Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/07/2019

Luglio 1970: la Rivolta di Reggio Calabria. I problemi del conflitto metropolitano


Nel luglio del 1970 presero il via quelli che la storia recente del nostro paese narra come “I moti di Reggio Calabria”.

Il fattore scatenante di quel grande sommovimento sociale che – ricordiamolo – provocò 6 morti (ufficiali), centinaia di feriti e migliaia di inquisiti fu il trasferimento del capoluogo della regione Calabria da Reggio a Catanzaro. Nei mesi della rivolta esercito, polizia e carabinieri non si fecero scrupolo a usare, ripetutamente, le armi da fuoco e i carri armati nella repressione che misero in atto in piena continuità con gli anni di Scelba, della repressione antioperaia di quel periodo e dei morti provocati in altri contesti di crisi sociale al Nord come al Sud del paese.

È utile ricordare che non esisteva precedentemente un formale capoluogo di regione, considerato che l’istituzione delle Regioni andò in vigore nel 1970. Questa decisione, però, fu vissuta dai reggini come un ulteriore schiaffo ad una città ed un territorio che erano stati, storicamente, martirizzati dalle politiche economiche, almeno dal 1860.

I limiti derivanti della Riforma Agraria che in Calabria, prima e soprattutto dopo il fascismo, era stata fortemente voluta da un ampio movimento di lotta contro il latifondo che vigeva in quelle terre guidato dai comunisti con alla testa figure come quelle di Fausto Gullo; la mancata industrializzazione del Sud con buona pace di tutte le chiacchiere e la demagogia della Cassa per il Mezzogiorno, e la grande frustrazione sociale che seguì all’annuncio della decisione del Governo che “scippò” Reggio, furono le ragioni sociali da cui prese il via quella che possiamo definire come la più grossa “rivolta urbana” italiana.

I Moti di Reggio – che ebbero il loro epicentro nel quartiere popolare di Statte – sono passati alla storia come una vicenda egemonizzata dai fascisti e da piccoli imprenditori locali. Uno dei leader dell’allora Movimento Sociale Italiano, Ciccio Franco, divenne famoso in tutta Italia e fu un deputato noto per il suo essere stato il megafono di quella rivolta, il capo dei “Boia chi Molla”.

Certo i fascisti ebbero un ruolo ed una funzione agente importante in quel contesto, ma sarebbe ora – in sede storica – di interrogarsi criticamente (con uno sguardo rivolto all’oggi) sui limiti di comprensione che l’allora Partito Comunista Italiano, e di conseguenza la CGIL, mostrarono nell’interpretare quel malessere e quella vera e propria materia sociale incandescente che si ritrovò, improvvisamente, con i fascisti alla propria guida.

Il PCI, la CGIL, il PSI e tutto il resto della sinistra parlamentare furono colti totalmente impreparati politicamente dall’esplosione sociale e non trovarono di meglio che, in nome di astratti concetti di richiamo alla cosiddetta legalità dello Stato, prendere le distanze dalle prime proteste finendo per diventare, di fatto, le controparti politiche e fisiche delle proteste.

Bastarono, quindi, pochi giorni ai fascisti per mettersi alla testa di queste masse deluse ed arrabbiate (ricordiamo che solo un anno prima analoghi moti, con motivazioni scatenanti simili, erano avvenuti a Battipaglia e ad Avola), indirizzando la protesta contro Roma e la sinistra, accusati di aver tradito le popolazioni del Sud.

Naturalmente la reazione dello Stato non fu dialogante ma, fin dalle prime manifestazioni di piazza, la polizia represse duramente ogni tipo di mobilitazione, dando all’azione dei fascisti ulteriore legittimità ed internità sociale.

Che poi il primo morto ammazzato dalla polizia fosse un sindacalista della CGIL, Bruno Labate, dimostra come la partecipazione agli scioperi, ai blocchi e a tutte le altre forme di lotte che si susseguirono era trasversale a tutte le forze politiche e ai ceti sociali.

Lo stesso Ciccio Franco, in una intervista dalla latitanza rilasciata ad Oriana Fallaci (1971), dichiarò: “Specie nei quartieri popolari v’erano tanti ragazzi che ritenevano che Reggio potesse esser difesa dai partiti della sinistra o di centro-sinistra. E, dopo la posizione assunta dai partiti di sinistra e di centro-sinistra contro Reggio, questi ragazzi hanno ritenuto di dover rivedere la loro posizione anche politicamente. Molti, oggi, fanno i fascisti semplicemente perché ritengono che la battaglia di Reggio sia interpretata in modo fedele solo dai fascisti.”

Per la verità storica, e per rispetto ad una tradizione politica che si pose il compito teorico e pratico di scandagliare la nuova “Questione Meridionale”, dobbiamo ricordare che l’allora nascente organizzazione Lotta Continua non si accodò alla vulgata in auge a proposito della “rivolta fascista” e, correttamente, inviò dal resto d’Italia numerosi militanti a Reggio Calabria per seguire da vicino tale dinamica sociale e per sollecitare/impulsare un indirizzo “rivoluzionario”.

Certo, leggendo ora la pubblicistica di Lotta Continua di quei mesi, salta agli occhi una modalità estremamente enfatica di leggere gli avvenimenti, oppure una interpretazione troppo meccanicistica la quale individuava nel nesso “protesta violenta popolare/lotta antisistema ed anticapitalistica” un fattore già acquisito e metabolizzato da parte dei ceti popolari. Ma, tale attenzione controcorrente, sperimentata da questi compagni, resta un merito di cui va dato atto a questa esperienza la quale si mosse contro l’allora (forte) senso comune della Sinistra.

Sicuramente, come è stato agli albori della sinistra rivoluzionaria di quel periodo, il soggettivismo immediatista era predominante, ma nell’atteggiamento dei compagni di Lotta Continua era possibile cogliere l’intuizione e l’attitudine militante a riferirsi costantemente alla “classe” e all’intero corollario di questioni che attengono alla sua caratteristica/configurazione/composizione economica, sociale e territoriale.

Una riflessione teorica ed un assunto metodologico il quale andrebbe oggi valorizzato e collocato all’altezza delle odierni contraddizioni per riferirci, sempre meglio e con meno approssimazione, ad una congiuntura politica caratterizzata dal predominio dei fattori di frantumazione sociale e di cancellazione di ogni residuo di “coscienza di classe” prodotta dal vecchio ciclo di lotte e conquiste.

Solo successivamente la “sinistra” di quegli anni ritenne di “intervenire” (a modo suo) a Reggio Calabria.

Cgil, Cisl e Uil organizzarono una grande manifestazione in città, con delegazioni di massa da ogni parte d’Italia le quali raggiunsero Reggio scansando le bombe che i fascisti posero sui binari dei treni. Ma l’enorme corteo che sfilò per le strade reggine si svolse in un clima blindato, con una città ostile ai manifestanti che percepiva le delegazioni dei lavoratori come una forzata interferenza esterna verso una sacrosanta protesta. Il “proletariato reggino” era solo, fu lasciato solo e continuò ad essere isolato!

La rivolta andò avanti per mesi, tra inasprimento delle proteste e periodi di “trattative” con il Governo, e dopo qualche tempo si raggiunse una sorta di “accordo” alla cui base erano stabiliti alcuni trasferimenti di funzioni amministrative a Reggio, la promessa di costruzione di fabbriche e l’insediamento di “poli di sviluppo” accompagnati dalla solita “infornata di assunzioni clientelari”, di cui i vecchi democristiani meridionali erano autentici strateghi per le loro abituali tecniche di governance.

Ricordare la Rivolta di Reggio Calabria serve non solo per ricostruire una memoria collettiva delle lotte dei subalterni, contrastando revisionismi ed opacizzazioni storiche ma, a parere di chi scrive, questo esercizio è oggi utile per testare continuamente il ruolo e l’azione della soggettività comunista – ieri come oggi – nell’affrontare questioni e scenari complessi e contraddittori.

In quel contesto l’allora sinistra politica e sociale furono travolti dagli avvenimenti ed incapaci di svolgere una analisi concreta della situazione concreta, offrendo concretamente spazio e linfa vitale ai fascisti ed alle forze reazionarie incapaci, strutturalmente, di produrre un avanzamento politico di quelle istanze sociali.

Tornare, quindi, su questi aspetti della storiografia di classe, dove si intrecciano scenari complicati e forme della politica inedite, costituisce un fattore di autoformazione collettiva per attrezzare una generazione di militanti consapevole che la lotta di classe – particolarmente nei paesi imperialisti – non si nutre di facili dogmi o di collaudate abitudini che possono, automaticamente, riprodursi in eterno e, magari, risolverci i “problemi della lotta di classe”.

Il tema della Rottura ha bisogno di analisi critica, di inchiesta sociale e di ricerca del filo rosso della ricomposizione della classe in contesti e campi di battaglia sempre più spuri e complessi.

Reggio Calabria ieri e le periferie delle nostrane metropoli sono foriere di questi rompicapi e sono il portato di una sfida contemporanea.

Questa è – ci piaccia o meno – la cruna dell’ago che ci tocca attraversare!

Fonte

08/05/2017

Alle radici del nostro presente

Questa Storia di Lotta continua è uno dei ragionamenti più importanti che è possibile leggere sugli anni Settanta, ancora oggi. E’ una storia quasi in presa diretta, scritta nel 1978, pubblicata nel 1979, e nonostante ciò in grado di esplorare in profondità gli anni Settanta come davvero poche altre opere sull’argomento. Il tentativo di sciogliere il nodo gordiano degli anni Settanta, come ripetuto varie volte, non produrrà risultati significativi fuori dalla lotta di classe. Detto altrimenti, sarà solamente un nuovo e duraturo ciclo di lotte politiche che saprà darsi da sé gli strumenti culturali e politici per razionalizzare l’esperienza del decennio ’68-’77, assumendo e, al contempo, liberandosi da quel vincolo. Eppure questo dato di fatto non ci assolve dall’onere della ricerca della comprensione di quel decennio. Non per mero interesse storiografico, quanto per necessità politica. In questa ricerca, favorita in tal senso dal quarantennale del Settantasette, non per caso ci siamo imbattuti in due storie di Lotta continua. Perché, nonostante le differenze che idealmente ci distanziano da quella storia, Lotta continua fu il soggetto che più consapevolmente produsse riflessioni su se stesso e sul contesto socio-politico di quegli anni, il movimento-partito in cui più apertamente trovarono sede confronti tra posizioni politiche diversificate; in altre parole, Lotta continua fu il soggetto di movimento degli anni Settanta più assimilabile a un partito, inteso nel senso migliore, e al tempo stesso maggiormente attraversato dalle istanze di movimento. E questa strutturazione si riverbera ancora oggi, lasciando dietro di sé una mole di materiali, di riflessioni, di documenti, talmente preziosi da farne una delle fonti privilegiate nella comprensione di quegli anni.

In aggiunta a queste valutazioni, c’è anche il dato particolare del suo autore, Luigi Bobbio. Che non è stato solo un militante e dirigente di Lc, ma un noto intellettuale, nonché figlio dell’ancora più noto Norberto. La profondità della lettura che Bobbio dà della storia di Lc, la sua capacità di legare questa storia, all’epoca ancora calda e coinvolgente, ai tempi lunghi della storia, sapendo contestualizzare in medias res gli avvenimenti di cui era appena stato testimone e protagonista, fanno di questa storia non solo un’opera decisiva sugli anni Settanta, ma un’opera importante di storia, senza ulteriori specificazioni. Bobbio riesce in un’operazione davvero inusuale: risultare più chiaro, nella metabolizzazione di eventi appena trascorsi, della straripante storiografia e memorialistica sugli anni Settanta prodotta successivamente, a mente fredda e più lucida. E invece la storiografia sugli anni Settanta risente, a nostro parere, di un vizio di forma che ne ha depotenziato la propria utilità: questa è stata uno degli strumenti con cui si è continuato a fare politica. Da parte degli storici o intellettuali avversi, la storia degli anni Settanta è una storia da condannare, e la conseguente storiografia una ricerca volta a dimostrare assunti ideologici pregiudiziali (la violenza insita nel ’68, il terrorismo congenito, lo scontri tra opposti estremismi, eccetera); negli storici o intellettuali vicini alle ragioni del movimento, al contrario, la storia degli anni Settanta è servita per legittimare successive scelte politiche, di qualsiasi natura queste fossero. Sugli anni Settanta è stata fatta il più delle volte una storia “a tesi”. Per un motivo o per un altro, una storia di quel decennio sufficientemente slegata da ragioni politiche immediate si è data rare volte. La storia di Luigi Bobbio è una di queste.

I temi che Bobbio solleva nella sua ricerca sono tutt’ora attuali. Questo il valore inestimabile, almeno per un movimento che vuole ripartire dagli errori pregressi, che può avere oggi rileggere un’opera simile. Gli spunti presenti sono talmente tanti da risultare impossibile una panoramica adeguata e sufficientemente chiara. Procederemo perciò evidenziando quei problemi che, secondo noi, sono ancora decisivi nel dibattito della sinistra antagonista.

Superata la fase “estremistica” del biennio ’69-’70, segnata dalla costante mobilitazione di classe nelle fabbriche e nelle università, Lotta continua è costretta a “scoprire la politica”. Nonostante la definizione di “lungo Sessantotto” per definire gli anni Settanta, già nel ’71 il ripiegamento dell’offensiva di classe è evidente ai gruppi organizzati, che non a caso, dopo una prima fase totalmente sovrapposta alle urgenze movimentiste, procedono a una stretta organizzativa capace di reggere al riflusso. Fa specie leggere oggi la parola riflusso o ritirata nel cuore degli anni Settanta, ma Bobbio utilizza termini inequivocabili. Ai gruppi non basta più “agire da partito”: la stretta organizzativa è un momento inaggirabile per salvaguardare la forza accumulata e, al contempo, procedere al radicamento sociale nella fase di flessione della mobilitazione. Ma c’è un fatto politico particolare e determinante a sconvolgere le strategie del movimento e dei suoi gruppi, e in specie Lotta continua: la linea di Lotta continua, e per estensione di tutta la sinistra rivoluzionaria, è «interamente ritagliata sulle situazioni di punta», come le definisce Bobbio. Detto altrimenti, i gruppi plasmano la propria analisi sociale, e le conseguenti strategie politiche, unicamente sui settori avanzati della lotta di classe interni al movimento operaio. Non c’è alcuna analisi, se non superficiale, del resto della classe operaia e del proletariato slegata dai momenti di lotta radicale dentro cui queste stesse analisi, empiricamente, prendono forma. Se questo problema è di fatto aggirato nel fuoco dell’offensiva operaia del ’69-’70, nel momento del riflusso diviene un fattore determinante. Sempre secondo Bobbio, «ben presto si arriva ad assolutizzare i “momenti alti” della lotta senza più interrogarsi sulla loro effettiva generalizzabilità […] La linea politica diviene così l’estrapolazione dei “grandi momenti di rottura”, spesso colti in modo episodico e senza una particolare attenzione per il loro risultato». Questo dato di fatto costringe non solo i gruppi a scoprire “la tattica”, attraverso cui sopravvivere nel periodo di momentanea pacificazione, ma li obbliga a rivedere – almeno per quelli più onesti – la mole di teorie prodotte nella fase calda ma incapaci di leggere la situazione complessiva nella fase “normale” delle relazioni produttive e politiche. Ed è in questo tornante che Lc elabora una serie di riflessioni sulla “maggioranza del proletariato”, mirabilmente riportate da Bobbio stesso:
«Nella società italiana di quegli anni emerge effettivamente una domanda rivoluzionaria. Essa è sufficientemente forte per porre (almeno soggettivamente) il problema di un ribaltamento generale dei rapporti sociali e per fondarlo su valori nuovi rispetto a quelli del movimento operaio, ma non lo è abbastanza (prima di tutto in termini strutturali) per esercitare un ruolo egemonico sul complesso delle classi subalterne. Tutta la sinistra rivoluzionaria nasce in Italia sotto il segno di questa ambiguità, nel senso che è portata continuamente ad oscillare tra la tentazione realistica verso una sintesi impossibile e la scelta di stare, unilateralmente, dalla parte di ciò che si muove, scontando limiti di parzialità, ma riuscendo a realizzare un radicamento effettivo nei momenti o nelle situazioni di maggiore rottura. Lotta continua, almeno nella sua fase “estremista”, non è in grado di affrontare la mediazione tra questi due poli della contraddizione; essa non raccoglie soltanto le spinte radicali del movimento, ma finisce per identificarsi con esse; ciò le permette di afferrare continuamente suggerimenti nuovi e ricchi di stimoli, ma senza un’adeguata consapevolezza del loro carattere parziale e unilaterale e con la tendenza a proiettarli, in forma assoluta e lineare, in un progetto politico che, a questo punto, diventa sì improbabile e utopistico. […] La discussione che avviene in Lotta continua sulle “situazioni arretrate” si risolve in generale nella colpevolizzazione dei compagni che non sono capaci di suscitare il movimento o di tener conto delle specificità locali oppure in una rassegnata attesa di futuri sviluppi. […] L’ottimismo rivoluzionario diventa un dovere» [corsivi nostri].
In questo ampio stralcio vengono riportate delle contraddizioni che ancora oggi avviluppano molte delle tendenze movimentiste. Anzitutto, l’analisi sociale è ricavata non dalla complessità delle relazioni produttive, ma dai momenti di maggiore conflittualità che parzialità operaie o studentesche riescono a mettere in campo nella lotta contro il padronato, aziendale o universitario o d’altro tipo. Queste parzialità furono importanti e, in qualche modo, decisive. Ma l’errore teorico che si produsse fu quello di generalizzare un’analisi che trovava fondamento in situazioni particolari e non nella complessità sociale. Di conseguenza, l’enorme maggioranza di quel proletariato che rimase, fino alla fine dei suoi giorni, legata al comunismo “ufficiale” (Pci e Cgil), venne di fatto oscurata in nome della disponibilità conflittuale di pezzi importanti ma decisamente minoritari del proletariato stesso. Per alcuni, quel proletariato avrebbe seguito le sue avanguardie più consapevoli; per altri, avrebbe smesso di essere considerato “interessante” ai fini della propria azione politica. Ma questo problema, che è il problema di ogni movimento rivoluzionario, rimase all’ordine del giorno, scavando nelle contraddizioni della sinistra di classe degli anni Settanta e fino ai nostri giorni. Già nel 1972 il vuoto analitico impone a Lc una svolta teorica traumatica: «esisteva un’enorme differenza tra la nuova classe operaia e l’intera classe operaia; […] se le tendenze di fondo erano state correttamente individuate, abbiamo poi sbagliato nel senso di forzarne i tempi e di schematizzarne troppo lo sviluppo. Si mette sotto accusa l’illusione di una classe operaia vergine e si insiste sulla necessità di fare i conti con la storia del movimento operaio» [corsivi nostri].

La “storia del movimento operaio” è esattamente lo scoglio con cui deve confrontarsi il movimento rivoluzionario nel cuore degli anni Settanta. Dopo una breve ed esaltante stagione in cui sembrava possibile aggirare il problema, questo si ripropone prepotentemente. Il movimento operaio non è vergine, ha invece una sua lunghissima storia attraverso cui si è venuto sedimentando un patrimonio di lotte, di conquiste, d’organizzazione, di valori e di comportamenti, e questo patrimonio è gestito unilateralmente dal Pci nelle sue varie articolazioni. La contesa di questo patrimonio avrebbe dovuto costituire il dilemma al quale piegare le esigenze tattiche del movimento. Lotta continua si trovò così di fronte al bivio determinato proprio da questa contraddizione:
«O imboccare questo nuovo percorso con un’evidente forzatura rispetto a tutto il proprio patrimonio passato, ma tentando così di porsi come elemento di raccordo tra i settori di punta della classe operaia e la maggioranza della classe operaia stessa; oppure proseguire nell’esaltazione estremistica dei comportamenti radicali (che pure continuano ad esistere) rischiando però di rimanere espressione di settori minoritari del proletariato e quindi confinarsi a un ruolo marginale e in fondo subalterno. Questa seconda strada viene imboccata da una serie di gruppi di cui proprio in questo periodo sorge “l’area dell’autonomia”. Lotta continua, invece, punta sulla prima, anche se non senza contraddizioni e ripensamenti».
Il problema però è di difficile soluzione, perché è un problema reale e non frutto esclusivo di lambiccamenti teorici di qualche improvvisato intellettuale. In Italia cioè, al contrario del resto del continente, è avvenuto un fatto peculiare, un fatto che spiega la straordinarietà della vicenda degli anni Settanta. Nel nostro paese «c’è stata un’effettiva saldatura tra la nuova classe operaia dell’emigrazione, con tutte le caratteristiche e i contenuti di liberazione di cui era portatrice e la classe operaia tradizionale. E’, insomma, saltato in Italia quel meccanismo di divisione del mercato del lavoro (un settore qualificato affidato alla forza lavoro “nazionale” e uno dequalificato coperto con l’immigrazione dagli enormi serbatoi di manodopera del sud Europa) che aveva costituito il fattore essenziale dello sviluppo capitalistico post-bellico dell’Europa industrializzata. Si tratta allora di raccogliere questa indicazione: Lotta continua non può più limitarsi ad avere come proprio punto di riferimento la nuova classe operaia dell’emigrazione che è stata la protagonista del ’69, ma deve prendere atto di questo processo di saldatura, attuando un nuovo rapporto anche con le espressioni organizzate della “vecchia” classe operaia» [corsivi nostri].

In altre parole, in Italia è avvenuto un fatto sociale imprevisto e che ha fatto saltare il patto produttivo tra forze del capitale e del lavoro, tradotto politicamente nell’accordo consociativo e pacificante tra Dc e Pci. Il riformismo comunista si trovò nella difficile situazione di reggere una classe operaia che aveva tra le sue fila importanti settori, sebbene minoritari, disponibili a far saltare quell’accordo. Mettendo così in crisi il patto implicito stesso, aprendo di conseguenza la stagione del patto vero e proprio: il compromesso storico. L’esplicito processo convergente tra Dc e Pci ebbe come scopo ultimo proprio la gestione delle forze materiali su cui si poggiava la produzione nazionale. Ma il Pci non era soltanto gestione riformistica delle relazioni industriali e politiche del paese. Era anche il contenitore dove le classi subalterne del paese trovavano la propria voce e affidavano le proprie possibilità di riscatto. Questa contraddizione viene colta da Lc, che infatti dal 1972 promuove una rapporto sempre più dialettico col comunismo ufficiale, arrivando nel 1975 a dare indicazione di voto proprio per il Pci. Alla base della conversione c’è il ragionamento di cui sopra. Come disse Adriano Sofri nel 1975, «noi non siamo né vogliamo essere il partito di alcuni strati del proletariato, di alcune forme di lotta, bensì il partito della classe operaia e del proletariato, il partito che fa i conti con le condizioni complessive del processo rivoluzionario, con la vittoria della rivoluzione». E’ un capovolgimento drastico ma, in qualche modo, meccanico delle basi ideologiche che avevano portato alla nascita di Lotta continua, ma è un capovolgimento necessario alla propria sopravvivenza nelle correnti vive e maggioritarie del proletariato nazionale.

Ma il “fronte unico dal basso” che caratterizzerà la tattica di Lotta continua, convergente con quella di Avanguardia operaia e del Pdup-Manifesto, sconta non solo lo schematismo evidente con il quale si cerca di aggirare il problema della relazione con la classe operaia nel suo complesso, ma anche i tempi politici del quadro nazionale. La sponda col Pci viene chiusa dal Pci stesso a partire dal 1973, data in cui prende avvio la traiettoria che si concluderà con i governi “d’unità nazionale” con la Dc del 1976. Il compromesso storico stronca tattica e strategia di una parte importante della sinistra rivoluzionaria italiana degli anni Settanta. Se fino al ’73 la conflittualità della nuova classe operaia segna avanzamenti materiali per tutta la classe operaia grazie al rapporto/scontro tra sinistra rivoluzionaria e comunismo ufficiale, con il compromesso storico in divenire quel rapporto contraddittorio si trancia di netto. I progressi materiali della conflittualità cessano di colpo. Già nel 1976 i rapporti di forza cambiano verso: «[in aprile] vengono chiusi i due più importanti contratti operai, quello dei chimici e quello dei metalmeccanici. Per la prima volta dopo il ’69 gli accordi contrattuali contengono pesanti concessioni al padronato. Lotta continua se ne rende pienamente conto […] ma, per il momento, non è in grado di valutare appieno quanto quella soluzione contrattuale sia ormai il segno di un’inversione dei rapporti tra le classi». Nel 1975, non nel 1980, il cambiamento è già materiale e come tale avvertito dai suoi protagonisti. Alcuni dei quali procedono confondendo la propria base militante col quadro generale dei rapporti di classe.

Il resto, è storia che abbiamo provato a raccontare altrove, anche di recente. La chiusura di ogni sbocco politico porterà a una divaricazione abissale delle esperienze dei gruppi sorti dalle ceneri del ’68: un pezzo di quel movimento rifluirà nel privato, nelle scelte individuali, nella droga, o riconvertendo la propria militanza sulle tematiche civiliste e umanitarie; un altro consistente pezzo sarà protagonista del movimento del Settantasette, che prende fuoco alimentato dalla chiusura di ogni spazio politico, e che fonda il proprio agire sulla contrapposizione frontale e senza compromessi col quadro politico nel suo complesso. Ma il filo rosso di una storia comune e interna a uno stesso movimento operaio è ormai spezzato. Le avanguardie politiche, anche nei momenti di più grande partecipazione militante, procedono divaricando il proprio rapporto con quella maggioranza del proletariato non più contesa ma abbandonata al proprio destino. Le difficoltà attuali riportano ancora a questo problema.

Le riflessioni precedenti sugli anni Settanta: quiqui e qui.

28/04/2017

Torino. La Falchera ricorda Tonino Miccichè

Sabato 29 aprile nel quartiere della Falchera, che dagli anni settanta si contraddistingue a Torino per la sua battaglia per la lotta per la casa, si festeggerà il ricordo di Tonino Miccichè: militante di Lotta Continua, il “sindaco di Falchera”, ucciso a soli 25 anni da una guardia giurata fascista col pretesto dell'occupazione di un garage. Militante attivo, simbolo dell'ondata di occupazioni che travolse la città sabauda in quegli anni, simbolo della lotta per una vita ed una casa degna portata avanti dai tanti migranti del sud, operai Fiat disoccupati decisi a fare fronte alla carenza cronica di case grazie alla lotta, con occupazioni, picchetti e resistenze, una dura lotta vittoriosa che continua ad essere di esempio.

Falchera, una periferia pensata per escludere da Torino, uno dei quartieri simbolo dell'abbandono delle periferie. Un’esclusione che dagli anni ‘70 si trascina ai giorni nostri, dove circa un anno fa i “figli di Miccichè” ritornano ad occupare per necessità le case popolari lasciate in abbandono, resistendo ai tentativi di sgombero da parte delle forze dell’ordine, riportando per le strade e per i palazzi della Falchera la voglia di lottare per riconquistare i propri diritti.

Sabato grazie al comitato Figli di Miccichè, As.i.a.-USB, Lotta Continua, Rete dei Comunisti e Rifondazione Comunista si darà vita ad una giornata di commemorazione per Tonino Miccichè attraverso una mostra fotografica ed un concerto Hip Hop a cui sono invitati a suonare Rikom Carnera e Signor K.

La memoria storica rappresenta un elemento fondamentale per proseguire con forza nella lotta e mantenerla viva nei quartieri che ancora soffrono uno stato di abbandono e che concentrano le contraddizioni di una crisi che sempre più attanaglia le condizioni di vita della popolazione. La memoria di Tonino Miccichè, viva nei ricordi di tanti compagni che vissero quegli intensi anni di lotta, merita di essere ricordata e attualizzata ai nostri giorni. È proprio grazie alle dure battaglie di quegli anni, che molti cittadini oggi abitano di diritto all’interno di alloggi popolari, un bisogno di lottare che oggi più che mai torna attuale per resistere agli sfratti, per lottare per una casa, per lottare per una vita degna.

Ricordare Miccichè e chi come lui ha ritenuto giusto spendere la propria vita per un ideale da nuova forza alle lotte delle periferie che ogni giorno vivono il disagio di una vita senza diritti che dovrebbero essere innegabili, ma che ancora oggi sono difficili da conquistare.

L’appuntamento è lanciato per sabato 29 aprile, alle ore 15:00, in via degli Ulivi 20 sotto la targa commemorativa di Tonino Miccichè.

Miccichè vive nelle lotte!

Fonte

20/03/2017

Gli anni Settanta sono ancora un nostro problema

Dei tanti modi di ricordare l’anniversario del Settantasette, uno dei più “obliqui” è quello di procedere partendo da un libro decisamente minore, giornalistico, e che affronta le vicende di un gruppo della sinistra extraparlamentare di fatto dismesso l’anno prima. Eppure, questa storia di Lotta continua regge allo scorrere del tempo proprio perché fatta senza l’ambizione della rivalsa o della condanna. Cazzullo non ha certo gli strumenti culturali per interpretare gli anni Settanta, ma nella sua vera o apparente ingenuità ricostruisce un mondo, senza decisive pregiudiziali ideologiche, e proprio per questo capace di riflettere l’ansia di quegli anni, di quella generazione di rivoluzionari. Gli anni Settanta, col loro culmine nel ’77, segnano l’ultimo ciclo di lotte di classe rivoluzionarie nel nostro paese. Intendiamo, con questo, che nel tornante tra il ’77 e il ’78 si conclude, per la sinistra rivoluzionaria italiana, la questione del potere. Qualsiasi opinione si abbia delle scelte politiche della sinistra rivoluzionaria di quegli anni, rimangono l’esperienza a noi più vicina dalla quale provare a ripartire. Ecco perché, nonostante la distanza temporale e politica, il problema suscitato in quel decennio è ancora un nostro problema, e l’enigma che li avvolge ancora tutto da decifrare.

Lotta continua è un gruppo altamente simbolico di quegli anni. E’ l’organizzazione rivoluzionaria più ramificata e radicata, quella maggiormente attraversata da scontri tra posizioni politiche. E’, inoltre, quella che godrà del maggior apporto operaio, presente in fabbriche come la Fiat a Torino, la Om e la Pirelli a Milano, il Petrolchimico di Marghera, e decine di altre. Lc racchiude la confusione, l’impazienza, la generosità e la capacità conflittuale di quel decennio. Nell’affermare questo non vogliamo dire che le posizioni di Lc siano state condivisibili, che la sua organizzazione fosse “la migliore” tra le varie presenti in quegli anni, che oggi “servirebbe” una nuova Lotta continua, e cose del genere. Non è un revival nostalgico quello che proponiamo. Diciamo, più semplicemente e forse più onestamente, che Lc rispecchia un mondo, e raccontarne la sua storia contribuisce alla comprensione di quel decennio, nella sua forza e nelle sue contraddizioni.

L’elemento cardine da cui partire per capire gli anni Settanta è la rottura col Pci. Un’intera generazione si scopre rivoluzionaria ma impossibilitata ad utilizzare quegli strumenti culturali che il movimento operaio fino a quel punto aveva sedimentato nel proprio seno, avendoli in qualche modo “istituzionalizzati”. Si trattava in altri termini di inventarsi un nuovo mondo, al tempo stesso rivoluzionario e alternativo a quello comunista ufficiale, prendendo dove capitava quei riferimenti teorici necessari ad elaborare una linea politica (dai Tupamaros a Fanon, dalle Pantere nere a Adorno, da Foucault a Mao). Bisogna dire che l’alchimia venne raramente raggiunta. Ma nella foga della rivoluzione, probabilmente mai in questione vista con gli occhi di oggi, ma apparentemente possibile per quella generazione di militanti, il movimento trovò tutto sommato un punto di equilibrio dato da una mobilitazione costante e disponibile alla radicalizzazione.

Nel libro emerge questa necessità di rottura, anche in forme francamente atroci. Ricorda ad esempio Peppino Ortoleva: «Non eravamo antiamericani. Avevamo nei confronti degli Usa un atteggiamento quanto meno di curiosità. Non erano il nemico, il vero nemico era L’Urss». Adriano Sofri: «Commosso dal suicidio di Ian Palach, feci quasi da solo un volantino in omaggio al suo gesto». Paolo Brogi: «Andammo ai cancelli con i volantini per Palach». E via continuando, prende forma l’urgenza di riappropriarsi dell’idea di rivoluzione sottraendola alle organizzazioni comuniste ufficiali, e questa innovazione passava dallo scontro frontale col mondo comunista. Questa necessaria rottura trascinò con sé una quota minoritaria ma non marginale di classe operaia. Gli anni Settanta non furono caratterizzati dalla centralità studentesca e dai suoi desideri indotti (narrazioni queste divenute vulgata ex post), ma dal consenso operaio che le opzioni politiche della sinistra rivoluzionaria (tutte, compresa la lotta armata) ebbero fino alla fine del decennio. Questo tentativo di rinnovare un universo politico fatto di teoria, di cultura e di pratiche, si scontrò rapidamente con una tradizione che andava molto al di là delle briglie comuniste ufficiali. La maggioranza della classe operaia, del proletariato, rimase nonostante tutto distante dal magma rivoluzionario. E’ bene dircelo quarant’anni dopo. Nel congresso nazionale di Lc del 1975 si procede alla conta degli iscritti: nonostante la presenza diffusa in 84 province, i militanti sono ottomila. Il gruppo più numeroso e radicato della sinistra rivoluzionaria italiana conta nel cuore degli anni Settanta ottomila persone. Questo fatto è decisivo nell’evoluzione di Lotta continua e della sua crisi, perché costituisce esattamente il nodo, peraltro già allora evidente ai suoi dirigenti, della necessità di trovare un collegamento tra innovazione e tradizione, tra soggettività operaia disponibile alla radicalizzazione (una minoranza, per quanto forte) e una massa operaia comunista ma non rivoluzionaria, esattamente come il proprio referente politico, il Pci.

E’ anche questo dilemma che spingerà Lc all’appoggio tattico del Pci, al “fronte unico dal basso” in grado di ricomporre le divisioni nella classe operaia, che Lc viveva giustamente come *un problema*, premendo sul partito per spostarne l’asse a sinistra, sottraendolo all’abbraccio mortale della Dc. Una scelta liquidata troppo presto come equivoca o velleitaria, che tuttavia in quel frangente assolveva a un bisogno politico: intercettare quella maggioranza del proletariato che, nonostante tutto, rimase organicamente legata al Pci e alla Cgil, ma contro di cui non era possibile pensare alcuna rivoluzione. In altre parole, uno dei nodi insoluti della sinistra rivoluzionaria degli anni Settanta sembra essere proprio questo: aver immaginato una rivoluzione non solo contro il sistema di potere espresso dalla Dc, ma anche contro la maggioranza della classe operaia di allora, contro il comunismo nella sua veste imbolsita dal riformismo ma ancora, agli occhi della classe, comunismo.

La tattica della pressione dal basso sul Pci va in crisi col compromesso storico. Pensato nel ’73, concretizzato nel ’76 con l’ingresso del partito nell’”area di governo”, il Partito comunista salda i suoi interessi con quelli della borghesia e chiude lo spazio politico a qualsiasi ipotesi di instabilità o di alternativa di sistema. Sono gli anni in cui la rottura con l’Urss viene addirittura esplicitata (del ’76 è la famosa intervista in cui Berlinguer si diceva più sicuro sotto l’ombrello Nato piuttosto che nel Patto di Varsavia). Questa chiusura manda in crisi le organizzazioni disponibili alla convergenza col Pci (o almeno con la sua base), ma non solo questo. Il compromesso storico frantuma ogni possibilità di evoluzione del sistema politico italiano. Fino agli ’72-’73, le lotte operaie fuori dal Pci spostano in avanti il quadro dei rapporti di forza per l’intero proletariato. La cinghia di trasmissione, tutto sommato e al netto delle innumerevoli contraddizioni, funziona. Tra la conflittualità operaia e la generalità dei rapporti sociali si mantiene un collegamento, e si mantiene per il carattere ancora aperto del confronto-scontro col comunismo ufficiale. Successivamente, la chiusura del Pci annulla quello spazio, simbolicamente chiuso dalla Legge Reale del 1975 a cui collabora tacitamente anche il Partito comunista. E getta le fondamenta del Settantasette, inteso come prodotto di questa chiusura.

Il Settantasette è il canto del cigno degli anni Settanta e, allo stesso tempo, fa storia a sé. Di fronte alla chiusura del Pci, Lotta continua va in crisi definitiva (e con lei altre organizzazioni, dal Manifesto a Avanguardia Operaia, confluite poi in Democrazia proletaria che non riuscirà mai a superare l’1% alle elezioni, dato indicativo). Altre organizzazioni sapranno dare fiato a questo rifiuto: dall’Autonomia alle Brigate rosse, lo scontro si sposta direttamente su di un piano insurrezionale (o lottarmatista) in grado di rispondere al bisogno di rivoluzione di quella generazione, ma incapaci di una strategia politica disgiunta dal suo aspetto militare. Al Settantasette manca una tradizione (manca cioè Machiavelli, Gramsci, Hegel, il Marx filosofo, autori dal copyright piccista e proprio per questo ignorati). La catastrofe degli anni Ottanta è ancora lì a ricordarci di questo mancato collegamento tra innovazione e tradizione comunista. Con gli anni Settanta scompare in Italia il comunismo, cioè la possibilità di organizzare lotte di classe per il potere che contengano, certamente nelle forme e nei contenuti nuovi che l’attualità impone, un’alternativa politica al capitalismo, e che sappiano attraverso questa instaurare rapporti con la maggioranza del proletariato italiano. Chi l’ha saputo fare (come il movimento che portò a Genova), l’ha fatto a scapito del comunismo stesso, riducendosi ad un riformismo radicale a-comunista e vertenziale. Chi invece è rimasto comunista, non ha saputo più intrecciare la propria esperienza politica con quella della maggioranza (e quindi del consenso) del proletariato nazionale, riducendosi allo stato di minorità esistenziale dal quale non sa come uscirne (sia nelle sue versioni conflittualiste che in quelle micro-partitiche). E’ un problema che affonda le sue radici negli anni Settanta, ancora oggi un enigma avvolto nel mistero per la sinistra di classe.

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23/10/2015

Per farla finita con il carcere

di Sandro Moiso
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Liberare tutti i dannati della terra, prima edizione Lotta Continua 1972, ristampa 2015 reperibile presso le librerie di movimento, pp. 256, € 5,00

C’è stata una stagione fortunata in cui, parafrasando un romanzo americano di qualche anno fa, “ogni cosa era illuminata”.1 La coscienza di classe formatasi direttamente nell’esperienza delle lotte rendeva tutto più chiaro e non vi potevano essere fraintendimenti. Oggi, a quarant’anni di distanza, ricordarlo non è un’operazione di carattere nostalgico, ma un dovere. Un dovere militante, per ricordare alle generazioni più giovani che il diritto al sogno è strettamente intrecciato con le lotte che intendono abolire l’orrendo stato presente delle cose.

Questo libro, ristampato nel formato originale e con l’aggiunta di pochissime e brevi note introduttive da un gruppo di compagni che ancora si occupano di questioni carcerarie, è un frutto importante di quegli anni. Non per la sigla politica che allora lo accompagnò, ma perché costituiva il frutto di un lavoro diretto e politico sul carcere e nel carcere. Una raccolta di testimonianze dirette dall’interno dell’istituzione concentrazionaria per eccellenza. Come affermano i curatori: “non «un’inchiesta sul carcere» ma un rendiconto di un lavoro politico iniziatosi in modo sistematico nella primavera del ‘71”.

Nelle carceri italiane, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, si erano andati incontrando i figli del proletariato e del sottoproletariato con i giovani studenti politicizzati che la repressione statale aveva accomunato. Molti dei secondi appartenevano alle file di Lotta Continua e, sotto un altro punto di vista, non importa se molti di loro, da lì a qualche anno, avrebbero radicalmente modificato la propria traiettoria politica. In quelle carceri erano però entrati nel frattempo lo spirito di rivolta e gli scioperi (inimmaginabili prima) che agitavano già le piazze, le fabbriche e le scuole.

Quell’esperienza contribuì a dar vita ad una Commissione carceri che, soprattutto a Napoli, avrebbe visto intersecarsi l’azione politica sul territorio e nei quartieri con quella sulle problematiche inerenti alla carcerazione e alle condizioni di vita dei detenuti. Spesso i soggetti coinvolti (proletari disoccupati, contrabbandieri di piccolo cabotaggio, sottoproletari che si mantenevano con i mille artifici che andavano dal mercato nero alla spaccata) transitavano con facilità da una condizione di libertà relativa a quella di detenuti.

In particolare, a partire dall’esperienza della mensa per i bambini proletari di Forcella, lì si sarebbe formato un nucleo di militanti che avrebbero poi dato vita, quando la leadership di Lotta Continua temendo di bruciarsi troppo le dita con gli zolfanelli della lotta di classe iniziò ad abbandonare le posizioni più intransigenti, alla prima esperienza di formazione armata destinata ad unire militanti provenienti dalla sinistra extraparlamentare con militanti di origine sottoproletaria formatisi nell’esperienza carceraria: i NAP, Nuclei Armati Proletari.2

Questa è una storia che, naturalmente, esula dalla recensione del testo in questione ma che, allo stesso tempo, sottolinea come produzione culturale, azione politica militante e riflessione teorica fossero all’epoca strettamente intrecciate e, spesso, a partire dal basso. Cosicché Marx non fu più soltanto un’icona da esporre sui tavolini da notte degli “intellettuali di sinistra” o da sbandierare per giustificare la propria estremistica inanità politica, ma un teorico attivo e vivente le cui parole, a più di un secolo di distanza animavano ancora le scelte di chi aveva provato sulla propria pelle la qualità dell’ordine e della legge borghese. Marx tornava così ad essere un’arma proprio nelle mani degli ultimi tra i reietti: i proletari detenuti.

Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un prete prediche, un professore manuali. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest’ultima branca di produzione e l’insieme di questa società, ci si ravvede di tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale e con ciò produce anche il professore che tiene lezioni sul diritto criminale e inoltre l’inevitabile manuale in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto «merce» sul mercato generale. Con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale […] Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati ecc. e tutte queste differenti branche di attività che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano bisogni nuovi e nuovi modi di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche, e ha impiegato, nella produzione dei suoi strumenti, una massa di onesti artefici. Il delinquente produce un’impressione, sia morale, sia tragica, a seconda dei casi e rende così un «servizio» al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto criminale, ma anche arte, bella letteratura, romanzi e persino tragedie […] Egli sprona così le forze produttive”. (Karl Marx, Teorie del plusvalore, cit . a pag 5)

Un Marx sarcastico, impietoso, anti-romantico e provocatorio che sembra anticipare la critica situazionista del reale. Un Marx che rileva come crimine e capitale siano indissolubilmente intrecciati. Un Marx che, poche righe più sotto (non citate nel testo) avrebbe aggiunto: ”E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale?” Tema che viene ripreso nel testo, decisamente orientato a sostenere come la delinquenza sia una componente essenziale del capitalismo. “Più un paese capitalistico è sviluppato (e per paesi capitalistici intendiamo anche paesi come l’Unione Sovietica o la Polonia, perché lì c’è lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo come da noi), più la criminalità aumenta e le galere si riempiono. Infatti, negli Stati Uniti, la «criminalità» almeno a giudicare da quanto sono piene le prigioni, è la più alta del mondo. Perché la «criminalità», quella per cui si finisce in galera, è il frutto della miseria, dello sfruttamento, dell’oppressione e cioè del capitalismo” (pag. 9)

La criminalità per cui si finisce in galera” sì, perché il libro, che si definisce come “un libro scritto dal proletariato”, non dimentica di sottolineare come i crimini del capitalismo, degli imprenditori, dei faccendieri, dei politici corrotti e dei servi dello Stato non siano mai puniti. Tanto meno con il carcere. Ma “i padroni si servono della delinquenza: additando al disprezzo delle masse, servendosi dei loro giornali, i poveracci, i manovali del furto, quegli sbandati che con la loro dottrina hanno instradato al crimine. Si rifanno così una verginità e abituano la gente a pensare che le uniche rapine, furti, omicidi sono quelli fatti da questi disperati «pistola in pugno» e no quelli che ogni giorno commettono con lo sfruttamento. Preparano l’opinione pubblica alla polizia che spara e uccide, condannando a morte senza processo, dietro il comodo paravento della «difesa della tranquillità dei cittadini»” (pag. 9)

L’attualità del testo è impressionante, soprattutto in un’Europa in cui le politiche securitarie e il giustizialismo populista sembrano essere le caratteristiche comuni sia dei governi che dei cosiddetti movimenti politici d’opposizione, dai 5 Stelle alla Lega. Così come sono ancora d’attualità i testi scritti nel e dal carcere da decine di militanti (tra i quali vanno segnalati Sante Notarnicola, Adriano Rovoletto, Piero Cavallero e Martino Zichitella) che ne sottolineano la brutalità, le torture, il disprezzo dei diritti più elementari che avvengono tra le sue mura, anche là dove sono presenti direttori che si ritengono “illuminati”. Richiedendone così, più che una riforma sempre a sua volta rivedibile come ben dimostrano l’istituzione del carcere speciale e l’introduzione del 41 bis, l’abolizione definitiva insieme alla società che l’ha prodotto.3

Rendendo così possibile cogliere come il carcere possa costituire non solo un importante laboratorio per lo sviluppo di sempre più distruttivi metodi repressivi, ma anche uno straordinario e «privilegiato» osservatorio, una sorta di mondo rimesso sui piedi, da cui osservare la realtà ultima ed intima dei rapporti di classe. Proprio per questi motivi, in un paese in cui le forze del dis/ordine possono impunemente uccidere, sparare, torturare e picchiare e i suicidi tra i detenuti sono stati 32 dall’inizio dell’anno a fine agosto, la riproposizione di un testo come questo, senza bisogno di alcun aggiornamento, può avere ancora un effetto estremamente dirompente.

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14/01/2014

I “Travagli Spezzati”

Non è bastata l’operazione mediatica e revisionista del famoso film di Marco Tullio Giordana “Romanzo di una strage”, tratto dal libro “inchiesta” del giornalista Paolo Cucchiarelli dove ripropose la vecchia teoria, già ampiamente scartata e archiviata nuovamente tempo fa, sulla doppia bomba (una degli anarchici, l’altra dei fascisti) che provocò la Strage di Piazza Fontana. Ipotesi che ha messo nuovamente in cattiva luce sia Pinelli che Valpreda. Anarchici che la pagarono cara all’epoca per essere stati i primi sospettati della strage: Pinelli la pagò cara con la vita, Valpreda con tre anni di carcere “preventivo”.

A distanza di poco tempo la Rai mette in onda la fiction su Calabresi, primo film della trilogia “Gli Anni Spezzati” dove viene fatta una pessima ricostruzione storica di quegli anni, stravolgendo i personaggi come il protagonista stesso e inventando dialoghi di sana pianta. E , come se non bastasse, dedicando pochi attimi alla “caduta” di Pinelli, dando così l’impressione che la sua fu solamente una terribile fatalità. Non importa sapere che l’anarchico ferroviere, durante quella maledetta notte tra il 15 e il 16 dicembre, subiva l’ennesimo interrogatorio al limite della tortura. Non importa sapere che si trovava in quella maledetta stanza assieme al commissario Calabresi, i brigadieri Panessa, Mainardi, Mucilli, Carcuta e anche un ufficiale dei Carabinieri, il tenente Sabino Lograno. Non importa sapere che quando “accidentalmente” Pinelli morì, la moglie Licia non fu nemmeno avvertita dalla questura e lo venne a sapere tramite i giornalisti. E non importa sapere che allora chiamò Calabresi direttamente in questura, il quale le rispose: ”Signora, abbiamo molto da fare”!

Per fortuna, tranne i giornali di destra, c’è stata una grande polemica contro questa fiction. Ma, puntuale come l’orologio, il vicedirettore del Fatto Quotidiano, pieno di livore e “travagli” interiori, scrive un editoriale disgustoso e velenoso intitolato “Il suicidio Calabresi”. Ancora una volta approfitta per attaccare l’ex movimento di Lotta Continua, suo chiodo fisso, e finalmente si lascia apertamente scappare la sua vera natura di una persona che odia i valori di sinistra. Scrive: “Ma, a leggere la stampa di sinistra di questi giorni, pare che un panorama tutto rose e fiori sia stato improvvisamente e improvvidamente guastato da una fiction brutta e abboracciata, piena di errori storici e scene menzognere...”

Finalmente Travaglio lo ha ammesso: il Fatto Quotidiano non appartiene alla stampa di sinistra (ma lo hanno capito quasi tutti), ma a quella reazionaria.

Poi continua a dire che la fiction era incompleta perché non hanno fatto vedere i quattro assassini di Calabresi. Scrive che dovevano mettere ben in mostra Adriano Sofri e Ovidio Bompressi per far vedere chi fossero gli assassini, e aggiunge che sono tutti liberi: in realtà dopo anni Bompressi ricevette la grazia (da Napolitano nel 2006, e non da Ciampi come ha scritto stupidamente Travaglio) e Sofri ha scontato la galera ben nove anni, e poi ai domiciliari per il tumore. Oggi è un uomo libero perché ha scontato tutti gli anni, ma per Travaglio “il manettaro” una persona dovrebbe marcire per tutta la vita nelle Patrie Galere. Inoltre tengo a precisare che la verità giudiziaria non è esattamente quella storica: Pinelli per i tribunali è stato colto da un “malore attivo”, anziché buttato dalla finestra; Adriano Sofri, Bompressi e Giorgio Pietrostefani per i tribunali sono stati i responsabili dell’uccisione di Calabresi ,ma senza alcuna prova se non la parola del pentito Marino.

Insomma Travaglio ce l’ha con la fiction perché non ha mostrato gli assassini di Calabresi. A parer mio è solo arrabbiato perché non hanno raccontato di un piccolo, e allora sconosciuto omino, che si dilettava a scrivere al Borghese trascrivendo le intercettazioni di Lotta Continua e senza alcuna rilevanza penale.

Si inizia da piccoli a servire con dovizia gli uomini e le donne di Tribunale: al loro posto, lui ci sa stare.

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