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martedì 31 marzo 2015

Yemen - Sesto giorno di guerra

Gli aerei da combattimento della coalizione a guida saudita hanno bombardato per il sesto giorno consecutivo i depositi di armi dei ribelli sciiti houthi. La novità è che, questa volta, gli attacchi sono arrivati anche dalle navi da guerre situate nei pressi della città di Aden. La coalizione ha nuovamente colpito ieri notte le postazioni e i campi degli houthi nella capitale Sanaa (attaccata anche l’area vicina al palazzo presidenziale) e sostiene di essere ormai in pieno controllo dello spazio aereo yemenita. Tuttavia, i bombardamenti dell’alleanza sunnita non hanno ancora costretto alla resa i ribelli houthi che continuano a minacciare alcune aree nel sud del Paese. Secondo l’agenzia Irna stamane all’alba gli houthi avrebbero ricevuto dalla Mezzaluna rossa iraniana una nave contenente 19 tonnellate di medicine e materiale sanitario e due tonnellate di cibo.

La guerra in Yemen si fa sempre più mediatica. Gli oppositori degli houthi accusano i ribelli di essere armati dagli iraniani. Accusa che sia Teheran sia i ribelli negano fortemente. “Le affermazioni secondo cui la repubblica islamica di Teheran abbia armato i ribelli, sono delle vere e proprie menzogne” ha detto stizzita la portavoce del ministero degli Esteri, Marzieh Afkham.

Afkham ha criticato i raid della coalizione perché “hanno causato un alto numero di morti” (si sono registrate già decine di vittime tra i civili) e “provocato ingenti danni materiali”. I sauditi, intanto, ribadiscono di aver imposto un blocco navale, dopo quello aereo, così da non permettere l’arrivo di armi ai combattenti sciiti sia da fuori sia da dentro il Paese. Secondo fonti locali, l’alleanza dei paesi arabi sunniti avrebbe respinto in queste ore un tentativo degli houthi e dei loro alleati (rappresentati dal deposto presidente Ali Abdullah Saleh) di invasione di Aden. Poco fa la Reuters ha reso noto che le forze fedeli al Presidente Hadi (sponsorizzato dalla coalizione) sono riuscite a prendere il pieno controllo della città.

Proprio Hadi aveva dichiarato Aden capitale momentanea dello Yemen dopo essere riuscito a fuggire alcune settimane fa da Sanaa, da settembre in mano degli houthi. I ribelli, però, nonostante i continui bombardamenti, sono riusciti per più di cinque giorni ad assediare la città. Se dovesse essere però confermata la notizia data dalla Reuters, la loro avanzata potrebbe essere definitivamente terminata. Ad aggravare lo squilibrio di forze in campo, inoltre, da stamattina ci sono anche le navi da guerra egiziane che hanno bombardato l’aeroporto e le postazioni houthi situate nella zona orientale di Aden. E’ proprio in questa area che le forze anti-saudite avrebbero provato a radunarsi nel tentativo, al momento velleitario, di riconquistare la città, roccaforte del presidente Hadi. Secondo quanto riferisce un ufficiale del ministero della salute, il fuoco dell’artiglieria nel distretto meridionale di Khor Maksar avrebbe causato la morte di 26 persone stanotte.

L’episodio sanguinoso più grave è avvenuto ieri nel pomeriggio quando un raid aereo saudita ha ucciso almeno 40 persone nel campo rifugiati di Haradh nel nord del Paese. L’Agenzia Saba, sotto controllo dei ribelli sciiti, ha precisato che a causare il bagno di sangue sono stati gli aerei sauditi. Le vittime sarebbero tutte civili: principalmente donne e bambini.

Ha provato a giustificare l’attacco il portavoce militare saudita, il Generale Ahmed Asseri: “forse [il raid] è stato provocato da alcun jet che hanno risposto al fuoco [provocato dagli houthi] Non possiamo confermare che era un campo profughi”. Asseri ha poi promesso che Riyad indagherà sull’incidente.

Violenti combattimenti tra i ribelli e forze saudite si segnalano ancora in alcuni aree confinanti con l’Arabia Saudita. Secondo alcuni testimoni oculari, si tratterebbe dei combattimenti più violenti da quando è iniziata l’operazione “Tempesta decisiva”. Una offensiva, quella sunnita, che oggi vanta a tutti gli effetti un nuovo alleato: il Pakistan. Islamabad ha annunciato che invierà a breve un suo contingente militare in sostegno alla coalizione. “Abbiamo giurato pieno sostegno all’Arabia Saudita e alla sua operazione contro i ribelli – ha detto un ufficiale pakistano che ha preferito restare anonimo – “e, pertanto, ci uniremo alla coalizione”.

In una nota ufficiale rilasciata ieri, il re saudita Salman ha dichiarato che Riyad è favorevole ad un incontro con tutte le fazioni yemenite che vogliono preservare l’unità del Paese. Ovviamente – ha lasciato intendere il monarca saudita – a patto che esse seguano le direttive dei sei stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo in cui l’Arabia Saudita ha il ruolo guida. Il Pakistan (paese non arabo), dunque, si aggiunge agli altri stati (quelli sì arabi) che hanno giurato cooperazione e alleanza nel vertice di Sharm ash-shaykh dello scorso week end. I leader arabi, tutti o quasi, tra sorrisi e strette di mano hanno concordato a formare una forza militare unificata per far fronte alla “minaccia alla sicurezza” rappresentata dalla “marionetta dell’Iran” (gli houthi).

Continua, nel momento in cui vi scriviamo, il rimpatrio di centinaia di cittadini stranieri. Dopo la partenza di gran parte degli occidentali (nei primi giorni del conflitto), ieri è stato il turno di 500 pachistani. Oggi toccherà agli indiani. Più complesso è il rimpatrio dei 6.000 e 7.000 egiziani che risiedono ancora nel Paese. Alcuni di questi, sprovvisti di biglietto aereo, passaporto o carta d’identità, potranno recarsi nel confinante Oman. Ad affermarlo è stato il ministro degli esteri egiziani Sameh Shokri che ieri ha avuto una conversazione telefonica con il suo pari saudita, il Principe Saud el-Faisal. Shoukri ha chiesto a Riyad di aprire un valico tra Yemen e il regno wahhabita per permettere la fuga dei suoi compatrioti dall’inferno yemenita.

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