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28/04/2018

L’istruzione al servizio dei padroni: una fabbrica di schiavi

I giovani italiani sono davvero un branco di pigri fannulloni? Questa espressione viene spesso utilizzata per descrivere la scarsa attitudine del nostro popolo a sporcarsi le mani con il lavoro manuale, un popolo che, piuttosto, preferirebbe dedicarsi allo studio dell’arte o delle scienze sociali e umanistiche, quasi per definizione inutili e garanzia di disoccupazione. Ci dobbiamo porre questa fastidiosa domanda perché, oramai da anni, ascoltiamo appelli dal mondo dell’industria che si lamenta di come in Italia sia così difficile trovare lavoratori che abbiano competenze tecniche e che siano disposti a lavorare in fabbrica. In questi giorni, ancor più di prima, escono continuamente articoli in cui gli imprenditori rimproverano gli italiani perché, a fronte di grandi (o presunti tali) investimenti in nuove tecnologie, hanno difficoltà ad assumere personale vista l’impreparazione dei candidati, o perché, peggio ancora, questi lavori vengono letteralmente snobbati. Di fronte ad una veloce trasformazione della domanda di lavoro da parte delle imprese, spinta dal progresso tecnico (Industria 4.0), sembrerebbe quindi che l’offerta di lavoro non sia in grado di – o peggio ancora non voglia – adeguarsi a questo processo di cambiamento, con conseguenti ricadute sull’occupazione. Le cause di tutto ciò? Principalmente la pigrizia e la scarsa buona volontà dei potenziali lavoratori.

Una vera e propria ramanzina da parte della classe capitalista ai lavoratori che non sarebbero in grado di investire coscientemente nel loro capitale umano. Chi è causa del suo male pianga se stesso. La forza lavoro italiana, ed in particolare i giovani, è stata ridicolizzata a mezzo stampa in tutti i modi possibili in questi ultimi anni. Siamo stati appellati come fannulloni – nonostante in Europa siamo tra quelli che lavorano di più, anche più dei tedeschi – e ora ci definiscono stupidi, senza troppi giri di parole. “Vi lamentate che non trovate lavoro ma quando poi noi siamo disposti ad assumere, voi non avete le competenze per svolgerlo” ci urlano in faccia, sogghignando, gli imprenditori.

Questa è la storia tossica, avvelenata, che ci raccontano da anni. Tuttavia, le cose stanno in una maniera leggermente differente.

I dati OCSE, con riferimento al 2015, ci mostrano come in Italia il 41%, tra coloro che possiedono un diploma di scuola superiore e/o un diploma di laurea breve (triennale), abbia una formazione nell’area scientifica-tecnica. Più degli studenti tedeschi (37%) e dei francesi (35%), giusto per fare un confronto. Per entrare nel dettaglio, il 30% degli studenti italiani con diploma superiore o laurea triennale ha una formazione mirata per il settore industriale. Sempre l’OCSE ci dice, tra l’altro, che il 21.1% dei lavoratori italiani, nel 2015, è anzi più qualificato rispetto al lavoro che effettivamente svolge, più dei colleghi tedeschi (17.4%) e dei francesi (11.6%).

Ma allora cosa c’è dietro alle lamentele degli imprenditori?

È utile tenere a mente che quando gli imprenditori urlano e si sbracciano, generalmente cercano di convincere i lavoratori ad essere più obbedienti, disposti a lavorare ancora di più e soprattutto per un salario più basso, possibilmente molto più basso. Veniamo al punto centrale: se da un lato si riconosce come l’educazione possa incrementare la forza contrattuale dell’individuo, perché ne migliora le abilità, l’indipendenza e le capacità produttive, dall’altro lato un sistema scolastico classista deve rendere più disciplinato il lavoratore generando o selezionando profili maggiormente compatibili con la ricerca del profitto ed i meccanismi motivazionali dell’impresa. Evidentemente, per gli imprenditori l’equilibrio tra queste due tensioni non è soddisfacente ed il sistema scolastico, così come è oggi, non dispensa un livello di disciplina sufficiente per la futura classe lavoratrice. Non a caso, si legge sempre più spesso di quanto sarebbe importante procedere ad una riforma dell’istruzione, dando maggior peso agli istituti professionali. In questo contesto, l’università dovrebbe tornare ad essere un privilegio per pochi, perpetuando un antico quanto odioso meccanismo di selezione sociale: le classi dominanti non sono interessate ad una istruzione di massa ed allo spirito critico che questa, pur tra mille contraddizioni, ancora diffonde e difende in Italia. Per questo l’università deve rimanere luogo d’elezione per una ristretta cerchia di fortunati, preferibilmente i figli di chi detiene le leve del potere politico ed economico oggi, affinché queste si tramandino per diritto di sangue e di classe. Per gli altri, per la massa indistinta, al massimo si può immaginare una formazione presso gli istituti tecnici superiori (ITS). Per gli imprenditori, insomma, l’istruzione generale è un costo eccessivo e una perdita di tempo. Sarebbe meglio, per i capitalisti, se tutti quanti ci mettessimo bene in testa che si vive per lavorare; tutta la nostra formazione, di conseguenza, deve essere mirata allo svolgimento dell’attività lavorativa, raggiungendo le necessarie competenze nel minor tempo possibile, per iniziare a lavorare prima possibile. Ma non finisce qui; per un sistema capitalista è di cruciale importanza che il potenziale lavoratore riceva una preparazione iper-specializzata, parcellizzata e frammentata.

Possiamo quindi identificare due piani complementari delle strategie di riforma del sistema scolastico propugnate dalle classi dominanti: prima di tutto è fondamentale spogliare il lavoratore di una visione complessiva del processo produttivo (e per estensione del sistema economico in cui opera), cercando di inibirne anche lo spirito critico – che significa principalmente consapevolezza che essere sfruttati è inaccettabile – che solo l’istruzione generale coltiva. Il perfezionamento di questo disegno perverso è rappresentato dall’alternanza scuola-lavoro, vero e proprio strumento di guerra culturale da parte dei padroni, che hanno buon gioco ad inculcare nella mente di un adolescente il principio secondo il quale produrre e lavorare gratis è naturale.

C’è inoltre un ulteriore elemento da analizzare, caratterizzato da una potenziale ambiguità che va demistificata. Tornando alle proposte di riforma della scuola in linea con i principi qui sopra descritti, è ragionevole ritenere che i lavoratori con una formazione professionale adatta al settore industriale abbiano una occupabilità maggiore della media, cioè possano trovare più facilmente un’occupazione. Convincere gli studenti ad intraprendere questo tipo di formazione sembra quindi un favore che le imprese fanno principalmente a questi ragazzi. La storia è purtroppo più complessa: se aumenta la forza lavoro (cioè le persone che cercano lavoro) in un determinato settore, a parità di domanda aggregata (cioè della domanda di beni e servizi che un’economia esprime, da cui si derivano il numero di lavoratori di cui le imprese hanno bisogno) aumenta semplicemente la disoccupazione. O, come direbbe Marx, si “ingrossano le fila dell’esercito industriale di riserva”. Ora, è bene precisare che, anche allo stato attuale, non ci troviamo in una situazione tale che tutti i tecnici sono occupati e liberi dal precariato. Più semplicemente, il tasso di disoccupazione per questa particolare categoria di lavoratori è generalmente inferiore alla media. Questo implica che siamo in presenza di un esercito di riserva relativamente contenuto e queste categorie di lavoratori hanno una posizione contrattuale relativamente buona. Gli imprenditori urlano e strepitano, allora, semplicemente perché vogliono più braccia a buon mercato, che possano fare concorrenza e spingere a più miti consigli quei lavoratori che ancora riescono a difendere i propri redditi. Braccia rese ancora più vulnerabili da una formazione che aspira a rendere il futuro lavoratore un mero ingranaggio di un processo produttivo che lo sovrasta e di cui non rappresenta che una parte infinitesimale, rimpiazzabile con uno schiocco di dita qualora dimostrasse una conflittualità inopportuna.

Riprendendo dunque il discorso iniziale, la carenza di tecnici lamentata dagli imprenditori non deve essere vista come una differenza tra le competenze domandate dalle imprese e quelle offerte dai lavoratori. Non è vero che, a fronte di millantati posti vacanti, non si riesce a trovare un lavoratore con competenze professionali idonee. Gli imprenditori si lamentano perché non trovano lavoratori sufficientemente disciplinati e disposti a lavorare tanto guadagnando poco. La carenza, cui fanno riferimento gli imprenditori, è relativa all’esercito industriale di riserva: ciò che manca non sono i lavoratori, sono i disoccupati. Per questo la classe dominante raccomanda calorosamente che i giovani scelgano istituti tecnici piuttosto che i licei, ed in caso istituti tecnici superiori al posto del tradizionale percorso universitario.

Per contrastare lo sfruttamento di lavoratori presenti e futuri, la battaglia si combatte anche sulla e nella scuola, una scuola che deve rimanere libera, pubblica ed accessibile a tutti. Il percorso formativo deve fornire all’individuo la capacità di ragionare, di esprimersi e di costruire la propria autonomia; non deve avere l’obiettivo di consegnare agli imprenditori una forza lavoro assoggettata alla loro bramosia di profitto.

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