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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/08/2018

Siria - ONU scudo umano per i civili di Idlib

di Chiara Cruciati il Manifesto

La tempesta perfetta sta per abbattersi su Idlib, a meno che qualcuno si impegni a non soffiarci sopra. Si rifà vivo anche Staffan de Mistura, inviato speciale Onu per la Siria, messo all’angolo in questo ultimo anno dall’iniziativa negoziale a tre di Russia, Turchia e Iran. L’«occasione» è speciale: la battaglia di Idlib, per ora combattuta solo a parole ma che rischia di devastare l’ovest della Siria e le vite di tre milioni di persone.

Ieri a Ginevra de Mistura ha fatto quello che fece per Aleppo: si è offerto come «scudo umano» per aprire un corridoio umanitario nella martoriata regione occidentale del paese, dove da anni si ammassano gruppi salafiti, jihadisti e qaedisti cacciati tramite accordi di evacuazione con Damasco da Ghouta est, Aleppo, Deraa.

Che la battaglia sia vicina lo dicono le manovre militari dei principali attori coinvolti: il governo di Damasco ha spostato ingenti forze lungo il perimetro di Idlib, a nord-est di Latakia, a sud di Aleppo e a nord di Hama e ieri ha fatto sapere di essere pronto già «nelle prossime ore» a entrare nelle zone ovest e sud; accanto ai governativi si sono mobilitati i combattenti di Hezbollah e gli iraniani; la Russia ha trasferito parte della sua flotta lungo le coste siriane (si parla di dieci navi e due sottomarini) e si prepara, da domani all’8 settembre alla più grande esercitazione militare dal 1981 (300mila soldati, 36mila veicoli, mille elicotteri e aerei, le flotte del Nord, del Baltico, del Mar Nero e del Mar Caspio); la Turchia supervisiona l’organizzazione – in una sorta di esercito irregolare – delle milizie islamiste e poi accusa gli Stati Uniti di essere impegnati nell’installazione di sistemi di difesa aerea nel nord della Siria, a partire da Kobane.

«Capisci quando sta per arrivare una tempesta perfetta di fronte ai tuoi occhi», la traduzione di quanto sta accadendo nelle parole di de Mistura: «Mi sto preparando di nuovo, personalmente e fisicamente, a farmi coinvolgere per assicurare un corridoio temporaneo che garantisca alla gente di poter tornare nelle proprie case quando tutto sarà finito». Chi ha potuto farlo è già fuggito, centinaia di famiglie, ma il timore è una nuova ondata di sfollati interni e di potenziali rifugiati nei paesi vicini, che però da tempo hanno serrato le frontiere.

Accanto a quasi tre milioni di persone (la metà delle quali sono sfollati da altre zone e parenti di miliziani) ci sono decine di migliaia di miliziani di opposizione che si stanno preparando alla battaglia finale: nelle scorse settimane i salafati di Ahrar al-Sham hanno dato vita al Fronte di Liberazione Nazionale insieme agli islamisti di Nureddine al-Zinki, ma senza il gruppo leader, il qaedista ex al-Nusra.

Ci sono anche unità dell’Esercito libero siriano, ormai trasformato in un hub islamista e braccio armato della Turchia, a partire dal cantone di Afrin, occupato e svuotato dei suoi abitanti a primavera.

Si parla di 70mila miliziani, l’Onu ne stima di meno, calcolando solo i qaedisti: 10mila terroristi, dice de Mistura, che devono essere sconfitti. Termini simili a quelli usati da Mosca che ieri ha definito Idlib un «focolaio terrorista» da «liquidare».

E che nei giorni scorsi ha accusato di voler preparare un attacco a base di armi chimiche, da attribuire a Damasco, per giustificare un intervento occidentale: martedì l’ambasciatore russo all’Onu Nebenzya ha detto al Consiglio di Sicurezza che gli Elmetti bianchi (la «protezione civile» finanziata da paesi occidentali e del Golfo, operativa solo nelle aree sotto il controllo islamista e accusate di aver montato falsi attacchi governativi) avrebbero trasferito due container di gas tossico a Idlib, dove ne hanno già altri otto, da usare contro i civili per far reagire Londra, Washington e Parigi.

Reazione già minacciata: una settimana fa i tre hanno diffuso una nota in cui si dicono pronti a intervenire nel caso di attacchi chimici a Idlib.

Parole dure che le cancellerie internazionali si rimpallano. Non tutti però vogliono andare allo scontro diretto e in tanti guardano al 7 settembre quando ad Astana torneranno a incontrarsi il presidente russo Putin, l’iraniano Rouhani e il turco Erdogan. L’obiettivo pare quello di impedire una guerra che causerebbe fratture difficilmente sanabili.

Ankara intende evitare lo scontro con Damasco e dunque con Mosca, viste le crisi interne e dopo essersi riavvicinata tanto al Cremlino da potersi permettere di snobbare l’alleato di sempre, gli Usa. E Mosca si accontenta di liberarsi dell’ultimo bubbone jihadista (aprendo però all’altra enorme questione: dove finirebbero i miliziani, sponsorizzati e finanziati per anni da Turchia e Golfo?), apre alla proposta di de Mistura e chiede di isolare i gruppi terroristi da quelli di opposizione legittima, da portare a un futuro tavolo. Ma poi c’è Damasco, consapevole della sua nuova forza che ieri ribadiva: a Idlib andremo fino in fondo.

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31/01/2018

Siria. Le tumultuose trattative in corso a Sochi guardano al futuro del paese

Procede con ripetuti stop and go il processo di pace del Congresso di tutti i siriani riunito a Sochi nel tentativo di mettere definitivamente fine alla guerra e delineare il futuro del paese.

Ieri la giornata di lavoro si era aperta in forte ritardo a causa del clima di confusione, delle proteste dell’opposizione siriana filo turca, giunta da Ankara a Sochi. All’aeroporto, scalo internazionale, oltre un’ottantina di oppositori si sono seduti per terra, in segno di protesta contro il logo del Congresso con il bianco il nero il rosso, ma senza il verde, nelle bandiere siriane.

Secondo indiscrezioni raccolte da Askanews, ci sarebbe stata anche una discussione tra il ministro degli Esteri russo Lavrov e l’inviato speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per la Siria, Staffan de Mistura. Seguita da una telefonata tra lo stesso Lavrov e la parte turca. Poi proprio quando tutto sembrava rientrare nei binari e Lavrov aveva preso la parola per aprire il Congresso, alcuni siriani si sono alzati per criticare i raid turchi permessi da Mosca, su Afrin contro i curdi. Altri si sono alzati per difendere la Russia. Alla fine Lavrov con grande fatica ha potuto riprendere la parola ed ha dato l’idea di poter gestire il difficile processo negoziale. Diversamente, dall’altra parte dell’Oceano gli Usa avevano diffuso la lista nera, detta anche Lista Putin, dei “sanzionabili” che comprende tutta la nomenklatura russa, compreso lo stesso ministro degli esteri russo Lavrov.

La discussione durante il congresso del dialogo nazionale della Siria a Sochi non è stata facile, ma è normale, ha dichiarato de Mistura. “Prima di tutto, grazie alla Federazione Russa per avermi invitato, anche a nome dell’Iran e della Turchia, a partecipare a questo congresso, il cui compito è di contribuire al processo di Ginevra. Mi rendo conto che la discussione qui oggi è stata tesa, ma è normale in un ambiente democratico, assolutamente normale”, ha detto de Mistura alla fine del congresso.

Il diplomatico ha anche sottolineato la “ampia rappresentanza dell’opposizione” al Congresso intrasiriano di Sochi. “La Siria non può aspettare”, serve un “lavoro delicato” per darle una nuova costituzione, ha detto. E comunque, “l’obiettivo” è l’attuazione della risoluzione n. 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che chiede la natura inclusiva dei negoziati tra il governo e l’intero spettro di forze di opposizione, politiche ed etnoconfessionali in Siria.

Al momento i partecipanti al congresso del dialogo nazionale siriano di Sochi hanno concordato per la creazione di una commissione costituzionale, che comprenderà i delegati eletti nel forum, nonché i rappresentanti di quei gruppi che non hanno partecipato al congresso di Sochi: questa commissione lavorerà a Ginevra. Il numero di candidati per la commissione costituzionale – annunciata oggi – è 158 persone. Lo ha detto Makhmoud al Fandì, promotore del formato di Astana, ossia del pregresso dell’iniziativa odierna.

Insomma, all’indomani del fallimento dei colloqui di Vienna sotto l’egida delle Nazioni Unite e mentre ancora divampano le polemiche sull’attacco turco ad Afrin, la Siria continua a manifestarsi come un teatro di crisi irrisolto.

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15/03/2016

Siria - Riparte il dialogo a Ginevra. Putin: "Via la maggior parte delle truppe"

di Chiara Cruciati - Il Manifesto

La prima mossa è arrivata da Mosca: il presidente russo Vladimir Putin ha ordinato – da oggi – il ritiro della maggior parte delle forze militari dispiegate in Siria per fornire «un segnale positivo» per tutte le parti coinvolte nel conflitto e per aumentare il livello di fiducia di tutti i partecipanti al processo di pace. Il presidente russo avrebbe inoltre annunciato di aver già parlato con il presidente siriano Bashar al Assad. Il leader russo avrebbe informato Assad circa la sua decisione, pur confermando l’operatività della base aerea di Hemeimeem, nella provincia di Latakia, e di quella navale nel porto di Tartous.

E dire che il Mig-21 dell’esercito governativo siriano abbattuto sabato nella provincia di Hama dal gruppo salafita Ahrar al-Sham avrebbe potuto far precipitare anche il dialogo. Ma i due missili lanciati dai miliziani del gruppo (legato ad al-Nusra ma considerato legittima opposizione) si sono trasformati nelle parole del governo di Damasco in «difficoltà tecniche». Salvo il pilota, salvo il negoziato.

Ieri a Ginevra l’inviato Onu de Mistura ha annunciato il via ai lavori, aperti da un incontro tra Nazioni Unite e delegazione governativa. Un meeting che il capo negoziatore siriano, l’ambasciatore al Palazzo di Vetro Bashar al-Jaafari, ha definito «positivo e costruttivo»: in quella sede Damasco ha consegnato a de Mistura un piano di transizione politica di cui ancora non si conoscono i dettagli. «Abbiamo presentato idee e opinioni, [un rapporto] intitolato ‘Elementi essenziali per la risoluzione politica’, che arricchiranno gli sforzi diplomatici di de Mistura quando incontrerà le altre delegazioni», ha commentato al-Jaafari sottolineando la buona volontà del governo che ha deciso di non insistere sulla precondizione del precedente round di negoziati, la lista dei nomi dei partecipanti. Il secondo meeting con l’inviato Onu, ha fatto sapere il capo negoziatore, si terrà mercoledì.

Un giorno con il governo, uno con le opposizioni. Per ora si procede a vista, con l’inviato Onu che ricorda a tutti che questo dialogo è stato voluto dalla comunità internazionale, sottintendendo che un suo fallimento sarà imputabile solo alle parti. E, probabilmente fiaccato da rinvii e boicottaggi continui, ha precisato che «l’unico piano B a disposizione è il ritorno alla guerra, una guerra peggiore di quella vista finora». Come un fantasma nelle stanze svizzere aleggia il destino del presidente Assad. Le opposizioni – a cui de Mistura ha fatto visita, informalmente, domenica sera – lo vogliono fuori dal futuro della Siria; il governo lo considera un argomento di cui nemmeno discutere. A sfavore di entrambi c’è una guerra civile entrata nel suo sesto anno e che ha logorato le forze di tutti. Su questo puntano le due super potenze sponsor del negoziato, Stati Uniti e Russia, che relegano in un angolo la questione Assad sperando di imporre la soluzione ai rispettivi alleati.

Lo spiega Joshua Landis, direttore del centro studi sul Medio Oriente all’Università dell’Oklahoma: «Questa tregua è stata negoziata da Mosca e Washington e non dai vari attori siriani. Il suo successo dimostra quanto le parti siano esauste». Nonostante le violazioni della tregua entrata in vigore il 27 febbraio, compiute sia dal governo che dalle opposizioni, nessuno ha minacciato di non presentarsi a Ginevra. Vero è che il segretario di Stato Usa Kerry nel fine settimana ha accusato il governo siriano di «cercare di interrompere il processo di pace» attraverso prese di posizioni unilaterali sul futuro di Bashar al-Assad. Ma queste restano dichiarazioni di facciata, necessarie a rassicurare le opposizioni e a limitare il potere negoziale del fronte governativo. Nelle stesse ore, infatti, il ministro degli Esteri russo Lavrov si diceva pronto a coordinare le operazioni militari con gli Usa per strappare Palmira e Raqqa allo Stato Islamico.

Casa Bianca e Cremlino sono impegnati da tempo nella definizione della Siria che vorrebbero e numerose sono state le aperture: gli Stati Uniti hanno accettato un ruolo temporaneo per Assad, la Russia ha accolto il suo futuro allontanamento pur di salvare una parte di quell’establishment politico funzionale ai propri interessi regionali. Perché la soluzione finale sulla questione siriana – per la sua potenza e centralità capace di ridefinire buona parte degli equilibri mediorientali – sarà frutto delle ambizioni neocoloniali delle due super potenze e della galassia dei rispettivi alleati. Consapevoli che una guerra civile di tale proporzioni non è più gestibile, devono spostarsi su un secondo piano di intervento, diplomatico e militare in chiave anti-Isis.

Da parte loro governo e opposizioni, ancora distantissimi sul piano politico e ideologico, si piegheranno ai loro finanziatori e sostenitori. Al popolo siriano saranno concesse le elezioni, in un clima non certo favorevole: cinque anni di guerra hanno diviso la popolazione, frammentato la società, l’hanno indebolita tanto da renderla facile preda degli attori esterni.

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07/02/2016

La posizione del Pyd sul mancato invito a Ginevra-3

Dopo che nessun rappresentante curdo è stato inviato ai negoziati di Ginevra, Salih Muslim in un’intervista con l’agenzia stampa curda Firat (ANF) fornisce informazioni sui retroscena e su quali sono state le ragioni per il non-invito. Inoltre Salih Muslim spiega in quali circostanze i curdi potrebbero ancora partecipare a Ginevra-3.

Tutte le aree erano sicure della vostra partecipazione ai negoziati di Ginevra. La decisione di non invitarvi è stata presa all’ultimo minuto? Cosa è successo in quel momento dietro le quinte?

Non possiamo dire che la decisione è stata presa all’ultimo minuto. Anche prima non c’era chiarezza sulla nostra partecipazione. Ma le aree che sono per una soluzione della crisi siriana, si aspettavano che i curdi dovessero partecipare ai negoziati. Queste aree hanno sottolineato che una partecipazione del Partito dell’Unità Democratica (PYD) e dell’amministrazione autonoma del Rojava è indispensabile. In tutti i colloqui che abbiamo avuto con le diverse aree, dalla controparte è stato sempre sottolineato che senza l’inclusione di una forza così importante e del sistema che i popoli della Siria hanno costruito nel nord del paese, una soluzione della crisi non sarà possibile. Ora proprio queste aree si servono della vecchia retorica. Noi eravamo consapevoli del fatto che si sarebbe potuti arrivare a un mercato delle vacche. Ma dall’inizio abbiamo sottolineato che dovevamo essere coinvolti nei colloqui e nei negoziati. Ora le parti che prima sottolineavano che la nostra partecipazione era tassativa, spiegano che una partecipazione diretta potrebbe portare a un caos e che dovremmo essere coinvolti nei negoziati a posteriori. Quindi non è ancora del tutto chiaro se parteciperemo ai colloqui. La domanda è quando e in quale forma ci verrà concessa la possibilità di una partecipazione. Ci viene detto che stanno ancora aspettando. A questo proposito l’Incaricato Speciale dell‘ONU [De Mistura] ci ha detto che la decisione va oltre lui e la sua gente. Da questa affermazione deduciamo che una forza superiore all’ONU ha impedito il nostro invito a Ginevra.

Si può dire che ha avuto una garanzia rispetto alla partecipazione?

Dobbiamo aspettare. I nostri interlocutori a questo proposito non sono degli stati, ma le Nazioni Unite.

Molte aree motivano il non-invito a Ginevra con l’atteggiamento della Turchia. Come valuta questa tesi?

Non solo la Turchia, ma anche altre forze erano impegnate a impedire la nostra partecipazione. Perché un invito ai negoziati equivarrebbe a un riconoscimento. Quindi oltre alla Turchia ci sono anche altre aree che non vogliono riconoscere l’amministrazione autonoma del Rojava. A causa della sua curdo-fobia, la Turchia è contro di noi. Alcune aree temono che i curdi nella terza conferenza di Ginevra possano ottenere uno status. Per questo sono contrari. Un’altra ragione per il rifiuto è dovuto al sistema democratico che attuiamo nella regione. Nonostante il suo alto valore democratico che non viene solo accettato, ma anche sostenuto dai popoli della regione, molte aree sono contrarie al riconoscimento di questo sistema. L’aspirazione a rifiutare il riconoscimento con ogni mezzo si può spiegare così. Quelle aree che corrispondono a questi due criteri si sono alleate contro i curdi. Da più di cinque anni non vogliono accettarci in alcun modo. Sono impegnati a strumentalizzare in questo senso anche altre aree. Il risultato sono diversi appellativi come "sostenitore del regime“, "terrorista“ o altre terminologie. Sono state intraprese le strade più diverse per fermare l’unico sistema che offre una prospettiva alle popolazioni della regione e la libera volontà dei curdi e delle curde. A questo proposito sono esemplari gli attacchi crudeli contro Kobanê. Questi risultano da questa mentalità. Ma nel frattempo tutti sono consapevoli del fatto che questo sistema e questa volontà non possono più essere spezzati. Per questo queste forze sono impegnate a impedire un riconoscimento del sistema, costi quel che costi.

In questa crisi si tratta solo di attori regionali o sono inclusi gli USA e la Russia?

Né per gli USA né per la Russia il riconoscimento del nostro sistema svolge un ruolo significativo. Entrambe le parti sono molto più focalizzate sui propri interessi. Ma tutte le aree sono consapevoli della forza delle curde e dei curdi nel Medio Oriente. Nessuno può più negare la volontà e il sistema che viene riconosciuto da oltre 40 milioni di curde e di curdi. Soprattutto non se si vuole effettivamente procedere contro il terrorismo. Data che non è possibile ignorare i curdi, queste forze saranno costrette a trovare una via di mezzo. Per questo dovranno riconoscere sia noi che il movimento curdo. Le aree che sono impegnate in particolare contro di noi, sono attori regionali. Primi tra tutti la Turchia, l’Arabia Saudita, il regime siriano e l‘Iran.

Vi siete incontrati diverse volte sia con la delegazione USA che con quella russa. Ci può dare qualche dettaglio sui contenuti dei colloqui?

Ora non posso parlarne dettagliatamente. Ma posso dire che entrambe le parti ci hanno comunicato che dobbiamo mostrarci pazienti e che questa fase non può essere portata avanti con l’esclusione dei curdi e che effettivamente ci saremo. Ma il fattore “timing“ è un tema importante.

Nei colloqui è stato dichiarato che sareste stati coinvolti direttamente a Ginevra-3?

Questo è stato detto. Si è parlato anche di timing adatto. Sembra che prima dell’incontro ci fossero determinati piani. Ma questi non sembrano essersi realizzati.

Quel è stata la sua reazione rispetto al fatto di essere invitato?

Abbiamo sottolineato che dobbiamo partecipare ai colloqui fin dall'inizio. Abbiamo detto che non riconosceremo le decisioni prese senza la nostra partecipazione e che non siamo nemmeno costretti a riconoscerle.

Al co-presidente del Consiglio della Siria Democratica (CSD) Heysem Menna è stato inviato un invito personale a Ginevra-3. Cosa significa questo invito personale?

Nell’invio degli inviti per Ginevra-3 è stato possibile osservare due diversi modi di procedere. Per esempio al gruppo di Riad, la cosiddetta opposizione, è stato inviato un invito per 15 persone che dovevano essere decise da loro. Heysem Menna e anche altri nostri amici hanno ricevuto inviti personali. Ma questi sono stati rifiutati con la motivazione che il PYD è la componente più grande del CSD. Se non c’è il PYD, hanno dichiarato le persone invitate, anche loro non avrebbero partecipato ai negoziati. Poi noi come PYD, insieme al CSD, abbiamo preparato una lettera all’Incaricato Speciale dell‘ONU De Mistura nella quale abbiamo spiegato quali persone ci rappresenteranno.

Dopo che Menna ha risposto a De Mistura sull’invito, anche Lei ha partecipato con De Mistura e i rappresentanti dell’ONU a un incontro. Di cosa si è parlato nel colloquio?

In effetti sono stati ripetuti gli stessi contenuti anche nei colloqui. È stato detto che coloro i quali hanno ricevuto un invito personale devono partecipare ai colloqui. Che gli altri avrebbero dovuto aspettare e che sarebbero stati coinvolti successivamente.

Menna e le altre persone che hanno avuto un invito parteciperanno ai colloqui?

In nessun caso. Su questo la nostra decisione è presa.

E in chi consiste il cosiddetto “Gruppo di Riad“ che è stato invitato ai colloqui di Ginevra-3? Da chi vengono appoggiati e perché sono stati invitati?

Nell’ambito dei colloqui di Vienna e della decisione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU è stata presa la decisione di una riunione a Riad. Nei colloqui di Vienna si è parlato di una riunione del genere, ma non è stato detto che doveva svolgersi a Riad. A posteriori però l’Arabia Saudita ha invitato a organizzare la riunione a Riad. Naturalmente dovevano partecipare solo i gruppi che vengono accettati dalla leadership saudita. Quindi alla fine dei conti è stata convocata una riunione che non era adeguata alle decisioni di Vienna. Perché a Vienna era stato deciso che tutte le opposizioni avrebbero dovuto partecipare a una riunione del genere. Quindi non siamo stati inviati a Riad. Invece a Riad erano presenti gruppi come Ahrar al-Sham e Jaish al-Islam, che combattono attivamente contro di noi. Dal nostro punto di vista, queste sono organizzazioni terroristiche. E con l’invito di questi gruppi si voleva dare loro una certa legittimità. Invece i curdi e i suryoyo sono stati esclusi da questa riunione. A quella riunione a Riad era stato invitato anche il co-presidente del CSD Heysam Menna. Ma ha rifiutato l’invito perché non voleva sedere allo stesso tavolo con quei gruppi.

Si parla del fatto che questi gruppi vengono sostenuti dall’Arabia Saudita e dalla Turchia. Spesso si parla anche del fatto che entrambi gli stati in passato e nel presente hanno sostenuto IS. Se guardiamo determinati gruppi che ora stanno seduti al tavolo di Ginevra-3, salta all’occhio che non sono molto diversi da IS. Per questa ragione vorrei chiedere se dal suo punto di vista un invito di IS a Ginevra-3 avrebbe creato uno sdegno altrettanto grande, quanto quello che hanno provocato le discussioni su un vostro possibile invito?

Una domanda legittima, perché in effetti determinati stati non avrebbero protestato così rumorosamente contro un invito a IS, come lo hanno fatto rispetto a noi. La forma mentis di organizzazioni come Al-Nusra o Jaish al-Islam non è così lontana da quella di IS. Vengono invitati, perché anche loro in parte parlano di una soluzione attraverso negoziati politici. Ma come ho detto, per il resto la loro forma mentis non è molto diversa da quella di IS. Anche se si definiscono come parte dell’opposizione siriana. Ma in realtà o sono vicini ai Fratelli Musulmani, o – la parte più radicale tra loro – ad Al-Qaeda.

Anche se al Gruppo di Riad è arrivato un invito, il gruppo non sembra essere veramente d’accordo al proprio interno. Da cosa dipende?

Questo dipende dalla loro eterogeneità. Perché questo gruppo si è formato attraverso pressioni esterne. In principio si tratta di un’opposizione straniera, la cui guida si trova ad esempio a Istanbul o ad Ankara. Ma allo stesso tempo guidano anche gruppi armati nella guerra civile siriana. Inizialmente questi gruppi sono stati spacciati all’opinione pubblica come “Esercito Libero Siriano“. Più tardi è venuto fuori che la maggior parte di loro erano gruppi islamisti e jihadisti. Oggi nessuno può negare la vera faccia di questi gruppi. IS è comunque ben noto nel mondo. Al-Nusra viene considerato un ramo di Al-Qaeda. E Ahrar al-Sham combatte noi e altri oppositori. Quindi non c’è da meravigliarsi se un’opposizione che è stata fondata sulla base di pressioni esterne e non ha una base sociale, va rapidamente in disaccordo e litiga. Questo è diventato chiaro nella riunione di Riad.

Anche se nel conflitto siriano collaborate a livello militare sia con gli USA che con la Russia, entrambe le potenze a livello politico si comportano in modo molto cauto nei vostri confronti. Da cosa dipende?

Questo è vero. Non vogliono accettarci politicamente. Parlano di democrazia e di diritti umani nella regione, ma non riconoscono l’unica forza democratica nella regione. Questo è inaccettabile. A Ginevra di fatto non c’è nessun altra forza che sia laica e che difenda anche i valori umani e la democrazia. L’unica forza che sarebbe in grado di farlo siamo noi. Invece l’opposizione che siede al tavolo dei negoziati a Ginevra condivide i valori di uno stato islamico con il quale una democratizzazione in Siria non può essere realizzata. Senza di noi al tavolo quindi, il risultato dei colloqui non sarà la democrazia, ma qualcos’altro.

Quali conseguenze porterà con sé l’atteggiamento della Russia e degli USA a livello militare?

La nostra forza nella regione non è stata creata da una qualche potenza esterna. Nessuno ci ha messo delle armi in mano e ci ha mandati in guerra. La popolazione ha la sua propria forza, la sua propria forza di difesa. Se quindi ora queste potenze ci abbandonano, questo non vuol dire che siamo perduti. Disponiamo di una forza che si è creata da sé e che sa difendersi da sola. Da questo punto di vista non è molto importante se qualcuno sta attivamente al nostro fianco o meno. Sta di fatto che queste potenze sono anche consapevoli del fatto che una fine del sostegno militare ai curdi, in linea di principio corrisponderebbe a un sostegno a quelle forze che fino ad ora sono state combattute.

Che significato ha la conferenza di Ginevra-3 senza i curdi?

Abbiamo detto fin dall’inizio che una conferenza Ginevra-3 senza di noi avrebbe portato allo stesso risultato di Ginevra-2. Guardi cosa è successo dopo Ginevra-2, quante persone in Siria hanno perso la vita. Lo stesso succederebbe anche dopo Ginevra-3.

Ha parlato del fatto che poi non accettereste i risultati della conferenza.

Si, non riconosceremo i risultati di una conferenza alla quale non partecipiamo. A quel punto non saremmo neanche vincolati.

Cosa succederebbe se dalla conferenza senza la vostra partecipazione uscisse una decisione cessate il fuoco?

Lo dico molto apertamente, questa decisione in questo caso non sarebbe vincolante per noi. Se non possiamo essere parte della decisione, allora non siamo neanche tenuti a mettere in pratica quanto deciso.

La Turchia ha fatto grandi sforzi per impedire la Vostra partecipazione a Ginevra-3. In precedenza Lei stesso ha avuto colloqui con la Turchia. Cosa è successo nei colloqui? E perché oggi si è arrivati a questo punto?

In questi colloqui abbiamo esplicitato la nostra buona volontà. Non abbiamo mai assunto un atteggiamento nocivo nei confronti della popolazione turca. E non lo faremmo mai, perché ci sentiamo legati dai nessi storici tra i popoli. Ma l’AKP avvelena questa comunanza dei popoli. Quando quattro anni fa abbiamo condotto dei colloqui, gli stessi rappresentanti del Ministero degli Esteri turco hanno parlato di amicizia tra i popoli. Allora ci sarebbe stata la possibilità di stabilizzare questa amicizia. Ma non l’hanno usata e non possiamo nemmeno metterla in pratica unilateralmente da soli. All’epoca abbiamo presentato le nostre richieste. Hanno detto che le avrebbero messe in pratica, ma non l’hanno fatto. Non volevano accettarci politicamente.

Parlerebbe di nuovo con la Turchia se da parte di Ankara arrivasse un invito in questo senso?

Non lo rifiuteremmo a priori e ci riflettemmo. Ma potremmo concordare solo se ci accorgessimo che un tale colloquio potesse servire alla fratellanza tra i popoli.

Alla fine vorrei tornare di nuovo sul livello militare: ci sarà un’operazione da parte curda verso Jarablus? Cosa vi aspettate a questo livello?

Questa, come ha detto Lei stesso, è una questione militare. Jarablus è una regione a maggioranza curda. Anche se forse non a breve termine, in prospettiva, lì in ogni caso andrà fatto qualcosa. Al momento IS controlla il territorio. Le curde e i curdi del territorio ogni giorno ci chiedono di liberali. Ma è anche un territorio sensibile. Vedremo in che direzione si evolve la questione.

La Turchia ha dichiarato Jarablus la sua linea rossa …

La Turchia dice che nel caso di un’avanzata interverrebbe. Si pone la questione contro cosa e contro chi vogliono intervenire e cosa ha da fare lì? I turkmeni combattono con noi, così gli arabi. Con quale diritto la Turchia quindi traccia qualche tipo di linea rossa oltre il confine? Questo non è accettabile.

Jarablus può essere intesa come la porta della Turchia verso IS?

Può esserlo. Prima Girê Spî (Tel Abyad) fungeva da porta di questo tipo. Anche Serê Kaniyê lo è stata quando lì c’era IS. Attraverso queste porte sono stati organizzati i grandi attacchi che hanno portato IS fino a Kobanê. Jarablus non resterà sotto il controllo di IS in eterno. Questo non lo accetteremo. Ma IS non deve essere annientato solo a Jarablus, ma nell’intero Medio Oriente.

31/01/2016

Siria - A Ginevra il negoziato degli assenti

Tra quelli che non stati invitati e quelli che hanno detto che non ci saranno, il negoziato sulla Siria patrocinato dalle Nazioni Unite, che riprende oggi a Ginevra, è segnato dalle assenze.

Non ci sono i curdi, alla cui partecipazione si è opposta la Turchia, membro Nato che vuole a tutti i costi la caduta dell’odiato presidente siriano Assad. Né si siederà al tavolo l’opposizione sostenuta dai sauditi. Ieri l’High Negotiations Committee, nato a dicembre dall’accordo tra alcuni dei maggiori gruppi dell’opposizione siriana, ha annunciato che non parteciperà ai colloqui, poiché non sono state soddisfatte le condizioni che aveva posto, tra cui il raggiungimento di un accordo per far entrare aiuti nelle città sotto assedio. In Siria sono una quindicina i centri abitati assediati sia dalle truppe di Assad sia dai ribelli. Ci dovrebbe essere, invece, una delegazione inviata dal presidente siriano.

Per l’inviato Onu Staffan de Mistura la strada è tutta in salita. Ieri ha inviato un videomessaggio speranzoso ai siriani (“il negoziato non può fallire”), stritolati da una guerra che ha fatto oltre 260mila morti e milioni di sfollati e rifugiati. La lista dei partecipanti non è stata resa nota e, forse, potrebbe cambiare nel corso dei colloqui che dureranno sei mesi. Sono parte del piano Onu licenziato un anno fa a Vienna, che prevede che i negoziati portino a un governo di transizione, al varo di una nuova Costituzione e alle elezioni.

Paiono obiettivi davvero lontani, questi, guardando al campo di battaglia che forse deciderà più della diplomazia le sorti della Siria. In seguito all’intervento russo, la posizione di Assad si è rafforzata ed è assai improbabile che possa essere estromesso dal potere, come vorrebbero Ankara e Riad. Non è neanche chiaro quale sia l’opposizione legittimata a trattare. Per non parlare dell’Isis e anche dei qaedisti di Al Nusra che, ovviamente, non sono a Ginevra, ma in Siria occupano ampi territori. Mosca e Washington in parte collaborano (sostengono i curdi siriani contro l’Isis) in parte sono su fronti opposti (i russi al fianco di Assad, gli americani con i turchi e i sauditi).

A Ginevra i colloqui si terranno in stanze separate, con de Mistrura che farà la spola tra le diverse delegazioni. L’obiettivo più immediato potrebbe essere quello del raggiungimento di qualche tregua o l’apertura di qualche corridoio umanitario, che potrebbero ridurre il numero dei morti. Magari anche il numero dei profughi, aspetto che preme molto ai Paesi europei poco propensi ad accogliere il flusso di rifugiati che sta producendo il conflitto siriano.

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28/01/2016

Siria - Le pressioni sul negoziato erano evitabili

Urayb ar-Rintawi – ad Dostour (traduzione di Romana Rubeo)

Se fosse stata caratterizzata da maggiore sagacia e acume, la conferenza delle opposizioni siriane a Riad avrebbe potuto evitare le pressioni, le critiche e la marginalizzazione a cui è stata sottoposta (…) La volontà di prevalere sugli altri ha esposto le opposizioni al fuoco incrociato delle critiche e delle pressioni, che sono arrivate dagli amici prima ancora che dai nemici: da Washington e New York, prima che da Teheran, Damasco e Mosca.

Gli oppositori hanno dimostrato mancanza di capacità e scarsa lungimiranza nell’analisi della situazione siriana e della sua estrema complessità. È sintomatico di una cronica “ristrettezza di vedute”, a meno che questo modo di condurre la conferenza di Riad e la scelta della composizione dell’organismo supervisore e della delegazione negoziale non riflettano il desiderio, da parte degli organizzatori, di minare dall’interno i colloqui Ginevra-3, ponendo fine al dialogo prima ancora che questo abbia inizio.

Il presidente, i capi delegazione e gli altri delegati avrebbero dovuto essere figure meno controverse: persino gli alleati delle opposizioni hanno difficoltà a presentarli come promotori o difensori di una Siria libera, democratica e pluralistica, o come sostenitori dei diritti delle minoranze del Paese.

I delegati che saranno in prima linea nei colloqui avrebbero dovuto essere figure al di sopra di ogni sospetto di terrorismo o di criminalità, come il gruppo Jaysh ul Islam del Ghuta orientale di Damasco. Ma il principio secondo cui ‘chi non è con noi è contro di noi’ sembra aver accecato i suoi sostenitori, trasformandoli in nemici: è quanto avvenuto durante la costituzione della delegazione e nel corso delle accese dispute a livello regionale e internazionale che ne sono conseguite.

Il nobile emissario dell’ONU De Mistura, strenuo difensore dei diritti di genere, auspica una maggiore partecipazione delle donne all’interno della delegazione. Forse non conosce bene i suoi interlocutori: in testa alla delegazione, infatti, ci sono personaggi per cui il pluralismo si traduce nel ‘diritto alla poligamia’. E ce ne sono altri che condividono le idee dell’ISIS in merito alla schiavitù femminile, alla possibilità di considerare i corpi delle donne bottini di guerra e a circondarsi di ‘più donne possibile’.

Figure di questo calibro spianano la strada agli avversari degli altri gruppi dell’opposizione siriana, che a Ginevra potrebbero presentare argomentazioni condivisibili dal resto del mondo e non inaccettabili come alcuni punti di vista, così smaccatamente vicini a quelli dell’ISIS.

Il risultato di tanta fretta nel voler tirare delle conclusioni prima che i tempi fossero maturi è solo uno: la conferenza di Riad è stata privata del diritto di rappresentare le opposizioni siriane. De Mistura doveva tenere il pugno di ferro e riappropriarsi dell’autorità, che era stata concessa a lui e non a singoli stati, di delineare la delegazione delle opposizioni siriane; e nel farlo, ha sfoderato le armi dei criteri di New York e Vienna.

Su questo punto, in particolare, era evidente che il Segretario di Stato John Kerry avrebbe parlato in russo a Riad e che avrebbe usato le minacce del suo amico Sergey Lavrov (Ministro degli Esteri russo) come un’arma per fare pressione sulle opposizioni e sugli organizzatori, e per dettare la linea dei colloqui di Ginevra-3. Ed è accaduto esattamente questo.

Nel momento in cui sono state scritte queste parole, ancora non si conosceva il risultato delle consultazioni tra i gruppi di opposizione a Riad e dei colloqui portati avanti con altre potenze arabe e regionali. Non era neanche chiaro a chi si rivolgesse l’invito a partecipare ai colloqui di Ginevra, da parte dell’emissario delle Nazioni Unite. Ma abbiamo costatato che l’opposizione interna (stanziata in Siria) si è lavata le mani della conferenza di Riad, soprattutto quando la delegazione per Ginevra l’ha esclusa e ha espresso dichiarazioni non in linea con le sue posizioni. Costatiamo anche la costituzione di una seconda delegazione delle opposizioni, formata dai partecipanti alla conferenza del Cairo, dall’autorità curda, dai partecipanti ala conferenza di Mosca e da altri oppositori indipendenti.

In effetti, come già rilevato in un articolo comparso poco prima della recente visita a Riad di Kerry, Washington considera suoi alleati alcuni gruppi di opposizione esclusi dalla conferenza di Riad. Si sente molto più a suo agio con loro e li preferisce di gran lunga alle fazioni, alle brigate e ai personaggi che si sono riuniti a Riad. Avevamo anche sostenuto che Washington potrebbe fare ricorso alla carta dell’intransigenza russa per attenuare le asperità tra le varie posizioni emerse a Riad, e che non presterà ascolto agli avvertimenti di Ankara sulle disastrose conseguenze di un invito dei ‘terroristi curdi’ a Ginevra.

Ma le opposizioni della conferenza di Riad avrebbero dovuto prevedere queste tendenze prima e meglio di noi. Così non è stato. Hanno invece perseverato lungo la strada della perdizione, fino a mettersi all’angolo, fino alla minaccia di vedersi revocato il diritto di “rappresentanza esclusiva” dei vari gruppi dell’opposizione siriana.

“Il processo è stato caratterizzato da una terribile chiusura mentale che, da un lato, riflette l’intolleranza nei confronti del pluralismo che non risparmia le opposizioni e dall’altro, profila un orizzonte denso di nubi per i colloqui con il regime, nel caso in cui la rappresentanza e la negoziazione fossero lasciate esclusivamente nelle mani di tali personaggi,” conclude Rintawi.

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12/11/2015

Siria: il negoziato tra stop and go. Ankara insiste sulla zona cuscinetto

Si capirà nei prossimi giorni se i colloqui tra le grandi potenze, accelerati dall’intervento militare russo in Siria, avranno gli effetti sperati sull’andamento di un conflitto sanguinoso che dura ormai da quasi cinque anni, istigato in gran parte da molti di quei paesi che ora trattano per risolverlo.

A tenere banco è soprattutto la proposta di mediazione presentata da Mosca, che potrebbe mettere d’accordo vari soggetti in campo, ma forse non proprio tutti.

Nei giorni scorsi la stampa internazionale ha diffuso una versione della bozza presentata dai rappresentanti russi alla riunione di Vienna che differisce, almeno in parte, da quella anticipata in parte da alcuni organi di stampa del paese promotore della proposta di soluzione negoziata della guerra civile. Il Ministero degli Esteri russo ha smentito la versione diffusa dalla stampa internazionale, in particolare la parte che riguarda il ruolo dell’attuale presidente siriano Bashar al Assad nel processo di transizione che dovrebbe durare 18 mesi e includerebbe la stesura di una nuova costituzione, la celebrazione di un referendum popolare ed elezioni presidenziali anticipate. Ma la Reuters ha pubblicato quello che secondo l’agenzia di stampa sarebbe il testo al centro del confronto tra le parti.

Nonostante non sembri che la Russia (e probabilmente neanche l’Iran) difendano a spada tratta la permanenza al potere di Assad ma consiglino che il presidente si faccia rappresentare da un candidato di sua fiducia, diversi esponenti dell’opposizione siriana hanno criticato la presunta proposta di Mosca, giudicata un tentativo di mantenere al potere “il suo clan”.

Secondo quanto pubblicato da Reuters, il piano prevede l’inserimento dello Stato Islamico e altri gruppi jihadisti nella lista delle organizzazioni terroristiche da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, fornendo in questo modo una base legale propedeutica alla cooperazione militare tra tutte le potenze che partecipano alla campagna contro i fondamentalisti.

Mosca chiede che vengano interrotti tutti i finanziamenti e i canali di rifornimento di Daesh e degli altri gruppi jihadisti, bloccando anche il commercio illegale del petrolio che l’Is vende sui mercati internazionali con la complicità o quantomeno la tolleranza di numerosi paesi dell’area.

Il cessate il fuoco propedeutico all’avvio del negoziato vero e proprio per la transizione non dovrà riguardare il contrasto militare allo Stato Islamico e ad altri gruppi definiti terroristici.

Inoltre andrà avviato un processo politico sotto l’egida dell’inviato speciale dell’Onu che coinvolga il governo siriano e una delegazione dei gruppi di opposizione. La composizione della delegazione dell’opposizione andrà concordata preventivamente in base alle posizioni dei vari gruppi su alcuni obiettivi condivisi, come la necessità di evitare l’ascesa al potere dei terroristi in Siria, di garantire la sovranità, l’integrità territoriale e l’indipendenza politica del paese, e la natura laica e democratica dello stato.

Dovrà essere convocato un gruppo di contatto per la Siria per preparare una conferenza di pace. Del gruppo dovrebbero far parte i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu (Cina, Francia, Russia, Regno Unito, e Stati Uniti) ma anche l’Arabia Saudita, la Turchia, l’Iran, l’Egitto, la Giordania, l’Oman, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti, l’Iraq, il Libano, la Germania, l’Italia, l’inviato speciale dell’Onu, la Lega araba, l’Organizzazione della cooperazione islamica (Oci) e l’Unione europea.

Tutte le fazioni siriane chiamate a partecipare alla conferenza di pace dovrebbero essere invitate a sottoscrivere i seguenti punti:

- sarà avviata una riforma costituzionale, entro 18 mesi, per garantire la sicurezza e un giusto equilibrio degli interessi, diritti e doveri di tutti i gruppi etnici e confessionali nelle future istituzioni statali;

- verrà formata una commissione costituzionale che coinvolga l’intero spettro della società siriana, compresi rappresentanti dell’opposizione che si trovano in Siria o all’estero; il presidente siriano non sarà a capo di tale commissione che sarà presieduta da un candidato approvato da tutte le parti;

- il progetto di costituzione sarà sottoposto a un referendum popolare e, in seguito all’approvazione, saranno indette elezioni presidenziali anticipate;

- le elezioni legislative in programma per la primavera del 2016 saranno rinviate fino al termine del processo di riforma costituzionale, in modo da consentire il contemporaneo svolgimento delle elezioni presidenziali sulla base della nuova costituzione;

- sarà formato un governo con un pieno potere esecutivo da parte del partito o della coalizione che otterrà la maggioranza dei voti;

- il presidente eletto dal popolo avrà le funzioni di comandante in capo delle forze armate, il controllo dei servizi speciali e della politica estera.

A quanto pare, al di là del giudizio sulla presenza diretta di Assad nel processo di transizione, sembra che comunque le parti stiano già lavorando ad alcuni dei passi previsti dalla bozza.

L'incontro internazionale prevista per sabato 14 novembre a Vienna, infatti, dovrebbe servire secondo l’agenzia France Presse (imbeccata da fonti politiche occidentali non meglio definite) a definire la composizione della delegazione delle opposizioni siriane che dovrebbe prendere parte al negoziato. La fonte afferma che la delegazione dovrebbe essere suddivisa in due commissioni e dovrebbe operare sotto il coordinamento dell’inviato dell’Onu Staffan de Mistura. Il problema è capire ora quali fazioni avranno la meglio nella composizione della delegazione, ed a competere non sono solo le varie organizzazioni attive in territorio siriano e quelle invece basate all’estero, ma anche le varie potenze che sponsorizzano i gruppi anti-Damasco.

Non sorprende, quindi, che sull’andamento del negoziato i dubbi siano numerosi e consistenti, e che non regni esattamente l’ottimismo sul futuro della trattativa. Scrive ad esempio il quotidiano The Indipendent: "Le posizioni del mondo riunito a Vienna sono divise su tre fronti: coloro che sostengono un futuro per Bashar al-Assad, come Russia e Iran. Coloro che credono il presidente siriano se ne debba andare, guidati da Arabia Saudita e Turchia. E quelli che appaiono rimbalzati tra i due poli, un gruppo dominato da USA e GB. Ci vorranno parecchie contorsioni diplomatiche per concordare un piano di pace che si adatta a tutte le parti".

A proposito di ostacoli alla trattativa, il presidente turco Erdogan ha di nuovo insistito sulla necessità della creazione di una “zona cuscinetto” all’interno del territorio siriano, naturalmente sotto il controllo di Ankara. Parlando ad Ankara ad un gruppo di imprenditori, Erdogan ha annunciato che il conflitto siriano sarà domenica e lunedì al centro dei colloqui tra i leader, tra cui il presidente Usa Barack Obama, il presidente russo Vladimir Putin e il re saudita Salman. La Turchia pretende – finora senza particolari risultati – da Ue e Usa il via libera ad invadere il nord della Siria, con la scusa che la ‘safe zone’ creerebbe una zona sicura al confine dove concentrare gran parte dei circa due milioni di profughi siriani finora ospitati in territorio turco. Ma è più che ovvio che Ankara miri a mettere un piede in Siria per determinare le sorti del paese da una posizione di vantaggio rispetto a partner e competitori e a indebolire le istituzioni di autogoverno curde alle quali invece va un sempre più organico sostegno da parte di Washington.

Sul terreno, intanto, mentre continuano senza sosta i bombardamenti dell’aviazione russa su decine di obiettivi dello Stato Islamico e di Al Nusra, le truppe governative siriane, sostenute dalle milizie libanesi di Hezbollah e da quelle iraniane, hanno ottenuto, sembra, un’importante vittoria riuscendo a rompere l’assedio di Daesh alla base militare di Kweyris, a nord di Aleppo. Il tutto, sembra, con il sostegno logistico e le informazioni fornite da alcuni gruppi della cosiddetta ‘opposizione moderata’ siriana. Almeno stando a quando afferma il generale russo Konashenkov. Il che dimostrerebbe quanto volubili sarebbero nell’area le alleanze e gli schieramenti.

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05/05/2015

Siria - L'Onu rilancia Ginevra: parla con tutti e incrocia le dita

di Chiara Cruciati

Staffan de Mistura è testardo. Nonostante le dinamiche globali e regionali, la guerra fredda in corso tra Iran e Arabia Saudita, il ruolo destabilizzatore statunitense, l’inviato Onu in Siria non intende mollare. E ritira fuori Ginevra, dopo i palesi fallimenti delle precedenti conferenze di pace.

Stavolta cambia la struttura del negoziato tra governo di Damasco e opposizioni: nessun dialogo diretto, chiaramente infattibile, vista la precondizione posta dalla Coalizione Nazionale Siriana (federazione delle opposizioni sostenuta dall’Occidente) che vuole la testa di Assad, in un caparbio quanto inutile circolo vizioso. La proposta di de Mistura che apre oggi sei settimane di incontri è di procedere con una serie di consultazioni separate con le parti coinvolte, governo, opposizioni moderate (resta fuori al-Nusra e, ovviamente, lo Stato Islamico) e attori regionali, tra cui Iran e Turchia.

Obiettivo dichiarato è individuare posizioni negoziabili su cui fondare un dialogo vero e proprio in futuro. Ahmad Fawzi, portavoce Onu, ha spiegato ieri che si tratterà di incontri a porte chiuse con i singoli attori regionali e internazionali: “Non ci aspettiamo annunci decisivi, non ci aspettiamo nessuna comunicazione conclusiva firmata da tutti”. Basso profilo, dettato anche dalla posizione di chiusura subito assunta dalle opposizioni: alcuni gruppi hanno già espresso disapprovazione per la presenza dell’Iran.

L’avvio del nuovo tentativo di transizione politica sarà lanciato oggi a mezzogiorno da Ginevra in una conferenza stampa con l’inviato de Mistura che spera di riuscire dove i suoi predecessori, Kofi Annan e Lakhdar Brahimi, fallirono: portare al tavolo del dialogo parti che si combattono da quattro anni. De Mistura, da parte sua, ha dimostrato chiaramente di non voler escludere il governo di Damasco, considerando la sua presenza fondamentale all’eventuale risoluzione della crisi. Una posizione non affatto condivisa da alcuni governi europei e dall’amministrazione Washington che – nonostante tiepide aperture e nonostante le imbeccate della Cia, che continua a definire le opposizioni moderate un peso gravoso invece che un sostegno concreto – continua a finanziare con denaro e armi gruppi moderati quasi assenti ormai dal terreno di conflitto, rimpiazzati dai gruppi estremisti islamisti, da al-Nusra all’Isis.

Non sono pochi quelli che definiscono quanto meno cieca la strategia implementata dagli Stati Uniti nella regione. La coalizione anti-Isis non sta affatto frenando, dopo mesi di raid aerei, l’avanzata del califfato che mantiene le posizioni. E all’incapacità politica si aggiungono anche le accuse di massacri di civili a nord est di Aleppo: secondo l’Osservatorio Siriano per i diritti umani (organizzazione basata a Londra e da 4 anni schierata contro il presidente Assad) sabato scorso un raid Usa ha ucciso 52 civili nel villaggio Birmahle, vicino Aleppo. “Un massacro perpetrato con il pretesto di colpire l’Isis”. L’esercito Usa ha confermato di aver bombardato quel villaggio giovedì, quindi due giorni prima, dopo aver avuto informazioni dai kurdi sull’assenza di civili nella zona.

L’accusa arriva mentre Amnesty International rendeva pubblico un nuovo rapporto, “Death Everywhere”, sulle atrocità commesse contro la città di Aleppo, da anni prigioniera degli scontri tra opposizioni e governo. L’organizzazione ha pubblicato una serie di testimonianze che raccontano la devastazione provocata dalle bombe (secondo i locali bombe barile sganciate da Damasco), il sovraffollamento degli ospedali ormai al collasso, raid delle opposizioni contro scuole e moschee.

Crimini di guerra contro i civili, li definisce Amnesty, commessi da tutte le parti coinvolte, “orrendi crimini e altri abusi nella città da parte delle forze governative e gruppi armati di opposizioni ogni giorno”.

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16/04/2015

Siria - Ritiro parziale dell'Isis da Yarmouk

di Chiara Cruciati – il Manifesto

Lo Stato Islamico si è parzialmente ritirato dal campo profughi palestinese di Yarmouk: ieri funzionari palestinesi e residenti del campo hanno dato la notizia. Centinaia di miliziani avrebbero fatto marcia indietro, ritirandosi nel vicino sobborgo di Hajar al Aswad, a 4 km da Damasco, da cui era partita l’offensiva contro Yarmouk il primo aprile.

Nel campo resta al-Nusra, accusato dai palestinesi di Yarmouk di aver permesso l’ingresso del califfato – pur dichiarandosi ufficialmente neutrale – e di aver combattuto al fianco degli islamisti per fermare la resistenza dei gruppi armati palestinesi e l’esercito siriano.

«Molti si sono allontanati a seguito degli scontri con gli avversari», racconta un residente di Yarmouk alla Reuters, Abu Ahmad Hawari. Fazioni divise in passato, ma di nuovo unite dalla minaccia islamista: a combattere l’Isis sono stati i gruppi palestinesi sia vicini al presidente siriano Assad come il Fronte Popolare – General Command (Pflp-Gc), sia milizie a lui avverse, a partire da Aknaf Beit al-Maqdis legata ad Hamas.

E se al-Nusra resta ora il gruppo più potente dentro Yarmouk, la ritirata dell’Isis viene festeggiata dai palestinesi come una vittoria propria. Lo dice Khaled Abdul-Majid, capo del Fronte per la Lotta Popolare, esterno all’Olp: le fazioni palestinesi hanno costretto l’Isis a cedere. Diverse le dichiarazioni del portavoce del Pflp-Gc, Anwar Raja, secondo il quale il ritiro non è completo e gli scontri continuano, mentre il numero dei residenti diminuisce ogni giorno di più: dei 160mila rifugiati presenti prima del 2011, prima dell’assalto dell’Isis ne rimanevano 18mila. E oggi, dice il ministro dell’Informazione siriano, «non superano i 6mila».

Alla finestra restano le agenzie internazionali, a partire dall’Unrwa che ha tentato più volte di entrare a Yarmouk per portare aiuti umanitari. Finora solo la presenza dell’esercito governativo all’ingresso settentrionale del campo ha permesso la fuga dei civili intrappolati e il loro soccorso.

E se a Damasco l’Onu coopera parzialmente con il governo siriano per fornire assistenza alla popolazione, a New York l’inviato delle Nazioni Unite per la Siria, Staffan de Mistura, rilancia il piano per far ripartire i negoziati politici. De Mistura punta ad un dialogo a tu per tu tra i vari attori regionali e internazionali, «consultazioni separate con chiunque abbia influenza nel conflitto», precisa il portavoce Onu Dujarric. Tra questi l’Iran, sostenitore di Assad e considerato da più parti – Russia in primis – fondamentale per porre fine alla crisi.

Il nuovo round di negoziati faccia a faccia – dopo il flop del dialogo tentato da Mosca e disertato dalle opposizioni moderate – si dovrebbe aprire a maggio a Ginevra. L’ennesima Ginevra e l’ennesimo fallimento se le precondizioni dettate dagli Usa e alleati, dalla Turchia all’Arabia Saudita, non cambieranno e se la debole Coalizione Nazionale insisterà nel chiedere la testa di Assad, ignorando gli equilibri sul campo.

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03/03/2015

Siria - No dei ribelli al piano de Mistura

I cosiddetti “ribelli moderati” hanno detto no al piano proposto dall’inviato Onu Staffan de Mistura per un cessate il fuoco di sei settimane ad Aleppo. Il neonato “Consiglio Rivoluzionario”, che raggruppa parte dell’opposizione a Bashar al-Assad, ha rifiutato ieri la proposta formulata dal diplomatico italo-svedese nel quadro di una strategia delle “sospensioni locali” dei combattimenti perché non contempla “la rimozione di Assad e la sua persecuzione per crimini di guerra”. Il presidente siriano, che per de Mistura è “parte della soluzione” al conflitto, si era già detto disponibile a fermare le sue forze per favorire l’apertura di un corridoio umanitario.

I rappresentanti dei miliziani della città settentrionale siriana, riunitisi nella cittadina turca frontaliera di Kilis assieme al capo dell’opposizione siriana in esilio Khaled Khoja, continuano a non fidarsi del piano delle Nazioni Unite che ha già incassato la disponibilità di Damasco a fermare l’aviazione e l’artiglieria – senza però che fosse stabilita una data: Aleppo, in cui la battaglia infuria da oltre due anni tra ribelli ed esercito, è troppo strategica per fermarsi.

“Perché solo Aleppo – hanno chiesto gli esponenti del Consiglio Rivoluzionario – e non le altre città della Siria?” Con i cingolati di Damasco che a stento riescono ad avanzare nell’accerchiamento della città – e nella chiusura di ogni via di comunicazione con la Turchia per i rifornimenti di armi  – il cessate il fuoco proposto da de Mistura viene infatti considerato solo come una pausa utile al presidente siriano per riorganizzare le sue forze.

Forze che, sebbene stentino a riconquistare totalmente Aleppo, continuano ad avanzare a sud della capitale Damasco: secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani l’esercito, assieme alle milizie leali ad Assad, ha preso il controllo di tre villaggi e diverse colline intorno a Deraa dopo una serie di scontri che hanno causato sette vittime tra i ribelli. La regione meridionale della Siria al confine con la Giordania e con il Golan occupato da Israele è infatti l’ultimo bastione della battaglia intrapresa dal presidente siriano per assicurarsi la protezione di Damasco, schiacciando sia i cosiddetti ribelli moderati sia i miliziani jihadisti di al-Nusra.

E assieme al piano Onu, cominciano a crollare le vecchie strategie occidentali di armare gruppi di ribelli per cacciare Assad: Harakat Hazm, la prima milizia armata apertamente dagli Stati Uniti e addestrata dalla Cia in chiave anti-governativa prima e anti-jihadista poi, ha annunciato ieri la sua dissoluzione dopo la sconfitta subita nella regione di Idlib per mano del fronte al-Nusra. Circa 30 membri della milizia sono infatti caduti sotto i colpi dei jihadisti, che hanno strappato la base 46 sulla strada per Aleppo e messo le mani sui missili anticarro Tow, generosamente offerti da Washington ai ribelli da lei scelti per combattere Assad.

Intanto, l’Isis avrebbe rilasciato 19 degli oltre 200 cristiani assiri catturati la scorsa settimana nella provincia di al-Hasakeh. Una tribunale shariatico dei territori conquistati dai jihadisti avrebbe infatti ordinato la liberazione di 28 degli ostaggi, stando a quanto riportava l’Osservatorio siriano per i diritti umani, ma di nove di loro non si hanno più notizie.

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18/02/2015

Siria - De Mistura strappa la tregua per Aleppo

Aleppo, Siria
Mentre l’inviato Onu per la Siria, Staffan de Mistura, riferiva in Consiglio di sicurezza della disponibilità del presidente siriano Bashar al Assad a sospendere i raid su Aleppo, l’esercito siriano e i combattenti del movimento sciita libanese Hezbollah continuavano l’offensiva in direzione di alcuni villaggi vicino alla città settentrionale, in mano ai jihadisti, riuscendo a conquistarli. Pesante il bilancio degli scontri, circa cento morti: 65 insorti e 50 soldati e combattenti filo-governativi, secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani di base a Londra, vicino all'opposizione.

La tregua inseguita da de Mistura - sei settimane senza sparare per aprire un corridoio umanitario - al momento resta un’ipotesi. Tutto è ancora da definire, soprattutto l’adesione alla sospensione delle ostilità dei gruppi dell’opposizione, che non hanno gradito il dialogo aperto dall’inviato dell’Onu con Assad. E hanno gradito ancor meno le affermazioni del diplomatico sul coinvolgimento del presidente siriano nella pacificazione del Paese precipitato in una guerra civile che in quattro anni ha fatto oltre 220.000 morti e milioni di sfollati e profughi.

Per de Mistura “Assad è parte della soluzione” e dallo scorso ottobre lavora al raggiungimento di “sospensioni locali” dei combattimenti, partendo proprio da Aleppo. Se il piano funziona in questa città, che prima della guerra era un fiorente centro industriale, potrebbe essere esteso a tutta la Siria. Ma è stato lo stesso de Mistura a non farsi “illusioni”. L’obiettivo è “difficile da raggiungere”, ha detto, “Ogni volta che c’è una proposta di cessate il fuoco, assistiamo a un’accelerazione (degli scontri) per guadagnare posizioni”.

La capitale del Nord da quasi tre anni è il terreno di un aspro scontro tra le truppe fedeli ad Assad e i gruppi di opposizione, tra cui si contano i qaedisti del Fronte al Nusra, fazione islamiste e i ribelli sostenuti dall’Occidente. La popolazione è in fuga e chi resta vive sotto assedio e sotto attacco, con acqua, elettricità e carburante che scarseggiano. Qui la tregua servirebbe a dare sollievo agli abitanti e a testare la possibilità di estendere il modello delle “sospensioni locali” dei combattimenti a tutta la Siria. Il modello ha funzionato a Homs e in diverse zone vicino a Damasco, ma non ha ottenuto il plauso del Dipartimento di Stato Usa, che ha giudicato queste tregue locali una sorta di “accordi di resa” in favore di Assad.

Il governo siriano, ha riferito de Mistura all’Onu, ha espresso la sua disponibilità a fermare i raid dell’aviazione e il fuoco d’artiglieria per sei settimane, a partire dalla data che dovrebbe annunciare Damasco. Ma resta l’incognita dell’opposizione che non nasconde il timore che Assad approfitti della tregua per riorganizzare le forze e prepararle a un attacco massiccio. Il Consiglio del Comando rivoluzionario, sigla nata alla fine dell’anno scorso per unificare i combattenti stranieri ritenuti laici, ha accusato l’inviato dell’Onu di “faziosità” per le dichiarazioni su Assad, mentre l’inviato della coalizione dell’opposizione all’Onu, Najib Ghadbian, ha chiarito che le tregue vanno provate “con i fatti, non con le parole”, aggiungendo che “sinora le azioni sono state soltanto brutalità e terrore”. Anche le altre sigle dell’opposizione temono che la tregua giochi solo a favore di Damasco, il cui obiettivo nella zona di Aleppo è duplice: tagliare fuori i combattenti dalla via di rifornimento che collega Aleppo al confine con la Turchia e aprirsi una via verso le cittadine di Nubl e al Zahraa, sotto l’assedio delle milizie dell’opposizione.

Al Watan, quotidiano vicino al governo siriano, sostiene che le forze governative puntano a circondare Aleppo nei prossimi giorni, per scacciare gli insorti che controllano gran parte dei sobborghi occidentali della città. Con l’ultima offensiva, il governo ha preso il controllo dei villaggi di Ratyan, Bashkoy e Hardetneed. A questo punto molti analisti si chiedono perché Assad, in un momento di vantaggio militare sui gruppi armati dell’opposizione nella zona di Aleppo, dovrebbe fermare i combattimenti. Inoltre, alla diffidenza dell’opposizione rispetto al piano si aggiunge la presenza nell’area dell’Isis che certo non deporrà le armi per aderire a tregue sponsorizzate dall’Onu.

Al momento non si sa se e quando entrerà in vigore la sospensione dei combattimenti. De Mistura tornerà a Damasco e proporrà il piano alle opposizioni. Per Aleppo, ha detto, adesso c’è un “barlume di speranza”.

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