è svuotato, solo 16mila i residenti sui 180mila originari) sono bloccate nelle case dagli scontri a fuoco. Cinque persone, tra cui due bambini, sono state uccise nelle ultime due settimane, un bilancio a cui l’Olp aggiunge altre 20 vittime dell’Isis, residenti decapitati dai circa 3mila islamisti presenti a Yarmouk.

Mentre l’Onu stamattina riusciva ad avviare l’evacuazione di 500 persone da quattro città siriane, Zabadani, Fuaa, Kefraya e Madaya, diventata tristemente famosa – come prima Yarmouk – per le decine di morti causati dalla fame, a Ginevra le Nazioni Unite erano costrette ad assistere al collasso di un dialogo che mai ha avuto basi comuni. L’Alto Comitato per i Negoziati (Hnc), federazione delle opposizioni creata dall’Arabia Saudita a dicembre, venerdì ha sospeso la propria partecipazione ufficiale al tavolo, accusata dal governo di “assurdo teatrino” e “immaturità”. La decisione era maturata a seguito degli scarsi progressi sul terreno o meglio degli arretramenti: una serie di attacchi da entrambe le parti ha ucciso 22 civili a Aleppo, poco più tardi 44 siriani perdevano la vita nella provincia di Idlib per missili del governo secondo quanto riportato dall’Osservatorio Siriano, organizzazione anti-Assad basata a Londra.

Ma alla base dell’ennesimo fallimento c’è la distanza insanabile tra le posizioni delle due parti che non accettano compromessi di sorta per giungere alla formazione di un governo di unità e transizione. Damasco non intende sacrificare il presidente Assad, le opposizioni – su indicazione dei loro creatori, Arabia Saudita e Turchia – non vogliono sentir parlare di un esecutivo congiunto, neppure fino alle elezioni presidenziali che lasceranno ai siriani l’ultima scelta. Il capo della delegazione governativa e ambasciatore siriano all’Onu Jaafari ha ribadito la volontà di creare un governo “con membri dell’attuale esecutivo, rappresentanti delle opposizioni, tecnici e figure indipendenti”. Il fronte anti-Assad rifiuta l’offerta. Ed è stallo.

E se in Svizzera è tutto bloccato, in Siria gli equilibri vengono definiti dalle armi. Secondo il Wall Street Journal, che cita fonti statunitensi, la Russia ha mosso alcune unità di artiglieria a nord e l’Iran ha inviato centinaia di truppe nei pressi di Aleppo. Intanto emergono i piani B del fronte internazionale anti-Assad: nuove armi, stavolta più efficaci, ai gruppi di opposizione saranno inviati da Usa e Golfo nel caso il negoziato si chiuda senza risultati e la fragile tregua in corso venga definitivamente accotonata.

A monte sta l’assenza di volontà nel porre fine al conflitto da parte di entrambi gli schieramenti che vedono nella guerra civile siriana lo strumento per ridefinire a proprio favore gli equilibri di potere in Medio Oriente. In Siria, cuore politico e culturale del mondo arabo, ci si gioca il futuro degli assetti internazionali in un periodo di crisi per il Golfo e la Turchia – sostenitori delle opposizioni – e il reingresso trionfale dell’Iran nella comunità internazionale. Sopra, a muovere le fila, sono le due super potenze, la Russia e gli Stati Uniti che in Siria stanno combattendo una guerra fredda diplomatica camuffata da lotta allo Stato Islamico. 

Eppure proprio l’Isis (che dovrebbe rappresentare il nemico comune intorno al quale unire le forze per salvaguardare il paese) è lasciato in un angolo. E nonostante le sconfitte subite in Rojava e a Palmira e nelle città irachene di Tikrit, Ramadi e Sinjar, non arretra perché il suo messaggio di propaganda non è stato scalfito.

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29/12/2015

Iraq - Dopo Ramadi, verso la riconquista di Mosul

di Chiara Cruciati – il Manifesto

Il tricolore iracheno sventola su Ramadi, capoluogo dell’Anbar. Sopra la sede del governo due soldati appoggiano la bandiera tra i serbatoi, in strada le truppe ballano con i fucili in mano. Restano esigue sacche di islamisti nei quartieri est, gli scontri continuano nel 30% della città ma lo Stato Islamico sta scappando, una fuga opposta a quella di maggio quando a dileguarsi furono le truppe di Baghdad. Sette mesi dopo la città sunnita è quasi libera ma in macerie.

I raid occidentali hanno permesso ai soldati iracheni – sostenuti per la prima volta da unità sunnite volontarie – di entrare a Ramadi: «Sì, la città è liberata – annunciava ieri con un po’ di fretta il generale Rasool – Un nuovo capitolo della storia di questo paese».

È probabile che sia così: il governo è riuscito dove aveva fallito a Tikrit. Accanto ai soldati governativi c’erano combattenti sunniti, organizzati dalle tribù, e non le milizie sciite che avevano guidato la riconquista della città natale di Saddam Hussein per poi macchiarsi di odiosi abusi contro i civili. Resta da vedere se il futuro della provincia (teatro del malcontento sunnita verso il governo sciita) seguirà il percorso tracciato dall’azione militare.

Per ora si festeggia, a Ramadi come a Baghdad, Karbala, Bassora. E si pensa alla messa in sicurezza: il premier al-Abadi fa sapere che ad occuparsi della difesa futura e della rimozione di ordigni inesplosi saranno la polizia locale e le tribù. Ramadi è strategica: a 100 km ad ovest di Baghdad e a 50 da Fallujah, taglierà le vie di rifornimento dell’Isis verso la seconda città della provincia e impedirà l’avanzata verso la capitale. Ma soprattutto aprirà alla vera battaglia, Mosul. Il governo lo ha già annunciato: prossimo obiettivo è la seconda città irachena. Che richiederà uno sforzo maggiore: a Ramadi sono stati dispiegati decine di migliaia di soldati, a Mosul ce ne vorranno molti di più. 

Ma soprattutto – è il proposito di Baghdad – alla vittoria militare si dovrà accompagnare la ricostruzione, il ritorno degli sfollati e la pacificazione interna: l’avanzamento dell’Isis non è figlio solo della macchina da guerra di al-Baghdadi, ma anche della rete locale creata in Iraq. Una rete composta da ex baathisti, membri dell’establishment politico di Saddam, tribù locali che hanno visto nell’Isis il mezzo per scardinare l’odiata autorità sciita post-raìs.

Siria, evacuata Zabadani

In Siria l’exit strategy dalla crisi passa per gli accordi locali tra governo e opposizioni, in attesa del negoziato viennese sponsorizzato da Casa Bianca e Cremlino. Dopo il successo di Homs e il fallimento di Yarmouk, ieri è stato implementato quello siglato a settembre per Zabadani, al confine con il Libano. Centinaia di miliziani feriti (membri di al-Nusra, Ahrar al-Sham e Esercito Libero) hanno lasciato la città, da mesi circondata da truppe siriane e Hezbollah. A bordo di bus e ambulanze organizzate dall’Onu hanno raggiunto il Libano dove voleranno in esilio in Turchia.

Simile scenario, ma all’opposto, nei due villaggi sciiti di Kafraya e Fuaa, nella provincia di Idlib, dove centinaia di famiglie vivono sotto l’assedio di al-Nusra. Ad andarsene sono 330 civili sciiti: dalla Turchia torneranno in Siria in zone controllate dal governo. Spostamenti di popolazione che fanno storcere il naso a molti osservatori, già preoccupati dai cambiamenti demografici subiti dal paese.
Gli accordi locali sono ad oggi i più efficaci strumenti per porre fine agli scontri armati, seppure la pace non regni ancora nelle zone interessate: ieri ad Homs 32 persone sono morte in un doppio attentato.

27/12/2015

Siria - Ucciso leader di Jaish al-Islam, salta l'accordo su Yarmouk

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

A pagare per la scomparsa di Zahran Alloush, leader del Jaish al-Islam (l’Esercito dell’Islam), è il campo profughi palestinese di Yarmouk. Ragioni di sicurezza, dicono fonti del governo, impediscono di implementare subito l’accordo siglato due giorni fa tra Damasco e Stato Islamico: le migliaia di miliziani di Isis e al-Nusra dentro e intorno al campo a 8 km dal centro della capitale avrebbero dovuto abbandonare i quartieri occupati in autobus, insieme alle famiglie, per raggiungere Raqqa e permettere così la liberazione dei 18mila residenti rimasti (erano 160mila prima della guerra).

Yarmouk vive soffocata dall’assedio esterno governativo e quello interno delle opposizioni moderate e islamiste dal dicembre 2012: il numero dei suoi abitanti è crollato e i servizi forniti alla comunità più povera della capitale scomparsi. Il poco cibo viene confiscato dai miliziani anti-Assad e rivenduto a prezzi esorbitanti ai civili. Un dramma che ha ucciso oltre 100 persone per denutrizione. Muoiono di fame, i fantasmi di Yarmouk, muoiono di tifo.

L’accordo tra governo e Isis ora è in stand by, dopo l’uccisione in un raid aereo di una delle figure centrali della guerra in corso: «Il Jaish al-Islam avrebbe dovuto garantire il passaggio sicuro [dei miliziani a Yarmouk] attraverso le zone est di Damasco e poi verso Raqqa – dice una fonte interna all’Isis all’agenzia Middle East Eye – Ma la morte di Alloush ci fa tornare al punto di partenza». «Il negoziato è congelato, ma non cancellato», ribatte invece l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, mentre autobus vuoti rimangono di fronte a Yarmouk.

Zahran Alloush, 44 anni, era il comandante del Jaish al-Islam, coalizione salafita attiva per lo più nel quartiere “ribelle” di Damasco, Ghouta, nel quale è stato raggiunto nelle settimane scorse un debolissimo cessate il fuoco. Tanto forte da eliminare ogni opposizione rivale e da creare uno Stato nello Stato, un’amministrazione parallela a Damasco e necessaria a fondare quello che è definito un vero e proprio culto della personalità di Alloush.

Un raid, rivendicato dall’esercito di Assad (seppure fonti parlino di aerei russi), ha centrato giovedì un edificio di Ghouta dove si teneva un meeting segreto: 5 morti, tra cui Alloush. Subito dopo la coalizione ha nominato il suo sostituto, per non indebolirsi in un momento cruciale, dal punto di vista militare e diplomatico. Abu Homam Essam al-Boudani, originario proprio di Ghouta, sarà il nuovo comandante della federazione salafita, nata dopo il 2011 a seguito dell’amnistia concessa all’epoca da Damasco a molti prigionieri. Rafforzatasi nel 2012 quando compì un attentato contro il quartier generale della Sicurezza Nazionale nella capitale siriana, con l’avanzata dello Stato Islamico ha operato al di fuori della sfera di influenza del sedicente califfato, restando in quella opulenta dell’Arabia Saudita, da anni sua finanziatrice.

Il gruppo, considerato una delle forze armate più efficaci, è tanto legato alla petromonarchia (il padre di Alloush è un noto religioso in Arabia Saudita) da essere invitato alla conferenza delle opposizioni a Riyadh a inizio dicembre. Il futuro ora è incerto: la scomparsa di un leader carismatico come Alloush, disposto anche a negoziare (ora non più), potrebbe provocare un arretramento del gruppo. Secondo il quotidiano arabo al-Hayat, l’attacco contro Jaish al-Islam «è il segno del rigetto della conferenza di Riyadh» da parte russa e governativa e la volontà di proseguire nel conflitto per arrivare al tavolo del negoziato con opposizioni più deboli. Ieri, ad una settimana dall’approvazione della risoluzione sulla Siria, l’inviato Onu de Mistura ha annunciato l’intenzione di aprire il dialogo a Ginevra il 25 gennaio con il governo e «il più ampio fronte possibile dell’opposizione siriana».
Proprio Jaish al-Islam è stato tra i motivi di screzio tra Russia e Stati Uniti e Arabia Saudita intorno alla famigerata lista redatta dalla Giordania: 160 gruppi terroristi esclusi dal negoziato. Tra questi non figurava il gruppo di Alloush che, legittimato dal fronte occidentale, ha provocato le proteste di Mosca visti gli abusi contro i civili e le posizioni ultraconservatrici anti-sciite.

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26/12/2015

Siria - Raid uccide leader jihadista sostenuto dai sauditi

Il capo di 'Jaysh al Islam' – 'Esercito dell'islam' – una delle più importanti formazioni armate dell'insorgenza jihadista siriana, Zahran Aloush, è stato ucciso in un raid aereo che ha preso di mira il quartier generale del gruppo nei sobborghi di Damasco, dove era in corso un summit di capi dell'organizzazione. Insieme ad Aloush sono morti anche altri leader, fanno sapere fonti dello stesso gruppo fondamentalista secondo il quale a bombardare la zona con una decina di missili sarebbero stati alcuni caccia russi. La morte di Alloush è stata confermata su Twitter dalla Coalizione Nazionale Siriana, una coalizione di gruppi dell'opposizione al governo Assad sostenuta dall'estero.

'Jaysh al Islam', che conta su alcune migliaia di combattenti addestrati e armati (secondo varie stime circa 15 mila), è il più grande dei gruppi ribelli attivi in Siria ed è considerato quello meglio organizzato.

Prima di fondare 'Jaysh al Islam', Alloush aveva fondato 'Liwa al-Islam' (cioè 'la Brigata dell'islam') con il padre Abdallah, salafita siriano che vive in Arabia Saudita, paese che più di tutti nell'area sostiene la formazione fondamentalista che controlla la zona di Ghouta orientale, alla periferia di Damasco, ed è fautore di un proprio Stato Islamico. Nei giorni scorsi il gruppo aveva partecipato anche al summit di Riad per la nascita della coalizione a guida saudita alla quale per ora hanno aderito 34 paesi, tutti governati da regimi sunniti.

La morte di Alloush rappresenta un duro colpo per la strategia di Arabia Saudita e Turchia che stanno tentando di rafforzare il loro controllo su alcune aree della Siria, attraverso i gruppi combattenti controllati dalle potenze sunnite, allo scopo di contrastare l'avanzata delle forze governative siriane e di quelle che le sostengono (Hezbollah principalmente, ma anche milizie sciite iraniane e volontari siriani).

Dal nord est della Siria è giunta intanto la notizia che lo Stato islamico ha liberato oggi 25 ostaggi assiri, appartenenti a una minoranza etnica di fede cristiana, in cambio del pagamento di un riscatto. I liberati apparterrebbero al gruppo di oltre 200 assiri rapiti dall’Isis alla fine di febbraio nella città di Tel Tamr e nei dintorni, nella provincia nordorientale di Hasaka. Lo scorso 9 gennaio i jihadisti avevano liberato altri 25 assiri nella provincia di Hasaka dopo che la Chiesa assira dell’est aveva pagato un riscatto, secondo quanto aveva rivelato allora a Efe il comandante del Consiglio militare siriaco siriano, Kino Gabriel. 

In base ad un accordo raggiunto con la mediazione dell’Onu, circa duemila jihadisti, compresi miliziani dello Stato Islamico e di al Nusra (branca siriana di al Qaeda), dovrebbero essere a breve evacuati, a bordo di 18 autobus, dal campo profughi palestinese di Yarmouk, in un grande sobborgo a sud di Damasco, dove si trovano assediati dalle forze lealiste e da alcune formazioni combattenti palestinesi. Lo ha annunciato la televisione di Hezbollah in Libano, ripresa da media israeliani.

Secondo le informazioni – pubblicate da Ynet - diciotto autobus sono giunti nell’area di al Qadm, per caricare a bordo circa 1.500 miliziani e loro familiari dal campo profughi palestinese di Yarmouk e dalla vicina zona di Hajar al Aswad – una roccaforte dello Stato Islamico – e per trasferirli in altre zone sotto il controllo del Califfato e di altri gruppi radicali.

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25/12/2015

Siria - Verso la fine dell'assedio a Yarmouk?

Si riaccende la speranza per Yarmouk. Un accordo, ancora in fase di negoziazione tra il governo siriano e i ribelli stanziati nel campo profughi, potrebbe entrare in vigore già domani e mettere fine all’assedio pluriennale che devasta le vite dei suoi abitanti. Lo hanno rivelato fonti Onu all’emittente al-Jazeera, specificando che, in base all’intesa, Damasco consentirà il passaggio a migliaia di miliziani e familiari, tra cui anche quelli dello Stato islamico e del fronte al-Nusra, verso le loro “roccaforti”.

Un accordo controverso, che però appare l’unico modo per liberare una popolazione stremata, intrappolata nel fuoco incrociato dell’esercito governativo e dei miliziani anti-Assad, devastata dalle malattie e dalla fame, in disperato bisogno di aiuti umanitari che non riescono a entrare. Secondo i dati dell’Onu, ci sono circa 18 mila persone ancora assediate nel campo profughi palestinese, sorto in modo “non ufficiale” alla periferia di Damasco nel 1957 per ospitare i rifugiati del conflitto israelo-palestinese che da alcuni anni vivevano in Siria come ombre.

Sempre secondo le stime delle Nazioni Unite, prima della guerra civile nel campo vivevano circa 180 mila tra rifugiati censiti e non. Ritrovatosi al centro degli scontri tra i ribelli del cosiddetto Esercito libero siriano e i militari di Assad – e, conseguentemente, tra le fazioni palestinesi pro e contro il governo siriano – il campo è stato posto sotto assedio dall’esercito governativo nel 2013. Ad aprile dello scorso anno, invece, Yarmouk è stato invaso dai miliziani dello Stato islamico, che a tutt’oggi ne controllano alcune aree.

La popolazione, quasi annientata dalla fame, dagli scontri e della fuga, poche volte in questi anni è stata raggiunta dagli aiuti umanitari: la viabilità dell’area è seriamente compromessa, e in alcuni casi le fazioni belligeranti hanno sequestrato il materiale umanitario per rivenderlo a prezzi esorbitanti ai civili. Alcune aree del campo sono del tutto isolate e persino l’Unrwa, l’agenzia Onu che si occupa dei rifugiati palestinesi, non riesce a entrarvi. E’ quindi sempre parziale il bilancio delle emergenze in corso, come la conta delle epidemie: qualche mese fa, ad esempio, il numero delle persone colpite da febbre tifoide si era attestato intorno ai 100 casi. Impossibile, ora, sapere cosa accade realmente nel campo.

Intanto, Damasco ha fatto sapere ieri di essere favorevole a partecipare al prossimo round di colloqui di pace a Ginevra, fissati per gennaio. La precondizione, però, è quella che sia un dialogo “siriano-siriano”, come ha intimato il ministro degli Esteri Walid Moallem, “senza interferenze straniere”. In altre parole, Damasco vuole scegliere i suoi interlocutori prima di impegnarsi nelle trattative internazionali: Moallem ha fatto sapere che la Siria è ancora in attesa della famigerata “lista” delle organizzazioni terroristiche operanti sul territorio, stilata dalla Giordania su incarico dell’Onu. Poco si sa ancora del documento, se non che comprenderebbe Isis e al-Nusra.

Sebbene quasi tutte le fazioni in guerra nel conflitto siriano sembrino pronte al dialogo, restano i soliti nodi, primo tra tutti il destino di Assad. Inoltre, Damasco ha fatto sapere che acconsentirà solo a un “governo di unità nazionale”, in risposta al proposto piano della comunità internazionale su un “corpo di transizione governativa con pieni poteri esecutivi da istituire entro sei mesi” che la recente risoluzione de Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha appena approvato.

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08/06/2015

Siria - Dopo tre decenni Fatah si riavvicina a Damasco

Dopo 32 anni Fatah torna a Damasco. Secondo quanto riportato ieri dal funzionario del partito palestinese, Abbas Zaki, a breve saranno riallacciate relazioni ufficiali con il governo siriano, definitivamente interrotte l’anno dopo l’invasione israeliana del Libano nel 1982.

A seguito della visita della degazione di Fatah in Siria (“un successo”, dice Zaki), durante la crisi del campo profughi di Yarmouk attaccato dallo Stato Islamico, l’ufficio politico del partito riaprirà in Siria. Eppure a guardare bene la visita non fu poi così di successo: l’inviato dell’Olp, Ahmed Majdalani, pochi giorni dopo il primo aprile, giorno in cui iniziò l’offensiva dell’Isis contro il campo, fu smentito dall’ufficio centrale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina per aver annunciato un coordinamento militare tra gruppi palestinesi e governo di Damasco. Nessun coordinamento con Assad, tuonò l’Olp, che lo richiamò in sede.

Eppure oggi Fatah tenta il riavvicinamento alla famiglia Assad dopo tre decenni di interruzione delle relazioni, mentre Yarmouk vive quotidiniamente la sua tragedia: ancora occupato al 40% dai gruppi islamisti rivali-alleati di al-Nusra e Isis, controllato a nord e a est dai gruppi palestinesi, è tuttora terreno di scontri frequenti tra jihadisti e combattenti palestinesi. La situazione umanitaria è al collasso: secondo l’agenzia Onu Unrwa migliaia di rifugiati vivono ancora in condizioni estremamente critiche, perché gli aiuti non entrano più dal 28 marzo.

Una decisione, quella di riprendere le relazioni diplomatiche, che potrebbe derivare da diversi fattori. In primis, il tentativo per Fatah di riguadagnare qualche punto di consenso tra la popolazione palestinese, profondamente delusa dalla strategia politica del partito di governo, accusato di fare gli interessi dell’occupazione israeliana e di incapacità nello sfidare l’occupante (ultimo caso in ordine di tempo, il ritiro della richiesta di sospensione di Israele dalla Fifa).
In secondo luogo, l’interesse a entrare – seppur indirettamente – nel grande asse sciita guidato dall’Iran, ad oggi il più efficace in termini militari e politici nella battaglia contro lo Stato Islamico e i tentativi divisivi messi in campo dall’asse concorrente, quello sunnita guidato dall’Arabia Saudita.

Ed è qui che entra in gioco Hamas: il movimento islamista palestinese, che con Fatah ha dato vita ad un governo di unità nazionale litigioso, diviso e inefficace, se da una parte ha tentato negli ultimi tempi di riallacciare le relazioni con l’Iran (in passato fornitore di armi al gruppo, via Egitto), dall’altra ha rotto i rapporti con l’ex alleato siriano per schierarsi con i gruppi di opposizione siriani, in primo luogo l’Esercito Libero Siriano. Un errore grave, che ad Hamas è costato l’isolamento regionale dopo il fallimento dell’Islam politico dei Fratelli Musulmani in Egitto: caduta la Fratellanza, di cui Hamas è membro, il movimento si è ritrovato solo, senza il sostegno di Damasco, prima sede dell’ufficio politico in esilio e sostenitore della resistenza armata.

Un ruolo che Damasco riveste da decenni: tra i paesi che hanno accolto più rifugiati palestinesi dopo la Nakba del 1948, ha sempre giocato il ruolo di aiuto alla resistenza palestinese contro l’occupazione israeliana, armando e finanziando gruppi ideologicamente vicini e fornendo loro protezione durante l’esilio. E se negli anni ’70 e ’80 fu rifugio per gruppi di sinistra e comunisti, come il Fronte Popolare e il Fronte Democratico, nel 1999 ospitò Hamas cacciata via dalle autorità giordane.

Con lo scoppio della guerra civile, quattro anni fa, i gruppi palestinesi si sono spaccati tra chi è rimasto fedele ad Assad e chi ha rotto i rapporti. Fatah e l’Olp hanno tentato l’accidentata strada della neutralità, timorosi da una parte di perdere consensi per non aver dimostrato vicinanza a Damasco e dall’altra di perdere l’appoggio dell’Occidente schierato contro Assad. E oggi riaprono a Damasco, mettendo ulteriormente in crisi chi ha abbandonato i rapporti con la Siria, ovvero Hamas.

Oggi Yarmouk, sotto assedio dal dicembre 2012, è di nuovo l’ago della bilancia. Per Fatah l’occasione di riavvicinarsi alla Siria senza pestare i piedi a nessuno dei suoi sponsor internazionali.

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28/05/2015

Iraq - La controffensiva sciita a Ramadi riaccende i timori sunniti

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Ramadi è caduta, la pro­vin­cia di Anbar è quasi del tutto in mano allo Stato Isla­mico: di chi è la colpa? Per il segre­ta­rio Usa alla Difesa, Ash­ton Car­ter, è dell’esercito di Bagh­dad, fug­gito di fronte al nemico e poco inte­res­sato a com­bat­tere. L’autocritica è merce rara a Washing­ton. E Bagh­dad ha pre­pa­rato la con­tro­mossa: a Ramadi ha inviato le mili­zie sciite che la Casa Bianca aveva cac­ciato dalla prima linea.

La con­trof­fen­siva ad Anbar è par­tita mar­tedì: le Hashed al Shaabi, unità di mobi­li­ta­zione popo­lari sciite (le stesse ave­vano rico­q­nui­stato Tikrit), prima sono state dispie­gate in massa a Bagh­dad e ora ven­gono man­date ad Anbar. Ieri ave­vano già ripreso due aree a sud del capo­luogo Ramadi, occu­pato 10 giorni fa dagli isla­mi­sti. Accanto alle mili­zie sciite ci sono le truppe gover­na­tive: «Le forze di sicu­rezza ira­chene, appog­giate da Hashed al-Shaabi, hanno libe­rato le aree di al-Humeyra e al-Tash, dopo scon­tri nei quali sono stati uccisi 33 mili­ziani dell’Isis», ha fatto sapere il con­si­gliere pro­vin­ciale Arkan Kha­laf Tar­mouz. Ripreso anche il cam­pus dell’Università di Anbar. Nelle stesse ore le forze sciite hanno lan­ciato un attacco con­tro l’Isis nella raf­fi­ne­ria di Baiji, a Salah-a-din.

L’operazione è stata ribat­tez­zata “Lab­bayk ya Hus­sein” (“Sono al tuo ser­vi­zio, Hus­sein”), espres­sione sciita legata all’imam nipote di Mao­metto e figlio di Ali. Un chiaro rife­ri­mento reli­gioso, che pare con­fer­mare i timori delle tribù sun­nite che, dopo aver ten­tato l’esclusione degli sciite dalla bat­ta­glia per Anbar, ora gri­dano la loro pre­oc­cu­pa­zione. A stor­cere il naso è lo stesso lea­der reli­gioso sciita Muq­tada al-Sadr: «L’operazione potrebbe infiam­mare la situa­zione, un nome simile sarà sicu­ra­mente frainteso».

Ma le cri­ti­che non sono legate solo alle eti­chette appic­ci­cate sulla con­trof­fen­siva: a Bagh­dad c’è chi teme che l’operazione sia stata lan­ciata troppo pre­sto. «Una bat­ta­glia tanto impor­tante avrebbe dovuto essere pre­pa­rata meglio», ha com­men­tato il pre­si­dente del par­la­mento ira­cheno, il sun­nita Salim al-Juburi. Die­tro sta il timore sun­nita di un’escalation dei set­ta­ri­smi: la pre­senza di com­bat­tenti sun­niti in chiave anti-Isis è ancora limi­tata a causa della len­tezza del governo nell’armare e adde­strare i mili­ziani. Dall’altra parte, ci sono però poche alter­na­tive: il pre­mier al-Abadi aveva accet­tato di non schie­rare gli sciiti a Ramadi, die­tro dik­tat Usa, e la città è caduta.

E se gli Usa incol­pano l’esercito ira­cheno, dovreb­bero com­piere il passo in più: per­ché l’esercito ira­cheno non è pre­pa­rato? Per­ché Washing­ton ha lavo­rato stre­nua­mente negli anni dell’occupazione per man­dare in fran­tumi le isti­tu­zioni legate al par­tito Baath di Sad­dam Hus­sein, impo­nendo dall’alto epu­ra­zioni non solo di figure di alto livello dell’esercito, ma anche delle truppe stesse.

Sul ter­reno le divi­sioni set­ta­rie riac­cese dopo la caduta di Sad­dam hanno spinto molti sun­niti e ex baa­thi­sti ad acco­gliere con favore il calif­fato, visto come piede di porco per scar­di­nare le porte del potere cen­trale. Die­tro sta la mar­gi­na­liz­za­zione poli­tica ed eco­no­mica delle comu­nità sun­nite, figlia del rove­scia­mento del rais e delle stra­te­gie Usa, volte a creare divi­sioni in vista della crea­zione di un Iraq fede­rato e quindi più controllabile.

E l’Isis può pro­se­guire la sua mar­cia. Alla con­trof­fen­siva del governo, il califfo ha rispo­sto con attac­chi sui­cidi che hanno ucciso almeno 17 sol­dati nella zona ovest della pro­vin­cia di Anbar, poco fuori la città di Fallujah.

Di nuovo scon­tri a Yarmouk

Il calif­fato non molla nem­meno a Dama­sco: mar­tedì sono rie­splosi gli scon­tri nel campo pro­fu­ghi pale­sti­nese di Yar­mouk, in Siria. A com­bat­tere i jiha­di­sti dell’Isis, che cer­cano di ripren­dere le posi­zioni perse un mese e mezzo fa all’interno del campo, sono i gruppi pale­sti­nesi. «C’è una bat­ta­glia a inter­mit­tenza tra le fazioni pale­sti­nesi e l’Isis e al-Nusra», ha fatto sapere Kha­led Abdel Majid, capo del Fronte Pale­sti­nese di lotta popo­lare, vicino al pre­si­dente Assad.

Ad oggi i due gruppi isla­mi­sti – tra loro avver­sari – con­trol­le­reb­bero il 40% di Yar­mouk, la zona sud vicina al distretto di al-Hajar al-Aswad. I gruppi pale­sti­nesi man­ten­gono il con­trollo della parte nord.

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16/04/2015

Siria - Ritiro parziale dell'Isis da Yarmouk

di Chiara Cruciati – il Manifesto

Lo Stato Islamico si è parzialmente ritirato dal campo profughi palestinese di Yarmouk: ieri funzionari palestinesi e residenti del campo hanno dato la notizia. Centinaia di miliziani avrebbero fatto marcia indietro, ritirandosi nel vicino sobborgo di Hajar al Aswad, a 4 km da Damasco, da cui era partita l’offensiva contro Yarmouk il primo aprile.

Nel campo resta al-Nusra, accusato dai palestinesi di Yarmouk di aver permesso l’ingresso del califfato – pur dichiarandosi ufficialmente neutrale – e di aver combattuto al fianco degli islamisti per fermare la resistenza dei gruppi armati palestinesi e l’esercito siriano.

«Molti si sono allontanati a seguito degli scontri con gli avversari», racconta un residente di Yarmouk alla Reuters, Abu Ahmad Hawari. Fazioni divise in passato, ma di nuovo unite dalla minaccia islamista: a combattere l’Isis sono stati i gruppi palestinesi sia vicini al presidente siriano Assad come il Fronte Popolare – General Command (Pflp-Gc), sia milizie a lui avverse, a partire da Aknaf Beit al-Maqdis legata ad Hamas.

E se al-Nusra resta ora il gruppo più potente dentro Yarmouk, la ritirata dell’Isis viene festeggiata dai palestinesi come una vittoria propria. Lo dice Khaled Abdul-Majid, capo del Fronte per la Lotta Popolare, esterno all’Olp: le fazioni palestinesi hanno costretto l’Isis a cedere. Diverse le dichiarazioni del portavoce del Pflp-Gc, Anwar Raja, secondo il quale il ritiro non è completo e gli scontri continuano, mentre il numero dei residenti diminuisce ogni giorno di più: dei 160mila rifugiati presenti prima del 2011, prima dell’assalto dell’Isis ne rimanevano 18mila. E oggi, dice il ministro dell’Informazione siriano, «non superano i 6mila».

Alla finestra restano le agenzie internazionali, a partire dall’Unrwa che ha tentato più volte di entrare a Yarmouk per portare aiuti umanitari. Finora solo la presenza dell’esercito governativo all’ingresso settentrionale del campo ha permesso la fuga dei civili intrappolati e il loro soccorso.

E se a Damasco l’Onu coopera parzialmente con il governo siriano per fornire assistenza alla popolazione, a New York l’inviato delle Nazioni Unite per la Siria, Staffan de Mistura, rilancia il piano per far ripartire i negoziati politici. De Mistura punta ad un dialogo a tu per tu tra i vari attori regionali e internazionali, «consultazioni separate con chiunque abbia influenza nel conflitto», precisa il portavoce Onu Dujarric. Tra questi l’Iran, sostenitore di Assad e considerato da più parti – Russia in primis – fondamentale per porre fine alla crisi.

Il nuovo round di negoziati faccia a faccia – dopo il flop del dialogo tentato da Mosca e disertato dalle opposizioni moderate – si dovrebbe aprire a maggio a Ginevra. L’ennesima Ginevra e l’ennesimo fallimento se le precondizioni dettate dagli Usa e alleati, dalla Turchia all’Arabia Saudita, non cambieranno e se la debole Coalizione Nazionale insisterà nel chiedere la testa di Assad, ignorando gli equilibri sul campo.

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13/04/2015

Siria - Yarmouk fronte del conflitto regionale

di Chiara Cruciati – il manifesto

L’Olp smentisce se stesso: a un giorno dall’annuncio dell’accordo tra fazioni palestinesi del campo di Yarmouk e il governo di Damasco per la creazione di un’armata contro l’Isis, [venerdì] l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina ha dichiarato di non voler prendere parte al coordinamento militare per evitare uno spargimento di sangue. Eppure giovedì era stato l’emissario dell’Olp dalla Cisgiordania, Ahmad Majdalani, ad annunciare l’accordo.

A monte i fragili equilibri dentro e fuori Yarmouk, tra i gruppi palestinesi, l’Olp e Damasco. Ne abbiamo parlato con Nidal al-Azze, direttore di Badil, organizzazione che promuove il diritto al ritorno dei profughi palestinesi.

Quali sono i rapporti storici tra Yarmouk e Damasco? La caduta del campo sarebbe un fallimento per il presidente Assad?

Yarmouk è la capitale politica del movimento di resistenza palestinese, tutti i partiti politici (compreso Fatah che non ha, dagli anni ’90, buoni rapporti con Damasco) hanno avuto propri uffici nel campo, coordinandosi con il governo siriano. Assad ha sempre voluto mantenere buone relazioni con Yarmouk perché il campo rappresenta la questione palestinese e ricopre una posizione strategica dentro la capitale. Ed infatti quello che Damasco non ha fatto a Yarmouk – inviare dentro l’esercito per cacciare le opposizioni presenti – lo ha fatto in altri campi, dove non ha esitato a combattere strada per strada i ribelli.

Perché l’Isis, già presente nel campo, attacca solo adesso? Per indebolire Assad o per schiacciare le altre opposizioni?

Per l’Isis, come per al-Nusra, Yarmouk è strategico. L’offensiva islamista è parte dello scontro regionale: quello che sta accadendo a Yarmouk non è un fatto isolato, ma legato ad altri fronti, dallo Yemen all’Iraq. Per comprenderlo si deve fare un passo indietro: Autorità Palestinese e Hamas hanno affermato più volte che la questione siriana è un affare interno nel quale non interferire, hanno dichiarato che Yarmouk sarebbe rimasto neutrale, ma nella pratica sono intervenuti. Abbas ha votato a favore delle sanzioni alla Siria e alla sospensione di Damasco dalla Lega Araba, quando poteva astenersi come fece l’Iraq. Dall’altra parte Hamas, convinto della prossima caduta di Assad, ha rotto nel 2012 con Damasco, dicendo di non voler intervenire nella guerra civile. Nella pratica però lo ha fatto attraverso la milizia Akfan Beit al-Maqdis che, per garantirsi il controllo su Yarmouk, è scesa a patti con al-Nusra. Solo ora Hamas realizza che gli equilibri regionali sono cambiati e che nessuno, nemmeno gli Usa, pensano più alla deposizione di Assad. Oggi l’obiettivo è mantenere la presenza sul terreno così da prendere parte alla futura transizione politica.

Oggi cos’è cambiato? Qual è il ruolo giocato da Hamas nella battaglia per Yarmouk?

Hamas è travolto dal caos regionale: l’Iran si rafforza e Assad non cade. Hamas non può non tenerne conto, ha bisogno di salvaguardare la propria esistenza dentro Yarmouk: la zona che prima controllava (e dove vivono oggi i 18mila profughi rimasti, per lo più familiari dei combattenti) ora è in mano all’Isis. Per questo era pronto due settimane fa a siglare un accordo semi ufficiale con i gruppi palestinesi e Damasco: avrebbe accettato di ritirarsi dal campo e permettere il ritorno dei civili. Al-Nusra ha rigettato l’accordo e il 31 marzo, il giorno prima l’ingresso dell’Isis, il leader di Afkan Beit al-Maqdis è stato ucciso perché fautore dell’intesa. Al Nusra sa che uscire da Yarmouk significherebbe perdere le posizioni a Damasco. Per questo, se combatte l’Isis in altre zone della Siria, a Yarmouk lo sostiene.

L’Olp ha rigettato l’accordo di cui è stato negoziatore tra fazioni palestinesi e Damasco. Eppure oggi è necessario prendere le armi per salvare Yarmouk.

Damasco ha lasciato l’operazione militare in mano ai palestinesi: coordinerà l’azione ma senza prenderne direttamente parte. Perché, a liberare Yarmouk, devono essere i palestinesi. Se sconfiggeranno al-Nusra e l’Isis, Yarmouk potrebbe essere modello per altri campi profughi nel territorio, che sarebbero incoraggiati a combattere i gruppi islamisti a fianco del governo Assad.

Dal punto di vista politico, l’accordo siglato giovedì rappresenta un grande cambiamento per i partiti palestinesi presenti a Yarmouk e avrebbe potuto rappresentarlo anche per l’Olp. Molti di questi gruppi, infatti, non sono membri dell’Olp: Pflp-Gc, Fatah al-Intifada, Jabhat al-Nidal (diviso in due dopo Oslo, una parte favorevole al processo di pace è rimasta nell’Olp, l’altra contraria ne è fuoriuscita) e As-sai’qa (gruppo palestinese-siriano, una sorta di partito Baath in Palestina). Ufficialmente Akfan Beit al-Maqdis non ha aderito all’accordo, ma il gruppo è consapevole di non essere più in grado di difendersi e teme per la sua esistenza: di sicuro non interferirà nel processo di liberazione.

Il comportamento dell’Olp va attribuito ai cattivi rapporti con Damasco figli del processo di pace degli anni ’90: dopo la decisione di Arafat di negoziare con Israele, avvicinarsi al Golfo riconoscere il governo Mubarak, Fatah ha rotto con Damasco e, pur restando il primo partito palestinese in Siria, ha visto limitare le sue attività. La stessa cosa non è accaduta con i gruppi palestinesi fedeli ad Assad: i suoi maggiori sostenitori – Pflp-Gc, Fatah al-Intifada e As-Sai’qa – non erano autorizzati da Damasco a organizzare operazioni militari al confine con Israele, ma erano liberi di svolgere altre attività, in primis procurarsi le armi e organizzare training e addestramenti in territorio siriano.

Fonte

Troppi, sempre troppi errori di valutazione da parte della dirigenza palestinese.

09/04/2015

Tra le rovine di Yarmouk, Hamas combatte l'Isis

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Decapitazioni, assenza di cibo e medicinali, colpi di artiglieria contro le case e cecchini che mirano a chiunque provi a uscire o entrare nel campo. Yarmouk, la “capitale” dei rifugiati palestinesi, il simbolo della diaspora e dell’agognato diritto al ritorno, vive l’ennesimo capitolo della sua personale tragedia.

A combattere dentro Yarmouk sono i gruppi palestinesi, nell’estremo tentativo di difendere quel poco di normalità che il campo ha sempre rappresentato fino allo scoppio della guerra civile siriana. Ma i residenti sono allo stremo, senza cibo, acqua né medicinali, fa sapere l’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi. Secondo Anwar Abdel-Hadi, responsabile dell’Olp in Siria, «lo Stato Islamico [entrato definitivamente a Yarmouk una settimana fa, ndr] controlla ora il 60% di Yarmouk, dopo aver preso il 90% ma essere stato poi respinto dai gruppi armati da alcuni quartieri del campo». Ancora sono in corso gli scontri tra le vie strette del campo profughi,  scontri a cui prende parte l’artiglieria del governo di Damasco, intenzionato a non permettere agli islamisti di avvicinarsi ulteriormente al cuore della capitale.

«Yarmouk il più grande campo profughi palestinese al mondo e base per decenni della leadership palestinese in esilio, è modello della guerra civile siriana ma anche del più ampio conflitto che oggi scuote la regione – spiega al manifesto l’analista palestinese Nassar Ibrahim – Dentro Yarmouk sono presenti, direttamente e indirettamente, tutti gli attori locali, regionali e internazionali che da quattro anni tentano di decidere le sorti di Damasco, facendo collassare il governo del presidente Bashar al-Assad. Ci sono i gruppi islamisti creati e finanziati dal Golfo e dalla Turchia; ci sono le opposizioni moderate, strumento occidentale; ci sono i gruppi pro-Assad, c’è l’esercito governativo; c’è il califfato di al-Baghdadi».

Dentro Yarmouk sono in tanti a combattere, ma a pagarne le spese è quel che rimane della popolazione del campo, che prima oscillava tra le 150mila e le 180mila persone, per lo più rifugiati palestinesi, ma anche siriani poveri impossibilitati a vivere nella capitale. Difficile dare un bilancio esatto delle vittime: la stampa parla di 40 morti dallo scorso mercoledì, quando l’Isis ha fatto irruzione nel campo; fonti mediche di quasi 200.

I gruppi presenti coprono l’intero spettro del conflitto: due gruppi palestinesi pro-Assad, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – General Command e Fatah al Intifada, vicino ad Hezbollah; i qaedisti di al-Nusra, i siriani islamisti di Ahrar al-Sham, i siriani moderati dell’Esercito Libero, opposizione a Damasco; e i gruppi palestinesi Aknaf Beit al-Maqdis (organizzati da Hamas) e i fuoriusciti del Pflp, al-Uhda al-Umariya.

«Nel 2011 il governo di Damasco ha tentato di lasciare fuori i profughi palestinesi dal conflitto. Vi sono stati trascinati dalla decisione di Hamas di abbandonare l’ex alleato siriano, per schierarsi con l’asse di opposizione – continua Ibrahim – Fino al 2012 il capo di Hamas, Khaled Meshaal, aveva la sua base a Yarmouk. Questa rottura ha portato i gruppi palestinesi vicini ad Hamas a schierarsi con i ribelli siriani: Yarmouk è finita nel cuore del conflitto».

«Oggi Yarmouk è il terzo fronte aperto in queste settimane dalle opposizioni interne e dai nemici esterni contro il governo Assad, a seguito delle vittorie segnate dall’asse sciita in Yemen (dove l’Arabia Saudita non riesce a frenare l’avanzata Houthi) e in Iraq (dove i pasdaran iraniani hanno liberato Tikrit). Il primo fronte è al confine con la Giordania: una settimana fa al-Nusra ha preso il principale valico con il regno hashemita, Nasib. Il secondo fronte è a nord, a Idlib, occupata dai qaedisti. E il terzo è Yarmouk, che dopo le battaglie per il controllo delle regioni settentrionali, da Aleppo a Raqqa, e quelle meridionali al confine con il Golan, ha fatto tornare centrale Damasco. Yarmouk è oggi fondamentale perché a pochi km dal cuore del governo Assad, perché modello del più ampio conflitto a livello nazionale e regionale e, infine, perché rappresenta la questione palestinese e i tentativi di strumentalizzazione da parte di tutti gli attori coinvolti».

Chi paga le spese delle tante guerre per procura mediorientali è la popolazione civile. Lunedì il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha chiesto la creazione di un accesso umanitario al campo per garantire la protezione dei civili e la loro evacuazione. Ma la situazione, dice Pierre Krahenbuhl, capo dell’agenzia Onu Unrwa, «è più disperata che mai». Alle bombe governative che piovono sul campo, nel tentativo di colpire le postazioni dell’Isis, si aggiungono le atrocità dello Stato Islamico: almeno nove combattenti palestinesi sarebbero stati uccisi, due di loro decapitati.

Così il numero di residenti di Yarmouk continua ad assottigliarsi: 18mila dopo lo scoppio della guerra civile, il 10% della popolazione totale; 15-16mila oggi, dopo la fuga disperata dalle barbarie dell’Isis di altri 2mila rifugiati che in qualche modo sono riusciti a rompere l’assedio e a darsi alla fuga.

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07/04/2015

Siria - Yarmouk campo di battaglia tra regime e Isis

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

A Mosca si discute, a Yarmouk si muore. Nel giorno in cui si apriva il nuovo round di negoziati promosso dalla Russia, tra Damasco e una sparuta delegazione di opposizioni moderate, nel campo profughi palestinese a sud della capitale la situazione arrivava «oltre il disumano». Così Chris Gunness, capo dell’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, descriveva ieri il più grande campo profughi del Medio Oriente. 

Dall’assalto mosso dallo Stato Islamico la scorsa settimana è ulteriormente peggiorata la vita dei 18mila palestinesi residenti a Yarmouk, il 10% della popolazione prima dello scoppio della guerra civile siriana. Perché già da allora Yarmouk è target, delle opposizioni e del governo, costretto ad un assedio di due anni che ha portato decine di persone alle morte per denutrizione.

Ieri agli scontri tra gruppi armati palestinesi, in primis Aknaf Beit al-Maqdis, vicino ad Hamas, si sono aggiunti quelli tra il governo e gli islamisti: bombardamenti e guerriglia urbana, a cui potrebbe seguire una più ampia controffensiva da parte di Damasco. Giovedì scorso, il giorno dopo l’assalto, sembrava che i combattenti palestinesi fossero stati in grado di respingere, alcuni armati solo di coltelli, i miliziani dello Stato Islamico. Così non è stato e Damasco si è mossa, terrorizzata dalla possibilità di una crescita incontrollata dell’Isis nella roccaforte presidenziale.

Secondo testimoni, l’Isis ha il controllo della gran parte del campo, i miliziani dispiegati lungo quasi l’intero perimetro, impedendo l’ingresso di aiuti umanitari ad una popolazione letteralmente stremata. Domenica un centinaio di rifugiati è riuscito a scappare, ma la gran parte resta intrappolata all’interno. Da mercoledì i morti civili sarebbero già 26, anche se fonti mediche parlano di 200 vittime.

Le notizie che giungono da Yarmouk si confondono: fonti parlano di un’alleanza tra Isis e Fronte al-Nusra, tra i pochi gruppi rimasti dentro il campo dopo l’accordo stipulato tra Esercito Libero e governo nel febbraio 2014; altre di una coalizione di palestinesi e qaedisti per respingere l’offensiva del califfato. Per ora al-Nusra, ufficialmente, si dichiara neutrale, più interessata a rafforzarsi a nord, dove la scorsa settimana ha preso Idlib, altra roccaforte governativa.

Proprio ad Idlib ieri il gruppo qaedista avrebbe portato 300 kurdi rapiti mentre viaggiavano verso Damasco. Mentre Stato Islamico e al-Nusra spadroneggiano in Siria, assumono il controllo di oltre un terzo del paese, si mostrano come le sole forze in grado di confrontare Assad, le opposizioni moderate incensate dall’Occidente si prendono libertà che non possiedono: boicottare i colloqui di Mosca. Dopo aver aperto ad Assad e poi chiuso, dopo aver accettato il tavolo russo e poi averci ripensato, la Coalizione Nazionale non si è presentata ieri per il primo giorno di negoziato.

A rappresentare i ribelli solo l’Nccdc (National Coordination Committee for Democratic Change). Difficile che una delegazione tanto piccola e poco rappresentativa possa lavorare ad una transizione politica credibile. Eppure Stati Uniti e Ue continuano a garantire aiuti militari e denaro in quantità ad un’opposizione, la Coalizione, così cieca da non comprendere che per salvarsi dovrebbe sedersi al tavolo col nemico. 

Ieri le parti si sono accordate su un’agenda di 5 punti da discutere: una valutazione dell’attuale situazione; l’individuazione di misure umanitarie per la popolazione; una road map per riavvicinare governo e opposizioni; l’assunzione di misure per la riconciliazione nazionale; la preparazione di Ginevra 3.

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11/03/2015

Siria - A Yarmouk i primi aiuti umanitari dopo mesi

Martedì scorso un convoglio di aiuti umanitari è riuscito a entrare nel campo profughi palestinese di Yarmouk, otto chilometri dalla capital siriana Damasco. Non accadeva dallo scorso dicembre, ha sottolineato Pierre Krahenbuhl, capo dell’Unrwa, definendo lo stretto assedio cui è sottoposto il campo da circa due anni “totalmente inaccettabile”.

È un blocco lungo e drammatico, quello di Yarmouk, diventata una delle città martiri del conflitto siriano, che negli ultimi 4 anni ha fatto oltre 200 mila morti, 7,6 milioni di sfollati interni e 3,2 milioni di rifugiati all’estero. All’interno del campo circondato dalle truppe fedeli al presidente Bashar al Assad sono intrappolate 18mila persone in condizioni disumane. Mancano i servizi essenziali, l’acqua potabile, carburante, i farmaci, il cibo e da quando è iniziato l’assedio sono decine i morti per inedia, oltre alle vittime dei cecchini che non risparmiano i civili che escono di casa alla ricerca di cibo, persino di cani e gatti. L’inverno è stato durissimo, gli abitanti imprigionati nei due chilometri quadrati di campo, in edifici semidistrutti, spesso senza finestre, hanno usato qualsiasi cosa - vestiti e mobili - per riscaldarsi, con il rischio di intossicarsi. Inoltre, quel poco che si trova al mercato nero ha prezzi proibitivi.

Nel 2014, l’Unrwa è riuscita a fare entrare beni alimentari soltanto per 131 giorni, mentre tanti tentativi sono falliti a causa dei cecchini che hanno aperto il fuoco sui convogli o per ragioni di sicurezza. “Ci dovrebbero essere distribuzioni regolari nel corso della settimana, non una sola volta e poi di nuovo una lunga interruzione”, ha detto Krahenbuhl. Il timore, infatti, è che quella di martedì scorso sia una distribuzione isolata, che non si ripeterà presto.

La popolazione vive sotto il fuoco incrociato dei diversi gruppi armati (ce ne sono almeno sette) che si sono insediati nel campo e le truppe di Assad. Per riuscire a far entrare gli aiuti a Yarmouk, bisogna metterli d’accordo tutti, l’impresa non è semplice ed è riuscita poche volte. Al contrario, la fame è diventata un’arma di guerra e l’assedio è percepito dai palestinesi come una punizione collettiva. Inoltre, dopo un’attenzione iniziale, quando ci furono le prime vittime della fame un anno fa, sul campo è calato il silenzio.

Quattro anni di guerra hanno ridotto questo insediamento, diventato negli anni una vera e propria cittadina, a un cumulo di macerie. La maggior parte dei circa 160 mila abitanti è fuggita e la sua posizione strategica sulla strada per Damasco l’ha resa un campo di battaglia. Prima della guerra Yarmouk ospitava un terzo dei circa 500 mila palestinesi presenti in Siria ed era un vivace centro commerciale e culturale. Ma dal luglio del 2013, l’assedio iniziato a dicembre del 2012 è diventato più duro, quasi totale e i ripetuti appelli dell’Onu o delle organizzazioni umanitarie restano inascoltati.

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05/04/2014

Yarmouk - Accordo non rispettato, si continua a morire di fame

Accordo sì, accordo no. A Yarmouk cambia ben poco: 142 i morti di fame e denutrizione nel campo profughi palestinese a Damasco da giugno 2013. In questi mesi si sono alternati annunci di accordo tra i miliziani presenti nel campo, prima a gennaio, poi di nuovo il 30 marzo. Ma sul terreno la situazione resta la stessa.

Alla fine di marzo il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – Commando Generale annunciava il raggiungimento di un accordo per il cessate il fuoco dentro il martoriato campo di Yarmouk, siglato dai miliziani palestinesi e dai gruppi islamisti di opposizione al presidente siriano Assad, che da dicembre 2012 controllano gran parte del campo. Secondo quanto previsto dall’accordo, tutti i miliziani non palestinesi avrebbero dovuto lasciare Yarmouk e “forze comuni” avrebbero dovuto assumere il controllo dell’area.

L’accordo firmato da 14 tra fazioni palestinesi e gruppi di ribelli doveva entrare in vigore domenica 30 marzo: quel giorno l’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, è riuscita ad entrare nel campo sotto assedio per consegnare 280 scatoloni di cibo, utili ad una famiglia di 5-6 persone per dieci giorni, e altre 500 ieri. Una goccia nel mare per i 18mila profughi palestinesi rimasti a vivere nel campo, prima della guerra civile siriana casa per 250mila persone.

Ma oggi l’associazione Workforce for Palestinian in Syria annuncia nuove morti per malnutrizione, sintomo chiaro che il cessate il fuoco e il ritiro dei miliziani non è stato implementato: Yarmouk resta sotto assedio e il numero di vittime per denutrizione tocca quota 142 dal giugno 2013 ad oggi. L’ultima è Rushdi al-Madani, morto ieri per mancanza di cibo. Nel frattempo, i colpi di mortaio dei gruppi islamisti continuano a colpire il campo, in violazione del cessate il fuoco, mentre il vicino quartiere di Khan al-Sheikh viene bombardato e il campo profughi di Daraa a Sud della Siria è teatro di nuovi duri scontri armati tra ribelli e esercito governativo.

La crisi umanitaria di Yarmouk si aggrava drammaticamente ogni giorno di più. Mancano cibo, acqua pulita, medicinali. La gente – raccontano i profughi rimasti – mangia l’erba, mangia i gatti, ormai priva di qualsiasi speranza di soluzione. Dentro il campo a dettare legge sono i gruppi di ribelli anti-Assad, l’Esercito Libero Siriano – espressione della laica Coalizione Nazionale – e milizie legate ad Al Qaeda, tra cui l’ISIL. Fuori a stringere l’assedio è l’esercito governativo di Bashar al-Assad: la presa di Yarmouk risale al dicembre 2012 quando le milizie di opposizione sono entrate nel campo e lo hanno occupato. Poco dopo tantissime famiglie sono fuggite e il numero di residenti si è ridotto a 18mila. Il regime ha posto Yarmouk sotto coprifuoco notturno, ma la gente continuava a uscire e entrare durante il giorno.

Fino a luglio 2013, quando il regime ha posto sotto assedio tutto il campo. Il cibo entra solo da uno dei quattro ingressi, per cui chi vive vicino all’uscita riesce a mangiare. Ma chi vive all’interno del campo non riceve nulla. L’UNRWA ha tentato più volte di entrare a Yarmouk per consegnare cibo e medicinali e per far evacuare i malati e gli anziani. La risposta dei miliziani è stata il fuoco.

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