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martedì 24 marzo 2015

Yemen, l'abisso è ormai vicino

Combattente Houthi. Foto di Abdulrahman Hwais/EPA
di Roberto Prinzi

I recenti eventi in Yemen stanno spingendo il paese “verso una guerra civile”. A dirlo è stato domenica l’inviato speciale delle Nazioni Unite nel paese, Jamal Ben Omar. Intervenendo ad una riunione di emergenza convocata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, Ben Omar ha dichiarato che se non vengono fatti “passi immediati, il paese scivolerà in un conflitto ancora più violento”. Pertanto ha lanciato il suo appello esortando “tutte le parti [del conflitto] a riconoscere la gravità della situazione e a terminare le ostilità astenendosi dalle provocazioni e dall’uso della violenza”. L’allarme è inquietante, i tempi sono brevi: “se non si raggiunge al più presto una soluzione politica, lo Yemen potrebbe diventare come la Siria, la Libia e l’Iraq”.

Le valutazioni di Ben Omar non appaiono affatto esagerate. Soprattutto se si considera che nelle stesse ore in cui pronunciava queste parole, i ribelli houthi occupavano la città di Taiz e il suo aeroporto dopo duri scontri con le forze fedeli al deposto presidente Hadi. In un messaggio televisivo trasmesso domenica, un preoccupato Hadi aveva invitato i suoi sostenitori a mobilitarsi nel sud del paese (sua roccaforte) nel tentativo di fermare l’avanzata degli houthi. Il presidente fuggitivo – qualche settimana fa è riuscito a trovare rifugio ad Aden scappando dalla ormai ostile Sana’a controllata dagli houthi – aveva sfidato le forze sciite definendo il loro governo “un golpe contro la legittimità costituzionale”. In modo provocatorio Hadi aveva implorato i suoi sostenitori ad alzare la bandiera yemenita sulle montagne di Maran (un fortino degli houthi) e aveva attaccato pubblicamente l’Iran perché, a detta sua e di molti analisti, sostiene i ribelli (accusa negata, però, sia dagli houthi che da Tehran) .

Ad una situazione ormai fuori controllo, l’Onu ha provato ieri a porre un freno. Ben Omar ha annunciato, infatti, che nuovi colloqui di riconciliazione tra le parti belligeranti si terranno a Doha in Qatar in una data ancora da stabilire sottolineando, però, che se un accordo sarà raggiunto, questo sarà siglato a Riyad.

Accordo che, al momento, resta una chimera. Ieri il ministro degli esteri yemenita, in una intervista rilasciata alla tv saudita al-Hadath, ha chiesto a gran voce un intervento militare dei Paesi del Golfo arabo per fermare l’avanzata dei combattenti houthi. Concetto ribadito e approfondito sulle colonne del quotidiano as-Sharq al-Awsat: “chiediamo l’intervento delle forze del Gulf Shield per fermare l’espansione dei ribelli sostenuti dall’Iran” ha dichiarato facendo riferimento alla forza militare delle sei nazioni (Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Oman e Bahrein) che fanno parte del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC). “Abbiamo detto al GCC, alle Nazioni Unite così come alla comunità internazionale che dovrebbe essere imposta una no-fly zone, e che debba essere proibito l’uso degli aerei negli aeroporti controllati dagli houthi”.

A gettare benzina sul fuoco ci ha poi pensato ieri Riyad con il suo ministro degli esteri Saud al-Faisal. Al-Faisal ha affermato che l’Iran sta provando a “seminare un conflitto settario nella regione” aggiungendo, pertanto, che gli stati del Golfo prenderanno tutti i necessari provvedimenti per sostenere l’alleato Hadi. “Se questa questione non si risolve in modo pacifico – ha chiarito durante una conferenza – faremo di tutto per proteggere la regione dall’avanzata [di Teheran]. Ci opponiamo all’intervento iraniano in Yemen. E’ un atto di aggressione”. Ha quindi concluso con un augurio/diktat: “desideriamo proteggere la sovranità yemenita, la legittimità dello Yemen rappresentata da Hadi e speriamo che la crisi possa essere risolta pacificamente”. Ma, qualora ciò non dovesse accadere, “siamo pronti a rispondere a qualunque richiesta del presidente [Hadi], [e a fare] qualsiasi cosa che lo sostenga”.

Al-Faisal, però, non è sembrato altrettanto preoccupato dalla presenza sempre più minacciosa dei gruppi estremisti islamici. Eppure al-Qaeda riunita sotto l’ombrello di Aqap (al-Qa’eda nella penisola arabica) e gli affiliati dello Stato Islamico (Is) guadagnano terreno nel Paese. Proprio l’Is ieri su Twitter ha rivendicato l’attacco di venerdì contro le forze di polizie che ha causato la morte di 29 persone. Come consuetudine del “califfato”, la rivendicazione è stata affidata ad uno scarno comunicato: “i leoni nel Lahj [provincia yemenita del sud, ndr] hanno liquidato 29 apostati”. Dove per apostati si deve leggere sciiti.

Gli uomini del califfo al-Baghdadi si erano assunti la responsabilità anche degli attacchi suicidi di venerdì contro due moschee sciite della capitale Sanaa in cui hanno perso la vita 142 persone. Questi attentati sono stati i primi ad essere rivendicati in Yemen da gruppi affiliati allo Stato Islamico. Finora, infatti, nel Paese le formazioni qaediste non hanno avuto rivali nell’ambito del radicalismo islamico. Le esplosioni e le uccisioni compiute negli ultimi giorni dall’Is segnalano l’ingresso ufficiale nello scenario yemenita degli uomini del “califfo”. Resta da capire come le due forze fondamentaliste opereranno in Yemen: collaboreranno o, come accaduto in Siria, si scontreranno violentemente?

La battaglia sul campo, intanto, non cessa. Da domenica gli houthi controllano Taiz (città di oltre tre milioni di persone a 256 km a sud di Sana’a) e hanno ormai una forte presenza nell’intero governatorato. Circa 350 ribelli sciiti hanno preso il controllo dell’aeroporto internazionale della città e – secondo il Yemen Times – anche di alcuni importanti edifici governativi. Una fonte anonima delle Forze di sicurezze vicine al gruppo houthi ha confermato la notizia aggiungendo anche che i ribelli armati “stanno pattugliando alcuni quartieri di Taiz e hanno allestito alcuni check point nelle aree di Naqil el-Ebel e ar-Raheda che si trovano rispettivamente a 30 e 80 chilometri a sud di Taiz”. Secondo alcuni osservatori la caduta di Taiz potrebbe spianare la strada verso la conquista di Aden (città che ospita Hadi).

Un’avanzata che appare sempre più probabile e imminente. Fadhel Abu Taleb, membro dell’ufficio politico dei ribelli sciiti, ha infatti dichiarato ieri che i comitati popolari degli Ansar Allah (gli houthi) continueranno ad avanzare anche negli altri governatorati del paese per “ripulirli” da al-Qa’eda. Una scusa per fare piazza pulita anche degli oppositori che strizzano l’occhio ai sauditi e che si raccolgono intorno all’ex presidente Hadi.

Continuano, nel frattempo, le proteste a Taiz contro l’occupazione della città da parte dei ribelli sciiti. Decine di migliaia di cittadini anno manifestato ieri contro la presenza degli Houthi e delle forze fedeli all’ex presidente yemenita Saleh (il predecessore di Hadi). Le proteste, che da due giorni hanno luogo in città, sono state duramente represse dalle forze di sicurezze e dagli Ansar Allah con lacrimogeni e cannoni ad acqua. Ma Abu Taleb difende la risposta energica dei suoi uomini: “è nei doveri delle forze di sicurezza fermare i manifestanti che stanno danneggiando edifici, negozi e paralizzano il traffico. Chiunque proverà ad alimentare la sommossa, sarà fermato”.

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