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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/03/2018

TEV-DEM: La strategia di resistenza per Efrîn è stata ridefinita

In una dichiarazione scritta il Movimento per una Società Democratica (TEV-DEM) fa notare che la lotta per la librazione di Efrîn viene portata avanti con una nuova strategia. Contemporaneamente si mette in guardia rispetto ai piani dello Stato turco di modificare la composizione demografica di Efrîn.

Di seguito vogliamo condividere con voi passaggi della dichiarazione di TEV-DEM:

Contro gli attacchi dell’esercito turco e delle bande jihadiste per 58 giorni è stata fatta una resistenza storica. Questa resistenza di popolo contro l’esercito di occupazione verrà portata avanti con determinazione. La popolazione di Efrîn con la sua lotta ha attirato l’attenzione di tutto il mondo. La nostra gente ha provato chiaramente che la sua volontà non può essere spezzata da nessuna forza al mondo. Questa resistenza è stata la risposta più importante che la nostra popolazione potesse fornire allo Stato turco.

Critica nei confronti delle organizzazioni internazionali

L’esercito di occupazione turco continua i suoi barbarici attacchi usando ogni tipo di tecnologia bellica. Le organizzazioni internazionali invece di fronte a questi attacchi si nascondono nel silenzio. Questo silenzio è la causa per cui gli attacchi contro la popolazione civile vengono intensificati e continuati.

Gli attacchi dell’esercito turco sono aumentati in particolare dopo il movimento di persone dai villaggi circostanti verso il centro della città. L’esercito turco fascista e le bande che agiscono insieme a lui, nelle scorse due settimane hanno completamente circondato la città. Hanno attaccato miratamente alle strutture indispensabili per le persone e le hanno rese inservibili. In città è stato interrotto l’approvvigionamento di acqua e elettricità, sono state attaccate e distrutte le strutture sanitarie. Lo Stato turco fascista in questo modo mirava a spezzare la volontà della popolazione. Con attacchi aerei ininterrotti è stata messa in pericolo la vita di centinaia di migliaia di persone. Le persone sono state costrette alla fuga e nonostante l’incombente situazione di pericolo, hanno dovuto passare le notti all’aperto.

Nonostante questa situazione da parte delle organizzazioni umanitarie internazionali non è stato prestato alcun aiuto. Queste organizzazioni al cospetto dalla sofferenza della nostra gente, restano invece immobili nel ruolo di spettatori. Esattamente questo in effetti era anche l’obiettivo dello Stato turco.

Accanto al fatto che il regime siriano per via dell’alleanza turco-russa non ha potuto mostrare decisione rispetto a questi attacchi, soprattutto il silenzio a livello internazionale è corresponsabile della sofferenza alla quale è esposta la popolazione di Efrîn.

Ma tutte e tutti devono sapere che la nostra volontà non può essere spezzata. La nostra resistenza continuerà fino a quando l’occupante, e le bande che agiscono insieme lui, non saranno battuti. La nostra resistenza va avanti fino a quando il suolo di Efrîn sarà liberato.

A questo punto vogliamo sottolineare quanto segue: la nostra resistenza contro la guerra di occupazione fino ad ora si è svolta con successo. Avremmo avuto la possibilità di portare avanti combattimenti strada per strada con l’avversario nel centro di Efrîn per un periodo lungo. Tuttavia a causa della nostra responsabilità morale e delle difficoltà con le quali era confrontata la popolazione civile, abbiamo deciso contro una strategia di lotta di questo genere. Per salvare la vita della nostra gente e la città dalla distruzione totale, abbiamo deciso un cambio di strategia nella nostra resistenza. (...)

Le proteste devono andare avanti

Vogliamo anche affermare che ci inchiniamo di fronte alle persone che in tutto il mondo esprimono ininterrottamente nelle piazze solidarietà con Efrîn. Allo stesso tempo ci appelliamo a tutte e tutti perché continuino con questa solidarietà a stare al fianco della resistenza di Efrîn.

Il nostro appello alle istituzioni e alle organizzazioni internazionali è di adempiere il loro dovere morale e politico e rendere possibile il ritorno della popolazione civile alle loro case e alle proprie abitazioni in sicurezza. Inoltre alla popolazione deve essere garantita la protezione da ulteriori saccheggi e ruberie da parte dell’esercito turco e delle sue bande alleate. Allo stesso tempo vi mettiamo in guardia dai piani del Presidente turco di voler modificare la composizione demografica di Efrîn. Anche la nostra popolazione deve sapere che ci opporremo con tutta la nostra forza a una sporca politica di questo genere. (...)

Le Nazioni Unite devono svolgere il proprio ruolo

Chiediamo anche che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite eserciti pressione sullo Stato turco perché questo si attenga alla legalità internazionale. L’intera opinione pubblica dove sapere che consideriamo lo Stato turco e le sue bande come occupanti. Dichiariamo pubblicamente che consideriamo la difesa della nostra identità e la liberazione della nostra patria un diritto legittimo. (...)

da Rete Kurdistan

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25/03/2018

Siria - "Erdogan vuole una Afrin artificiale senza curdi"

di Chiara Cruciati – il Manifesto

A due mesi dal lancio di «Ramo d’Ulivo» e a tre giorni dalla caduta di Afrin, la comunità internazionale si sveglia. Dopo la condanna Ue dell’occupazione turca del cantone curdo-siriano, ieri la cancelliera tedesca Merkel l’ha definita "inaccettabile". Gli Usa invece parlano di Manbij, prossimo target del presidente Erdogan: negano di aver raggiunto intese per l’evacuazione delle unità di difesa curde Ypg/Ypj.

Ma Erdogan prosegue con il suo piano: una zona cuscinetto, coincidente con la regione di Rojava, al confine turco, minaccia concreta al progetto curdo di confederalismo democratico. Ne abbiamo parlato con la giornalista curdo-turca Aylina Kilic, anche lei detenuta da Ankara nel 2017 con l’accusa di «propaganda terroristica», per essere poi rilasciata.

Qual è la situazione ad Afrin?

Pessima. Non ci sono informazioni chiare su quanti civili ci siano ancora, la maggior parte ha cercato riparo nelle zone curde, a Shahba, o controllate dal governo. Sembra che l’Esercito libero siriano stia costringendo i locali ad arruolarsi. Chi è fuggito non vuole altro che ritornare. Ma la casa in cui vogliono rientrare non è quella controllata dai proxy turchi. Lì rischiano persecuzioni e punizioni collettive a causa della loro affiliazione politica, un pericolo soprattutto per gli yazidi di Afrin: le milizie che hanno occupato un villaggio yazida li hanno aggrediti chiamandoli «infedeli e maiali».

Il confederalismo di Rojava sarà in grado di resistere?

Continuerà a esistere perché gode di una base sociale. Ovviamente l’aggressione da parte del secondo esercito Nato potrebbe forzare il progetto militarmente, ma resta un modello per una Siria democratica. Avrà un impatto sulla sua esistenza anche l’approccio dei poteri regionali e internazionali. Da parte sua Damasco ha insistito che la partizione della Siria non sarebbe stata permessa, ma potrebbe accettare quel progetto proprio per preservare l’integrità nazionale.

Dall’altra parte abbiamo visto l’Els saccheggiare le proprietà dei locali fuggiti da Afrin e mettersi in pose vittoriose che ricordano quelle dei gruppi jihadisti, come l’Isis. Se comparate alla pacifica Afrin governata dal progetto di Rojava, quelle immagini fanno suonare un allarme, sono una chiamata all’Occidente rimasto in silenzio di fronte all’attacco turco dietro la scusa della sicurezza territoriale. È evidente che le dichiarazioni di pace sono parole vuote e, anzi, riaffermano come la Afrin di prima fosse fondata sulla diversità.

Sui piani di Erdogan girano voci diverse: «magazzino» di rifugiati siriani, isola felice per le opposizioni, oggetto di scambio con Damasco.

La Turchia non intende cedere Afrin al governo siriano. Vuole trasferire arabi sunniti e turkmeni dalle aree di Aleppo, Idlib, Ghouta in zone da dove ha espulso la popolazione curda, creando una Afrin artificiale sua alleata. Vuole dissolvere i risultati curdi nella lotta all’Isis nel nord della Siria e Afrin è cruciale nel piano di divisione dei curdi siriani dal resto del popolo curdo, politicamente e ideologicamente. Ankara dice che ora si dirigerà su Manbij, ma non sarà facile lanciare un assalto contro una città che ha sacrificato tanto nella lotta allo Stato Islamico.

Eppure il popolo curdo ha reagito all’attacco.

I curdi in Turchia, Iraq e Iran si sono mossi in solidarietà con Afrin. Nonostante l’enorme pressione da Ankara, in Turchia hanno reso chiara la loro contrarietà all’invasione turca, rischiando di essere arrestati. Ci sono voci anche nel Kurdistan iracheno contro l’aggressione e soprattutto appelli all’unità curda. Anche in Iran i curdi sono scesi in strada per dire ad Afrin che non è sola.
I curdi sono uniti su Afrin, anche se distanti su altre questioni perché la vedono come una continuazione di Kirkuk. E sebbene i curdi siriani si siano aperti a collaborazioni con attori internazionali, sanno bene che non possono contare che su stessi. E' quanto successo a Kobane nel 2014. Per loro Afrin è il prosieguo di Kobane.

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23/03/2018

L’occupazione di Afrin come inizio della spartizione della Siria

Lo scenario della spartizione della Siria in tre parti diventa realtà. Con l’occupazione di Afrin da parte dello Stato turco la spartizione è di fatto iniziata. La posizione degli USA, della Russia, dell‘UE e dell’ONU rispetto agli attacchi della Turchia contro Afrin mostra il sostegno senza limiti per l’occupazione e ulteriori massacri.

Una Siria senza contraddizioni tra etnie, religioni e confessioni, senza rivendicazioni su petrolio e suolo o con i vecchi confini, non è conveniente né per la Russia né per gli USA. Perché essere a favore di una Siria di questo genere significherebbe un sostegno al sistema cantonale autonomo-democratico messo in pratica nella Siria del nord e nel Rojava. Gli USA e la Russia con una Siria divisa in tre non vogliono mettere fine alle contraddizioni e alle tensioni tra popoli, religioni e confessioni, ma al contrario vogliono mantenerle in vita e in questo modo creare dipendenza. La posizione comoda e sicura di sé di Erdoğan e dei rappresentanti dello Stato turco non deriva dalla fiducia nelle proprie forze, ma dal loro coinvolgimento nel piano di una “Siria divisa in tre” da parte di USA e Russia.

In assenza di sorprese straordinarie, il piano degli USA e della Russia si svolgerà come segue: la zona intorno a Efrîn-Ezaz-Mare-El Bab-Cerablus verrà consegnata alla Turchia, Al Qaeda, Al Nusra e IS; la parte a est dell’Eufrate all’alleanza curdo-statunitense; l’ovest dell’Eufrate a regime siriano, Russia e Iran.

Dato che i gruppi alleati con la Turchia per via della loro indisciplinatezza e della loro avidità di denaro e materiali, nei territori loro consegnati non assumeranno un ruolo costruttivo, il controllo sul territorio verrà assegnato alla Turchia. Gli Stati europei sono informati di questo piano e lo sostengono.

L’opinione pubblica europea con la sua solidarietà contro l’ingresso ad Afrin ha dimostrato grande attenzione. I media tedeschi, inglesi e francesi hanno esortato i loro governi a intervenire contro l’occupazione turca. Ma gli attori rilevanti in Europa non hanno dato ascolto a queste proteste e aspettano la fine dell'occupazione. Perché una gran parte dei gruppi che hanno preso parte alla guerra in Iraq e in Siria, ora si trovano in Turchia e a Ildib. L’Europa tema una dispersione di questi gruppi e vuole trattenerli in Siria e in Turchia. Parte del piano è anche il fatto di consegnare in questa fase alla Turchia tre miliardi di dollari, decisi nell’ambito dell’accordo sui profughi del 2015, che però per via delle relazioni tese non erano stati erogati, ma congelati.

Europa e USA contano sul fatto che gli 800.000 profughi di Afrin non arriveranno in Europa e possano vivere con il sostegno dei cantoni del Rojava. Per questo sono “contenti” di non accollare oneri economici all'ONU. Lo spostamento di una gran parte dei profughi presenti in Turchia nella Afrin occupata non significa solo uno sgravio per Erdoğan, ma rappresenta anche un punto nel quale l’ONU e l’UE in segreto speravano.

USA e Russia, che danno l’impressione di essere in concorrenza tra loro, prima della guerra in Iraq e in Siria hanno vissuto la loro fase più debole nel Medio Oriente. Entrambi avevano l’esigenza di un nuovo inizio nella loro politica in Medio Oriente. Il piano della spartizione della Siria in tre parti soddisfa in larga misura le loro esigenze. Perché un sistema democratico che garantisce la pace interna in modo autonomo, non sentirebbe più l’esigenza di USA e Russia. Un sistema democratico di questo genere significherebbe che la presenza della Russia e degli USA in Siria non potrebbe durare nel lungo termine. Una Siria divisa in tre parti, per tutti tranne che per USA e Russia significa insicurezza, tensione e una crisi continuativa. Una simile tensione e crisi porta la gente a rivolgersi verso un’autorità. USA e Russia sembrano essere pronti a assumere questo ruolo! La situazione di crisi terrebbe vive le tensioni del periodo della guerra civile. Questo non condurrebbe i partecipanti a investire le loro energie e risorse per cose utili, ma a sviluppare potere, armamento, indebolimento dell’avversario, ecc.

Nel mio editoriale del 29 settembre 2014 scrissi che IS voleva cancellare il modello esemplare per il Medio Oriente in Kurdistan.

Che la Siria debba essere divisa in tre e le persone in Siria tenute in uno stato di inquietudine permanente, sono “dettagli” così piccoli che non possono rappresentare un ostacolo per la rivendicazione di possesso sul petrolio in Siria da parte degli USA (a est dell‘Eufrate), ovvero da parte della Russia (a ovest dell‘Eufrate) per i prossimi 20-25 anni. Diverso tempo fa l’artista di Kirkuk, Abdurrahman Kızılay, ha preso parte a un dibattito televisivo durante il quale il moderatore gli ha chiesto della ricchezza di petrolio a Kirkuk e degli effettivi padroni della città. Abdurrahman Kızılay all’epoca disse: “Kirkuk è di tutti, che Dio possa maledire il petrolio, se solo potesse prosciugarsi e noi fossimo liberi”. Quanto ha riassunto bene la situazione allora! Ma quanto è vero il proverbio in Africa, che il petrolio è sterco del demonio.

Questo editoriale è stato pubblicato originariamente il 19.03.2018 con il titolo “İlahlar bölünmüş Suriye istiyor” sul quotidiano Yeni Özgür Politika.

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Analisi della situazione fuorviante e confusionaria nonostante qualche spunto minimamente sensato.

19/03/2018

Siria - Afrin cade ma Rojava non si arrende

La prima cosa che ieri mattina alle 8.30 le truppe turche e i miliziani dell’Esercito Libero Siriano hanno fatto una volta entrati nel centro della città di Afrin è stata la distruzione di un simbolo: la statua di Kawa, leggendario fabbro che il 21 marzo del 612 avanti Cristo liberò i medi, popolo considerato l’antenato di quello curdo, dai tiranni assiri e re Dehak. Kawa lo uccise e il 21 marzo è rimasto nell’immaginario curdo il giorno della rinascita e della liberazione, il Newroz.
 
Afrin è caduta in mano agli invasori a tre giorni dal Newroz, dopo 289 morti civili (secondo l’Amministrazione autonoma di Afrin molti di più: oltre 500 civili, 1.030 i feriti, 820 le vittime tra i combattenti). E potrebbero non restare gli unici: in città si continua a combattere e le unità di difesa popolari Ypg/Ypj hanno annunciato una strenua resistenza. Ieri mattina, marciando nel centro di Afrin, turchi e islamisti hanno dato fuoco alle bandiere delle Ypg trovate, sono entrati nella sede dell’Amministrazione autonoma e hanno esposto i loro vessilli, quelli dello Stato turco e quelli dell’Esercito Libero Siriano.

Da Ankara il presidente Erdogan festeggiava: “La maggior parte dei terroristi è già scappata con la coda tra le gambe. Le nostre forze speciali e i membri dell’Esercito Libero Siriano stanno ripulendo i resti e le trappole che si sono lasciati dietro – ha detto – Nel centro di Afrin, i simboli della fiducia e della stabilità stanno sventolando invece dei cenci dei terroristi”.

L’Amministrazione autonoma risponde: ora si passa dal confronto diretto, quello messo in atto nei quasi 60 giorni di operazione “Ramo d’Ulivo”, alle tattiche di guerriglia: ieri notte un ordigno è esploso in un edificio di Afrin, uccidendo 11 persone, di cui quattro membri dell’Esercito Libero. Non se ne conosce la responsabilità.

Da ieri quei miliziani sono impegnati nel saccheggio della città: foto pubblicate online li mostrano entrare nei negozi e nelle case di Afrin e portare via cibo, televisori, oggetti elettronici, caricarli su auto e camioncini e portarli via.
La leadership curda prova a dare la carica: “Le nostre forze – ha detto il copresidente Othman Sheikh Issa – sono presenti in tutto il distretto di Afrin. Queste forze colpiranno le posizioni del nemico turco e dei suoi mercenari in ogni occasione. Le nostre forze diventeranno il loro incubo costante”.

Parole dure che non sono dirette solo ai vertici del governo di Ankara. Sono dirette prima di tutto alla popolazione civile, al milione di persone del distretto di Afrin e ai 2,5 milioni di residenti nella regione settentrionale di Rojava (oltre quattro calcolando i rifugiati accolti in questi anni) che hanno visto cadere uno dei cantoni, uno delle colonne portanti del progetto del confederalismo democratico.

Giovani, famiglie, anziani ridotti alla fame in queste settimane di assedio, perpetrato tagliando l’acqua e costringendo oltre 150mila persone alla fuga dalla città di Afrin, attraverso il deserto di Shebha verso Aleppo.  Sabato l’Amministrazione autonoma aveva fatto appello alle agenzie internazionali perché soccorressero gli sfollati, in fuga senza cibo né acqua e bombardati dai raid aerei turchi. Sabato mattina almeno 13 persone erano morte così, quando un pick up su cui stavano scappando dall’invasione turca è stato centrato dai missili.

A loro si è rivolto Issa, ringraziando tutti per “la resistenza e la resilienza senza precedenti”, prima di annunciare ai media che tutti i civili sono in via di evacuazione da Afrin “per evitare una catastrofe umanitaria”. Il cibo manca da giorni, i forni hanno tamponato la crisi distribuendo pane gratis ma senza rifornimenti era impossibile nutrire tutta la popolazione rimasta. L’acqua potabile non arrivava più: la Turchia l’ha tagliata, chiudendo le reti idriche e interrompendo l’attività dei sistemi di pompaggio.

Ora si guarda avanti. Di fronte ci sono le minacce del presidente Erdogan che da settimane parla di un’avanzata ulteriore, verso Manbij e poi Kobane, due simboli della lotta delle Ypg e delle Ypj allo Stato Islamico ma anche della multiculturalità e la multietnicità del fronte di Rojava. Il portavoce del governo turco, Bekir Bozdag, ieri ha assicurato che la campagna militare proseguirà per “distruggere il corridoio del terrorismo e impedire la creazione di uno Stato terrorista”.

Peccato che i suoi primi alleati in “Ramo d’Ulivo”, l’Esercito Libero Siriano, abbia già fatto sapere che ogni operazione contro l’Isis è stata sospesa proprio per permettere di concentrarsi sulla guerra al confederalismo democratico curdo. Di certo c’è la storia di questi anni e l’assenza pressoché totale di conflitto tra l’Isis e le opposizioni siriane, islamiste e moderate.

A combattere l’Isis sono stati i combattenti e i civili di Rojava, acclamati dall’Occidente e dai media internazionali oggi silenti sul massacro di Afrin. Anche a loro si rivolge l’Amministrazione autonoma del cantone: “Le forze internazionali, la coalizione contro l’Isis, la Ue, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu hanno taciuto sugli attacchi. Ad Afrin sono in corso un genocidio e un’espulsione forzata. Questo mostra che le forze internazionali non si sono assunte le proprie responsabilità nei confronti del nostro popolo”. Che alla fine, come accaduto da secoli, ha come amiche solo le montagne. 

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16/03/2018

Siria - Migliaia di sfollati da Ghouta ed Afrin

di Chiara Cruciati
 
La fuga da Ghouta est è iniziata: ad un mese dalla ripresa dell’offensiva governativa sul sobborgo di Damasco, ieri 12mila civili sono usciti dalle cittadine di Hammouriyeh e Jisreen. A bordo di aiuto e motorini, a piedi, con coperte e qualche valigia, hanno attraversato il corridoio individuato dal governo. La tv ne ha mostrato i volti: donne, bambini, anziani accompagnati fuori dopo una notte di azioni aeree sulla zona.

Civili in uscita, i primi dopo i 150 feriti evacuati nei giorni scorsi dalla Mezzaluna rossa, e aiuti in entrata: 25 camion di cibo e medicine Onu hanno raggiunto 26mila persone nell’enclave sotto assedio interno ed esterno, dove restano bloccati 400mila civili. Ma gli scontri non cessano: l’aviazione siriana ha proseguito nei raid e gli islamisti nel lancio di missili; 50 i morti ieri, secondo le opposizioni, un numero che farebbe salire il bilancio a 1.500 in un mese.

E con il governo che ha ripreso il 60% della Ghouta orientale, si fa avanti la Turchia, sponsor delle milizie di opposizione: ieri il portavoce del presidente Erdogan ha detto che i servizi segreti stanno lavorando all’evacuazione di al-Nusra dal sobborgo, stimando mille miliziani qaedisti.

Dall’altra parte del Paese, trentamila persone sono fuggite in 48 ore da Afrin. «I bombardamenti e i colpi di artiglieria non si sono fermati mai», denuncia il portavoce delle unità di difesa popolare Ypg, Birusk Hasaka: le bombe dell’aviazione turca piovono senza sosta da giorni sul centro della principale città del cantone curdo-siriano nel nord-ovest del paese, decine le vittime. Solo mercoledì, riporta l’agenzia cuda Anf, sono morte 13 persone di cui sette bambini, ieri tre bambini e due donne.

Secondo il portavoce della presidenza turca, Ibrahim Kalin, «il controllo di più del 70% di Afrin è stato assicurato, il cerchio si è completamente chiuso intorno ai terroristi e prevediamo che il centro della città sarà a breve ripulito».

Gli sfollati stanno raggiungendo le zone controllate dal governo di Damasco, a sud-est di Afrin, nella direttrice per Aleppo. Fuggono a bordo di furgoncini e pick-up verso la sola via di fuga possibile da una città ormai quasi priva di acqua e cibo: l’esercito turco ha tagliato l’acqua da giorni e i prodotti alimentari dal resto di Rojava non entrano. Ankara sta prendendo la popolazione per fame, una comunità che finora ha resistito a due mesi di operazioni aeree e di offensiva via terra di 20mila miliziani islamisti al soldo del presidente Erdogan.

Che non fa passare giorno senza lanciare dichiarazioni di guerra alla regione curdo-siriana, considerata una minaccia nonostante non abbiano mai rivolto le armi contro il territorio turco. A far paura è il progetto politico realizzato da Rojava, quel confederalismo democratico che ha permesso l’autogestione delle comunità curde, arabe, turkmene e che viene letta da Ankara come il primo passo di un contagio politico del suo sud-est, curdo.

Da qui la necessità di ribadire la minaccia: «Abbandonate le vostre speranze – ha detto ieri Erdogan – Non lasceremo Afrin fino a quando il nostro lavoro non sarà completato». Il mittente è il Parlamento europeo, sola istituzione dell’Unione a essersi espressa sul massacro in corso nel cantone: ieri con 372 voti a favore ha approvato una mozione che chiede alla Turchia di ritirarsi da Afrin.

«Ehi, Parlamento europeo, che stai facendo? – ha tuonato il presidente turco, che due giorni fa ha incassato tre miliardi dalla Commissione Ue per tenersi tre milioni di profughi siriani – Il Parlamento europeo non può dirci di fare niente. La tua dichiarazione entra da un orecchio ed esce dall’altro». E cita proprio quei tre milioni di profughi, facendosi scudo dietro i loro corpi: dopotutto è ad Afrin che Ankara intende trasferire centinaia di migliaia di siriani, stravolgendo la demografia della zona e trasformandola in un feudo turco protetto dagli uomini dell’Esercito Libero Siriano, opposizione ad Assad.

I rumor su un passaggio di Afrin al governo di Damasco che circolavano ieri, infatti, sono stati smentiti dall’ufficio della presidenza che conferma invece l’accordo raggiunto con gli Stati Uniti sull’evacuazione dalla vicina Manbij delle Ypg/Ypj.

Fonte

14/03/2018

Siria - Afrin circondata, turchi pronti all'invasione

di Chiara Cruciati – Il Manifesto
Domenica le truppe turche e l’Esercito Libero Siriano, opposizione a Damasco agli ordini di Ankara, si sono portati a 2,5 km dalla città di Afrin. Ieri erano a un chilometro e mezzo: l’invasione del principale centro del cantone curdo-siriano è imminente. Con il passare delle ore cresce il timore di una strage, anticipata dall'intensificarsi dei raid aerei.

Nei 52 giorni di operazione turca, secondo il Consiglio per la Salute di Afrin, sono stati uccisi 232 civili, 668 i feriti. Il 90% ha perso la vita in attacchi aerei. Ed è crisi umanitaria: l’esercito turco ha tagliato l’acqua, colpito ospedali e scuole, distrutto campi profughi. Sono decine di migliaia i civili in fuga dai villaggi del distretto verso il centro della città per sfuggire alle bombe e all’avanzata terrestre.

Centinaia di sfollati stanno trovando rifugio nelle case che altre famiglie hanno aperto per loro, mentre la popolazione si mobilita: i civili, dicono da Afrin, sono pronti a farsi scudo umano, a fare interposizione con i propri corpi. La comunità è circondata: le truppe turche premono da nord e sud e stanno completando l’accerchiamento a est e ovest, eliminando ogni via di fuga.

Alla voce della gente si unisce quella dell’amministrazione autonoma del cantone, creatura figlia dell’autogestione che da anni caratterizza Rojava e che domenica ha fatto appello al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Ma al Palazzo di Vetro a risuonare è il silenzio: i 15 membri ieri si sono riuniti a New York a porte chiuse per discutere di Ghouta est e della tregua in Siria prevista dalla risoluzione 2401, ma non delle iniziative belliche del governo turco.
L’ambasciatrice Usa Haley ha alzato la voce contro la Russia, minacciato un intervento in solitaria e presentato una nuova bozza di risoluzione che «non lascia spazio» a chi non rispetta la tregua, ma non ha nominato Afrin. A una situazione fuori dalla legalità internazionale non reagisce nessuno.
Non lo fanno gli Stati Uniti, neppure di fronte alle reiterate minacce del presidente Erdogan che di nuovo sabato ha promesso di marciare su Kobane (simbolo della resistenza all’Isis) e Manbij (dove stazionano 2mila marines Usa). E con la Russia che tace, qualche notizia giunge dal fronte governativo: dopo le migliaia di combattenti pro-Assad inviati a proteggere i confini di Afrin ma tuttora silenti, ieri l’Osservatorio siriano (organizzazione basata a Londra e parte del fronte anti-Assad) ha riportato del dispiegamento a Nbul e al-Zahraa, 21 km a sud di Afrin, della Guardia repubblicana siriana. E proprio da Nbul verso Aleppo stanno fuggendo migliaia di civili, con fonti locali che parlano già di 25mila sfollati fuori dal cantone.

In Occidente gli unici a mobilitarsi sono i cittadini: da giorni le principali città europee sono teatro di presidi in solidarietà con Afrin, in Germania, Francia, Olanda, Svezia, Russia, Belgio, Regno Unito. In Italia migliaia di persone hanno preso parte da sabato a ieri a sit-in a Torino, Bologna, Padova, Roma, Reggio Emilia.

La battaglia prosegue anche nella capitale. Nelle ultime 48 ore l’esercito governativo ha ripreso la città di Medeira, a Ghouta est, spezzando la continuità del territorio controllato dal 2013 dalle opposizioni islamiste e dividendo la parte sud dalle due principali città, Harasta e Douma. Douma è circondata ma le milizie salafite e qaediste non si arrendono: ieri la stampa Usa riportava di un accordo di evacuazione tra Jaysh al Islam e Mosca e l’Afp di un incontro tra opposizioni e funzionari governativi per discutere l’uscita, ma non ci sono conferme.

A fronte di voci di fratture interne agli anti-Assad, le unità islamiste dell’Esercito Libero smentiscono la resa, consapevoli che perdere uno degli ultimi bastioni aprirà alla perdita del sostegno degli sponsor esterni (Golfo e Turchia). Lo sa anche Damasco che ieri è tornata a colpire Daraa, terza enclave islamista con Ghouta e Idlib, nel sud del paese. Tanto poca è la voglia di arrendersi che ieri, riporta l’Osservatorio, i jihadisti hanno aperto il fuoco su 700 civili che a Kafr Batna, a Ghouta est, chiedevano l’accordo con il governo. Una persona è stata uccisa.

Con la guerra data per conclusa che continua, il bilancio delle vittime a Ghouta est – secondo fonti di opposizione – sarebbe di 1.144 civili uccisi, di cui 240 bambini. Difficile stabilire quanti ne ha uccisi il governo e quanti gli islamisti che colpiscono con i missili anche la capitale, provocando decine di morti. Di certo c’è la crisi umanitaria: a Ghouta est si sta letteralmente morendo di fame.

Fonte

12/03/2018

Siria - Truppe turche a 2km da Afrin

Le truppe turche e i miliziani dell’Esercito Libero siriano al soldo di Ankara sono alle porte di Afrin. Due chilometri dalla principale città del cantone curdo nel nord della Siria. La paura è enorme, la paura di un massacro.
 
Nel silenzio internazionale per un’offensiva fuori dalla legalità, l’amministrazione autonoma di Afrin ha fatto appello al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite perché intervenga a fermare Ankara: “Negli ultimi giorni lo Stato fascista turco sta cercando di portare avanti attacchi contro la popolazione civile ad Afrin – si legge nel  comunicato, letto ieri da Sex Isa, co-presidente del Consiglio esecutivo – Centinaia di civili, compresi donne e bambini, sono stati massacrati a seguito di questi attacchi. Oltre agli attacchi armati, l’esercito turco invasore sta cercando di prendere di mira gli approvvigionamenti di acqua potabile, scuole e abitazioni”.

Si mobilita anche la popolazione: i civili si stanno organizzando per fare da scudi umani intorno alla città per impedire l’invasione dei carri armati turchi. Ieri altri villaggi della periferia nord e sud di Afrin sono stati occupati dalle truppe turche e dall’Esercito Libero. Le ultime ore sono state pesantissime: i raid aerei si sono intensificati, internet è stato sospeso e l’acqua corrente interrotta. Dietro, la minaccia del presidente Erdogan che sabato dava Afrin per caduta in pochi giorni e l’intenzione di procedere oltre, verso est, verso Kobane e Manbij. Parla di “liberazione”, Erdogan, e del piano di spostare ad Afrin centinaia di migliaia di rifugiati siriani che oggi si trovano in territorio turco. E accusa anche la Nato di non appoggiare direttamente “Ramo d’Ulivo”.

Eppure un sostegno c’è, quello del silenzio più totale: gli Stati Uniti, alleati dei curdi nel nord, non parlano né intervengono, la Russia – dopo l’iniziale via libera al governo di Damasco ad inviare combattenti al confine – tace e lo stesso governo siriano non sta utilizzando gli uomini filo-Assad mandati nelle scorse settimane ad Afrin a difesa delle frontiere. Un’omertà che permette ad Ankara di allargare ulteriormente le operazioni: ieri sono ripresi i bombardamenti aerei contro il nord dell’Iraq e almeno 18 postazioni del Pkk, nelle montagne di Qandil dove i combattenti curdi si ritirarono durante il processo di pace voluto da Ocalan. All’iniziale protesta irachena, Ankara ha risposto con una serie di accordi bilaterali siglati a gennaio con cui zittire il governo di Baghdad.

La situazione nel cantone è terribile: al mezzo milione di sfollati che vivono ad Afrin, accolti in questi anni dai 500mila abitanti originari, se ne aggiungono altri. Fonti interne raccontano di famiglie che aprono le porte a chi ha perso la casa, ma ora la crisi si allarga a causa della mancanza di acqua e la scarsità di cibo e medicinali.

Da Afrin dove si trova per raccontare l’operazione turca “Ramo d’Ulivo”, lanciata dalla Turchia il 20 gennaio, Jacopo Bindi ieri scriveva: “Nelle ultime ore la situazione ad Afrin si è fatta più critica: l’esercito turco invasore e le bande jihadiste sue alleate si sono avvicinate alla città da diversi lati, in particolare dalla direzione di Shera. Sono a 2,5 km di distanza e minacciano direttamente la città. La situazione dentro Afrin è quella che c’era già in questi giorni, quindi alta densità di popolazione, tanti rifugiati dai villaggi che qui hanno trovato rifugio dalla guerra e dai bombardamenti, mancanza di acqua perché quando i jihadisti e l’esercito turco hanno preso la diga di Meidanki hanno tagliato la fornitura e bombardato le stazioni di pompaggio in altri villaggi”.

“Mancano anche alcuni generi di prima necessità. Adesso il rischio concreto è che nelle prossime ore ci sia una situazione sempre più critica e che attacchino la città; già in questo momento ci sono bombardamenti di artiglieria e di aerei nelle zone periferiche della città. Il Tev Dem ha chiamato a una mobilitazione generale, a una sollevazione in tutti i posti e le piazze del mondo per difendere Afrin”.

E sta succedendo. Tra sabato, ieri e oggi si stanno tenendo manifestazioni e presidi in tutta Europa: in Germania a Berlino, Amburgo, Dusseldorf, Brema, Stuttgart, Hannover, Colonia; in Olanda ad Amsterdam; in Francia a Parigi, Lione, Marsiglia e Tolosa; in Danimarca a Copenaghen; in Svezia a Stoccolma e Goteborg; in Norvegia a Oslo; in Russia a Mosca; nel Regno Unito a Nottingham, Manchester, Liverpool e Cambridge; in Svizzera a Zurigo; in Belgio a Bruxelles.

C’è anche l’Italia: sabato è stata a volta di Torino, oggi nel pomeriggio toccherà a Roma, Padova e Bologna.

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08/03/2018

Putin, Rohani ed Erdogan riuniti il 4 aprile a Istanbul sulla Siria

di Michele Giorgio   il Manifesto

Si terrà con ogni probabilità il 4 aprile a Istanbul il summit sulla Siria dei leader dei tre Paesi garanti del processo di Astana: Russia, Turchia e Iran. Un appuntamento atteso di fronte alla crescente gravità della situazione. Ma il presidente turco Erdogan da un lato recita il ruolo di pacificatore e dall’altro è parte attiva del conflitto. Parlando a un incontro di deputati del suo partito ieri il capo dello Stato turco ha maledetto la risoluzione 2401 con cui il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha proclamato una tregua di 30 giorni su tutto il territorio della Siria, poiché non sarebbe rispettata dal presidente siriano Bashar Assad. Damasco replica che la risoluzione non vieta attacchi contro i jihadisti dell’Isis e i qaedisti del Fronte an Nusra che occupano la Ghouta orientale. In ogni caso anche Turchia prosegue le sue azioni militari in Siria poiché, afferma, dalla tregua sono esclusi quelli che definisce i “terroristi” delle Unità di protezione del popolo (Ypg) schierate a difesa della roccaforte curda di Afrin.

Sharran, 13 chilometri a nord-est di Afrin, ed alcuni villaggi vicini sono stati ieri gli ultimi centri abitati a cadere nelle mani dei turchi e combattimenti violenti continuano nei dintorni di Raju. La stessa Afrin è finita di nuovo sotto il fuoco dell’artiglieria di Ankara con decine di colpi che hanno provocato decine di feriti mentre l’aviazione ha bombardato Jandairis, una città di particolare rilevanza strategica. La conquista di Jandairis, dice Erdogan, aprirà la strada all’assedio di Afrin al quale prenderanno parte anche i mercenari dell’Esercito libero siriano finanziati e armati da Ankara. I combattenti delle Ypg però resistono e attendono l’arrivo di 1.700 membri delle Forze democratiche siriane (arabo-curde create dagli Stati Uniti). Sono almeno 41 i soldati turchi e 159 mercenari morti nell’offensiva contro Afrin che, sostiene Ankara, avrebbe ucciso o ferito 2.872 “terroristi”.

Secondo il Washington Post l’Amministrazione Trump sta valutando un nuovo attacco contro la Siria come risposta alle notizie sul presunto uso di gas cloro da parte delle forze armate di Damasco. L’opposizione siriana denuncia altri 19 civili morti (sarebbero 800 dal 18 febbraio) nei raid aerei governativi ma nel frattempo nessuno riesce a lasciare l’area, pare per le minacce dei jihadisti, malgrado l’apertura di un corridoio umanitario su iniziativa della Russia. Mosca ha anche garantito l’immunità ai miliziani che lasceranno la zona con le loro famiglie. L’Onu intanto comunica di avere sospeso la distribuzione degli aiuti alimentari alla popolazione a causa dei bombardamenti. Intanto erano saliti ieri sera a 39 i morti – 33 passeggeri e sei membri dell’equipaggio – dello schianto di un aereo da trasporto russo in Siria. Le vittime erano tutti militari.

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06/03/2018

Siria - Mosca propone l'immunita per gli jihadisti di Ghouta est

Ghouta est sembra senza via di uscita. Ad ogni “buona” notizia seguono scontri pesanti e l’evaporazione della speranza di una fine dell’assedio. Ieri le Nazioni Unite avevano annunciato l’ingresso del primo convoglio di aiuti, 46 camion con a bordo cibo e medicine per 27.500 civili, a cui ne dovrebbe seguire un secondo l’8 marzo.

Ma dopo aver denunciato confische da parte governativa – con Damasco che ha smentito e la Russia che ha accusato le opposizioni di requisire cibo e pass di uscita ai civili – il convoglio, che aveva raggiunto la città di Douma, dopo nove ore trascorse all’interno e la consegna di una parte degli aiuti, ha fatto marcia indietro in serata a causa dei pesanti scontri che lo sovrastavano, tra bombe governative e missili e colpi di mortaio delle opposizioni islamiste.

Stamattina l’esercito russo ha offerto ai miliziani anti-Assad l’evacuazione sicura dalla Ghouta orientale, un accordo sulla falsa riga di altre intese siglate in passato e che hanno portato decine di migliaia di islamisti verso la provincia nord-occidentale di Idlib. Il ministero della Difesa russo ha offerto l’immunità e l’uscita sicura – con famiglie e armi, a bordo di veicoli – alle migliaia di miliziani dal sobborgo di Damasco, casa-prigione per 400mila civili. Non ci sono però dettagli su quali gruppi sarebbero coinvolti, se tutti o solo una parte: al momento sarebbero 20mila gli uomini presenti, tra le milizie salafite di Ahrar al-Sham e Jaysh al-Islam, i qaedisti dell’ex Fronte al-Nusra e islamisti legati all’Esercito Libero Siriano.

La proposta giunge mentre l’esercito governativo avanza dentro Ghouta est. Avrebbe ripreso circa il 35% del sobborgo, tra cui due basi militari. Dentro restano intrappolati centinaia di migliaia di civili, sotto il fuoco incrociato. Secondo l’Osservatorio Siriano per i diritti umani (organizzazione di base a Londra, dal 2011 parte del fronte anti-Assad), sarebbero 780 le vittime dal 18 febbraio, un bilancio calcolato sulla base delle fonti delle opposizioni. Ieri sarebbero stati 68 i morti nell’enclave. Solo 2mila al momento i civili fuggiti da Ghouta est, con i corridoi umanitari preposti dalla Russia la scorsa settimana che restano quasi deserti.

Intanto a nord della Siria prosegue con tutta la sua brutalità la campagna militare della Turchia contro il cantone curdo-siriano di Afrin. Nel silenzio internazionale l’aviazione di Ankara continua i bombardamenti, negli ultimi giorni concentrati sulla cittadina di Jinderese. E ieri mattina si è registrato un altro massacro: i jet turchi hanno colpito alcune case uccidendo 13 civili, di cui tre bambini, facendo salire a quasi 200 il bilancio dei civili uccisi dal 20 gennaio, dal lancio dell’operazione “Ramo d’Ulivo”. In serata altri tre morti in raid turchi nel villaggio di Firêriye.

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05/03/2018

Efrin: il Vietnam di Erdogan?

Da un mese Efrin nel nord della Siria resiste alla guerra di aggressione dell’esercito NATO della Turchia.

Dal 20 gennaio la Turchia conduce una guerra di aggressione in violazione della legalità internazionale contro il cantone di Efrin nel nord della Siria. Le regione, risparmiata dalla guerra nel corso degli ultimi sette anni, dove oltre alla popolazione curda hanno trovato rifugio anche centinaia di migliaia di profughi arabi provenienti da altre zone del Paese, viene attaccata dal cielo e via terra.

Al fianco dell’esercito NATO della Turchia, sotto le insegne dell’Esercito Libero Siriano (ESL) combattono migliaia di jihadisti vicini a al-Qaeda e Lupi Grigi fascisti.

Il governo turco giustifica la sua guerra di aggressione definita cinicamente «operazione ramoscello d’ulivo» come operazione antiterrorismo per la liberazione di Efrîn dalle Unità di Difesa del Popolo e delle Donne YPG e YPJ. Per la Turchia a Efrin si tratterebbe di essere o non essere, ha dichiarato il capo dei Lupi Grigi fascisti, Devlet Bahceli, che con il Presidente Erdogan partecipa a un’alleanza di guerra anticurda, rispetto all’attacco del Paese di 80 milioni di abitanti contro il cantone delle dimensioni del Saarland con circa un milione di abitanti [NdT: letteralmente: Paese della Saar, è uno dei 16 Länder federati della Germania]. Uno degli obiettivi di Ankara è impedire la sistemazione definitiva di un territorio ad amministrazione autonoma abitato in prevalenza da curdi lungo il confine della Turchia. Inoltre con la comune di Efrîn si vuole annientare il germe di un’alternativa multietnica e basata sulla democrazia dei consigli che si riverbera nella regione.

Diversamente dagli altri due cantoni della Federazione Democratica Siria del Nord situati a est dell’Eufrate, Kobanê e Cizirê, a Efrin non sono di stanza soldati statunitensi. Washington ha dichiarato che Efrin si trova al di fuori del territorio delle operazioni contro Stato Islamico (IS) e che non si trova sotto la protezione della coalizione a guida USA. Osservatori russi, con il ritiro da Efrin hanno dato il via libera per gli attacchi turchi dall’aria e via terra.

L’intenzione della Russia è di punire i curdi con l’aiuto del manganello turco per la loro alleanza militare con gli USA, costringere Efrin a sottomettersi al regime siriano e allo stesso tempo mettere zizzania nella NATO. Ma il quadro dirigente del movimento di liberazione crudo, Riza Altun, non vuole parlare di un tradimento da parte degli USA o della Russia. «Il termine ‹tradimento› è giusto se viene usato per i curdi che hanno reso il proprio futuro dipendente dagli USA. Ma nel Rojava non è questo il caso. Non c’è un progetto di futuro comune con gli USA... Da parte nostra viene condotta una guerra anti-imperialista. Per questo una forza anti-imperialista non può dire che gli imperialisti l’hanno tradita.»

Ebbrezza di guerra

Ancora prima degli obiettivi di politica estera, alla base della guerra ci sono le intenzioni di Erdogan rispetto alla politica interna. L’esito risicato del referendum sull’introduzione del sistema presidenziale nell’aprile dello scorso anno aveva mostrato che circa la metà della popolazione non sostiene il sistema presidenziale. All’affievolirsi dell’egemonia del partito di governo AKP si aggiunge la situazione economica sempre più desolata. Per il regime dell’AKP si tratta di creare un ampio consenso sociale per l’eliminazione di qualsiasi opposizione alla vigilia delle elezioni del 2019, regolarmente convocate, ma ben anticipate.*

Una gran parte dei partiti nominalmente di opposizione ha già capitolato volontariamente. Il partito CHP kemalista-socialdemocratico, intrappolato nella sua ossessione per lo Stato, è posizionato armi alla mano al pari dell’MHP fascista e della sua scissione, il Buon Partito (IYI). L'ente religioso Diyanet ha proclamato la «Jihad» contro i «marxisti miscredenti» del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e del suo partito fratello siriano PYD, nelle moschee si prega per la vittoria a Efrin. Tifosi del calcio festeggiano la guerra con coreografie, sindaci e artisti firmano bombe. Lo hashtag «La Siria brucerà – Efrin verrà distrutta» per una notte in tutto il mondo ha fatto tendenza sul servizio di notizie brevi Twitter. Sondaggisti vedono circa l’80 percento della popolazione della Turchia schierato con la guerra – nella metropoli Diyarbakir nel sudest curdo del Paese tuttavia una maggioranza equivalente rifiuta in modo deciso gli attacchi contro Efrin.

Espressioni pubbliche contro la guerra si sentono a stento. Circa 800 persone sono state arrestate per affermazioni critiche rispetto alla guerra nei social network o partecipazione a proteste. Anche i presidenti dell’ordine dei medici sono stati messi in carcere per «sobillazione della popolazione» e «propaganda terroristica» perché si erano pronunciati contro la guerra. Solo il Partito Democratico dei Popoli (HDP) di sinistra è riuscito a sfruttare il suo congresso di partito l’11 febbraio a Ankara per una forte manifestazione contro la guerra.

La situazione

Mentre il governo turco dopo un mese di guerra sostiene sfacciatamente che non ci sono stati morti civili, secondo quanto riferito dalle autorità sanitarie di Efrin finora quasi 200 civili sono morti nella pioggia di bombe e granate su villaggi e quartieri cittadini. Sistematicamente si spara sulle infrastrutture civili come le condotte di acqua e elettricità, forni e scuole così come su centro dell’organizzazione per gli aiuti Mezza Luna Rossa Curda. Sono stati bombardati anche siti archeologici come un tempio ittita vecchio di 3000 anni. «Con gli attacchi evidentemente si intende scacciare la popolazione e modificare la struttura demografica», ha dichiarato Redur Xelil, il portavoce delle Forze Democratiche Siriane (FDS) formatesi intorno alle YPG. Al posto della popolazione curda, il governo turco vuole insediare centinaia di migliaia di profughi arabo-siriani dalla Turchia. Ma una fuga di massa da Efrin finora non c’è stata, a Efrin sono invece arrivate migliaia di persone con convogli di solidarietà da altre città della Siria del nord. Combattenti cristiani del Consiglio Militare si sono uniti alla resistenza, così come lo hanno fatto miliziani yazidi dall’Iraq del nord.

Il governo siriano, le cui truppe controllano il corridoio tra Aleppo e Efrin, ha fatto passare questi rinforzi. Perché con tutte le accuse di separatismo nei confronti dei curdi, anche il regime siriano non ha interesse a far finire Efrin sotto occupazione turca. Così sono in corso trattative sullo stazionamento di truppe siriane a Efrin. Ma mentre da parte dell’amministrazione autonoma c’è disponibilità a affidare alle truppe governative la protezione dello spazio aereo e del confine con la Turchia, un ritorno della regione allo status politico del 2010 viene ufficialmente dichiarato inaccettabile. Ma proprio una «soluzione» del genere sulle spalle dei curdi viene forzata da Mosca – anche Ankara potrebbe salvare la faccia se Efrin dovesse tornare sotto il controllo politico del governo centrale.

Guerra di popolo

Giornali e canali televisivi in Turchia giorno per giorno diffondono notizie di successi deliberatamente inventati su presunti 1500 «terroristi» uccisi. In realtà le truppe di invasione, nonostante la superiorità tecnica, dopo un mese sono riuscite a penetrare ad Efrin per appena poco più di 5 km e a occupare alcune dozzine di villaggi. Oltre una dozzina di carri armati – tra cui diversi Leopard 2 di produzione tedesca – e due elicotteri da combattimento sono stati distrutti dalle YPG. La geografia montuosa del cantone favorisce i difensori. Ma soprattutto, la popolazione è stata in grado di prepararsi per sei anni all’attacco della Turchia. Molti civili hanno ricevuto un addestramento di autodifesa con le armi, sono state costruite infrastrutture difensive e bunker per la protezione della popolazione.

Se Erdogan aveva davvero sperato di conquistare Efrin nel giro di pochi giorni, ora si trova di fronte a una guerra di popolo. Perché contrariamente a quanto afferma la propaganda dei media omologati, la gente a Efrin non stava aspettando la liberazione dal «terrorismo delle YPG». Nelle Unità di Difesa del Popolo vedono piuttosto la protezione contro i massacri e le atrocità degli jihadisti che combattono al fianco della Turchia.

Un’occupazione o perfino un controllo permanente del cantone appaiono irrealistici se l’esercito turco non aumenta in modo massiccio l’intensità dei suoi attacchi e per esempio usa armi chimiche in grande stile. In particolare i combattimenti casa per casa nella capitale del cantone comporterebbe molte perdite per l’esercito turco. Comunisti provenienti dalla Turchia che combattono nel battaglione internazionale di liberazione al fianco delle YPG/YPJ contro gli invasori turchi, hanno creato lo slogan: «Kobanê era Stalingrado, rendiamo Efrin il Vietnam». Perché a Kobanê all'IS sostenuto dalla Turchia nell’inverno del 2014/15 è stata inflitta la prima grande sconfitta.

E pensabile che Erdogan ad Efrin subirà una sconfitta militare. Ma che per questo possa cadere il suo regime, come hanno dichiarato le YPG, appare improbabile. Perché finora le perdite degli attaccanti che arrivano alle centinaia, riguardano in prevalenza mercenari siriani. Inoltre l’AKP attraverso l’omologazione e la censura dei media e l’ampia eliminazione dell’opposizione, è riuscito a vendere all’opinione pubblica come vittorie perfino le sconfitte. Un crollo del sostegno alla guerra sul fronte interno, come quello che è stato fondamentale per la sconfitta degli USA nella guerra in Vietnam, attualmente quindi non è prevedibile. Si rischia piuttosto la costruzione di un regime apertamente fascista sotto il quale l’incitazione guerresca all’odio sciovinista e razzista contro curdi, aleviti e la sinistra minaccia di scaricarsi all’interno del proprio Paese.



* Secondo la Tagesschau [NdT: principale notiziario televisivo tedesco del canale ARD] dall’inizio dell’offensiva militare contro le milizie curde un mese fa, complessivamente in Turchia sono state arrestate 786 persone per «propaganda terroristica». Tra le persone attualmente agli arresti si trova la nota giornalista e attivista Nurcan Baysal. Si indaga anche contro il partito di opposizione filo curdo HDP.

Da Sozialistiche Zeitung

Traduzione a cura di http://www.retekurdistan.it/

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01/03/2018

Siria - Russia "le opposizioni impediscono la fuga ai civili"

Al terzo giorno di pausa umanitaria, unilateralmente ordinata dal presidente russo Putin lunedì, i corridoi umanitari annunciati con volantini e sms ai civili di Ghouta est restano deserti. Questa mattina l’agenzia stampa russa Tass ha riportato le dichiarazioni del generale Zolotukhin da Damasco: le opposizioni, dice, continuano a lanciare missili sulle vie di fuga impedendo alle persone di evacuare.

“Dalle informazioni ricevute nelle ultime 24 ore – ha detto Zolotukhin – il numero di appelli dei residenti di Ghouta est agli attivisti per i diritti umani sono aumentate molto, con la richiesta di aiuto e assistenza nell’evacuazione dal territorio controllato dai miliziani”. Ma la fuga è impossibile a causa dei colpi di mortaio sparati sul checkpoint di al-Wafadin. Lì è presente la Mezzaluna rossa, pronta all’accoglienza.

Anche ieri era stato giorno di violenze. Se il governo ha lanciato una serie di raid prima dell’entrata in vigore delle cinque ore di tregua russa, ed è avanzato sul terreno, dopo le 9 le esplosioni sarebbero cessate. Ma per poco tempo: missili sono stati lanciati verso le postazioni governative e viceversa.

Nessuna tregua, dunque, per i 400mila civili bloccati nella Ghouta orientale dal 2013, ormai privi di cibo, acqua e medicinali e costretti a nascondersi nei sotterranei delle case per scampare alla morte. Un assedio interno ed esterno feroce, che ricorda quello di Aleppo del 2016 e che, allo stesso modo della capitale del nord, fa del sobborgo damasceno un nuovo punto di svolta della guerra. Sia le opposizioni islamiste – presenti con 20mila uomini tra Jaysh al-Islam, ex al-Nusra, Ahrar al-Sham e unità islamiste legate all’Esercito Libero Siriano – che Damasco sono consapevoli dell’importanza di una vittoria. Ghouta est è una delle tre enclavi, insieme ad Idlib e al sud (le zone di Daraa e Quneitra), ancora controllate dal fronte anti-Assad, strategica vista la posizione, a pochi chilometri dal centro di Damasco.

Le notizie che arrivano sono filtrate dalle rispettive narrative, rendendo difficile muoversi nella guerra di propaganda. I pochi giornalisti internazionali presenti dentro Ghouta est sono entrati con il permesso delle opposizioni e, come in ogni guerra, controllati da chi ne ha permesso l’ingresso, elemento che fa pensare a informazioni distorte. Dall’altra parte c’è la versione governativa che insiste nel definire i raid mirati solo ai gruppi terroristi indicati dalle risoluzioni Onu.

Ma sono proprio le risoluzioni Onu a contraddirsi, rendendo complesso tracciare i confini dei diversi gruppi di matrice islamista e salafita ancora attivi in Siria. Gruppi che stringono alleanze ideologiche o di comodo e che comunque stanno combattendo insieme da anni, spesso sotto l’ala del più potente gruppo di opposizioni, il qaedista ex Fronte al-Nusra.

La tregua non vale per nessuno. Se a Ghouta non c’è pace, anche gli altri attori del conflitto si auto-escludono dal cessate il fuoco chiesto dal Consiglio di Sicurezza lo scorso sabato. In primis la Turchia che ieri è tornata a dire che proseguirà nell’operazione contro Afrin equiparando l’Isis alle unità di difesa popolare curde Ypg/Ypj, ovvero le forze che hanno sconfitto lo Stato Islamico nel nord della Siria. Le conseguenze sono ovvie: i raid proseguono colpendo zone residenziali e radendo al suolo case private.

Raid anche da parte statunitense: ieri l’agenzia di stampa siriana Sana denunciava 24 morti in bombardamenti Usa sul campo rifugiati improvvisato di Dharet al-Allouni, a Deir Ezzor. Secondo il Syrian Network for Human Rights, da sabato sono 107 le vittime della guerra, di cui 83 attribuite a Damasco. Ma, a sentire le diverse denunce delle tante fonti presenti, potrebbero essere molti di più.

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Siria - Nessuna tregua a Ghouta Est, corridoi umanitari deserti

di Chiara Cruciati – Il Manifesto
Le notizie che arrivavano ieri da Ghouta est, filtrate dalle rispettive propagande, restituivano un quadro torbido: nelle cinque ore giornaliere di pausa umanitaria – indetta dal presidente russo Putin ed entrata in vigore ieri – gli scontri non sono cessati. Seppur sporadiche, esplosioni sono risuonate nel sobborgo di Damasco, casa-prigione per 400mila persone.

E i corridoi umanitari individuati dalla Russia, la cui localizzazione è stata comunicata ai civili con volantini e sms, sono rimasti vuoti: delle centinaia di persone intrappolate dal 2013 nessuna ha tentato la fuga. E le agenzie umanitarie non sono riuscite a far passare gli aiuti per il fuoco dei missili: non si esce e non si entra.

Civili ostaggi delle opposizioni islamiste presenti nella Ghouta orientale, dice Damasco, che riporta di colpi di mortaio caduti non solo sulle zone residenziali della capitale, come avviene da anni, ma anche sul campo di al-Rafidain e sulle vie di fuga, il checkpoint di al-Wafideen, dove autobus governativi attendevano eventuali sfollati.

I civili sono usati come scudi umani, denuncia Damasco, dall’ex al-Nusra e i suoi affiliati, assedianti interni del sobborgo. Che rispondono: la gente non scappa perché teme una trappola governativa. Secondo i miliziani, ieri l’aviazione siriana ha compiuto una decina di raid durante la finestra di tregua, tra le 9 e le 14. Due i morti e 16 i feriti per missili, di diversa attribuzione a seconda della fonte.
Una situazione identica all’inferno vissuto da Aleppo nell’inverno 2016: a fronteggiarsi forze e narrative diverse. Osservatori esterni si chiedono perché Assad dovrebbe proseguire nel bombardamento indiscriminato di Ghouta, sapendo di attirarsi lo sdegno internazionale, soprattutto dopo l’annuncio in pompa magna di Putin. C’è chi risponde che l’obiettivo è annientare le opposizioni islamiste il prima possibile, chi mette in dubbio la potenza di fuoco vomitata sul sobborgo.

Reagisce anche la Russia che accusa le opposizioni di bugie e abusi contro i civili, di fatto prigionieri: a mezzogiorno di ieri, dice il centro di comando russo in Siria, i miliziani hanno lanciato una nuova controffensiva, «azioni accompagnate da intenso fuoco di artiglieria». Il ministro degli Esteri Lavrov ha comunque annunciato il mantenimento dei corridoi umanitari.

Ma a farsi avanti sono le stesse opposizioni: in una lettera all’Onu tre dei cinque gruppi presenti nella comunità – Jaysh al-Islam, Ahrar al-Sham e Faylaq al-Rahman – hanno manifestato l’intenzione di «deportate del tutto» i miliziani dell’ex al-Nusra e le loro famiglie entro 15 giorni dall’entrata in vigore della tregua prevista dalla risoluzione Onu di sabato. Così verrebbe meno la contraddizione contenuta in quella risoluzione, che esclude dal cessate il fuoco qaedisti (ex al-Nusra, dunque) e Isis.

Restano a monte sia Jaysh al-Islam che Ahrar al-Sham, salafiti ma considerate opposizioni legittime tanto da guidare la delegazione anti-Assad a Ginevra, hanno apertamente collaborato con al-Nusra e condiviso la sua visione, finendo per diventarne una stampella. Ora si impegnano a espellere i qaedisti e a facilitare la consegna degli aiuti, passo necessario alla sopravvivenza politica.

Il fuoco non cessa nemmeno a nord, dove la Turchia – rassicurata da due anni e mezzo di impunità, da quando entrò illegalmente con i carri armati in Siria – continua a bombardare Afrin. L’agenzia di Stato Sana denuncia due morti ieri e cinque lunedì e il Consiglio per la salute del cantone curdo dà un bilancio di 192 uccisi dal 20 gennaio, inizio di «Ramo d’Ulivo», di cui 28 bambini.

Numeri a cui si aggiungono quelli di Airwars, organizzazione che da anni monitora l’operazione militare Usa tra Siria e Iraq: tra agosto 2014 e metà febbraio 2018, i 29.095 raid statunitensi hanno ucciso tra le 6.317 e le 9.444 persone, almeno sette volte tanto il bilancio del Comando Usa, che parla di 841 vittime civili «non intenzionali». Morti senza responsabili su cui l’Onu per ora non ha emesso risoluzioni.

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27/02/2018

Siria - Tregua di 5 ore al giorno a Ghouta est

di Roberto Prinzi

“Un inferno sulla terra”. Così ha descritto ieri la situazione nella Ghouta orientale pesantemente colpita da giorni dal governo siriano il Segretario generale dell’Onu. In un suo discorso al Consiglio dei diritti umani di Ginevra, Antonio Gueteress ha ricordato a tutte le parti coinvolte nel conflitto siriano “il loro obbligo assoluto di proteggere la popolazione e le infrastrutture civili” chiarendo che “gli sforzi per combattere il terrorismo non possono sostituire tali impegni”.

Della necessità del cessate il fuoco ha parlato ieri anche la rappresentante della politica estera dell’Unione Europea, Federica Mogherini, che ha chiesto a Russia, Turchia e Iran di “lavorare per l’implementazione della risoluzione del Consiglio dell’Onu e, in particolare, per la realizzazione delle de-escalation zone decise ad Astana”.

Ma le parole della politica sono cadute nel vuoto ancora una volta, però, perché la tregua raggiunta sabato non è mai stata implementata: dalla Ghouta (Damasco) alla curda Ifrin e al bubbone jihadista di Idlib (a nord) fino ad est ad Deir Ezzor si continua a combattere e a morire.

E non servirà a niente la “pausa umanitaria” di cinque ore al giorno in vigore a partire da oggi dalle 9 alle 14 annunciata dal presidente russo Putin nella Ghouta, il sobborgo della capitale siriana controllato dai qaedisti dell’ex Fronte an-Nusra. Uno stop alle violenze (irrisorio) concepito, ha spiegato ieri il ministro della difesa russo Shoigu, “per evitare vittime civili”.

Una tregua temporanea che sa di beffa delle oltre 400.000 persone che vivono da tempo sotto le bombe di al-Asad e i suoi alleati e sono vittime di un doppio assedio, governativo e delle forze di opposizione. Che la situazione sia disperata in quest’area intorno alla capitale lo sa bene anche Guterres che ieri, sempre da Ginevra, ha detto “che non bisogna più aspettare” perché “è ora di porre fine a questo inferno sulla terra”.

Il problema è come Guteress. Ma soprattutto: c’è davvero la volontà politica di farlo? Mosca ieri ha affiancato alla sua “tregua”di cinque ore anche l’impegno a far partire corridoi umanitari non spiegando però come verranno consegnati gli aiuti ai civili della Ghouta senza ormai più cibo e acqua da giorni. La Commissione internazionale della Croce Rossa ha fatto sapere che vede con favore ogni misura che permette a “chi vuole andarsene [da lì] la possibilità di farlo”. Tuttavia, ha ammonito la portavoce Iolanda Jaquemet, bisogna fare molto di più: “Abbiamo necessità di convogli umanitari per portare lì rifornimenti vitali: medicine, cibo, materiale sanitario e quello per purificare l’acqua. I bisogni umanitari per i 400.000 abitanti sono enormi”.

Come si potrà aiutare la popolazione civile al momento resta una grossa incognita. Quel che è certo che alle pie promesse della politiche si contrappone l’amara realtà quotidiana: secondo fonti dell’opposizione – non verificabili indipendentemente – ieri sono morte altre dieci persone a causa dei raid governativi (520 le vittime dal 18 febbraio scorso, sostiene l’Osservatorio siriano, ong di stanza a Londra e vicina alle forze anti-Asad).

Rispetto alle illusioni umanitarie del Cremlino, molto più onesto è stato l’Iran che ha ripetuto ieri che l’offensiva sul sobborgo damasceno continuerà perché è rivolta contro i qaedisti di an-Nusra (a cui fanno capo altre 4 formazioni islamiste Jaish al-Islam, Ahrar al-Sham, Fajr al-Ummah e Feilak ar-Rahman). In effetti, è la stessa vaghezza della tregua di sabato a offrire scappatoie “legali” a ciascun potenza, regionale o meno che sia, per continuare le sue violenze per i propri tornaconti. Lo stop ai combattimenti, infatti, esclude ufficialmente l’Isis e al-Qa’eda, ma ciascun gruppo ha il suo proprio demone “terrorista” da eliminare. O almeno presunto tale.

Un clima ideale per la Turchia che ieri, con il premier turco Bozdag, ha ribadito la sua volontà di chiudere la partita contro i curdi di Afrin. Una battaglia legittima, ha chiarito, perché “condotta contro i terroristi”. A prendere parte ai combattimenti, ha poi annunciato Ankara, saranno anche i Falcons, un'unità formata da 600 combattenti curdi. Un particolare, quello dell’etnicità del battaglione, che non è affatto irrilevante. Erdogan può infatti così riconfermare la sua narrazione sull’operazione “Ramoscello d’Ulivo”: la sua è una campagna “anti-terrorista”, non contro i curdi tout court. “I terroristi ad Afrin e quelli venuti da fuori a sostenerli, a prescindere dalle loro origini, saranno sconfitti” ha tuonato oggi il capo di Stato maggiore turco, il Generale Hulusi Akar durante una visita alla provincia di Hatay (sud Turchia). Insomma i curdi siriani delle unità Ypg e Ypj vanno sconfitti quanto prima. Costi quel che costi. Fino alla fine. Nonostante gli inviti, che restano però solo tali, delle Nazioni Unite a porre fine ai combattimenti in Siria.

Ma alla fiera dell’orrore siriano non vuole mancare proprio nessuno, tutti marcano il cartellino con il sangue. A partire dagli Usa che domenica hanno ucciso 25 civili ad Albu Kamal (confine con l’Iraq) e ieri altre 29 persone a Deir Ezzor, dove è ancora presente quel che poco che resta del “califfato islamico”. Washington bombarda ed è responsabile da mesi di stragi terribili, ma le sue bombe mortifere non hanno suscitato (e suscitano) la stessa indignazione presso i media occidentali e le cancellerie occidentali come quelle che piovono sul Ghouta. Eppure si chieda agli abitanti della Raqqa liberata dai curdi del Rojava con il sostegno aereo a stelle e strisce quanti lutti hanno dovuto piangere per mesi nell’indifferenza della cosiddetta comunità internazionale. Sono i civili siriani (tutti) a starci veramente a cuore o la loro strumentalizzazione per fini geopolitici?

E secondo il governo siriano mietono vittime anche la categoria del tutto inventata dalle capitali occidentali dei “ribelli moderati”: nelle ultime ore i loro attacchi hanno ucciso 4 civili a Tell Salhab (Hama) e 14 ad Idlib.

Altri morti, altri numeri senza nome che si vanno ad aggiungere alle oltre 400.000 vittime di questo conflitto la cui fine appare ancora troppo lontana.

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Çiya Kurd: La resistenza ha cambiato la situazione politica

Bedran Çiya Kurd, della direzione del Movimento della Società Democratica (TEV-DEM), ha parlato con ANF dell’invasione militare a Efrîn, dell’arrivo delle unità di difesa popolari e della posizione delle grandi potenze presenti in Siria.

Iniziamo dalla resistenza. A Efrîn da 33 giorni è in corso una resistenza storica. Come valuta questa resistenza?

33 giorni fa lo Stato turco era ancora dell’idea di poter occupare Efrîn nel giro di tre giorni. Nonostante superiorità tecnologica e numerica tuttavia è stato fermato dalla decisa resistenza della popolazione e delle nostre unità combattenti. Questa resistenza dura da 33 giorni.

Grazie a questo molte cose sono cambiate. Anche nelle file nemiche la nostra resistenza ha portato a un cambiamento. Già dopo la prima settimana una parte delle bande reclutate dallo Stato turco ha abbandonato i combattimenti. Efrîn per loro è diventato una palude. Anche l’esercito turco ha subito grandi perdite. L’opinione pubblica quindi ha iniziato a mettere in discussione l’operazione militare.

Nell’alleanza nemica sono apparse delle crepe. Dato che dal punto di vista militare non stanno raggiungendo i risultati desiderati, hanno avviato attacchi molto barbarici. Vengono usate armi di ogni tipo. La popolazione civile è stata attaccata con armi chimiche. Sono stati bombardati centri sanitari, condutture di acqua potabile, siti storici e scuole. Per costringere la popolazione alla fuga, sono state distrutte infrastrutture vitali. Le persone si trovano davanti a un modo di procedere assolutamente fascista e a questo oppongono una straordinaria resistenza.

Quindi Lei dice che la resistenza da i suoi frutti. Ieri alcune unità delle Forze di Difesa Popolari, subordinate all’esercito siriano, sono arrivate a Efrîn. Questa situazione solleva molte domande. Su quale base sono arrivate a Efrîn queste forze?

A questo proposito possiamo comunicare al nostro popolo e all’opinione pubblica che l’arrivo di queste forze è il risultato di trattative tra le YPG e l’esercito siriano. Già in precedenza l’amministrazione autonoma di Efrîn aveva fatto appello all’esercito siriano perché difendesse i confini esterni della Siria. Lasciamo alle forze militari il compito di esprimersi su principi e dettagli degli accordi raggiunti. Il numero di queste forze, la loro missione, i luoghi in cui si posizioneranno, i loro compiti e così via, sono stati negoziati con le YPG. Sui dettagli, come già detto, si esprimeranno le YPG.

Noi consideriamo un passo legittimo e positivo il fatto che l’esercito siriano sia arrivato a Efrîn per proteggere i confini. Efrîn è una parte della Siria. I confini di Efrîn sono allo stesso tempo confini della Siria. Questioni riguardanti i confini attengono alla sovranità sul territorio e quindi vanno difese insieme. Il compito di impedire l’occupazione è compito nostro come è compito dell’esercito siriano.

Il vostro progetto punta sull’unità della Siria...

Sì. Il progetto dell’autonomia democratica e della Federazione Siria del Nord si colloca all’interno della Siria e prevede l’unità della Siria. Non si tratta di una divisione della Siria o del fatto di staccare una parte della Siria. Ci sono molti argomenti dei quali in futuro dovremo parlare con Damasco. Sono tempi che devono essere negoziati e decisi a Damasco.

La presenza di queste unità dell’esercito siriano si basa su un accordo militare, non su un accordo politico o di natura amministrativa. Temi politici andranno negoziati in seguito attraverso un dialogo. Inoltre è salvaguardata la volontà politica a Efrîn e verrà salvaguardata anche in seguito. Si tratta pur sempre di conquiste della popolazione per le quali è stata condotta una grande e lunga lotta. Per noi al momento è prioritaria una lotta comune contro l’invasione militare turca.

In alcuni media si parla di determinate condizioni in questo accordo.

Non è vero che le YPG deporranno le armi o che Efrîn verrà consegnato al regime. Una discussione del genere non c’è proprio. Si tratta del fatto di impedire un genocidio e un’occupazione. In discussione non c’è nient’altro.

Quindi a fronte delle minacce dello Stato turco di occupare una parte del territorio siriano e di compiere un genocidio del popolo curdo, è nata una certa comunanza?

Dopo una resistenza di 33 giorni, il regime siriano ha capito che lo Stato turco e i gruppi terroristici che operano insieme a lui rappresentano un grande pericolo per il territorio nazionale siriano. Tutti sanno che si tratta di un’operazione di occupazione e che lo Stato turco non rinuncerà a territori conquistati. L’esistenza dello Stato turco e delle bande da lui reclutate in Siria non sono nell’interesse di Damasco, nessuno in Siria ne trae vantaggio. Esiste uno sporco piano. Erdoğan dice che vuole insediare tre milioni e mezzo di profughi a Efrîn. Questo significa che vuole modificare la struttura demografica. Questo piano, Damasco e altre aree lo vedono. Insediare le milizie di Erdoğan a Efrîn significa collegare tra loro le regioni di Idlib e il territorio tra Bab, Jerablus end Ezaz. In questo modo viene minacciato anche quello che Damasco ha ottenuto nel corso degli ultimi uno – due anni. E dato che Damasco vede questo pericolo, vuole impedire il piano dello Stato turco.

In Siria, con Russia, USA e Iran sono presenti tre potenze influenti. Cosa dicono secondo Lei queste potenze delle unità militari siriane che sono arrivate a Efrîn?

Molte forze non ne sono entusiaste, per esempio la Russia. La Russia ha dei piani suoi che coordina con lo Stato turco. Uno degli obiettivi della Russia è di tenere la Turchia dalla sua parte e di staccarla dalla NATO. La Russia sa anche che lo Stato turco ha svolto un ruolo negativo nell’allargamento dei sovietici. La Russia vuole portare la Turchia dalla sua parte e aumentare la sua influenza nei Balcani e nel Medio Oriente. Inoltre ci sono determinati accordi commerciali. Ma noi pensiamo che non andrà come prevede la Russia. Lo Stato turco segue un orientamento ottomano che porterà a conflitti con la Russia.

Gli USA invece chiudono del tutto gli occhi davanti all’operazione turca. Tra gli USA e la Russia c’è un accordo su chi ha voce in capitolo in quali parti della Siria. Gli USA non si occupano di cosa fa la Russia a ovest dell’Eufrate, e viceversa la Russia non si occupa di cosa fanno gli USA a est dell’Eufrate.

La portavoce del Ministero degli Esteri USA ieri ha sostenuto di non sapere cosa sta succedendo a Efrîn. Questo è ridicolo. Sanno tutto. Abbiamo avuto circa dieci colloqui con gli USA e la coalizione su Efrîn. Non sono stati raggiunti risultati. Questo è un punto di critica. Dovrebbero riflettere su questa politica. In fondo si tratta della lotta comune contro IS. La divisone dei curdi a est e ovest dell’Eufrate è sbagliata. Il modo di procedere secondo il quale gli uni devono vivere e gli altri essere massacrati, nuoce anche ai loro interessi nella regione.

L’Iran mostra un atteggiamento piuttosto ostile rispetto all’operazione militare turca. Sono riconoscibili perfino contraddizioni tra Iran e Russia su questo tema. Il regime siriano e l’Iran concordano su questo.

Secondo lei cosa succederà?

Parto dall’idea che gli equilibri nella regione si modificheranno. La resistenza di Efrîn ha messo in moto nuovo passi diplomatici e politici. Le manifestazioni di solidarietà con Efrîn devono andare avanti. Hanno un grande significato. Finora l’iniziativa è nelle mani delle persone che oppongono resistenza.

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Pur con tutto il rispetto e l'ammirazione che nutro per la resistenza, in armi e non, del popolo curdo è impossibile non prendere atto di quanto sia stata trasformista e  spesso faziosa la politica della dirigenza curda nei confronti della situazione contingente.
Checché ne venga scritto, ad oggi, l'ingresso di truppe collaterali al governo siriano ad Afrin è prima di tutto un successo per Assad. L'agognata e tutt'ora inseguita autonomia curda, dai fatti recenti ne esce quanto meno ridimensionata, in particolare a livello di capacità di tenuta individuale.
Trovo inoltre che sia piuttosto superficiali l'analisi dei rapporti tra Turchia e Russia, che penso sia molto meno sbilanciata verso gli interessi di Istanbul rispetto a quanto il commentatore fa intendere.

24/02/2018

La Russia blocca la risoluzione Onu sulla tregia in Siria: "fuori gli islamisti"

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Afrin è tante narrazzioni, che si traducono in méte: quella della Turchia che vuole fare del cantone curdo un «magazzino» per rifugiati e miliziani; quella dei curdi per cui è destinazione della resistenza.

Ieri Ankara ha dispiegato 280 poliziotti dei reparti speciali Poh, volontari e squadre speciali della gendarmeria specializzate in guerriglia urbana. In contemporanea funzionari turchi spiegavano l’altra faccia del piano di invasione del presidente Erdogan: trasferire ad Afrin decine di migliaia di rifugiati siriani (provenienti da altre zone del paese), oggi in territorio turco.  Con un duplice obiettivo: liberarsene e modificare la demografia di un paese già devastato dalla diaspora forzata e l’occupazione di intere fette di territorio da parte di milizie di stampo jihadista.

Nelle stesse ore da Raqqa e dai cantoni di Cizire e Kobane partivano centinaia di combattenti volontari, decisi a raggiungere Afrin. Da Raqqa proseguiranno verso Manbij, dove prenderanno con sé altre decine di persone. Si uniscono alle nuove unità delle Forze popolari Ndf inviate da Damasco a protezione dei confini e arrivate mercoledì ad Afrin.

E se nel cantone i raid turchi proseguono senza che si registrino al momento confronti diretti tra Ndf e miliziani al soldo di Ankara, trecento chilometri più a sud la guerra è brutale: per il quinto giorno consecutivo Ghouta est, sobborgo della capitale, è teatro del rinnovato scontro tra qaedisti dell’ex al-Nusra e aviazione governativa.

I residenti, spiegava ieri al Consiglio di Sicurezza Panos Moumtzis, coordinatore umanitario Onu in Siria, non hanno più acqua né elettricità e l’80% degli abitanti della cittadina di Harasta vive nei sotterranei delle case per proteggersi da raid e missili.

Mentre i 400mila civili trascorrevano l’ennesimo giorno sotto assedio interno ed esterno, oltreoceano il Consiglio di Sicurezza si è riunito su richiesta della Russia e ha discusso la risoluzione promossa da Svezia e Kuwait che chiedeva – accanto all’autorizzazione all’ingresso nella Ghouta orientale di aiuti entro 48 ore – 30 giorni «di cessazione delle ostilità in tutta la Siria per tutte le operazioni militari eccetto quelle dirette contro Isis, al Qaeda e al-Nusra».

Il presidente siriano Assad e il ministro degli Esteri russo Lavrov si sono detti disponibili a una tregua che non coinvolga gli islamisti presenti a Ghouta est, che sono la quasi totalità delle opposizioni. Per questo in serata Mosca ha bloccato la risoluzione e proposto delle modifiche.

E il numero delle vittime sale: ieri altri 36 civili hanno perso la vita. Secondo le opposizioni, sarebbero 400 da domenica i morti nel sobborgo, altre decine gli uccisi a Damasco dai missili jihadisti.

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23/02/2018

Siria - Per Assad e Rojava, Afrin è la via di uscita

di Michele Giorgio


Non è fluido solo il quadro militare dopo l’arrivo, l’altro giorno, di combattenti filogovernativi siriani delle Ndf a sostegno delle Unità di protezione del popolo curdo (Ypg) – dal 20 gennaio sotto attacco delle forze armate turche entrate in territorio siriano –, successivamente arretrati a Nubl, ad una decina di chilometri a sud-est, dopo i colpi di avvertimento sparati dall’artiglieria turca.

Anche dal punto di vista politico troppe cose restano avvolte nel fumo degli interessi divergenti, e talvolta convergenti, degli attori protagonisti da anni sulla scena siriana. Nuri Mahmud, portavoce delle Ypg, insiste che i combattenti filo-Damasco e, in seguito, anche reparti regolari siriani saranno dispiegati lungo la frontiera tra Siria e Turchia. «Sono parole coerenti con la tattica dei curdi che facendo e disfacendo alleanze tentano di proteggere le loro aspirazioni – spiega al manifesto l’analista Mouin Rabbani – Se una Siria federale e non la secessione curda è l’obiettivo del popolo del Rojava, è ovvio che il governo centrale sarà chiamato a riprendere il controllo delle frontiere. La richiesta di intervento rivolta a Damasco è legata al presente, per fermare la Turchia, e alla costruzione delle basi di un negoziato per il riconoscimento della piena autonomia del Rojava. A maggior ragione dopo l’abbandono della causa curda da parte degli Stati Uniti di Trump».

Quanto Damasco abbia raccolto l’appello curdo in verità non è chiaro. È evidente l’interesse del presidente Bashar Assad a contrastare la Turchia e a ritornare con le sue truppe anche solo in una parte del territorio che le formazioni curde controllano ormai da anni. Allo stesso tempo Assad non ha alcuna intenzione di entrare in guerra con la Turchia.

I media siriani ripetono che i filogovernativi sono andati ad Afrin per «unirsi alla resistenza contro l’aggressione turca» e ieri hanno riferito che altri uomini delle Ndf sono entrati nella provincia unendosi ai 500 combattenti giunti il giorno prima. L’esercito regolare siriano però non si è mosso. E la Turchia continua a fare la voce grossa.

Ankara ieri ha annunciato che considererà «obiettivo legittimo» qualsiasi gruppo in appoggio ai curdi. «Ogni passo preso a sostegno dell’organizzazione terroristica Ypg significherebbe che (quei gruppi) sono allo stesso livello delle organizzazioni terroristiche e ciò li renderebbe obiettivi legittimi», ha avvertito il portavoce del presidente Erdogan, Kalin. Kalin ha però aggiunto che Ankara non ha alcun contatto ufficiale con Damasco, ma che, se necessario, l’intelligence di Turchia e Siria potrebbero entrare in comunicazione «diretta o indiretta». Questo è l’obiettivo più immediato di Assad. Il presidente siriano sa che deve comunicare con il nemico Erdogan se vuole determinare il futuro della provincia di Idlib, l’ultima importante porzione di territorio nazionale che resta nelle mani delle milizie qaediste e dei «ribelli» pagati e armati da Ankara. 

A Damasco sembrano piuttosto ottimisti sulle mosse che la Turchia dovrà fare per venire fuori dal vicolo cieco in cui si è cacciata. «Ankara è in attesa di interventi che la portino fuori dalla situazione in cui è entrata senza calcolare le perdite e le conseguenze delle sue azioni», ha scritto Mustafa al Miqdad sul quotidiano filogovernativo al Thawra. Erdogan, a giudizio di al Miqdad, vuole ritirarsi ma non vuole perdere la faccia. Proprio l’ingresso delle Ndf ad Afrin potrebbero offrirgli la soluzione che cercava perché, aggiunge, «confermerebbe la sovranità nazionale siriana e (il presidente turco) potrebbe affermare di aver raggiunto l’obiettivo di allontanare i curdi dai confini turchi».

Per il noto commentatore arabo Abdel Bari Atwan da Afrin uscirà fuori più di tutto un accordo senza precedenti tra i curdi e il governo siriano, con la benedizione di Mosca. «La leadership siriana – spiega – ha trovato ad Afrin un’opportunità per aprire canali di comunicazione con l’autogestione curda. Non a caso dopo l’annuncio dell’accordo (tra Damasco e curdi), i russi hanno iniziato a parlare della creazione di una quinta zona di de-escalation in quella città. Significa che hanno dato il via libera alle forze siriane dirette a Afrin».

Chiamata in causa Mosca conferma di essere l’arbitro delle vicende siriane. Senza però mancare di promuovere l’integrità territoriale siriana. Il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ieri ha chiesto a tutte le parti di avviare un dialogo con il governo di Damasco. «Abbiamo più volte affermato che è possibile risolvere i problemi solo attraverso il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale della Repubblica araba siriana. Tutti gli attori stranieri senza eccezioni, specialmente quelli che hanno una presenza militare in Siria, devono rendersi conto della necessità di un dialogo con il governo siriano», ha detto Lavrov rivolgendosi alla Turchia.

Allo stesso tempo Lavrov insiste affinché Damasco consolidi il dialogo con i curdi. La Federazione democratica del Rojava nei disegni russi deve recidere subito e per sempre i legami con Washington che, dice Lavrov, «promuove l’istituzione di governi locali che disobbediscono apertamente a Damasco». La Turchia ieri sera ha replicato che non intende aprire alcun dialogo politico con Assad ma le sue opzioni diminuiscono con il passare dei giorni.

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Curdi e siriani ad Afrin: «Siamo una cosa sola»

Erdogan si mostra indifferente rispetto all’arrivo di truppe governative siriane e continua gli attacchi contro Afrin.

Dopo un attacco dell’esercito turco contro un convoglio con combattenti di una milizia leale al regime di Damasco, nel nord della Siria si delinea un nuovo inasprimento della guerra su più fronti. Il convoglio era in viaggio verso il cantone autogovernato di Afrin, sotto attacco da parte dell’esercito turco da oltre un mese, quando è stato colpito dal fuoco di un drone e dell’artiglieria della Turchia. Due miliziani sono rimasti uccisi e altri tre feriti.

Dopo giorni di trattative, le Unità di Difesa del Popolo curde YPG e il governo di Damasco martedì hanno raggiunto un patto militare. «Le nostre forze hanno chiesto al governo e all’esercito della Siria di assolvere i loro compiti nella difesa di Afrin e dei confini», ha dichiarato il portavoce delle YPG Nuri Mahmud. «Su questa base il governo siriano ha inviato unità militari nella regione. Queste unità verranno posizionate sulla linea di confine e difenderanno i confini e l’integrità territoriale della Siria». Da parte del governo siriano finora non ci sono dichiarazioni ufficiali sull’accordo.

Le truppe siriane inviate ad Afrin sono unità delle Forze di Difesa Nazionali (NDF). Queste unità di volontari sono state formate nel 2012 da Damasco per il sostegno dell’esercito arabo-siriano. Le unità NDF ora arrivate a Afrin, provengono dalle città di Nubl e Zahra. Durante un assedio da parte del Fronte Al-Nusra, propaggine siriana di Al-Qaeda, durato quasi quattro anni, queste enclave sciite erano state rifornite da Afrin attraverso un corridoio tenuto aperto dalle YPG. Filmati diffusi attraverso i social network mostrano i miliziani dopo il loro arrivo ad Afrin città. Insieme a sostenitori delle YPG sventolano bandiere dello Stato siriano e i gagliardetti triangolari delle YPG. Contemporaneamente risuonano grida di «Siamo una cosa sola».

Il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan si è mostrato indifferente rispetto a immagini del genere. Le milizie dopo «spari di avvertimento» sarebbero tornate indietro, ha sostenuto martedì ad Ankara in spregio della verità. L’argomento con questo sarebbe «per ora chiuso», ha dichiarato Erdogan secondo il quotidiano Zeitung Hürriyet Daily News. Nel corso di telefonate all’inizio della settimana con il Presidente russo Vladimir Putin e il Presidente iraniano Hassan Rohani a questo proposito ci sarebbe stato accordo. «Purtroppo alcuni gruppi terroristici in solitaria a volte prendono decisioni sbagliate. Questo è inaccettabile. Dovranno pagare per questo.» Con questo Erdogan assume la posizione che le NDF sarebbero forze irregolari che agiscono senza essersi accordate con il governo siriano, ovverosia i suoi alleati russi e iraniani.

Il Presidente turco non sbaglia del tutto. Perché come all’inizio della settimana ha riferito il portale di notizie The Region facendo riferimento a rappresentanti curdi di Afrin, il governo russo avrebbe cercato di impedire il patto militare tra Damasco e Afrin per non mettere in pericolo l’accordo di Astana. Lì la Turchia è coinvolta come forza di garanzia per una soluzione pacifica in Siria. Per riguardo a Mosca, quindi, evidentemente il punto decisivo della difesa antiaerea è stato tenuto fuori dall’accordo tra Damasco e Afrin. Perché un controllo dello spazio aereo tecnicamente sarebbe possibile solo attraverso l’esercito ufficiale siriano (SAA) e in accordo con l’esercito russo. Dopo che l’artiglieria turca nella notte ha sparato contro il territorio della città di Afrin, l’aviazione mercoledì ha di nuovo effettuato attacchi aerei contro la città capoluogo di Jindires.

Intanto il capo della milizia «Resistenza Siriana – Fronte Popolare della Provincia di Iskenderun», Mihrac Ural, ha dichiarato di dirigersi con un «secondo contingente» di truppe governative ad Afrin. Come misura di creazione di fiducia nei confronti delle YPG, Ural ha pubblicato vecchie foto che lo ritraggono in Siria insieme al fondatore del PKK Abdullah Öcalan. Solo la scorsa settimana Ankara aveva messo Ural, il segretario dell’organizzazione turca marxista-leninista «Acilciler», che dal golpe militare del 1980 vive in Siria, sulla lista dei «terroristi» più ricercati e posto sulla sua testa una taglia di quattro milioni di Lire turche (ca. 850.000 Euro) per la sua cattura. Obiettivo dichiarato di Ural, alevita arabo di Hatay, è la liberazione di quella provincia siriana annessa dalla Turchia alla fine degli anni ‘30.

da https://www.jungewelt.de/

Traduzione di Rete Kurdistan


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