L’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) ha annunciato in un rapporto pubblicato il 6 luglio scorso, di non aver trovato la prova dell’utilizzo di gas nervino nell’attacco compiuto il 7 aprile nella città siriana di Douma. L’indagine sul campo era iniziata il 15 aprile scorso con gli ispettori dell’Opac giunti nella città siriana. “Dai risultati è emerso che non sono stati usati gas nervini o prodotti derivati”, ha detto l’Opac in un rapporto provvisorio aggiungendo che “insieme ai residui di esplosivi, sono stati rinvenuti vari composti di cloro”. Nei bombardamenti morirono circa 40 persone, ma le veline dei mass media parlavano di 100 morti uccisi da gas nervino e armi chimiche e il fatto servì come pretesto a Usa, Gran Bretagna e Francia per scatenare un attacco missilistico contro la Siria.
L’ambasciatrice Usa all’Onu, Niki Halley, comparve in aula con delle foto dell’orrore di Douta, con una sceneggiata che a molti ricordò quella del suo predecessore Colin Powell con le provette delle armi chimiche in Iraq. “Abbiamo la prova che la settimana scorsa sono state utilizzate armi chimiche in Siria da parte del regime” aveva detto il presidente francese Emmanuel Macron. La premier britannica Theresa May in un rapporto alla Camera dei Comuni aveva giustificato i raid della coalizione appoggiata da Londra (il giorno successivo Gentiloni fece altrettanto alla Camera dei deputati), affermando che era “Altamente probabile la responsabilità del regime siriano sulla base di una significativa mole di informazioni, provenienti da fonti aperte e d’intelligence”.
Le forze armate russe in Siria avevano denunciato che “un laboratorio chimico e un deposito di sostanze chimiche sono stati trovati durante un’ispezione a Duma. Durante l’ispezione, gli specialisti hanno scoperto sostanze chimiche bandite. Inoltre hanno trovato un contenitore di cloro simile a quello usato dai miliziani per mettere in scena il falso attacco chimico”, aveva spiegato Alexander Rodionov, un portavoce delle truppe russe in Siria.
Sulla manipolazione dei fatti su quanto avvenuto a Douma vedi anche:
Attacco chimico a Douma? L’Oms smentita dai funzionari Onu sul campo
Siria. Robert Fisk: “A Douma non c’è stato attacco chimico”
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/04/2018
Siria - OPAC ferma, reporter USA smentisce l'attacco chimico
di Michele Giorgio – il Manifesto
James Mattis voleva l’approvazione del Congresso al raid contro la Siria lanciato sabato scorso dagli Stati Uniti. La richiesta del Segretario alla difesa però fu respinta da Donald Trump, intenzionato a non attendere i tempi della politica e a colpire Damasco subito in risposta al mai accertato attacco con armi chimiche su Douma del 7 aprile, attribuito dall’opposizione siriana all’aviazione governativa. Mattis comunque avrebbe strappato al presidente il sì a lanci di missili limitati a tre obiettivi, per evitare di colpire le postazioni russe in Siria. A scriverlo è stato il New York Times rivelando il retroscena dell’attacco e le differenze in seno all’Amministrazione sulla politica Usa nei confronti della crisi siriana. Il Pentagono ha negato tutto bollando la rivelazione del Nyt come falsa.
La questione è di scarso rilievo. Ciò che conta è che Washington, assieme a Londra e Parigi, ha aggredito la Siria senza attendere la foglia di fico di una risoluzione Onu e senza permettere lo svolgimento di indagini per accettare cosa sia accaduto il 7 aprile. L’incertezza intanto si fa sempre più fitta mentre Trump, Emmanuel Macron e Theresa May nei giorni scorsi parlavano di uso certo di armi chimiche.
Dopo il giornalista britannico Robert Fisk che ha riferito di non aver trovato a Douma conferme di un attacco con gas velenosi a danno della popolazione civile, anche un reporter americano, Pearson Sharp, di One America News – network tv conservatore che ha appoggiato la campagna elettorale di Trump – ha espresso forti dubbi. Sharp ha detto di aver intervistato dieci abitanti e nessuno di essi ha avvalorato la tesi di un lancio di ordigni con gas.
Sharp ha aggiunto di essere entrato nel quartier generale di Jaysh al Islam, il gruppo jihadista finanziato dall’Arabia Saudita che fino a qualche giorno fa aveva il controllo di Douma, trovandoci migliaia di proiettili di mortaio e ingenti quantitativi di armi.
Tra lo scetticismo di Trump e dei suoi alleati, gli esperti dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) si dicono pronti a fare luce sull’accaduto. Ma non hanno cominciato il loro lavoro. Giunti a Damasco il 14 aprile, aspettano ancora il via libera dei responsabili della sicurezza delle Nazioni Unite per avviare le indagini. Ieri il direttore dell’Opac, Ahmet Uzumcum, è stato perentorio quando ha affermato che la missione diventerà operativa solo se le sarà consentito l’accesso illimitato a tutte le aree di indagine. Peraltro ieri a Douma si sono sentiti degli spari e questo ha frenato ulteriormente il via libera degli uomini della sicurezza dell’Onu.
Ad alcuni chilometri di distanza da Douma, le forze armate siriane intanto hanno intensificato la pressione attorno al campo profughi palestinese di Yarmuk – la sua popolazione in gran parte è fuggita negli anni passati – e ai vicini sobborghi di Hajar al Aswad e Babila, fuori dal controllo governativo da sei anni e dal 2015 nelle mani dei miliziani dello Stato islamico che qualche settimana fa sono entrati anche a Qadam, sempre a ridosso di Damasco, abbandonato dai rivali qaedisti di an Nusra. Sconfitti intorno alla capitale, i jihadisti hanno provato ieri a cogliere di sorpresa l’esercito siriano a Quba al Kurdi, a sud di Hama, un’area strategica in ci sono stanziate le forze governative e i miliziani. I combattimenti in quella zona ora sono intensi.
Con il ritorno di una calma relativa in diverse aree del Paese, si accentua il rientro a casa dei siriani fuggiti in Giordania, Libano e Turchia. 462 rifugiati da anni ospitati nella località meridionale libanese di Shabaa, ieri a bordo di autobus hanno attraversato la frontiera e si sono diretti verso Beit Jinn, sulle pendici orientali delle Alture del Golan occupate da Israele.
Fonte
James Mattis voleva l’approvazione del Congresso al raid contro la Siria lanciato sabato scorso dagli Stati Uniti. La richiesta del Segretario alla difesa però fu respinta da Donald Trump, intenzionato a non attendere i tempi della politica e a colpire Damasco subito in risposta al mai accertato attacco con armi chimiche su Douma del 7 aprile, attribuito dall’opposizione siriana all’aviazione governativa. Mattis comunque avrebbe strappato al presidente il sì a lanci di missili limitati a tre obiettivi, per evitare di colpire le postazioni russe in Siria. A scriverlo è stato il New York Times rivelando il retroscena dell’attacco e le differenze in seno all’Amministrazione sulla politica Usa nei confronti della crisi siriana. Il Pentagono ha negato tutto bollando la rivelazione del Nyt come falsa.
La questione è di scarso rilievo. Ciò che conta è che Washington, assieme a Londra e Parigi, ha aggredito la Siria senza attendere la foglia di fico di una risoluzione Onu e senza permettere lo svolgimento di indagini per accettare cosa sia accaduto il 7 aprile. L’incertezza intanto si fa sempre più fitta mentre Trump, Emmanuel Macron e Theresa May nei giorni scorsi parlavano di uso certo di armi chimiche.
Dopo il giornalista britannico Robert Fisk che ha riferito di non aver trovato a Douma conferme di un attacco con gas velenosi a danno della popolazione civile, anche un reporter americano, Pearson Sharp, di One America News – network tv conservatore che ha appoggiato la campagna elettorale di Trump – ha espresso forti dubbi. Sharp ha detto di aver intervistato dieci abitanti e nessuno di essi ha avvalorato la tesi di un lancio di ordigni con gas.
Sharp ha aggiunto di essere entrato nel quartier generale di Jaysh al Islam, il gruppo jihadista finanziato dall’Arabia Saudita che fino a qualche giorno fa aveva il controllo di Douma, trovandoci migliaia di proiettili di mortaio e ingenti quantitativi di armi.
Tra lo scetticismo di Trump e dei suoi alleati, gli esperti dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) si dicono pronti a fare luce sull’accaduto. Ma non hanno cominciato il loro lavoro. Giunti a Damasco il 14 aprile, aspettano ancora il via libera dei responsabili della sicurezza delle Nazioni Unite per avviare le indagini. Ieri il direttore dell’Opac, Ahmet Uzumcum, è stato perentorio quando ha affermato che la missione diventerà operativa solo se le sarà consentito l’accesso illimitato a tutte le aree di indagine. Peraltro ieri a Douma si sono sentiti degli spari e questo ha frenato ulteriormente il via libera degli uomini della sicurezza dell’Onu.
Ad alcuni chilometri di distanza da Douma, le forze armate siriane intanto hanno intensificato la pressione attorno al campo profughi palestinese di Yarmuk – la sua popolazione in gran parte è fuggita negli anni passati – e ai vicini sobborghi di Hajar al Aswad e Babila, fuori dal controllo governativo da sei anni e dal 2015 nelle mani dei miliziani dello Stato islamico che qualche settimana fa sono entrati anche a Qadam, sempre a ridosso di Damasco, abbandonato dai rivali qaedisti di an Nusra. Sconfitti intorno alla capitale, i jihadisti hanno provato ieri a cogliere di sorpresa l’esercito siriano a Quba al Kurdi, a sud di Hama, un’area strategica in ci sono stanziate le forze governative e i miliziani. I combattimenti in quella zona ora sono intensi.
Con il ritorno di una calma relativa in diverse aree del Paese, si accentua il rientro a casa dei siriani fuggiti in Giordania, Libano e Turchia. 462 rifugiati da anni ospitati nella località meridionale libanese di Shabaa, ieri a bordo di autobus hanno attraversato la frontiera e si sono diretti verso Beit Jinn, sulle pendici orientali delle Alture del Golan occupate da Israele.
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18/04/2018
Siria - OPAC a Douma, Riyadh pronta a rimpiazzare i soldati USA
di Michele Giorgio – Il Manifesto
La missione dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) è giunta ieri a Douma. I suoi membri indagheranno sul presunto raid con armi chimiche del 7-8 aprile che avrebbe fatto decine di morti. Raid al quale Usa, Francia e Gb il 14 aprile hanno risposto con il lancio di oltre 100 missili contro la Siria.
Appena entrata a Douma la delegazione dell’Opac si è diretta verso l’ospedale dove si trovano ricoverate alcune delle “vittime”. Nelle stesse ore mentre si aspettavano gli esiti dell’audizione al Congresso del segretario alla difesa Usa, James Mattis, e del capo degli stati maggiori riuniti Joseph Dunford, sui raid americani contro Damasco, i sauditi hanno accreditato un articolo del Wall Street Journal sull’intenzione degli Stati Uniti di rimpiazzare la propria presenza nel nord della Siria (almeno 2mila uomini) con una forza militare congiunta composta da diversi Paesi arabi: Egitto, Arabia Saudita, Emirati e forse il Qatar. Riyadh, per bocca del ministro degli esteri Adel Jubeir, si è detta disponibile a inviare proprie truppe in Siria, con altri paesi, al fine di «stabilizzare la situazione nel Paese». Questa “soluzione” – sarebbe l’inizio della partizione della Siria di cui si parla da tempo – darebbe il via a una guerra devastante. La Siria e l’Iran, e probabilmente anche la Russia, non la accetteranno mai.
Si spera che la missione Opac possa operare senza ostacoli. Il rischio di pressioni è enorme perché se l’Opac dovesse confermare ciò che ripetono Mosca e Damasco, ossia che a Douma non sono mai state usate armi chimiche, l’aggressione alla Siria ordinata sabato da Trump, Macron e May risulterebbe ancora più grave e illegittima. Washington nel frattempo già sostiene che russi e siriani hanno fatto sparire le prove.
Sui fatti di Douma ha scritto sull’Independent il famoso giornalista britannico e vincitore di premi internazionali Robert Fisk. A Douma, Fisk ha intervistato medici e abitanti testimoni di quanto avvenuto tra il 7 e 8 aprile. La sua conclusione è netta: sono vere le immagini che mostrano medici e volontari impegnati nei soccorsi ma le “vittime” non erano state attaccate dal cloro o da gas velenosi ma soffrivano di ipossia, mancanza di ossigeno. Fisk riporta la testimonianza di un medico, Assim Rahaibani, dal luogo del presunto attacco chimico. Rahaibani spiega che le persone nei filmati hanno rischiato di rimanere asfissiate dopo un bombardamento che aveva fatto crollare numerosi edifici sui ricoveri e tunnel sotterranei in cui la popolazione di Douma trovava rifugio durante i combattimenti tra jihadisti e forze governative. «La gente è arrivata qui soffrendo di ipossia – ha raccontato il dottor Rahaibani – poi qualcuno alla porta, un membro degli ‘Elmetti Bianchi’, ha gridato ‘Gas’ ed è stato il panico. Le persone hanno iniziato a gettarsi acqua addosso. Sì, il video è stato girato qui, è autentico, ma quello che si vede sono persone che soffrono di ipossia, non di avvelenamento da gas». Altri abitanti di Douma intervistati da Fisk non hanno confermato l’attacco chimico.
Intanto in Siria continua la guerra. Riconquistata la Ghouta orientale e ottenuta la resa dei miliziani di Jaysh al Islam ad al Dumair, ieri l’esercito siriano ha dato il via alla fase preliminare di una nuova grande offensiva a sud Damasco. L’area interessata è quella del più grande dei campi profughi palestinesi, Yarmouk, e di alcune zone limitrofe – Hajar al Aswad e Tadamon – dal 2015 sotto il controllo dell’Isis che a marzo ha occupato anche Qadam. Da Yarmouk la popolazione è in gran parte fuggita ma alcune migliaia di rifugiati restano nel campo. Una riconquista da parte del governo di quest’area libererebbe Damasco da qualsiasi pressione. Inoltre aprirebbe la strada ad una nuova offensiva, nel sud del Paese contro altre formazioni islamiste armate e per il controllo pieno del territorio a ridosso delle linee israeliane sul Golan occupato. In quel caso il rischio già elevato di un conflitto tra gli alleati Siria-Iran-Hezbollah e Israele si farebbe ancora più alto.
Ieri i media israeliani hanno ripetuto per tutto il giorno che Lo Stato ebraico è pronto ad affrontare un possibile attacco, con missili terra terra o droni armati, da parte dei Guardiani della Rivoluzione dell’Iran in risposta al recente raid di Israele sulla base siriana T4 che ha ucciso sette consiglieri militari iraniani. Se sia un rischio reale o solo allarmismo per guadagnare appoggi internazionali in vista di un conflitto ampio, nessuno sa dirlo. Solo i comandi militari delle parti coinvolte conoscono la verità. I media, questa volta siriani, ieri mattina avevano riferito di un attacco, lasciando intendere da parte di Israele, contro la base di Shiryat poi risultato un falso allarme. A quanto pare sarebbe stato un attacco hacker a far attivare i sistemi di difesa missilistica siriana senza che vi fosse una reale minaccia.
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La missione dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) è giunta ieri a Douma. I suoi membri indagheranno sul presunto raid con armi chimiche del 7-8 aprile che avrebbe fatto decine di morti. Raid al quale Usa, Francia e Gb il 14 aprile hanno risposto con il lancio di oltre 100 missili contro la Siria.
Appena entrata a Douma la delegazione dell’Opac si è diretta verso l’ospedale dove si trovano ricoverate alcune delle “vittime”. Nelle stesse ore mentre si aspettavano gli esiti dell’audizione al Congresso del segretario alla difesa Usa, James Mattis, e del capo degli stati maggiori riuniti Joseph Dunford, sui raid americani contro Damasco, i sauditi hanno accreditato un articolo del Wall Street Journal sull’intenzione degli Stati Uniti di rimpiazzare la propria presenza nel nord della Siria (almeno 2mila uomini) con una forza militare congiunta composta da diversi Paesi arabi: Egitto, Arabia Saudita, Emirati e forse il Qatar. Riyadh, per bocca del ministro degli esteri Adel Jubeir, si è detta disponibile a inviare proprie truppe in Siria, con altri paesi, al fine di «stabilizzare la situazione nel Paese». Questa “soluzione” – sarebbe l’inizio della partizione della Siria di cui si parla da tempo – darebbe il via a una guerra devastante. La Siria e l’Iran, e probabilmente anche la Russia, non la accetteranno mai.
Si spera che la missione Opac possa operare senza ostacoli. Il rischio di pressioni è enorme perché se l’Opac dovesse confermare ciò che ripetono Mosca e Damasco, ossia che a Douma non sono mai state usate armi chimiche, l’aggressione alla Siria ordinata sabato da Trump, Macron e May risulterebbe ancora più grave e illegittima. Washington nel frattempo già sostiene che russi e siriani hanno fatto sparire le prove.
Sui fatti di Douma ha scritto sull’Independent il famoso giornalista britannico e vincitore di premi internazionali Robert Fisk. A Douma, Fisk ha intervistato medici e abitanti testimoni di quanto avvenuto tra il 7 e 8 aprile. La sua conclusione è netta: sono vere le immagini che mostrano medici e volontari impegnati nei soccorsi ma le “vittime” non erano state attaccate dal cloro o da gas velenosi ma soffrivano di ipossia, mancanza di ossigeno. Fisk riporta la testimonianza di un medico, Assim Rahaibani, dal luogo del presunto attacco chimico. Rahaibani spiega che le persone nei filmati hanno rischiato di rimanere asfissiate dopo un bombardamento che aveva fatto crollare numerosi edifici sui ricoveri e tunnel sotterranei in cui la popolazione di Douma trovava rifugio durante i combattimenti tra jihadisti e forze governative. «La gente è arrivata qui soffrendo di ipossia – ha raccontato il dottor Rahaibani – poi qualcuno alla porta, un membro degli ‘Elmetti Bianchi’, ha gridato ‘Gas’ ed è stato il panico. Le persone hanno iniziato a gettarsi acqua addosso. Sì, il video è stato girato qui, è autentico, ma quello che si vede sono persone che soffrono di ipossia, non di avvelenamento da gas». Altri abitanti di Douma intervistati da Fisk non hanno confermato l’attacco chimico.
Intanto in Siria continua la guerra. Riconquistata la Ghouta orientale e ottenuta la resa dei miliziani di Jaysh al Islam ad al Dumair, ieri l’esercito siriano ha dato il via alla fase preliminare di una nuova grande offensiva a sud Damasco. L’area interessata è quella del più grande dei campi profughi palestinesi, Yarmouk, e di alcune zone limitrofe – Hajar al Aswad e Tadamon – dal 2015 sotto il controllo dell’Isis che a marzo ha occupato anche Qadam. Da Yarmouk la popolazione è in gran parte fuggita ma alcune migliaia di rifugiati restano nel campo. Una riconquista da parte del governo di quest’area libererebbe Damasco da qualsiasi pressione. Inoltre aprirebbe la strada ad una nuova offensiva, nel sud del Paese contro altre formazioni islamiste armate e per il controllo pieno del territorio a ridosso delle linee israeliane sul Golan occupato. In quel caso il rischio già elevato di un conflitto tra gli alleati Siria-Iran-Hezbollah e Israele si farebbe ancora più alto.
Ieri i media israeliani hanno ripetuto per tutto il giorno che Lo Stato ebraico è pronto ad affrontare un possibile attacco, con missili terra terra o droni armati, da parte dei Guardiani della Rivoluzione dell’Iran in risposta al recente raid di Israele sulla base siriana T4 che ha ucciso sette consiglieri militari iraniani. Se sia un rischio reale o solo allarmismo per guadagnare appoggi internazionali in vista di un conflitto ampio, nessuno sa dirlo. Solo i comandi militari delle parti coinvolte conoscono la verità. I media, questa volta siriani, ieri mattina avevano riferito di un attacco, lasciando intendere da parte di Israele, contro la base di Shiryat poi risultato un falso allarme. A quanto pare sarebbe stato un attacco hacker a far attivare i sistemi di difesa missilistica siriana senza che vi fosse una reale minaccia.
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17/04/2018
Siria - Israele rivendica il raid contro l'Iran, USA sempre ondivaghi
di Chiara Cruciati – il Manifesto
Ieri l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) avrebbe dovuto iniziare le proprie indagini a Ghouta est, nella città di Douma, dove il 7 aprile, secondo il fronte anti-Assad, il governo siriano avrebbe compiuto un attacco con armi chimiche.
Il team di esperti, arrivato giovedì su invito governativo, ieri sarebbe dovuto entrare nel sobborgo per analisi biometriche, raccolta di campioni e interviste ai feriti. Ma è ancora fuori, scatenando il fuoco incrociato di accuse tra Washington e Mosca.
La delegazione britannica dell’Opac ha denunciato in mattinata il mancato ingresso, mentre l’inviato Usa dell’Organizzazione dava le indagini per inutili perché le prove «potrebbero essere state compromesse» dai russi. Risponde la Russia: la missione inizierà domani. Il vice ministro degli esteri Ryabkov aveva attribuito il ritardo «alla mancanza di approvazione della missione da parte del Dipartimento alla sicurezza del segretariato Onu» e affermato che «la rapida soluzione del problema è impedita dalle conseguenze dell’azione militare illegale» compiuta nella notte tra venerdì e sabato da Usa, Francia e Regno Unito.
Intervengono anche il ministro degli esteri Lavrov, che in un’intervista alla Bbc garantisce «che la Russia non ha manomesso il sito», e il vice ministro degli esteri siriano al-Mokdad che riporta di incontri tra la delegazione dell’Opac e il governo sulle modalità di cooperazione a Ghouta est. Modalità a cui l’Opac ha già ricorso in passato nel monitoraggio delle attività chimiche del governo.
A tal proposito vanno ricordati i due rapporti dell’Organizzazione, del febbraio e del novembre 2017: a seguito di ispezioni nel centro ricerche di Barzeh (distrutto dai raid Usa) l’Opac certificava l’assenza «di attività in contrasto con gli obblighi derivanti dalla Convenzione sulle armi chimiche». A Barzeh non si stavano svolgendo ricerche o producendo gas.
Dall’altro lato del confine sud è Israele a tornare in scena. Dopo l’esplosione che domenica ha provocato 20 morti in un sito militare di Aleppo, usato dal movimento sciita libanese Hezbollah e dall’esercito iraniano, che negano però un’azione esterna, un alto funzionario delle forze armate israeliane ha ammesso ieri con il New York Times la responsabilità di Tel Aviv nel bombardamento della base siriana T4 e l’uccisione di 14 soldati, di cui 7 pasdaran, il 9 aprile.
L’insoddisfazione israeliana per i 103 missili lanciati su Damasco e Homs, azione considerata troppo soft, è data dal ministro della Difesa Lieberman: «Manterremo totale libertà di azione e non accetteremo alcuna limitazione quando si tratta della difesa dei nostri interessi di sicurezza», ha detto al sito web Walla. «Non vogliamo provocare i russi, abbiamo una linea di comunicazione aperta», ha aggiunto facendo però capire che lo Stato ebraico si autoattribuisce piena autonomia, che a Mosca piaccia o no.
Israele è consapevole del potere esercitato sugli Stati che hanno compiuto l’ attacco e anche delle contraddizioni interne, pericolose per le mire anti-iraniane di Tel Aviv. Di nuove ne sono esplose ieri, provocate ancora una volta dalla volatilità della politica mediorientale trumpiana. Il presidente Trump ha smentito l’alleato francese sul mantenimento delle truppe in Siria.
Ma ha smentito anche se stesso: domenica all’Onu l’ambasciatrice Haley aveva parlato della necessità di non ritirare i marines, per tre ragioni: evitare che le armi chimiche siano un rischio per gli interessi Usa, sconfiggere l’Isis e monitorare le attività iraniane in Siria.
Accanto all’intervento di Haley (che aveva annunciato nuove sanzioni contro compagnie russe legate ad Assad, poi «congelate» in serata da Trump), nelle stesse ore il presidente francese Macron raccontava alla Bfm Tv del ruolo svolto nel convincere Trump a non andarsene dal paese: «Dieci giorni fa il presidente Trump voleva ritirare gli Usa dalla Siria. L’ho convinto a restare».
Poche ore e la smentita, direttamente dalla Casa bianca. La portavoce Sanders ha fatto sapere che i piani non cambiano: «Il presidente è stato chiaro: vuole le forze Usa a casa prima possibile». O i due alleati hanno scarse capacità di comunicazione interna, o la smentita di Trump altro non è che la preparazione del terreno a un eventuale intervento francese o britannico su suolo siriano.
Forse fantascienza, forse no. Sanders ha aggiunto infatti un tassello: «Ci aspettiamo che i nostri alleati assumano maggiori responsabilità, sia militari che finanziarie, per garantire la sicurezza della regione».
Fonte
Ieri l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) avrebbe dovuto iniziare le proprie indagini a Ghouta est, nella città di Douma, dove il 7 aprile, secondo il fronte anti-Assad, il governo siriano avrebbe compiuto un attacco con armi chimiche.
Il team di esperti, arrivato giovedì su invito governativo, ieri sarebbe dovuto entrare nel sobborgo per analisi biometriche, raccolta di campioni e interviste ai feriti. Ma è ancora fuori, scatenando il fuoco incrociato di accuse tra Washington e Mosca.
La delegazione britannica dell’Opac ha denunciato in mattinata il mancato ingresso, mentre l’inviato Usa dell’Organizzazione dava le indagini per inutili perché le prove «potrebbero essere state compromesse» dai russi. Risponde la Russia: la missione inizierà domani. Il vice ministro degli esteri Ryabkov aveva attribuito il ritardo «alla mancanza di approvazione della missione da parte del Dipartimento alla sicurezza del segretariato Onu» e affermato che «la rapida soluzione del problema è impedita dalle conseguenze dell’azione militare illegale» compiuta nella notte tra venerdì e sabato da Usa, Francia e Regno Unito.
Intervengono anche il ministro degli esteri Lavrov, che in un’intervista alla Bbc garantisce «che la Russia non ha manomesso il sito», e il vice ministro degli esteri siriano al-Mokdad che riporta di incontri tra la delegazione dell’Opac e il governo sulle modalità di cooperazione a Ghouta est. Modalità a cui l’Opac ha già ricorso in passato nel monitoraggio delle attività chimiche del governo.
A tal proposito vanno ricordati i due rapporti dell’Organizzazione, del febbraio e del novembre 2017: a seguito di ispezioni nel centro ricerche di Barzeh (distrutto dai raid Usa) l’Opac certificava l’assenza «di attività in contrasto con gli obblighi derivanti dalla Convenzione sulle armi chimiche». A Barzeh non si stavano svolgendo ricerche o producendo gas.
Dall’altro lato del confine sud è Israele a tornare in scena. Dopo l’esplosione che domenica ha provocato 20 morti in un sito militare di Aleppo, usato dal movimento sciita libanese Hezbollah e dall’esercito iraniano, che negano però un’azione esterna, un alto funzionario delle forze armate israeliane ha ammesso ieri con il New York Times la responsabilità di Tel Aviv nel bombardamento della base siriana T4 e l’uccisione di 14 soldati, di cui 7 pasdaran, il 9 aprile.
L’insoddisfazione israeliana per i 103 missili lanciati su Damasco e Homs, azione considerata troppo soft, è data dal ministro della Difesa Lieberman: «Manterremo totale libertà di azione e non accetteremo alcuna limitazione quando si tratta della difesa dei nostri interessi di sicurezza», ha detto al sito web Walla. «Non vogliamo provocare i russi, abbiamo una linea di comunicazione aperta», ha aggiunto facendo però capire che lo Stato ebraico si autoattribuisce piena autonomia, che a Mosca piaccia o no.
Israele è consapevole del potere esercitato sugli Stati che hanno compiuto l’ attacco e anche delle contraddizioni interne, pericolose per le mire anti-iraniane di Tel Aviv. Di nuove ne sono esplose ieri, provocate ancora una volta dalla volatilità della politica mediorientale trumpiana. Il presidente Trump ha smentito l’alleato francese sul mantenimento delle truppe in Siria.
Ma ha smentito anche se stesso: domenica all’Onu l’ambasciatrice Haley aveva parlato della necessità di non ritirare i marines, per tre ragioni: evitare che le armi chimiche siano un rischio per gli interessi Usa, sconfiggere l’Isis e monitorare le attività iraniane in Siria.
Accanto all’intervento di Haley (che aveva annunciato nuove sanzioni contro compagnie russe legate ad Assad, poi «congelate» in serata da Trump), nelle stesse ore il presidente francese Macron raccontava alla Bfm Tv del ruolo svolto nel convincere Trump a non andarsene dal paese: «Dieci giorni fa il presidente Trump voleva ritirare gli Usa dalla Siria. L’ho convinto a restare».
Poche ore e la smentita, direttamente dalla Casa bianca. La portavoce Sanders ha fatto sapere che i piani non cambiano: «Il presidente è stato chiaro: vuole le forze Usa a casa prima possibile». O i due alleati hanno scarse capacità di comunicazione interna, o la smentita di Trump altro non è che la preparazione del terreno a un eventuale intervento francese o britannico su suolo siriano.
Forse fantascienza, forse no. Sanders ha aggiunto infatti un tassello: «Ci aspettiamo che i nostri alleati assumano maggiori responsabilità, sia militari che finanziarie, per garantire la sicurezza della regione».
Fonte
16/04/2018
Siria - Sanzioni USA alla Russia, OPAC al lavoro a Ghouta
A due giorni dai 103 missili lanciati su Damasco e Homs dalla nuova
“coalizione dei volenterosi”, Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, le
tensioni sulla Siria non si allentano mentre il team dell’Organizzazione
per la Proibizione delle Armi Chimiche (Opac) comincia il suo lavoro a
Douma.
Ieri l’esercito governativo siriano ha annunciato la totale ripresa di Ghouta est, sobborgo della capitale, dal 2013 enclave delle opposizioni e per questo sottoposto ad un doppio assedio, interno islamista ed esterno governativo, una tragedia lunga quasi cinque anni che ha affamato i 400mila civili presenti. Dopo l’ultimo accordo di evacuazione e l’uscita da Ghouta dei salafiti di Jaysh al-Islam, nelle ore immediatamente successive all’attacco aereo a guida Usa, polizia militare russa e truppe siriane hanno ripreso il controllo totale della zona mentre manifestazioni popolari celebravano l’uscita della milizia e condannavano l’intervento statunitense.
Questa mattina l’Opac ha iniziato a lavorare a Douma, la principale città di Ghouta est, dove secondo il fronte anti-Assad il governo avrebbe compiuto un attacco a base di armi chimiche sabato 7 aprile, uccidendo tra le 70 e le 85 persone. Gli esperti dell’organizzazione stanno raccogliendo campioni per verificare la presenza di gas, cloro e sarin in particolare, e compieranno indagini biometriche e interviste con i feriti, con gli Stati Uniti che mettono già le mani avanti: le prove, dice Washington, sono state già compromesse. Nei giorni scorsi, l’Opac – annunciando la partenza per Damasco, dopo l’invito del governo – aveva indicato in un mese il tempo necessario all’attività di raccolta e analisi in laboratorio.
Non hanno voluto aspettare tanto Trump, Macron e May che hanno lanciato l’attacco nella notte tra venerdì e sabato, con la premier britannica che ha espressamente detto di non aver bisogno di alcuna indagine internazionale per agire. L’ennesimo colpo per la legalità internazionale e il ruolo delle Nazioni Unite che non hanno emesso alcun mandato per un intervento che si è tradotto in un’azione unilaterale.
Ieri mattina la tensione bellica pareva sul punto di riesplodere insieme a un deposito militare vicino Aleppo: a Jabal Azzan una forte esplosione ha fatto saltare in aria un centro che sarebbe stato utilizzato dagli uomini del movimento sciita libanese Hezbollah e dall’esercito iraniano, uccidendo almeno 20 persone. Subito si è pensato a un nuovo bombardamento con molti che immaginavano la mano di Israele, ben poco soddisfatta dall’azione trumpiana considerata troppo debole. Hezbollah ha però fatto sapere che non si è trattato di un attacco militare, ma di esplosioni controllate sfuggite di mano.
E allora le tensioni si sono spostate sul piano diplomatico. Ieri alle Nazioni Unite l’ambasciatrice statunitense Nikki Haly, falco dell’amministrazione Trump ha ribadito il cambio, l’ennesimo, di strategia del presidente intorno alla Siria: dopo aver annunciato il ritiro delle truppe dalla Siria, meno di dieci giorni fa, gli Stati Uniti hanno deciso di restare. Per tre motivi, spiega Haley: evitare che le armi chimiche siano un rischio per gli interessi statunitensi; sconfiggere lo Stato Islamico; avere un punto di controllo delle attività iraniane nella regione. Dietro la decisione anche i consigli del presidente francese Macron, subito pronto a lanciarsi in guerra al fianco dell’alleato e che da due giorni insiste sulla necessità di mantenere i marines in Siria.
Non solo: secondo Haley, oggi il segretario del Tesoro Usa Mnuchin annuncerà nuove sanzioni alla Russia in relazione al sostegno garantito al presidente siriano Assad. “Colpiranno direttamente ogni compagnia che ha a che fare con equipaggiamento legato ad Assad e all’uso di armi chimiche”, ha anticipato Haley. Risponde Mosca, tramite il vice presidente della commissione della Difesa Serebrennikov: le sanzioni, ha detto erano attese e “saranno dure per noi, ma danneggeranno di più Usa e Europa”.
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Ieri l’esercito governativo siriano ha annunciato la totale ripresa di Ghouta est, sobborgo della capitale, dal 2013 enclave delle opposizioni e per questo sottoposto ad un doppio assedio, interno islamista ed esterno governativo, una tragedia lunga quasi cinque anni che ha affamato i 400mila civili presenti. Dopo l’ultimo accordo di evacuazione e l’uscita da Ghouta dei salafiti di Jaysh al-Islam, nelle ore immediatamente successive all’attacco aereo a guida Usa, polizia militare russa e truppe siriane hanno ripreso il controllo totale della zona mentre manifestazioni popolari celebravano l’uscita della milizia e condannavano l’intervento statunitense.
Questa mattina l’Opac ha iniziato a lavorare a Douma, la principale città di Ghouta est, dove secondo il fronte anti-Assad il governo avrebbe compiuto un attacco a base di armi chimiche sabato 7 aprile, uccidendo tra le 70 e le 85 persone. Gli esperti dell’organizzazione stanno raccogliendo campioni per verificare la presenza di gas, cloro e sarin in particolare, e compieranno indagini biometriche e interviste con i feriti, con gli Stati Uniti che mettono già le mani avanti: le prove, dice Washington, sono state già compromesse. Nei giorni scorsi, l’Opac – annunciando la partenza per Damasco, dopo l’invito del governo – aveva indicato in un mese il tempo necessario all’attività di raccolta e analisi in laboratorio.
Non hanno voluto aspettare tanto Trump, Macron e May che hanno lanciato l’attacco nella notte tra venerdì e sabato, con la premier britannica che ha espressamente detto di non aver bisogno di alcuna indagine internazionale per agire. L’ennesimo colpo per la legalità internazionale e il ruolo delle Nazioni Unite che non hanno emesso alcun mandato per un intervento che si è tradotto in un’azione unilaterale.
Ieri mattina la tensione bellica pareva sul punto di riesplodere insieme a un deposito militare vicino Aleppo: a Jabal Azzan una forte esplosione ha fatto saltare in aria un centro che sarebbe stato utilizzato dagli uomini del movimento sciita libanese Hezbollah e dall’esercito iraniano, uccidendo almeno 20 persone. Subito si è pensato a un nuovo bombardamento con molti che immaginavano la mano di Israele, ben poco soddisfatta dall’azione trumpiana considerata troppo debole. Hezbollah ha però fatto sapere che non si è trattato di un attacco militare, ma di esplosioni controllate sfuggite di mano.
E allora le tensioni si sono spostate sul piano diplomatico. Ieri alle Nazioni Unite l’ambasciatrice statunitense Nikki Haly, falco dell’amministrazione Trump ha ribadito il cambio, l’ennesimo, di strategia del presidente intorno alla Siria: dopo aver annunciato il ritiro delle truppe dalla Siria, meno di dieci giorni fa, gli Stati Uniti hanno deciso di restare. Per tre motivi, spiega Haley: evitare che le armi chimiche siano un rischio per gli interessi statunitensi; sconfiggere lo Stato Islamico; avere un punto di controllo delle attività iraniane nella regione. Dietro la decisione anche i consigli del presidente francese Macron, subito pronto a lanciarsi in guerra al fianco dell’alleato e che da due giorni insiste sulla necessità di mantenere i marines in Siria.
Non solo: secondo Haley, oggi il segretario del Tesoro Usa Mnuchin annuncerà nuove sanzioni alla Russia in relazione al sostegno garantito al presidente siriano Assad. “Colpiranno direttamente ogni compagnia che ha a che fare con equipaggiamento legato ad Assad e all’uso di armi chimiche”, ha anticipato Haley. Risponde Mosca, tramite il vice presidente della commissione della Difesa Serebrennikov: le sanzioni, ha detto erano attese e “saranno dure per noi, ma danneggeranno di più Usa e Europa”.
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