Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/04/2018

Siria - Sanzioni USA alla Russia, OPAC al lavoro a Ghouta

A due giorni dai 103 missili lanciati su Damasco e Homs dalla nuova “coalizione dei volenterosi”, Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, le tensioni sulla Siria non si allentano mentre il team dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (Opac) comincia il suo lavoro a Douma.
 
Ieri l’esercito governativo siriano ha annunciato la totale ripresa di Ghouta est, sobborgo della capitale, dal 2013 enclave delle opposizioni e per questo sottoposto ad un doppio assedio, interno islamista ed esterno governativo, una tragedia lunga quasi cinque anni che ha affamato i 400mila civili presenti. Dopo l’ultimo accordo di evacuazione e l’uscita da Ghouta dei salafiti di Jaysh al-Islam, nelle ore immediatamente successive all’attacco aereo a guida Usa, polizia militare russa e truppe siriane hanno ripreso il controllo totale della zona mentre manifestazioni popolari celebravano l’uscita della milizia e condannavano l’intervento statunitense.

Questa mattina l’Opac ha iniziato a lavorare a Douma, la principale città di Ghouta est, dove secondo il fronte anti-Assad il governo avrebbe compiuto un attacco a base di armi chimiche sabato 7 aprile, uccidendo tra le 70 e le 85 persone. Gli esperti dell’organizzazione stanno raccogliendo campioni per verificare la presenza di gas, cloro e sarin in particolare, e compieranno indagini biometriche e interviste con i feriti, con gli Stati Uniti che mettono già le mani avanti: le prove, dice Washington, sono state già compromesse. Nei giorni scorsi, l’Opac – annunciando la partenza per Damasco, dopo l’invito del governo – aveva indicato in un mese il tempo necessario all’attività di raccolta e analisi in laboratorio.

Non hanno voluto aspettare tanto Trump, Macron e May che hanno lanciato l’attacco nella notte tra venerdì e sabato, con la premier britannica che ha espressamente detto di non aver bisogno di alcuna indagine internazionale per agire. L’ennesimo colpo per la legalità internazionale e il ruolo delle Nazioni Unite che non hanno emesso alcun mandato per un intervento che si è tradotto in un’azione unilaterale.

Ieri mattina la tensione bellica pareva sul punto di riesplodere insieme a un deposito militare vicino Aleppo: a Jabal Azzan una forte esplosione ha fatto saltare in aria un centro che sarebbe stato utilizzato dagli uomini del movimento sciita libanese Hezbollah e dall’esercito iraniano, uccidendo almeno 20 persone. Subito si è pensato a un nuovo bombardamento con molti che immaginavano la mano di Israele, ben poco soddisfatta dall’azione trumpiana considerata troppo debole. Hezbollah ha però fatto sapere che non si è trattato di un attacco militare, ma di esplosioni controllate sfuggite di mano.

E allora le tensioni si sono spostate sul piano diplomatico. Ieri alle Nazioni Unite l’ambasciatrice statunitense Nikki Haly, falco dell’amministrazione Trump ha ribadito il cambio, l’ennesimo, di strategia del presidente intorno alla Siria: dopo aver annunciato il ritiro delle truppe dalla Siria, meno di dieci giorni fa, gli Stati Uniti hanno deciso di restare. Per tre motivi, spiega Haley: evitare che le armi chimiche siano un rischio per gli interessi statunitensi; sconfiggere lo Stato Islamico; avere un punto di controllo delle attività iraniane nella regione. Dietro la decisione anche i consigli del presidente francese Macron, subito pronto a lanciarsi in guerra al fianco dell’alleato e che da due giorni insiste sulla necessità di mantenere i marines in Siria.

Non solo: secondo Haley, oggi il segretario del Tesoro Usa Mnuchin annuncerà nuove sanzioni alla Russia in relazione al sostegno garantito al presidente siriano Assad. “Colpiranno direttamente ogni compagnia che ha a che fare con equipaggiamento legato ad Assad e all’uso di armi chimiche”, ha anticipato Haley. Risponde Mosca, tramite il vice presidente della commissione della Difesa Serebrennikov: le sanzioni, ha detto erano attese e “saranno dure per noi, ma danneggeranno di più Usa e Europa”.

Fonte

03/04/2018

Siria - Miliziani da Ghouta a Jarablus e piano turchi per Rojava

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Ieri otto autobus con a bordo 448 persone, tra miliziani del gruppo islamista di opposizione Jaysh al-Islam e loro familiari, hanno lasciato Ghouta est (sobborgo di Damasco dal 2013 in mano al variegato fronte anti-Assad) diretti verso il nord della Siria. L’ultimo gruppo presente ha accettato l’evacuazione e Douma, principale città della Ghouta orientale e tra le prime roccaforti dell’opposizione in Siria, potrebbe tornare a breve in mano al governo. I bus partiti ieri sono i primi, ne seguiranno altri.

Si avvicina alla fine il doppio assedio subito da 400mila civili, letteralmente ridotti alla fame dalle truppe governative fuori e dai miliziani dentro. E finisce l’ampia campagna militare lanciata il 18 febbraio da Damasco, raid aerei governativi e missili islamisti che hanno ucciso almeno 1.600 persone.

Le operazioni di trasferimento delle milizie islamiste in Siria non sono però da leggere come la mera «soluzione» dell’assedio di Ghouta est. In corso ci sono movimenti in grado di definire le future crisi nel paese, da un punto di vista militare e politico.

Perché gli islamisti in uscita dal sobborgo damasceno vengono distribuiti in zone strategiche: non più solo Idlib ma anche le aree curde a Rojava oggi in mano alla Turchia. In particolare Jaysh al-Islam – difficilmente ricollocabile nella roccaforte di al-Nusra, Idlib, a causa delle faide interne al fronte islamista di opposizione – sono diretti a Jarabulus e al-Bab, due cittadine dell’estremo nord siriano, via di transito per anni dei rifugiati diretti in Turchia e dei miliziani vicini ad Ankara in ingresso in Siria.

La loro posizione è strategica e funzionale ai piani turchi di invasione di Rojava e di distruzione del confederalismo democratico: Jarabulus, a poche centinaia di metri dal confine turco, sulla riva ovest dell’Eufrate, si trova a metà strada tra Manbij e Kobane; al-Bab, poco sotto, è lungo la direttrice tra Afrin e Manbij.

Tenendo conto delle denunce dell’Amministrazione autonoma di Afrin – secondo cui nella città depopolata dei suoi abitanti sono stati già spostati migliaia dei 45mila islamisti e dei loro familiari provenienti da Ghouta – il cerchio si chiude: la Turchia, sponsor dei gruppi radicali presenti tanto nella Ghouta quanto a Idlib, sta compiendo una sapiente operazione «demografica». Via i curdi, dentro gli islamisti necessari a vincere definitivamente le unità di difesa popolari Ypg/Ypj e a dirigersi verso la frontiera con l’Iraq a est, creando de facto la zona cuscinetto che i turchi chiedono da anni. Si aggiungeranno alle migliaia di uomini dell’Esercito libero siriano già utilizzati contro il cantone curdo di Afrin.

L’accordo tra Damasco e Jaysh al-Islam (che la milizia ancora non ha ammesso, parlando solo di casi umanitari in uscita) è stato negoziato da Mosca, ma è fantascienza pensare che la Turchia non sia stata consultata. Non a caso domani Erdogan ospiterà il presidente russo Putin e l’iraniano Rouhani per discutere di Siria.

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30/03/2018

Siria - La "Tigre" al posto di Assad

di Michele Giorgio – il Manifesto

L’indiscrezione va presa con le molle perché a diffonderla è stato al ‎Rai, quotidiano kuwaitiano notoriamente schierato con il fronte ‎sunnita e contro Iran e Siria. Eppure va considerata perché riguarda le ‎manovre intorno al futuro della Siria. Suheil Hassan, il famoso ‎comandante “Tigre”, il generale più vittorioso della Siria, gode di ‎grande stima e considerazione da parte del leader russo Vladimir ‎Putin che lo vedrebbe come il successore ideale del presidente Bashar ‎Assad. Secondo Al Rai, il Cremlino scorge nel “Tigre” le doti di un ‎capo militare forte e determinato, garante della continuità dell’attuale ‎leadership siriana (e degli interessi di Mosca nella regione) e allo ‎stesso tempo non soggetto all’influenza di Tehran. Al contrario di ‎Bashar Assad che, sostiene il giornale, è troppo condizionato dalle ‎decisioni dell’Iran e dipendente dal sostegno militare del movimento ‎sciita libanese Hezbollah, stretto alleato di Tehran.‎

‎ È ‎«fantascienza», una «fake news», ci diceva ieri una fonte ‎giornalistica siriana insistendo che Mosca non può mettere in ‎discussione la presidenza dell’alleato Assad ora che, più forte che ‎mai, è sul punto di vincere la guerra contro i gruppi islamisti e ‎jihadisti sostenuti dalle petromonarchie del Golfo. Peraltro Suheil ‎Hassan difficilmente potrà essere visto dall’opposizione siriana come ‎un’alternativa ad Assad poiché il suo nome è legato alle sconfitte ‎più cocenti inflitte dall’esercito siriano a jihadisti e “ribelli”. I reparti ‎‎(circa 8mila uomini) agli ordini del “Tigre” inoltre non sono noti per ‎tenere troppo in considerazione il “diritto umanitario in tempo di ‎guerra”.‎

‎ Forse è ‎«fantascienza» però la Russia si sta mostrando più ‎spregiudicata del solito sui vari fronti di guerra in Siria e sui tavoli ‎della diplomazia imponendo decisioni che Damasco talvolta deve ‎ingoiare in silenzio. Mosca prima ha lasciato, assieme a Washington, ‎campo libero alla Turchia decisa a strappare ai curdi la città di Afrin – ‎in cambio dell’impegno di Ankara per far uscire da Ghouta Est i ‎miliziani islamisti di Ahrar al Sham e Faylaq al Rahman – e ora fa ‎pressioni su Damasco affinché, dopo la liberazione della Ghouta, ‎accetti la formazione di un esecutivo di consenso nazionale con ‎dentro rappresentanti dell’opposizione inclusi quelli di Ahrar al ‎Sham. ‎«La leadership siriana non è convinta della proposta russa – ha ‎spiegato la nostra fonte – ma il Cremlino afferma che questa è l’unica ‎strada per mettere fine alla guerra e dare spazio a un vero negoziato».‎

Comunque sia Damasco ha sempre bisogno della Russia e del suo appoggio militare e politico. Il conflitto non è finito. Resta da decidere una soluzione per i miliziani di Jaysh al Islam (sostenuti dall’Arabia Saudita) che rifiutano di lasciare l’ultimo caposaldo nella Ghouta, e di essere trasferiti nella provincia di Douma. Così come resta da risolvere l’occupazione da parte di combattenti dello Stato islamico del campo profughi palestinese di Yarmouk e della cittadina di Qadam, a ridosso di Damasco. Infine c’è la provincia di Deraa dove si combatterà forse l’ultima decisiva battaglia tra l’esercito siriano e le formazioni islamiste.

AGGIORNAMENTI:

ore 12:40 – Il presidente francese Macron si propone come mediatore tra Turchia e forze Fds a maggioranza curde. Erdogan: “Resti al suo posto”. Dagli Usa, intanto, Trump fa sapere che i soldati americani “se ne andranno molto presto”

Dopo aver incontrato ieri per la prima volta una delegazione curda (tra questi vi erano anche esponenti delle unità militari YPG) l’ufficio politico di Macron ha rilasciato un breve comunicato: “Il presidente ha reso omaggio ai sacrifici e al ruolo determinante svolto dalle Sdf nella lotta contro Daesh”. Macron, continua la nota, “ha confermato il sostegno francese alla stabilizzazione delle zone di sicurezza nel nord-est della Siria all’interno di un quadro che prevede un governo bilanciato che impedisca il ritorno dello Stato islamico”.

Immediata la risposta del presidente turco Recep Tayyip Erdogan: “Non abbiamo bisogno di un mediatore. Da quando la Turchia si siede a tavolo con delle organizzazioni terroristiche? La Turchia lotta queste organizzazioni in posti come Afrin” . “La nostra posizione – ha aggiunto poi su Twitter il portavoce di Erdogan, Ibrahim Kalin – è chiarissima. Rifiutiamo qualunque sforzo che promuova “dialogo”, “contatto” o “mediazione” tra noi e questi gruppi terroristici”.

Di Siria ha parlato ieri anche il presidente Usa Trump. Rivolgendosi ai lavoratori industriali dell’Ohio, il leader repubblicano ha detto che le forze Usa “molto presto” se ne andranno dalla Siria. “Lasciamo che siano altri popoli ad occuparsene ora” ha aggiunto. “Spendiamo 7 trilioni di dollari in Medio Oriente. E sapete per cosa? Per niente” ha poi chiosato, promettendo di concentrare le spese sui posti di lavoro e sulle infrastrutture negli Usa.

ore 16:00 Jaish al-Islam nega intesa con la Russia nella Ghouta est

Il gruppo islamista Jaysh al-Islam, che controlla la città di Douma (Ghouta orientale, vicino a Damasco), ha smentito di aver raggiunto una intesa con la Russia. “La nostra posizione è chiara e ferma: rigettiamo l’evacuazione forzata e il cambiamento demografico in quel che resta della Ghouta orientale) ha detto il portavoce del gruppo Hamza Birqdar su Telegram.

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25/03/2018

Siria - Accordo Damasco-Ahrar al-Sham, gli islamisti lasciano Ghouta

Si avvicina sempre di più la chiusura della partita nella Ghouta orientale (Damasco) per le forze del governo siriano: ieri 1580 persone tra i miliziani salafiti di Ahrar al-Sham e i loro familiari hanno lasciato la cittadina di Harasta dopo l’accordo raggiunto mercoledì con Damasco. Rilasciati anche 18 prigionieri (13 erano in mano ad Ahrar al-Sham). La direzione degli autobus in cui sono saliti è stata Idlib, la città e provincia nel nord ovest del Paese diventata ormai un centro di raccolta del radicalismo islamico.
 
Non tutti hanno però lasciato Harasta: circa 18.000 persone rimarranno nella cittadina “sotto la garanzia russa e governativa” ha fatto sapere Ahrar al-Sham. L’evacuazione concordata del gruppo salafita – restano presenti però gli islamisti di Faylaq al-Rahman e i qaedisti di Hayat Tahrir al-Sham – rappresenta un nuovo successo del regime di al-Asad che, da quando ha iniziato a metà febbraio la sua offensiva nell’area, è riuscito a riconquistare l’80% della Ghouta orientale.

L’operazione militare ha avuto costi umani elevati: secondo fonti dell’opposizione, ha causato finora la morte di 1.250 persone (5.300 feriti) a cui andrebbero poi sommati le vittime dei colpi di mortaio e razzi sparati verso i quartieri di Damasco dai gruppi dei “ribelli moderati”. Una violenza inaccettabile a maggior ragione se si pensa che l’area in questione rientrava insieme a Deraa e Quneitra (a sud), Idlib e parti della provincia di Homs nelle cosiddette de-escalation zone che, previste dall’accordo di Astana tra Turchia, Russia e Iran, avrebbero dovuto far tacere le armi.

Una illusione pia perché il bagno di sangue che vive il Paese da 7 anni non ha mai conosciuto una tregua. Soltanto stanotte, denuncia l’Osservatorio siriano per i diritti umani (vicino all’opposizione e di stanza a Londra), i raid russi hanno provocato la morte di almeno 37 civili nell’area di Arbin (Ghouta orientale). “Gli attacchi aerei russi e le armi incendiarie hanno ucciso per soffocamento e per un incendio diversi civili [rinchiusi] in un seminterrato” recita una nota dell’organizzazione. Dichiarazioni che, se verificate, contraddirebbero le parole di Mosca secondo cui la Russia non è coinvolta direttamente negli attacchi aerei sulla Ghouta.

Ad Idlib i miliziani di Ahrar al-Sham non saranno soli: oltre ai vari gruppi islamisti, infatti, troveranno anche le migliaia di rifugiati siriani che la Turchia, denuncia Human Rights Watch (HRW), starebbe deportando dal suo territorio. Queste donne e uomini, a causa delle violenze della guerra civile siriana, erano fuggiti verso il confine nord per cercare di salvarsi. Ma qui, “ad accoglierli”, erano stati spesso i fucili delle forze di confine turche (decine i morti).

La deportazione dei rifugiati denunciata da Hrw, se confermata, è una minaccia reale per molte altre migliaia di siriani presenti sul territorio turco che rischiano di essere deportate nella cosiddetta safe zone che Ankara vuole costruire una volta aver “ripulito” il nord della Siria dalla presenza dei curdi del Rojava.

Ankara vuole sbarazzarsi al più presto di una parte consistente di questi “ospiti” la cui presenza ha creato non poche turbolenze sociali in Turchia in questi anni. Erdogan, che per via dell’accordo miliardario con gli europei non può aprire il rubinetto dell’immigrazione verso il Vecchio Continente, sa che l’unica strada per risolvere il problema è una: rimandarli a casa. 

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16/03/2018

Siria - Migliaia di sfollati da Ghouta ed Afrin

di Chiara Cruciati
 
La fuga da Ghouta est è iniziata: ad un mese dalla ripresa dell’offensiva governativa sul sobborgo di Damasco, ieri 12mila civili sono usciti dalle cittadine di Hammouriyeh e Jisreen. A bordo di aiuto e motorini, a piedi, con coperte e qualche valigia, hanno attraversato il corridoio individuato dal governo. La tv ne ha mostrato i volti: donne, bambini, anziani accompagnati fuori dopo una notte di azioni aeree sulla zona.

Civili in uscita, i primi dopo i 150 feriti evacuati nei giorni scorsi dalla Mezzaluna rossa, e aiuti in entrata: 25 camion di cibo e medicine Onu hanno raggiunto 26mila persone nell’enclave sotto assedio interno ed esterno, dove restano bloccati 400mila civili. Ma gli scontri non cessano: l’aviazione siriana ha proseguito nei raid e gli islamisti nel lancio di missili; 50 i morti ieri, secondo le opposizioni, un numero che farebbe salire il bilancio a 1.500 in un mese.

E con il governo che ha ripreso il 60% della Ghouta orientale, si fa avanti la Turchia, sponsor delle milizie di opposizione: ieri il portavoce del presidente Erdogan ha detto che i servizi segreti stanno lavorando all’evacuazione di al-Nusra dal sobborgo, stimando mille miliziani qaedisti.

Dall’altra parte del Paese, trentamila persone sono fuggite in 48 ore da Afrin. «I bombardamenti e i colpi di artiglieria non si sono fermati mai», denuncia il portavoce delle unità di difesa popolare Ypg, Birusk Hasaka: le bombe dell’aviazione turca piovono senza sosta da giorni sul centro della principale città del cantone curdo-siriano nel nord-ovest del paese, decine le vittime. Solo mercoledì, riporta l’agenzia cuda Anf, sono morte 13 persone di cui sette bambini, ieri tre bambini e due donne.

Secondo il portavoce della presidenza turca, Ibrahim Kalin, «il controllo di più del 70% di Afrin è stato assicurato, il cerchio si è completamente chiuso intorno ai terroristi e prevediamo che il centro della città sarà a breve ripulito».

Gli sfollati stanno raggiungendo le zone controllate dal governo di Damasco, a sud-est di Afrin, nella direttrice per Aleppo. Fuggono a bordo di furgoncini e pick-up verso la sola via di fuga possibile da una città ormai quasi priva di acqua e cibo: l’esercito turco ha tagliato l’acqua da giorni e i prodotti alimentari dal resto di Rojava non entrano. Ankara sta prendendo la popolazione per fame, una comunità che finora ha resistito a due mesi di operazioni aeree e di offensiva via terra di 20mila miliziani islamisti al soldo del presidente Erdogan.

Che non fa passare giorno senza lanciare dichiarazioni di guerra alla regione curdo-siriana, considerata una minaccia nonostante non abbiano mai rivolto le armi contro il territorio turco. A far paura è il progetto politico realizzato da Rojava, quel confederalismo democratico che ha permesso l’autogestione delle comunità curde, arabe, turkmene e che viene letta da Ankara come il primo passo di un contagio politico del suo sud-est, curdo.

Da qui la necessità di ribadire la minaccia: «Abbandonate le vostre speranze – ha detto ieri Erdogan – Non lasceremo Afrin fino a quando il nostro lavoro non sarà completato». Il mittente è il Parlamento europeo, sola istituzione dell’Unione a essersi espressa sul massacro in corso nel cantone: ieri con 372 voti a favore ha approvato una mozione che chiede alla Turchia di ritirarsi da Afrin.

«Ehi, Parlamento europeo, che stai facendo? – ha tuonato il presidente turco, che due giorni fa ha incassato tre miliardi dalla Commissione Ue per tenersi tre milioni di profughi siriani – Il Parlamento europeo non può dirci di fare niente. La tua dichiarazione entra da un orecchio ed esce dall’altro». E cita proprio quei tre milioni di profughi, facendosi scudo dietro i loro corpi: dopotutto è ad Afrin che Ankara intende trasferire centinaia di migliaia di siriani, stravolgendo la demografia della zona e trasformandola in un feudo turco protetto dagli uomini dell’Esercito Libero Siriano, opposizione ad Assad.

I rumor su un passaggio di Afrin al governo di Damasco che circolavano ieri, infatti, sono stati smentiti dall’ufficio della presidenza che conferma invece l’accordo raggiunto con gli Stati Uniti sull’evacuazione dalla vicina Manbij delle Ypg/Ypj.

Fonte

14/03/2018

Siria - Afrin circondata, turchi pronti all'invasione

di Chiara Cruciati – Il Manifesto
Domenica le truppe turche e l’Esercito Libero Siriano, opposizione a Damasco agli ordini di Ankara, si sono portati a 2,5 km dalla città di Afrin. Ieri erano a un chilometro e mezzo: l’invasione del principale centro del cantone curdo-siriano è imminente. Con il passare delle ore cresce il timore di una strage, anticipata dall'intensificarsi dei raid aerei.

Nei 52 giorni di operazione turca, secondo il Consiglio per la Salute di Afrin, sono stati uccisi 232 civili, 668 i feriti. Il 90% ha perso la vita in attacchi aerei. Ed è crisi umanitaria: l’esercito turco ha tagliato l’acqua, colpito ospedali e scuole, distrutto campi profughi. Sono decine di migliaia i civili in fuga dai villaggi del distretto verso il centro della città per sfuggire alle bombe e all’avanzata terrestre.

Centinaia di sfollati stanno trovando rifugio nelle case che altre famiglie hanno aperto per loro, mentre la popolazione si mobilita: i civili, dicono da Afrin, sono pronti a farsi scudo umano, a fare interposizione con i propri corpi. La comunità è circondata: le truppe turche premono da nord e sud e stanno completando l’accerchiamento a est e ovest, eliminando ogni via di fuga.

Alla voce della gente si unisce quella dell’amministrazione autonoma del cantone, creatura figlia dell’autogestione che da anni caratterizza Rojava e che domenica ha fatto appello al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Ma al Palazzo di Vetro a risuonare è il silenzio: i 15 membri ieri si sono riuniti a New York a porte chiuse per discutere di Ghouta est e della tregua in Siria prevista dalla risoluzione 2401, ma non delle iniziative belliche del governo turco.
L’ambasciatrice Usa Haley ha alzato la voce contro la Russia, minacciato un intervento in solitaria e presentato una nuova bozza di risoluzione che «non lascia spazio» a chi non rispetta la tregua, ma non ha nominato Afrin. A una situazione fuori dalla legalità internazionale non reagisce nessuno.
Non lo fanno gli Stati Uniti, neppure di fronte alle reiterate minacce del presidente Erdogan che di nuovo sabato ha promesso di marciare su Kobane (simbolo della resistenza all’Isis) e Manbij (dove stazionano 2mila marines Usa). E con la Russia che tace, qualche notizia giunge dal fronte governativo: dopo le migliaia di combattenti pro-Assad inviati a proteggere i confini di Afrin ma tuttora silenti, ieri l’Osservatorio siriano (organizzazione basata a Londra e parte del fronte anti-Assad) ha riportato del dispiegamento a Nbul e al-Zahraa, 21 km a sud di Afrin, della Guardia repubblicana siriana. E proprio da Nbul verso Aleppo stanno fuggendo migliaia di civili, con fonti locali che parlano già di 25mila sfollati fuori dal cantone.

In Occidente gli unici a mobilitarsi sono i cittadini: da giorni le principali città europee sono teatro di presidi in solidarietà con Afrin, in Germania, Francia, Olanda, Svezia, Russia, Belgio, Regno Unito. In Italia migliaia di persone hanno preso parte da sabato a ieri a sit-in a Torino, Bologna, Padova, Roma, Reggio Emilia.

La battaglia prosegue anche nella capitale. Nelle ultime 48 ore l’esercito governativo ha ripreso la città di Medeira, a Ghouta est, spezzando la continuità del territorio controllato dal 2013 dalle opposizioni islamiste e dividendo la parte sud dalle due principali città, Harasta e Douma. Douma è circondata ma le milizie salafite e qaediste non si arrendono: ieri la stampa Usa riportava di un accordo di evacuazione tra Jaysh al Islam e Mosca e l’Afp di un incontro tra opposizioni e funzionari governativi per discutere l’uscita, ma non ci sono conferme.

A fronte di voci di fratture interne agli anti-Assad, le unità islamiste dell’Esercito Libero smentiscono la resa, consapevoli che perdere uno degli ultimi bastioni aprirà alla perdita del sostegno degli sponsor esterni (Golfo e Turchia). Lo sa anche Damasco che ieri è tornata a colpire Daraa, terza enclave islamista con Ghouta e Idlib, nel sud del paese. Tanto poca è la voglia di arrendersi che ieri, riporta l’Osservatorio, i jihadisti hanno aperto il fuoco su 700 civili che a Kafr Batna, a Ghouta est, chiedevano l’accordo con il governo. Una persona è stata uccisa.

Con la guerra data per conclusa che continua, il bilancio delle vittime a Ghouta est – secondo fonti di opposizione – sarebbe di 1.144 civili uccisi, di cui 240 bambini. Difficile stabilire quanti ne ha uccisi il governo e quanti gli islamisti che colpiscono con i missili anche la capitale, provocando decine di morti. Di certo c’è la crisi umanitaria: a Ghouta est si sta letteralmente morendo di fame.

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08/03/2018

Putin, Rohani ed Erdogan riuniti il 4 aprile a Istanbul sulla Siria

di Michele Giorgio   il Manifesto

Si terrà con ogni probabilità il 4 aprile a Istanbul il summit sulla Siria dei leader dei tre Paesi garanti del processo di Astana: Russia, Turchia e Iran. Un appuntamento atteso di fronte alla crescente gravità della situazione. Ma il presidente turco Erdogan da un lato recita il ruolo di pacificatore e dall’altro è parte attiva del conflitto. Parlando a un incontro di deputati del suo partito ieri il capo dello Stato turco ha maledetto la risoluzione 2401 con cui il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha proclamato una tregua di 30 giorni su tutto il territorio della Siria, poiché non sarebbe rispettata dal presidente siriano Bashar Assad. Damasco replica che la risoluzione non vieta attacchi contro i jihadisti dell’Isis e i qaedisti del Fronte an Nusra che occupano la Ghouta orientale. In ogni caso anche Turchia prosegue le sue azioni militari in Siria poiché, afferma, dalla tregua sono esclusi quelli che definisce i “terroristi” delle Unità di protezione del popolo (Ypg) schierate a difesa della roccaforte curda di Afrin.

Sharran, 13 chilometri a nord-est di Afrin, ed alcuni villaggi vicini sono stati ieri gli ultimi centri abitati a cadere nelle mani dei turchi e combattimenti violenti continuano nei dintorni di Raju. La stessa Afrin è finita di nuovo sotto il fuoco dell’artiglieria di Ankara con decine di colpi che hanno provocato decine di feriti mentre l’aviazione ha bombardato Jandairis, una città di particolare rilevanza strategica. La conquista di Jandairis, dice Erdogan, aprirà la strada all’assedio di Afrin al quale prenderanno parte anche i mercenari dell’Esercito libero siriano finanziati e armati da Ankara. I combattenti delle Ypg però resistono e attendono l’arrivo di 1.700 membri delle Forze democratiche siriane (arabo-curde create dagli Stati Uniti). Sono almeno 41 i soldati turchi e 159 mercenari morti nell’offensiva contro Afrin che, sostiene Ankara, avrebbe ucciso o ferito 2.872 “terroristi”.

Secondo il Washington Post l’Amministrazione Trump sta valutando un nuovo attacco contro la Siria come risposta alle notizie sul presunto uso di gas cloro da parte delle forze armate di Damasco. L’opposizione siriana denuncia altri 19 civili morti (sarebbero 800 dal 18 febbraio) nei raid aerei governativi ma nel frattempo nessuno riesce a lasciare l’area, pare per le minacce dei jihadisti, malgrado l’apertura di un corridoio umanitario su iniziativa della Russia. Mosca ha anche garantito l’immunità ai miliziani che lasceranno la zona con le loro famiglie. L’Onu intanto comunica di avere sospeso la distribuzione degli aiuti alimentari alla popolazione a causa dei bombardamenti. Intanto erano saliti ieri sera a 39 i morti – 33 passeggeri e sei membri dell’equipaggio – dello schianto di un aereo da trasporto russo in Siria. Le vittime erano tutti militari.

Fonte

06/03/2018

Siria - Mosca propone l'immunita per gli jihadisti di Ghouta est

Ghouta est sembra senza via di uscita. Ad ogni “buona” notizia seguono scontri pesanti e l’evaporazione della speranza di una fine dell’assedio. Ieri le Nazioni Unite avevano annunciato l’ingresso del primo convoglio di aiuti, 46 camion con a bordo cibo e medicine per 27.500 civili, a cui ne dovrebbe seguire un secondo l’8 marzo.

Ma dopo aver denunciato confische da parte governativa – con Damasco che ha smentito e la Russia che ha accusato le opposizioni di requisire cibo e pass di uscita ai civili – il convoglio, che aveva raggiunto la città di Douma, dopo nove ore trascorse all’interno e la consegna di una parte degli aiuti, ha fatto marcia indietro in serata a causa dei pesanti scontri che lo sovrastavano, tra bombe governative e missili e colpi di mortaio delle opposizioni islamiste.

Stamattina l’esercito russo ha offerto ai miliziani anti-Assad l’evacuazione sicura dalla Ghouta orientale, un accordo sulla falsa riga di altre intese siglate in passato e che hanno portato decine di migliaia di islamisti verso la provincia nord-occidentale di Idlib. Il ministero della Difesa russo ha offerto l’immunità e l’uscita sicura – con famiglie e armi, a bordo di veicoli – alle migliaia di miliziani dal sobborgo di Damasco, casa-prigione per 400mila civili. Non ci sono però dettagli su quali gruppi sarebbero coinvolti, se tutti o solo una parte: al momento sarebbero 20mila gli uomini presenti, tra le milizie salafite di Ahrar al-Sham e Jaysh al-Islam, i qaedisti dell’ex Fronte al-Nusra e islamisti legati all’Esercito Libero Siriano.

La proposta giunge mentre l’esercito governativo avanza dentro Ghouta est. Avrebbe ripreso circa il 35% del sobborgo, tra cui due basi militari. Dentro restano intrappolati centinaia di migliaia di civili, sotto il fuoco incrociato. Secondo l’Osservatorio Siriano per i diritti umani (organizzazione di base a Londra, dal 2011 parte del fronte anti-Assad), sarebbero 780 le vittime dal 18 febbraio, un bilancio calcolato sulla base delle fonti delle opposizioni. Ieri sarebbero stati 68 i morti nell’enclave. Solo 2mila al momento i civili fuggiti da Ghouta est, con i corridoi umanitari preposti dalla Russia la scorsa settimana che restano quasi deserti.

Intanto a nord della Siria prosegue con tutta la sua brutalità la campagna militare della Turchia contro il cantone curdo-siriano di Afrin. Nel silenzio internazionale l’aviazione di Ankara continua i bombardamenti, negli ultimi giorni concentrati sulla cittadina di Jinderese. E ieri mattina si è registrato un altro massacro: i jet turchi hanno colpito alcune case uccidendo 13 civili, di cui tre bambini, facendo salire a quasi 200 il bilancio dei civili uccisi dal 20 gennaio, dal lancio dell’operazione “Ramo d’Ulivo”. In serata altri tre morti in raid turchi nel villaggio di Firêriye.

Fonte

01/03/2018

Siria - Russia "le opposizioni impediscono la fuga ai civili"

Al terzo giorno di pausa umanitaria, unilateralmente ordinata dal presidente russo Putin lunedì, i corridoi umanitari annunciati con volantini e sms ai civili di Ghouta est restano deserti. Questa mattina l’agenzia stampa russa Tass ha riportato le dichiarazioni del generale Zolotukhin da Damasco: le opposizioni, dice, continuano a lanciare missili sulle vie di fuga impedendo alle persone di evacuare.

“Dalle informazioni ricevute nelle ultime 24 ore – ha detto Zolotukhin – il numero di appelli dei residenti di Ghouta est agli attivisti per i diritti umani sono aumentate molto, con la richiesta di aiuto e assistenza nell’evacuazione dal territorio controllato dai miliziani”. Ma la fuga è impossibile a causa dei colpi di mortaio sparati sul checkpoint di al-Wafadin. Lì è presente la Mezzaluna rossa, pronta all’accoglienza.

Anche ieri era stato giorno di violenze. Se il governo ha lanciato una serie di raid prima dell’entrata in vigore delle cinque ore di tregua russa, ed è avanzato sul terreno, dopo le 9 le esplosioni sarebbero cessate. Ma per poco tempo: missili sono stati lanciati verso le postazioni governative e viceversa.

Nessuna tregua, dunque, per i 400mila civili bloccati nella Ghouta orientale dal 2013, ormai privi di cibo, acqua e medicinali e costretti a nascondersi nei sotterranei delle case per scampare alla morte. Un assedio interno ed esterno feroce, che ricorda quello di Aleppo del 2016 e che, allo stesso modo della capitale del nord, fa del sobborgo damasceno un nuovo punto di svolta della guerra. Sia le opposizioni islamiste – presenti con 20mila uomini tra Jaysh al-Islam, ex al-Nusra, Ahrar al-Sham e unità islamiste legate all’Esercito Libero Siriano – che Damasco sono consapevoli dell’importanza di una vittoria. Ghouta est è una delle tre enclavi, insieme ad Idlib e al sud (le zone di Daraa e Quneitra), ancora controllate dal fronte anti-Assad, strategica vista la posizione, a pochi chilometri dal centro di Damasco.

Le notizie che arrivano sono filtrate dalle rispettive narrative, rendendo difficile muoversi nella guerra di propaganda. I pochi giornalisti internazionali presenti dentro Ghouta est sono entrati con il permesso delle opposizioni e, come in ogni guerra, controllati da chi ne ha permesso l’ingresso, elemento che fa pensare a informazioni distorte. Dall’altra parte c’è la versione governativa che insiste nel definire i raid mirati solo ai gruppi terroristi indicati dalle risoluzioni Onu.

Ma sono proprio le risoluzioni Onu a contraddirsi, rendendo complesso tracciare i confini dei diversi gruppi di matrice islamista e salafita ancora attivi in Siria. Gruppi che stringono alleanze ideologiche o di comodo e che comunque stanno combattendo insieme da anni, spesso sotto l’ala del più potente gruppo di opposizioni, il qaedista ex Fronte al-Nusra.

La tregua non vale per nessuno. Se a Ghouta non c’è pace, anche gli altri attori del conflitto si auto-escludono dal cessate il fuoco chiesto dal Consiglio di Sicurezza lo scorso sabato. In primis la Turchia che ieri è tornata a dire che proseguirà nell’operazione contro Afrin equiparando l’Isis alle unità di difesa popolare curde Ypg/Ypj, ovvero le forze che hanno sconfitto lo Stato Islamico nel nord della Siria. Le conseguenze sono ovvie: i raid proseguono colpendo zone residenziali e radendo al suolo case private.

Raid anche da parte statunitense: ieri l’agenzia di stampa siriana Sana denunciava 24 morti in bombardamenti Usa sul campo rifugiati improvvisato di Dharet al-Allouni, a Deir Ezzor. Secondo il Syrian Network for Human Rights, da sabato sono 107 le vittime della guerra, di cui 83 attribuite a Damasco. Ma, a sentire le diverse denunce delle tante fonti presenti, potrebbero essere molti di più.

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Siria - Nessuna tregua a Ghouta Est, corridoi umanitari deserti

di Chiara Cruciati – Il Manifesto
Le notizie che arrivavano ieri da Ghouta est, filtrate dalle rispettive propagande, restituivano un quadro torbido: nelle cinque ore giornaliere di pausa umanitaria – indetta dal presidente russo Putin ed entrata in vigore ieri – gli scontri non sono cessati. Seppur sporadiche, esplosioni sono risuonate nel sobborgo di Damasco, casa-prigione per 400mila persone.

E i corridoi umanitari individuati dalla Russia, la cui localizzazione è stata comunicata ai civili con volantini e sms, sono rimasti vuoti: delle centinaia di persone intrappolate dal 2013 nessuna ha tentato la fuga. E le agenzie umanitarie non sono riuscite a far passare gli aiuti per il fuoco dei missili: non si esce e non si entra.

Civili ostaggi delle opposizioni islamiste presenti nella Ghouta orientale, dice Damasco, che riporta di colpi di mortaio caduti non solo sulle zone residenziali della capitale, come avviene da anni, ma anche sul campo di al-Rafidain e sulle vie di fuga, il checkpoint di al-Wafideen, dove autobus governativi attendevano eventuali sfollati.

I civili sono usati come scudi umani, denuncia Damasco, dall’ex al-Nusra e i suoi affiliati, assedianti interni del sobborgo. Che rispondono: la gente non scappa perché teme una trappola governativa. Secondo i miliziani, ieri l’aviazione siriana ha compiuto una decina di raid durante la finestra di tregua, tra le 9 e le 14. Due i morti e 16 i feriti per missili, di diversa attribuzione a seconda della fonte.
Una situazione identica all’inferno vissuto da Aleppo nell’inverno 2016: a fronteggiarsi forze e narrative diverse. Osservatori esterni si chiedono perché Assad dovrebbe proseguire nel bombardamento indiscriminato di Ghouta, sapendo di attirarsi lo sdegno internazionale, soprattutto dopo l’annuncio in pompa magna di Putin. C’è chi risponde che l’obiettivo è annientare le opposizioni islamiste il prima possibile, chi mette in dubbio la potenza di fuoco vomitata sul sobborgo.

Reagisce anche la Russia che accusa le opposizioni di bugie e abusi contro i civili, di fatto prigionieri: a mezzogiorno di ieri, dice il centro di comando russo in Siria, i miliziani hanno lanciato una nuova controffensiva, «azioni accompagnate da intenso fuoco di artiglieria». Il ministro degli Esteri Lavrov ha comunque annunciato il mantenimento dei corridoi umanitari.

Ma a farsi avanti sono le stesse opposizioni: in una lettera all’Onu tre dei cinque gruppi presenti nella comunità – Jaysh al-Islam, Ahrar al-Sham e Faylaq al-Rahman – hanno manifestato l’intenzione di «deportate del tutto» i miliziani dell’ex al-Nusra e le loro famiglie entro 15 giorni dall’entrata in vigore della tregua prevista dalla risoluzione Onu di sabato. Così verrebbe meno la contraddizione contenuta in quella risoluzione, che esclude dal cessate il fuoco qaedisti (ex al-Nusra, dunque) e Isis.

Restano a monte sia Jaysh al-Islam che Ahrar al-Sham, salafiti ma considerate opposizioni legittime tanto da guidare la delegazione anti-Assad a Ginevra, hanno apertamente collaborato con al-Nusra e condiviso la sua visione, finendo per diventarne una stampella. Ora si impegnano a espellere i qaedisti e a facilitare la consegna degli aiuti, passo necessario alla sopravvivenza politica.

Il fuoco non cessa nemmeno a nord, dove la Turchia – rassicurata da due anni e mezzo di impunità, da quando entrò illegalmente con i carri armati in Siria – continua a bombardare Afrin. L’agenzia di Stato Sana denuncia due morti ieri e cinque lunedì e il Consiglio per la salute del cantone curdo dà un bilancio di 192 uccisi dal 20 gennaio, inizio di «Ramo d’Ulivo», di cui 28 bambini.

Numeri a cui si aggiungono quelli di Airwars, organizzazione che da anni monitora l’operazione militare Usa tra Siria e Iraq: tra agosto 2014 e metà febbraio 2018, i 29.095 raid statunitensi hanno ucciso tra le 6.317 e le 9.444 persone, almeno sette volte tanto il bilancio del Comando Usa, che parla di 841 vittime civili «non intenzionali». Morti senza responsabili su cui l’Onu per ora non ha emesso risoluzioni.

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27/02/2018

Siria - Tregua di 5 ore al giorno a Ghouta est

di Roberto Prinzi

“Un inferno sulla terra”. Così ha descritto ieri la situazione nella Ghouta orientale pesantemente colpita da giorni dal governo siriano il Segretario generale dell’Onu. In un suo discorso al Consiglio dei diritti umani di Ginevra, Antonio Gueteress ha ricordato a tutte le parti coinvolte nel conflitto siriano “il loro obbligo assoluto di proteggere la popolazione e le infrastrutture civili” chiarendo che “gli sforzi per combattere il terrorismo non possono sostituire tali impegni”.

Della necessità del cessate il fuoco ha parlato ieri anche la rappresentante della politica estera dell’Unione Europea, Federica Mogherini, che ha chiesto a Russia, Turchia e Iran di “lavorare per l’implementazione della risoluzione del Consiglio dell’Onu e, in particolare, per la realizzazione delle de-escalation zone decise ad Astana”.

Ma le parole della politica sono cadute nel vuoto ancora una volta, però, perché la tregua raggiunta sabato non è mai stata implementata: dalla Ghouta (Damasco) alla curda Ifrin e al bubbone jihadista di Idlib (a nord) fino ad est ad Deir Ezzor si continua a combattere e a morire.

E non servirà a niente la “pausa umanitaria” di cinque ore al giorno in vigore a partire da oggi dalle 9 alle 14 annunciata dal presidente russo Putin nella Ghouta, il sobborgo della capitale siriana controllato dai qaedisti dell’ex Fronte an-Nusra. Uno stop alle violenze (irrisorio) concepito, ha spiegato ieri il ministro della difesa russo Shoigu, “per evitare vittime civili”.

Una tregua temporanea che sa di beffa delle oltre 400.000 persone che vivono da tempo sotto le bombe di al-Asad e i suoi alleati e sono vittime di un doppio assedio, governativo e delle forze di opposizione. Che la situazione sia disperata in quest’area intorno alla capitale lo sa bene anche Guterres che ieri, sempre da Ginevra, ha detto “che non bisogna più aspettare” perché “è ora di porre fine a questo inferno sulla terra”.

Il problema è come Guteress. Ma soprattutto: c’è davvero la volontà politica di farlo? Mosca ieri ha affiancato alla sua “tregua”di cinque ore anche l’impegno a far partire corridoi umanitari non spiegando però come verranno consegnati gli aiuti ai civili della Ghouta senza ormai più cibo e acqua da giorni. La Commissione internazionale della Croce Rossa ha fatto sapere che vede con favore ogni misura che permette a “chi vuole andarsene [da lì] la possibilità di farlo”. Tuttavia, ha ammonito la portavoce Iolanda Jaquemet, bisogna fare molto di più: “Abbiamo necessità di convogli umanitari per portare lì rifornimenti vitali: medicine, cibo, materiale sanitario e quello per purificare l’acqua. I bisogni umanitari per i 400.000 abitanti sono enormi”.

Come si potrà aiutare la popolazione civile al momento resta una grossa incognita. Quel che è certo che alle pie promesse della politiche si contrappone l’amara realtà quotidiana: secondo fonti dell’opposizione – non verificabili indipendentemente – ieri sono morte altre dieci persone a causa dei raid governativi (520 le vittime dal 18 febbraio scorso, sostiene l’Osservatorio siriano, ong di stanza a Londra e vicina alle forze anti-Asad).

Rispetto alle illusioni umanitarie del Cremlino, molto più onesto è stato l’Iran che ha ripetuto ieri che l’offensiva sul sobborgo damasceno continuerà perché è rivolta contro i qaedisti di an-Nusra (a cui fanno capo altre 4 formazioni islamiste Jaish al-Islam, Ahrar al-Sham, Fajr al-Ummah e Feilak ar-Rahman). In effetti, è la stessa vaghezza della tregua di sabato a offrire scappatoie “legali” a ciascun potenza, regionale o meno che sia, per continuare le sue violenze per i propri tornaconti. Lo stop ai combattimenti, infatti, esclude ufficialmente l’Isis e al-Qa’eda, ma ciascun gruppo ha il suo proprio demone “terrorista” da eliminare. O almeno presunto tale.

Un clima ideale per la Turchia che ieri, con il premier turco Bozdag, ha ribadito la sua volontà di chiudere la partita contro i curdi di Afrin. Una battaglia legittima, ha chiarito, perché “condotta contro i terroristi”. A prendere parte ai combattimenti, ha poi annunciato Ankara, saranno anche i Falcons, un'unità formata da 600 combattenti curdi. Un particolare, quello dell’etnicità del battaglione, che non è affatto irrilevante. Erdogan può infatti così riconfermare la sua narrazione sull’operazione “Ramoscello d’Ulivo”: la sua è una campagna “anti-terrorista”, non contro i curdi tout court. “I terroristi ad Afrin e quelli venuti da fuori a sostenerli, a prescindere dalle loro origini, saranno sconfitti” ha tuonato oggi il capo di Stato maggiore turco, il Generale Hulusi Akar durante una visita alla provincia di Hatay (sud Turchia). Insomma i curdi siriani delle unità Ypg e Ypj vanno sconfitti quanto prima. Costi quel che costi. Fino alla fine. Nonostante gli inviti, che restano però solo tali, delle Nazioni Unite a porre fine ai combattimenti in Siria.

Ma alla fiera dell’orrore siriano non vuole mancare proprio nessuno, tutti marcano il cartellino con il sangue. A partire dagli Usa che domenica hanno ucciso 25 civili ad Albu Kamal (confine con l’Iraq) e ieri altre 29 persone a Deir Ezzor, dove è ancora presente quel che poco che resta del “califfato islamico”. Washington bombarda ed è responsabile da mesi di stragi terribili, ma le sue bombe mortifere non hanno suscitato (e suscitano) la stessa indignazione presso i media occidentali e le cancellerie occidentali come quelle che piovono sul Ghouta. Eppure si chieda agli abitanti della Raqqa liberata dai curdi del Rojava con il sostegno aereo a stelle e strisce quanti lutti hanno dovuto piangere per mesi nell’indifferenza della cosiddetta comunità internazionale. Sono i civili siriani (tutti) a starci veramente a cuore o la loro strumentalizzazione per fini geopolitici?

E secondo il governo siriano mietono vittime anche la categoria del tutto inventata dalle capitali occidentali dei “ribelli moderati”: nelle ultime ore i loro attacchi hanno ucciso 4 civili a Tell Salhab (Hama) e 14 ad Idlib.

Altri morti, altri numeri senza nome che si vanno ad aggiungere alle oltre 400.000 vittime di questo conflitto la cui fine appare ancora troppo lontana.

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26/02/2018

Siria - Onu proclama 30 giorni di tregua per Ghouta senza indigi

di Michele Giorgio - il Manifesto

Due sere fa è arrivata la decisione: il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha adottato all’unanimità una risoluzione che per «almeno 30 giorni» dovrebbe far cessare i bombardamenti in tutto il paese, incluso il distretto di Ghouta. La tregua dovrebbe partire «senza indugi». All’accordo si è arrivati dopo vari rinvii: la Russia, alleata di Damasco, minacciava di porre di nuovo il veto se non fosse stata messa in evidenza la presenza nella zona di formazioni terroristiche e il diritto delle forze armate siriane di cacciarle via.
 
Mentre all’Onu si cercava un compromesso, combattimenti e bombardamenti proseguivano senza sosta. Ieri sarebbero rimaste uccise altre 32 persone, tra le quali 8 bambini, che sostiene l’opposizione siriana, vanno ad aggiungersi ai 510 civili morti, fra cui 127 bambini, nei raid aerei e nei cannoneggiamenti dell’esercito siriano in corso dal 18 febbraio.
 
Se è evidente la drammaticità della condizione dei civili che si trovano in quell’area, occorre sottolineare che sul numero di morti e feriti non ci sono verifiche indipendenti. Di fatto i media internazionali continuano a far riferimento a una sola fonte, l’Osservatorio siriano per i diritti umani, con sede a Londra, una Ong legata a doppio filo all’opposizione siriana e apertamente schierata contro il presidente Bashar Assad. Si continuano peraltro ad oscurare le vittime dei lanci di razzi e colpi di mortaio sparati sui quartieri residenziali di Damasco dai gruppi jihadisti e qaedisti asserragliati nella Ghouta, dove si troverebbero anche centinaia di miliziani ceceni. Il governo ripete che è inaccettabile la presenza di formazioni terroristiche a pochi chilometri dalla capitale, sempre più spesso presa di mira.

«Oggi vedremo se la Russia ha una coscienza», ha commentato l’altro ieri, entrando in Consiglio di Sicurezza, l’ambasciatrice Usa Nikki Haley che voleva una risoluzione di condanna solo della Siria e della sua campagna militare. Gli altri Paesi del CdS invece hanno cercato il compromesso con Mosca.

La bozza modificata, secondo le indiscrezioni che giravano ieri al Palazzo di Vetro, prevede 30 giorni di cessate il fuoco «senza ritardi», senza però precisarne i tempi. La bozza precedente invece chiedeva che la tregua entrasse in vigore 72 ore dopo l’adozione del testo da parte del Consiglio Onu. La nuova versione inoltre precisa che la tregua non si applicherà alle operazioni contro l’Isis e al Qaeda e contro «individui, gruppi ed entità associate» ai gruppi terroristici. Il testo infine chiede di rimuovere tutti gli assedi, non solo quello governativo a Ghouta Est – sono diversi i centri abitati siriani circondati dalle formazioni “ribelli” – e ordina a tutte le parti di «smettere di privare i civili di cibo e medicine indispensabili alla sopravvivenza».

Mosca da parte sua spinge per un ritiro negoziato dei ribelli e delle loro famiglie come avvenuto in altre aeree della Siria, in particolare ad Aleppo di cui il governo ha ripreso il controllo pieno a dicembre del 2016. Ma i jihadisti rifiutano questa soluzione.

AGGIORNAMENTI

Secondo l’opposizione siriana, nonostante la tregua raggiunta sabato, ieri si sarebbero registrati nuovi scontri tra le forze governative e i “ribelli” vicino alla capitale Damasco. Fonti dell’opposizione hanno fatto sapere che i caccia governativi hanno colpito alcune cittadine nella Ghouta orientale. L’Osservatorio siriano per i diritti umani (OSDU), ong di stanza a Londra e vicina all’opposizione, parla di 9 persone morte e 31 ferite nei raid di ieri compiuti dal regime. Al momento la notizia non è stata commentata dall’esercito siriano.

L’Osdu, inoltre, ha detto ieri che un bambino di tre anni è morto e altri 13 sono rimasti intossicati (una donna sarebbe in gravi condizioni) in seguito ad un sospetto attacco chimico del governo nel villaggio di al-Shifuniyah, sempre nella Ghouta orientale. Yaqub, un medico che sostiene di aver curato le persone rimaste colpite dal raid, ha detto all’Associated Press che si tratterebbe “probabilmente di un attacco con il gas clorino”.

E’ stato arrestato a Praga, intanto, l’ex leader del principale partito curdo siriano (PYD), Saleh Muslim. Secondo il partito, l’arresto sarebbe avvenuto su richiesta di Ankara: un tribunale turco lo aveva già accusato in passato di “sedizione” e “di rompere l’unità dello stato”. Il presidente turco Erdogan ha chiesto alla Repubblica Ceca la sua estradizione in Turchia così “da assicurarlo alla giustizia”. Su Twitter la polizia ceca ha detto di aver arrestato un 67enne su richiesta dell’Interpol turca, ma non ha rivelato il nome del detenuto. Muslim, secondo la coalizione TEV-DEM di cui fa parte, sarebbe stato arrestato sabato.

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24/02/2018

La Russia blocca la risoluzione Onu sulla tregia in Siria: "fuori gli islamisti"

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Afrin è tante narrazzioni, che si traducono in méte: quella della Turchia che vuole fare del cantone curdo un «magazzino» per rifugiati e miliziani; quella dei curdi per cui è destinazione della resistenza.

Ieri Ankara ha dispiegato 280 poliziotti dei reparti speciali Poh, volontari e squadre speciali della gendarmeria specializzate in guerriglia urbana. In contemporanea funzionari turchi spiegavano l’altra faccia del piano di invasione del presidente Erdogan: trasferire ad Afrin decine di migliaia di rifugiati siriani (provenienti da altre zone del paese), oggi in territorio turco.  Con un duplice obiettivo: liberarsene e modificare la demografia di un paese già devastato dalla diaspora forzata e l’occupazione di intere fette di territorio da parte di milizie di stampo jihadista.

Nelle stesse ore da Raqqa e dai cantoni di Cizire e Kobane partivano centinaia di combattenti volontari, decisi a raggiungere Afrin. Da Raqqa proseguiranno verso Manbij, dove prenderanno con sé altre decine di persone. Si uniscono alle nuove unità delle Forze popolari Ndf inviate da Damasco a protezione dei confini e arrivate mercoledì ad Afrin.

E se nel cantone i raid turchi proseguono senza che si registrino al momento confronti diretti tra Ndf e miliziani al soldo di Ankara, trecento chilometri più a sud la guerra è brutale: per il quinto giorno consecutivo Ghouta est, sobborgo della capitale, è teatro del rinnovato scontro tra qaedisti dell’ex al-Nusra e aviazione governativa.

I residenti, spiegava ieri al Consiglio di Sicurezza Panos Moumtzis, coordinatore umanitario Onu in Siria, non hanno più acqua né elettricità e l’80% degli abitanti della cittadina di Harasta vive nei sotterranei delle case per proteggersi da raid e missili.

Mentre i 400mila civili trascorrevano l’ennesimo giorno sotto assedio interno ed esterno, oltreoceano il Consiglio di Sicurezza si è riunito su richiesta della Russia e ha discusso la risoluzione promossa da Svezia e Kuwait che chiedeva – accanto all’autorizzazione all’ingresso nella Ghouta orientale di aiuti entro 48 ore – 30 giorni «di cessazione delle ostilità in tutta la Siria per tutte le operazioni militari eccetto quelle dirette contro Isis, al Qaeda e al-Nusra».

Il presidente siriano Assad e il ministro degli Esteri russo Lavrov si sono detti disponibili a una tregua che non coinvolga gli islamisti presenti a Ghouta est, che sono la quasi totalità delle opposizioni. Per questo in serata Mosca ha bloccato la risoluzione e proposto delle modifiche.

E il numero delle vittime sale: ieri altri 36 civili hanno perso la vita. Secondo le opposizioni, sarebbero 400 da domenica i morti nel sobborgo, altre decine gli uccisi a Damasco dai missili jihadisti.

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21/02/2018

Siria. Goutha sotto le bombe. Ankara e Damasco ai ferri corti su Afrin?

Mentre ad Afrin, nord-ovest della Siria, va di scena lo scontro – per ora solo a parole – tra Turchia e governo siriano, nel sobborgo di Damasco di Ghouta est la battaglia è drammatica. Sotto assedio interno ed esterno dal 2013, con l’esercito siriano e l’aviazione russa che colpiscono dal cielo e a terra le opposizioni islamiste arroccate in una zona dove risiedono ancora 400mila persone, Ghouta est è al collasso.
 
Oggi l’ufficio regionale umanitario delle Nazioni Unite ha chiesto l’immediata fine dei bombardamenti e lo stop all’escalation che da domenica ha ucciso oltre 100 persone: “L’imperativo è porre fine a questa sofferenza umana senza senso, questo colpire civili innocenti e infrastrutture deve finire ora”, ha detto Panos Moumtzis, coordinatore per la Siria dell’ufficio Onu. Tra le vittime ci sarebbero anche 20 bambini, almeno 300 i feriti.

L’ultima controffensiva governativa è stata lanciata domenica, dal cielo; secondo fonti delle opposizioni potrebbe anticipare un tentativo di assalto via terra. I precedenti accordi siglati da Damasco con alcune unità delle opposizioni islamiste presenti avevano portato ad una parziale evacuazione di Ghouta est, sul modello di altre intese simili raggiunte nel nord ovest della Siria. Centinaia di miliziani erano stati condotti a Idlib, provincia nord-occidentale da anni quasi totalmente sotto il controllo dell’ex al-Nusra, formazione qaedista che ha monopolizzato la galassia di opposizioni di matrice islamista.

Ma Ghouta est soffre allo stesso modo. Da mesi, anni, le agenzie umanitarie denunciano una crisi indicibile, assenza di cibo e acqua potabile, civili ridotti alla fame e impossibilitati a ricevere aiuti a causa dei blocchi imposti dal conflitto. Il 14 febbraio un convoglio dell’Onu è riuscito ad accedere nel sobborgo ma è stato in grado di rifornire di aiuti solo il 2,6% dei 272mila civili che necessitano di sostegno immediato.

Al blocco imposto dal governo che non garantisce l’ingresso di aiuti dall’esterno, si aggiunge il mercato nero gestito spesso dalle opposizioni, un incremento dei prezzi di prima necessità che rende impossibile l’acquisto da parte di una comunità allo stremo. E, denuncia l’Onu, “il tasso di malnutrizione ha raggiunto livelli senza precedenti, con l’11,9% dei bambini sotto i cinque anni gravemente malnutriti”.

Eppure Ghouta est – insieme a Idlib, a Quneitra e Deraa nel sud del paese e a Rastan e Talbiseh nella provincia di Homs – ricade all’interno dell’accordo siglato ad Astana da Turchia, Iran e Russia e delle quattro de-escalation zone previste. Ovvero zone in cui dovrebbe essere entrato in vigore un ampio cessate il fuoco tra governo e opposizioni, sotto la supervisione dei rispettivi sponsor internazionali.

Se a Idlib a dicembre il governo ha lanciato una nuova controffensiva, lo stesso accade nel sobborgo di Damasco. Dall’inizio di febbraio, quando le violenze sono riprese con maggiore intensità, le vittime tra i civili sarebbero almeno 300. E la possibile operazione via terra – che sarebbe confermata dai rinforzi inviati dal governo di Assad nelle ultime settimane – potrebbe esarcerbare ulteriormente una situazione già collassata. Secondo il quotidiano siriano al-Watan e l’Osservatorio Siriano, ente basato a Londra e vicino alle opposizioni fin dal 2011, negoziati sarebbero in corso per giungere ad un nuovo accordo di evacuazione dei miliziani.

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05/01/2018

Siria - Controffensiva governativa a Idlib e Ghouta est

di Chiara Cruciati

L’escalation era attesa. Da due giorni l’esercito siriano ha incrementato la presenza intorno a Ghouta est, sobborgo di Damasco roccaforte delle opposizioni islamiste e dallo scorso anno una delle «de-escalation zone» previste dall’accordo di Astana tra Russia, Iran e Turchia.

Sono aumentati i raid aerei russi, una trentina secondo i residenti nelle ultime 48 ore. Ieri la strage: secondo fonti locali, sono almeno 30 i civili uccisi da bombardamenti di Mosca. Che smentisce: colpite postazioni islamiste.

Di certo c’è che la guerra, iniziata sette anni fa, non è finita. A bassa intensità, la definiscono in molti dopo la ripresa di Aleppo e gli arretramenti dell’Isis, ma sempre e comunque presente: le formazioni islamiste, ormai le sole opposizioni rimaste, sono ammassate a Idlib, Ghouta est e a sud, al confine con Israele. E i combattimenti, sebbene molto più sporadici tanto da permettere il rientro dei primi profughi, non cessano.

A Ghouta est, domenica, i salafiti di Ahrar al-Sham hanno rafforzato la presenza intorno alla base di Harasta e da lì lanciato colpi di mortaio verso zone residenziali. Il governo risponde preparandosi ad un’ampia controffensiva sul sobborgo di 400mila persone ridotte alla fame da un assedio lungo ormai quattro anni. A dicembre le organizzazioni umanitarie hanno avviato l’evacuazione di malati e feriti, ma a rilento a causa di scontri e autorizzazioni a singhiozzo rilasciate da Damasco.

Stessa tensione a Idlib dove i raid si sono intensificati nell’ultimo mese, a coprire l’avanzata dell’esercito. Sarebbero 50 i morti nella campagna governativa, 60mila gli sfollati. I target del fronte pro-Assad sono la ripresa della parte sud della provincia e della strada che collega Damasco ad Aleppo e i gruppi islamisti qui ammassati dai vari accordi di evacuazione siglati nel corso del 2017.

Un «bubbone» jihadista con a capo la qaedista ex al-Nusra che prima o poi era destinato a esplodere. Sia sul terreno che al tavolo del negoziato: le milizie più forti, Ahrar al-Sham e Jaysh al-Islam, ma anche i «moderati» dell’Esercito Libero non parteciperanno alla conferenza di Sochi del 29 e 30 gennaio.

Promossa dal presidente russo Putin e volta alla creazione di un «congresso nazionale» che metta insieme governo, opposizioni e società civile, nell’idea di Mosca dovrebbe condurre ad un esecutivo di transizione e nuove elezioni. Le opposizioni armate hanno detto no a fine dicembre e ieri è giunto il rifiuto di 120 gruppi della società civile, raccolti sotto il nome di Working Group for Syria.

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