Cinque anni. Tanti ne sono trascorsi da quel 4 agosto 2020 in cui un enorme deposito al porto di Beirut esplose in una nube biancastra e rossa, inghiottendo in pochi secondi 245 vite, distruggendo parte della capitale libanese. Cinque anni in cui le cause del disastro più devastante della storia recente del Libano restano ufficialmente “ignote”. Cinque anni di indagini bloccate, intimidazioni, sospensioni, cavilli legali, accuse incrociate. Eppure, tra le rovine dei silos sventrati che ancora si stagliano sul porto, qualcosa sembra muoversi.
All’inizio del 2025 il ministro della Giustizia Adel Nassar ha riaperto i fascicoli congelati dell’inchiesta sull’esplosione, riaffidandoli al giudice istruttore Tarek Bitar, figura nota per l’ostilità subita da diversi esponenti politici.
A bloccare per anni le indagini è stato un vero e proprio muro di gomma, eretto da parlamentari, procuratori, magistrati e apparati legali. Gli ex ministri Ghazi Zeaiter e Ali Hassan Khalil, membri del Movimento Amal, hanno rifiutato di comparire davanti al giudice. E il giudice Ghassan Oueidat si è pubblicamente rifiutato di riconoscere l’autorità di Bitar, astenendosi da due sessioni investigative nel luglio 2025. Un atteggiamento che ha spinto le organizzazioni per i diritti umani a chiedere la sua rimozione.
Secondo fonti legali, restano tre grandi ostacoli che paralizzano l’inchiesta. Il primo è di ordine internazionale: decine di richieste giudiziarie inviate a paesi europei e arabi – di cui non si conoscono ancora i nomi – sono rimaste senza risposta. Il secondo ostacolo è interno: circa 50 cause legali sono state presentate contro Bitar, 30 delle quali ancora pendenti, tra cui quella dello stesso Oueidat che lo accusa di “usurpazione di autorità”. Infine, pesa l’inerzia della Procura della Repubblica presso la Corte di Cassazione, che deve esaminare il fascicolo prima che possa essere deferito al Consiglio giudiziario.
Nassar, in diverse dichiarazioni pubbliche, ha sottolineato che il tempo non è il fattore decisivo, quanto piuttosto la necessità che la verità venga alla luce in modo completo e credibile. “Uno Stato che non chiede conto ai responsabili del disastro e non chiarisce la verità ai propri cittadini non può affermare di possedere gli elementi di uno Stato vero e proprio”, ha dichiarato. Il ministro ha anche riattivato i contatti con la giustizia francese, che conduce un’inchiesta parallela a causa della presenza di vittime francesi.
Ma cosa si sa oggi, cinque anni dopo, sulla dinamica del disastro?
Il 4 agosto 2020 esplosero 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio immagazzinate nell’Hangar 12 del porto di Beirut. Quel materiale era arrivato nel 2013 a bordo della MV Rhosus, una nave battente bandiera moldava e ufficialmente diretta in Mozambico. Il carico, acquistato dalla società mozambicana FEM, era stato intermediato dalla britannica Savaro Ltd, una società di comodo dietro la quale si nascondeva, come si è poi scoperto, l’ucraino Volodymyr Hlyadchenko.
La nave era stata affittata da una società panamense, la Briarwood Corporation, dietro cui si cela l’imprenditore cipriota Charalambos Manoli, figura già coinvolta in operazioni di bandiera fittizia e traffici poco chiari. Il presunto armatore, Igor Grechushkin, russo residente a Cipro, non era in realtà il proprietario del natante. A oggi, nessuno tra costoro ha mai affrontato un processo.
La quantità di nitrato effettivamente esplosa sarebbe stata di gran lunga inferiore a quella registrata nei documenti ufficiali: forse solo un quinto. Questo ha alimentato il sospetto che parte del materiale sia stata sottratta nel corso degli anni per usi illeciti. Un’ipotesi ancor più inquietante se si considera che la FEM è legata a una rete societaria accusata in passato di traffico illecito di armi e fornitura di esplosivi a gruppi armati, come nel caso degli attentati di Madrid del 2004.
“Solo la verità renderà giustizia alle vittime”, ha dichiarato ancora Nassar. Ma il tempo scorre, e le vittime – i loro nomi, i loro volti – sono ancora confinate nei ritratti incorniciati sui balconi degli appartamenti sventrati. In molte strade di Beirut, le porte e le finestre restano infrante. La centrale elettrica nazionale è ancora in rovina. La ferita più profonda, però, è quella interiore, quella che non si rimargina. Come dice un proverbio libanese, “una brace brucia solo il suo posto”.
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08/08/2020
Beirut ricorderà a lungo questa catastrofe, e il tradimento dei suoi cittadini
di Robert Fisk - The Indipendent
Ci sono momenti nella storia di una nazione che restano scolpiti per sempre. Possono non essere le peggiori catastrofi che hanno travolto il popolo. Neppure i più gravi politicamente. Ma catturano la tragedia senza fine di una società.
Ci viene in mente Pompei, la sicurezza romana e la corruzione imperiale che vengono sopraffatti in un attimo da un’azione di Dio – così disastrosa che per i secoli a venire possiamo vedere la rovina di questo popolo, persino i loro corpi.
Per questo c’è bisogno di un’immagine, qualcosa che possa focalizzare la nostra attenzione in un mero secondo della follia che c’è dietro una calamità umana. Il Libano ha appena fornito quel momento.
Non sono i numeri che contano in questo contesto. La sofferenza che Beirut ha vissuto martedì non si avvicina a un casuale bagno di sangue in una guerra civile – neppure alla ferocia della morte, spesso quotidiana, che per questa ragione vive la Siria.
Anche se vengono contati i decessi in totale – da 10 a 60 a 78 la scorsa notte, e che quasi sicuramente raggiungeranno il centinaio oggi – difficilmente verrà registrata sulla scala Richter delle guerre. A quanto pare, non è stata nemmeno una conseguenza della guerra, non nel senso diretto suggerito da uno dei leader più folli del mondo.
È l’iconografia che verrà ricordata, e ciò che tutti sappiamo rappresenta. In una terra che riesce a malapena a far fronte a una pandemia, esiste all’ombra del conflitto, affronta la fame e attende l’estinzione. Quelle due nuvole sopra Beirut non saranno mai cancellate.
Le immagini di fuoco, tuoni e apocalisse che i video hanno raccolto a Beirut sono un tutt’uno con i dipinti medievali che hanno cercato di catturare, attraverso l’immaginazione piuttosto che la tecnologia, i terrori di pestilenza, guerra, carestia e morte.
Conosciamo tutti il contesto, ovviamente, l’importantissimo “background” senza il quale nessuna sofferenza è completa: un paese in bancarotta che è stato tenuto in mano per generazioni da vecchie famiglie venali, schiacciato dai suoi vicini, dove i ricchi schiavizzano i poveri, e la sua società è retta dallo stesso settarismo che la sta distruggendo.
Può esserci un riflesso più simbolico dei suoi peccati che i velenosi esplosivi stipati così promiscuamente nel centro della sua metropoli più grande e il cui primo ministro dice poi che i “responsabili di tutto questo” – non lui, non il governo, siate certi – “pagheranno il prezzo”? Ancora non hanno imparato, vero?
E sicuramente, sappiamo tutti come questa “storia” continuerà nelle prossime ore e giorni. L’incipiente rivoluzione libanese dei giovani e degli eruditi deve sicuramente acquisire ora nuova forza per rovesciare i governanti del Libano, per chiedergli conto, per costruire un nuovo stato moderno non confessionale dalle macerie della “repubblica” creata dalla Francia in cui sono spietatamente nati.
Ebbene, la tragedia, su qualsiasi scala, è un cattivo sostituto del cambiamento politico. L’immediata promessa fatta da Emmanuel Macron tra gli incendi di ieri – che la Francia starà “sempre” accanto alla nazione paralizzata che ha creato nella hubris imperiale cento anni fa – è stata una delle ironie più piccanti delle ultime ore, anche perché il ministro degli esteri francese solo pochi giorni prima si era lavato le mani dall’economia libanese.
Negli anni ’90, quando stavamo progettando di creare un altro nuovo Medio Oriente all’indomani dell’annessione di Saddam del Kuwait, gli ufficiali militari statunitensi (tre nel mio caso nel nord dell’Iraq) iniziarono a parlarci di “fatica da compassione”. In modo oltraggioso, questo significava che l’Occidente correva il pericolo di allontanarsi dalla sofferenza umana.
Vedete, ce n’era troppa. Tutte queste guerre territoriali, anno dopo anno: sarebbe prima o poi il momento di dover chiudere le porte della generosità. Forse quel momento è arrivato quando i profughi della regione hanno cominciato a marciare a centinaia di migliaia verso l’Europa, preferendo la nostra società alla versione offerta dall’Isis.
Ma torniamo in Libano, dove la compassione occidentale potrebbe essere molto fragile. La prospettiva storica può sempre essere invocata per proteggerci dall’onda d'urto delle esplosioni e quindi dalla torreggiante nuvola di fumo e dalla città spezzata. Pompei, dicevano, spazzo via solo duemila vite. E che dire del posto terribile occupato da Beirut nell’antichità? Nel 551 d.C. Berito fu scossa da un terremoto, era la sede della flotta imperiale romana del Mediterraneo orientale, l’intera città venne distrutta, uccidendo, secondo le statistiche dell’epoca, 30.000 anime.
Le colonne romane sono ancora visibili, là dove sono cadute, oggi prostrate, a meno di mezzo miglio dal luogo dell’esplosione di ieri. Potremmo anche pensare alla oscura follia degli antenati del Libano. Quando la marea si ritirò, si diressero verso il fondo del mare per saccheggiare navi affondate da tempo, solo per essere travolti dal successivo tsunami.
Ma può una nazione moderna – e uso consapevolmente la parola “moderno” nel caso del Libano – rialzarsi in mezzo a una combinazione di angoscia così fetida? Sebbene in gran parte risparmiato – fino ad ora – dalla morte di massa portata dal Covid-19, il Libano ora affronta una pestilenza con pietosi mezzi di soccorso.
Le sue banche hanno rubato i risparmi della propria gente, il suo governo si dimostra indegno del proprio nome. Kahlil Gibran, il più feroce dei suoi poeti, ci ha esortato a “compatire la nazione il cui statista è una volpe, il cui filosofo è un giocoliere e la cui arte è quella di rattoppare e imitare“.
Chi può imitare ora il Libano? Chi sceglierà le prossime volpi? Gli eserciti hanno la reputazione di mettersi nei panni su misura dei potenti arabi; il Libano ci ha provato una volta nella sua storia, con dubbi risultati.
Oggi siamo incoraggiati a considerare la mostruosa esplosione come una tragedia nazionale – e quindi degna di un “giorno di lutto”, qualunque cosa significhi – anche se ho notato, tra coloro che ho chiamato in Libano all’indomani del disastro, che alcuni che hanno sottolineato come il luogo dell’esplosione e la maggior parte dei danni sembravano essere nel settore cristiano di Beirut. Uomini e donne di tutte le fedi sono morti ieri. Ma questo sarà un orrore speciale per una delle maggiori minoranze in Libano.
In passato, dopo numerose guerre, il mondo – gli americani, i francesi, la Nato, l’UE, persino l’Iran – hanno firmato per rimettere insieme il Libano. Ma come possono gli stranieri ripristinare una nazione che sembra irrecuperabile?
C’è un’oscurità in quel luogo, una mancanza di responsabilità politica che è abbastanza endemica da essere diventata di moda. Nessun grande omicidio politico in Libano – di presidenti, primi ministri o ex primi ministri, di membri del parlamento o di partiti politici – è mai stato risolto nella sua storia.
Ecco una delle nazioni più istruite della regione con i più talentuosi e coraggiosi – e generosi e gentili – dei popoli, benedetti dalle nevi, dalle montagne e dalle rovine romane e dal cibo più raffinato e dal più grande intelletto e da una storia millenaria. Eppure ancora non può gestire la sua valuta, avere la sua energia elettrica, curare i suoi malati o proteggere la sua gente.
Com’è mai possibile che 2.700 tonnellate di nitrato di ammonio possano essere immagazzinate in un fragile edificio per così tanti anni dopo essere state rimosse da una nave moldava in viaggio per il Mozambico nel 2014, senza misure di sicurezza adottate da coloro che hanno deciso di lasciare questo materiale proprio nel centro della capitale?
E tutto ciò che ci rimane è il torreggiante inferno e la sua cancerosa onda d’urto bianca, e poi la seconda nuvola a forma di fungo (senza menzionare altro).
Questo è il sostituto di Kahlil Gibran, il post-copione di tutte le guerre. Contiene il vuoto della paura che affligge tutti coloro che vivono in Medio Oriente. E, brevemente, in modo terrificante, il mondo lo ha visto.
Fonte
06/08/2020
Libano - A Beirut si cerca di capire cosa sia accaduto
È salito a 113 morti il bilancio provvisorio delle vittime della duplice esplosione che martedì pomeriggio ha distrutto il porto di Beirut. Ma il Libano, oltre ai danni, ai morti e ai feriti, adesso deve fare i conti anche con un’altra emergenza: quella alimentare. Il paese infatti ha meno di un mese di riserve di grano, dopo la completa distruzione dei silos da 120.000 tonnellate di grano situati nel porto e investiti in pieno dall’esplosione di ieri.
Il governo libanese ha dichiarato lo stato di emergenza a Beirut per due settimane. Il ministro dell’Informazione, Manal Abdel Samad, ha fatto sapere che il mantenimento della sicurezza nella capitale è affidato all’Esercito.
I funzionari responsabili del porto sono stati posti agli arresti domiciliari. La vicenda della presenza in porto – ormai da sei anni – di un carico di nitrato di ammonio, lo configurava come una vera e propria bomba a orologeria piazzata nel cuore della capitale libanese.
Le circa 2700 tonnellate della sostanza, erano sotto sequestro dal 2014 da una nave che avrebbe dovuto dirigersi verso lo Zambia. Ad affermarlo è l’emittente libanese Mtv, secondo la quale il sequestro del materiale era avvenuto dopo un guasto alla nave rimasta poi nel porto della capitale libanese. Da allora l’ex direttore della dogana Shafiq Marei e quello attuale, Badri Daher, avevano più volte sollecitato la rimozione del materiale per il pericolo che rappresentava, ma senza ricevere una risposta, riferisce sempre Mtv.
Secondo Al Jazeera invece il carico di nitrato di ammonio era arrivato in Libano nel settembre 2013, a bordo di una nave mercantile – la Rhosus – di proprietà russa ma battente bandiera moldava (un paese che non si affaccia neanche sul mare). Secondo le informazioni del sito di localizzazione delle navi, Fleetmon, si stava dirigendo dalla Georgia al Mozambico.
La Rhosus era stata costretta ad attraccare a Beirut dopo aver affrontato problemi tecnici in mare. Ma i funzionari libanesi avevano impedito alla nave di riprendere la navigazione, ed alla fine sembra che la nave sia stata abbandonata a Beirut dai suoi proprietari e dall’equipaggio. Il pericoloso carico della nave fu quindi scaricato e collocato nell’Hangar 12 del porto di Beirut, una grande struttura grigia di fronte alla principale autostrada nord-sud del paese all’ingresso principale della capitale. E da allora è rimasto lì.
Sulla spaventosa esplosione di Beirut continuano intanto le speculazioni politiche.
Prima c’è stato il solito tweet di Trump secondo il quale le esplosioni sono state causate da una bomba. Ma la tesi del presidente statunitense è stata immediatamente contraddette alla Cnn da tre fonti anonime del Pentagono, secondo le quali non ci sono indicazioni di attacchi.
Alcune fonti israeliane lasciano intendere che il magazzino esploso venisse utilizzato da Hezbollah. In realtà questa tesi è vecchia di due anni. Lo evidenzia il giornale israeliano Ha’aretz ricordando che il porto di Beirut era stato indicato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in un discorso delle Nazioni Unite del 2018 come sito civile in cui Hezbollah immagazzinava missili. Successivamente, fonti israeliane hanno affermato che il sito di stoccaggio era stato evacuato a seguito del discorso di Netanyahu.
Sull’esplosione al porto di Beirut, il noto giornalista investigativo, Richard Silverstein avanza invece l’ipotesi di una operazione israeliana. Nella sua pagina web scrive che “una fonte israeliana altamente informata e confidenziale mi ha detto che Israele ha causato la massiccia esplosione nel porto di Beirut che ha ucciso oltre 100 persone, ferendone migliaia”.
Secondo Silverstein Israele ha preso di mira un deposito di armi di Hezbollah nel porto e ha pianificato di distruggerlo con un dispositivo esplosivo. “Tragicamente, l’intelligence israeliana non ha eseguito diligentemente il suo obiettivo. Quindi non sapevano (o se lo sapevano, a loro non importava) che c’erano 2.700 tonnellate di nitrato di ammonio stoccate in un magazzino adiacente. L’esplosione al deposito di armi ha acceso il fertilizzante, causando la catastrofe che ne è derivata”.
Intanto il ministro degli Esteri libanese Hitti, già in rotta con il primo ministro Diab, si è dimesso denunciando come il Libano debba considerarsi “uno Stato fallito”.
Indubbiamente la disastrosa esplosione di Beirut destabilizza ancora di più un paese che è l’anello debole del Mediterraneo orientale, al centro di tensioni politiche interne e regionali fortissime ed alle prese con una crisi economica che si è fatta sentire pesantemente nelle settimane precedenti all’esplosione. Come ricordavamo in apertura oltre all’emergenza di migliaia di feriti e degli immensi danni materiali, si palesa il rischio di una emergenza alimentare. Paradossalmente potrebbe essere proprio la corsa e la gestione degli aiuti internazionali a determinare i nuovi equilibri interni nel decennale scontro tra il network sciita, quello saudita e Israele.
Fonte
05/08/2020
Libano - A Beirut migliaia di feriti, oltre 100 morti e 250 mila sfollati
di Michele Giorgio – Il Manifesto
Come un bombardamento aereo, spaventoso come l’attentato di 15 anni fa in cui rimase ucciso il premier Rafik Hariri.
Una vasta area di Beirut ieri appariva un campo di battaglia, con almeno 67 morti e circa tremila feriti – tra i quali tre italiani: due militari dell’Unifil e una cooperante – dopo l’esplosione devastante avvenuta nel pomeriggio nell’area del porto.
Si sono viste scene apocalittiche, corpi sotto le macerie e gli autoveicoli, civili che chiedevano aiuto urlando di dolore. «Come Hiroshima», ha commentato tra le lacrime il governatore di Beirut Marwan Daoud. Il premier Hassan Diab ha dichiarato per oggi una giornata di lutto nazionale e assicurato che i responsabili di questa tragedia saranno trovati e puniti.
Il Libano e la sua capitale queste scene le hanno già vissute. Ma la causa dell’esplosione di ieri, almeno stando a quanto si diceva a Beirut in serata, sarebbe legata ad un incidente. Un incendio in un magazzino di fuochi d’artificio o forse «materiali esplosivi confiscati» dalle autorità in passato e colpevolmente abbandonati senza adeguate misure di sicurezza. Il movimento sciita Hezbollah ha smentito che si sia trattato di un attacco israeliano contro un suo deposito di armi.
L’esplosione, innescata da una catena di piccole deflagrazioni come mostrano alcuni filmati, è stata avvertita in tutta la città, fino alcuni chilometri di distanza.
Intervistati dalle tv locali, alcuni testimoni, anch’essi feriti, ripresi con alle spalle macerie e incendi, hanno raccontato di cadaveri in strada, di persone insanguinate, di distruzioni immense. Davanti al centro medico di Clemenceau si sono ammassati decine di feriti, inclusi bambini coperti di sangue.
Molte delle vetrine dei quartieri di Achrafieh, Hamra, Badaro e Hazmieh, sono state distrutte, così come le finestre di palazzi e autoveicoli abbandonati in strada con gli airbag gonfi. Tra gli edifici danneggiati, anche il quartier generale dell’ex premier Saad Hariri.
Il celebre lungomare di Beirut appariva ricoperta di macerie e frammenti di vetro. Trenta squadre di soccorritori e i vigili del fuoco hanno lavorato tutta la notte per estrarre i corpi dalle macerie. L’esercito è intervenuto per garantire il trasporto dei feriti negli ospedali. Poco dopo l’esplosione, sia la rete telefonica sia quella Internet si sono interrotte.
Un dramma che aggrava il periodo economico e politico delicato che sta vivendo il Libano, in cui la valuta locale è crollata nei confronti del dollaro con effetti devastanti, le imprese chiudono in massa e la povertà sale allo stesso ritmo allarmante della disoccupazione. Due giorni fa si era dimesso il ministro degli esteri Nassif Hitti a causa di forti dissensi col premier Hassan Diab seguiti alle polemiche suscitate dalla recente visita a Beirut del ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian che ha accusato il Libano di non aver fatto alcuna delle riforme richieste per ottenere gli aiuti internazionali.
L’esplosione al porto peraltro è giunta mentre il Libano attende, venerdì, il verdetto sul camion-bomba che nel 2005 uccise Rafik Hariri e altre 21 persone proprio nei pressi del porto.
Tanti libanesi ieri inevitabilmente hanno pensato ad un nuovo pesante attentato, legato proprio al processo al Tribunale speciale per il Libano (Tsl, nato nel 2007), con sede all’Aja. Alla sbarra ci sono quattro imputati in contumacia, membri di Hezbollah: Salim Ayash, Habib Merhi, Hussein Oneissi e Assad Sabra. C’era anche un quinto imputato, Mustafa Badreddin, ma è morto in Siria nel 2016. Gli imputati sono accusati di «complotto a fini terroristici e omicidio preterintenzionale». Hezbollah ha sempre respinto le accuse, negando il coinvolgimento di suoi membri e accusa di cospirazione Usa, Francia e Israele.
AGGIORNAMENTO ore 13
Previsto per oggi l’incontro del consiglio di sicurezza chiamato dal presidente Michel Aoun che ha in contemporanea dichiarato due settimane di stato di emergenza. Mentre i numeri continuano a salire: tra 200mila e 250mila persone rimaste senza casa, danni per 5 miliardi di dollari (il porto, principale hub del paese, è raso al suolo), 100 morti e 4mila feriti. E si scava ancora tra le macerie.
Restano ancora dubbi sulle cause: si parla di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio, immagazzinate da circa sei anni nel porto senza adeguate misure di sicurezza.
Fonte
Libano - Spaventosa esplosione a Beirut. Decine di morti, migliaia i feriti
Una nave è esplosa con una deflagrazione spaventosa nel porto di Beirut (*). Dalle prime notizie raccolte conteneva grosse quantità di nitrato di ammonio. Il nitrato d’ammonio viene utilizzato come fertilizzante, ma è anche fondamentale per produrre l’ammonal e l’ANFO, due esplosivi.
Dalle prime notizie la doppia esplosione intorno alle 17 (ora italiana) nel porto di Beirut – la prima di minore intensità, la seconda devastante – hanno provocato almeno 73 morti e oltre 3.700 feriti, secondo i dati diffusi dal ministro della Salute, Hamad Hasan, e dalla Croce rossa libanese. Il giornale Al Sharq al Awsat parla di 57 morti, l’agenzia Anadolu parla invece di 70 morti. Tra i feriti ci sono anche due militari italiani del contingente Unifil di stanza in Libano dal 2006.
Testimonianze raccolte a Beirut, tra cui il compagno Kassem Ayna, che molti conoscono in Italia per aver organizzato e accompagnato molte delegazioni nei campi produghi palestinesi in Libano, ci riferiscono che l’onda d’urto dell’esplosione è arrivata anche in quartieri di Beirut lontani dalla zona portuale.
Alcuni dei feriti risultano intrappolati sotto le macerie degli edifici circostanti l’area portuale letteralmente abbattuti dalla deflagrazione. Secondo l’agenzia turca Anadolou, è interamente crollato un edificio di tre piani. L’onda d’urto ha mandato in frantumi i vetri e fatto saltare le porte degli edifici per un raggio di diversi chilometri. Alcuni distretti sono rimasti senza elettricità. Tra gli edifici danneggiati risulta esserci anche il Palazzo Baabda, residenza del presidente. Una prima squadra di vigili del fuoco giunta sul luogo dopo la prima esplosione risulta scomparsa.
Sulle cause dell’esplosione ancora non ci sono versioni definitive. Una donna, moglie di un lavoratore del porto, afferma che da anni la nave contenente gli esplosivi era ferma sotto sequestro nel porto di Beirut.
Secondo un responsabile della sicurezza libanese citato dalle agenzie Middle East online e Afp, l’esplosione è stata causata da materiale sequestrato ed altamente esplosivo. Al Jazeera riferisce invece che il capo della sicurezza, il generale Abbas Ibrahim, dopo una riunione del Consiglio Superiore della Difesa del Libano, ha affermato che 2.700 tonnellate di nitrato di ammonio erano nel porto di Beirut e sono esplose in attesa di partire per l’Africa.
La solita agenzia Adnkronos, citando non precisate fonti di “intelligence occidentali” veicola la velina secondo cui ad esplodere non sarebbe quanto finora comunicato ufficialmente, un deposito di fuochi di artificio o un vasto quantitativo di nitrato di ammonio, come riferito dal ministro dell’Interno libanese Mohamed Fehmi, ma un deposito di armi di Hezbollah. Una versione prontamente smentita dal movimento sciita libanese.
Il sito di intelligence israeliano Debka Files, si è affrettato a negare qualsiasi coinvolgimento israeliano nell’esplosione. In compenso sostiene che “la portata e la natura delle esplosioni hanno sollevato il sospetto che il conto ufficiale di un disastroso incidente potrebbe non essere del tutto credibile”.
Il movimento Hezbollah ha affermato in una dichiarazione che “questa tragica catastrofe e la sua devastazione senza precedenti, le gravi conseguenze umane, di salute, sociali ed economiche, richiedono a tutti i libanesi e a tutte le forze politiche e nazionali, solidarietà, unità e azione comune per superare gli effetti di questo calvario e affrontare con determinazione e volontà le difficoltà e le sfide emergenti”.
Hezbollah ha dichiarato che: “In questa triste occasione, salutiamo tutto il personale medico e infermieristico, le organizzazioni umanitarie di soccorso, il personale della protezione civile e i coraggiosi vigili del fuoco per i loro grandi sforzi nel salvataggio, nell’aiuto e nell’assistenza, abbiamo messo tutte le nostre capacità al servizio del nostro popolo”.
Il nitrato di ammonio, anche in passato è stato la causa di alcuni dei più grandi disastri industriali mai registrati, come il disastro di Texas City nel 1947 dove un’esplosione a bordo della nave SS Grandcamp fu equivalente a circa 3,2 kilotoni, in pratica come una piccola testata nucleare, ed uccise almeno 581 persone. Un altro disastro simile fu la doppia esplosione al porto di Tientsin nel 2015, che uccise 173 persone.
Il bilancio delle vittime è ancora provvisorio. Molti dei feriti sono in condizioni gravissime. Sulle cause e le responsabilità dell’esplosione e della strage che ne è derivata, il governo libanese – già alle prese con una durissima crisi economica ed istituzionale – ha affermato che condurrà una inchiesta rigorosa per accertarle.
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