di Chiara Cruciati
Staffan de Mistura è
testardo. Nonostante le dinamiche globali e regionali, la guerra fredda
in corso tra Iran e Arabia Saudita, il ruolo destabilizzatore
statunitense, l’inviato Onu in Siria non intende mollare. E ritira fuori
Ginevra, dopo i palesi fallimenti delle precedenti conferenze di pace.
Stavolta cambia la struttura del negoziato tra governo di
Damasco e opposizioni: nessun dialogo diretto, chiaramente infattibile,
vista la precondizione posta dalla Coalizione Nazionale Siriana
(federazione delle opposizioni sostenuta dall’Occidente) che vuole la
testa di Assad, in un caparbio quanto inutile circolo vizioso. La
proposta di de Mistura che apre oggi sei settimane di incontri è di
procedere con una serie di consultazioni separate con le parti
coinvolte, governo, opposizioni moderate (resta fuori al-Nusra e,
ovviamente, lo Stato Islamico) e attori regionali, tra cui Iran e
Turchia.
Obiettivo dichiarato è individuare posizioni negoziabili su cui
fondare un dialogo vero e proprio in futuro. Ahmad Fawzi, portavoce Onu,
ha spiegato ieri che si tratterà di incontri a porte chiuse con i
singoli attori regionali e internazionali: “Non ci aspettiamo annunci decisivi, non ci aspettiamo nessuna comunicazione conclusiva firmata da tutti”.
Basso profilo, dettato anche dalla posizione di chiusura subito assunta
dalle opposizioni: alcuni gruppi hanno già espresso disapprovazione per
la presenza dell’Iran.
L’avvio del nuovo tentativo di transizione politica sarà lanciato
oggi a mezzogiorno da Ginevra in una conferenza stampa con l’inviato de
Mistura che spera di riuscire dove i suoi predecessori, Kofi Annan e
Lakhdar Brahimi, fallirono: portare al tavolo del dialogo parti che si
combattono da quattro anni. De Mistura, da parte sua, ha
dimostrato chiaramente di non voler escludere il governo di Damasco,
considerando la sua presenza fondamentale all’eventuale risoluzione
della crisi. Una posizione non affatto condivisa da alcuni governi
europei e dall’amministrazione Washington che – nonostante
tiepide aperture e nonostante le imbeccate della Cia, che continua a
definire le opposizioni moderate un peso gravoso invece che un sostegno
concreto – continua a finanziare con denaro e armi gruppi moderati quasi
assenti ormai dal terreno di conflitto, rimpiazzati dai gruppi
estremisti islamisti, da al-Nusra all’Isis.
Non sono pochi quelli che definiscono quanto meno cieca la strategia
implementata dagli Stati Uniti nella regione. La coalizione anti-Isis
non sta affatto frenando, dopo mesi di raid aerei, l’avanzata del
califfato che mantiene le posizioni. E all’incapacità politica si aggiungono anche le accuse di massacri di civili a nord est di Aleppo:
secondo l’Osservatorio Siriano per i diritti umani (organizzazione
basata a Londra e da 4 anni schierata contro il presidente Assad) sabato scorso un raid Usa ha ucciso 52 civili nel villaggio Birmahle,
vicino Aleppo. “Un massacro perpetrato con il pretesto di colpire
l’Isis”. L’esercito Usa ha confermato di aver bombardato quel villaggio
giovedì, quindi due giorni prima, dopo aver avuto informazioni dai kurdi
sull’assenza di civili nella zona.
L’accusa arriva mentre Amnesty International rendeva pubblico un nuovo rapporto, “Death Everywhere”, sulle atrocità commesse contro la città di Aleppo, da anni prigioniera degli scontri tra opposizioni e governo. L’organizzazione
ha pubblicato una serie di testimonianze che raccontano la devastazione
provocata dalle bombe (secondo i locali bombe barile sganciate da
Damasco), il sovraffollamento degli ospedali ormai al collasso, raid
delle opposizioni contro scuole e moschee.
Crimini di guerra contro i civili, li definisce Amnesty, commessi da
tutte le parti coinvolte, “orrendi crimini e altri abusi nella città da
parte delle forze governative e gruppi armati di opposizioni ogni
giorno”.
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