50 anni fa, la strage di Gioia Tauro, ad opera di 'ndranghetisti e fascisti riuniti insieme nel comitato ”Reggio Capoluogo” e dietro la rivolta di Reggio Calabria seguita alla decisione governativa di collocare il capoluogo di regione a Catanzaro nel quadro dell’istituzione dei nuovi enti regionali, iniziata nel luglio del 1970 e conclusasi nel febbraio del 1971.
Il treno direttissimo Palermo-Torino (detto Treno del Sole) a poche centinaia di metri dalla stazione di Gioia Tauro venne fatto deragliare con l’esplosivo: sei morti e 70 feriti.
Dopo 23 anni di depistaggi, il 16 giugno 1993 due pentiti della ‘ndrangheta cominciarono a deporre le proprie testimonianze di fronte al Sostituto Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia, Vincenzo Macrì, nell’ambito della maxi inchiesta “Olimpia 1”, volta a far emergere la rete di rapporti tra politica e mafia organizzata in Calabria.
Stando alle loro affermazioni, nel 1970 in Calabria si erano formate alleanze strategiche tra 'ndrangheta e fascisti. Uno dei due era Giacomo Ubaldo Lauro che sarebbe divenuto un testimone chiave nella vicenda dell’attentato di Gioia Tauro.
La sentenza della corte di Assise di Palmi del 27 febbraio 2001 individuò come responsabili tre esponenti dell’organizzazione neofascista Avanguardia Nazionale – Vito Silverini, Vincenzo Caracciolo e Giuseppe Scarcella – che si erano avvalsi del supporto logistico e dell’esplosivo fornitogli da esponenti locali della 'ndrangheta. Al momento della sentenza, però, i tre fascisti erano già deceduti.
In esito ad ulteriore processo per la strage, nel gennaio del 2006, l’unica condanna emessa nei confronti di uno dei coinvolti ancora vivente fu quella per “concorso anomalo in omicidio plurimo” a carico di uno dei due pentiti, ovvero, Giacomo Ubaldo Lauro. Nel frattempo, però, il reato era estinto per prescrizione.
Il giudice milanese Guido Salvini, nella sua sentenza di condanna contro i fascisti di Avanguardia Nazionale, sostenne la necessità di riaprire l’inchiesta sugli “Anarchici della Baracca” morti ufficialmente in un “incidente d’auto” il 26 settembre del 1970 quando, sulla strada per Roma, la Mini Morris su cui stavano viaggiando venne investita da un autotreno.
I loro nomi: Angelo Casile, Gianni Aricò, Franco Scordo, Luigi Lo Celso, Annalise Borth. I cinque, giovanissimi, durante la “Rivolta di Reggio” avevano scattato foto, raccolto centinaia di documenti e denunciato pubblicamente la strumentalizzazione della Rivolta di Reggio da parte dei fascisti di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale.
Quel 26 settembre si stavano dirigendo a Roma, con quei documenti scottanti. Aricò aveva detto, poco tempo prima, alla madre: “abbiamo scoperto delle cose che faranno tremare l’Italia”. Quelle “cose” a cui alludeva Aricò erano importanti informazioni sui retroscena della strage di Gioia Tauro e sulla “Rivolta di Reggio”.
I primi giorni di quel settembre avevano avvisato la Federazione Anarchica di Roma di essere riusciti a raccogliere molto materiale compromettente. Gianni e i suoi compagni avrebbero dovuto consegnare alla redazione del settimanale anarchico “Umanità Nova” il loro dossier e secondo alcune testimonianze nelle stesse mani dell’avvocato Di Giovanni, coautore della “Strage di Stato” e di altre importanti controinchieste. A Roma non arrivarono mai.
27 anni di indagini e processi hanno messo nero su bianco i nomi degli esecutori materiali ma non sono bastati ad individuare tanto i mandanti della strage quanto gli autori dei successivi depistaggi, compreso quello strano “incidente” in cui persero la vita i cinque giovani anarchici di Reggio Calabria.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/07/2020
11/09/2019
È morto Delle Chiaie, piange solo Borghezio
Delle Chiaie: il ricordo commosso di Borghezio e la “Strage di Montejurra”
“Lo considero un soldato politico nella rivoluzione nazionale”, così Mario Borghezio, ex europarlamentare della Lega, ha commentato stamattina la morte del neofascista Stefano Delle Chiaie.
“L’ho visto stamattina, alla sala mortuaria. Sono andato a vedere la salma e ovviamente sarò presente ai funerali giovedì – continua Borghezio – un alfiere della lotta contro la sovversione comunista, in Italia e in tutto il mondo. Un vero combattente, in un Paese ne nasce uno ogni 100 anni. Ho un enorme rispetto per lui. Un uomo di combattimento che aveva una visione del mondo nella quale sostanzialmente mi riconosco”.
“A me interessa il Delle Chiaie che combatteva in Bolivia, in Spagna con i carlisti, – continua Borghezio – in certi Paesi africani con le forze rivoluzionarie anticomuniste. Il mio rapporto con lui potremmo definirlo storico-politico, di simpatia per la persona. Quando uno o due anni fa ho avuto la possibilità di partecipare alla loro riunione periodica – sapendo che era un po’ l’occasione in cui tutti quelli che gli erano rimasti fedeli lo incontravano – ho accettato l’invito. C’è un filmato su Internet in cui io dico quello che penso. Ho incoraggiato Delle Chiaie a tornare attivamente in politica. Gli ho detto: ‘c’è bisogno di uomini come il comandante Delle Chiaie'”.
Il riferimento dell’esponente della Lega alla presenza di Delle Chiaie in Spagna è però parzialmente sbagliato.
Infatti il neofascista italiano partecipò, nel maggio del 1976, alla strage di Montejurra (Navarra), quando assieme a decine di estremisti di destra di vari paesi – tra i quali Augusto Cauchi (coinvolto nelle indagini sulla strage dell’Italicus e a Licio Gelli, tra i fondatori del gruppo Ordine Nero, accusato degli attentati a Lecco, Bologna ed alla Casa del Popolo di Moiano), Pierluigi Concutelli, Mario Ricci e Jean Pierre Cherid – assaltò a colpi di arma da fuoco una manifestazione del Partito Carlista, una parte del quale si era schierato su posizioni progressiste e antifranchiste, in rottura con la partecipazione di questa corrente al colpo di stato di Francisco Franco del 1936. I morti quel giorno furono due, e decine i feriti.
Delle Chiaie, secondo varie testimonianze di storici ed esponenti politici, avrebbe fatto parte anche degli squadroni della morte al servizio del franchismo che nel 1975 sequestrarono il militante di ETA Eduardo Moreno Bergaretxe «Pertur».
L’esponente di AN avrebbe avuto un ruolo anche nell’assassinio del medico e dirigente comunista e indipendentista basco Santiago Brouard, ucciso nel suo studio di pediatra nel 1983 dai GAL, gestiti dal governo “socialista” di Madrid.
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10/09/2019
Neofascismo: Morto Stefano Delle Chiaie, punto di contatto tra destra golpista, stato e padronato
Il terrorista neofascista Stefano “Er Caccola” Delle Chiaie,
82 anni, accusato di concorso in strage nell’attentato di Bologna e
coinvolto anche nelle inchieste sulla strage di piazza Fontana a Milano,
fondatore di Avanguardia Nazionale, è morto all’ospedale Vannini di Roma.
Delle Chiaie è uno dei personaggi chiave dell’intreccio tra neofascisti, pezzi dello Stato, industriali e altri centri di potere, nazionali ma non solo, che furono responsabili dei decenni delle bombe di Stato, tra fine anni Sessanta e la metà degli anni Ottanta, oltre che uno dei bracci armati del tentato golpe Borghese del 1970: la notte del 7 dicembre 1970, sarebbe stato proprio Delle Chiaie a comandare l’unità composta da neofascisti di Avanguardia Nazionale penetrata nel Ministero dell’Interno.
Fuoriuscito dall’Italia a fine 1970, Delle Chiaie andò prima in Spagna e poi in Sud America. In Bolivia partecipò nel 1980 al cosiddetto “Golpe della cocaina”, portando al potere il dittatore Luis Garcia Meza Tejada, con l’aiuto di neonazisti di vari paesi (tra loro anche il criminale di guerra Klaus Barbie, il “boia di Lione”) e di vari gruppi paramilitari, più o meno narcotrafficanti.
In Sud America Delle Chiaie per 17 anni ha vissuto – piuttosto comodamente – da latitante, fino al 1987, quando si consegnò alla polizia italiana a Caracas, dove viveva con il suo nome e grazie – furono le sue parole – “a un sussidio in qualità di informatore dei Servizi Segreti”.
Scagionato dai processi italiani in base alla formula... dell’insufficienza di prove, a partire da inizio anni Novanta Delle Chiaie è tornato sulla scena della destra neofascista, tra agenzie di stampa – Publicondor – e altre iniziative para-comunicative e para-culturali, tutte più o meno collegate al tentativo di resuscitare la disciolta Avanguardia Nazionale: cosa poi avvenuta negli ultimi anni, con tanto di blog, manifestazioni pubbliche (poche, in verità, come quella di Roma del 25 aprile 2019 fuori dal Tribunale di piazzale Clodio, assieme a Forza Nuova), incontri e “cene comunitarie”, anche a Brescia
.
Da Radio Onda d'Urto
L’intervista a Saverio Ferrari, Osservatorio Democratico Sulle Nuove Destre.
Fonte
Delle Chiaie è uno dei personaggi chiave dell’intreccio tra neofascisti, pezzi dello Stato, industriali e altri centri di potere, nazionali ma non solo, che furono responsabili dei decenni delle bombe di Stato, tra fine anni Sessanta e la metà degli anni Ottanta, oltre che uno dei bracci armati del tentato golpe Borghese del 1970: la notte del 7 dicembre 1970, sarebbe stato proprio Delle Chiaie a comandare l’unità composta da neofascisti di Avanguardia Nazionale penetrata nel Ministero dell’Interno.
Fuoriuscito dall’Italia a fine 1970, Delle Chiaie andò prima in Spagna e poi in Sud America. In Bolivia partecipò nel 1980 al cosiddetto “Golpe della cocaina”, portando al potere il dittatore Luis Garcia Meza Tejada, con l’aiuto di neonazisti di vari paesi (tra loro anche il criminale di guerra Klaus Barbie, il “boia di Lione”) e di vari gruppi paramilitari, più o meno narcotrafficanti.
In Sud America Delle Chiaie per 17 anni ha vissuto – piuttosto comodamente – da latitante, fino al 1987, quando si consegnò alla polizia italiana a Caracas, dove viveva con il suo nome e grazie – furono le sue parole – “a un sussidio in qualità di informatore dei Servizi Segreti”.
Scagionato dai processi italiani in base alla formula... dell’insufficienza di prove, a partire da inizio anni Novanta Delle Chiaie è tornato sulla scena della destra neofascista, tra agenzie di stampa – Publicondor – e altre iniziative para-comunicative e para-culturali, tutte più o meno collegate al tentativo di resuscitare la disciolta Avanguardia Nazionale: cosa poi avvenuta negli ultimi anni, con tanto di blog, manifestazioni pubbliche (poche, in verità, come quella di Roma del 25 aprile 2019 fuori dal Tribunale di piazzale Clodio, assieme a Forza Nuova), incontri e “cene comunitarie”, anche a Brescia
.Da Radio Onda d'Urto

L’intervista a Saverio Ferrari, Osservatorio Democratico Sulle Nuove Destre.
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10/07/2016
Avanguardia Nazionale, ritorno in nero
Sciolta nel giugno del 1976 sulla base della legge Scelba, Avanguardia nazionale rispunta oggi proponendosi di aprire sedi è cercare militanti. Stesso simbolo e stessi dirigenti guidati, oggi come allora, da Mario Merlino, l’agente provocatore infiltrato tra gli anarchici. E’ la terza volta che l’organizzazione fascista si rifonda e prova a ritagliarsi un ruolo nella politica italiana. In attesa che il Viminale decida di andare a vedere chi sono e cosa fa il nuovo estremismo nero.
Si è formalmente ricostituita Avanguardia nazionale, l’organizzazione neofascista e golpista sciolta d’autorità nel giugno del 1976 dopo una sentenza del Tribunale di Roma che condannò, in base alla legge Scelba, trentuno dei suoi aderenti per ricostituzione del partito fascista.
Per la cronaca era ormai da qualche anno che i suoi affiliati si rivedevano con gli stessi simboli, ora per celebrare la morte del boia delle Fosse Ardeatine Eric Priebke, ora per presentare l’autobiografia del suo fondatore Stefano Delle Chiaie (L’Aquila e il Condor), ora in convegni e meeting, sempre dalle parti di Roma. Ad Anzio nel 2014 intervenne anche l’europarlamentare leghista Mario Borghezio.
Lo «stratagemma tattico»
In verità questa è la terza volta che Avanguardia nazionale si rifonda. L’atto di nascita fu nel 1957, quando un gruppo di giovani guidato da Stefano Delle Chiaie si distaccò da Ordine nuovo per dar vita ai Gruppi di azione rivoluzionaria, che il 25 aprile del 1960 si trasformarono in Avanguardia nazionale giovanile.
Il gruppo si differenziò da quello di Pino Rauti per diversi aspetti, tra gli altri, l’estrazione sociale più modesta dei suoi dirigenti e la scarsissima elaborazione teorico-politica, compensata da una spiccata propensione squadrista. Fu proprio per le ripetute violenze, che fruttarono da subito una grandinata di procedimenti giudiziari, che alla fine del 1965 Delle Chiaie decise di scioglierla. Uno «stratagemma tattico», come venne definito negli stessi ambienti dell’organizzazione. Alcuni dei dirigenti rientrarono formalmente nell’Msi. Altri, dal canto loro, continuarono invece a distinguersi nelle aggressioni durante le mobilitazioni studentesche della seconda metà degli anni Sessanta. Un fatto, in particolare di estrema gravità, il 27 aprile del 1966, suscitò forte allarme nell’opinione pubblica, quando, nel corso di una violenta aggressione, uno studente universitario socialista, Paolo Rossi, morì precipitando da un muro spintonato da numerosi fascisti anche di Avanguardia nazionale, come immortalato da diverse fotografie.
La scelta dell’Odal
In An, le personalità di maggior rilievo furono, insieme a Delle Chiaie, Sergio Pace (il primo presidente che risultò poi legato a una loggia massonica), i fratelli Bruno e Serafino Di Luia, Adriano Tilgher, Flavio Campo e Saverio Ghiacci. Come organo di stampa venne utilizzato per qualche tempo «Avanguardia – periodico di lotta alla partitocrazia». Sul primo numero del 1° gennaio 1963 venne anche pubblicato lo statuto del gruppo, in cui si stabiliva che al «Capo Nazionale», cioè direttamente a Delle Chiaie, veniva «affidata ogni decisione all’interno dell’organizzazione», compresa la nomina di tutti i dirigenti.
Grazie a finanziamenti, anche consistenti, provenienti dal mondo imprenditoriale, il gruppo aprì, sempre in quegli anni, diverse sezioni a Roma, in Via Michele Amari, Via del Pantheon, Via delle Muratte, Via Gallia e al Quadraro, dove si installò il covo principale.
Inserita nel partito del golpe
Il simbolo scelto fu l’Odal, una lettera dell’alfabeto runico, a forma di rombo con i lati inferiori incrociati, espressione della continuità della stirpe, utilizzata come emblema, durante il secondo conflitto mondiale, anche da una divisione delle Waffen-SS.
Avanguardia Nazionale, fra il 1960 e il 1966 ebbe contatti con l’Oas, con funzionari del Ministero dell’Interno (in particolare dell’Ufficio Affari Riservati) e degli apparati di sicurezza, come testimoniato da diversi suoi aderenti, partecipando a corsi di guerriglia, di fabbricazione e uso di esplosivi. Di fatto An si trasformò in un’organizzazione segreta dedita ad attività paramilitari, inserita a pieno titolo nella rete in costruzione del partito golpista in Italia. Emblematico un episodio del 1963 quando a Roma, nel corso delle cariche della Polizia contro le manifestazioni della sinistra organizzate per protestare contro l’arrivo di Ciombè, l’assassino di Patrice Lumumba, a fianco dei poliziotti e delle squadre speciali degli agenti in borghese, intervennero i fascisti di Avanguardia nazionale armati con gli stessi manganelli. Alcune decine di attentati, infine, fra il 1962 e il 1967, portarono solo a qualche mite condanna, a dimostrazione della considerazione e della «benevolenza» di cui godeva An.
An incarnò un ruolo di punta all’interno dei meccanismi di provocazione messi in atto dalla strategia della tensione. Stefano Delle Chiaie partecipò al convegno, dal 3 al 5 maggio 1965, a Roma all’Hotel Parco dei Principi, promosso dall’Istituto di studi militari Alberto Pollio, legato allo Stato Maggiore della Difesa, in cui si tracciarono le linee di intervento che portarono alla stagione delle stragi.
An, in questo contesto, si incaricò in particolare della penetrazione fra i movimenti di opposta collocazione politica. Già dal 1967 avviò un’opera di sistematica infiltrazione sia in ambienti comunisti filo-cinesi che in gruppi anarchici dopo un “viaggio di studi” nell’aprile del 1968 in Grecia, per imparare alcune tecniche già sperimentate in quel paese dai colonnelli protagonisti del colpo di Stato.
Nel gennaio del 1970 Delle Chiaie decise la ricostituzione del suo gruppo, meglio, di tornare a rendere pubblica la sua esistenza, mantenendo tuttavia un doppio livello organizzativo. Non più di qualche centinaio gli aderenti. Quando Guido Paglia, già presidente di Avanguardia nazionale, ricostruì nel 1972 in un memoriale per il Sid la struttura interna dell’organizzazione, parlò dell’esistenza di un apparato clandestino con tanto di «commandos terroristici» guidati da Flavio Campo.
La “nuova” Avanguardia Nazionale segnò un considerevole successo politico durante la rivolta di Reggio Calabria (estate 1970) nella quale alcuni suoi esponenti, come Felice Genoese Zerbi, assunsero un ruolo di primo piano. Contemporaneamente il gruppo avviò una stretta alleanza con il Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese.
Nella stessa estate del 1970, l’autorità giudiziaria spiccò mandato di cattura contro Delle Chiaie nel quadro dell’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana. Iniziava in questo modo la lunga latitanza del leader di An che si protrarrà per ben diciassette anni.
An, dopo il coinvolgimento nel “golpe Borghese”, in cui gli avanguardisti occuparono effettivamente per qualche ora il Ministero dell’Interno, continuò ad agire sino al 1976, anno in cui sarà sciolta.
Le operazioni «killer»
La storia di Avanguardia nazionale non si esaurì solo in Italia.
Numerose furono, infatti, le «operazioni» che videro i suoi aderenti nella veste di killer per conto delle dittature sudamericane, dei franchisti spagnoli e della Dina, il servizio segreto di Pinochet, che su suggerimento della stessa An adottò come simbolo uno stemma delle SS.
Stefano Delle Chiaie operò nel 1974 in Costa Rica contro la guerriglia comunista, altri di An intervennero a più riprese in Spagna contro l’Eta, sia per assassinare loro dirigenti sia per imbastire provocazioni. Stefano Delle Chiaie, Augusto Cauchi, Piero Carmassi, Mario Ricci, Giuseppe Calzona e Carlo Cicuttini, il 9 maggio 1976, parteciparono in Spagna, insieme con altri neofascisti, all’assassinio a colpi di pistola di due giovani democratici a Montejurra nel corso di una manifestazione organizzata dal partito Carlista di Carlos Hugo.
Nessuno in Spagna ne rispose anche se un servizio fotografico su El Pais immortalò gli aggressori in azione.
I camerati di Pinochet
Ma fu il tentato assassinio di Bernardo Leighton (l’ex-vice presidente del Cile) e di sua moglie, a Roma il 6 ottobre 1975 (rimasero entrambi gravemente feriti), che vedrà tutta An, con il contributo di elementi già di Ordine nuovo, impegnarsi a realizzare l’attentato mettendo a disposizione uomini e sedi. Lo stesso Pierluigi Concutelli dirà molti anni dopo al giudice Guido Salvini, il 17 maggio 2002, che l’assassinio era stato «Organizzato da Pinochet. Lo seppi da Delle Chiaie che affermava che Pinochet si stava ‘togliendo i sassolini dalle scarpe’».
Nel processo, tenutosi a Roma nel 1987, Delle Chiaie e Concutelli furono assolti per insufficienza di prove. Qualche anno dopo per gli stessi fatti, sempre davanti alla Corte d’Assise di Roma, Michael Townley, un cileno-americano reclutato dalla Dina, venne condannato a quindici anni, dopo aver confessato il suo ruolo di intermediario presso Avanguardia nazionale, spostandosi a Roma nel luglio del 1975 per preparare l’attentato a Bernardo Leighton.
In Bolivia delle Chiaie partecipò anche, nel luglio 1980, al cosiddetto «golpe della cocaina», portando al potere Luis Garcia Meza Tejada, con l’aiuto di neonazisti di vari paesi (tra loro anche il criminale di guerra tedesco Klaus Barbie) e dei gruppi paramilitari conosciuti come Los novios de la muerte (I fidanzati della morte), che si occuparono di eliminare i piccoli narcotrafficanti per giungere al controllo totale del mercato.
Ora vorrebbero tornare. Se lo son detti a Roma lo scorso 25 e 26 giugno. Il simbolo è lo stesso, pure i dirigenti. Tra loro anche Mario Merlino, l’«agente provocatore» che si infiltrò tra gli anarchici. L’intenzione è di aprire sedi. Allo stato sono ancora fuorilegge. Chissà se dalle parti del Ministero dell’Interno se ne ricordano?
Saverio Ferrari (Osservatorio sulle Nuove Destre) - da Il Manifesto dell’8 luglio 2016
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Si è formalmente ricostituita Avanguardia nazionale, l’organizzazione neofascista e golpista sciolta d’autorità nel giugno del 1976 dopo una sentenza del Tribunale di Roma che condannò, in base alla legge Scelba, trentuno dei suoi aderenti per ricostituzione del partito fascista.
Per la cronaca era ormai da qualche anno che i suoi affiliati si rivedevano con gli stessi simboli, ora per celebrare la morte del boia delle Fosse Ardeatine Eric Priebke, ora per presentare l’autobiografia del suo fondatore Stefano Delle Chiaie (L’Aquila e il Condor), ora in convegni e meeting, sempre dalle parti di Roma. Ad Anzio nel 2014 intervenne anche l’europarlamentare leghista Mario Borghezio.
Lo «stratagemma tattico»
In verità questa è la terza volta che Avanguardia nazionale si rifonda. L’atto di nascita fu nel 1957, quando un gruppo di giovani guidato da Stefano Delle Chiaie si distaccò da Ordine nuovo per dar vita ai Gruppi di azione rivoluzionaria, che il 25 aprile del 1960 si trasformarono in Avanguardia nazionale giovanile.
Il gruppo si differenziò da quello di Pino Rauti per diversi aspetti, tra gli altri, l’estrazione sociale più modesta dei suoi dirigenti e la scarsissima elaborazione teorico-politica, compensata da una spiccata propensione squadrista. Fu proprio per le ripetute violenze, che fruttarono da subito una grandinata di procedimenti giudiziari, che alla fine del 1965 Delle Chiaie decise di scioglierla. Uno «stratagemma tattico», come venne definito negli stessi ambienti dell’organizzazione. Alcuni dei dirigenti rientrarono formalmente nell’Msi. Altri, dal canto loro, continuarono invece a distinguersi nelle aggressioni durante le mobilitazioni studentesche della seconda metà degli anni Sessanta. Un fatto, in particolare di estrema gravità, il 27 aprile del 1966, suscitò forte allarme nell’opinione pubblica, quando, nel corso di una violenta aggressione, uno studente universitario socialista, Paolo Rossi, morì precipitando da un muro spintonato da numerosi fascisti anche di Avanguardia nazionale, come immortalato da diverse fotografie.
La scelta dell’Odal
In An, le personalità di maggior rilievo furono, insieme a Delle Chiaie, Sergio Pace (il primo presidente che risultò poi legato a una loggia massonica), i fratelli Bruno e Serafino Di Luia, Adriano Tilgher, Flavio Campo e Saverio Ghiacci. Come organo di stampa venne utilizzato per qualche tempo «Avanguardia – periodico di lotta alla partitocrazia». Sul primo numero del 1° gennaio 1963 venne anche pubblicato lo statuto del gruppo, in cui si stabiliva che al «Capo Nazionale», cioè direttamente a Delle Chiaie, veniva «affidata ogni decisione all’interno dell’organizzazione», compresa la nomina di tutti i dirigenti.
Grazie a finanziamenti, anche consistenti, provenienti dal mondo imprenditoriale, il gruppo aprì, sempre in quegli anni, diverse sezioni a Roma, in Via Michele Amari, Via del Pantheon, Via delle Muratte, Via Gallia e al Quadraro, dove si installò il covo principale.
Inserita nel partito del golpe
Il simbolo scelto fu l’Odal, una lettera dell’alfabeto runico, a forma di rombo con i lati inferiori incrociati, espressione della continuità della stirpe, utilizzata come emblema, durante il secondo conflitto mondiale, anche da una divisione delle Waffen-SS.
Avanguardia Nazionale, fra il 1960 e il 1966 ebbe contatti con l’Oas, con funzionari del Ministero dell’Interno (in particolare dell’Ufficio Affari Riservati) e degli apparati di sicurezza, come testimoniato da diversi suoi aderenti, partecipando a corsi di guerriglia, di fabbricazione e uso di esplosivi. Di fatto An si trasformò in un’organizzazione segreta dedita ad attività paramilitari, inserita a pieno titolo nella rete in costruzione del partito golpista in Italia. Emblematico un episodio del 1963 quando a Roma, nel corso delle cariche della Polizia contro le manifestazioni della sinistra organizzate per protestare contro l’arrivo di Ciombè, l’assassino di Patrice Lumumba, a fianco dei poliziotti e delle squadre speciali degli agenti in borghese, intervennero i fascisti di Avanguardia nazionale armati con gli stessi manganelli. Alcune decine di attentati, infine, fra il 1962 e il 1967, portarono solo a qualche mite condanna, a dimostrazione della considerazione e della «benevolenza» di cui godeva An.
An incarnò un ruolo di punta all’interno dei meccanismi di provocazione messi in atto dalla strategia della tensione. Stefano Delle Chiaie partecipò al convegno, dal 3 al 5 maggio 1965, a Roma all’Hotel Parco dei Principi, promosso dall’Istituto di studi militari Alberto Pollio, legato allo Stato Maggiore della Difesa, in cui si tracciarono le linee di intervento che portarono alla stagione delle stragi.
An, in questo contesto, si incaricò in particolare della penetrazione fra i movimenti di opposta collocazione politica. Già dal 1967 avviò un’opera di sistematica infiltrazione sia in ambienti comunisti filo-cinesi che in gruppi anarchici dopo un “viaggio di studi” nell’aprile del 1968 in Grecia, per imparare alcune tecniche già sperimentate in quel paese dai colonnelli protagonisti del colpo di Stato.
Nel gennaio del 1970 Delle Chiaie decise la ricostituzione del suo gruppo, meglio, di tornare a rendere pubblica la sua esistenza, mantenendo tuttavia un doppio livello organizzativo. Non più di qualche centinaio gli aderenti. Quando Guido Paglia, già presidente di Avanguardia nazionale, ricostruì nel 1972 in un memoriale per il Sid la struttura interna dell’organizzazione, parlò dell’esistenza di un apparato clandestino con tanto di «commandos terroristici» guidati da Flavio Campo.
La “nuova” Avanguardia Nazionale segnò un considerevole successo politico durante la rivolta di Reggio Calabria (estate 1970) nella quale alcuni suoi esponenti, come Felice Genoese Zerbi, assunsero un ruolo di primo piano. Contemporaneamente il gruppo avviò una stretta alleanza con il Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese.
Nella stessa estate del 1970, l’autorità giudiziaria spiccò mandato di cattura contro Delle Chiaie nel quadro dell’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana. Iniziava in questo modo la lunga latitanza del leader di An che si protrarrà per ben diciassette anni.
An, dopo il coinvolgimento nel “golpe Borghese”, in cui gli avanguardisti occuparono effettivamente per qualche ora il Ministero dell’Interno, continuò ad agire sino al 1976, anno in cui sarà sciolta.
Le operazioni «killer»
La storia di Avanguardia nazionale non si esaurì solo in Italia.
Numerose furono, infatti, le «operazioni» che videro i suoi aderenti nella veste di killer per conto delle dittature sudamericane, dei franchisti spagnoli e della Dina, il servizio segreto di Pinochet, che su suggerimento della stessa An adottò come simbolo uno stemma delle SS.
Stefano Delle Chiaie operò nel 1974 in Costa Rica contro la guerriglia comunista, altri di An intervennero a più riprese in Spagna contro l’Eta, sia per assassinare loro dirigenti sia per imbastire provocazioni. Stefano Delle Chiaie, Augusto Cauchi, Piero Carmassi, Mario Ricci, Giuseppe Calzona e Carlo Cicuttini, il 9 maggio 1976, parteciparono in Spagna, insieme con altri neofascisti, all’assassinio a colpi di pistola di due giovani democratici a Montejurra nel corso di una manifestazione organizzata dal partito Carlista di Carlos Hugo.
Nessuno in Spagna ne rispose anche se un servizio fotografico su El Pais immortalò gli aggressori in azione.
I camerati di Pinochet
Ma fu il tentato assassinio di Bernardo Leighton (l’ex-vice presidente del Cile) e di sua moglie, a Roma il 6 ottobre 1975 (rimasero entrambi gravemente feriti), che vedrà tutta An, con il contributo di elementi già di Ordine nuovo, impegnarsi a realizzare l’attentato mettendo a disposizione uomini e sedi. Lo stesso Pierluigi Concutelli dirà molti anni dopo al giudice Guido Salvini, il 17 maggio 2002, che l’assassinio era stato «Organizzato da Pinochet. Lo seppi da Delle Chiaie che affermava che Pinochet si stava ‘togliendo i sassolini dalle scarpe’».
Nel processo, tenutosi a Roma nel 1987, Delle Chiaie e Concutelli furono assolti per insufficienza di prove. Qualche anno dopo per gli stessi fatti, sempre davanti alla Corte d’Assise di Roma, Michael Townley, un cileno-americano reclutato dalla Dina, venne condannato a quindici anni, dopo aver confessato il suo ruolo di intermediario presso Avanguardia nazionale, spostandosi a Roma nel luglio del 1975 per preparare l’attentato a Bernardo Leighton.
In Bolivia delle Chiaie partecipò anche, nel luglio 1980, al cosiddetto «golpe della cocaina», portando al potere Luis Garcia Meza Tejada, con l’aiuto di neonazisti di vari paesi (tra loro anche il criminale di guerra tedesco Klaus Barbie) e dei gruppi paramilitari conosciuti come Los novios de la muerte (I fidanzati della morte), che si occuparono di eliminare i piccoli narcotrafficanti per giungere al controllo totale del mercato.
Ora vorrebbero tornare. Se lo son detti a Roma lo scorso 25 e 26 giugno. Il simbolo è lo stesso, pure i dirigenti. Tra loro anche Mario Merlino, l’«agente provocatore» che si infiltrò tra gli anarchici. L’intenzione è di aprire sedi. Allo stato sono ancora fuorilegge. Chissà se dalle parti del Ministero dell’Interno se ne ricordano?
Saverio Ferrari (Osservatorio sulle Nuove Destre) - da Il Manifesto dell’8 luglio 2016
Fonte
24/09/2013
A proposito di Delle Chiaie
Mi sento chiamato in causa sulla questione Delle Chiaie, per cui sono indotto ad una messa a punto. Come è noto, il leader di Avanguardia Nazionale ed il suo gruppo vennero indicati come responsabili della strage di piazza Fontana dal libro “La strage di Stato”. Prima di quell’evento, il gruppo era stato nell’occhio del ciclone per le sue numerose imprese squadristiche, soprattutto a Roma, dove godeva di un occhio di riguardo da parte della Questura. Ricordiamo l’irruzione all’università di Roma durante una lezione di Ferruccio Parri e la partecipazione agli scontri durante i quali morì lo studente socialista Paolo Rossi. Esso fu anche coinvolto nella morte, mai chiarita, di Antonino Aleotti, un ex militante del Pci entrato in An e trovato morto in un’auto zeppa di armi, parcheggiata non lontano dalla Questura.
Ne chiesi a Delle Chiaie nell’intervallo della sua audizione in Commissione Stragi e mi fu risposto che An non c’entrava con la sua morte e che Aleotti era un infiltrato del Pci. La cosa non spiegava molto, ma presi atto dell’informazione.
A seguito di quei fatti, la Procura di Roma aprì un fascicolo per ricostituzione del Partito Fascista, ma l’inchiesta si fermò perché An decise di sciogliersi. Uno scioglimento sostanzialmente simulato, perché il gruppo dirigente restò saldo come prima, ma in forma coperta.
Nel periodo precedente Piazza Fontana, il gruppo di An ebbe un sussidio di circa 300.000 lire al mese da parte dell’Ufficio Affari Riservati, per il tramite di Mario Tedeschi del “Borghese” (come sappiamo per ammissione degli stessi interessati) e fu coinvolto nell’affaire dei falsi manifesti filo cinesi. Una ventina di anni dopo, Delle Chiaie disse di esservi stato coinvolto da un camerata del Msi, Pino Bonanni, che non gli avrebbe rivelato la commissione da parte dello Uaarr, ma di averlo scoperto dopo e di averne chiesto spiegazioni allo stesso Bonanni.
Dopo la strage di piazza Fontana (che, curiosamente, portò alla “rifondazione” del gruppo, o meglio alla sua uscita dalla clandestinità) An venne accusata anche per le stragi di Gioia Tauro, Brescia e Bologna. Per Piazza Fontana, Delle Chiaie venne rinviato a giudizio con Massimiliano Fachini, ma entrambi vennero poi assolti con formula piena ed il Pm non propose neppure ricorso per Cassazione.
Nelle inchieste successive (Casson, Salvini, Grassi-Mancuso, Piantoni-De Martino) si è a lungo scavato su An, ma, mentre è emerso molto a carico di Ordine Nuovo (di cui alcuni esponenti, a cominciare da Rauti, furono rinviati a giudizio, anche se poi assolti), su Avanguardia Nazionale ed il suo capo non è emerso nulla a carico. Ripeto che si indagò molto in questa direzione.
Dunque, almeno sul punto delle stragi di piazza Fontana, Brescia e Bologna possiamo concludere che An fu estranea. Vero è che anche gli imputati di Ordine Nuovo sono stati assolti ma, nonostante tali sentenze (peraltro sempre con forme dubitative), non mi sentirei di fare la stessa affermazione di estraneità per loro.
Veniamo al punto del rapporto con i servizi. C’è una regola abbastanza confermata, per cui On porta sempre ai Carabinieri ed al servizio militare, mentre An porta sempre alla polizia ed allo Uaarr. Ma con ruoli e modalità differenti.
Rauti ed i suoi, come dimostrano le vicende dell’Istituto Pollio, del convegno di Parco dei Principi, dell’opuscolo “Le mani rosse sulle Forze Armate”, dei Nuclei di Difesa dello Stato ecc. (tanto per fare qualche esempio), furono organici agli apparati repressivi dello Stato con i quali ebbero continua e fattiva collaborazione, oltre che cospicui finanziamenti. In particolare, ci sono molti elementi che dimostrano un filo diretto con il Noto Servizio.
Per An il discorso fu assai più discontinuo, i finanziamenti (come abbiamo visto) ben più modesti e non ci sono che scarsi elementi di rapporto con il Noto Servizio (essenzialmente i rapporti di alcuni militanti di An lombarda con Fumagalli). Soprattutto An non fu mai organica agli apparati di polizia.
Per fare una metafora: se On fu parte integrante della flotta regolare dello Stato, An fu una nave irregolare che, per qualche tempo, ebbe la patente per la “guerra da corsa”. Ed, a partire dai primi anni settanta i “corsari” di An vennero rapidamente scaricati dallo Uaarr e per circa un quindicennio ci fu un costante tentativo di scaricare su An la responsabilità delle stragi, tenendo al riparo On.
Vice versa, i rapporti di An con i servizi segreti furono molto meno disorganici nel caso dei servizi spagnoli, di quelli cileni e, più di tutti, di quelli boliviani. Ma questo è un altro paio di maniche di cui, eventualmente possiamo parlare.
Tanto per precisare quello che penso di Delle Chiaie ed Avanguardia Nazionale.
Fonte
Ne chiesi a Delle Chiaie nell’intervallo della sua audizione in Commissione Stragi e mi fu risposto che An non c’entrava con la sua morte e che Aleotti era un infiltrato del Pci. La cosa non spiegava molto, ma presi atto dell’informazione.
A seguito di quei fatti, la Procura di Roma aprì un fascicolo per ricostituzione del Partito Fascista, ma l’inchiesta si fermò perché An decise di sciogliersi. Uno scioglimento sostanzialmente simulato, perché il gruppo dirigente restò saldo come prima, ma in forma coperta.
Nel periodo precedente Piazza Fontana, il gruppo di An ebbe un sussidio di circa 300.000 lire al mese da parte dell’Ufficio Affari Riservati, per il tramite di Mario Tedeschi del “Borghese” (come sappiamo per ammissione degli stessi interessati) e fu coinvolto nell’affaire dei falsi manifesti filo cinesi. Una ventina di anni dopo, Delle Chiaie disse di esservi stato coinvolto da un camerata del Msi, Pino Bonanni, che non gli avrebbe rivelato la commissione da parte dello Uaarr, ma di averlo scoperto dopo e di averne chiesto spiegazioni allo stesso Bonanni.
Dopo la strage di piazza Fontana (che, curiosamente, portò alla “rifondazione” del gruppo, o meglio alla sua uscita dalla clandestinità) An venne accusata anche per le stragi di Gioia Tauro, Brescia e Bologna. Per Piazza Fontana, Delle Chiaie venne rinviato a giudizio con Massimiliano Fachini, ma entrambi vennero poi assolti con formula piena ed il Pm non propose neppure ricorso per Cassazione.
Nelle inchieste successive (Casson, Salvini, Grassi-Mancuso, Piantoni-De Martino) si è a lungo scavato su An, ma, mentre è emerso molto a carico di Ordine Nuovo (di cui alcuni esponenti, a cominciare da Rauti, furono rinviati a giudizio, anche se poi assolti), su Avanguardia Nazionale ed il suo capo non è emerso nulla a carico. Ripeto che si indagò molto in questa direzione.
Dunque, almeno sul punto delle stragi di piazza Fontana, Brescia e Bologna possiamo concludere che An fu estranea. Vero è che anche gli imputati di Ordine Nuovo sono stati assolti ma, nonostante tali sentenze (peraltro sempre con forme dubitative), non mi sentirei di fare la stessa affermazione di estraneità per loro.
Veniamo al punto del rapporto con i servizi. C’è una regola abbastanza confermata, per cui On porta sempre ai Carabinieri ed al servizio militare, mentre An porta sempre alla polizia ed allo Uaarr. Ma con ruoli e modalità differenti.
Rauti ed i suoi, come dimostrano le vicende dell’Istituto Pollio, del convegno di Parco dei Principi, dell’opuscolo “Le mani rosse sulle Forze Armate”, dei Nuclei di Difesa dello Stato ecc. (tanto per fare qualche esempio), furono organici agli apparati repressivi dello Stato con i quali ebbero continua e fattiva collaborazione, oltre che cospicui finanziamenti. In particolare, ci sono molti elementi che dimostrano un filo diretto con il Noto Servizio.
Per An il discorso fu assai più discontinuo, i finanziamenti (come abbiamo visto) ben più modesti e non ci sono che scarsi elementi di rapporto con il Noto Servizio (essenzialmente i rapporti di alcuni militanti di An lombarda con Fumagalli). Soprattutto An non fu mai organica agli apparati di polizia.
Per fare una metafora: se On fu parte integrante della flotta regolare dello Stato, An fu una nave irregolare che, per qualche tempo, ebbe la patente per la “guerra da corsa”. Ed, a partire dai primi anni settanta i “corsari” di An vennero rapidamente scaricati dallo Uaarr e per circa un quindicennio ci fu un costante tentativo di scaricare su An la responsabilità delle stragi, tenendo al riparo On.
Vice versa, i rapporti di An con i servizi segreti furono molto meno disorganici nel caso dei servizi spagnoli, di quelli cileni e, più di tutti, di quelli boliviani. Ma questo è un altro paio di maniche di cui, eventualmente possiamo parlare.
Tanto per precisare quello che penso di Delle Chiaie ed Avanguardia Nazionale.
Fonte
01/10/2012
Le memorie di Delle Chiaie e una curiosità sul caso Moro
Sono recentemente uscite le memorie di Stefano Delle Chiaie,
leader e fondatore di Avanguardia Nazionale, il secondo gruppo, per
importanza, della destra extraparlamentare negli anni sessanta e
settanta.
Il libro è molto interessante, anche se l’autore si mette un po’ troppo, in bella copia, sorvolando su molte pagine che vorrebbero altro approfondimento, aggiustando e correggendo cose già dette e non sempre consonanti, mettendo nella luce migliore ogni sua decisione ecc. Ma, diciamo la verità: sarebbe stato ingenuo attendersi il contrario. Sono assai pochi quelli che hanno scritto con una certa onestà del proprio passato (qui ricordo Alberto Franceschini, Vincenzo Vinciguerra, Carlo Ripa di Meana, Tomaso Staiti di Cuddìa, Rossana Rossanda), nella maggior parte dei casi di esponenti politici e terroristi di destra e di sinistra prevalgono nettamente autodifese e rimozioni sulla volontà di dire qualcosa di quel che si sa e che gli altri non sanno. E, in questo senso, avremmo serie difficoltà ad assegnare la palma d’oro fra quanti hanno scritto molto senza nulla dire fra Giulio Andreotti, Francesco Cossiga, Armando Cossutta, Mario Moretti e Fulvio Martini. Non includiamo nella graduatoria Pietro Ingrao solo perché l’uomo non ha mai avuto molto da dire anche prima delle memorie.
Va bene, stiamo al gioco, avremmo diversi punti da contestare a Delle Chiaie (mirabile il modo con cui si sorvola sul caso Aleotti, ad esempio) ma preferiamo cogliere gli aspetti positivi che, peraltro, nel libro non mancano. Ci sono notizie molto interessanti da cogliere qua e là (molte riguardanti la vita interna del Msi). Insomma qualcosa di inedito ce la dà ed è il caso di una pagina sulla crisi del luglio 1964 che ci stimola una riflessione sul caso Moro. A p. 41 leggiamo:
Il libro è molto interessante, anche se l’autore si mette un po’ troppo, in bella copia, sorvolando su molte pagine che vorrebbero altro approfondimento, aggiustando e correggendo cose già dette e non sempre consonanti, mettendo nella luce migliore ogni sua decisione ecc. Ma, diciamo la verità: sarebbe stato ingenuo attendersi il contrario. Sono assai pochi quelli che hanno scritto con una certa onestà del proprio passato (qui ricordo Alberto Franceschini, Vincenzo Vinciguerra, Carlo Ripa di Meana, Tomaso Staiti di Cuddìa, Rossana Rossanda), nella maggior parte dei casi di esponenti politici e terroristi di destra e di sinistra prevalgono nettamente autodifese e rimozioni sulla volontà di dire qualcosa di quel che si sa e che gli altri non sanno. E, in questo senso, avremmo serie difficoltà ad assegnare la palma d’oro fra quanti hanno scritto molto senza nulla dire fra Giulio Andreotti, Francesco Cossiga, Armando Cossutta, Mario Moretti e Fulvio Martini. Non includiamo nella graduatoria Pietro Ingrao solo perché l’uomo non ha mai avuto molto da dire anche prima delle memorie.
Va bene, stiamo al gioco, avremmo diversi punti da contestare a Delle Chiaie (mirabile il modo con cui si sorvola sul caso Aleotti, ad esempio) ma preferiamo cogliere gli aspetti positivi che, peraltro, nel libro non mancano. Ci sono notizie molto interessanti da cogliere qua e là (molte riguardanti la vita interna del Msi). Insomma qualcosa di inedito ce la dà ed è il caso di una pagina sulla crisi del luglio 1964 che ci stimola una riflessione sul caso Moro. A p. 41 leggiamo:
<<… non molto tempo dopo ricevetti
da Coltellacci il pressante invito a rapire Moro. All’appuntamento mi
feci accompagnare da Giulio Crescenzi e Cataldo Strippoli. Coltellacci
era particolarmente agitato. Ci fece entrare nel salotto dove era in
attesa uno sconosciuto. Senza presentarci il personaggio, Coltellacci ci
chiese assoluta discrezione e poi disse: “E’ necessario lasciare da
parte ogni differenza e pensare solamente al bene dell’italia. Questo
signore rappresenta un settore indispensabile per cambiare
immediatamente le cose, ma prima è necessario un vostro decisivo
contributo. Bisogna sequestrare Aldo Moro per impedirgli di andare in
Parlamento a presentare il suo nuovo governo. E’ in una villa vicino
Roma, siete in grado di effettuare questa azione?”>>
Invito al quale Delle Chiaie ed i suoi
avrebbero risposto alzandosi ed andando via. Coltellacci era uno dei
massimi dirigenti di Ordine Nuovo, l’altra organizzazione importante
della destra extraparlamentare da sempre rivale di An e questo invito ci
incuriosisce: come mai i camerati- rivali (o se preferite, i
fratelli-coltelli, anzi Coltellacci) non provvedevano in proprio alla
bisogna? Per di più con il rischio di fuga di notizie che, in una certa
misura, si sarebbe verificata, visto che Delle Chiaie dice che ne
avrebbe parlato a Borghese ed Almirante.
Sin qui Delle Chiaie, ma a noi torna in
mente un’altra pagina che forse è il seguito di quella che abbiamo
letto. Qualche tempo dopo, nel 1966 Pier Franco Pingitore (militante del
gruppo di Delle Chiaie) fondò, con altri personaggi di estrema destra,
il cabaret “Il Bagaglino” che, un anno dopo, pubblicò una omonima
rivista satirica di cui usciranno cinque numeri. Sul primo numero,
Pingitore pubblicò uno strano racconto –che di satirico aveva ben poco-
intitolato “Dio salvi il Presidente” nel quale si diceva quando e come
sarebbe stato possibile far un attentato contro Moro, del quale venivano
meticolosamente riferite le abitudini (compresa la visita in Chiesa, il
ritorno a casa per la colazione e quindi la nuova uscita verso Palazzo
Chigi), si descrivevano i due percorsi soliti, indicandoli strada per
strada, si diceva da quanti uomini era composta la scorta e persino il
nome del funzionario che la dirigeva. Si facevano diverse ipotesi del
posto in cui l’attentato avrebbe potuto aver luogo, fra cui la chiesa in
cui Moro prendeva la comunione e la piazza antistante. E’ interessante
notare che le Br presero effettivamente in considerazione quel punto,
scartandolo perché a quell’ora erano sul piazzale molti bambini di una
vicina scuola elementare che avrebbero rischiato di trovarsi coinvolti
in una sparatoria.
Altro particolare rilevante: uno dei
punti critici dove avrebbe potuto aver luogo un attentato era l’incrocio
fra via Trionfale e via Mario Fani che è, con una minima
approssimazione, esattamente il punto in cui effettivamente accadde
l’azione delle Br. Un articolo documentatissimo.
Prima deduzione: quelle notizie non
potevano venire a Pingitore che da persone interne al mondo dei servizi e
l’articolo ha tutta l’aria di essere il piano dell’azione progettata
contro Moro di cui si era parlato con Delle Chiaie che, evidentemente,
non si era alzato ed andato via subito dopo aver sentito la proposta, ma
che probabilmente si era intrattenuto un po’, almeno il tempo
sufficiente a ricevere quel piano.
Poi, evidentemente, decise di passare il
progetto a Pingitore perché ne facesse l’articolo di cui abbiamo detto.
Evidentemente un segnale, ma, e questa è la prima domanda che ci
poniamo, a chi e con che senso? Avvertire Moro? Far sapere ad altri che
avrebbero potuto parlare? Non dimentichiamo che siamo esattamente nel
periodo dello scioglimento fittizio di An per sottrarsi al processo per
ricostituzione del partito fascista la cui inchiesta era stata avviata
proprio nel 1966.
Ma le domande sono molte altre. In primo
luogo: quell’articolo venne portato a conoscenza di Moro? Ricordiamo
che nello stesso periodo ebbe luogo la vicenda mai chiarita del progetto
di attentato che coinvolse il tenente colonnello Roberto Podestà e
dietro il quale ci sarebbe stato Randolfo Pacciardi, uno dei personaggi
convolti nelle vicende del luglio 1964. E’ strano che in un momento del
genere nessuno abbia pensato ad informare Moro di quell’articolo. E più
strano ancora è che Moro non abbia mutato in nulla le sue abitudini né
sia stato modificato il percorso o rafforzata la scorta.
E’ del tutto ragionevole ipotizzare che
le Br abbiano potuto leggere quell’articolo ed usarlo come base del loro
piano, è strano, però, che non ne abbiano mai fatto cenno nelle loro
memorie e deposizioni. Ed è anche curioso che nelle giornate febbrili
che seguirono al 16 marzo 1978 nessuno si sia ricordato di quello strano
pezzo “satirico” ed abbia cercato di capire meglio quello strano
precedente.
Ma si è sempre in tempo a riaprire il
discorso, vi pare? Possibile che alla Procura di Roma non ci sia nessun
magistrato curioso?
Aldo Giannuli
Ne sappiamo troppo poco del nostro passato.
Non a caso, un popolo che non conosce il proprio passato, difficilmente può costruirsi un futuro.
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