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26/03/2018

L’immagine capitale. I cinquant’anni de “La società dello spettacolo”

«Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini»

«Lo spettacolo è il capitale ad un tal grado di accumulazione da divenire immagine»

«La questione non è di constatare che gli uomini vivono più o meno poveramente; bensì sempre in maniera che sfugge loro»

Il 14 novembre 1967 a Parigi l’editore Buchet-Chastel pubblica uno dei libri più importanti della seconda metà del XX secolo: La Société du Spectacle, il libro più conosciuto, rubato, citato, dello scrittore e cineasta parigino Guy Debord. Un libro che a detta di molti ha preconizzato, come una Cassandra, l’assetto di una realtà che ci circonda e condiziona da almeno trent’anni. Un libro ancora edito e molto letto nel mondo, ma compreso a fondo da pochi se non probabilmente da coloro che erano considerati i nemici della prospettiva rivoluzionaria che rilanciava.

La società dello spettacolo dal titolo fa pensare ad un libro incentrato sull’analisi dell’incidenza dei mass-media nella dinamica della società, e sul ruolo dell’industria dello spettacolo nell’organizzazione e gestione di questa. Ma il testo di Debord, articolato in 221 tesi, strutturate in nove parti è molto di più: si tratta di una vera e propria teoria critica della società esistente, la società della merce e delle sue regole. È libro in cui Debord raccoglie in forma organica circa dieci anni di elaborazione teorica sviluppata nell’Internazionale lettrista e soprattutto nell’Internazionale Situazionista, l’ultima avanguardia estetico politica del ‘900. La funzione di questo libro doveva essere infatti, quella di sorta di antologia situazionista, di guida riassuntiva ed orientativa della teoria situazionista, da mettere a disposizione, al fine di diffonderne i contenuti, a più persone possibili.

Verso il 1965, l’elaborazione dell’analisi situazionista della società era sostanzialmente conclusa. La critica della società è la critica del perpetuarsi storico della reificazione, sino al concretizzarsi, nel presente storico, come società dello spettacolo: una dimensione nella quale si perde l’orizzonte del possibile, di un’altra società, assopendo negli individui questo desiderio con la fornitura di una moltitudine di soddisfazioni parcellari ed illusorie, dal villaggio vacanza, alla pseudo-rivoluzione. Il testo di Debord era di fatto già pronto a fine del 1964 e doveva uscire appunto l’anno successivo. Ma il ritardo nella pubblicazione rese possibile una coincidenza temporale di pubblicazione con un altro libro fondamentale: il 1967 era infatti il centenario della pubblicazione del Primo Libro del Capitale di Karl Marx. E tra i pregi che fanno de La società dello spettacolo un libro altrettanto fondamentale ed ancora attuale c’è proprio di essere strutturato sulla centralità del tema del feticismo delle merci, uno degli argomenti caratterizzanti il pensiero di Marx da lui affrontato nel quarto paragrafo del primo capitolo del I Libro: Il carattere di feticcio della merce e il suo arcano.

Con gli strumenti di Marx, integrati dalle riflessioni di altri importanti autori marxisti (da Lukács a Henri Lefebvre) e non (da Machiavelli a Lewis Mumford), Debord in questa sua opera tenta di forgiare una teoria atta a comprendere e combattere quella forma di feticismo che nel frattempo, nella progressiva espunzione del modello capitalista di sviluppo, si era venuta a creare, e che chiama spettacolo. Il suo merito è quello di aver adeguato vecchi strumenti e teorie ad un epoca diversa. La nostra.

Se Marx apriva il primo capitolo del Capitale dedicato alla merce affermando che, «La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una ‘immane raccolta di merci’», Debord nel suo incipit ci aggiornava affermando che «Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli». Dove lo spettacolo è il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine.

Lo spettacolo è il momento in cui la merce è pervenuta all’occupazione totale vita sociale. Oltre che ad essere alienato nel momento della produzione, l’operaio è soggetto passivo di una colonizzazione della sua vita, ad opera della produzione e pubblicizzazione di nuovi bisogni: che trovano il loro senso solo nella sopravvivenza del sistema delle merci. Cresce il consumo: ma più aumenta il consumabile più aumentano le privazioni.

Una prima edizione italiana viene stampata dall’editore barese De Donato, nella collana “Dissensi” nel settembre 1968: ma la traduzione di Valerio Fantinel e Miro Silvera viene considerata dallo stesso Debord “mostruosa”. Bisogna aspettare il maggio del 1979 per avere una versione all’altezza con la traduzione “eccellente” di Paolo Salvadori per l’editore di Firenza Vallecchi. Nella Prefazione a questa quarta edizione italiana Debord approfitta per tornare sul senso della sua teoria (che era stata riproposta, in versione ridotta, nella forma cinematografica, nel film omonimo del 1973). In questo luogo, dove entra anche nel merito della situazione italiana (per Debord l’Italia era il «laboratorio più moderno della controrivoluzione internazionale»), non fa che ribadire la validità della sua analisi, rilevando, anzi, il manifestarsi di alcuni aspetti mistificatori e reazionari che andavano a confermare la denuncia della società spettacolare come il momento dell’ideologia materializzata, del dominio della menzogna sulla verità, e sull’assuefazione del pubblico a questa dimensione.

Nel 1988, Debord, ritorna, aggiornandola, sulla sua teoria (concepita sempre come fluida e mai fissa e rigida) con il libro, Commentaires sur la Societè du Spectacle. Qui il situazionista, si limita appunto a commentare (non analizzare) una realtà fattuale: «a rilevare ciò che esiste».

Lo spettacolo, nato secondo Debord poco dopo la metà degli anni ’20, e che già aveva fatto progressi fino al 1967, in questi anni ha ulteriormente continuato a consolidarsi ovunque: si è esteso in tutte le direzioni, attraverso una rapida invasione degli individui, ed ha accresciuto la sua densità, ed in più si è perfezionato, sviluppando vere e proprie forme di difesa dagli attacchi della critica, compresa quella situazionista.

La situazione si è molto aggravata: lo spettacolo è più perfetto che mai, anche perché, in questi anni, grazie alla continuità ha «potuto allevare una generazione sottomessa alle sue leggi». Se nel ‘67 Debord aveva identificato due tipi di spettacolo, concentrato (proprio dei regimi dell’Est) e diffuso (proprio dei regimi occidentali) nell’88 Debord afferma che dalla fusione delle due forme è nato lo SPETTACOLO INTEGRATO, che sfrutta contemporaneamente tutte le qualità delle due precedenti forme: la Francia e l’Italia sembrano essere per il parigino i laboratori politici di questa nuova forma.

Cambiano le forme, gli assetti, ma l’impianto della teoria resta. Nell’Avvertenza alla terza edizione francese, 30 giugno 1992, Debord ribadisce: «tale teoria non va cambiata, fin tanto che non saranno distrutte le condizioni generali del lungo periodo storico che questa teoria è stata la prima a definire con esattezza».

A distanza di cinquant’anni dalla prima pubblicazione La Società dello spettacolo, per Carlo Freccero (che insieme a Daniela Strumia ha firmato l’Introduzione all’edizione edita da Baldini e Castoldi dal 1997, l’ultima è del 2013) “il libro di formazione”, conserva tutta la sua importanza e rimane un testo fondamentale per chiunque voglia comprendere il contesto politico nel quale intende agire.

In un nostro Editoriale del 2011 “Non avrai altra politica al di fuori dello spettacolo”, a firma Nique la police, ricordavamo il grosso equivoco di certe letture ed analisi «quello che vuole, ancora oggi dopo vent’anni di berlusconismo e di sviluppo di una società globale delle comunicazioni ad alta complessità, che lo spettacolo sia una funzione politicamente e socialmente sovrastrutturale ». Leggere e capire La società dello spettacolo è un passaggio decisivo per non incorrere più in tale equivoco.

di Lucio Baoprati

Pubblicato sul N°129 dell’edizione cartacea di Senza Soste, uscito nel gennaio 2018.

La versione cinematografica di Guy Debord del 1973:



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