Martedì scorso un convoglio di aiuti umanitari è riuscito a entrare
nel campo profughi palestinese di Yarmouk, otto chilometri dalla capital
siriana Damasco. Non accadeva dallo scorso dicembre, ha sottolineato Pierre Krahenbuhl, capo dell’Unrwa, definendo lo stretto assedio cui è sottoposto il campo da circa due anni “totalmente inaccettabile”.
È un blocco lungo e drammatico, quello di Yarmouk, diventata una
delle città martiri del conflitto siriano, che negli ultimi 4 anni
ha fatto oltre 200 mila morti, 7,6 milioni di sfollati interni e 3,2
milioni di rifugiati all’estero. All’interno del campo circondato dalle truppe fedeli al presidente Bashar al Assad sono intrappolate 18mila persone in
condizioni disumane. Mancano i servizi essenziali, l’acqua potabile,
carburante, i farmaci, il cibo e da quando è iniziato l’assedio sono
decine i morti per inedia, oltre alle vittime dei cecchini che
non risparmiano i civili che escono di casa alla ricerca di cibo,
persino di cani e gatti. L’inverno è stato durissimo, gli abitanti
imprigionati nei due chilometri quadrati di campo, in edifici
semidistrutti, spesso senza finestre, hanno usato qualsiasi cosa
- vestiti e mobili - per riscaldarsi, con il rischio di intossicarsi.
Inoltre, quel poco che si trova al mercato nero ha prezzi proibitivi.
Nel 2014, l’Unrwa è riuscita a fare entrare beni alimentari soltanto
per 131 giorni, mentre tanti tentativi sono falliti a causa dei cecchini
che hanno aperto il fuoco sui convogli o per ragioni di sicurezza.
“Ci dovrebbero essere distribuzioni regolari nel corso della settimana,
non una sola volta e poi di nuovo una lunga interruzione”, ha detto
Krahenbuhl. Il timore, infatti, è che quella di martedì scorso sia una
distribuzione isolata, che non si ripeterà presto.
La popolazione vive sotto il fuoco incrociato dei diversi gruppi
armati (ce ne sono almeno sette) che si sono insediati nel campo e le
truppe di Assad. Per riuscire a far entrare gli aiuti a Yarmouk, bisogna
metterli d’accordo tutti, l’impresa non è semplice ed è riuscita poche
volte. Al contrario, la fame è diventata un’arma di guerra e
l’assedio è percepito dai palestinesi come una punizione collettiva.
Inoltre, dopo un’attenzione iniziale, quando ci furono le prime vittime
della fame un anno fa, sul campo è calato il silenzio.
Quattro anni di guerra hanno ridotto questo insediamento, diventato
negli anni una vera e propria cittadina, a un cumulo di macerie. La
maggior parte dei circa 160 mila abitanti è fuggita e la sua posizione
strategica sulla strada per Damasco l’ha resa un campo di battaglia. Prima
della guerra Yarmouk ospitava un terzo dei circa 500 mila palestinesi
presenti in Siria ed era un vivace centro commerciale e culturale.
Ma dal luglio del 2013, l’assedio iniziato a dicembre del 2012 è
diventato più duro, quasi totale e i ripetuti appelli dell’Onu o delle
organizzazioni umanitarie restano inascoltati.
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