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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/12/2019

12 dicembre 1969: gli ultimi 200 metri della bomba


Si è soliti dire che persista più di un “mistero” riguardo alla strage del 12 dicembre 1969 in piazza Fontana. Nulla di più falso. Sappiamo moltissimo, quasi tutto, di questa tragica vicenda.

Non ci si lasci ingannare dalle sentenze. Nelle attività di indagine sono state acclarate le ragioni che ispirarono la strage in funzione di un salto di qualità nel percorso della “strategia della tensione” e messo a fuoco il complesso dei mandanti, tra vertici militari e ambienti Nato, complici ampi settori delle classi dirigenti e imprenditoriali, tentati da avventure eversive. Sono anche stati individuati gli esecutori materiali, ovvero gli uomini di Ordine nuovo, con il riconoscimento delle responsabilità personali di Franco Freda, Giovanni Ventura e Carlo Digilio.

Sulla base delle carte che si sono accumulate, interrogatori, confessioni, incrocio di indizi, sarebbe addirittura possibile ricostruire il percorso compiuto dalla bomba collocata all’interno della Banca nazionale dell’agricoltura. Ne riassumiamo i passaggi fondamentali, omettendo doverosamente alcuni nomi che pur sono emersi. Sono mancati, infatti, quei riscontri inoppugnabili che altrimenti avrebbero determinato dei rinvii a giudizio. Personaggi comunque ad oggi non tutti più processabili, dato il venir meno delle loro esistenze negli anni precedenti le indagini.

Dalla Germania in Italia

Sulla provenienza dell’esplosivo siamo in possesso di due versioni diverse. La prima è stata fornita dal generale Gianadelio Maletti, ex capo dell’Ufficio D del Sid, che in più occasioni (sia nel 2001 a Milano nel corso del dibattimento di primo grado nell’ultimo processo e sia in una lunga intervista nel 2010) ha sostenuto che fosse «esplosivo di tipo militare» e provenisse da una base Nato della Germania, poi transitato con un tir dal Brennero per essere alla fine consegnato a una «cellula» di neofascisti del Veneto. Questa versione è stata in parte ribadita dall’allora vice presidente del Consiglio Paolo Emilio Taviani che nelle sue memorie scrisse testualmente «un americano [...] portò dell’esplosivo dalla Germania in Italia».

La seconda versione la fornì Carlo Digilio, l’armiere di Ordine nuovo, che parlò di un esplosivo prodotto in Jugoslavia, il Vitezit 30. Come noto un foglio di istruzioni per l’utilizzo di questo esplosivo fu rinvenuto nell’abitazione di Giovanni Ventura.

Da Mestre a Milano


L’esplosivo che sarà alla fine rinchiuso in una cassetta metallica Juwel (poco meno di tre chili), trasportato da due esponenti di Ordine nuovo nel bagagliaio di una vecchia 1100, venne periziato qualche giorno prima del 12 dicembre in un luogo tranquillo ai bordi di un canale a Mestre dall’esperto in armi della stessa organizzazione, Carlo Digilio. Il timore era che potesse deflagrare lungo il tragitto verso Milano.

L’esperto li rassicurò a patto che venisse utilizzata un’altra vettura, con sospensioni adeguate. I due gli fecero presente che già si era pensato a una Mercedes di proprietà di un camerata di Padova. Una figura nota nell’ambiente, protagonista di azioni squadriste, con anche un ruolo pubblico nella federazione del maggior partito cittadino di estrema destra. La notte prima del viaggio, destinazione Milano, la Mercedes, di color verde bottiglia, venne posteggiata sotto la casa di un ancor più noto dirigente ordinovista.

L’esplosivo doveva essere consegnato in un luogo sicuro, un ufficio in corso Vittorio Emanuele II con un’insegna posta all’esterno che all’imbrunire si accendeva di un color rosso. Qui la bomba, meglio le bombe (una era destinata alla Banca Commerciale Italiana di piazza Della Scala), vennero assemblate. I temporizzatori che dovevano innescarle, acquistati da una ditta di Bologna, davano un margine di un’ora. Gli uffici in questione offrivano un riparo sicuro, bisognava percorrere solo qualche centinaio di metri per raggiungere i posti prescelti per gli attentati. Nel caso di qualche intoppo o contrattempo si poteva tornare velocemente sui propri passi e disinnescare gli ordigni. Un’operazione di questo genere non poteva essere certo affidata all’improvvisazione. Non si poteva neanche lontanamente pensare alla toilette di un bar o l’interno di una vettura posteggiata. Troppo rischioso.

Da corso Vittorio Emanuele II alla Banca dell’Agricoltura

La bomba per la Banca Nazionale dell’Agricoltura venne portata a mano. Chi la trasportava non era solo. Uno di loro se ne sarebbe in seguito anche vantato in una festicciola tra camerati e con l’armiere del gruppo.

Provenienti da corso Vittorio Emanuele II, attraversata la Galleria del Corso, in piazza Beccaria, al posteggio dei Taxi, uno degli attentatori metterà in opera una delle più grossolane operazioni di depistaggio per incastrare gli anarchici. Rassomigliante a Pietro Valpreda farà di tutto per farsi riconoscere dal taxista Cornelio Rolandi. Si farà portare per 252 metri fino in via Santa Tecla, distante 117 metri a piedi dalla banca, per poi tornare al taxi, percorrendo in totale 234 metri a piedi, per non farne 135, ovvero la distanza da piazza Beccaria all’ingresso della Banca nazionale dell’agricoltura. Si farà infine scaricare in via Albricci, dopo soli 600 metri, a soli 465 metri dalla banca.

Forse sappiamo tutto, anche cosa accadde negli ultimi duecento metri o poco più. Sarebbe possibile anche fare i nomi, ma siamo costretti a far finta di non saperli e a raccontare le mosse e gli atti di costoro come in un film o in un romanzo.

*****

Questo articolo di Saverio Ferrari è uscito ieri su un inserto («Senza giustizia: piazza Fontana 1969-2019») del quotidiano «il manifesto» con interessanti articoli di Davide Conti e Mario Di Vito più la riproposizione di un editoriale, datato 1992, di Luigi Pintor. Nella scheda bibliografica, senza firma e piuttosto svogliata, dell’inserto si legge fra l’altro: «Quanto a “La strage di Stato. Controinchiesta” uscito nel 1979 per Samonà e Savelli con la cura di Eduardo M. Di Giovanni, Marco Ligini e Edgardo Pellegrini, è stato ristampato nel 2006 da Odradek». Quasi tutto sbagliato: “La strage di Stato” uscì nel giugno 1970, da qui il suo valore storico. Non c’erano firme: i nomi dei tre compagni furono aggiunti dopo la loro morte nelle edizioni successive (tantissime e con utili aggiornamenti) per decisione del collettivo di compagne e compagni che condusse le indagini dal basso e decise di pubblicarle in quel libro.



Fonte

18/02/2016

Ventura era un agente Sid e non è mai esistito un "doppio stato"


È un segreto di pulcinella, ma i servizi segreti italiani a fare melina ci tengono. Neanche l'esempio dei loro veri dirigenti (quelli della Cia) riesce a fargli cambiare stile di lavoro. Negli Usa la desecretazione dei documenti riguardanti episodi notevoli avviene con una certa regolarità e molti omissis; in Italia nulla o quasi.

Repubblica presenta l'ultima porcata come una “disobbedienza a Renzi”, che aveva ordinato la desecretazione di molti documenti relativi alle stragi di stato. Non è stato desecretato nulla di utile, con una selezione evidentemente molto accurata di cosa buttar fuori dagli archivi. Non sappiamo (ma non crediamo) se ci sia stato un “sabotaggio” dei servizi rispetto alle direttive del governo, ma il ridicolo – o il criminale – si vede lo stesso. I parenti delle vittime delle stragi e l'ex magistrato Felice Casson, ora deputato del Pd, hanno trovato tra le (poche) carte consegnate loro un solo foglietto interessante, probabilmente “liberato” per errore dagli archivi. Un documento ufficiale in cui si dice che Giovanni Ventura, fascista infiltrato tra “i sovversivi di sinistra” ai tempi della strage di Piazza Fontana, era effettivamente un “consulente” del Sid (il servizio segreto “interno”, poi diventato Sisde e ora Aisi), con il compito di monitorare “gli estremisti”.

Nulla di nuovo, come si vede. Ventura era stato individuato dalla controinformazione di movimento come agente dei servizi, oltre che come fascista, subito dopo la strage alla Banca dell'Agricoltura di Milano. I servizi naturalmente negarono sempre. La novità sta solo in un dettaglio: “l'informativa” ritrovata, del 1983, su carta intestata della Presidenza del consiglio dei ministri, attribuisce a un servizio segreto straniero, ma alleato, l'affermazione su Ventura “consulente”. Si potrebbe ironizzare a lungo sul fatto che l'allora Sisde (ex Sid) abbia avuto bisogno di farsi dire dalla Cia (omissis nel documento) che Ventura era un agente del Sid (poi Sisde), ma naturalmente non c'è nulla da ridere.

Felice Casson, che ha passato una vita a indagare sulla “strategia della tensione”, e che aveva anche interrogato lo stesso Ventura (nel frattempo “profugo” nell'Argentina del golpista Videla, dove continuava il suo solito mestiere: infiltrarsi negli ambienti di sinistra), è finalmente arrivato ad una conclusione che condividiamo da circa 50 anni:
"Sarebbe ora di smettere di parlare di servizi deviati negli anni. Quei servizi non erano per niente deviati, rispondevano a una logica ben precisa che era la Strategia della Tensione, quindi al collegamento tra il mondo di neofascisti e gli apparati dello Stato, oltreché con qualche forza politica".
Servizi “rettilinei” dunque, obbedienti alla Democrazia Cristina ma soprattutto alla Cia. Nessuna novità, tranne quella – appunto – di distruggere definitivamente una teoria infame che ha lobotomizzato per quattro decenni il “popolo di sinistra” in Italia: il cosiddetto “doppio Stato”, un fantasmatico corpo segreto inserito “magicamente” negli snodi principali del potere e capace di indirizzarlo dove (in quella teoria) il “sistema democratico” non sarebbe voluto andare.

Merda secca, narrazione tossica, dietrologia orientata dagli stessi spioni che si diceva di voler individuare... Chiamatela come volete, ma è stato un falso di cui occorre ora solo prendere atto.

Il foglietto solitario sfuggito alla pulizia attenta di chi doveva trasmettere all'Archivio di Stato tutta la documentazione descretata – la maggior parte dei file pdf depositata risulta però “stranamente” non consultabile per “problemi tecnici” – apre però un piccolo squarcio sulla funzione storica, normale, del controspionaggio interno: infiltrare la sinistra “vera”, i movimenti, i gruppi politici antagonisti.

Una funzione che non si è di certo interrotta negli anni '70 e '80, ma che perdura anche oggi. Spesso quasi alla luce del sole, con personaggi sputtanati da tempo ma che per molte ragioni – a cominciare dall'assoluta ignoranza circa i meccanismi reali del potere reale – gran parte del “movimento antagonista” accetta senza resistenze.

Nel corso degli anni si è diffuso un modo veramente idiota di affrontare questo problema: “ma noi non abbiamo nulla da nascondere, non contiamo politicamente nulla, perché mai dovrebbero perdere tempo, energie, soldi, per infiltrare noi?”.

Il rovesciamento di prospettiva è totale. Da che mondo è mondo, infatti, il potere al potere “monitora” le aree di dissenso indipendentemente dal loro grado di pericolosità, dal numero degli aderenti, dal peso politico posseduto in un dato momento. Ogni potere vero sa bene che i tempi cambiano, che quelli che oggi sembrano solo patetici residuati di ideologie dichiarate morte o di nicchia potrebbero trovare condizioni favorevoli di riproduzione allargata, diventare un pericolo oggettivo – più ancora che soggettivo – per chi comanda. Al Sisi, per dirne uno, non attende mica che i sindacati indipendenti in Egitto diventino un movimento di massa imponente. Manda i suoi agenti, fotografa, filma, infiltra, arriva persino a torturare e uccidere un ricercatore straniero per farsi dare qualche informazione in più su quel mondo.

I servizi italiani sono forse – oggi – un po' meno brutali, ma non fanno nulla di diverso. Quasi 50 anni fa, difficilmente si poteva trovare un gruppo più innocuo, pacifico e politicamente irrilevante del collettivo anarchico animato da Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda. Facevano tutto alla luce del sole, con la propria faccia; erano pochi (a confronto degli altri gruppi d'allora), non facevano del male a una mosca (ed erano tempi in cui volavano mazzate piuttosto consistenti, nelle piazze).

Eppure furono proprio quegli innocui anarchici ad esser scelti come bersaglio della più grande provocazione politica che sia mai stata ordita in questo paese. Qualcosa che sta alla pari solo con l'incendio del Reichstag. Stessa logica hitleriana, stesso obiettivo (stabilizzare il potere compiendo un crimine e attribuendolo agli “ultrasinistri”).

Un altro esempio? Rifondazione Comunista è un partito da tempo in difficoltà, certamente senza fantasie rivoluzionarie né estremistiche, squassato da scissioni e correnti, ultrapacifista. Niente a che vedere con i "terribili" black bloc. Quale formazione politica dovrebbe essere più al riparo da certe “attenzioni” dei servizi? Eppure un paio di anni fa, il segretario di quel partito denunciò infiltrazioni dei servizi, fu condotta un'inchiesta interna, furono trovati riscontri e prove, vennero comminate delle “condanne” (risibili, certo: sei mesi di sospensione... che però è il massimo della “pena” previsto dallo statuto).

I nipotini di Ventura e Merlino sono sempre in servizio. Speriamo solo di non dover attendere 50 anni per avere tra le mani un foglietto di conferma...

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