di Michele Giorgio il Manifesto
Si terrà con ogni probabilità il 4 aprile a Istanbul il summit sulla Siria dei leader dei tre Paesi garanti del processo di Astana: Russia, Turchia e Iran.
Un appuntamento atteso di fronte alla crescente gravità della
situazione. Ma il presidente turco Erdogan da un lato recita il ruolo di
pacificatore e dall’altro è parte attiva del conflitto. Parlando a un
incontro di deputati del suo partito ieri il capo dello Stato turco ha
maledetto la risoluzione 2401 con cui il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha proclamato una tregua di 30 giorni
su tutto il territorio della Siria, poiché non sarebbe rispettata dal
presidente siriano Bashar Assad. Damasco replica che la risoluzione non
vieta attacchi contro i jihadisti dell’Isis e i qaedisti del Fronte an
Nusra che occupano la Ghouta orientale. In ogni caso anche Turchia
prosegue le sue azioni militari in Siria poiché, afferma, dalla tregua
sono esclusi quelli che definisce i “terroristi” delle Unità di
protezione del popolo (Ypg) schierate a difesa della roccaforte curda di
Afrin.
Sharran, 13 chilometri a nord-est di Afrin, ed alcuni
villaggi vicini sono stati ieri gli ultimi centri abitati a cadere nelle
mani dei turchi e combattimenti violenti continuano nei
dintorni di Raju. La stessa Afrin è finita di nuovo sotto il fuoco
dell’artiglieria di Ankara con decine di colpi che hanno provocato
decine di feriti mentre l’aviazione ha bombardato Jandairis, una città
di particolare rilevanza strategica. La conquista di Jandairis, dice Erdogan, aprirà la strada all’assedio di Afrin
al quale prenderanno parte anche i mercenari dell’Esercito libero
siriano finanziati e armati da Ankara. I combattenti delle Ypg però
resistono e attendono l’arrivo di 1.700 membri delle Forze democratiche
siriane (arabo-curde create dagli Stati Uniti). Sono almeno 41 i soldati
turchi e 159 mercenari morti nell’offensiva contro Afrin che, sostiene
Ankara, avrebbe ucciso o ferito 2.872 “terroristi”.
Secondo il Washington Post l’Amministrazione Trump sta
valutando un nuovo attacco contro la Siria come risposta alle notizie
sul presunto uso di gas cloro da parte delle forze armate di Damasco.
L’opposizione siriana denuncia altri 19 civili morti (sarebbero 800 dal
18 febbraio) nei raid aerei governativi ma nel frattempo nessuno riesce
a lasciare l’area, pare per le minacce dei jihadisti, malgrado
l’apertura di un corridoio umanitario su iniziativa della Russia. Mosca
ha anche garantito l’immunità ai miliziani che lasceranno la zona con le
loro famiglie. L’Onu intanto comunica di avere sospeso la distribuzione
degli aiuti alimentari alla popolazione a causa dei bombardamenti.
Intanto erano saliti ieri sera a 39 i morti – 33 passeggeri e sei membri
dell’equipaggio – dello schianto di un aereo da trasporto russo in
Siria. Le vittime erano tutti militari.
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