Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/12/2025

Piazza Fontana, sono stati loro...

Milano, venerdì 12 dicembre 1969. A metà pomeriggio la Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, brulica ancora di correntisti. Chi vende bestiame, chi sementi, chi aziende intere. Il salone è un alveare. Le voci rimbalzano tra le colonne. Il fruscio delle carte si mescola ai passi. Poi: tutto si spezza.

Alle 16:37, ventitré minuti prima della chiusura, sotto un tavolone ottagonale al piano terra esplode una bomba. Dieci chili di tritolo. Dieci chili che spazzano via corpi e le illusioni di un Paese che ancora crede nella propria innocenza.

L’edificio vomita vetro e sangue. L’aria si riempie di schegge. I corpi volano in alto, sbattuti come manichini. Urla. Sangue. Panico. Nessuno capisce subito, ma tutti sanno: è una strage.

Il bilancio: diciassette morti e ottantotto feriti. La strategia della tensione ha bisogno di corpi da contare.

Ma Milano non basta. La regia è troppo ambiziosa per un solo atto. Roma trema alla stessa ora. Tre bombe. Tre colpi nel cuore della capitale.

La prima alle 16:45: Banca Nazionale del Lavoro, sotterraneo tra via Veneto e via San Basilio. Tredici feriti. Una strage mancata.

Alle 17:16, Altare della Patria, seconda terrazza, lato Fori Imperiali. Otto minuti dopo, di nuovo lì: lato scalinata dell’Ara Coeli. Come a dire: la vostra patria è una menzogna.

Anche a Milano, alla Banca Commerciale di piazza della Scala, c’è una bomba che aspetta il suo turno. Ma il caso la disinnesca: il timer si inceppa.

Alle 21:30 gli artificieri della polizia fanno brillare l’ordigno nel cortile interno. Distruggono le prove insieme alla bomba. Qualcuno ha fretta di cancellare le tracce, nascondere le firme, proteggere i veri colpevoli.

Quel 12 dicembre le bombe seguono una direttrice precisa: Milano-Roma. Denaro-Potere. È un messaggio in codice per chi sa leggere nel sangue.

Lo scopo: spingere il governo Rumor a consegnare le chiavi a chi promette ordine. Non vogliono il caos. Vogliono l’opposto: l’ordine della paura. La vera posta in gioco: fermare un Paese in movimento. Spegnere l’autunno caldo del lavoro organizzato. Arginare l’onda del ’68.

Un anno dopo, ancora complotti: è il turno del golpe Borghese, il colpo di Stato abortito all’ultimo minuto. Stessa logica: usare la paura per cambiare tutto, affinché nulla cambi.

E la regia? Cercare nelle stanze dei bottoni, dove si mescolano sette occulte, servizi marci, fascisti redivivi, fanatici d’America, signori dell’economia, generali coperti di stelle. Sono stati loro. E hanno continuato a esserlo.

*****

Le mele marce dell’informazione

1

I fatti sono noti. Il 12 dicembre 1969 a Milano esplode una bomba che devasta la Banca Nazionale dell’Agricoltura. 17 i morti. Una strage passata alla Storia come “la madre di tutte le stragi”. È l’inizio della “Strategia della tensione”.

Una guerra non ortodossa lunga un decennio, accompagnata da un’altra guerra, per certi versi, ancora più subdola: quella condotta dal “Sistema dell’Informazione ufficiale”. Missione: manipolare un’opinione pubblica disorientata e impaurita. Del resto una guerra senza propaganda non si è mai vista.

La paternità della strage è immediatamente attribuita agli anarchici. Facile. Sono loro i bombaroli per eccellenza. È particolarmente viva nel Paese la ferita provocata dall’esplosione di due ordigni il 25 aprile 1969, sempre a Milano. Nel giorno dell’anniversario della Liberazione, nel capoluogo lombardo, esplodono infatti due bombe: una alla Fiera Campionaria e l’altra all’Ufficio cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni, nella stazione di Porta Garibaldi, ferendo una ventina di persone.

Il quotidiano “Il Giorno”, titola subito: «Sono bombe anarchiche». Il “Corriere della Sera” opera con la stessa logica che proporrà solo qualche mese più tardi, all’indomani della strage di Piazza Fontana, suggerendo immediatamente ai suoi lettori i colpevoli. Alludendo addirittura alle bombe del 1928, che «anche allora fu un gesto criminale di un gruppo anarchico».

Allora sul selciato di piazzale Giulio Cesare, all’ingresso della Fiera di Milano, per una granata restarono a terra venti morti e più di quaranta feriti. Tutta gente che era venuta ad assistere alla visita di re Vittorio Emanuele III.

Tornando alle bombe del 25 aprile, si attestano subito sulla linea colpevolista oltre al “Corriere”, anche “Il Tempo” e “La Nazione”. Un millimetro più cauta “La Stampa” di Torino.

Seguono le bombe sui treni di agosto. L’8 ed il 9 agosto 1969 esplodono otto bombe posizionate su diversi treni delle Ferrovie dello Stato, presso le stazioni di Chiari, Grisignano, Caserta, Alviano, Pescara, Pescina e Mira, mentre altre due bombe vengono ritrovate, inesplose, nelle stazioni di Milano Centrale e Venezia Santa Lucia.

Nel racconto della carta stampata si trasmette l’idea che l’Anarchia è disordine, sangue, morte. Si prepara il terreno. Si costruisce una sorta di pregiudizio di colpevolezza.

Sul quotidiano di Via Solferino, Mario Cervi, il gemello di Indro Montanelli, tratteggia l’immagine di un Paese in attesa di «misure insieme repressive e preventive che oggi non sono più dilazionabili e rinunciabili».

Il collega Alberto Grisolia, sembrerebbe legato ai servizi segreti, nelle pagine interne della cronaca di Milano si prodiga nell’indicare la suggestione di un altro precedente storico, a suo avviso, di marca anarchica: «Un tragico precedente: lo scoppio del Diana. La bomba esplose la sera del 23 marzo 1921. Autori furono tre anarchici».

La suggestione rimbalza anche nelle altre testate di Destra come “Il Giornale d’Italia”, “La Notte”, “Il Resto del Carlino”. Anche “L’Osservatore Romano” soffia sul fuoco degli anarchici e più in generale sulla stagione della Contestazione. Scrive: «Un’ondata di anarchia si abbatte sul paese».

L’attentato alla Fiera di Milano di aprile, le bombe sui treni di agosto, la morte dell’agente Annarumma il 19 novembre, durante una mobilitazione di piazza, rappresentano una catena di atti terroristici che culminerebbero con la strage di Piazza Fontana. Di questa ricostruzione se ne fa interprete, nel discorso di fine anno, anche il capo dello Stato, Giuseppe Saragat. C’è bisogno di ordine, di ripristino dell’ordine pubblico. Bingo.

Per i quotidiani della sinistra storica “L’Unità”, “L’Avanti” e “Paese Sera” la matrice è invece inconfondibile: di marca fascista. Mentre i giornali della sinistra rivoluzionaria, sono ancora più espliciti: la Strage, non è solo fascista è di Stato.

È “La Stampa” a riportare le parole del commissario di Polizia, Luigi Calabresi, che a sole poche ore dall’attentato dichiara di guardare all’«estremismo di sinistra», perché «non sono certo quelli di destra che fanno queste azioni. Sono i dissidenti di sinistra: anarchici, cinesi, operaisti (Potere operaio, Lotta continua)».

Due giorni dopo «una spinta e l’anarchico Pinelli vola giù» da una finestra della Questura di Milano.

2

La strage di Piazza Fontana ha segnato inequivocabilmente una spaccatura nella storia della Repubblica. Un evento che darà il via alla strategia della tensione. Formula, coniata da una giornalista inglese, che ebbe come obiettivo, usando le parole di Aldo Moro, «di rimettere l’Italia nei binari della “normalità” dopo le vicende del ’68 e del cosiddetto autunno caldo».

La strage nella Banca Nazionale dell’Agricoltura ha rappresentato però, anche, il punto di non ritorno del giornalismo italiano. Infatti, come abbiamo abbozzato nella prima parte, la stampa italiana in larghissima parte ha deliberatamente sposato, sin dal primo minuto, le versioni ufficiali delle indagini che indicavano i colpevoli nella pista anarchica.

Scorrendo quindi le pagine della stampa nazionale nei primi giorni seguiti alla strage, il “Corriere della Sera”, è sempre il primo a pubblicare notizie sulle indagini, soprattutto grazie alla penna del cronista Giorgio Zicari, collaboratore del SID.

Sarà Giulio Andreotti in un’intervista rilasciata a “Il Mondo” del giugno 1974 a confermare le accuse che si stavano muovendo nei confronti di Zicari e Giannettini come informatori del SID, “Servizio informazioni difesa” (sciolto nel 1977 e al suo posto furono create due strutture: una civile e una militare SISDE e SISMI).

Altro snodo strategico dei servizi segreti saranno le agenzie di stampa, che inonderanno di redazionali, articoli in apparenza asettici e senza firma, i quotidiani locali.

La svolta narrativa è del 16 dicembre. Il mostro da sbattere in prima pagina ha un’identità: Pietro Valpreda. È davvero una pubblica gogna quella che il giornalismo italiano costruisce ai danni di un uomo le cui vicende più intime sono presentate come sintomi di un sordo rancore verso la società.

A dare agli italiani la notizia dell’arresto è la diretta Rai del telegiornale della sera, prima tramite le parole ripetute di Rodolfo Brancoli – “un appartenente al gruppo anarchico 22 marzo è stato riconosciuto da un testimone” – poi, con assoluta e perentoria certezza, dal giovane inviato Bruno Vespa che in collegamento dalla questura di Roma dichiara: «Pietro Valpreda è un colpevole, uno dei responsabili».

Il giorno successivo, il 17 dicembre, sulle prime pagine è un diluvio di titoli malvagi. Uno degli articoli che più ferocemente traccia l’identikit di Valpreda è a firma di Vittorio Notarnicola (La furia della bestia umana, “Corriere d’Informazione”, 17 dicembre 1969)
«La bestia umana è stata presa [...]. Il massacratore si chiama Pietro Valpreda, ha trentasette anni, mai combinato niente nella vita; rottura con la famiglia; soltanto una vecchia zia, che stira camicie e spazzola cappotti, gli dà una mano; viene dal giro forsennato del be-bop, del rock, un giro dove gli uomini sono quello che sono e le ragazze pure. S’è dimenato sulle piste delle balere fuori porta e sotto le strade del centro, faceva il boy, uno di quei tipi con le sopracciglia limate e ritoccate a matita grassa che fanno ala, in pantaloni attillatissimi, alla soubrette […]. Un passo dietro l’altro, Pietro Valpreda si avvia a diventare la bestia […] Così nasce un Pietro Valpreda. Da questo entroterra arriva al massacro».
Dal momento dell’arresto, Valpreda è oggetto di una campagna di criminalizzazione senza precedenti, nonostante abbia un alibi di ferro. La prozia Rachele ha testimoniato che il pomeriggio del 12 dicembre il nipote era a casa sua con l’influenza, e per questo è stata incriminata per falsa testimonianza nonostante il suo avvocato difensore Guido Calvi abbia fatto mettere a verbale al PM Vittorio Occorsio come il tassista Rolandi avesse dichiarato che, prima del confronto, gli era stata mostrata dai Carabinieri di Milano una fotografia del ballerino anarchico, dicendogli che era la persona che avrebbe dovuto riconoscere, un fatto che invalidava alla radice il riconoscimento.

Di fronte a questa ondata di fango il 23 dicembre si costituisce a Milano il “Comitato per la libertà di stampa e per la lotta contro la repressione”, cui aderiscono circa 150 giornalisti di differenti testate impegnati a denunciare le trame reazionarie del potere esecutivo e giudiziario. Aprendo la via alla controinformazione sollecitata dalla “discussa” morte dell’anarchico Pino Pinelli e dal “provvidenziale” arresto di Pietro Valpreda.

Nonostante l’emergere di lì a breve della pista neofascista alternativa a quella anarchica per la strage, Valpreda rimane in carcere fino al 1972. Sarà assolto in via definitiva soltanto nel 1987.

Il giornalismo di Stato è il peggiore dei giornalismi.

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12/12/2024

Piazza Fontana, incancellabile memoria

A poche settimane dalla morte di Licia Pinelli, dolorosa testimone e vittima di quei giorni bui non si può dimenticare: 12 Dicembre 1969, strage di Piazza Fontana (senza dimenticare un altro attentato a Roma, al Vittoriano, questo fortunatamente senza spargimento di sangue): si inaugura in Italia la “strategia della tensione”.

Nel frattempo, nel correre degli anni sono cambiate profondamente le cose attorno a noi ed oggi costatiamo, dolorosamente, che sul piano sociale, economico, soprattutto politico stiamo tornando indietro: a condizioni materiali di vita, nella possibilità di esercizio dei diritti, nella capacità di rappresentanza politica che avremmo creduto superate per sempre.

Ricordare oggi Piazza della Fontana deve significare, quindi, mettere assieme, la testimonianza della nostra ricerca della verità e la nostra volontà di impegnarci, e lottare ancora per invertire la rotta non rinunciando all’idea di una società da ricostruire pezzo per pezzo, pietra su pietra, secondo gli ideali dell’eguaglianza, della solidarietà sociale, dell’internazionalismo.

In quel momento nessuno, o pochissimi, riconosce la verità: si segue la pista anarchica, Pino Pinelli viene “suicidato” da una finestra della questura di Milano (quella dell’ufficio del commissario Calabresi, capo della “squadra politica”, ndr). Pietro Valpreda arrestato.

Il Presidente Saragat plaude alla “cattura del mostro” ed il suo telegramma di felicitazione al Capo della Polizia è letto, al Telegiornale (senza uno e senza due, in quel momento) dal solito, ineffabile Bruno Vespa, poi eterno anchorman di regime.

Si tratta del primo atto di una lunga striscia di sangue, di una serie di attentati fascisti che costelleranno la storia d’Italia degli anni’70-’80.

Ricordiamo la cupezza di quei giorni, la folla milanese che si stringe attorno alle bare delle vittime, i pochi giornalisti coraggiosi, Camilla Cederna, Bruno Ambrosi, che cercano ostinatamente la verità, l’impegno del Comitato Antifascista milanese.

Soprattutto pensiamo alla grande mobilitazione studentesca e operaia in atto in quegli anni: un lungo ’68 che arrivò fino all’autunno caldo dell’anno successivo, appunto il 1969, grazie alla saldatura delle lotte tra operai e studenti.

Lotte che reclamavano non soltanto un diverso tenore di vita, il diritto allo studio e al lavoro, ma un’idea diversa di società democratica, di prospettiva per il futuro.

I fascisti (senza il neo) diretta progenie dell’attuale destra di governo che lavorarono per attuare quelle stragi intendevano fermare quel movimento, spezzare quella spinta, ricacciarci tutti indietro.

Seguirono poi anni difficili, nel corso dei quali imparammo quanto fosse complesso scoprire la verità, in mezzo a tentativi di colpi di stato, servizi segreti al “servizio” dell’eversione, coperture politiche ad altissimo livello.

Non abbiamo smesso però di cercarla quella verità ed ancor oggi, levando alto il nostro richiamo alla memoria, ci rivolgiamo a tutti i democratici: quel giorno fu spezzato un filo, svoltò un punto importante della storia d’Italia.

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12/12/2023

12 dicembre Strage di Stato. Le domande mai poste ai comandi della Nato

Come ci teniamo a ricordare ogni anno, il 12 Dicembre non sarà mai una data come le altre sul nostro calendario.

L’anniversario della Strage di Piazza Fontana nel dicembre del 1969, segnò il salto di qualità nella “guerra di bassa intensità” che gli apparati dello Stato, quelli statunitensi/atlantici e le organizzazioni neofasciste scatenarono contro il movimento operaio e la sinistra nel nostro paese.

Quella di Piazza Fontana continuiamo e continueremo a definirla come una Strage di Stato perché questo è quanto emerso dalla verità storica e politica ma non del tutto nitidamente da quella giudiziaria.

In questi tempi di guerra e di guerre, ci interessa riportare alla luce un aspetto che ha sempre faticato ad emergere, ma che soprattutto è stato sistematicamente rimosso dalla “politica”: le responsabilità degli apparati Usa e Nato nella concezione e nell’organizzazione delle stragi che hanno colpito il nostro paese tra il 1969 e il 1984.

Ben due inchieste sulle stragi, quella di Piazza Fontana a Milano nel 1969 e quella di Piazza della Loggia a Brescia nel 1974, portano a indicare “i colpevoli di livello” negli ufficiali e negli agenti in servizio nel Comando Nato Ftase di Verona.

Sulla prima, le indagini del giudice Salvini sulla Strage di Piazza Fontana avevano portato direttamente alla pista degli “amerikani” nel nostro paese come nucleo ideatore della stagione delle stragi. E gli agenti statunitensi, almeno quelli emersi dalle indagini, erano tutti in servizio alla base militare Nato di Verona.

Nella strategia stragista, il giudice Salvini è arrivato a individuare il ruolo dei servizi segreti militari USA (non la Cia, si badi bene), e soprattutto quelli di stanza nella base del comando FTASE di Verona, i quali attraverso i loro agenti italiani (Digilio, Minetto, Soffiatti) agivano in modo coordinato con le cellule neofasciste di Ordine Nuovo e con gli apparati dello stato italiano nella “guerra sul fronte interno” contro i comunisti, i sindacati e i settori della DC recalcitranti a trasformare la “guerra fredda in guerra civile”.

L’amerikano supervisore della rete degli uomini neri utilizzati nella strategia delle stragi ha un nome e un cognome: Joseph Luongo. Il suo braccio destro era un altro ufficiale statunitense: Leo Joseph Pagnotta. Questi nomi sono stati consegnati dal giudice Salvini alla Commissione parlamentare sulle stragi.

Per la strage di Brescia, nelle 280mila pagine di atti dei processi sulla strage depositati in quel Tribunale, oltre ai fascisti e ai servizi segreti italiani, nell’incubazione della strage emerge anche l’indicazione di un terzo livello di responsabilità che porta anche in questo caso al Comando Ftase di Verona (Comando Forze Terrestri Alleate per il Sud Europa della Nato).

Il luogo dove sarebbe stata elaborata la strategia stragista era a Palazzo Carli, a Verona, sede del Comando Nato.

“Qui, con la copertura di generali dei paracadutisti italiani e statunitensi, si sarebbero svolte le riunioni preparatorie di un progetto stragista che avrebbe dovuto sovvertire la democrazia italiana e rinsaldare lo scricchiolante fronte dei regimi del Mediterraneo. Quello che, all’epoca, teneva insieme il Portogallo salazarista, la Grecia dei colonnelli e la Spagna franchista”, scriveva Carlo Bonini su La Repubblica riprendendo il dispositivo della sentenza sulla strage di Brescia.

Gli “uomini neri”, cioè gli autori delle stragi di Stato, secondo quanto dichiarato dal giudice Salvini in sede di Commissione Parlamentare di inchiesta sulle stragi, non erano più di venticinque/trenta persone organizzate su cinque cellule collocate una a Milano e quattro nel Nordest. Ma il perno del sistema operativo era proprio a Verona, lì dove tutto è cominciato ed è ancora difficile dire oggi che tutto sia finito.

Lo Ftase di Verona è il comando delle forze terrestri Usa e Nato. In quella fase storica, Verona non era solo il “cuore nero” del paese, ma era il perno del comando degli operativi militari statunitensi e Nato nella frontiera del Nordest, quella di confine con la cortina di ferro dei paesi del Patto di Varsavia.

Non risulta che i governi italiani abbiano mai chiesto conto in via bilaterale o in Parlamento ai comandi militari della Nato di quanto è emerso dalle inchieste sulle stragi. Neanche quando il giudice Salvini pose esplicitamente il problema ai parlamentari in sede di Commissione di inchiesta sulle stragi.

Quest’anno però sono arrivate le rivelazioni di Giuliano Amato sulla strage di Ustica, dichiarazioni che allungano, ma non scoperchiano, questa lunga linea di sangue che la Nato ha seminato nel nostro paese, e tale responsabilità non può essere affibbiata solo ad uno dei membri della Nato: la Francia.

Ma Amato segnala anche un altro problema con cui il nostro paese fa i conti da troppo tempo, chiarendo come tra i vertici militari ( e quelli dei servizi segreti) italiani “tra fedeltà alla Costituzione e fedeltà alla Nato, è prevalsa la seconda”. E non solo nella strage di Ustica.

Adesso la morte biologica o l’età avanzata di molti protagonisti dell’epoca delle Stragi di Stato, non consente di mettere tutte le caselle al loro posto e ricavarne una verità giudiziaria che renda giustizia su quanto accaduto nel nostro paese nel quindicennio che va dal 1969 al 1984, ma che almeno si consenta, a chi ha il coraggio di farlo, di affrontare la verità storica e politica, senza pagine rimosse o “maledette” che impediscano alle nuove generazioni di comprendere pienamente cosa e perché è accaduto.

Il 17 dicembre 1981 un commando delle Brigate Rosse sequestrava clamorosamente il generale statunitense comandante del Comando militare Ftase di Verona: il generale Dozier. L’alto ufficiale venne liberato il 28 gennaio 1982 da un gruppo operativo dei Nocs (corpi speciali della Polizia) e con la supervisione statunitense.

È bene sapere o ricordare che per raggiungere quell’obiettivo non furono risparmiate torture ai militanti delle Br – sia uomini che donne – arrestati prima e dopo il sequestro. Il caso esplose nei mesi successivi e portò all’arresto di un giornalista de L’Espresso, Pier Vittorio Buffa, che aveva reso pubblici i casi di tortura. Poi confermati tre decenni dopo da uno dei suoi autori.

Ma un comandante della base militare Ftase di Verona non poteva non sapere che cosa stavano combinando i suoi uomini da oltre un decennio. E forse nel 1981 avrebbe dovuto e potuto rispondere a domande che fino ad allora nessuno gli aveva posto, né la magistratura né le autorità italiane, sia sulle strage di Piazza Fontana che sulla strage di Brescia.

I brigatisti non hanno avuto il tempo, la conoscenza o l’esperienza per formulare le domande giuste al gen. Dozier . La pista sul comando Nato di Verona in effetti è venuta fuori a metà degli anni Novanta, quindici anni dopo.

Ma dopo l’emersione di questa pista sulla Strage di Piazza Fontana – confermata poi anche dal processo per la Strage di Brescia – sia la magistratura sia la politica hanno avuto tutto il tempo e le conoscenze per fare le domande che andavano fatte. Ma se ne sono ben guardati per anni, anzi decenni.

Appunto, tra fedeltà alla Costituzione e fedeltà alla Nato, ha prevalso la seconda.

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01/02/2018

Pure “il manifesto” si arruolò tra i dietrologi da quattro soldi.

Al Manifesto triste y solitario final, l’anomalia che non c’è più.

Di seguito il testo integrale dell’articolo che segna la liquidazione definitiva della storia di un giornale che – caso unico – era nato sull’onda della contestazione operaia e studentesca della fine degli anni sessanta e che pur facendo, nel corso dei decenni, cambiamenti anche sostanziali, di linea e cultura politica, aveva, tuttavia, mantenuto lo stesso nome e pure quella ostinata testatina (“quotidiano comunista”) che però, già da molto tempo, non trovava più conferma in nessuno dei testi pubblicati dalla redazione.

In verità quella rottura si era già consumata quasi sei anni fa, quando nel 2012, una delle fondatrici della storica testata, Rossana Rossanda, lasciò il Manifesto con una lettera con cui accusava, senza mezzi termini, la direzione e la redazione di “indisponibilità al dialogo”.

Quell’addio era stato preceduto da quello altrettanto eccellente di Marco D’Eramo (la cui lettera di commiato venne liquidata con poche sprezzanti righe dalla direzione) e seguito da quello di Joseph Halevi che lasciò il giornale usando parole durissime nei confronti di direzione e redazione: “Non si tratta più di un collettivo ma di un manipolo che per varie ragioni si è appropriato del giornale”.

Eppure “il manifesto” fino a quel punto (2012), a modo suo, pur tra smagliature e qualche momentaneo cedimento, aveva rappresentato uno spazio critico sicuramente ostile a certa “dietrologia fantastorica” con cui i vincitori hanno continuato ad alimentare, per decenni, la narrazione di Stato sul conflitto sociale degli anni settanta e sugli esiti di quella stagione.

Un argomento delicato e complesso su cui “il manifesto” di Rossanda, Parlato, Pintor non avrebbe mai concesso un millimetro alla dietrologia e a quei teoremi giudiziari tanto in voga, alla fine degli anni settanta, presso certe procure che lavoravano a stretto contatto con i funzionari locali del PCI e con quelli delle camere del lavoro. Quel “manifesto”, di certo, mai senza passare al vaglio di un rigoroso esame critico e storiografico ogni ipotesi. Ma tant’è. E forse ora si inizia a capire quale era almeno una delle ragioni che animarono il putsch del “manipolo”: cooptare anche quelli che ancora campano sui resti di ciò che fu un tempo il glorioso “manifesto” dentro il grande Coro di Stato della Narrazione Ufficiale sui così detti “anni di piombo”, ovvero, più semplicemente, la storia scritta dai vincitori.

Una narrazione, tuttavia, sempre più sgangherata e che, per reggersi, forse aveva proprio bisogno di farsi largo, almeno un po’, anche tra i resti di ciò che è rimasto di quell’altrettanto sgangherato popolo che usiamo chiamare “popolo di sinistra”.

Buona lettura (si fa per dire).


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I CORVI DELLA DEMOCRAZIA

di Giovanni De Plato
(dal manifesto del 28.01.2018)


Peccato che non abbia avuto il dovuto risalto la importante decisione della Procura generale di Bologna di riaprire le indagini sulla strage alla stazione ferroviaria del 2 agosto di trentotto anni fa, come da richiesta dei familiari delle vittime. Come non ha avuto il giusto rilievo la riapertura delle indagini da parte della procura di Palermo sul delitto del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella avvenuto sempre nel 1980.

Le procure ordinarie di Bologna e di Palermo avevano già deciso di archiviare, ritenendo accertata la verità e condannate le responsabilità. E i mandanti? Si deve alla competenza, esperienza e senso del dovere di Ignazio De Francisci, magistrato della procura di Bologna, e di Francesco Lo Voi procuratore di Palermo se i misteri dell’Italia repubblicana non sono stati occultati definitivamente.

LA VERITÀ SULLE STRAGI (chi sono gli effettivi mandanti e quali erano le loro finalità) è ancora tutta da indagare e di certo non ci si può accontentare di verità parziali o incomplete, emerse dai diversi gradi dei processi finora celebrati.

La riapertura delle indagini a Bologna e a Palermo riaccende finalmente i riflettori su quella rete, complessa e mai svelata, fatta di organizzazioni eversive, di mafie, servizi deviati, società segrete, logge, venerabili e conti in banche svizzere. La riservatezza delle nuove indagini non lascia trapelare informazioni sui tanti fili eversivi, finora ignorati, che legano la strage di Bologna al delitto Mattarella.

E la verità sulle altre stragi, piazza Fontana 1969, piazza della loggia Brescia e treno Italicus 1974? Si ha l’impressione che finora le indagini abbiano considerato ogni eccidio come un fatto a sé, non valutando se fossero dei tasselli che formano una possibile trama della strategia eversiva che ha funestato per lunghi decenni la repubblica italiana.

Strategia che cercò di colpire a morte lo Stato democratico con la strage di Via Fani e il rapimento di Aldo Moro nel marzo 1978 seguito dall’uccisione dello statista da parte delle Brigate rosse nel maggio dello stesso anno.

IL TEOREMA dello stragismo degli opposti estremismi (sinistra e destra eversive) e dello stragismo di Stato (servizi segreti e deviati) si sono dimostrati nei fatti una chiave che non ha permesso di arrivare alla verità.

Di questa drammatica realtà che attanaglia ancora l’Italia di oggi (come si spiega il caso Consip?) non c’è traccia nei programmi e nei dibattiti tra i partiti in vista delle prossime elezioni politiche.
Le forze della destra non amano trattare le responsabilità impunite o aprire i propri armadi. E quelle di sinistra non sanno come affrontare gli attacchi alla democrazia e fare della ricerca della verità una priorità del loro programma di governo. Siamo circondati e minacciati da neri corvi, come nel film del 1963 «Gli uccelli» di Alfred Hitchcock. I corvi hanno le penne nere e lucenti, sono onnivori, mangiano di tutto e si cibano delle loro vittime. Con rispetto ai corvi, queste loro caratteristiche sono proprie di chi cospira, di chi nonostante la Liberazione dell’Italia dal regime nazifascista, il voto per la Repubblica e la emanazione della Carta costituzionale, non ha deposto le armi e continua a ordire nel buio della notte contro quel nuovo sistema politico scaturito dalla vittoria dell’antifascismo nel 1945.

LA SCELTA DEMOCRATICA del popolo italiano nel 1948 non ha comportato la liberazione dai corvi fascisti, anzi sono stati incomprensibilmente rilegittimati. Non bisogna dimenticare che in Italia alla fine della Seconda guerra mondiale mentre si costruiva l’alternativa dello Stato democratico al regime fascista si legiferava per lasciare impunito chi quella democrazia aveva negato e trucidato.
Questa contraddizione la si deve alla politica di pacificazione nazionale voluta dal primo governo repubblicano del democristiano De Gasperi. E condivisa dall’allora ministro di Grazia e Giustizia, il comunista Palmiro Togliatti, che emanò nel 1946 un provvedimento di condono delle condanne e dei reati comuni e politici, di cui si erano macchiati soprattutto i gerarchi e i miliziani fascisti.

I comunisti sottovalutarono che la stampa degli Stati uniti lodava il dittatore Benito Mussolini come il «Roosevelt italiano» e come il miglior garante della lotta al comunismo. Quella contraddizione resta irrisolta, e per ora non sanata.

GLI UOMINI e i dirigenti del regime nazifascista furono scarcerati e liberati da ogni responsabilità omicida e liberticida. La Guerra fredda e lo scontro tra i due blocchi permisero ai corvi neri di ritornare indisturbati a presidiare territori e istituzioni, anche con cellule occulte e paramilitari.
E’ da qui che parte la reazione ai vecchi e nuovi corvi. Alle forze oscure della reazione nera si aggiunse quella delle armate rosse.

Il rumore delle armi si fa sentire con la svolta della Dc, quando Moro e Zaccagnini teorizzarono il superamento della contrapposizione dei due blocchi e proposero il dialogo tra le forze del Paese che avevano concorso a sconfiggere il fascismo. Il compromesso tra democristiani, socialisti e comunisti che avrebbe segnato davvero la svolta verso una democrazia compiuta, mise immediatamente in moto le sentinelle dell’ordine internazionale che la Conferenza di Jalta aveva imposto militarmente ai rispettivi alleati. La fine dei due blocchi nel 1991 e l’inizio della globalizzazione dei liberi mercati, di certo non hanno favorito la realizzazione di quei principi di libertà, eguaglianza e solidarietà sanciti dalla Costituzione.

A distanza di 70 anni dalla nascita della Repubblica si può dire che la democrazia rimane un sistema incompiuto, ancora oggi ostaggio dei tanti tentacoli delle agenzie di sicurezza nazionali e internazionali.

A distanza di 40 anni dalla strage di via Fani e dalla morte di Moro, i colpi inferti alla Repubblica italiana continuano a delegittimare il sistema politico dei partiti, che non sapendo reagire alla democrazia dimezzata si sono condannati al macero. Di questa possibile deriva si resero conto gli allora segretari del Pci Enrico Berlinguer e della Dc Benigno Zaccagnini. Infatti il segretario democristiano nel 1976, due anni prima della strage di via Fani, avvertì rumour e minacce interni al suo partito ed esterni al nostro Paese.

L’allarme lo portò anche a chiedere a Giorgio La Pira, come ad altri costituenti, di candidarsi per essere rieletto in Parlamento, volendo rafforzare la rappresentanza democristiana di chi aveva sperato con la Carta costituzionale di costruire la casa comune degli italiani. L’invito fu accettato dall’ex sindaco di Firenze che però morì nel 1977.

IL BUCO NERO della democrazia italiana si allarga nella legislatura 1976-1979. La casa repubblicana fu difesa con fermezza e senso dello Stato dallo stesso Zaccagnini, che però cercò notte e giorno di salvare la vita di Moro.

Incontrò in via formale e informale parlamentari ed extraparlamentari di destra e di sinistra, reazionari e rivoluzionari, segretari e dirigenti dei partiti, ma alla fine si rese conto che l’appello umanitario di molti alla salvezza di Moro era un vuoto se non uno strumentale messaggio.

Nessuno seppe o volle dire con chi trattare, cosa concedere e come evitare che alla sconfitta militare si aggiungesse quella politica. Quando il segretario della Dc si accorse che la sentenza era già scritta e come temeva già prima dell’attentato ad opera di forze potenti e convergenti, di cui le Br potevano essere soltanto un comodo braccio armato, arrivò in soccorso il disperato appello «Uomini delle Br...» del Papa Paolo VI.

Sarebbe auspicabile che un magistrato della procura di Roma avesse lo stesso coraggio e senso dello Stato, dei magistrati di Bologna e Palermo, per riaprire le indagini sui veri mandanti, su quanti usarono le armi via Fani e cosa è realmente avvenuto in e intorno a via Gradoli, visto che non possiamo accontentarci della verità di una seduta spiritica e di processi iniziati e terminati solo contro le Br.

Fino a quando non si scoprirà la completa verità della lunga e articolata strategia del terrorismo prima e degli attacchi poi alla Repubblica italiana, la nostra democrazia resterà incompiuta, minacciata e asservita.

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16/12/2017

A mio padre, Giuseppe Pinelli

Il freddo è intenso, oggi come tanti anni fa e non solo per il clima di questo mese di dicembre.

Eravate belli. Volevate guardare il mondo con occhi nuovi, avevate speranze e voglia di fare, eravate convinti che l’impegno di ognuno avrebbe potuto creare una società più giusta, in cui i diritti di tutti sarebbero stati rispettati.

A quante manifestazioni hai partecipato, quante ne hai organizzate e gli scioperi della fame e i sit-in e le discussioni, a quante cariche della polizia sei scampato... quanto impegno nella tua vita, sempre dalla parte degli ultimi, con l’ottimismo e l’allegria con cui affrontavi la vita. Una vita povera, ma ricca del calore di affetti, di ideali, di compagni, di valori, di etica, di coerenza.

Faceva freddo a dicembre anche in quel 1969, tanto freddo.

E’ atroce entrare in una banca e morire per una bomba.

E’ atroce morire per mano di chi voleva coprire la matrice di quella bomba.

Il tuo precipitare nel cortile della questura, ci rimane squarcio nel cuore.

Sappiamo tanto ora, su quello che è avvenuto in piazza Fontana, delle trame fasciste, della manovalanza fascista di uno stato artefice e complice che ha tramato, ordito e depistato, assolto tutti non riuscendo a nascondere quanto marcio sia il sistema.

Per la tua morte solo frettolose archiviazioni, poche indagini, nessun processo. Lo stato non processa se stesso, né allora, né ora.

In questi anni ci sei sempre stato, presenza che ha scaldato i cuori di quanti ti hanno conosciuto e di chi ha fatto sua la tua storia, in questi anni ci sei sempre stato e hai permesso incontri, sguardi, condivisioni e ti ho ritrovato negli occhi di chi ancora resiste, di chi ancora continua a sperare in una società più giusta e più umana.

Molta strada è ancora da percorrere per poter guardare il mondo con occhi nuovi e forse più adesso che allora. Ma resisteremo a questa repressione, a questa mancanza di prospettive e lavoro, resisteremo a queste ondate di xenofobia e razzismo che non ci appartengono. E continueremo a proporre e a credere che un mondo nuovo basato sui valori che portavi avanti, è possibile.

Ciao Pino, non hanno vinto. Noi r-esistiamo.

Claudia Pinelli

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12/12/2017

“Non sono riusciti a spezzare il filo della verità sulla strage di Stato”. Parla Roberto Mander


E’ stato uno dei più giovani anarchici arrestati nel 1969 per la falsa pista sulla strage di Stato. Roberto Mander, da allora ha condotto una battaglia di controinformazione e solidarietà con i detenuti politici alla quale non rinuncia neanche oggi a quarantotto anni dalla strage di Piazza Fontana.

Il 12 dicembre per questo paese e per almeno due generazioni, non sarà mai una data come le altre sul calendario. Tu cosa ne pensi?

Credo sia interessante osservare come nel corso di tutti questi anni la data del 12/12 continui a rappresentare in un certo senso una discriminante. Certo, due generazioni sono un tempo lungo ma per chi ancora sostiene un’alternativa reale allo stato presente delle cose la strage rimane di Stato, con tutto ciò che questo implica sul piano sociale e politico.

La sentenze sulla Strage di Piazza Fontana sono state un capolavoro per mettere una pietra tombale sulla verità giudiziaria su quella strage. La verità storica e la verità politica su quanto avvenuto, come la possiamo sintetizzare e trasmettere a chi la vede come un fatto ormai remoto e per molti aspetti incomprensibile?

I tanti processi che si sono succeduti lungo questi quasi 50 anni in realtà hanno finito per trasformare la materia in argomento per specialisti e questo non ha certo aiutato, soprattutto i più giovani, a comprendere le implicazioni profonde che hanno preceduto e sono poi seguite a quel massacro. Il lavoro che voi avete curato qualche anno fa è senza dubbio un ottimo contributo di sintesi politica per raccontare il senso pieno di quegli avvenimenti. Io credo che lo spettro delle complicità e delle coperture intorno all’esecuzione della strage si sia a lungo aggirato nei palazzi del potere. Ma fortunatamente il lavoro e l’impegno dei tanti che si sono battuti – e ancora si battono – per smascherare e vanificare quella strategia hanno dato dei buoni frutti, per quanto parziali possano apparire oggi. Se negli anni immediatamente successivi al 12/12/69 si è stati capaci di rilanciare l’iniziativa politica anche a partire dal lavoro di controinformazione oggi questa memoria storica è tutt’altro che fossilizzata. Vedo insomma un filo che non sono riusciti a spezzare anche se non si arriverà mai a una sentenza definitiva (e veritiera) in un’aula di tribunale.

Cosa ne pensi dei tentativi giornalistici di riaprire le indagini sulla base di nuove ipotesi?

Ho smesso da tempo di seguire gli scoop che puntualmente cercano attenzione: credo che da parte nostra tutto ciò che c’era da dire sia stato detto ed ampiamente argomentato. Però la petulanza con la quale ancora si insiste da parte di qualcuno sulla tesi degli anarchici esecutori e dei fascisti mandanti non può rimanere senza risposta.

La guerra di bassa intensità scatenata con le stragi di stato contro il movimento di quegli anni, nasceva dalla paura delle classi dominanti. Ma di cosa avevano così tanta paura da dover ricorrere ad una guerra sporca sul fronte interno?

Certo, la paura di un movimento che metteva radicalmente in discussione gli assetti politici ha fatto sì che si ricorresse a strategie già messe in campo in altre parti del mondo per ridefinire un nuovo scenario. Su questo senza dubbio ci sono state spinte ed interessi non sempre coincidenti ma la premessa comune rimaneva quella di spezzare lo straordinario potenziale di lotta che si era espresso con forza e in modo capillare. Dalle carte processuali emergono tracce importanti sulla matrice internazionale (atlantica) di quella strage. C’è un filo nero che si snoda dal ’45 in poi: le competenze e conoscenze dei nazifascisti sono state trasferite e acquisite con estrema disinvoltura nel campo occidentale.

Abbiamo l’impressione che oggi invece la preoccupazione delle classi dominanti non sia un movimento popolare che ne mette in discussione il potere, ma quella sugli effetti sociali prodotti dalle scelte fatte. C’è un boom della povertà, della rabbia nelle periferie, una ostilità diffusa e crescente verso le istituzioni. Questa volta hanno scatenato una guerra contro i poveri per impedire che alzino la testa?

I processi di ristrutturazione e il vero e proprio salto di qualità che ne caratterizza l’evoluzione hanno come corollario obbligato quello di non tollerare alcuna aggregazione di opposizione agli effetti devastanti e mortiferi della rincorsa a sempre maggiori profitti. A me sembra che questo risultato venga perseguito attraverso una massiccia e capillare “disinformazione”, capace di creare illusori giochi di prestigio al fine di confondere su quale sia la vera posta in campo. E qui il discorso dovrebbe aprirsi a una riflessione attenta su che cosa sta avvenendo a livello sociale, sullo sradicamento in un certo senso a cui tutti siamo sottoposti.

Tra due anni ne saranno passati cinquanta dalla Strage di Stato. Che effetto ti fa vedere i fascisti ospitati e coccolati in televisione? Perché li hanno sdoganati e gli ridanno tutto questo spazio?

I fascisti di ieri e di oggi: un gran brutto spettacolo! Ma anche qui assistiamo a qualcosa di diverso di quando i voti dell’allora MSI venivano sdoganati per supportare un qualche governo democristiano. L’appiattimento e la confusione non sono casuali ma uno degli esiti del ridisegnare uno scenario politico che sia funzionale a minimizzare od occultare la brutalità del nuovo ordine che si vuole imporre a livello planetario.

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18/02/2016

Ventura era un agente Sid e non è mai esistito un "doppio stato"


È un segreto di pulcinella, ma i servizi segreti italiani a fare melina ci tengono. Neanche l'esempio dei loro veri dirigenti (quelli della Cia) riesce a fargli cambiare stile di lavoro. Negli Usa la desecretazione dei documenti riguardanti episodi notevoli avviene con una certa regolarità e molti omissis; in Italia nulla o quasi.

Repubblica presenta l'ultima porcata come una “disobbedienza a Renzi”, che aveva ordinato la desecretazione di molti documenti relativi alle stragi di stato. Non è stato desecretato nulla di utile, con una selezione evidentemente molto accurata di cosa buttar fuori dagli archivi. Non sappiamo (ma non crediamo) se ci sia stato un “sabotaggio” dei servizi rispetto alle direttive del governo, ma il ridicolo – o il criminale – si vede lo stesso. I parenti delle vittime delle stragi e l'ex magistrato Felice Casson, ora deputato del Pd, hanno trovato tra le (poche) carte consegnate loro un solo foglietto interessante, probabilmente “liberato” per errore dagli archivi. Un documento ufficiale in cui si dice che Giovanni Ventura, fascista infiltrato tra “i sovversivi di sinistra” ai tempi della strage di Piazza Fontana, era effettivamente un “consulente” del Sid (il servizio segreto “interno”, poi diventato Sisde e ora Aisi), con il compito di monitorare “gli estremisti”.

Nulla di nuovo, come si vede. Ventura era stato individuato dalla controinformazione di movimento come agente dei servizi, oltre che come fascista, subito dopo la strage alla Banca dell'Agricoltura di Milano. I servizi naturalmente negarono sempre. La novità sta solo in un dettaglio: “l'informativa” ritrovata, del 1983, su carta intestata della Presidenza del consiglio dei ministri, attribuisce a un servizio segreto straniero, ma alleato, l'affermazione su Ventura “consulente”. Si potrebbe ironizzare a lungo sul fatto che l'allora Sisde (ex Sid) abbia avuto bisogno di farsi dire dalla Cia (omissis nel documento) che Ventura era un agente del Sid (poi Sisde), ma naturalmente non c'è nulla da ridere.

Felice Casson, che ha passato una vita a indagare sulla “strategia della tensione”, e che aveva anche interrogato lo stesso Ventura (nel frattempo “profugo” nell'Argentina del golpista Videla, dove continuava il suo solito mestiere: infiltrarsi negli ambienti di sinistra), è finalmente arrivato ad una conclusione che condividiamo da circa 50 anni:
"Sarebbe ora di smettere di parlare di servizi deviati negli anni. Quei servizi non erano per niente deviati, rispondevano a una logica ben precisa che era la Strategia della Tensione, quindi al collegamento tra il mondo di neofascisti e gli apparati dello Stato, oltreché con qualche forza politica".
Servizi “rettilinei” dunque, obbedienti alla Democrazia Cristina ma soprattutto alla Cia. Nessuna novità, tranne quella – appunto – di distruggere definitivamente una teoria infame che ha lobotomizzato per quattro decenni il “popolo di sinistra” in Italia: il cosiddetto “doppio Stato”, un fantasmatico corpo segreto inserito “magicamente” negli snodi principali del potere e capace di indirizzarlo dove (in quella teoria) il “sistema democratico” non sarebbe voluto andare.

Merda secca, narrazione tossica, dietrologia orientata dagli stessi spioni che si diceva di voler individuare... Chiamatela come volete, ma è stato un falso di cui occorre ora solo prendere atto.

Il foglietto solitario sfuggito alla pulizia attenta di chi doveva trasmettere all'Archivio di Stato tutta la documentazione descretata – la maggior parte dei file pdf depositata risulta però “stranamente” non consultabile per “problemi tecnici” – apre però un piccolo squarcio sulla funzione storica, normale, del controspionaggio interno: infiltrare la sinistra “vera”, i movimenti, i gruppi politici antagonisti.

Una funzione che non si è di certo interrotta negli anni '70 e '80, ma che perdura anche oggi. Spesso quasi alla luce del sole, con personaggi sputtanati da tempo ma che per molte ragioni – a cominciare dall'assoluta ignoranza circa i meccanismi reali del potere reale – gran parte del “movimento antagonista” accetta senza resistenze.

Nel corso degli anni si è diffuso un modo veramente idiota di affrontare questo problema: “ma noi non abbiamo nulla da nascondere, non contiamo politicamente nulla, perché mai dovrebbero perdere tempo, energie, soldi, per infiltrare noi?”.

Il rovesciamento di prospettiva è totale. Da che mondo è mondo, infatti, il potere al potere “monitora” le aree di dissenso indipendentemente dal loro grado di pericolosità, dal numero degli aderenti, dal peso politico posseduto in un dato momento. Ogni potere vero sa bene che i tempi cambiano, che quelli che oggi sembrano solo patetici residuati di ideologie dichiarate morte o di nicchia potrebbero trovare condizioni favorevoli di riproduzione allargata, diventare un pericolo oggettivo – più ancora che soggettivo – per chi comanda. Al Sisi, per dirne uno, non attende mica che i sindacati indipendenti in Egitto diventino un movimento di massa imponente. Manda i suoi agenti, fotografa, filma, infiltra, arriva persino a torturare e uccidere un ricercatore straniero per farsi dare qualche informazione in più su quel mondo.

I servizi italiani sono forse – oggi – un po' meno brutali, ma non fanno nulla di diverso. Quasi 50 anni fa, difficilmente si poteva trovare un gruppo più innocuo, pacifico e politicamente irrilevante del collettivo anarchico animato da Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda. Facevano tutto alla luce del sole, con la propria faccia; erano pochi (a confronto degli altri gruppi d'allora), non facevano del male a una mosca (ed erano tempi in cui volavano mazzate piuttosto consistenti, nelle piazze).

Eppure furono proprio quegli innocui anarchici ad esser scelti come bersaglio della più grande provocazione politica che sia mai stata ordita in questo paese. Qualcosa che sta alla pari solo con l'incendio del Reichstag. Stessa logica hitleriana, stesso obiettivo (stabilizzare il potere compiendo un crimine e attribuendolo agli “ultrasinistri”).

Un altro esempio? Rifondazione Comunista è un partito da tempo in difficoltà, certamente senza fantasie rivoluzionarie né estremistiche, squassato da scissioni e correnti, ultrapacifista. Niente a che vedere con i "terribili" black bloc. Quale formazione politica dovrebbe essere più al riparo da certe “attenzioni” dei servizi? Eppure un paio di anni fa, il segretario di quel partito denunciò infiltrazioni dei servizi, fu condotta un'inchiesta interna, furono trovati riscontri e prove, vennero comminate delle “condanne” (risibili, certo: sei mesi di sospensione... che però è il massimo della “pena” previsto dallo statuto).

I nipotini di Ventura e Merlino sono sempre in servizio. Speriamo solo di non dover attendere 50 anni per avere tra le mani un foglietto di conferma...

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12/12/2015

Piazza Fontana. La strage è di Stato

46 anni. Quasi mezzo secolo. Per la generazione che in tutto il pianeta si era appena affacciata al mondo chiedendo e pretendendo, anche in modo "poco educato", un deciso passo avanti verso un sistema più giusto, umano, egualitario, fu tutto un navigare pericoloso tra stragi, attentati, colpi di stato, carcere, repressione.

Qui in Italia, in particolare, la strage di Piazza Fontana fu un autentico big bang. Con conseguenze ampiamente impreviste dagli assassini al governo, che prima avallarono e poi cercarono disperatamente di coprire gli esecutori materiali della strage di Piazza Fontana. Conseguenze inattese perché, come tutti gli atti di terrorismo o repressione governativi, l'intento è quello di spaventare, convincere a rinunciare, ad arrendersi, a tornare a casa. Questo non avvenne, nonostante il potere avesse preventivamente preparato la "pista anarchica" da gettare in pasto a un'opinione pubblica disorientata a bella posta. Con la complicità quasi totale – nei primi giorni, almeno – della stampa nazionale.

Partì una contro inchiesta ormai famosa, che produsse in pochissimo tempo il libro che ancora oggi viene ristampato, letto, condiviso da chiunque intuisca che il potere mente. Sempre.

Pubblichiamo qui la nota editoriale di Odradek, casa editrice militante che ancora oggi ristampa il libro La strage di Stato, opera collettiva di soli 15 compagni. Un miracolo d'altri tempi.

*****

La strage di piazza Fontana ha cambiato la storia d'Italia. Su questo non esiste praticamente difformità di opinione tra nessuno dei principali o secondari soggetti politici, osservatori, politologi, storici attendibili o contafrottole di bassa lega. Le bombe esplose il 12 dicembre inaugurarono la “strategia delle stragi”, prolungatasi fino al 1980 – quella con il bilancio più alto di vittime, il 2 agosto, alla stazione di Bologna. Tutte incontrovertibilmente stragi di Stato, ovvero stragi compiute da uomini facenti parte direttamente degli apparati più “coperti” dello Stato, oppure da fascisti da loro personalmente organizzati, indirizzati, finanziati, protetti – senza alcuna eccezione – fino al momento di andare in tipografia con questa nuova edizione.

Il libro La strage di Stato ha a sua volta cambiato la storia di questo paese. Non la “mentalità della sinistra”, ma proprio la Storia in senso stretto. Ha infatti impedito che la strage di piazza Fontana raggiungesse il suo scopo: far scattare un “riflesso d'ordine” nel paese, chiudere il biennio rosso '68-'69, rinchiudere nuovamente gli studenti nel ghetto delle scuole e gli operai nell'inferno delle fabbriche, senza più resistenze, contestazioni, antagonismo.

Come è potuto riuscire un libretto scritto da 15 anonimi compagni qualsiasi, alcuni dei quali allora praticamente bambini (con il metro attuale), a fare tanto?

Con l'inchiesta, attenta e non indulgente alle facili suggestioni. Una controinchiesta, più precisamente.

Ma andiamo con ordine.

Lo scopo politico della strage di Milano poteva essere realizzato soltanto se tutta l'Italia fosse rimasta convinta che i responsabili fossero alcuni di quegli “estremisti di sinistra” che quotidianamente attraversavano in corteo le strade della penisola. I più deboli tra quegli “estremisti” – sul piano politico, delle alleanze o anche solo nell'immaginario sociale – erano gli anarchici. Loro – fu deciso nelle segrete stanze dei palazzi governativi e di quelli della cospirazione governante – dovevano essere indicati come i responsabili di una mattanza tanto truce quanto ingiustificabile. Non un’azione di guerriglia, per quanto poco comprensibile potesse essere. Una strage casuale, invece, indifferente nella scelta delle vittime. C'è un legame di continuità – ma anche una decisa rottura – con la strage di Portella delle Ginestre, compiuta il primo maggio del '47. Quella infatti aveva preso di mira una manifestazione sindacale, “i comunisti” in festa sotto le bandiere rosse. Troppo facile individuarne i mandanti politici. A Milano nel '69 si prova a rovesciare le parti vittima-carnefice, ma ad esclusivo beneficio dell'immaginario popolare.

Il gioco, si diceva, non riesce grazie alla resistenza del movimento degli studenti, che istintivamente non accetta l’idea stessa che gli anarchici possano essere responsabili di una strage del genere. Ma un ruolo enorme, decisivo, va al movimento operaio, che fin dal primo momento si slega dalla tutela idiota del Pci – altrettanto immediatamente aggregatosi, tramite il proprio quotidiano, l'Unità, al coro dei reazionari che gridavano al “mostro Valpreda” –.

Il gruppo di compagni che ha redatto questo libro, giorno dopo giorno, dà corpo alla convinzione di tanti. La strage è di Stato. E lo provano proprio smontando pezzo pezzo l'"inchiesta" poliziesca che per mano del commissario Calabresi, del questore Guida e del capo della squadra politica, Allegra, si era indirizzata "a colpo sicuro" sugli anarchici.

L'altro elemento che scombina il “piano” di incriminazione di Valpreda e compagni è la morte di Giuseppe Pinelli all'interno dalla questura di Milano. Per giustificare questa morte gli “inquirenti” milanesi fanno ricorso a una massa di “giustificazioni ad hoc” che, nel loro insieme, compongono un quadro senza senso, una massa di contraddizioni che è da sola una ammissione di colpevolezza. Smagliature nella trama della “verità di Stato” che doveva seppellire gli anarchici – e con loro il '68-'69 – sotto l'infamia e la condanna popolare. Dentro queste smagliature gli autori della controinchiesta infilano il robusto cuneo dell'intelligenza politicamente orientata ma niente affatto cieca o preconcetta. Fino a smontare completamente la versione della polizia sia in merito alla strage di piazza Fontana, sia alla morte di Pinelli. I due fatti stanno insieme, indissolubilmente. Se gli anarchici sono innocenti, la polizia è colpevole per la morte di Pinelli. E anche per la strage (sa chi sono i responsabili, o chi l'ha ordinata, ma si muove consapevolmente e volontariamente all'interno dello stesso “disegno criminoso”, indirizzando le indagini nella direzione voluta da chi ha compiuto la strage).

Di qui non si esce. La versione finale della procura di Milano sulla morte di Giuseppe Pinelli (un “malore attivo”; non proprio un suicidio, ma quasi) è un monumento all'impunità dei funzionari dello Stato, all'ipocrisia del potere, alla mai abbastanza riconosciuta dipendenza della magistratura dal potere politico. Il fatto che l'archiviazione delle indagini sulla morte di Pinelli porti la firma di Gerardo D'Ambrosio è la chiusura di un cerchio – logico e politico –, non un “incidente di percorso”. Certo, oltre D’Ambrosio, alcuni altri “santi” dell‘iconografia ufficiale escono male da queste pagine. Lo stesso Calabresi, credibilmente raggiunto da un attentato di sinistra, e Occorsio, ucciso dal neofascista Concutelli, non fanno una gran figura di “democratici”. Ma questo è un problema di chi nel “doppio Stato” crede. Non degli antagonisti.

La controinchiesta non si limita a demolire quella poliziesca. Va un attimo più in là, individuando nei fascisti i possibili “manovali” di una strage decisa “nelle alte sfere”. È straordinario come in questa autentica inchiesta non venga mai smarrito il senso della realtà, della misura, l'attenzione alla verità per come è.

Questo, infatti, non è un libro dietrologico. Non ricostruisce fatti trascegliendo solo gli avvenimenti che possono far comodo alla versione che si intende sostenere. Non chiude gli occhi di fronte alla violenza dicendo – cioè mentendo – che “la violenza è solo fascista”. Sa vedere e distinguere la violenza dei fascisti, quella dello Stato e anche quella del movimento antagonista. Se c'è conflitto – sembra banale dirlo, ma a molti suona oggi quasi come un'eresia – i colpi si prendono, ma si danno anche. Questo libro non ha insomma nulla a che spartire con quella subcultura della “teoria del complotto universale” fiorita negli anni successivi. Gli autori non cadono mai nella trappola della teoria del “doppio Stato”, cara ai dietrologi (pseudo-storici) di ascendenza Pci che si sono, al massimo, limitati a definire le stragi come semplicemente fasciste. Non credono insomma che in Italia sia mai esistito uno “Stato buono” che conviveva conflittualmente con quello “cattivo”. Lo Stato era ed è soltanto uno: l'apparato (i servizi, la polizia, i carabinieri, la magistratura, ecc.) non si muove indipendentemente dal potere politico. Ma lo Stato non è neppure la riproduzione organizzata delle molteplici presenze politiche in parlamento. Esistono anche nell'apparato i “sinceri democratici” o semplicemente i funzionati onesti. Ma la controinchiesta svela senza possibilità di errore come i secondi vengano sempre rimossi, sostituiti, allontanati, quando la loro opera non coincide con le finalità dell'azione generale dell'apparato.

Senza teoria del “doppio Stato” non ci può essere dietrologia. La dimostrazione di una simile affermazione sta tutta nel fatto che quasi quattro anni di governo di centrosinistra (la stessa formula in vigore nel '69, ma con in più una fetta consistente dell'ex Pci) e un ministro dell'interno ex "comunista" non hanno fatto uscire dagli archivi una sola notizia in più sulle stragi e i loro autori. Quando i dietrologi sono andati al governo, insomma, la verità sulle stragi è rimasta occultata esattamente come prima. Il che dimostra non solo la loro malafede, ma l'inattendibilità stessa della “teoria”. In questo senso La strage di Stato è un libro sull'irriformabilità democratica dello Stato, quanto meno di questo paese, sul suo consistere reazionario indipendentemente dal succedersi di governi che se ne servono senza mai metterlo in discussione.

Senza illusioni su una sempre invisibile “parte buona dello Stato”, insomma, ci può invece essere la capacità di vedere le cose come stanno. È questa inchiesta che porta per la prima volta alla ribalta della notorietà nomi che diventeranno tristemente famosi nei decenni successivi: Sindona, Marcinkus, Rauti e tanti altri che ricorreranno come una litanìa in tutti gli scandali a sfondo golpistico tra i '70 e gli '80.

Dopo trent'anni le stragi sono ancora e sempre “impunite”. È un'espressione ormai consunta. Perché mai lo Stato dovrebbe punire se stesso per quello che ha fatto? Perché dovrebbe, se i movimenti che lo misero in crisi, e per la cui repressione la strategia delle stragi prese corpo, non sono più sulla scena politica? Perché dovrebbe criticarsi, se i suoi più accesi critici hanno percorso in pochi anni la via del “pentimento” e l'approdo al liberismo più selvaggio, al bellicismo senza remore, alla distruzione sistematica delle residue garanzie della forza lavoro?

Al contrario, quanti si sono opposti allo Stato stragista – qualcuno anche armi alla mano – sono stati tutti e più che duramente “puniti”. E oltre duecento prigionieri politici di sinistra, e altrettanti esuli, a vent’anni dai fatti, stanno ancora lì a dimostrarlo. Come non mettere a confronto la raffica di assoluzioni nei processi per piazza Fontana, Brescia, l'Italicus, la stessa stazione di Bologna, e i ben trentadue ergastoli dati – e scontati – per il sequestro di Aldo Moro? Come non vedere che i Merlino, i Delle Chiaie, i Tilgher sono tuttora personaggi politicamente attivi, protetti, assistiti, senza aver praticamente mai conosciuto la galera? L'evoluzione degli avvenimenti a partire dal '69 non lascia molti dubbi. Al di là delle diverse teorie e progetti politici dei diversi gruppi armati di sinistra negli anni '70, è storicamente certo – evidente, diremmo – che la straordinaria partecipazione quantitativa alle organizzazioni armate di sinistra trova una delle sue più forti ragioni proprio nella reazione allo Stato delle stragi.

Un libro, dunque, non per “ricordare”. Leggere La strage di Stato serve a capire l'oggi, da dove viene questo paese, da quale storia sorge il presente, di quali infamie sia capace il potere pur di conservarsi. Un libro, ma soprattutto un metodo. Che non è l’esercizio della “memoria” – costa moltissimo e dura sempre troppo poco – ma un modo di guardare il presente. Una diffidenza vigile, una convinzione non contingente nelle proprie ragioni, un interrogarsi costante. Guardare con gli occhi bene aperti, non credere alle favole dei media, imparare a distinguere sempre (tra il compagno ingenuamente estremista e l'agente provocatore infiltrato, per esempio!). Perché l'antagonismo ha bisogno di intelligenza, soprattutto. Di “rabbia” è fin troppo pieno questo schifo di mondo.

*****

A proposito di dietrologie e misteri, a proposito del doppio Stato

Abbiamo ripubblicato questo libro senza pensarci troppo su. Ci sembrava, da una parte, un atto dovuto, e dall’altra un’operazione nemmeno troppo politica. Di memoria, più che altro.

Sbagliavamo. Perché in questo paese, in cui il passato non passa mai, ogni operazione di memoria è un’indagine sul presente.

Lo Stato è sempre lo stesso che negli anni venti metteva le bombe all’hotel Diana di Milano per far ricadere la colpa sugli anarchici; sempre la stessa mancanza di fantasia, tra l’altro.

Ma lo Stato non è soltanto gli apparati che lo compongono, è anche il consenso che riesce a costruire, o, in ultima istanza, la capacità di decostruire le opposizioni, la capacità di dividere, di mistificare, di disinformare.

Leggetevi l’articolo di Sandro Portelli sul “manifesto” che riguarda la proibizione di esporre striscioni razzisti e fascisti; è stata interpretata da un commissario di p.s. di Cagliari che ha fatto sequestrare uno striscione dei tifosi perugini che riportava semplicemente il nome del loro gruppo “Armata rossa”.

E non mi pare che qualcuno abbia protestato nei confronti di un simile sopruso; men che mai i giornali. Anzi, i giornalisti, sono i primi a reinterpretare benevolmente le interpretazioni unilaterali che lo Stato, dal primo magistrato all’ultimo agente, fa nelle sentenze o nell’elevare contravvenzioni.

Prendi un principio, un assioma, un’equazione e troverai il bravo giornalista [Da.Lu., per esempio] che dirà, ma basta, ancora? Distinguiamo...

Tu scrivi, stringendoti nelle spalle, quasi scusandoti dell’ovvietà: “La strage è di Stato” e trovi subito un giornalista che scrive, a proposito della prefazione che come editori abbiamo premesso al libro:

“Riproducendo lo schema amico-nemico, utilizzando analisi semplificate sui fatti di quegli anni, ma anche su quelli successivi, dividendo il mondo tra buoni e cattivi, rischia di indirizzare un’opera teoricamente indirizzata a tutti (la verità non appartiene a nessuno) in quella destinata soltanto a chi la pensa allo stesso modo”.

Che dovevamo scrivere? che la “strage è un po’ di Stato e un po’ no”? Dovevamo riconoscere, alla maniera di Violante, le ragioni dei fascisti? Ahinoi, questo libro è a prova di revisionismo. Non lo si può edulcorare, né manipolare. Tanto è vero che è no copyright e sta integralmente su Internet. Non ci è venuto in mente, e nemmeno ce ne scusiamo. Che “la verità appartiene a tutti”, inoltre, non è affatto pacifico. La verità è un processo innanzitutto, e poi un costrutto, un’affermazione che vuole corrispondere all’oggetto, opera del lavoro (manuale e intellettuale); non un fiume o una pietra. La verità, vogliamo dire, va trovata e riesumata. Come la libertà, insomma. C’è chi la verità non vuole neppure vederla, e chi fa di tutto per nasconderla.

Questo libro dimostra che la verità non appartiene a tutti, ma solo a coloro che se la vanno a prendere, contro tutto e nonostante tutti.

Non per polemizzare con questo giornalista. Ma ci critica perché scriviamo che dopo trent’anni, senza nessuna condanna, “lo Stato si autoassolve”.

Altra affermazione che tutto ci sembrava meno che una forzatura: l’unico a farsi tre anni di galera è stato Valpreda, poi prosciolto.

A noi che scriviamo che “lo Stato si autoassolve” Da.Lu. risponde:

«Non è proprio così, per chiunque abbia letto l’ordinanza del giudice Guido Salvini. Fra l’altro, per avere ostinatamente cercato la verità (e non avere assolto lo Stato) il magistrato e il suo investigatore principale (un carabiniere, un giovane capitano) hanno entrambi pagato uno scotto (procedimenti disciplinari e penali)».

Appunto. E noi abbiamo detto proprio questa cosa.

Anzi, forzando un po’ il nostro più intimo pensiero, avevamo concesso:

«Esistono anche nell’apparato i “sinceri democratici” o semplicemente i funzionari onesti. (!!!) Ma la controinchiesta svela senza possibilità di errore come questi vengano sempre rimossi, sostituiti, allontanati, quando la loro opera non coincide con le finalità dell’azione generale dell’apparato».

E allora, di che stiamo parlando? Se qualcuno ha fermato Salvini, insomma, ciò dimostra proprio una “volontà di autoassoluzione” da parte dello Stato.

Semmai abbiamo scritto una cosa ben più pesante, sulla quale il giornalista ha sorvolato. Abbiamo attaccato le posizioni dietrologiche, quelle dei costruttori di MISTERI, e che sui misteri vivono di rendita. Misteri dopo trent’anni, ma andiamo!

Abbiamo scritto che non esiste “doppio Stato” – uno visibile, buono, e uno occulto, cattivo – ; abbiamo scritto che lo Stato è uno, quello dei suoi apparati, delle sue istituzioni; “Commissione parlamentare sulle stragi compresa”, avremmo dovuto aggiungere. Nello spirito di questo aureo libretto.

E concludiamo proprio con riferimento alla Commissione Stragi, quella presieduta dal senatore Pellegrino. Se la Commissione-stragi, col suo codazzo di consulenti e portaborse, avesse prodotto in otto anni la decima parte di quanto Di Giovanni, Ligini, Pellegrini & Co. hanno prodotto in sei mesi, noi non staremmo qui a ripubblicare questo libro. Non si deve dire? Qualcuno si offende?
Fino a prova contraria, la strage è di Stato.

Da. Lu. (Daria Lucca?) ha tutto il diritto di non trovarsi d’accordo e di criticarci, per esempio quando dice che una prefazione di 4 pagine non è molto approfondita. Forse. Giudichino i lettori.

D’altra parte, volevamo scrivere una prefazione di servizio, anodina, non molto caratterizzata, anche per via del fatto che doveva trovare d’accordo realtà editoriali diverse tra loro. E anche perché non ci sembrava giusto che, delegati ad approntare la pubblicazione da “Un gruppo dei compagni/compagne che indagarono e scrissero 30 anni fa per smascherare la “Strage di Stato””, gli editori debordassero dai loro compiti e “mettessero il cappello”, con sproloqui chilometrici, su “un libro del movimento per il movimento”.

Una rosa è una rosa, una rosa, una rosa...

La strage è di Stato, di Stato, di Stato...

Tanto dovevamo a chi ci ha delegato e ci ha dato fiducia. Fiducia che peraltro ci è stata completamente riconfermata.

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23/07/2015

Lo stragismo è di Stato


Quarantuno anni sono sempre troppi, per avere una sentenza su una strage che ha fatto 8 morti e 102 feriti. Se poi questa arriva a sancire quel che già si sapeva, a carico di due persone già indagate, processate e incredibilmente assolte, è necessario concluderne che lo Stato – in prima persona e ai massimi livelli – ha fatto di tutto per far arrivare questa sentenza fuori tempo massimo, nella speranza che tutti gli imputati passassero a miglior vita.

Invece ne erano rimasti due. Maurizio Tramonte, all'epoca della strage di Brescia appena 21enne, ma già fascista militante e informatore dei servizi segreti, e Carlo Maria Maggi, 81 enne medico veneto, a suo tempo “ispettore politico” di Ordine Nuovo.

Scomparso invece il “pentito”, quel Mario Digilio che confezionò personalmente quasi tutte le bombe delle stragi di stato degli anni '70, da Piazza Fontana in poi, fascista e agente dei servizi segreti italiani e statunitensi (dipendeva dal comando Nato-Ftase di Verona), che vuotò il sacco solo quando scoprì d'essere ormai in punto di morte.

Morto anche Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo e poi segretario del Movimento Sociale Italiano, appena prima che Gianfranco Fini promuovesse la “svolta di Fiuggi”. Ma aveva fatto in tempo ad essere assolto, come Franco Freda e Giovanni Ventura, poi scomparso in Argentina. Morto il generale dei carabinieri Francesco Delfino, poi dirigente del Sismi, naturalmente assolto per aver lungamente depistato le indagini sulla strage (dov'era in servizio nel 1974). E' invece ancora vivo Delfo Zorzi, autore materiale della strage di Piazza Fontana, ma assolto per quella come per Brescia, fatto rifugiare in Giappone, dove ha fatto successo come imprenditore, col nome di Hagen Roi, senza che ne sia mai stata chiesta l'estradizione.

Si potrebbe andare avanti a lungo, ma ci basta rinviare alla sterminata documentazione esistente in materia, quasi interamente ascrivibile alle contro inchieste del movimento rivoluzionario di quegli anni, riprese e trasformate in indagini dal giudice Guido Salvini.

Dopo tanto tempo, non ci sono parole che non siano state dette.

Questo Stato, quello di allora in perfetta continuità con quello di oggi, ha ordinato stragi, le ha fatte eseguire a gruppetti di fascisti quasi sempre arruolati come “informatori”, infiltrati o semplici agenti dei servizi di intelligence. Questo Stato ha poi protetto – a volte goffamente, come avviene a chi si sente troppo potente per curarsi di non lasciare troppe tracce nei reati che commette – gli autori delle stragi depistando le non molte indagini che puntavano a scoprire gli assassini. Questo Stato ha protetto i depistatori, consentendo loro notevoli carriere, secondo il classico schema dell'esecutore che ha molto da dire sul proprio mandante.

Si potrà dire che questo era il frutto della “guerra fredda”, del mondo diviso in due in cui non poteva proprio accadere che un paese chiave della Nato – e viceversa, del Patto di Varsavia – fosse governato da forze politiche non perfettamente allineate con la superpotenza di riferimento.

Ma non si può dire che ora vigono altre regole. Cambiano gli strumenti, forse. Anche in considerazione dell'assoluta minorità delle soggettività comuniste e rivoluzionarie.

E allora una sentenza che arriva così clamorosamente fuori tempo, che non serve più a punire nessuno, può servire a molti scopi meno nobili della scrittura della verità storica. A partire dalla patina di belletto che certamente il potere sta provando a stendere sulle sue rughe più orrende.

E invece sarebbe importante che questa verità giudiziaria, solo oggi giunta a conferma della verità storica, servisse da stimolo, per un paese disorientato, per fare il punto seriamente sul proprio recente passato. Ovvero dal dopoguerra a oggi.

Possiamo però star certi – e ce lo dimostrano le prime pagine dei giornali di oggi, compreso addirittura il manifesto – che così non sarà. La struttura infame del potere italico si vede proprio da queste cose...

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11/12/2014

Piazza Fontana: la funzione del fascismo eversivo, una lezione ancora attuale


Una pagina nera di storia non ancora conclusa, anzi, di estrema attualità, quella scritta il 12 dicembre 1969. Non è la prima volta che a Bologna veniva presentato il dossier di Contropiano su "Piazza Fontana. Una strage lunga quarant'anni". Ieri, la Campagna Noi Restiamo ha organizzato un dibattito all’Università, con Francesco Piccioni, sul significato politico di quella strage, dopo ormai 45 anni. Una iniziativa che abbiamo voluto appunto intitolare “La funzione del fascismo eversivo. Appunti di storia di una lezione ancora attuale".

Per "appunti di storia" si intende l'importanza della memoria, per non dimenticare le responsabilità politiche che stanno dietro a quell'attentato. La ricerca di una verità storica è quello che possiamo fare quando la verità giuridica viene sistematicamente negata in questo paese attraverso i segreti di Stato, gli omissis, i depistaggi. Ed è per questo che la ricostruzione storica diventa strumento politico di riappropriazione di verità e identità di classe.

Quella di ieri è stata una serata di dibattito e confronto, tra chi quella storia l’ha vissuta e chi l’ha solo sentita raccontare.

La colpevole falsità della vulgata del "doppio Stato" o dei "servizi deviati", sostenuta anche dalla sinistra istituzionale di allora, ma anche da quella di oggi. Non una parola è stata pronunciata da chi poteva fare un minimo di chiarezza su quella vicenda, ed è stato praticamente nullo il risultato della desecretazione degli archivi di Stato decisa dal governo, in merito alla strage di Piazza Fontana. Il governo Renzi si è vantato di aver tolto il segreto di Stato sulle stragi di quegli anni, ma nulla tra i documenti messi a disposizione chiarisce le posizioni e le responsabilità dei veri colpevoli.

Oggi come ieri, in Italia occorre fare i conti col fascismo e con i suoi malsani intrecci con le istituzioni dello Stato e la criminalità organizzata. “Chiunque voglia cambiare il mondo, va reso cosciente di ciò con cui si ha a che fare”, dice Piccioni, e la storia di Piazza Fontana rende esplicito quanto possa essere pericoloso, subdolo e infame il nemico da combattere.


La lezione ancora attuale è quella della pericolosità di riflussi fascisti che, mancando il fascismo storicamente di una teoria organica, possono essere tirati fuori dal cappello a piacimento quando possono servire al loro vero e unico scopo: l'aggressione anche violenta contro la classe lavoratrice e le istanze di cambiamento sociale. Proprio in questi mesi vediamo una Lega Nord ristrutturarsi intorno al concetto di Nazione e stringere rapporti tossici con i fascisti dichiarati di Casa Pound e di altri gruppuscoli. Dall’altra parte il Pd renziano, che pure si descrive come baluardo contro i movimenti xenofobi e di estrema destra, propone in realtà la chiusura degli spazi democratici, sviluppa il ritorno all’idea di una economia corporativista, lavora alla sottomissione dei  lavoratori alle logiche del precariato a vita e della disoccupazione in nome dell’unico bene comune riconosciuto dal governo e dalla classe dirigente nella sua interezza: il dogma dell’appartenenza all’Unione Europea, “grande comunità di destino che ci renderà piu uguali” (e piu sudditi delle sue politiche imperialiste).

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14/01/2014

I “Travagli Spezzati”

Non è bastata l’operazione mediatica e revisionista del famoso film di Marco Tullio Giordana “Romanzo di una strage”, tratto dal libro “inchiesta” del giornalista Paolo Cucchiarelli dove ripropose la vecchia teoria, già ampiamente scartata e archiviata nuovamente tempo fa, sulla doppia bomba (una degli anarchici, l’altra dei fascisti) che provocò la Strage di Piazza Fontana. Ipotesi che ha messo nuovamente in cattiva luce sia Pinelli che Valpreda. Anarchici che la pagarono cara all’epoca per essere stati i primi sospettati della strage: Pinelli la pagò cara con la vita, Valpreda con tre anni di carcere “preventivo”.

A distanza di poco tempo la Rai mette in onda la fiction su Calabresi, primo film della trilogia “Gli Anni Spezzati” dove viene fatta una pessima ricostruzione storica di quegli anni, stravolgendo i personaggi come il protagonista stesso e inventando dialoghi di sana pianta. E , come se non bastasse, dedicando pochi attimi alla “caduta” di Pinelli, dando così l’impressione che la sua fu solamente una terribile fatalità. Non importa sapere che l’anarchico ferroviere, durante quella maledetta notte tra il 15 e il 16 dicembre, subiva l’ennesimo interrogatorio al limite della tortura. Non importa sapere che si trovava in quella maledetta stanza assieme al commissario Calabresi, i brigadieri Panessa, Mainardi, Mucilli, Carcuta e anche un ufficiale dei Carabinieri, il tenente Sabino Lograno. Non importa sapere che quando “accidentalmente” Pinelli morì, la moglie Licia non fu nemmeno avvertita dalla questura e lo venne a sapere tramite i giornalisti. E non importa sapere che allora chiamò Calabresi direttamente in questura, il quale le rispose: ”Signora, abbiamo molto da fare”!

Per fortuna, tranne i giornali di destra, c’è stata una grande polemica contro questa fiction. Ma, puntuale come l’orologio, il vicedirettore del Fatto Quotidiano, pieno di livore e “travagli” interiori, scrive un editoriale disgustoso e velenoso intitolato “Il suicidio Calabresi”. Ancora una volta approfitta per attaccare l’ex movimento di Lotta Continua, suo chiodo fisso, e finalmente si lascia apertamente scappare la sua vera natura di una persona che odia i valori di sinistra. Scrive: “Ma, a leggere la stampa di sinistra di questi giorni, pare che un panorama tutto rose e fiori sia stato improvvisamente e improvvidamente guastato da una fiction brutta e abboracciata, piena di errori storici e scene menzognere...”

Finalmente Travaglio lo ha ammesso: il Fatto Quotidiano non appartiene alla stampa di sinistra (ma lo hanno capito quasi tutti), ma a quella reazionaria.

Poi continua a dire che la fiction era incompleta perché non hanno fatto vedere i quattro assassini di Calabresi. Scrive che dovevano mettere ben in mostra Adriano Sofri e Ovidio Bompressi per far vedere chi fossero gli assassini, e aggiunge che sono tutti liberi: in realtà dopo anni Bompressi ricevette la grazia (da Napolitano nel 2006, e non da Ciampi come ha scritto stupidamente Travaglio) e Sofri ha scontato la galera ben nove anni, e poi ai domiciliari per il tumore. Oggi è un uomo libero perché ha scontato tutti gli anni, ma per Travaglio “il manettaro” una persona dovrebbe marcire per tutta la vita nelle Patrie Galere. Inoltre tengo a precisare che la verità giudiziaria non è esattamente quella storica: Pinelli per i tribunali è stato colto da un “malore attivo”, anziché buttato dalla finestra; Adriano Sofri, Bompressi e Giorgio Pietrostefani per i tribunali sono stati i responsabili dell’uccisione di Calabresi ,ma senza alcuna prova se non la parola del pentito Marino.

Insomma Travaglio ce l’ha con la fiction perché non ha mostrato gli assassini di Calabresi. A parer mio è solo arrabbiato perché non hanno raccontato di un piccolo, e allora sconosciuto omino, che si dilettava a scrivere al Borghese trascrivendo le intercettazioni di Lotta Continua e senza alcuna rilevanza penale.

Si inizia da piccoli a servire con dovizia gli uomini e le donne di Tribunale: al loro posto, lui ci sa stare.

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12/12/2013

12 dicembre, non un giorno qualsiasi sul calendario

Oggi è il 12 dicembre, una data che non sarà mai un giorno qualsiasi del calendario. La strage del 12 dicembre, la strage di Stato in Piazza Fontana a Milano, rimane infatti uno snodo storico e politico fondamentale per capire il paese in cui viviamo.
Il quarantaquattresimo anniversario della strage di Piazza Fontana aggiunge alla rilevanza della memoria storica e della valutazione politica il crisma dell’attualità. In questi anni abbiamo affermato che la verità giudiziaria sulla strage del 12 dicembre 1969 a Milano è ormai seppellita sotto due processi e la contraddittoria sentenza definitiva del secondo. Una lapide definitiva è stata calata a ottobre di quest’anno su ogni residuo filone d’indagine sulla strage di piazza Fontana. Il Gip di Milano, Fabrizio D’Arcangelo, valutando i quattro filoni d’inchiesta aperti dalla Procura di Milano successivamente alla sentenza della Cassazione del 3 maggio 2005 è arrivato alla conclusione che “non si può continuare ad indagare all’infinito” e dunque ha archiviato ogni possibilità di riaprire l'indagine.

La sentenza del 2005 afferma infatti che i colpevoli erano quelli giudicati innocenti nel primo processo (i fascisti Freda, Ventura etc.), mentre gli accusati del secondo (i fascisti Zorzi, Maggi etc) sono stati scagionati. Ma i primi sono stati già giudicati e quindi non possono esser processati una seconda volta per lo stesso reato. Una lapide su ogni anelito di verità che potesse uscire dalle aule di un tribunale. Dunque, sulla strage di Piazza Fontana rimangono solo la verità storica e la valutazione politica per cercare di capire, spiegare e affermare un giudizio che resti nella memoria collettiva del paese e che lasci tracce sufficienti per le generazioni future.

Quella di Piazza Fontana non era stata la prima bomba ad esplodere nel quadro della guerra sul fronte interno messa in cantiere dal 1966 contro la sinistra e i movimenti dei lavoratori. Altre bombe erano esplose prima sui treni e in altri luoghi, ma Piazza Fontana, nel 1969, è stata la prima bomba a fare dei morti. Altre ne seguiranno tra il 1974 e il 1984 a Brescia, sul treno Italicus, a Bologna, sul treno 204 e poi verranno le bombe “mafiose” (?) del 1992/93. Il nostro paese è stato attraversato da una guerra di bassa intensità che ha fatto morti, feriti, migliaia di detenuti politici, leggi d’emergenza. Una scia di eventi che hanno segnato e segnano tuttora la struttura istituzionale e le complicità politiche nel paese.

Il quadro che emerge dalla seconda inchiesta sulla strage di Piazza Fontana – riaperta dal giudice Salvini - e dal secondo processo per l'eccidio di Milano chiama direttamente in causa nella strategia delle stragi i servizi segreti militari USA, soprattutto quelli di stanza nella base del comando FTASE di Verona. Questi attraverso i loro agenti italiani (Digilio, Minetto, Soffiatti) agivano in modo coordinato con le cellule neofasciste di Ordine Nuovo e con gli apparati dello stato italiano nella “guerra sul fronte interno” contro i comunisti, i sindacati e i settori della DC recalcitranti a trasformare la “guerra fredda in guerra civile”. L’amerikano supervisore della rete degli uomini neri ha il nome di Joseph Luongo (insieme a lui c'era anche Leo Joseph Pagnotta) ed è l’agente che cooptò nella guerra di bassa intensità anche alcuni criminali nazisti come Karl Hass (con cui Longo si fa fotografare insieme in un matrimonio). Gli “uomini neri”, cioè gli autori delle stragi, non erano più di venticinque/trenta persone organizzati su cinque cellule collocate una a Milano e quattro nel Nordest, il vero e proprio “cuore nero” del nostro paese.

L’inchiesta del giudice Salvini ha portato alla luce tutto o gran parte di quello che c’era da sapere dietro e dopo la strage di Piazza Fontana sul piano giudiziario. Ma la sentenza del 2005 per un verso, e la complice inerzia della politica (inclusi i partiti della sinistra eredi del PCI) dall’altro, hanno scientemente perseguito l’obiettivo di lasciare impunita la strage di Stato e di depistare l'attenzione su mille piste diverse che hanno confuso quella giusta. Le audizioni del giudice Salvini davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi, invocavano proprio questo pericolo e questa necessità. Sul piano giudiziario si era arrivati al massimo delle possibilità di ricostruzione con nomi, cognomi, dettagli, ma molti testimoni chiave nel frattempo erano morti. Toccava dunque alla politica trarre conclusioni che la verità giudiziaria non poteva affermare. Ma la verità sui mandanti era scomoda per il potere democristiano ma anche per l’opposizione (il Pci) che scelse il compromesso storico con la DC e la subalternità agli USA e alla NATO. Quando nel primo governo Prodi (1996-2001) ci fu la possibilità di fare chiarezza (il Ministro degli Interni era l’attuale presidente della Repubblica, Napolitano) prevalse invece la decisione di lasciare la verità seppellita negli archivi e in sentenze assolutorie. Il lavoro di magistrati come Salvini e di storici come Aldo Giannuli, ha permesso di riaprire l’inchiesta ma senza risultati. Di questo occorre essere consapevoli e da questo occorre partire per una battaglia di verità storica e politica sulla strage di Stato che non deve e non può fare sconti a nessuno.

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02/10/2013

Strage di Piazza Fontana. Lapide sui processi. La verità è solo storica e politica

Una lapide è stata calata su ogni residuo filone d’indagine sulla strage di piazza Fontana. Il Gip di Milano, Fabrizio D’Arcangelo, valutando i quattro filoni d’inchiesta aperti dalla Procura di Milano successivamente alla sentenza della Cassazione del 3 maggio 2005 è arrivato alla conclusione che “non si può continuare ad indagare all’infinito” e dunque ha archiviato ogni indagine.

Nel 2005 la Corte di Cassazione aveva confermato le assoluzioni decise in appello nel 2004 per i tre neofascisti, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, che però erano stati condannati in primo grado all’ergastolo. Con quella sentenza calava definitivamente il sipario sulla strage di Piazza Fontana rimasta – come le altre stragi di stato – senza colpevoli. Il gip, accogliendo la richiesta di archiviazione dei pm Armando Spataro, Maurizio Romanelli e Grazia Pradella, ha stabilito che non ci sono elementi per portare a giudizio nessuno sottolineando che non si può indagare “all’infinito” su ipotesi prive di fondamento. Nell’ordinanza che mette fine ad ogni possibilità di riaprire il processo per la strage, il Gip D’Arcangelo scrive:  “Il fatto che, a distanza di oltre quaranta anni da quel tragico 12 dicembre 1969, e dopo la celebrazione di vari processi, la strage di piazza Fontana, non abbia visto alcun colpevole punito non può che determinare una generale insoddisfazione, sia sul piano giuridico che su quello sociale. Si tratta di uno stato d’animo e di un rilievo non certo attenuati dal fatto che Carlo Digilio (neofascista di Ordine Nuovo e snodo con i servizi segreti militari USA di stanza a Verona, ndr) – osserva il giudice – sia stato riconosciuto in via definitiva colpevole della strage e che di Freda e Ventura (anch’essi ordinovisti), pur in precedenza definitivamente assolti, si parli in motivazioni di sentenze definitive come responsabili della strage. Per quanto riguarda Digilio, in particolare, egli è stato condannato in primo grado, ma gli sono state concesse le circostanze attenuanti generiche per la collaborazione prestata e, dunque è stata dichiarata in sentenza l’estinzione dei reati contestatigli a seguito di intervenuta prescrizione: Tale sentenza n°15/2001 del 30 giugno 2001 della II corte d’Assise di Milano, non è stata impugnata dal Digilio ed è quindi diventata definitiva, sicché – si può dire – la sua responsabilità è stata accertata. Ma, come si è detto in precedenza, la costatazione che non vi sono altri colpevoli dichiarati tali in un dispositivo di sentenza non costituisce certo una ragione sufficiente perché – argomenta il gip – si possa protrarre all’infinito indagini prive di serio fondamento, specie se nei confronti di persone decedute o già giudicate per la strage in questione. Né una nuova indagine è giuridicamente possibile solo per accertare possibili modalità di esecuzione della strage diverse da quelle finora note, specie se esse si presentino irrilevanti o fantasiose”.

Le indagini hanno anche escluso le presunte piste alternative come quella della seconda bomba, pista alimentata dal libro del giornalista dell’Ansa Paolo Cucchiarelli, e duramente contestata dagli anarchici. Secondo il magistrato ”Gli elementi probatori raccolti nel corso delle indagini preliminari si sono rivelati assolutamente inidonei ad individuare soggetti in ipotesi corresponsabili della strage di Piazza Fontana, a sostenere l’accusa in giudizio ed a consentire di addivenire, all’esito ad un giudizio di merito, ad una affermazione di responsabilità dell’indagato oltre ogni ragionevole dubbio”.

Come abbiamo scritto e ripetuto spesso in questi anni, la verità giudiziaria sulla strage di Piazza Fontana è ormai irraggiungibile dopo la sentenza della Cassazione del 2005. In quella sentenza si dichiaravano innocenti i neofascisti accusati nell’inchiesta del dott.Salvini perché si ritenevano colpevoli della strage i neofascisti assolti nel primo processo. Ma essendo stati assolti non potevano essere processati due volte per lo stesso reato. Una sentenza perfetta, tombale. Sulla strage di Piazza Fontana, come sulle altre stragi di stato, rimane solo il perseguimento della verità storica e politica e su questo occorre battersi come dannati, perché i tentativi di rimuovere fatti storici e personaggi scomodi nella strategia della guerra di bassa intensità contro la sinistra, viene portato avanti con complicità ampiamente bipartizan.

Guarda il video su "Piazza Fontana. Una strage lunga quaranta anni". Il dibattito sul quaderno edito da Contropiano:

Intervento di Ernesto Rascato

http://www.youtube.com/watch?v=neDrEBwIBAs

Intervento di Sergio Cararo (prima parte)

http://www.youtube.com/watch?v=rt-MU-S5yIs

Intervento di Sergio Cararo (seconda parte)

http://www.youtube.com/watch?v=0QThVN2QlQw

Intervento di Roberto Mander

http://www.youtube.com/watch?v=0fKn5of7pls

Marco Carlaccini legge Pasolini "Il romanzo delle stragi"

http://www.youtube.com/watch?v=veb-IloxyRQ

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24/09/2013

A proposito di Delle Chiaie

Mi sento chiamato in causa sulla questione Delle Chiaie, per cui sono indotto ad una messa a punto. Come è noto, il leader di Avanguardia Nazionale ed il suo gruppo vennero indicati come responsabili della strage di piazza Fontana dal libro “La strage di Stato”. Prima di quell’evento, il gruppo era stato nell’occhio del ciclone per le sue numerose imprese squadristiche, soprattutto a Roma, dove godeva di un occhio di riguardo da parte della Questura. Ricordiamo l’irruzione all’università di Roma durante una lezione di Ferruccio Parri e la partecipazione agli scontri durante i quali morì lo studente socialista Paolo Rossi. Esso fu anche coinvolto nella morte, mai chiarita, di Antonino Aleotti, un ex militante del Pci entrato in An e trovato morto in un’auto zeppa di armi, parcheggiata non lontano dalla Questura.

Ne chiesi a Delle Chiaie nell’intervallo della sua audizione in Commissione Stragi e mi fu risposto che An non c’entrava con la sua morte e che Aleotti era un infiltrato del Pci. La cosa non spiegava molto, ma presi atto dell’informazione.

A seguito di quei fatti, la Procura di Roma aprì un  fascicolo per ricostituzione del Partito Fascista, ma l’inchiesta si fermò perché An decise di sciogliersi. Uno scioglimento sostanzialmente simulato, perché il gruppo dirigente restò saldo come prima, ma in forma coperta.
Nel periodo precedente Piazza Fontana, il gruppo di An ebbe un sussidio di circa 300.000 lire al mese da parte dell’Ufficio Affari Riservati, per il tramite di Mario Tedeschi del “Borghese” (come sappiamo per ammissione degli stessi interessati) e fu coinvolto nell’affaire dei falsi manifesti filo cinesi. Una ventina di anni dopo, Delle Chiaie disse di esservi stato coinvolto da un camerata del Msi, Pino Bonanni, che non gli avrebbe rivelato la commissione da parte dello Uaarr, ma di averlo scoperto dopo e di averne chiesto spiegazioni allo stesso Bonanni.

Dopo la strage di piazza Fontana (che, curiosamente, portò alla “rifondazione” del gruppo, o meglio alla sua uscita dalla clandestinità) An venne accusata anche per le stragi di Gioia Tauro, Brescia e Bologna. Per Piazza Fontana, Delle Chiaie venne rinviato a giudizio con Massimiliano Fachini, ma entrambi vennero poi assolti con formula piena ed il Pm non propose neppure ricorso per Cassazione.

Nelle inchieste successive (Casson, Salvini, Grassi-Mancuso, Piantoni-De Martino) si è a lungo scavato su An, ma, mentre è emerso molto a carico di Ordine Nuovo (di cui alcuni esponenti, a cominciare da Rauti, furono rinviati a giudizio, anche se poi assolti), su Avanguardia Nazionale ed il suo capo non è emerso nulla a carico. Ripeto che si indagò molto in questa direzione.

Dunque, almeno sul punto delle stragi di piazza Fontana, Brescia e Bologna possiamo concludere che An fu estranea. Vero è che anche gli imputati di Ordine Nuovo sono stati assolti ma, nonostante tali sentenze (peraltro sempre con forme dubitative), non mi sentirei di fare la stessa affermazione di estraneità per loro.

Veniamo al punto del rapporto con i servizi. C’è una regola abbastanza confermata, per cui On porta sempre ai Carabinieri ed al servizio militare, mentre An porta sempre alla polizia ed allo Uaarr. Ma con ruoli e modalità differenti.

Rauti ed i suoi, come dimostrano le vicende dell’Istituto Pollio, del convegno di Parco dei Principi, dell’opuscolo “Le mani rosse sulle Forze Armate”, dei Nuclei di Difesa dello Stato ecc. (tanto per fare qualche  esempio), furono organici agli apparati repressivi dello Stato con i quali ebbero continua e fattiva collaborazione, oltre che cospicui finanziamenti. In particolare, ci sono molti elementi che dimostrano un filo diretto con il Noto Servizio.

Per An il discorso fu assai più discontinuo, i finanziamenti (come abbiamo visto) ben più modesti e non ci sono che scarsi elementi di rapporto con il Noto Servizio (essenzialmente i rapporti di alcuni militanti di An lombarda con Fumagalli). Soprattutto An non fu mai organica agli apparati di polizia.

Per fare una metafora: se On fu parte integrante della flotta regolare dello Stato, An fu una nave irregolare che, per qualche tempo, ebbe la patente per la “guerra da corsa”. Ed, a partire dai primi anni settanta  i “corsari” di An vennero rapidamente scaricati dallo Uaarr e per circa un quindicennio ci fu un costante tentativo di scaricare su An la responsabilità delle stragi, tenendo al riparo On.

Vice versa, i rapporti di An con i servizi segreti furono molto meno disorganici nel caso dei servizi spagnoli, di quelli cileni e, più di tutti, di quelli boliviani. Ma questo è un altro paio di maniche di cui, eventualmente possiamo parlare.

Tanto per precisare quello che penso di Delle Chiaie ed Avanguardia Nazionale.

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