Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/07/2023

Il trionfo della “società dello spettacolo” e le sue conseguenze

di Sandro Moiso

Mario Perniola, Berlusconi o il ’68 realizzato, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2022, pp. 105, 8 euro

Invece di approfittare dell’occasione offerta da un fatto naturale come la morte per trovare il tempo di indagare storicamente le ragioni del successo, tra una fetta significativa dell’elettorato italiano, di un uomo sicuramente discutibile e sopra le righe in ogni sua manifestazione, alcune starlette dell’intellighenzia di “sinistra” continuano a perpetuare il mito di Berlusconi babau con un atteggiamento che, se non affondasse le sue radici nell’ignavia e nell’insipienza di una sinistra perbenista, anonima e amorfa, sembrerebbe sfiorare la psicosi. Prova ne sia un’affermazione come quella contenuta in un numero di luglio del «Venerdì» di Repubblica: “Il berlusconismo è stata la disgrazia più grande”, attribuita a Sabina Guzzanti.

Già, la disgrazia più grande. Così mentre il grande pubblico dello spettacolo mediatico, politico e “culturale”, non ha ancora finito di assorbire il fatto che la Shoa abbia costituito il “male più grande”, ecco che già gli viene propinato un altro villain definitivo, dopo Hitler, Mussolini o chi altro diavolo si voglia. E mentre l’audience viene tenuta in uno stato di costante allerta da una classifica di “disgrazie” che non sembra mai finire, dal Vajont al Covid o alla guerra in Ucraina, un nuovo (?) “urlo di dolore” e moto “di denuncia” inizia a diffondersi per l’aere mediatico. Un’eterna corsa al vaccino definitivo contro i mali causati dalla Destra a livello politico e sociale che, però, non intacca mai la sostanza di una società (quella italiana ma non solo) e di un modo di produzione di cui la stessa Sinistra “criticante” fa parte, condividendone spesso valori e principi, fin da prima della caduta definitiva del fascismo storico.

Hanno fatto dunque benissimo le Edizioni Mimesis a riproporre nella collana “Volti” un testo del filosofo e scrittore italiano Mario Perniola (1941-2018), già precedentemente edito nel 2011: Berlusconi o il ’68 realizzato. Come si afferma nella Nota redazionale che precede l’attuale riedizione:

Il grande filosofo italiano che è stato Mario Perniola ci ha regalato uno stile di pensiero in cui ridere e comprendere vanno a braccetto, in nome di un umano e lucido disincanto del presente. Quando uscì Berlusconi o il ’68 realizzato, imperversavano gli scandali delle “cene eleganti” e vacillava la credibilità internazionale del Paese Italia. […] Allora risultarono quanto mai puntuali queste valutazioni di Perniola sul significato storico delle trasformazioni personificate da Berlusconi nella politica, nella cultura, nei costumi e nella vita sociale del Paese. Ma anche oggi, soprattutto oggi, al termine della parabola biografica dell’uomo di Arcore, l’analisi della rivoluzione spettrale, qui proposta, risulta essere uno dei migliori discorsi di commiato che si possano fare1.

Discorso in cui occorre sottolineare, così come fa Perniola e non soltanto per gusto provocatorio, il ricongiungersi, in maniera sicuramente distorta, nel programma di Berlusconi della gran parte degli obiettivi che caratterizzarono la grande ondata del Sessantotto. Dalla fine del lavoro alla distruzione dell’università e al vitalismo giovanilistico fino al trionfo della comunicazione massmediatica. Una sorta di rinnovato “spirito del capitalismo” cui avrebbero fatto riferimento in seguito Luc Boltanski e Eve Chiapello, annotando: la sua vocazione alla mercificazione del desiderio, soprattutto quello di liberazione, e di conseguenza al suo recupero e inquadramento2.

In attesa dunque di valutazioni storiche e politiche degne di questo nome, che non si basino soltanto su frasi ad effetto e battute salaci che si accontentano soltanto di rovesciare lo stile berlusconiano, in realtà senza negarlo nei fatti ma bensì propagandolo3 ad oltranza, val la pena di riprendere la lettura delle pagine del breve testo di Perniola.

Qui chi scrive si limita a riproporre l’interpretazione di alcuni temi, tra i tanti possibili, che ricollegano la “mancata rivoluzione” del ’68 alle sue conseguenze nei decenni successivi durante i quali, come sempre accade in questi casi, la Rivoluzione fallita si è trasformata in arma della Controrivoluzione e uno dei suoi testi più conosciuti e importanti4 si è tramutato nel possibile manuale d’uso per una concezione spregiudicata, ma tutt’altro che rivoluzionaria, della politica e della comunicazione5. Comparso infatti nel 1967, il testo di Debord affermava che: «Lo spettacolo non è un insieme di immagini ma un rapporto sociale tra persone mediato da immagini». Anticipando di decenni il modo in cui Silvio Berlusconi con Mediaset e Mark Zuckerberg con Facebook e Instagram, per non parlare di tanti altri social media, avrebbero poi portato alle estreme conseguenze i meccanismi dell’alienazione individuale e sociale.

Sul lavoro e il suo rifiuto

Sebbene Berlusconi sia stato lungo tutta la sua vita un lavoratore instancabile, egli ha consentito alla maggior parte dei giovani di realizzare la famosa ingiunzione di Guy Debord (1931-1994) Ne travaillez jamais! (Non lavorate mai!). L’ironia sta nel fatto che ora i giovani vogliono lavorare, anche a condizioni indecenti e vergognose, incredibilmente più alienanti e squalificate di quelle che erano loro offerte negli anni Sessanta e Settanta: allora una vita piccolo-borghese era più o meno garantita a tutti, oggi essa è un sogno irraggiungibile per quanti non hanno alle spalle una famiglia che li aiuti. È come se Berlusconi avesse monopolizzato nella sua persona tutto il lavoro, e lasciato agli altri solo il gioco6.

Sulla cultura e gli intellettuali

Di tutto il culturame (attenzione, questa parola è detta in camera caritatis, cioè non pubblicamente) ce ne freghiamo: però dobbiamo dire che siamo a favore della cultura, della ricerca, dell’innovazione, dell’inglese, di internet, dell’impresa e di quanto ancora suoni alla moda, anche se di tutte queste cose non ce ne importa un fico, perché a farle sul serio, sono troppo care e complicate e lasciano uno spazio troppo ristretto per la corruzione. Le facciano gli americani, che legandole strettamente all’economia aziendale riescono a guadagnarci un sacco di soldi oppure i paesi del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) che essendo in ascesa e avendo tassi di sviluppo notevoli hanno bisogno di creare una borghesia relativamente istruita! […] Mi raccomando poi di non cadere nella trappola di sostenere sul serio i cosiddetti “intellettuali di destra”, perché questi sono molto più pretenziosi di quelli di sinistra, i quali un po’ per partito preso pauperistico, un po’ per demagogia si autodefiniscono “operai della conoscenza” e quindi non hanno più tante ambizioni: basta che fate far loro qualche comparsata gratuita in televisione e pensano subito di essere dei divi e di spezzare il cuore di qualche ragazza, come se le nostre ragazze di oggi avessero un cuore! Se poi sono veramente accro (segnatevi questa parola francese perché nessuno la capisce e quindi fa un certo effetto), voglio dire sono proprio accaniti, come quel tale Saviano o Saviani che dir si voglia, basta che lo inseriate in uno show ricreativo di puro intrattenimento per neutralizzarlo completamente. Lui vuol fare il tragico, ma se lo mettete insieme ai comici, chi si accorgerà della differenza? E poi in Italia la tragedia non ha mai avuto fortuna: sì certo, c’è stato qualche piemontese tragico come Alfieri e Pareyson, ma chi li legge? Servono per fare delle tesi di laurea. Quindi nessuna fatwā contro i Saviani, tanto meno attentati o cose che fanno casino: non dimenticate che spacciandoci per liberisti (mentre è ovvio che siamo monopolisti) dobbiamo anche mostrare di essere liberali e magnanimi. Mica siamo come i russi o i cinesi, che perseguitano i dissidenti! Tanto alla fine quello che dicono o scrivono non ha alcuna effettualità politica e il popolo bue lo si conquista nella campagna elettorale abbassando o eliminando qualche tassa od odioso balzello7.

Sulla dignità

Una parola che ricorre sempre più frequentemente nei discorsi etico-politici è dignità. Questa è diventata uno dei termini chiave della bioetica, nonché il motto in cui si sono riconosciute le rivolte politiche che hanno scosso molti stati arabi, provocando talora la caduta dei governi. In Italia coloro che si sono detti indignati dalla condotta di... sconi (questa volta mi viene in mente solo la parte finale del nome di questa persona), non si contano. Gli studenti che hanno occupato le piazze di alcune città spagnole si sono definiti los indignados. È nato così un Global Indignant Movement che si è manifestato in molti Paesi. La parola dignità ha eclissato altri termini più tecnici del linguaggio politico, come comunità e diritti dell’uomo. In effetti, la prima è caduta nel ridicolo da quando si è cominciato a parlare di una “comunità internazionale” […]. Quanto ai “diritti umani” che costituiscono uno dei cardini della civiltà occidentale, l’uso fazioso e opportunistico che se ne è fatto, li ha svuotati di credibilità […] Ora la domanda cruciale è: possiamo permetterci di essere indignati, se non abbiamo nessuna delle quattro virtù fondamentali (saggezza, temperanza, coraggio e giustizia)? Possiamo indignarci se noi stessi non abbiamo dignità? Se non siamo minimamente coerenti con noi stessi ma immersi nel mondo della comunicazione, nel quale tutto si capovolge in tutto? I caratteri fondamentali della comunicazione sono descritti benissimo dagli Stoici sotto il termine di stoltezza. Lo stolto non è uno sciocco, uno stupido, un ottuso ma l’essere umano che, in preda a un continuo turbamento, cambia opinione da un momento all’altro; incapace di stare fermo, corre a precipizio con impeto irrefrenabile verso il primo obiettivo che incontra e si pente con facilità di tutto ciò che ha fatto; incapace di ascolto, parla e agisce in modo inconcludente; inetto a elaborare valutazioni stabili e a compiere scelte irreversibili, salta ora qua ora là, pretendendo di avere e di prendere tutto. La stoltezza non nasce da una mancanza, ma da una deviazione, da una distorsione, da un pervertimento della facoltà razionale. Per essere indignati, bisogna almeno avere coraggio, cioè pazienza, perseveranza, magnanimità e magnificenza (Tommaso d’Aquino dixit). Noi italiani (e forse noi occidentali), siamo troppo deboli per permetterci di essere indignati8

Note

  1. Nota redazionale a M. Perniola. Berlusconi o il ’68 realizzato, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2022, pp. 7-8  

  2. L. Boltanski, E. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2014  

  3. Si veda quanto già scritto qui  

  4. Guy Debord, La società dello spettacolo, SugarCo Edizioni, Milano 1990.  

  5. Si veda: Gianfranco Marelli, L’amara vittoria del situazionismo. Storia critica dell’Internazionale Situazionista 1957-1972, Mimesis Edizioni, 2017.  

  6. Non lavorate mai! in M. Perniola, op. cit., p. 21  

  7. Gli intellettuali da nona categoria puzzolente a spina dorsale della nazione in M. Perniola, op. cit., pp. 64-67  

  8. Possiamo essere indignati? In M. Perniola, op. cit., pp. 95-99

Fonte

16/12/2021

Hai voluto la bicicletta?

Il fantastico mondo del neoliberismo, malattia senile del capitalismo, si è arricchito di un altro capitolo che avrebbe fatto la gioia di Guy Debord, il maggior esponente del situazionismo del secolo scorso e teorico della società dello spettacolo. Nella vicenda che raccontiamo c’è l’essenza di un modello economico che guida il mondo verso l’autoestinzione grazie anche alla nostra complicità di spettatori apparentemente passivi. L’apparenza è nota: Mr Big, uno dei personaggi della serie “Sex and the City” e del sequel appena iniziato, “And Just Like That...”, muore nella prima puntata. E sticazzi, direte giustamente voi, per una volta usando correttamente un lemma romanesco. Senonchè Mr Big muore mentre è impegnato a pedalare sulla cyclette nel suo salotto e la cyclette in questione ha una marca ben in evidenza, Peloton. Il giorno dopo le azioni di Peloton perdono in borsa l’11,3% e quello dopo ancora un altro 5%. E da qui comincia il nostro racconto, che non è più fiction.

Peloton aveva dato il suo consenso per l’utilizzo del marchio nella serie tv, una delle più famose e viste di tutti i tempi, grande esposizione pubblicitaria garantita, anche se non è ancora chiaro se con questa definizione s’intenda che ha pagato per sponsorizzare lo show e l’azienda si è rifiutata di chiarire. Di sicuro però non avevano letto la sceneggiatura che colloca il prodotto nel frame in cui muore Mr Big. Prima di occuparci dell’aspetto diversamente intelligente dell’andamento della borsa bisogna ricordare alcuni aspetti diversamente onesti della Peloton. Una cyclette di questa società costa all’utente 2200 dollari per il modello base, è collegata a Internet con programmi di training personalizzati. Durante il lockdown negli Stati Uniti e la costrizione a restare in casa Peloton ha venduto oltre 3 milioni di pezzi del suo prodotto che in Europa però non è ancora arrivato.

La Peloton produce oltre alle cyclette tapis roulant e tutto quanto occorre per fare esercizio in casa. Sta affrontando una serie di azioni legali intentate dagli utenti rimasti feriti e dai familiari di quelli morti durante l’utilizzo di prodotti Peloton con richieste di risarcimenti per 165 milioni di dollari. Alcuni prodotti della ditta sono stati tolti dalla produzione e Peloton è oggetto di un’indagine da parte della Securities and Exchange Commission. Il caso è in mano al Dipartimento di Giustizia e il Dipartimento della Sicurezza Nazionale, anche perchè il ritiro è avvenuto dopo che molti incidenti si erano già verificati e Peloton lo scorso maggio aveva respinto una richiesta di ritiro della Consumer Products Safety Commission. Un morto e 70 feriti accertati soltanto per i suoi tapis roulant. Alcuni bambini sono stati trascinati sotto il tapis roulant in funzione e anche animali domestici e oggetti domestici sono stati trascinati nelle macchine, causando lesioni agli utenti, secondo l’indagine della Commissione per la sicurezza degli utenti.

Adesso attenzione: nonostante le accertate responsabilità, nella vita reale, di Peloton nella morte e nel ferimento di alcuni suoi utenti a causa dei suoi prodotti il titolo non era mai sceso così pesantemente in basso come in conseguenza della scena di fiction in cui Mr Big muore d’infarto dopo aver pedalato su una Peloton. È bellissimo questo mondo, credetemi, perchè dopo il ribasso del titolo per una finzione artistica la Peloton per arginare il danno ha fatto scendere in campo un medico vero, una cardiologa, la dottoressa Suzanne Steinbaum, che dopo aver visionato le puntate precedenti di Sex and the city ha diagnosticato, la prima autopsia della storia su un personaggio di fiction, che Mr Big era morto a causa del suo stile di vita e che, anzi, l’uso della cyclette gli aveva allungato la vita. Sembra un po’ quando da bambini chiedevamo ai genitori che fine ha fatto Bambi dopo il film o se Biancaneve è poi stata davvero felice con il principe azzurro.

Riassunto: tu puoi ammazzare la gente con prodotti pericolosi e prosperare in borsa con grande guadagno per gli azionisti ma se il tuo prodotto viene in una fiction associato a uno sviluppo tragico con quelle azioni, bene, se fossero ancora di carta ci potresti lucidare i vetri delle finestre di casa come unica possibilità di dargli un po’ di valore. Della causa che Peloton probabilmente non intenterà alla Hbo produttrice della fiction poco ce ne importa, ma deve essere tenuto a mente che, avendo lo streaming eliminato gran parte delle inserzioni pubblicitarie esterne, l’inserimento dei prodotti all’interno delle fiction stesse genera attualmente un volume di affari per 20 miliardi di dollari nel solo 2021. Per questo ieri sulle tv statunitensi è andato in onda uno spot che rende ancora più surreale tutto il pacchetto: nello spot lo stesso attore che interpreta il Mr Big che muore in “And Just Like That...” guarda in camera dicendo “Facciamo un altro giro? La vita è troppo breve per non farlo”, il campo si allarga e si vede che sta parlando di due Peloton sullo sfondo.

Ne parlerei per ore ma vi annoierei, perchè poi dovremmo analizzare anche il rimbambimento degli spettatori che non sono estranei al fenomeno, probabilmente molti di loro hanno azioni Peloton. Chiudiamo allora con il già citato Guy Debord, unico pensatore in grado di districarci da questa catena di paradossi. “Lo spettacolo – scrive ne La Società dello spettacoloè il capitale a un tal grado d’accumulazione da divenire immagine”.

Va ricordato che disse pure: “Le citazioni sono utili in periodi di ignoranza o di oscure credenze”.

Fonte

26/03/2018

L’immagine capitale. I cinquant’anni de “La società dello spettacolo”

«Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini»

«Lo spettacolo è il capitale ad un tal grado di accumulazione da divenire immagine»

«La questione non è di constatare che gli uomini vivono più o meno poveramente; bensì sempre in maniera che sfugge loro»

Il 14 novembre 1967 a Parigi l’editore Buchet-Chastel pubblica uno dei libri più importanti della seconda metà del XX secolo: La Société du Spectacle, il libro più conosciuto, rubato, citato, dello scrittore e cineasta parigino Guy Debord. Un libro che a detta di molti ha preconizzato, come una Cassandra, l’assetto di una realtà che ci circonda e condiziona da almeno trent’anni. Un libro ancora edito e molto letto nel mondo, ma compreso a fondo da pochi se non probabilmente da coloro che erano considerati i nemici della prospettiva rivoluzionaria che rilanciava.

La società dello spettacolo dal titolo fa pensare ad un libro incentrato sull’analisi dell’incidenza dei mass-media nella dinamica della società, e sul ruolo dell’industria dello spettacolo nell’organizzazione e gestione di questa. Ma il testo di Debord, articolato in 221 tesi, strutturate in nove parti è molto di più: si tratta di una vera e propria teoria critica della società esistente, la società della merce e delle sue regole. È libro in cui Debord raccoglie in forma organica circa dieci anni di elaborazione teorica sviluppata nell’Internazionale lettrista e soprattutto nell’Internazionale Situazionista, l’ultima avanguardia estetico politica del ‘900. La funzione di questo libro doveva essere infatti, quella di sorta di antologia situazionista, di guida riassuntiva ed orientativa della teoria situazionista, da mettere a disposizione, al fine di diffonderne i contenuti, a più persone possibili.

Verso il 1965, l’elaborazione dell’analisi situazionista della società era sostanzialmente conclusa. La critica della società è la critica del perpetuarsi storico della reificazione, sino al concretizzarsi, nel presente storico, come società dello spettacolo: una dimensione nella quale si perde l’orizzonte del possibile, di un’altra società, assopendo negli individui questo desiderio con la fornitura di una moltitudine di soddisfazioni parcellari ed illusorie, dal villaggio vacanza, alla pseudo-rivoluzione. Il testo di Debord era di fatto già pronto a fine del 1964 e doveva uscire appunto l’anno successivo. Ma il ritardo nella pubblicazione rese possibile una coincidenza temporale di pubblicazione con un altro libro fondamentale: il 1967 era infatti il centenario della pubblicazione del Primo Libro del Capitale di Karl Marx. E tra i pregi che fanno de La società dello spettacolo un libro altrettanto fondamentale ed ancora attuale c’è proprio di essere strutturato sulla centralità del tema del feticismo delle merci, uno degli argomenti caratterizzanti il pensiero di Marx da lui affrontato nel quarto paragrafo del primo capitolo del I Libro: Il carattere di feticcio della merce e il suo arcano.

Con gli strumenti di Marx, integrati dalle riflessioni di altri importanti autori marxisti (da Lukács a Henri Lefebvre) e non (da Machiavelli a Lewis Mumford), Debord in questa sua opera tenta di forgiare una teoria atta a comprendere e combattere quella forma di feticismo che nel frattempo, nella progressiva espunzione del modello capitalista di sviluppo, si era venuta a creare, e che chiama spettacolo. Il suo merito è quello di aver adeguato vecchi strumenti e teorie ad un epoca diversa. La nostra.

Se Marx apriva il primo capitolo del Capitale dedicato alla merce affermando che, «La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una ‘immane raccolta di merci’», Debord nel suo incipit ci aggiornava affermando che «Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli». Dove lo spettacolo è il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine.

Lo spettacolo è il momento in cui la merce è pervenuta all’occupazione totale vita sociale. Oltre che ad essere alienato nel momento della produzione, l’operaio è soggetto passivo di una colonizzazione della sua vita, ad opera della produzione e pubblicizzazione di nuovi bisogni: che trovano il loro senso solo nella sopravvivenza del sistema delle merci. Cresce il consumo: ma più aumenta il consumabile più aumentano le privazioni.

Una prima edizione italiana viene stampata dall’editore barese De Donato, nella collana “Dissensi” nel settembre 1968: ma la traduzione di Valerio Fantinel e Miro Silvera viene considerata dallo stesso Debord “mostruosa”. Bisogna aspettare il maggio del 1979 per avere una versione all’altezza con la traduzione “eccellente” di Paolo Salvadori per l’editore di Firenza Vallecchi. Nella Prefazione a questa quarta edizione italiana Debord approfitta per tornare sul senso della sua teoria (che era stata riproposta, in versione ridotta, nella forma cinematografica, nel film omonimo del 1973). In questo luogo, dove entra anche nel merito della situazione italiana (per Debord l’Italia era il «laboratorio più moderno della controrivoluzione internazionale»), non fa che ribadire la validità della sua analisi, rilevando, anzi, il manifestarsi di alcuni aspetti mistificatori e reazionari che andavano a confermare la denuncia della società spettacolare come il momento dell’ideologia materializzata, del dominio della menzogna sulla verità, e sull’assuefazione del pubblico a questa dimensione.

Nel 1988, Debord, ritorna, aggiornandola, sulla sua teoria (concepita sempre come fluida e mai fissa e rigida) con il libro, Commentaires sur la Societè du Spectacle. Qui il situazionista, si limita appunto a commentare (non analizzare) una realtà fattuale: «a rilevare ciò che esiste».

Lo spettacolo, nato secondo Debord poco dopo la metà degli anni ’20, e che già aveva fatto progressi fino al 1967, in questi anni ha ulteriormente continuato a consolidarsi ovunque: si è esteso in tutte le direzioni, attraverso una rapida invasione degli individui, ed ha accresciuto la sua densità, ed in più si è perfezionato, sviluppando vere e proprie forme di difesa dagli attacchi della critica, compresa quella situazionista.

La situazione si è molto aggravata: lo spettacolo è più perfetto che mai, anche perché, in questi anni, grazie alla continuità ha «potuto allevare una generazione sottomessa alle sue leggi». Se nel ‘67 Debord aveva identificato due tipi di spettacolo, concentrato (proprio dei regimi dell’Est) e diffuso (proprio dei regimi occidentali) nell’88 Debord afferma che dalla fusione delle due forme è nato lo SPETTACOLO INTEGRATO, che sfrutta contemporaneamente tutte le qualità delle due precedenti forme: la Francia e l’Italia sembrano essere per il parigino i laboratori politici di questa nuova forma.

Cambiano le forme, gli assetti, ma l’impianto della teoria resta. Nell’Avvertenza alla terza edizione francese, 30 giugno 1992, Debord ribadisce: «tale teoria non va cambiata, fin tanto che non saranno distrutte le condizioni generali del lungo periodo storico che questa teoria è stata la prima a definire con esattezza».

A distanza di cinquant’anni dalla prima pubblicazione La Società dello spettacolo, per Carlo Freccero (che insieme a Daniela Strumia ha firmato l’Introduzione all’edizione edita da Baldini e Castoldi dal 1997, l’ultima è del 2013) “il libro di formazione”, conserva tutta la sua importanza e rimane un testo fondamentale per chiunque voglia comprendere il contesto politico nel quale intende agire.

In un nostro Editoriale del 2011 “Non avrai altra politica al di fuori dello spettacolo”, a firma Nique la police, ricordavamo il grosso equivoco di certe letture ed analisi «quello che vuole, ancora oggi dopo vent’anni di berlusconismo e di sviluppo di una società globale delle comunicazioni ad alta complessità, che lo spettacolo sia una funzione politicamente e socialmente sovrastrutturale ». Leggere e capire La società dello spettacolo è un passaggio decisivo per non incorrere più in tale equivoco.

di Lucio Baoprati

Pubblicato sul N°129 dell’edizione cartacea di Senza Soste, uscito nel gennaio 2018.

La versione cinematografica di Guy Debord del 1973:



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