di Chiara Cruciati - Il Manifesto
La prima mossa è arrivata
da Mosca: il presidente russo Vladimir Putin ha ordinato – da oggi – il
ritiro della maggior parte delle forze militari dispiegate in Siria per
fornire «un segnale positivo» per tutte le parti coinvolte nel conflitto
e per aumentare il livello di fiducia di tutti i partecipanti al
processo di pace. Il presidente russo avrebbe inoltre annunciato di aver
già parlato con il presidente siriano Bashar al Assad. Il leader russo avrebbe informato Assad circa la sua decisione,
pur confermando l’operatività della base aerea di Hemeimeem, nella
provincia di Latakia, e di quella navale nel porto di Tartous.
E dire che il Mig-21 dell’esercito governativo siriano abbattuto
sabato nella provincia di Hama dal gruppo salafita Ahrar al-Sham avrebbe
potuto far precipitare anche il dialogo. Ma i due missili lanciati dai
miliziani del gruppo (legato ad al-Nusra ma considerato legittima
opposizione) si sono trasformati nelle parole del governo di Damasco in
«difficoltà tecniche». Salvo il pilota, salvo il negoziato.
Ieri a Ginevra l’inviato Onu de Mistura ha annunciato il via
ai lavori, aperti da un incontro tra Nazioni Unite e delegazione
governativa. Un meeting che il capo negoziatore siriano,
l’ambasciatore al Palazzo di Vetro Bashar al-Jaafari, ha definito
«positivo e costruttivo»: in quella sede Damasco ha consegnato a de
Mistura un piano di transizione politica di cui ancora non si conoscono i
dettagli. «Abbiamo presentato idee e opinioni, [un rapporto] intitolato
‘Elementi essenziali per la risoluzione politica’, che arricchiranno
gli sforzi diplomatici di de Mistura quando incontrerà le altre
delegazioni», ha commentato al-Jaafari sottolineando la buona volontà
del governo che ha deciso di non insistere sulla precondizione del
precedente round di negoziati, la lista dei nomi dei partecipanti. Il
secondo meeting con l’inviato Onu, ha fatto sapere il capo negoziatore,
si terrà mercoledì.
Un giorno con il governo, uno con le opposizioni. Per ora si
procede a vista, con l’inviato Onu che ricorda a tutti che questo
dialogo è stato voluto dalla comunità internazionale, sottintendendo che
un suo fallimento sarà imputabile solo alle parti. E,
probabilmente fiaccato da rinvii e boicottaggi continui, ha precisato
che «l’unico piano B a disposizione è il ritorno alla guerra, una guerra
peggiore di quella vista finora». Come un fantasma nelle stanze
svizzere aleggia il destino del presidente Assad. Le opposizioni – a cui de Mistura ha fatto visita, informalmente, domenica sera – lo vogliono fuori dal futuro della Siria; il governo lo considera un argomento di cui nemmeno discutere. A sfavore di entrambi c’è una guerra civile entrata nel suo sesto anno e che ha logorato le forze di tutti. Su questo puntano le due super potenze sponsor del negoziato, Stati Uniti e Russia, che relegano in un angolo la questione Assad sperando di imporre la soluzione ai rispettivi alleati.
Lo spiega Joshua Landis, direttore del centro studi sul Medio Oriente
all’Università dell’Oklahoma: «Questa tregua è stata negoziata da Mosca
e Washington e non dai vari attori siriani. Il suo successo dimostra
quanto le parti siano esauste». Nonostante le violazioni della tregua
entrata in vigore il 27 febbraio, compiute sia dal governo che dalle
opposizioni, nessuno ha minacciato di non presentarsi a Ginevra. Vero è
che il segretario di Stato Usa Kerry nel fine settimana ha accusato il
governo siriano di «cercare di interrompere il processo di pace»
attraverso prese di posizioni unilaterali sul futuro di Bashar al-Assad. Ma queste restano dichiarazioni di facciata, necessarie a rassicurare
le opposizioni e a limitare il potere negoziale del fronte governativo.
Nelle stesse ore, infatti, il ministro degli Esteri russo Lavrov si
diceva pronto a coordinare le operazioni militari con gli Usa per
strappare Palmira e Raqqa allo Stato Islamico.
Casa Bianca e Cremlino sono impegnati da tempo nella
definizione della Siria che vorrebbero e numerose sono state le
aperture: gli Stati Uniti hanno accettato un ruolo temporaneo per Assad,
la Russia ha accolto il suo futuro allontanamento pur di salvare una
parte di quell’establishment politico funzionale ai propri interessi
regionali. Perché la soluzione finale sulla questione siriana –
per la sua potenza e centralità capace di ridefinire buona parte degli
equilibri mediorientali – sarà frutto delle ambizioni neocoloniali delle
due super potenze e della galassia dei rispettivi alleati. Consapevoli
che una guerra civile di tale proporzioni non è più gestibile, devono
spostarsi su un secondo piano di intervento, diplomatico e militare in
chiave anti-Isis.
Da parte loro governo e opposizioni, ancora distantissimi sul piano
politico e ideologico, si piegheranno ai loro finanziatori e
sostenitori. Al popolo siriano saranno concesse le elezioni, in un clima
non certo favorevole: cinque anni di guerra hanno diviso la
popolazione, frammentato la società, l’hanno indebolita tanto da
renderla facile preda degli attori esterni.
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