di Chiara Cruciati – Il Manifesto
Ieri otto autobus con a
bordo 448 persone, tra miliziani del gruppo islamista di opposizione
Jaysh al-Islam e loro familiari, hanno lasciato Ghouta est (sobborgo di
Damasco dal 2013 in mano al variegato fronte anti-Assad) diretti verso
il nord della Siria. L’ultimo gruppo presente ha accettato l’evacuazione
e Douma, principale città della Ghouta orientale e tra le prime
roccaforti dell’opposizione in Siria, potrebbe tornare a breve in mano
al governo. I bus partiti ieri sono i primi, ne seguiranno altri.
Si avvicina alla fine il doppio assedio subito da 400mila civili,
letteralmente ridotti alla fame dalle truppe governative fuori e dai
miliziani dentro. E finisce l’ampia campagna militare lanciata il 18
febbraio da Damasco, raid aerei governativi e missili islamisti che
hanno ucciso almeno 1.600 persone.
Le operazioni di trasferimento delle milizie islamiste in
Siria non sono però da leggere come la mera «soluzione» dell’assedio di
Ghouta est. In corso ci sono movimenti in grado di definire le future
crisi nel paese, da un punto di vista militare e politico.
Perché gli islamisti in uscita dal sobborgo damasceno vengono
distribuiti in zone strategiche: non più solo Idlib ma anche le aree
curde a Rojava oggi in mano alla Turchia. In particolare Jaysh
al-Islam – difficilmente ricollocabile nella roccaforte di al-Nusra,
Idlib, a causa delle faide interne al fronte islamista di opposizione –
sono diretti a Jarabulus e al-Bab, due cittadine dell’estremo nord
siriano, via di transito per anni dei rifugiati diretti in Turchia e dei
miliziani vicini ad Ankara in ingresso in Siria.
La loro posizione è strategica e funzionale ai piani turchi di
invasione di Rojava e di distruzione del confederalismo democratico: Jarabulus,
a poche centinaia di metri dal confine turco, sulla riva ovest
dell’Eufrate, si trova a metà strada tra Manbij e Kobane; al-Bab, poco
sotto, è lungo la direttrice tra Afrin e Manbij.
Tenendo conto delle denunce dell’Amministrazione autonoma di Afrin –
secondo cui nella città depopolata dei suoi abitanti sono stati già
spostati migliaia dei 45mila islamisti e dei loro familiari provenienti
da Ghouta – il cerchio si chiude: la Turchia, sponsor dei gruppi
radicali presenti tanto nella Ghouta quanto a Idlib, sta compiendo una
sapiente operazione «demografica». Via i curdi, dentro
gli islamisti necessari a vincere definitivamente le unità di difesa
popolari Ypg/Ypj e a dirigersi verso la frontiera con l’Iraq a
est, creando de facto la zona cuscinetto che i turchi chiedono da anni.
Si aggiungeranno alle migliaia di uomini dell’Esercito libero siriano
già utilizzati contro il cantone curdo di Afrin.
L’accordo tra Damasco e Jaysh al-Islam (che la milizia ancora non ha
ammesso, parlando solo di casi umanitari in uscita) è stato negoziato da
Mosca, ma è fantascienza pensare che la Turchia non sia stata
consultata. Non a caso domani Erdogan ospiterà il presidente russo Putin
e l’iraniano Rouhani per discutere di Siria.
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