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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/02/2016

La posizione del Pyd sul mancato invito a Ginevra-3

Dopo che nessun rappresentante curdo è stato inviato ai negoziati di Ginevra, Salih Muslim in un’intervista con l’agenzia stampa curda Firat (ANF) fornisce informazioni sui retroscena e su quali sono state le ragioni per il non-invito. Inoltre Salih Muslim spiega in quali circostanze i curdi potrebbero ancora partecipare a Ginevra-3.

Tutte le aree erano sicure della vostra partecipazione ai negoziati di Ginevra. La decisione di non invitarvi è stata presa all’ultimo minuto? Cosa è successo in quel momento dietro le quinte?

Non possiamo dire che la decisione è stata presa all’ultimo minuto. Anche prima non c’era chiarezza sulla nostra partecipazione. Ma le aree che sono per una soluzione della crisi siriana, si aspettavano che i curdi dovessero partecipare ai negoziati. Queste aree hanno sottolineato che una partecipazione del Partito dell’Unità Democratica (PYD) e dell’amministrazione autonoma del Rojava è indispensabile. In tutti i colloqui che abbiamo avuto con le diverse aree, dalla controparte è stato sempre sottolineato che senza l’inclusione di una forza così importante e del sistema che i popoli della Siria hanno costruito nel nord del paese, una soluzione della crisi non sarà possibile. Ora proprio queste aree si servono della vecchia retorica. Noi eravamo consapevoli del fatto che si sarebbe potuti arrivare a un mercato delle vacche. Ma dall’inizio abbiamo sottolineato che dovevamo essere coinvolti nei colloqui e nei negoziati. Ora le parti che prima sottolineavano che la nostra partecipazione era tassativa, spiegano che una partecipazione diretta potrebbe portare a un caos e che dovremmo essere coinvolti nei negoziati a posteriori. Quindi non è ancora del tutto chiaro se parteciperemo ai colloqui. La domanda è quando e in quale forma ci verrà concessa la possibilità di una partecipazione. Ci viene detto che stanno ancora aspettando. A questo proposito l’Incaricato Speciale dell‘ONU [De Mistura] ci ha detto che la decisione va oltre lui e la sua gente. Da questa affermazione deduciamo che una forza superiore all’ONU ha impedito il nostro invito a Ginevra.

Si può dire che ha avuto una garanzia rispetto alla partecipazione?

Dobbiamo aspettare. I nostri interlocutori a questo proposito non sono degli stati, ma le Nazioni Unite.

Molte aree motivano il non-invito a Ginevra con l’atteggiamento della Turchia. Come valuta questa tesi?

Non solo la Turchia, ma anche altre forze erano impegnate a impedire la nostra partecipazione. Perché un invito ai negoziati equivarrebbe a un riconoscimento. Quindi oltre alla Turchia ci sono anche altre aree che non vogliono riconoscere l’amministrazione autonoma del Rojava. A causa della sua curdo-fobia, la Turchia è contro di noi. Alcune aree temono che i curdi nella terza conferenza di Ginevra possano ottenere uno status. Per questo sono contrari. Un’altra ragione per il rifiuto è dovuto al sistema democratico che attuiamo nella regione. Nonostante il suo alto valore democratico che non viene solo accettato, ma anche sostenuto dai popoli della regione, molte aree sono contrarie al riconoscimento di questo sistema. L’aspirazione a rifiutare il riconoscimento con ogni mezzo si può spiegare così. Quelle aree che corrispondono a questi due criteri si sono alleate contro i curdi. Da più di cinque anni non vogliono accettarci in alcun modo. Sono impegnati a strumentalizzare in questo senso anche altre aree. Il risultato sono diversi appellativi come "sostenitore del regime“, "terrorista“ o altre terminologie. Sono state intraprese le strade più diverse per fermare l’unico sistema che offre una prospettiva alle popolazioni della regione e la libera volontà dei curdi e delle curde. A questo proposito sono esemplari gli attacchi crudeli contro Kobanê. Questi risultano da questa mentalità. Ma nel frattempo tutti sono consapevoli del fatto che questo sistema e questa volontà non possono più essere spezzati. Per questo queste forze sono impegnate a impedire un riconoscimento del sistema, costi quel che costi.

In questa crisi si tratta solo di attori regionali o sono inclusi gli USA e la Russia?

Né per gli USA né per la Russia il riconoscimento del nostro sistema svolge un ruolo significativo. Entrambe le parti sono molto più focalizzate sui propri interessi. Ma tutte le aree sono consapevoli della forza delle curde e dei curdi nel Medio Oriente. Nessuno può più negare la volontà e il sistema che viene riconosciuto da oltre 40 milioni di curde e di curdi. Soprattutto non se si vuole effettivamente procedere contro il terrorismo. Data che non è possibile ignorare i curdi, queste forze saranno costrette a trovare una via di mezzo. Per questo dovranno riconoscere sia noi che il movimento curdo. Le aree che sono impegnate in particolare contro di noi, sono attori regionali. Primi tra tutti la Turchia, l’Arabia Saudita, il regime siriano e l‘Iran.

Vi siete incontrati diverse volte sia con la delegazione USA che con quella russa. Ci può dare qualche dettaglio sui contenuti dei colloqui?

Ora non posso parlarne dettagliatamente. Ma posso dire che entrambe le parti ci hanno comunicato che dobbiamo mostrarci pazienti e che questa fase non può essere portata avanti con l’esclusione dei curdi e che effettivamente ci saremo. Ma il fattore “timing“ è un tema importante.

Nei colloqui è stato dichiarato che sareste stati coinvolti direttamente a Ginevra-3?

Questo è stato detto. Si è parlato anche di timing adatto. Sembra che prima dell’incontro ci fossero determinati piani. Ma questi non sembrano essersi realizzati.

Quel è stata la sua reazione rispetto al fatto di essere invitato?

Abbiamo sottolineato che dobbiamo partecipare ai colloqui fin dall'inizio. Abbiamo detto che non riconosceremo le decisioni prese senza la nostra partecipazione e che non siamo nemmeno costretti a riconoscerle.

Al co-presidente del Consiglio della Siria Democratica (CSD) Heysem Menna è stato inviato un invito personale a Ginevra-3. Cosa significa questo invito personale?

Nell’invio degli inviti per Ginevra-3 è stato possibile osservare due diversi modi di procedere. Per esempio al gruppo di Riad, la cosiddetta opposizione, è stato inviato un invito per 15 persone che dovevano essere decise da loro. Heysem Menna e anche altri nostri amici hanno ricevuto inviti personali. Ma questi sono stati rifiutati con la motivazione che il PYD è la componente più grande del CSD. Se non c’è il PYD, hanno dichiarato le persone invitate, anche loro non avrebbero partecipato ai negoziati. Poi noi come PYD, insieme al CSD, abbiamo preparato una lettera all’Incaricato Speciale dell‘ONU De Mistura nella quale abbiamo spiegato quali persone ci rappresenteranno.

Dopo che Menna ha risposto a De Mistura sull’invito, anche Lei ha partecipato con De Mistura e i rappresentanti dell’ONU a un incontro. Di cosa si è parlato nel colloquio?

In effetti sono stati ripetuti gli stessi contenuti anche nei colloqui. È stato detto che coloro i quali hanno ricevuto un invito personale devono partecipare ai colloqui. Che gli altri avrebbero dovuto aspettare e che sarebbero stati coinvolti successivamente.

Menna e le altre persone che hanno avuto un invito parteciperanno ai colloqui?

In nessun caso. Su questo la nostra decisione è presa.

E in chi consiste il cosiddetto “Gruppo di Riad“ che è stato invitato ai colloqui di Ginevra-3? Da chi vengono appoggiati e perché sono stati invitati?

Nell’ambito dei colloqui di Vienna e della decisione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU è stata presa la decisione di una riunione a Riad. Nei colloqui di Vienna si è parlato di una riunione del genere, ma non è stato detto che doveva svolgersi a Riad. A posteriori però l’Arabia Saudita ha invitato a organizzare la riunione a Riad. Naturalmente dovevano partecipare solo i gruppi che vengono accettati dalla leadership saudita. Quindi alla fine dei conti è stata convocata una riunione che non era adeguata alle decisioni di Vienna. Perché a Vienna era stato deciso che tutte le opposizioni avrebbero dovuto partecipare a una riunione del genere. Quindi non siamo stati inviati a Riad. Invece a Riad erano presenti gruppi come Ahrar al-Sham e Jaish al-Islam, che combattono attivamente contro di noi. Dal nostro punto di vista, queste sono organizzazioni terroristiche. E con l’invito di questi gruppi si voleva dare loro una certa legittimità. Invece i curdi e i suryoyo sono stati esclusi da questa riunione. A quella riunione a Riad era stato invitato anche il co-presidente del CSD Heysam Menna. Ma ha rifiutato l’invito perché non voleva sedere allo stesso tavolo con quei gruppi.

Si parla del fatto che questi gruppi vengono sostenuti dall’Arabia Saudita e dalla Turchia. Spesso si parla anche del fatto che entrambi gli stati in passato e nel presente hanno sostenuto IS. Se guardiamo determinati gruppi che ora stanno seduti al tavolo di Ginevra-3, salta all’occhio che non sono molto diversi da IS. Per questa ragione vorrei chiedere se dal suo punto di vista un invito di IS a Ginevra-3 avrebbe creato uno sdegno altrettanto grande, quanto quello che hanno provocato le discussioni su un vostro possibile invito?

Una domanda legittima, perché in effetti determinati stati non avrebbero protestato così rumorosamente contro un invito a IS, come lo hanno fatto rispetto a noi. La forma mentis di organizzazioni come Al-Nusra o Jaish al-Islam non è così lontana da quella di IS. Vengono invitati, perché anche loro in parte parlano di una soluzione attraverso negoziati politici. Ma come ho detto, per il resto la loro forma mentis non è molto diversa da quella di IS. Anche se si definiscono come parte dell’opposizione siriana. Ma in realtà o sono vicini ai Fratelli Musulmani, o – la parte più radicale tra loro – ad Al-Qaeda.

Anche se al Gruppo di Riad è arrivato un invito, il gruppo non sembra essere veramente d’accordo al proprio interno. Da cosa dipende?

Questo dipende dalla loro eterogeneità. Perché questo gruppo si è formato attraverso pressioni esterne. In principio si tratta di un’opposizione straniera, la cui guida si trova ad esempio a Istanbul o ad Ankara. Ma allo stesso tempo guidano anche gruppi armati nella guerra civile siriana. Inizialmente questi gruppi sono stati spacciati all’opinione pubblica come “Esercito Libero Siriano“. Più tardi è venuto fuori che la maggior parte di loro erano gruppi islamisti e jihadisti. Oggi nessuno può negare la vera faccia di questi gruppi. IS è comunque ben noto nel mondo. Al-Nusra viene considerato un ramo di Al-Qaeda. E Ahrar al-Sham combatte noi e altri oppositori. Quindi non c’è da meravigliarsi se un’opposizione che è stata fondata sulla base di pressioni esterne e non ha una base sociale, va rapidamente in disaccordo e litiga. Questo è diventato chiaro nella riunione di Riad.

Anche se nel conflitto siriano collaborate a livello militare sia con gli USA che con la Russia, entrambe le potenze a livello politico si comportano in modo molto cauto nei vostri confronti. Da cosa dipende?

Questo è vero. Non vogliono accettarci politicamente. Parlano di democrazia e di diritti umani nella regione, ma non riconoscono l’unica forza democratica nella regione. Questo è inaccettabile. A Ginevra di fatto non c’è nessun altra forza che sia laica e che difenda anche i valori umani e la democrazia. L’unica forza che sarebbe in grado di farlo siamo noi. Invece l’opposizione che siede al tavolo dei negoziati a Ginevra condivide i valori di uno stato islamico con il quale una democratizzazione in Siria non può essere realizzata. Senza di noi al tavolo quindi, il risultato dei colloqui non sarà la democrazia, ma qualcos’altro.

Quali conseguenze porterà con sé l’atteggiamento della Russia e degli USA a livello militare?

La nostra forza nella regione non è stata creata da una qualche potenza esterna. Nessuno ci ha messo delle armi in mano e ci ha mandati in guerra. La popolazione ha la sua propria forza, la sua propria forza di difesa. Se quindi ora queste potenze ci abbandonano, questo non vuol dire che siamo perduti. Disponiamo di una forza che si è creata da sé e che sa difendersi da sola. Da questo punto di vista non è molto importante se qualcuno sta attivamente al nostro fianco o meno. Sta di fatto che queste potenze sono anche consapevoli del fatto che una fine del sostegno militare ai curdi, in linea di principio corrisponderebbe a un sostegno a quelle forze che fino ad ora sono state combattute.

Che significato ha la conferenza di Ginevra-3 senza i curdi?

Abbiamo detto fin dall’inizio che una conferenza Ginevra-3 senza di noi avrebbe portato allo stesso risultato di Ginevra-2. Guardi cosa è successo dopo Ginevra-2, quante persone in Siria hanno perso la vita. Lo stesso succederebbe anche dopo Ginevra-3.

Ha parlato del fatto che poi non accettereste i risultati della conferenza.

Si, non riconosceremo i risultati di una conferenza alla quale non partecipiamo. A quel punto non saremmo neanche vincolati.

Cosa succederebbe se dalla conferenza senza la vostra partecipazione uscisse una decisione cessate il fuoco?

Lo dico molto apertamente, questa decisione in questo caso non sarebbe vincolante per noi. Se non possiamo essere parte della decisione, allora non siamo neanche tenuti a mettere in pratica quanto deciso.

La Turchia ha fatto grandi sforzi per impedire la Vostra partecipazione a Ginevra-3. In precedenza Lei stesso ha avuto colloqui con la Turchia. Cosa è successo nei colloqui? E perché oggi si è arrivati a questo punto?

In questi colloqui abbiamo esplicitato la nostra buona volontà. Non abbiamo mai assunto un atteggiamento nocivo nei confronti della popolazione turca. E non lo faremmo mai, perché ci sentiamo legati dai nessi storici tra i popoli. Ma l’AKP avvelena questa comunanza dei popoli. Quando quattro anni fa abbiamo condotto dei colloqui, gli stessi rappresentanti del Ministero degli Esteri turco hanno parlato di amicizia tra i popoli. Allora ci sarebbe stata la possibilità di stabilizzare questa amicizia. Ma non l’hanno usata e non possiamo nemmeno metterla in pratica unilateralmente da soli. All’epoca abbiamo presentato le nostre richieste. Hanno detto che le avrebbero messe in pratica, ma non l’hanno fatto. Non volevano accettarci politicamente.

Parlerebbe di nuovo con la Turchia se da parte di Ankara arrivasse un invito in questo senso?

Non lo rifiuteremmo a priori e ci riflettemmo. Ma potremmo concordare solo se ci accorgessimo che un tale colloquio potesse servire alla fratellanza tra i popoli.

Alla fine vorrei tornare di nuovo sul livello militare: ci sarà un’operazione da parte curda verso Jarablus? Cosa vi aspettate a questo livello?

Questa, come ha detto Lei stesso, è una questione militare. Jarablus è una regione a maggioranza curda. Anche se forse non a breve termine, in prospettiva, lì in ogni caso andrà fatto qualcosa. Al momento IS controlla il territorio. Le curde e i curdi del territorio ogni giorno ci chiedono di liberali. Ma è anche un territorio sensibile. Vedremo in che direzione si evolve la questione.

La Turchia ha dichiarato Jarablus la sua linea rossa …

La Turchia dice che nel caso di un’avanzata interverrebbe. Si pone la questione contro cosa e contro chi vogliono intervenire e cosa ha da fare lì? I turkmeni combattono con noi, così gli arabi. Con quale diritto la Turchia quindi traccia qualche tipo di linea rossa oltre il confine? Questo non è accettabile.

Jarablus può essere intesa come la porta della Turchia verso IS?

Può esserlo. Prima Girê Spî (Tel Abyad) fungeva da porta di questo tipo. Anche Serê Kaniyê lo è stata quando lì c’era IS. Attraverso queste porte sono stati organizzati i grandi attacchi che hanno portato IS fino a Kobanê. Jarablus non resterà sotto il controllo di IS in eterno. Questo non lo accetteremo. Ma IS non deve essere annientato solo a Jarablus, ma nell’intero Medio Oriente.

06/02/2016

Siria - In fuga da Aleppo e dalla battaglia decisiva

Un’altra ondata di profughi, l’ennesima, in un paese martoriato da cinque anni di guerra civile e che ha assistito alla fuga di metà della propria popolazione: sette milioni gli sfollati interni in Siria, cinque i rifugiati all’estero.

E ora altri 70mila, o forse 100mila. I numeri che ieri venivano forniti dall’Onu e dal governo turco erano altissimi: quella che viene considerata la battaglia finale per Aleppo ha costretto alla fuga decine di migliaia di civili. Le immagini che arrivavano ieri dal valico di frontiera Bab al-Salama, tra Siria e Turchia, spiegavano molto di più delle parole: intere famiglie a piedi, in auto, con pochi beni personali, sedute a terra in attesa che quel valico si aprisse. È rimasto chiuso, la Turchia non intende aprirlo. Non vuole altri rifugiati, che si aggiungano ai 2 milioni e mezzo già presenti nel proprio territorio. Profughi che gli hanno garantito tre miliardi dall’Unione Europea e una più generale impunità sul fronte interno, dove la Turchia ha lanciato da mesi una brutale campagna militare contro il popolo kurdo.

Ieri a Bab al-Salama, dice l’agenzia Onu Ocha, c’erano almeno 20mila persone. Altre 10mila hanno trovato rifugio nella vicina comunità di Azez, altrettante in quella di Afrin, entrambe città kurde rivendicate dalle Ypg di Rojava.

Stanno scappando da Aleppo, primo centro economico siriano e fondamentale centro culturale, dal 2012 diviso in due: opposizioni a est e governo ad ovest. Una divisione che negli anni ha visto l’ingresso di altri attori del conflitto, non più le sole opposizioni moderate, ma i qaedisti di al-Nusra, gli islamisti di Ahrar al-Sham, ma soprattutto i miliziani dello Stato Islamico, che premono da oriente.

Forte del sostegno aereo russo, centinaia di raid in pochi giorni, il governo di Damasco ha deciso per la controffensiva finale. In pochi giorni ha ripreso una serie di villaggi a nord e la strada di collegamento tra Aleppo e il confine turco, unica via di transito di armi e miliziani alle opposizioni. Ieri altri villaggi sono stati rioccupati e l’esercito ha annunciato la completa ripresa della zona settentrionale della città. La morsa si stringe, la gente fugge anche a seguito di volantini che l’aviazione governativa avrebbe fatto piovere mercoledì sulla città: l’esercito lascia la “scelta”, tra il bagno di sangue e il ritiro spontaneo dei miliziani, a cui – dice – garantiremo un’uscita sicura da Aleppo.

Non è un caso che l’operazione sia stata lanciata mentre a Ginevra si apriva il fantomatico negoziato con le opposizioni. L’Hnc ha da subito posto una serie di precondizioni, spinto dagli alleati del Golfo, e Damasco ha risposto con l’esercito. Se Aleppo tornerà in mano governativa, per le opposizioni sarà un colpo durissimo che potrebbe obbligarle a piegarsi al dialogo su posizioni più deboli.

Lo sa bene il fronte anti-Assad che tra ieri e oggi ha condannato le operazioni militari in corso: il segretario di Stato Usa Kerry ha chiesto alla Russia di interrompere subito i bombardamenti. Ma a prendere la posizione più dura è la Nato, per bocca del segretario generale Jens Stoltenberg che ha accusato Mosca di “minare gli sforzi per raggiungere una soluzione politica”. Parole, sì, ma che chiariscono le posizioni in campo, il ruolo della Turchia alleato Nato, e lo scontro in atto tra i due fronti e che prospettano tensioni maggiori nel prossimo futuro.

La Russia risponde per le rime: “Non possiamo fermare [i raid] unilateralmente: che dite dei terroristi e dei gruppi di opposizione? Anche loro si fermeranno? E la coalizione guidata dagli Stati Uniti si fermerà?”. Ha detto l’ambasciatore russo all’Onu Churkin. Insomma, nessun cessate il fuoco unilaterale, da una parte sola.

Ribolle così una situazione già calda, dove il dialogo non è mai partito ma a parlare è sempre stata la guerra. Giovedì sera a scendere in campo è stata l’Arabia Saudita, a cui segue a ruota il Bahrein. I sauditi hanno proposto le proprie truppe per un’eventuale operazione via terra accanto alla coalizione anti-Isis. L’obiettivo è chiaro e non è – almeno direttamente – lo Stato Islamico: Riyadh ha bisogno di riequilibrare la bilancia a favore del fronte anti-Damasco, vincente sul piano militare e diplomatico. I Saud hanno investito denaro e credibilità nel tentativo di rovesciare Assad, sostenendo gruppi islamisti e estremisti oggi radicati sul territorio.

Fonte

05/02/2016

Siria, verso la soluzione militare

di Michele Paris

Il quasi fallimento dei negoziati di pace sulla Siria dopo appena un paio di giorni dal loro inizio continua a essere seguito da recriminazioni e scambi di accuse tra le parti coinvolte, in attesa di una nuova improbabile convocazione verso la fine di febbraio. La sospensione dei colloqui ancora nella fase preliminare da parte dell’inviato speciale dell’ONU, Staffan de Mistura, è giunta in concomitanza con i nuovi successi sul campo delle forze armate di Damasco e dell’aviazione russa, che hanno con ogni probabilità spinto i rappresentanti dei “ribelli” a boicottare di fatto l’incontro di Ginevra e a cercare di farne ricadere la responsabilità sul regime di Assad e i suoi alleati.

A impedire lo sblocco dell’impasse nella città elvetica è stata l’insistenza del comitato dell’opposizione siriana nel chiedere l’implementazione da parte di Assad di alcune condizioni preliminari, peraltro non collegate all’avvio delle trattative nemmeno dalla risoluzione ONU che ha gettato le basi del sempre più lontano processo di transizione in Siria. Per i negoziatori dei “ribelli”, verosimilmente dispensati da qualsiasi concessione, Damasco e Mosca avrebbero dovuto in sostanza cessare le operazioni militari in corso, ovvero mettere fine ai cosiddetti “assedi” di varie città siriane controllate dai gruppi armati anti-Assad.

In particolare, l’avanzata delle forze governative ad Aleppo e la minaccia di interrompere le linee di rifornimento dei “ribelli” dalla Turchia hanno generato il panico tra i rappresentanti dell’opposizione presenti a Ginevra e i regimi che li sostengono. I nuovi equilibri sul campo, in definitiva, hanno messo di fronte lo schieramento anti-Assad all’impossibilità non solo di raggiungere i loro obiettivi in Siria, ma anche di ottenere concessioni di rilievo al tavolo delle trattative.

In altre parole, come hanno chiarito gli sviluppi del già abortito processo di pace battezzato “Ginevra III”, per il fronte anti-siriano lo scopo del negoziato era e rimane lo stesso perseguito finora con le armi: giungere alla rimozione di Assad e instaurare un nuovo regime meglio disposto verso gli interessi americani e delle potenze alleate con Washington nella regione.

Davanti al probabile naufragio di questo piano, principalmente a causa dell’intervento russo a partire dallo scorso autunno, l’identico fine si è provato allora a raggiungerlo tramite il negoziato o la parvenza di esso, utilizzando un mix di pressioni, escalation militare e dichiarazioni di disponibilità a trattare. I pesanti rovesci inflitti in queste settimane ai “ribelli” hanno però rafforzato la posizione di Damasco, rendendo alquanto improbabile la possibilità di fare concessioni, a cominciare da quelle legate al futuro ruolo del presidente Assad.

La linea dura degli uomini sostenuti da Washington e Riyadh ha rivelato così il proposito di far fallire i negoziati per evitare un ulteriore consolidamento delle posizioni delle forze siriane nel quadro di un’eventuale tregua. Vista la logica indisponibilità di Mosca e Damasco a piegarsi a richieste che indebolirebbero la posizione del governo legittimo, l’unica alternativa rimasta ai “ribelli” spediti a Ginevra è sembrata essere quella di far saltare il tavolo delle trattative e farne ricadere la colpa sul regime e i suoi alleati.

Dietro a un simile atteggiamento vi è il tentativo, in corso da tempo, di trascinare ancor più nel conflitto siriano, per combattere direttamente le forze di Assad, l’Occidente, la Turchia e le monarchie ultra-reazionarie del Golfo Persico, tutti già attivi ufficialmente contro lo Stato Islamico (ISIS).

Se Ginevra III finirà dunque per affondare definitivamente, gli scenari ipotizzabili saranno essenzialmente due. O Assad e la Russia riusciranno a indebolire la galassia fondamentalista che combatte il regime tanto da risolvere militarmente la crisi o, in maniera più verosimile, per dettare da una posizione ancora più favorevole i termini di un accordo di pace, oppure gli sponsor dei “ribelli” intensificheranno il loro impegno per salvare gli investimenti di questi anni, a rischio però di scatenare una guerra di portata molto più ampia. A questo proposito, giovedì il governo russo ha messo in guardia da possibili preparativi da parte della Turchia per una possibile “incursione” militare in territorio siriano.

Ad ogni modo, la versione di governi e media occidentali per i quali sarebbe la campagna militare russa a rappresentare l’ostacolo a una soluzione pacifica della crisi, è un ribaltamento della realtà. Le manovre e l’insistenza per rovesciare il regime di Assad hanno infatti un peso determinante nell’alimentare il conflitto in Siria e impedire uno sbocco diplomatico; senza contare poi come le fasi preliminari di Ginevra III siano state caratterizzate da una vera e propria escalation militare da parte degli Stati Uniti, dei loro alleati in Europa, della Turchia e di vari paesi arabi, sia pure nominalmente per combattere l’ISIS.

L’intervento di Mosca, legalmente legittimo anche se ovviamente dettato da necessità strategiche, è stato al contrario di natura difensiva, vista la fondamentale importanza della sopravvivenza di un regime alleato in Medio Oriente, tanto più in un clima di crescente rivalità con gli Stati Uniti. Poco sorprende, perciò, che anche di fronte alle minacce e alle pressioni subite a Ginevra, la Russia abbia fatto sapere senza esitazioni di avere tutta l’intenzione di proseguire nell’impegno militare a fianco di Assad.

Surreale, in questo senso, è apparsa l’accusa rivolta alla Russia dal segretario di Stato americano, John Kerry, il quale ha affermato che Mosca intende cercare una soluzione militare e non politica alla guerra in Siria. La devastazione di questo paese è infatti dovuta in primo luogo proprio agli Stati Uniti, responsabili di avere creato, direttamente e indirettamente, forze fondamentaliste violente per forzare l’abbattimento di un regime che ostacola gli interessi americani in Medio Oriente.

Che l’interesse di USA, Arabia Saudita, Turchia e Qatar non risieda nel cosiddetto processo di pace è confermato anche dalla decisione di inviare a Ginevra una delegazione fatta in buona parte di esponenti di formazioni islamiste, le quali avrebbero prevedibilmente adottato posizioni intransigenti nei confronti del governo di Damasco.

Oltre a non avere in pratica nessuna base di sostegno tra la popolazione siriana, alcuni gruppi, come Jaish al-Islam e Ahrar al-Sham, sono poi, a ragione, addirittura considerati terroristi dalla Russia e da altri paesi. Il comitato responsabile delle trattative per l’opposizione sponsorizzata da Riyadh ha inoltre provocatoriamente scelto come capo negoziatore proprio il leader politico di Jaish al-Islam, Mohammed Alloush.

La composizione delle formazioni rappresentate a Ginevra spiega quindi i timori manifestati per le vicende belliche in atto in Siria, a cominciare dalla situazione di Aleppo, visto che in questa città come altrove la Russia e le forze di Assad stanno in larga misura combattendo contro gruppi fondamentalisti - l’ISIS, ma anche la filiale di al-Qaeda in Siria, il Fronte al-Nusra, e le formazioni ad essa legate - che tutte le parti aderenti all’iniziativa di pace sostengono di volere sconfiggere.

L’altra questione che ha contribuito a evidenziare lo scarso interesse per una risoluzione politica della tragedia siriana di una delle parti coinvolte è infine l’esclusione di rappresentanti importanti di gruppi e formazioni coinvolte nel conflitto. L’esempio più macroscopico è in questo caso quello dei curdi del Partito dell’Unione Democratica (PYD) e il suo braccio armato, le Unità di Protezione Popolare (YPG).

Le forze curde, al di là di come si giudichi la loro condotta nella guerra, continuano a svolgere un ruolo di primo piano, anche e soprattutto contro l’ISIS, riconosciuto e appoggiato dagli stessi Stati Uniti. Inoltre, PYD e YPG controllano un ampio territorio nel nord della Siria e sono in buoni rapporti con la Russia.

L’assenza dei curdi a Ginevra, dovuta ai timori della Turchia per la possibile formazione di un’entità curda che potrebbe includere una parte di territorio entro i propri confini, è perciò incomprensibile nel quadro di uno sforzo autentico per la pace in Siria e rappresenta una delle tante incongruenze registrate in un negoziato nemmeno iniziato e già sull’orlo del fallimento.

Fonte

01/02/2016

Siria - Il massacro di Damaso e la Pantomima di Ginevra

di Chiara Cruciati

Lo Stato Islamico non agisce a caso. Segue una sua precisa strategia che sui simbolismi fonda la sua propaganda. Il massacro di ieri, a Damasco, ne è la dimostrazione: tre attentati, uno dopo l’altro, hanno colpito a pochissima distanza dal mausoleo di Sayyida Zeinab, sito religioso sciita meta di pellegrinaggio da tutto il Medio Oriente; qui è sepolta la nipote del profeta Maometto e figlia del quarto califfo. Tanto importante da essere da tempo target del terrorismo di matrice islamista: un anno fa due kamikaze uccisero 4 persone, a gennaio di quest’anno è stato al-Nusra a colpire un autobus di pellegrini libanesi che stava raggiungendo il mausoleo, uccidendo nove.

Questa mattina, secondo l’Afp, il numero dei morti è salito a 71, oltre 100 i feriti. Gli attacchi, ieri mattina, sono stati tre. Ancora più odiosi perché, dopo l’esplosione di un’ autobomba, i due attentatori suicidi si sono fatti saltare in aria mentre accorrevano i soccorsi. Una strage. I palazzi intorno sono stati seriamente danneggiati, così come le automobili, un enorme cratere a terra indica il punto della prima esplosione.

Poco dopo è giunta la rivendicazione dello Stato Islamico: “Due soldati del califfato hanno portato a termine operazioni di martirio nella tana degli infedeli”, si legge nel comunicato comparso online.
Non è un caso nemmeno che la strage sia avvenuta mentre a Ginevra si apriva, a metà, il negoziato di pace. Lo Stato Islamico ha ricordato a tutti di esserci, di occupare un terzo del paese e di poter raggiungere qualsiasi città per compiere massacri. Un elemento non da poco, perché in Svizzera l’Isis non c’è: non c’è, ovviamente, al tavolo del dialogo ma non c’è nemmeno nelle intenzioni dei team di negoziatori e di alcuni degli sponsor.

L’Isis è la giustificazione all’intervento militare, è il nemico da sradicare, ma scompare dai discorsi politici quando si deve lavorare alla pacificazione del paese. Difficile immaginare una sconfitta del “califfato” senza un accordo interno, senza il promesso governo di transizione. Ma Ginevra pare lontanissima dall’obiettivo, una conferenza di pace dove il negoziato viene dipinto come il risultato e non il mezzo: un dialogo fine a se stesso, che però non va a definire il futuro del paese.

Basta guardare alle delegazioni delle due parti. Chiuse in stanze diverse, incontrano l’inviato Onu de Mistura da soli, faccia a faccia. Poi de Mistura fa la spola. Ma manca ancora consenso sulle precondizioni poste dalle opposizioni riunite sotto l’Hnc (Alto Comitato per i Negoziati), federazione nata a dicembre sotto l’ala saudita. Sono finalmente arrivate in Svizzera, sabato notte, dopo giorni di tentennamenti e minacce di boicottaggio. Ora tornano a chiedere quello che chiedevano prima: la fine dei raid russi e degli assedi governativi delle città controllate dai miliziani armati di opposizione. I negoziatori sono stati chiari: “Siamo venuti a Ginevra solo per avere rassicurazioni – ha detto uno di loro Basma Kodmani – Non si possono iniziare i negoziati senza gesti di buon volontà”.

De Mistura ha promesso di lavorarci e, ancora ieri, si diceva “ottimista”. Ma a mancare è una base comune: sono tante le città assediate in Siria e sono assediate da tutti gli attori della guerra civile. Lo sono dall’Isis, lo sono dal governo e da Hezbollah, ma lo sono anche dalle milizie di opposizione, bracci armati di quei gruppi che ora siedono a Ginevra. Tra loro Jaish al-Islam, gruppo salafita e ultraconservatore che è membro dell’Hnc (che sta per sbarcare a Ginevra per prendere parte al dialogo), come lo è Ahrar al-Sham, altra formazione islamista, entrambi finanziati e sostenuti dal Golfo.

Il governo di Damasco non ha intenzione di discutere con soggetti che considera gruppi terroristi, ma qui il problema è a monte. La loro presenza tra le fila delle opposizioni rende nella pratica impossibile prospettare un futuro di pacificazione per la Siria. Che tipo di paese immaginano le opposizioni dell’Hnc, se il loro spettro corre dai laici della Coalizione Nazionale ai salafiti di Jaish al-Islam, dai comunisti e socialisti del National Coordination Body agli islamisti di Ahrar al-Sham, fino ai Fratelli Musulmani e alla loro visione economica neoliberista?

Da parte sua il governo di Damasco accendeva ulteriormente le tensioni accusando le opposizioni di boicottare il dialogo: “Chi parla di precondizioni è arrivato a questo meeting per farlo deragliare – ha detto il capo negoziatore, nonché ambasciatore siriano all’Onu, al-Jaafari – Le opposizioni che non si presentano mostrano che non sono serie né responsabili”.

Fonte

31/01/2016

Siria - A Ginevra il negoziato degli assenti

Tra quelli che non stati invitati e quelli che hanno detto che non ci saranno, il negoziato sulla Siria patrocinato dalle Nazioni Unite, che riprende oggi a Ginevra, è segnato dalle assenze.

Non ci sono i curdi, alla cui partecipazione si è opposta la Turchia, membro Nato che vuole a tutti i costi la caduta dell’odiato presidente siriano Assad. Né si siederà al tavolo l’opposizione sostenuta dai sauditi. Ieri l’High Negotiations Committee, nato a dicembre dall’accordo tra alcuni dei maggiori gruppi dell’opposizione siriana, ha annunciato che non parteciperà ai colloqui, poiché non sono state soddisfatte le condizioni che aveva posto, tra cui il raggiungimento di un accordo per far entrare aiuti nelle città sotto assedio. In Siria sono una quindicina i centri abitati assediati sia dalle truppe di Assad sia dai ribelli. Ci dovrebbe essere, invece, una delegazione inviata dal presidente siriano.

Per l’inviato Onu Staffan de Mistura la strada è tutta in salita. Ieri ha inviato un videomessaggio speranzoso ai siriani (“il negoziato non può fallire”), stritolati da una guerra che ha fatto oltre 260mila morti e milioni di sfollati e rifugiati. La lista dei partecipanti non è stata resa nota e, forse, potrebbe cambiare nel corso dei colloqui che dureranno sei mesi. Sono parte del piano Onu licenziato un anno fa a Vienna, che prevede che i negoziati portino a un governo di transizione, al varo di una nuova Costituzione e alle elezioni.

Paiono obiettivi davvero lontani, questi, guardando al campo di battaglia che forse deciderà più della diplomazia le sorti della Siria. In seguito all’intervento russo, la posizione di Assad si è rafforzata ed è assai improbabile che possa essere estromesso dal potere, come vorrebbero Ankara e Riad. Non è neanche chiaro quale sia l’opposizione legittimata a trattare. Per non parlare dell’Isis e anche dei qaedisti di Al Nusra che, ovviamente, non sono a Ginevra, ma in Siria occupano ampi territori. Mosca e Washington in parte collaborano (sostengono i curdi siriani contro l’Isis) in parte sono su fronti opposti (i russi al fianco di Assad, gli americani con i turchi e i sauditi).

A Ginevra i colloqui si terranno in stanze separate, con de Mistrura che farà la spola tra le diverse delegazioni. L’obiettivo più immediato potrebbe essere quello del raggiungimento di qualche tregua o l’apertura di qualche corridoio umanitario, che potrebbero ridurre il numero dei morti. Magari anche il numero dei profughi, aspetto che preme molto ai Paesi europei poco propensi ad accogliere il flusso di rifugiati che sta producendo il conflitto siriano.

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20/12/2015

I finanziatori ginevrini dell’Isis

A leggere i giornali, uno spettro sembra aggirarsi per le strade di Ginevra. Dando seguito a informazioni comunicate dalla Cia, centinaia di agenti pattugliano le strade della città romanda alla caccia di quattro ragazzi sospettati di avere dei contatti con lo “Stato islamico in Siria e Iraq” (Isis o Daesh), l’organizzazione dell’estrema destra salafita sviluppatasi sulle macerie lasciate dall’invasione occidentale dell’Iraq e della guerra civile in Siria.

Seguendo la scia lasciata dai bombardieri occidentali che giorno dopo giorno scaricano tonnellate di bombe sul Medio Oriente, Daesh sembra avere raggiunto le metropoli d’Europa. Per pagare il soldo alle decine di migliaia di suoi miliziani e per acquistare l’equipaggiamento militare, Daesh ricorre principalmente a tre fonti: le tasse che riscuote nei territori occupati, i ricchi doni versati da sceicchi sunniti dell’Arabia Saudita e del Qatar e la vendita del petrolio estratto nella provincia siriana di Deir Ezzor e del nord dell’Iraq. I ricavati di questo commercio coprirebbero un quarto del budget annuale di Daesh, che si aggira attorno ai due miliardi di dollari.

Secondo le immagini satellitari rese pubbliche dal ministro della difesa russo Anatoly Antonov, l’oro nero verrebbe contrabbandato attraverso la frontiera turca con migliaia di camion fino al porto di Cehyan, sulle coste del Mediterraneo. Durante il tragitto, il petrolio verrebbe mischiato con del greggio proveniente dal Kurdistan iracheno prima di essere venduto alle grandi società occidentali che controllano il mercato mondiale. Come confermato dal settimanale Le Matin Dimanche (13 dicembre 2015, p. 29), molte delle società attive in questo commercio hanno sede a Ginevra. È proprio dalla città di Calvino che partono gli ordini d’acquisto di gran parte del petrolio di Cehyan, così come i pagamenti milionari verso i conti dei commercianti dell’oro nero.

A differenza delle banche, le imprese che fanno commercio di materie prime non sono soggette alla legge federale contro il riciclaggio. Queste società non hanno quindi nessun obbligo di assicurarsi che all’origine della transazione non vi sia un crimine, che il venditore non sia membro di un’organizzazione criminale o che i milioni versati non vadano a finanziare l’acquisto di kalashnikov o di cinture esplosive.

Proprio perché di dubbia provenienza, il petrolio nord-iracheno verrebbe inoltre venduto leggermente sotto-costo, garantendo così dei margini di guadagno ancora maggiori agli acquirenti. Interrogate dalla stampa domenicale, molte società ginevrine hanno rifiutato di dare dettagli sulla loro attività appellandosi al carattere “commercialmente sensibile” delle informazioni e alle “clausole di confidenzialità” che includono i contratti per il commercio del greggio. Un traffico proficuo e opaco che svela l’ipocrisia delle politiche anti-terroriste occidentali.

Mentre nel nome della lotta a Daesh si approvano leggi che permettono un controllo assoluto delle comunicazioni dei cittadini e cittadine, la maggioranza del parlamento federale garantisce l’opacità totale alle società che commerciano con le organizzazioni criminali e contribuiscono così a finanziare i loro misfatti.

Ha ragione la Cia quindi: a Ginevra ci sono persone in contatto con Daesh. Ma mentre le camionette vanno a caccia di una barba troppo lunga o di una djellaba sospetta, i finanziatori dell’Isis le osservano dall’alto, attraverso i vetri blindati dei loro lussuosi uffici.

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