Ogni tanto mi ritrovo a comprare il manifesto. Non che pensi di trovarci chissà che. Un po’ per vecchie abitudini dure a morire; un po’ perché, guardando i titoli online, a prima vista mi paiono accattivanti: d’altronde, la specialità de il manifesto sono proprio i titoli.
Insomma, ieri c’erano il discorso alla nazione di Vladimir Putin e tutta la sceneggiata di Meloni che a Kiev dava il cambio a Biden, spostatosi a Varsavia per rivolgersi «un’altra volta ai russi». Così l’ho comprato, il manifesto, ma mi sono limitato a questi tre temi; dopo di che è passata ogni voglia di leggere altro.
Il confronto tra i servizi è illuminante sulle “convinzioni” di via Bargoni: tanto sbeffeggiante il primo, nei confronti delle «prevedibili accuse» di Putin «all’”Occidente” e all’Ucraina», quanto ossequioso e mieloso il secondo verso la Meloni, secondo la quale «in Ucraina è in atto un processo accomunabile all’Ottocento italiano».
Tanto irridente il primo verso il Presidente russo, le cui parole «seguono un copione già impiegato più volte in questo anno di guerra», quanto “toccante” il servizio (al servizio di chi?) da Varsavia, dove l’arrivo di Biden è «stato un evento molto sentito in tutto il paese».
Ora, una volta di più – e ce ne scusiamo – diciamo che le nostre eventuali simpatie per Vladimir Putin cominciano e finiscono quando dice (e soprattutto quando dà) il fatto loro ai nazigolpisti insediati a Kiev nove anni fa con l’intervento diretto di USA-UE-NATO. Per il resto, pensiamo che i comunisti russi abbiano già spiegato a sufficienza l’essenza di classe borghese dell’attuale potere in Russia, espressione degli interessi del grosso capitale industriale e finanziario.
E così, a via Bargoni scrivono candidamente che «Putin minaccia da Mosca», a differenza di Biden che invece «risponde da Varsavia»: si nota la diversità d’accento? D’altronde, quanta comprensione si legge tra le righe, per il tono con cui il presidente USA, dalla capitale polacca, ha proclamato ai russi che «Gli Stati Uniti e i paesi europei non vogliono controllare e distruggere la Russia»! *
Quale abisso tra un Putin, «dittatore» (parola di Biden) che accusa «L’occidente capace di ogni nefandezza» e nel suo discorso è seguito dalle «élite del paese a Mosca», e un Biden che invece quell’Occidente lo difende e la cui calata su Varsavia è resa ancor più “democratica” dalla presenza (qui il servizio raggiunge vette di magnificazione della democrazia europeista) di «Lech Walesa, ex leader di Solidarnosc, il primo sindacato libero dell’Europa orientale». Che la madonna di Czestochowa l’abbia in gloria...
Ma l’afflato demo-liberale de il manifesto è al colmo quando riporta le parole di una neofascista che, rivolta a un nazigolpista, gli assicura che, loro, saranno «insieme fino alla vittoria».
La commozione del cronista è tale che si sprigiona irrefrenabile quando «Meloni non ha esitato a connotare la resistenza delle forze armate ucraine di rimandi ideologici. E neanche il Risorgimento è stato risparmiato»: che ardore, che impeto patriottico scaturiva nel rievocare mentalmente la «resistenza delle forze armate» germaniche all’avanzare delle orde di bolscevichi verso il Reich.
Una commozione che evolve in passione per quella conferma de «l’atlantismo del governo italiano come non si faceva da tempo». Eja, eja, sembra sul punto di gridare il cronachista, quando cita il golpista di Kiev che liquida Berlusconi con un perentorio «non ha mai subito un bombardamento alla propria abitazione», come se i bombardamenti ucraini su scuole, ospedali, parchi giochi del Donbass, a partire dal 2014 fossero la condizione naturale e meritata per quei filo-russi allineati a «uno dei tormentoni del complottismo Usa allargatosi a macchia d’olio in tutta Europa».
Insomma, un bel passo in avanti quello fatto a via Bargoni: dal «non ci sono né buoni né cattivi» di 6-7 anni fa, in riferimento a formazioni naziste di Kiev e milizie popolari di L-DNR, si è arrivati, in onore ai dettami liberali, a ignorare il nazismo di quelle formazioni, oggi democraticamente inquadrate nelle «forze armate ucraine».
Ancora un passo e i neofascisti nostrani diventeranno per il manifesto i portabandiera dei valori nazionali e dell’«amor di patria» per il loro scandire «chiaramente che “il popolo ucraino sta combattendo per ognuno di noi”». A noi!
Ma, oltre all’annuncio sulla sospensione dallo Start, di cui si parla diffusamente altrove, cosa ha detto Vladimir Putin a proposito della situazione interna del paese?
Diamo la parola a Gazeta Pravda, organo semi-ufficiale del KPRF zjuganovista, non certo una banda di crudeli bolscevichi e nemmeno terribili giacobini. Putin, scrive Pravda, ha fatto nettamente capire che, sotto la sua direzione, la Russia intende proseguire sulla strada del mercato. Cioè, a dispetto delle frasi sul “capitalismo finito in un vicolo cieco”, non si ha «intenzione di deviare da questo sbagliato solco capitalista. Nessuna sorpresa: la classe dominante non comincerà certo ad annientare se stessa».
Pravda evidenzia anche alcuni aspetti positivi del discorso di Putin, in particolare nell’allargare alle nuove regioni i benefici sociali per maternità, giovani famiglie, nel sostegno a comunità scientifica, specialisti, ai giovani, con attenzione particolare all’istruzione e sottolineando specificamente la questione del sostegno alle famiglie dei militari impegnati in Ucraina, per cui verrà creato un fondo speciale.
Ha un po’ bacchettato i miliardari che hanno portato somme colossali fuori dalla Russia, esortando a «investire nel proprio Paese» per non esser messi alla berlina dal popolo: in questo modo, osserva Pravda, il presidente «ha un po’ carezzato gli umori antioligarchici diffusi tra il popolo». Ma non più di questo.
Non è mancata la stoccata a Putin che, «almeno questa volta, non ha menzionato il filosofo fascista Ivan Il’in». Tuttavia, il presidente non ce l’ha fatta a non citare il «grande statista» Stolypin, sul quale Klim Žukov ha pubblicato un ottimo video, in occasione della ridenominazione, a Saratov, di via Kirov in via Stolypin: questo, a proposito di toponomastica post-sovietica in Russia.
Proprio Stolypin, il latifondista Presidente del consiglio e Ministro degli interni zarista, distintosi per le feroci repressioni successive alla rivoluzione del 1905.
Stolypin, acclamato in Russia per quella riforma agraria, a proposito della quale Lenin scriveva che fosse tesa a dar vita a una classe di piccoli proprietari contadini, con l’obiettivo di «scindere la massa contadina e far sorgere da essa uno strato di “nuovi proprietari fondiari”, contadini-proprietari benestanti, i quali avrebbero difeso dalla massa, “non per paura, ma in coscienza”, la tranquillità e l’inviolabilità delle enormi tenute dei latifondisti...
Per Russia riformata Stolypin intendeva un mutamento per cui nelle campagne dovessero rimanere soltanto, da una parte latifondisti soddisfatti, soddisfatti strozzini e kulaki, e dall’altra braccianti smembrati, oppressi, indifesi e impotenti».
In definitiva, scrive Pravda, il discorso presidenziale ha avuto «ancora una volta il carattere di una seduta collettiva di psicoterapia, volta a calmare la società»: non c’è di che preoccuparsi, il Paese è stabile, tutto è sotto controllo.
Soprattutto, se a “controllare” i passi di Mosca ci pensano a via Bargoni, forti delle parole del segretario della NATO, Jens Stoltenberg e dell’Alto rappresentante per gli affari esteri UE Josep Borrell: garanzie di “libertà” contro “l’autocrazia”.
* PS Qualche giorno fa, il portale ColonelCassad aveva anticipato i punti salienti del discorso, con cui Biden da Varsavia si sarebbe rivolto ai russi. Per parte nostra, non giuriamo sull’autenticità di quelle anticipazioni, ma il senso del proclama c’è tutto. Il tono e l’approssimativa grammatica fanno tornare in mente altri appelli lanciati ai russi ottant’anni fa. E dunque:
1 Rus Ivan, arrenditi
2 Rus Ivan, il Reich americano non fare nulla di cattivo russo normale. Noi siamo combattere solo contro giudeo Putin
3 Rus Ivan, in prigionia ti aspettare lardo salato, scarponi caldo e nuovo smartphone
4 Rus Ivan, il Reich americano das ist il più grande civilizzazione e cultura europeo. La Russia è popolo selvaggio e deve sottomettersi un dirigente civile per il suo bene
5 Tutti popoli d’Europa sono stati conquistati da Reich americano. Il Reich americano è il più forte. La resistenza è inutile. Rus Ivan, arrenditi, altrimenti noi eliminare te e tutta tua famiglia e tutta Russia
6 Rus Ivan, non credere giudeo Putin e suoi commissari. Credi Reich americano. Uccidi Putin e commissario e esci mani alzate e porta con te Gazprom e Rosneft
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/12/2022
Vecchie fesserie anticomuniste e propaganda di guerra. Anche a “sinistra”
Altri tempi, quando ce la si prendeva con il manifesto, tacciandolo di trotskismo, per i continui attacchi – tra le altre cose – all’Unione Sovietica, tanto alla sua storia passata, quanto alle cronache del cosiddetto “ristagno” brežneviano, per le quali si accodava semplicemente alle grida di orrore liberali sui “diritti umani violati”.
Sono passati quei tempi; e sono arrivate puntuali, ripetute nei vari anni, le spudorate risoluzioni sull’equiparazione tra URSS e Germania nazista, tra cui quella “europea” del 2019.
Sull’altro versante, sono arrivate anche le risoluzioni di condanna della eroicizzazione e propaganda di nazismo, neonazismo e altre forme di fascismo e xenofobia, presentate all’ONU a cadenza annuale dalla Russia post-sovietica e puntualmente osteggiate da USA, paesi NATO-UE e loro manutengoli – Ucraina nazi-golpista in testa – ma sempre approvate a larga maggioranza, (l’ultima è del 15 dicembre: 120 voti a favore, 10 astenuti e 50 contrari, tra cui Italia, Germania e Giappone) a testimonianza, se non altro, di quale sia in realtà “l’isolamento” della Russia su scala mondiale.
In questo clima, il manifesto, avvicinandosi il centenario della proclamazione dell’URSS (nei prossimi giorni, anche Contropiano avrà da dire la sua su un aspetto specifico della ricorrenza) e a corredo delle corrispondenze di guerra – rigorosamente dalla parte ucraina – non trova nulla di meglio che riproporre, presentandole come “nuove rivelazioni”, le più ritrite novene liberali sulla presunta «spartizione dell’Europa orientale» tra Hitler e Stalin nel 1939, sulle cui orme si muoverebbe oggi la Russia putiniana nei confronti dell’Ucraina nazi-golpista.
Seguendo lo stesso schema, poco più di un anno fa, da via Bargoni avevano già divulgato le consuete “novità” su le «ragioni geopolitiche di una alleanza fatale», anche allora giurando sulle «rivelazioni degli archivi sovietici» aperti negli anni ’90, “arricchite” dalla genuflessione ai piedi della strage «stalinista di Katyn’, uno dei più famigerati crimini di guerra dello stalinismo».
Altre volte si è scritto su Contropiano del valore più che dubbio dei documenti “scoperti” negli archivi sovietici, guarda caso proprio negli anni ’90.
Si è scritto di come nel 2011 fosse morto improvvisamente e misteriosamente l’ex Procuratore ed ex deputato del KPRF, Viktor Iljukhin, dopo che, un anno prima, aveva rivelato che, nei primi anni ’90, il cosiddetto “architetto della perestrojka”, Aleksandr Jakovlev, aveva arruolato tecnici specializzati nella creazione di falsi documenti “storici”, con tanto di carta d’epoca e timbri sapientemente artefatti, intrufolati poi negli archivi del CC del PCUS, per essere “scoperti” di lì a poco.
Nel caso specifico del “Patto di non aggressione Germania-URSS”, è facile dire come la “scoperta” possa farsi risalire, per i più grandicelli che hanno frequentato l’Università negli anni ’70, almeno a cinquant’anni fa (per esempio: Walther Hofer, Lo scatenamento della Seconda guerra mondiale) e, per i più anziani, al famigerato libercolo del Dipartimento di stato Nazi-Soviet Relations 1939-1941, pubblicato nel 1948 e immediatamente rintuzzato da Falsificatori della storia, diffuso nello stesso anno dal SovInformBjuro, insieme alle varie edizioni in lingue estere curate da Mosca.
Nel saggio “I documenti sovietico-germanici dell’agosto 1939: i problemi delle fonti” (all’interno del volume Anti-gitlerovskaja koalitsija – Moskva, 2019), lo storico russo Mikhail Mel’tjukhov esprime dubbi anche sull’autenticità degli esemplari dei “protocolli segreti” la cui versione sovietica (finora si sarebbe conosciuta solo la versione tedesca) il Ministero degli esteri russo ha reso pubblica nell’estate 2019.
Il confronto tra le immagini delle versioni tedesca e russa, non solo dei presunti protocolli, ma dello stesso Patto di non aggressione, scrive Mel’tjukhov, solleva diversi interrogativi.
La compilazione stessa del Patto non sembra rispondere alla comune pratica diplomatica: nell’esemplare tedesco, ad esempio, sembra che le firme di Ribbentrop e Molotov siano apposte in una pagina diversa da quella del testo, addirittura sul retro della pagina.
Ancora più “curioso” il fatto che, nella versione tedesca, Molotov avesse firmato con caratteri latini, fatto del tutto inusuale per lui. Nel protocollo segreto, poi, la firma di Molotov sarebbe sopra a quella di Ribbentrop e non a fianco e nel testo tedesco si noterebbero alcune correzioni e discrepanze; e, comunque, nessuna ratifica si sarebbe avuta, né da parte tedesca, né sovietica, il che renderebbe il presunto accordo nulla più di un “protocollo d’intenti”.
Per non parlare infine del fatto che, nei presunti “documenti” tedeschi, diffusi nel 1948 dal Dipartimento di Stato e in cui viene “rivelata” per la prima volta l’esistenza di protocolli segreti, brillano curiosamente strani e inverosimili anglicismi linguistici e sintattici.
La storiografia liberale batte da decenni sul tasto del patto di non aggressione sovietico-tedesco, quale “via libera” a Hitler per l’attacco alla Polonia da ovest il 1 settembre 1939, mentre l’URSS ne approfittava per invadere la Polonia da est, tacendo sempre scrupolosamente sul fatto che il 17 settembre l’Esercito Rosso entrava nelle regioni occidentali di Ucraina e Bielorussia, occupate dalla Polonia fascista sin dal 1921.
Ora, il manifesto, recensendo il saggio di Antonella Salomoni Il patto Molotov-Ribbentrop e la falsificazione della storia, ripete la tiritera del «”protocollo aggiuntivo” – non divulgato – finalizzato a regolare la spartizione dell’Europa orientale».
A via Bargoni tengono a «sottolineare che la studiosa, fondando la propria analisi soprattutto sulla consultazione delle fonti ex sovietiche», prende in considerazione, per l’appunto, anche Falsificatori della storia che, ci assicurano dalle rive del Tevere, sarebbe stato «scritto in buona parte dallo stesso Stalin»; non si manca poi di evidenziare che il «ritrovamento, alla fine del 1992, di due plichi che contenevano l’originale dell’accordo segreto» sarebbe stato seguito in Russia da «un processo di restaurazione volto a contrastare il dibattito che si era sviluppato durante l’epoca gorbacioviana e a riscrivere la storia del Novecento riguardo soprattutto a una questione – la cosiddetta “complicità spartitoria”», così che la pubblicistica putiniana possa mettere in dubbio «la comune volontà – da parte del regime staliniano come di quello hitleriano – di definire delle sfere di influenza».
Insomma, ci raccontano, la storia si ripete: era accaduto allora ciò che si verifica anche oggi, così che, quando Vladimir Putin parla della «necessità di “denazificare” l’Ucraina, sembra una rivendicazione perfettamente in linea con la sua ricostruzione storiografica alla quale, nel febbraio di quest’anno, ha dato purtroppo tragica attuazione».
E dunque: nel 1939 la Polonia; nel 2022 l’Ucraina. Prima l’invasore era l’URSS, “d’accordo” con gli hitleriani; oggi è la Russia. In entrambe i casi, le vittime sarebbero le «’libere democrazie europee’, fiori all’occhiello dei «valori occidentali», aggredite da dittature: una “democrazia nazigolpista” è proprio l’ultima geniale trovata della politologia atlantista.
Ora, per parte nostra, mentre tralasciamo qui ogni discussione sullo scontro interimperialistico mondiale, che al momento assume carattere cruento soprattutto (ma non solo) in Ucraina, riteniamo come minimo anti-storico e anti-politico ogni tentativo di paragone tra Unione Sovietica socialista, vincitrice della Wehrmacht e del nazismo, e Russia capitalista che, ufficialmente, dal 24 febbraio 2022 si è posta gli obiettivi della demilitarizzazione dell’Ucraina, punto nodale della propria sicurezza, e della liberazione di quel paese dalle bande nazigolpiste che vi imperversano dal 2014.
E, però, quei paragoni, quei rimandi “storici”, sono all’ordine del giorno nella propaganda occidentale e, in alcune occasioni, quando servono a mettere in risalto la potenza nazionale, passata e presente, sembrano non esser disdegnati nemmeno dall’altra parte del fronte. In ogni caso, quel che la fa da padrone, è non tanto la ricerca della verità, storica o attuale, quanto la propaganda più bieca.
Certamente, nel 1939, o nel 1948, mezzi e tecniche di distorsione dei fatti, per quanto sottili, erano quasi “primitivi”, se paragonati a oggi. Settant’anni fa, la parola stampata era pressoché l’unica strada attraverso cui si cercava di vomitare sull’Unione Sovietica anche i più beceri cliché goebbelsiani, tacendo su intrecci politico-affaristici, accordi militari, tra “democrazie liberali” e Germania hitleriana, prima, durante, e addirittura nelle fasi conclusive della guerra.
Settant’anni fa, però, nonostante la pochezza dei mezzi comunicativi, a contrastare e ribattere calunnie e mistificazioni degli “Alleati”, c’erano in Occidente forze politiche di massa che, nella resistenza clandestina al fascismo e al nazismo, e poi nella lotta armata, si erano guadagnate la fiducia di larghe masse e, per ciò stesso, erano in grado di contribuire a riequilibrare il peso della propaganda anti-sovietica e anti-comunista.
Oggi, a fronte di mezzi di comunicazione che, ventiquattrore al giorno, instillano le uniche “verità” ammesse dai centri di potere politico, economico e militare, che affama le masse per arricchire il complesso militare-industriale, narcotizzando la capacità critica delle persone, quel che pesa è la mancanza di forti aggregazioni politiche in grado di raggiungere, con l’azione e le parole, i più larghi strati popolari, per smentire la propaganda di guerra di USA, UE e NATO e dei loro tirapiedi europei.
Pesa, oggi, constatare l’enorme sproporzione tra le possibilità di martellamento “di falsità e silenzi” dei media al servizio del polo imperialista euroatlantico e le capacità dei comunisti di far sentire la propria voce. Oggi, come ottant’anni fa, la mistificazione non conosce limiti.
Così, il massacro nazista di Katyn’, attribuito nel 1943 al NKVD, lascia oggi il posto ai bombardamenti su Donetsk, contrabbandati per russi; le centinaia di Khatyn’ bielorusse ignorate, sono oggi la strage alla Casa dei sindacati a Odessa nel 2014, cancellata dai media ufficiali, al pari dei prigionieri russi assassinati pochi giorni fa a sangue freddo dai nazisti di Kiev.
Al posto dei volontari europei che nel 1941 si unirono alle SS naziste nell’attacco all’URSS, ecco oggi i mercenari da mezzo mondo che «non sono nazisti. Sono nazionalisti», anche se sventolano croce uncinata, dente di lupo e esternano il “Sieg heil”.
Ma, a dispetto di tutto, e per chiudere: perché meravigliarsi di certe “scoperte storiche” de il manifesto riguardo alla storia sovietica? A quelli di via Bargoni non manca la compagnia.
Lo scorso 8 dicembre, il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov ha dichiarato che il 30 dicembre, per il centenario dell’URSS, «non festeggeremo. Si tratta di una parte importante della nostra storia, inscindibile dalla storia russa, ma se ricordiamo le parole del Presidente: solo una persona senza cuore può non dispiacersi del crollo dell’Unione Sovietica e solo una persona senza cervello può desiderare il ripristino di quella Unione»; come a dire: ci doliamo della fine dello Stato potente, temuto dai nemici, ma non rimpiangiamo certo la sua struttura politica e sociale.
Già, era stato proprio Vladimir Vladimirovič, ad esempio, a dichiarare nel 2012 che la Russia era stata sconfitta nella Prima guerra mondiale a causa del tradimento nazionale dei primi leader sovietici; nel 2016, aveva di nuovo esternato la sua “idea” originaria, paragonando le idee di Vladimir Lenin a una «bomba atomica piazzata sotto l’edificio chiamato Russia».
Sempre lui, in varie occasioni, ha detto che «il marxismo-leninismo è una favola bella e deleteria, la cui realizzazione ha causato un danno enorme al nostro Paese», oppure che «i protagonisti del 1917 posero una mina a scoppio ritardato sotto l’edificio dello Stato che si chiamava Russia» e che «i bolscevichi distrussero ciò che unisce e consolida i popoli dei paesi civili: il mercato in quanto tale, distrussero il nascente capitalismo».
C’è una strada a Roma che, per quanto disti appena un centinaio di metri dal Tevere, è spesso idealmente vicina alla Neglinnaja che, oggi tombata, scorre adiacente le mura del Cremlino post-sovietico.
Fonte
Sono passati quei tempi; e sono arrivate puntuali, ripetute nei vari anni, le spudorate risoluzioni sull’equiparazione tra URSS e Germania nazista, tra cui quella “europea” del 2019.
Sull’altro versante, sono arrivate anche le risoluzioni di condanna della eroicizzazione e propaganda di nazismo, neonazismo e altre forme di fascismo e xenofobia, presentate all’ONU a cadenza annuale dalla Russia post-sovietica e puntualmente osteggiate da USA, paesi NATO-UE e loro manutengoli – Ucraina nazi-golpista in testa – ma sempre approvate a larga maggioranza, (l’ultima è del 15 dicembre: 120 voti a favore, 10 astenuti e 50 contrari, tra cui Italia, Germania e Giappone) a testimonianza, se non altro, di quale sia in realtà “l’isolamento” della Russia su scala mondiale.
In questo clima, il manifesto, avvicinandosi il centenario della proclamazione dell’URSS (nei prossimi giorni, anche Contropiano avrà da dire la sua su un aspetto specifico della ricorrenza) e a corredo delle corrispondenze di guerra – rigorosamente dalla parte ucraina – non trova nulla di meglio che riproporre, presentandole come “nuove rivelazioni”, le più ritrite novene liberali sulla presunta «spartizione dell’Europa orientale» tra Hitler e Stalin nel 1939, sulle cui orme si muoverebbe oggi la Russia putiniana nei confronti dell’Ucraina nazi-golpista.
Seguendo lo stesso schema, poco più di un anno fa, da via Bargoni avevano già divulgato le consuete “novità” su le «ragioni geopolitiche di una alleanza fatale», anche allora giurando sulle «rivelazioni degli archivi sovietici» aperti negli anni ’90, “arricchite” dalla genuflessione ai piedi della strage «stalinista di Katyn’, uno dei più famigerati crimini di guerra dello stalinismo».
Altre volte si è scritto su Contropiano del valore più che dubbio dei documenti “scoperti” negli archivi sovietici, guarda caso proprio negli anni ’90.
Si è scritto di come nel 2011 fosse morto improvvisamente e misteriosamente l’ex Procuratore ed ex deputato del KPRF, Viktor Iljukhin, dopo che, un anno prima, aveva rivelato che, nei primi anni ’90, il cosiddetto “architetto della perestrojka”, Aleksandr Jakovlev, aveva arruolato tecnici specializzati nella creazione di falsi documenti “storici”, con tanto di carta d’epoca e timbri sapientemente artefatti, intrufolati poi negli archivi del CC del PCUS, per essere “scoperti” di lì a poco.
Nel caso specifico del “Patto di non aggressione Germania-URSS”, è facile dire come la “scoperta” possa farsi risalire, per i più grandicelli che hanno frequentato l’Università negli anni ’70, almeno a cinquant’anni fa (per esempio: Walther Hofer, Lo scatenamento della Seconda guerra mondiale) e, per i più anziani, al famigerato libercolo del Dipartimento di stato Nazi-Soviet Relations 1939-1941, pubblicato nel 1948 e immediatamente rintuzzato da Falsificatori della storia, diffuso nello stesso anno dal SovInformBjuro, insieme alle varie edizioni in lingue estere curate da Mosca.
Nel saggio “I documenti sovietico-germanici dell’agosto 1939: i problemi delle fonti” (all’interno del volume Anti-gitlerovskaja koalitsija – Moskva, 2019), lo storico russo Mikhail Mel’tjukhov esprime dubbi anche sull’autenticità degli esemplari dei “protocolli segreti” la cui versione sovietica (finora si sarebbe conosciuta solo la versione tedesca) il Ministero degli esteri russo ha reso pubblica nell’estate 2019.
Il confronto tra le immagini delle versioni tedesca e russa, non solo dei presunti protocolli, ma dello stesso Patto di non aggressione, scrive Mel’tjukhov, solleva diversi interrogativi.
La compilazione stessa del Patto non sembra rispondere alla comune pratica diplomatica: nell’esemplare tedesco, ad esempio, sembra che le firme di Ribbentrop e Molotov siano apposte in una pagina diversa da quella del testo, addirittura sul retro della pagina.
Ancora più “curioso” il fatto che, nella versione tedesca, Molotov avesse firmato con caratteri latini, fatto del tutto inusuale per lui. Nel protocollo segreto, poi, la firma di Molotov sarebbe sopra a quella di Ribbentrop e non a fianco e nel testo tedesco si noterebbero alcune correzioni e discrepanze; e, comunque, nessuna ratifica si sarebbe avuta, né da parte tedesca, né sovietica, il che renderebbe il presunto accordo nulla più di un “protocollo d’intenti”.
Per non parlare infine del fatto che, nei presunti “documenti” tedeschi, diffusi nel 1948 dal Dipartimento di Stato e in cui viene “rivelata” per la prima volta l’esistenza di protocolli segreti, brillano curiosamente strani e inverosimili anglicismi linguistici e sintattici.
La storiografia liberale batte da decenni sul tasto del patto di non aggressione sovietico-tedesco, quale “via libera” a Hitler per l’attacco alla Polonia da ovest il 1 settembre 1939, mentre l’URSS ne approfittava per invadere la Polonia da est, tacendo sempre scrupolosamente sul fatto che il 17 settembre l’Esercito Rosso entrava nelle regioni occidentali di Ucraina e Bielorussia, occupate dalla Polonia fascista sin dal 1921.
Ora, il manifesto, recensendo il saggio di Antonella Salomoni Il patto Molotov-Ribbentrop e la falsificazione della storia, ripete la tiritera del «”protocollo aggiuntivo” – non divulgato – finalizzato a regolare la spartizione dell’Europa orientale».
A via Bargoni tengono a «sottolineare che la studiosa, fondando la propria analisi soprattutto sulla consultazione delle fonti ex sovietiche», prende in considerazione, per l’appunto, anche Falsificatori della storia che, ci assicurano dalle rive del Tevere, sarebbe stato «scritto in buona parte dallo stesso Stalin»; non si manca poi di evidenziare che il «ritrovamento, alla fine del 1992, di due plichi che contenevano l’originale dell’accordo segreto» sarebbe stato seguito in Russia da «un processo di restaurazione volto a contrastare il dibattito che si era sviluppato durante l’epoca gorbacioviana e a riscrivere la storia del Novecento riguardo soprattutto a una questione – la cosiddetta “complicità spartitoria”», così che la pubblicistica putiniana possa mettere in dubbio «la comune volontà – da parte del regime staliniano come di quello hitleriano – di definire delle sfere di influenza».
Insomma, ci raccontano, la storia si ripete: era accaduto allora ciò che si verifica anche oggi, così che, quando Vladimir Putin parla della «necessità di “denazificare” l’Ucraina, sembra una rivendicazione perfettamente in linea con la sua ricostruzione storiografica alla quale, nel febbraio di quest’anno, ha dato purtroppo tragica attuazione».
E dunque: nel 1939 la Polonia; nel 2022 l’Ucraina. Prima l’invasore era l’URSS, “d’accordo” con gli hitleriani; oggi è la Russia. In entrambe i casi, le vittime sarebbero le «’libere democrazie europee’, fiori all’occhiello dei «valori occidentali», aggredite da dittature: una “democrazia nazigolpista” è proprio l’ultima geniale trovata della politologia atlantista.
Ora, per parte nostra, mentre tralasciamo qui ogni discussione sullo scontro interimperialistico mondiale, che al momento assume carattere cruento soprattutto (ma non solo) in Ucraina, riteniamo come minimo anti-storico e anti-politico ogni tentativo di paragone tra Unione Sovietica socialista, vincitrice della Wehrmacht e del nazismo, e Russia capitalista che, ufficialmente, dal 24 febbraio 2022 si è posta gli obiettivi della demilitarizzazione dell’Ucraina, punto nodale della propria sicurezza, e della liberazione di quel paese dalle bande nazigolpiste che vi imperversano dal 2014.
E, però, quei paragoni, quei rimandi “storici”, sono all’ordine del giorno nella propaganda occidentale e, in alcune occasioni, quando servono a mettere in risalto la potenza nazionale, passata e presente, sembrano non esser disdegnati nemmeno dall’altra parte del fronte. In ogni caso, quel che la fa da padrone, è non tanto la ricerca della verità, storica o attuale, quanto la propaganda più bieca.
Certamente, nel 1939, o nel 1948, mezzi e tecniche di distorsione dei fatti, per quanto sottili, erano quasi “primitivi”, se paragonati a oggi. Settant’anni fa, la parola stampata era pressoché l’unica strada attraverso cui si cercava di vomitare sull’Unione Sovietica anche i più beceri cliché goebbelsiani, tacendo su intrecci politico-affaristici, accordi militari, tra “democrazie liberali” e Germania hitleriana, prima, durante, e addirittura nelle fasi conclusive della guerra.
Settant’anni fa, però, nonostante la pochezza dei mezzi comunicativi, a contrastare e ribattere calunnie e mistificazioni degli “Alleati”, c’erano in Occidente forze politiche di massa che, nella resistenza clandestina al fascismo e al nazismo, e poi nella lotta armata, si erano guadagnate la fiducia di larghe masse e, per ciò stesso, erano in grado di contribuire a riequilibrare il peso della propaganda anti-sovietica e anti-comunista.
Oggi, a fronte di mezzi di comunicazione che, ventiquattrore al giorno, instillano le uniche “verità” ammesse dai centri di potere politico, economico e militare, che affama le masse per arricchire il complesso militare-industriale, narcotizzando la capacità critica delle persone, quel che pesa è la mancanza di forti aggregazioni politiche in grado di raggiungere, con l’azione e le parole, i più larghi strati popolari, per smentire la propaganda di guerra di USA, UE e NATO e dei loro tirapiedi europei.
Pesa, oggi, constatare l’enorme sproporzione tra le possibilità di martellamento “di falsità e silenzi” dei media al servizio del polo imperialista euroatlantico e le capacità dei comunisti di far sentire la propria voce. Oggi, come ottant’anni fa, la mistificazione non conosce limiti.
Così, il massacro nazista di Katyn’, attribuito nel 1943 al NKVD, lascia oggi il posto ai bombardamenti su Donetsk, contrabbandati per russi; le centinaia di Khatyn’ bielorusse ignorate, sono oggi la strage alla Casa dei sindacati a Odessa nel 2014, cancellata dai media ufficiali, al pari dei prigionieri russi assassinati pochi giorni fa a sangue freddo dai nazisti di Kiev.
Al posto dei volontari europei che nel 1941 si unirono alle SS naziste nell’attacco all’URSS, ecco oggi i mercenari da mezzo mondo che «non sono nazisti. Sono nazionalisti», anche se sventolano croce uncinata, dente di lupo e esternano il “Sieg heil”.
Ma, a dispetto di tutto, e per chiudere: perché meravigliarsi di certe “scoperte storiche” de il manifesto riguardo alla storia sovietica? A quelli di via Bargoni non manca la compagnia.
Lo scorso 8 dicembre, il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov ha dichiarato che il 30 dicembre, per il centenario dell’URSS, «non festeggeremo. Si tratta di una parte importante della nostra storia, inscindibile dalla storia russa, ma se ricordiamo le parole del Presidente: solo una persona senza cuore può non dispiacersi del crollo dell’Unione Sovietica e solo una persona senza cervello può desiderare il ripristino di quella Unione»; come a dire: ci doliamo della fine dello Stato potente, temuto dai nemici, ma non rimpiangiamo certo la sua struttura politica e sociale.
Già, era stato proprio Vladimir Vladimirovič, ad esempio, a dichiarare nel 2012 che la Russia era stata sconfitta nella Prima guerra mondiale a causa del tradimento nazionale dei primi leader sovietici; nel 2016, aveva di nuovo esternato la sua “idea” originaria, paragonando le idee di Vladimir Lenin a una «bomba atomica piazzata sotto l’edificio chiamato Russia».
Sempre lui, in varie occasioni, ha detto che «il marxismo-leninismo è una favola bella e deleteria, la cui realizzazione ha causato un danno enorme al nostro Paese», oppure che «i protagonisti del 1917 posero una mina a scoppio ritardato sotto l’edificio dello Stato che si chiamava Russia» e che «i bolscevichi distrussero ciò che unisce e consolida i popoli dei paesi civili: il mercato in quanto tale, distrussero il nascente capitalismo».
C’è una strada a Roma che, per quanto disti appena un centinaio di metri dal Tevere, è spesso idealmente vicina alla Neglinnaja che, oggi tombata, scorre adiacente le mura del Cremlino post-sovietico.
Fonte
26/10/2022
Guerrafondai millantatori di “pace”
Un sessantaduenne è stato multato per 4.000 euro a Amburgo, perché giudicato colpevole di aver viaggiato per la città, nel marzo scorso, con un foglio di dimensioni “A4” recante la lettera “Z” attaccato a un finestrino della propria vettura.
Nel procedimento, avendo l’uomo dichiarato che la “Z” è per lui semplicemente l’ultima lettera dell’alfabeto, la giudichessa (si dice così nella “sinistra” che tifa per Kiev e per la guerra?) ha dato ragione al poliziotto che a marzo aveva fermato l’uomo, decidendo che, nel contesto di allora, la “Z” simboleggiasse la guerra della Russia e che quindi l’uomo, con quel A4 al vetro dell’auto, volesse dire “Io sto con Putin”.
Ieri, la riproduzione di un post su feisbuc con questa notizia, ha provocato il pronto intervento dei campioni della “lotta alla disinformazione”, i quali hanno perentoriamente segnalato, per prima cosa, che «Il post contiene informazioni che fact-checker indipendenti hanno dichiarato essere false», e poi, di seguito, che «Il tuo post non include informazioni controllate da fact-checker indipendenti».
La ferrea logica che unisce le due segnalazioni è pari solo a quella dell’asina Balaam che parlava al suo padrone Balak. Ma, di fronte a cotanta autorevolezza…
Chi invece non abbisogna di alcuna supervisione «da fact-checker indipendenti» e si prodiga da solo a diffondere il verbo, è un articolista, (a giudicare da tutto, in odore di santità a Kiev), il cui servizio era presentato ieri con un titolo a cinque colonne sulla prima pagina de il manifesto: «Mosca millanta la “bomba sporca” di Kiev»; e lo fa, com’è ovvio a tutti i “fact-checker indipendenti”, «senza prove».
Il fact-checker indipendente, pagato però da via Bargoni, ha visionato le notizie provenienti da Mosca e ha risolutamente messo nero su bianco che, vista l’origine, non si può che decretare «essere false»; anzi, millantate, che meglio le avvicina al 346-bis del codice penale italico.
Ora, quali sono le dichiarazioni “del nemico”? In sintesi, dato che ormai i lettori ne sono a conoscenza, il Ministero della difesa della “perfida Rus” ha detto di essere in possesso di informazioni secondo cui due enti ucraini hanno ricevuto istruzioni specifiche per mettere a punto la cosiddetta “bomba sporca” e che i lavori sono allo stadio finale.
Mosca è inoltre a conoscenza di contatti tra Presidenza ucraina e esponenti britannici per il possibile ottenimento di tecnologia atta a creare armi nucleari, per le quali Kiev dispone di base produttiva e potenziale scientifico adeguati.
I siti ucraini che hanno scorte di sostanze radioattive da poter utilizzare per la “bomba sporca” sono tre centrali nucleari attive: a Južnoukrainsk (regione di Nikolaev), Netešin (regione di Khmel’nitskij) e Varaš (regione di Rovno) che hanno 9 pozze di combustibile nucleare esaurito, con circa millecinquecento tonnellate di ossido di uranio arricchito all’1,5%.
Altri componenti – decine di migliaia di elementi con uranio-238, uranio-235 e plutonio-239 – sono nella centrale di Chernobyl, pur se dismessa; lo stesso per le decine di migliaia di metri cubi di scorie radioattive del sito “Vektor”, dell’impianto chimico di Kamenskoe (la sovietica Dneprodzeržinsk), dei siti di smaltimento di scorie “Burjakovka”, “Podlesnyj”, “Rossokha”.
E c’è anche l’impianto di estrazione “Vostočnyj in cui, da due pozzi minerari su tre, si estraggono circa mille tonnellate l’anno di uranio.
Il Ministero della difesa “nemico” sottolinea anche che Kiev dispone pienamente delle basi scientifiche necessarie a creare la “millantata” bomba: l’Istituto di fisica e tecnologia di Kharkov, i cui scienziati avevano preso parte al programma nucleare sovietico, e dove operano tuttora varie strutture sperimentali, termonucleari (“Uragan”), così come l’Istituto per la ricerca nucleare dell’Accademia delle scienze di Kiev, presso il cui reattore WWR-M sono in corso ricerche con l’utilizzo di materiali altamente radioattivi.
Qui, come pure all’impianto di estrazione di Žëltye Vody (distretto di Kamenskoe, nella regione di Dnepropetrovsk) sono attesi per i prossimi giorni gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica.
Ieri, il portavoce presidenziale russo Dmitry Peskov, ha definito «inammissibili» le reazioni occidentali al pericolo della “bomba sporca” ucraina denunciato (qualcuno vorrà dire: millantato?) da Mosca. Si tratta, ha detto Peskov, di «un approccio niente affatto serio; un approccio che definirei inammissibile, sullo sfondo del pericolo di cui parliamo… Poniamo ancora una volta l’accento sul grande pericolo che si cela dietro la realizzazione dei piani ucraini».
Il riferimento di Peskov era alle reazioni del Segretario alla difesa USA, Lloyd Austin, che respinge gli avvertimenti russi, e del Segretario di Stato, Antony Blinken, secondo il quale sarebbero “infondati” i moniti di Mosca sul possibile impiego della “bomba sporca” da parte ucraina.
Ligi, come fossero a via Solferino, al Verbo emesso da Washington, a via Bargoni hanno dunque pensato bene di proclamare che tale pericolo è “millantato” e «senza prove».
Di più: credendo forse di far dispetto al governo fascio-leghista di casa nostra – per definizione “amico e accolito di Viktor Orbán” – si sono incaricati di mettere alla berlina «la solita voce dissidente» dell’Ungheria, colpevole di «aver chiesto un cessate il fuoco immediato e colloqui di pace tra funzionari ucraini e russi il prima possibile».
Un tradimento, quello perpetrato a Budapest, con una «una capovolta mediatica che assomiglia a quelle di Mosca», che i reazionari italici si guardano però bene dal plaudire. Ma, soprattutto, una “diserzione” inconcepibile per chi, sulla scia di Vladimir Zelenskij (ieri, alla cosiddetta “Piattaforma di Crimea”, a Zagabria) pronostica che «dopo la de-occupazione dell’Ucraina, sarà la volta di Transnistria, Abkhazija e dei “territori del nord”», come i giapponesi chiamano le isole Kurili.
Non la pace, dunque, invocano gli autodefiniti “fact-checker indipendenti”, ma che l’intero “mondo libero” abbia «un’unica lingua e uniche parole»(Genesi, 11-1): quelle che incitano alla vittoria sui nemici dell’Occidente.
Requiem per un giornale.
Fonte
Nel procedimento, avendo l’uomo dichiarato che la “Z” è per lui semplicemente l’ultima lettera dell’alfabeto, la giudichessa (si dice così nella “sinistra” che tifa per Kiev e per la guerra?) ha dato ragione al poliziotto che a marzo aveva fermato l’uomo, decidendo che, nel contesto di allora, la “Z” simboleggiasse la guerra della Russia e che quindi l’uomo, con quel A4 al vetro dell’auto, volesse dire “Io sto con Putin”.
Ieri, la riproduzione di un post su feisbuc con questa notizia, ha provocato il pronto intervento dei campioni della “lotta alla disinformazione”, i quali hanno perentoriamente segnalato, per prima cosa, che «Il post contiene informazioni che fact-checker indipendenti hanno dichiarato essere false», e poi, di seguito, che «Il tuo post non include informazioni controllate da fact-checker indipendenti».
La ferrea logica che unisce le due segnalazioni è pari solo a quella dell’asina Balaam che parlava al suo padrone Balak. Ma, di fronte a cotanta autorevolezza…
Chi invece non abbisogna di alcuna supervisione «da fact-checker indipendenti» e si prodiga da solo a diffondere il verbo, è un articolista, (a giudicare da tutto, in odore di santità a Kiev), il cui servizio era presentato ieri con un titolo a cinque colonne sulla prima pagina de il manifesto: «Mosca millanta la “bomba sporca” di Kiev»; e lo fa, com’è ovvio a tutti i “fact-checker indipendenti”, «senza prove».
Il fact-checker indipendente, pagato però da via Bargoni, ha visionato le notizie provenienti da Mosca e ha risolutamente messo nero su bianco che, vista l’origine, non si può che decretare «essere false»; anzi, millantate, che meglio le avvicina al 346-bis del codice penale italico.
Ora, quali sono le dichiarazioni “del nemico”? In sintesi, dato che ormai i lettori ne sono a conoscenza, il Ministero della difesa della “perfida Rus” ha detto di essere in possesso di informazioni secondo cui due enti ucraini hanno ricevuto istruzioni specifiche per mettere a punto la cosiddetta “bomba sporca” e che i lavori sono allo stadio finale.
Mosca è inoltre a conoscenza di contatti tra Presidenza ucraina e esponenti britannici per il possibile ottenimento di tecnologia atta a creare armi nucleari, per le quali Kiev dispone di base produttiva e potenziale scientifico adeguati.
I siti ucraini che hanno scorte di sostanze radioattive da poter utilizzare per la “bomba sporca” sono tre centrali nucleari attive: a Južnoukrainsk (regione di Nikolaev), Netešin (regione di Khmel’nitskij) e Varaš (regione di Rovno) che hanno 9 pozze di combustibile nucleare esaurito, con circa millecinquecento tonnellate di ossido di uranio arricchito all’1,5%.
Altri componenti – decine di migliaia di elementi con uranio-238, uranio-235 e plutonio-239 – sono nella centrale di Chernobyl, pur se dismessa; lo stesso per le decine di migliaia di metri cubi di scorie radioattive del sito “Vektor”, dell’impianto chimico di Kamenskoe (la sovietica Dneprodzeržinsk), dei siti di smaltimento di scorie “Burjakovka”, “Podlesnyj”, “Rossokha”.
E c’è anche l’impianto di estrazione “Vostočnyj in cui, da due pozzi minerari su tre, si estraggono circa mille tonnellate l’anno di uranio.
Il Ministero della difesa “nemico” sottolinea anche che Kiev dispone pienamente delle basi scientifiche necessarie a creare la “millantata” bomba: l’Istituto di fisica e tecnologia di Kharkov, i cui scienziati avevano preso parte al programma nucleare sovietico, e dove operano tuttora varie strutture sperimentali, termonucleari (“Uragan”), così come l’Istituto per la ricerca nucleare dell’Accademia delle scienze di Kiev, presso il cui reattore WWR-M sono in corso ricerche con l’utilizzo di materiali altamente radioattivi.
Qui, come pure all’impianto di estrazione di Žëltye Vody (distretto di Kamenskoe, nella regione di Dnepropetrovsk) sono attesi per i prossimi giorni gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica.
Ieri, il portavoce presidenziale russo Dmitry Peskov, ha definito «inammissibili» le reazioni occidentali al pericolo della “bomba sporca” ucraina denunciato (qualcuno vorrà dire: millantato?) da Mosca. Si tratta, ha detto Peskov, di «un approccio niente affatto serio; un approccio che definirei inammissibile, sullo sfondo del pericolo di cui parliamo… Poniamo ancora una volta l’accento sul grande pericolo che si cela dietro la realizzazione dei piani ucraini».
Il riferimento di Peskov era alle reazioni del Segretario alla difesa USA, Lloyd Austin, che respinge gli avvertimenti russi, e del Segretario di Stato, Antony Blinken, secondo il quale sarebbero “infondati” i moniti di Mosca sul possibile impiego della “bomba sporca” da parte ucraina.
Ligi, come fossero a via Solferino, al Verbo emesso da Washington, a via Bargoni hanno dunque pensato bene di proclamare che tale pericolo è “millantato” e «senza prove».
Di più: credendo forse di far dispetto al governo fascio-leghista di casa nostra – per definizione “amico e accolito di Viktor Orbán” – si sono incaricati di mettere alla berlina «la solita voce dissidente» dell’Ungheria, colpevole di «aver chiesto un cessate il fuoco immediato e colloqui di pace tra funzionari ucraini e russi il prima possibile».
Un tradimento, quello perpetrato a Budapest, con una «una capovolta mediatica che assomiglia a quelle di Mosca», che i reazionari italici si guardano però bene dal plaudire. Ma, soprattutto, una “diserzione” inconcepibile per chi, sulla scia di Vladimir Zelenskij (ieri, alla cosiddetta “Piattaforma di Crimea”, a Zagabria) pronostica che «dopo la de-occupazione dell’Ucraina, sarà la volta di Transnistria, Abkhazija e dei “territori del nord”», come i giapponesi chiamano le isole Kurili.
Non la pace, dunque, invocano gli autodefiniti “fact-checker indipendenti”, ma che l’intero “mondo libero” abbia «un’unica lingua e uniche parole»(Genesi, 11-1): quelle che incitano alla vittoria sui nemici dell’Occidente.
Requiem per un giornale.
Fonte
17/08/2022
Lettera aperta a “il manifesto” in difesa di Edy e della lotta antifascista
Lo scorso 11 agosto il quotidiano sedicente comunista “il Manifesto” ha pubblicato un riprovevole articolo in cui prova a mettere in cattiva luce il defunto compagno Edy Ongaro “Bozambo”.
Non è certo la prima volta che il Manifesto attacca la Resistenza del Donbass o i comunisti, è ben nota la sua posizione di appiattimento sulla linea del Governo italiano, atteggiamento tipico della “sinistra imperiale”.
Voglio anche ricordare che questi strali de il Manifesto spesso sono fatti con argomentazioni patetiche che oltre alla condanna politica ne richiederebbero pure una deontologica.
L’articolo in questione, nel raccontare dei provvedimenti giudiziari avviati contro dei fascisti italiani che sono andati a combattere per Kiev (accusati di essere mercenari), tira in ballo Edy e lo fa con vigliacca ambiguità.
All’interno di un’elencazione di vari nomi di persone per lo più di destra e/o esponenti del tifo organizzato, Edy viene descritto come “ultrà del Venezia [...] dal 2015 tra le fila dei separatisti filorussi”.
Non lo si può descrivere così! Edy era un comunista combattente morto in battaglia difendendo dai nazisti il popolo del Donbass. Edy era un partigiano. Edy era un internazionalista. Edy ha fatto quello che avrebbe dovuto fare ogni antifascista: sollevarsi in armi per resistere contro il ritorno del fascismo. Ha combattuto per sette anni cadendo da eroe.
Ovviamente è vero che Edy fosse un ultrà, ma mettere in evidenza solo un aspetto marginale serve ad omettere gli aspetti principali e a creare un legame con altre persone con cui ha ben poco a che spartire.
Inoltre, va sottolineato che il Donbass è indipendente dal 2014 e la sua lotta contro il fascismo e per la libertà – con il tentativo di costruire delle Repubbliche Popolari – non può certo essere liquidata come “separatismo filorusso”.
Io voglio non solo difendere il buon nome di Edy, ma anche quello delle Brigate Internazionali, baluardo antifascista negli anni ‘30. Quelle in cui ha combattuto Edy sono realmente le eredi delle organizzazioni internazionaliste in cui confluirono volontari da ogni parte del mondo e che – quasi un secolo fa – andarono a combattere contro il fascismo in Spagna.
Al riguardo nessun antifascista può avere alcun dubbio, eppure il Manifesto in questo articolo chiama “brigate internazionali” non i gruppi antifascisti che combattono da otto anni contro il fascismo risorto in Ucraina, ma le bande di nazisti agli ordini di Kiev.
Non si può tollerare che si associno le brigate internazionali al nazismo, si tratta di una sporca infamia revisionista. Questo articolo non è solo un’offesa alla figura di Edy, martire antifascista, ma lo è anche alla memoria delle Brigate Internazionali e in definitiva a tutti gli antifascisti.
Alla luce di ciò, urge un chiarimento con il Manifesto. La gravità dei fatti non consente più margini di ambiguità, ci facessero capire da che parte vogliono stare: con i fascisti o con gli antifascisti.
A il Manifesto facessero la loro scelta in libertà, ma lasciassero in pace gli eroi antifascisti e non abusino del nome delle Brigate Internazionali, della Resistenza e dei partigiani affiancandoli alla feccia nazista.
Fonte
Non è certo la prima volta che il Manifesto attacca la Resistenza del Donbass o i comunisti, è ben nota la sua posizione di appiattimento sulla linea del Governo italiano, atteggiamento tipico della “sinistra imperiale”.
Voglio anche ricordare che questi strali de il Manifesto spesso sono fatti con argomentazioni patetiche che oltre alla condanna politica ne richiederebbero pure una deontologica.
L’articolo in questione, nel raccontare dei provvedimenti giudiziari avviati contro dei fascisti italiani che sono andati a combattere per Kiev (accusati di essere mercenari), tira in ballo Edy e lo fa con vigliacca ambiguità.
All’interno di un’elencazione di vari nomi di persone per lo più di destra e/o esponenti del tifo organizzato, Edy viene descritto come “ultrà del Venezia [...] dal 2015 tra le fila dei separatisti filorussi”.
Non lo si può descrivere così! Edy era un comunista combattente morto in battaglia difendendo dai nazisti il popolo del Donbass. Edy era un partigiano. Edy era un internazionalista. Edy ha fatto quello che avrebbe dovuto fare ogni antifascista: sollevarsi in armi per resistere contro il ritorno del fascismo. Ha combattuto per sette anni cadendo da eroe.
Ovviamente è vero che Edy fosse un ultrà, ma mettere in evidenza solo un aspetto marginale serve ad omettere gli aspetti principali e a creare un legame con altre persone con cui ha ben poco a che spartire.
Inoltre, va sottolineato che il Donbass è indipendente dal 2014 e la sua lotta contro il fascismo e per la libertà – con il tentativo di costruire delle Repubbliche Popolari – non può certo essere liquidata come “separatismo filorusso”.
Io voglio non solo difendere il buon nome di Edy, ma anche quello delle Brigate Internazionali, baluardo antifascista negli anni ‘30. Quelle in cui ha combattuto Edy sono realmente le eredi delle organizzazioni internazionaliste in cui confluirono volontari da ogni parte del mondo e che – quasi un secolo fa – andarono a combattere contro il fascismo in Spagna.
Al riguardo nessun antifascista può avere alcun dubbio, eppure il Manifesto in questo articolo chiama “brigate internazionali” non i gruppi antifascisti che combattono da otto anni contro il fascismo risorto in Ucraina, ma le bande di nazisti agli ordini di Kiev.
Non si può tollerare che si associno le brigate internazionali al nazismo, si tratta di una sporca infamia revisionista. Questo articolo non è solo un’offesa alla figura di Edy, martire antifascista, ma lo è anche alla memoria delle Brigate Internazionali e in definitiva a tutti gli antifascisti.
Alla luce di ciò, urge un chiarimento con il Manifesto. La gravità dei fatti non consente più margini di ambiguità, ci facessero capire da che parte vogliono stare: con i fascisti o con gli antifascisti.
A il Manifesto facessero la loro scelta in libertà, ma lasciassero in pace gli eroi antifascisti e non abusino del nome delle Brigate Internazionali, della Resistenza e dei partigiani affiancandoli alla feccia nazista.
Fonte
01/08/2022
Elezioni. Rispuntano gli ascari del meno peggio
Puntuale come una cambiale è già iniziato il battage propagandistico intorno al voto utile e al meno peggio. Ci sentiamo di affermare che questo sarà l’unico argomento di cui si discuterà nelle prossime settimane nel campo “progressista”. Niente sulla fuoriuscita dell’Italia dalla guerra e dai vincoli della Nato, niente sui salari e sul salario minimo, niente sulla marcia indietro nella transizione ecologica, niente di niente sulle questioni sociali complessive. Quando arrivano le elezioni si dovrebbe ingoiare il rospo del meno peggio e basta.
Ultima in ordine di tempo è Norma Rangeri che su Il manifesto ripropone, attualizzando alcuni dettagli, la solita solfa utilizzata a piene mani dai tempi dell’antiberlusconismo. Il risultato sono stati una serie di rospi da far ingoiare al “popolo della sinistra”, talmente velenosi da essersi trasformati in draghi e averla devastata.
Quando arrivano le elezioni scatta sistematicamente l’invocazione alla catarsi, a mettere da parte ogni responsabilità passata e presente del Pd (ieri dell’Ulivo) sulle scelte guerrafondaie e antipopolari perché se fatte dal Pd queste sono potabili, mentre quelle della destra – sulle quali il Pd è convenuto spesso dentro e fuori le aule parlamentari – sono indigeribili.
Insomma se in guerra e al fianco della Nato ci trascina il Pd va bene, se lo fa la Meloni no. Se i sacrifici, le privatizzazioni, i tagli alla spesa sociale li fa il PD ci lamentiamo un po’ ma non si vede l’ombra di un’ora di sciopero, se le fa la destra siamo dentro al baratro.
Vogliamo dire a Norma Rangeri e a tutti gli ascari del meno peggio che ci perseguitano da anni e che ci hanno trascinato su un piano inclinato passo dopo passo, che con questa trappola psico/politica abbiamo rotto da tempo e non ci cascheremo certo in questa occasione.
E l’articolo della Rangeri appare ancora più irricevibile e capzioso quando afferma che: “Non ha davvero senso giocare una partita sapendo di perdere in partenza. Non porta a nulla una sconfitta con onore. Queste destre non fanno prigionieri. Si tratta della battaglia più dura che deve affrontare il nostro mondo democratico e progressista. Per ulteriore chiarezza: non ci piace per niente il tanto peggio tanto meglio”.
In quattro righe in pratica c’è l’invito alle formazioni politiche della sinistra alternativa come l’Unione Popolare di sbaraccare il campo e rassegnarsi a votare Pd oppure a portargli l’acqua con le orecchie. Insomma di non entrare neanche in partita.
Inoltre i toni apocalittici, utilizzati sistematicamente in questi anni, dovrebbero servire a smobilitare anche chi le destre e i fascisti li affronta quotidianamente da anni sul territorio, in quei momenti di affrontamento sul campo nel quale gli antifascisti da cabina elettorale diventano ectoplasmi.
La scoperta che la destra dispone nel paese di vasti consensi e di un blocco sociale di interessi corporativi e definiti – in alto e in basso – è la scoperta dell’acqua calda. Al contrario non ci si pone mai il problema di quali sono gli interessi sociali cui risponde il Pd e l’insopportabile campo liberal/progressista. Ed è questa ambiguità diventata nel tempo allineamento agli interessi di imprese, soggetti privati e business del terzo settore che ha allontanato il Pd e il centro-sinistra da quei settori sociali che la destra intercetta e a cui dà rappresentanza.
Questo paese non ha più bisogno di palliativi ambigui, di alleanze spurie e strumentali per “fermare le destre”. Questo paese ha bisogno di rotture – come ha ripetuto più volte l’esponente de La France Insoumise all’assemblea di presentazione di Unione Popolare (ed anche lì c’era la destra della Le Pen in competizione), ed ha bisogno dell’individuazione e organizzazione di un blocco di interessi sociali definiti e alternativi al sistema dominante, un sistema di cui il PD e le forze con cui la Rangeri ci invita a ingoiare sono parte integrante, né più né meno delle destre.
Fonte
Ultima in ordine di tempo è Norma Rangeri che su Il manifesto ripropone, attualizzando alcuni dettagli, la solita solfa utilizzata a piene mani dai tempi dell’antiberlusconismo. Il risultato sono stati una serie di rospi da far ingoiare al “popolo della sinistra”, talmente velenosi da essersi trasformati in draghi e averla devastata.
Quando arrivano le elezioni scatta sistematicamente l’invocazione alla catarsi, a mettere da parte ogni responsabilità passata e presente del Pd (ieri dell’Ulivo) sulle scelte guerrafondaie e antipopolari perché se fatte dal Pd queste sono potabili, mentre quelle della destra – sulle quali il Pd è convenuto spesso dentro e fuori le aule parlamentari – sono indigeribili.
Insomma se in guerra e al fianco della Nato ci trascina il Pd va bene, se lo fa la Meloni no. Se i sacrifici, le privatizzazioni, i tagli alla spesa sociale li fa il PD ci lamentiamo un po’ ma non si vede l’ombra di un’ora di sciopero, se le fa la destra siamo dentro al baratro.
Vogliamo dire a Norma Rangeri e a tutti gli ascari del meno peggio che ci perseguitano da anni e che ci hanno trascinato su un piano inclinato passo dopo passo, che con questa trappola psico/politica abbiamo rotto da tempo e non ci cascheremo certo in questa occasione.
E l’articolo della Rangeri appare ancora più irricevibile e capzioso quando afferma che: “Non ha davvero senso giocare una partita sapendo di perdere in partenza. Non porta a nulla una sconfitta con onore. Queste destre non fanno prigionieri. Si tratta della battaglia più dura che deve affrontare il nostro mondo democratico e progressista. Per ulteriore chiarezza: non ci piace per niente il tanto peggio tanto meglio”.
In quattro righe in pratica c’è l’invito alle formazioni politiche della sinistra alternativa come l’Unione Popolare di sbaraccare il campo e rassegnarsi a votare Pd oppure a portargli l’acqua con le orecchie. Insomma di non entrare neanche in partita.
Inoltre i toni apocalittici, utilizzati sistematicamente in questi anni, dovrebbero servire a smobilitare anche chi le destre e i fascisti li affronta quotidianamente da anni sul territorio, in quei momenti di affrontamento sul campo nel quale gli antifascisti da cabina elettorale diventano ectoplasmi.
La scoperta che la destra dispone nel paese di vasti consensi e di un blocco sociale di interessi corporativi e definiti – in alto e in basso – è la scoperta dell’acqua calda. Al contrario non ci si pone mai il problema di quali sono gli interessi sociali cui risponde il Pd e l’insopportabile campo liberal/progressista. Ed è questa ambiguità diventata nel tempo allineamento agli interessi di imprese, soggetti privati e business del terzo settore che ha allontanato il Pd e il centro-sinistra da quei settori sociali che la destra intercetta e a cui dà rappresentanza.
Questo paese non ha più bisogno di palliativi ambigui, di alleanze spurie e strumentali per “fermare le destre”. Questo paese ha bisogno di rotture – come ha ripetuto più volte l’esponente de La France Insoumise all’assemblea di presentazione di Unione Popolare (ed anche lì c’era la destra della Le Pen in competizione), ed ha bisogno dell’individuazione e organizzazione di un blocco di interessi sociali definiti e alternativi al sistema dominante, un sistema di cui il PD e le forze con cui la Rangeri ci invita a ingoiare sono parte integrante, né più né meno delle destre.
Fonte
26/02/2022
Russia-Ucraina: la «democrazia e libertà» di chi benedice il golpe
Mi sono iscritto alle news del Corriere della Sera, alla rubrica del capoluogo regionale. Così evito di comprare il giornale (salvo quando piove).
Ieri, il messaggio evangelico riportato in quelle cronache riferiva del presidio istituzionale svoltosi in un grande centro urbano «contro l’invasione» – russa, ovviamente. Parlava delle persone «strette intorno al popolo ucraino nella manifestazione» indetta da Amministrazioni locali e realtà associative, «accanto ai vessilli dell’Anpi e alle bandiere della pace e dei sindacati».
L’obiettivo: «dire no alla guerra». Nobile e doveroso obiettivo. Tanto più che si tratta di una «guerra che non è lontana», come ha spiegato una studentessa locale, col pensiero rivolto «ai ragazzi della mia età che nello stesso momento stavano correndo verso i tunnel della metropolitana per rifugiarsi dalle bombe», ha detto, «mentre attorno tutti piangevano, anche chi scrive», cioè il cronista del Corriere.
Hanno preso la parola anche altri, per denunciare «la guerra, le distruzioni» e poi «i carri armati russi nelle strade» e anche «gli otto anni di guerra che subiamo ed i 16mila morti che abbiamo».
A far da coro al presidio, «una decina di sindaci, con la fascia tricolore... il governatore» regionale.
«Nella notte si è compiuta una frattura storica nella storia dell’Europa», ha esordito il Sindaco di quel grosso centro, una frattura «nel sogno europeo. Dobbiamo come cittadini e come Europa farci sentire».
E un altro Sindaco: «Siamo qui anche per la paura, nostra e per quel popolo, per la pace». Quindi la parola definitiva del Governatore: «Le parole di Putin nascondono l’ipocrisia, parla di pace, mentre vediamo immagini di guerra, carri armati e bombardamenti che creano morti e portano il conflitto nel cuore dell’Europa. L’Ucraina è il cuore dell’Europa. Putin sta tenendo un comportamento nazista e vedo la necessità di pace, che vuol dire l’autodeterminazione dei popoli. Vorrei essere a Kiev per dire loro che la battaglia per la democrazia e la liberà è anche la nostra battaglia».
La lotta contro la guerra è tra gli obiettivi principali, basilari dei comunisti. E non si può che lottare contro le cause e le fonti delle guerre: cioè gli interessi contrapposti degli imperialismi, per la supremazia, per il controllo delle fonti energetiche, dei mercati, ecc.
Detto questo – non è necessario specificare di quale capoluogo, o centro urbano o di quale regione riferisse il Corriere: non dubitiamo che presidi istituzionali come quello di cui abbiamo letto, si siano svolti e si svolgeranno nei prossimi giorni un po’ dappertutto – le prime due domande che vengono alla mente, riguardano la cronaca dell’evento e le esternazioni istituzionali.
Per quanto riguarda la cronaca: il redattore che non nasconde le lacrime, riportando le parole della persona ucraina su «la guerra, le distruzioni», su «gli otto anni di guerra che subiamo ed i 16 mila morti che abbiamo», era o no cosciente di diffondere, non una falsa informazione, ma una informazione fuorviante?
Perché, detta così, è quasi sicuro che 999 persone su 1.000, in Italia, tenute all’oscuro per otto anni da una martellante evangelizzazione atlantista, su cosa stia accadendo nel sudest ucraino, si convinceranno facilmente che siano gli ucraini a subire una guerra che va avanti da otto anni.
Ora, la popolazione ucraina sta certamente subendo da otto anni le conseguenze di un golpe imposto da Washington, Bruxelles, NATO e in questi anni è stata costretta – dai dettami di FMI e Banca Mondiale – a dover scegliere tra il vestirsi o il mangiare, tra accendere il riscaldamento o subire le angherie dei battaglioni neonazisti che imperversano nelle stesse città ucraine.
Ma, fino a prova contraria, a meno che quella persona di cui riferisce il cronista non sia originaria di una delle Repubbliche popolari del Donbass, a subire una guerra d’aggressione che ha causato sedicimila morti (compresi miliziani del Donbass e certamente anche soldati ucraini, ma principalmente civili di centri come Gorlovka, dove ancora ieri, tra l’altro, due insegnanti sono morte sotto le macerie di una scuola colpita dai tiri ucraini, Staromikhailovka, Volnovakha, Alčevsk, Stakhanov e tanti, tanti altri) non è stata l’Ucraina del regime nazi-golpista di Kiev, bensì il Donbass,
Che otto anni fa si era sollevato contro il golpe di “majdan” così caro al PD (Pittella, Boldrini, Quartapelle e via dicendo), aveva votato a stragrande maggioranza un referendum per l’autodeterminazione dal regime fascista di Kiev e poi si era visto costretto a prendere le armi quando i primi caccia ucraini hanno bombardato Lugansk, Donetsk, le miniere e gli stabilimenti sul territorio delle Repubbliche popolari.
Non che le fasce tricolori costituiscano un viatico naturale per distinguersi dai cronisti, in fatto di chiarezza storica e politica! E infatti, ecco che apprendiamo che solo in questa notte del febbraio 2022 «si è compiuta una frattura storica nella storia dell’Europa... nel sogno europeo».
Non vogliamo parlare della tarda serata del 24 marzo del 1999 e del «sogno europeo» interrotto di soprassalto sopra Belgrado? Bene; questa volta non ne parliamo. Però, visto che siamo certamente solidali con quei giovani che «stavano correndo verso i tunnel della metropolitana per rifugiarsi dalle bombe», vogliamo ricordare – fascia o non fascia tricolore – gli oltre cento bambini, alcuni anche di pochi mesi, che non sono mai riusciti ad arrivare a nessun tunnel, perché i razzi ucraini li hanno assassinati negli asili, nei campetti giochi dinanzi alla scuola, nei vialetti, insieme alle mamme o alle nonne?
Vogliamo ricordare le centinaia di bambini rimasti sordi (per sempre) per lo scoppio di mine ucraine; di quelli che hanno perso gambe o braccia?
Vogliamo ricordare le centinaia di civili i cui resti sono stati rinvenuti in fosse comuni, in alcuni casi decapitati, con le mani legate dietro la schiena, trucidati dai nazisti dei battaglioni “Ajdar”, “Donbas”, “Pravij sektor”, “Azov”?
Vogliamo dire che anche ieri arrivavano notizie su episodi di linciaggio e eliminazione di soldati di leva ucraini che si rifiutavano di combattere, da parte di quei battaglioni nazisti che agiscono per lo più in qualità di reparti punitivi nei confronti dei soldati di leva di Kiev?
Se «Dobbiamo come cittadini e come Europa farci sentire», viene da chiedersi come mai in questi otto anni non vi siate mai fatti sentire e siate anzi andati – voi del PD – prima a Kiev ad arringare la folla che plaudiva al golpe nazista, poi abbiate ricevuto con tutti gli onor, speaker della Rada golpista fanatici di quel «Adolf Alojsovic», che qui conosciamo come Hitler.
A concludere l’omelia, il Verbo governatoriale: «vediamo immagini di guerra, carri armati e bombardamenti che creano morti e portano il conflitto nel cuore dell’Europa. L’Ucraina è il cuore dell’Europa. Putin sta tenendo un comportamento nazista e vedo la necessità di pace, che vuol dire l’autodeterminazione dei popoli. Vorrei essere a Kiev per dire loro che la battaglia per la democrazia e la liberà è anche la nostra battaglia».
Bene; e quante volte, in otto anni, i fieri combattenti «per la democrazia e la liberà», che «è anche la nostra battaglia», hanno visto «immagini di guerra, carri armati e bombardamenti che creano morti e portano il conflitto nel cuore dell’Europa» nel sudest dell’Ucraina martoriato dall’aprile del 2014 dai razzi, dai carri armati, dai mortai ucraini, i cui colpi sono stati spesso guidati dai droni che partono anche dal territorio italiano?
Quante volte, in otto anni, hanno visto «la necessità di pace» per le popolazioni del Donbass?
Se l’Ucraina è «il cuore dell’Europa», da che parte stava quel cuore il 2 maggio del 2014, quando decine di antifascisti venivano bruciati vivi nella Casa dei sindacati di Odessa, oppure finiti a colpi di spranga se erano riusciti a sottrarsi all’incendio appiccato dai nazisti?
Lasci stare per un attimo Putin, il fiero governatore: quanto a deliri e spropositi su Rivoluzione d’Ottobre, “dittatura stalinista”, o “bolscevichi sanguinari”, pensiamo che si troverebbero perfettamente d’accordo.
Dica piuttosto se pensa che il principio dell’autodeterminazione dei popoli possa applicarsi a discrezione, in base a quanto proclamato da Washington e Bruxelles: ad esempio al Kosovo dei tagliagole del UCK, ma non agli antifascisti del Donbass.
Dica piuttosto se la sua «battaglia per la democrazia e la libertà» sono solamente le solite frasi liberal-demagogiche per continuare a sottrarre soldi alla sanità della “sua” regione, ai trasporti, ai servizi sociali, ecc.
Cosa si intende, dalle parti del PD, parlando di «democrazia e libertà»? Da comunisti, rammentiamo solo che non esiste la democrazia assoluta, pura, eterna. Esistono solo diversi stadi storici della democrazia.
Ecco, la democrazia borghese, cui certo si riferisce il fiero Governatore, è democrazia per la borghesia e schiavitù per gli operai (ora, il Governatore, si faccia pure il segno della croce, per questa citazione stiracchiata da Lenin); ed è anche otto anni di nazismo contro il popolo del Donbass. Che ora, forse, è arrivato al termine.
PS: oggi avevo comprato il manifesto; ma, dopo aver letto l’editoriale, in cui la junta golpista ucraina viene definita «legittimo governo», ho ripiegato sul Corriere. Almeno, lì, non pretendono di qualificarsi con aggettivi che non gli si addicono...
Fonte
Ieri, il messaggio evangelico riportato in quelle cronache riferiva del presidio istituzionale svoltosi in un grande centro urbano «contro l’invasione» – russa, ovviamente. Parlava delle persone «strette intorno al popolo ucraino nella manifestazione» indetta da Amministrazioni locali e realtà associative, «accanto ai vessilli dell’Anpi e alle bandiere della pace e dei sindacati».
L’obiettivo: «dire no alla guerra». Nobile e doveroso obiettivo. Tanto più che si tratta di una «guerra che non è lontana», come ha spiegato una studentessa locale, col pensiero rivolto «ai ragazzi della mia età che nello stesso momento stavano correndo verso i tunnel della metropolitana per rifugiarsi dalle bombe», ha detto, «mentre attorno tutti piangevano, anche chi scrive», cioè il cronista del Corriere.
Hanno preso la parola anche altri, per denunciare «la guerra, le distruzioni» e poi «i carri armati russi nelle strade» e anche «gli otto anni di guerra che subiamo ed i 16mila morti che abbiamo».
A far da coro al presidio, «una decina di sindaci, con la fascia tricolore... il governatore» regionale.
«Nella notte si è compiuta una frattura storica nella storia dell’Europa», ha esordito il Sindaco di quel grosso centro, una frattura «nel sogno europeo. Dobbiamo come cittadini e come Europa farci sentire».
E un altro Sindaco: «Siamo qui anche per la paura, nostra e per quel popolo, per la pace». Quindi la parola definitiva del Governatore: «Le parole di Putin nascondono l’ipocrisia, parla di pace, mentre vediamo immagini di guerra, carri armati e bombardamenti che creano morti e portano il conflitto nel cuore dell’Europa. L’Ucraina è il cuore dell’Europa. Putin sta tenendo un comportamento nazista e vedo la necessità di pace, che vuol dire l’autodeterminazione dei popoli. Vorrei essere a Kiev per dire loro che la battaglia per la democrazia e la liberà è anche la nostra battaglia».
La lotta contro la guerra è tra gli obiettivi principali, basilari dei comunisti. E non si può che lottare contro le cause e le fonti delle guerre: cioè gli interessi contrapposti degli imperialismi, per la supremazia, per il controllo delle fonti energetiche, dei mercati, ecc.
Detto questo – non è necessario specificare di quale capoluogo, o centro urbano o di quale regione riferisse il Corriere: non dubitiamo che presidi istituzionali come quello di cui abbiamo letto, si siano svolti e si svolgeranno nei prossimi giorni un po’ dappertutto – le prime due domande che vengono alla mente, riguardano la cronaca dell’evento e le esternazioni istituzionali.
Per quanto riguarda la cronaca: il redattore che non nasconde le lacrime, riportando le parole della persona ucraina su «la guerra, le distruzioni», su «gli otto anni di guerra che subiamo ed i 16 mila morti che abbiamo», era o no cosciente di diffondere, non una falsa informazione, ma una informazione fuorviante?
Perché, detta così, è quasi sicuro che 999 persone su 1.000, in Italia, tenute all’oscuro per otto anni da una martellante evangelizzazione atlantista, su cosa stia accadendo nel sudest ucraino, si convinceranno facilmente che siano gli ucraini a subire una guerra che va avanti da otto anni.
Ora, la popolazione ucraina sta certamente subendo da otto anni le conseguenze di un golpe imposto da Washington, Bruxelles, NATO e in questi anni è stata costretta – dai dettami di FMI e Banca Mondiale – a dover scegliere tra il vestirsi o il mangiare, tra accendere il riscaldamento o subire le angherie dei battaglioni neonazisti che imperversano nelle stesse città ucraine.
Ma, fino a prova contraria, a meno che quella persona di cui riferisce il cronista non sia originaria di una delle Repubbliche popolari del Donbass, a subire una guerra d’aggressione che ha causato sedicimila morti (compresi miliziani del Donbass e certamente anche soldati ucraini, ma principalmente civili di centri come Gorlovka, dove ancora ieri, tra l’altro, due insegnanti sono morte sotto le macerie di una scuola colpita dai tiri ucraini, Staromikhailovka, Volnovakha, Alčevsk, Stakhanov e tanti, tanti altri) non è stata l’Ucraina del regime nazi-golpista di Kiev, bensì il Donbass,
Che otto anni fa si era sollevato contro il golpe di “majdan” così caro al PD (Pittella, Boldrini, Quartapelle e via dicendo), aveva votato a stragrande maggioranza un referendum per l’autodeterminazione dal regime fascista di Kiev e poi si era visto costretto a prendere le armi quando i primi caccia ucraini hanno bombardato Lugansk, Donetsk, le miniere e gli stabilimenti sul territorio delle Repubbliche popolari.
Non che le fasce tricolori costituiscano un viatico naturale per distinguersi dai cronisti, in fatto di chiarezza storica e politica! E infatti, ecco che apprendiamo che solo in questa notte del febbraio 2022 «si è compiuta una frattura storica nella storia dell’Europa... nel sogno europeo».
Non vogliamo parlare della tarda serata del 24 marzo del 1999 e del «sogno europeo» interrotto di soprassalto sopra Belgrado? Bene; questa volta non ne parliamo. Però, visto che siamo certamente solidali con quei giovani che «stavano correndo verso i tunnel della metropolitana per rifugiarsi dalle bombe», vogliamo ricordare – fascia o non fascia tricolore – gli oltre cento bambini, alcuni anche di pochi mesi, che non sono mai riusciti ad arrivare a nessun tunnel, perché i razzi ucraini li hanno assassinati negli asili, nei campetti giochi dinanzi alla scuola, nei vialetti, insieme alle mamme o alle nonne?
Vogliamo ricordare le centinaia di bambini rimasti sordi (per sempre) per lo scoppio di mine ucraine; di quelli che hanno perso gambe o braccia?
Vogliamo ricordare le centinaia di civili i cui resti sono stati rinvenuti in fosse comuni, in alcuni casi decapitati, con le mani legate dietro la schiena, trucidati dai nazisti dei battaglioni “Ajdar”, “Donbas”, “Pravij sektor”, “Azov”?
Vogliamo dire che anche ieri arrivavano notizie su episodi di linciaggio e eliminazione di soldati di leva ucraini che si rifiutavano di combattere, da parte di quei battaglioni nazisti che agiscono per lo più in qualità di reparti punitivi nei confronti dei soldati di leva di Kiev?
Se «Dobbiamo come cittadini e come Europa farci sentire», viene da chiedersi come mai in questi otto anni non vi siate mai fatti sentire e siate anzi andati – voi del PD – prima a Kiev ad arringare la folla che plaudiva al golpe nazista, poi abbiate ricevuto con tutti gli onor, speaker della Rada golpista fanatici di quel «Adolf Alojsovic», che qui conosciamo come Hitler.
A concludere l’omelia, il Verbo governatoriale: «vediamo immagini di guerra, carri armati e bombardamenti che creano morti e portano il conflitto nel cuore dell’Europa. L’Ucraina è il cuore dell’Europa. Putin sta tenendo un comportamento nazista e vedo la necessità di pace, che vuol dire l’autodeterminazione dei popoli. Vorrei essere a Kiev per dire loro che la battaglia per la democrazia e la liberà è anche la nostra battaglia».
Bene; e quante volte, in otto anni, i fieri combattenti «per la democrazia e la liberà», che «è anche la nostra battaglia», hanno visto «immagini di guerra, carri armati e bombardamenti che creano morti e portano il conflitto nel cuore dell’Europa» nel sudest dell’Ucraina martoriato dall’aprile del 2014 dai razzi, dai carri armati, dai mortai ucraini, i cui colpi sono stati spesso guidati dai droni che partono anche dal territorio italiano?
Quante volte, in otto anni, hanno visto «la necessità di pace» per le popolazioni del Donbass?
Se l’Ucraina è «il cuore dell’Europa», da che parte stava quel cuore il 2 maggio del 2014, quando decine di antifascisti venivano bruciati vivi nella Casa dei sindacati di Odessa, oppure finiti a colpi di spranga se erano riusciti a sottrarsi all’incendio appiccato dai nazisti?
Lasci stare per un attimo Putin, il fiero governatore: quanto a deliri e spropositi su Rivoluzione d’Ottobre, “dittatura stalinista”, o “bolscevichi sanguinari”, pensiamo che si troverebbero perfettamente d’accordo.
Dica piuttosto se pensa che il principio dell’autodeterminazione dei popoli possa applicarsi a discrezione, in base a quanto proclamato da Washington e Bruxelles: ad esempio al Kosovo dei tagliagole del UCK, ma non agli antifascisti del Donbass.
Dica piuttosto se la sua «battaglia per la democrazia e la libertà» sono solamente le solite frasi liberal-demagogiche per continuare a sottrarre soldi alla sanità della “sua” regione, ai trasporti, ai servizi sociali, ecc.
Cosa si intende, dalle parti del PD, parlando di «democrazia e libertà»? Da comunisti, rammentiamo solo che non esiste la democrazia assoluta, pura, eterna. Esistono solo diversi stadi storici della democrazia.
Ecco, la democrazia borghese, cui certo si riferisce il fiero Governatore, è democrazia per la borghesia e schiavitù per gli operai (ora, il Governatore, si faccia pure il segno della croce, per questa citazione stiracchiata da Lenin); ed è anche otto anni di nazismo contro il popolo del Donbass. Che ora, forse, è arrivato al termine.
PS: oggi avevo comprato il manifesto; ma, dopo aver letto l’editoriale, in cui la junta golpista ucraina viene definita «legittimo governo», ho ripiegato sul Corriere. Almeno, lì, non pretendono di qualificarsi con aggettivi che non gli si addicono...
Fonte
20/09/2020
Rossana Rossanda, per la verità
Non è facile parlare di Rossana Rossanda, e si sarebbe molto arrabbiata con chiunque l’avesse voluta ricordare come una “icona”, ossia qualcosa di fondamentalmente innocuo e rassicurante.
Non è facile per me, che le devo l’ingresso a il manifesto, 25 anni fa, nonostante i mugugni di molti.
In queste ore abbondano i ricordi personalizzati, ritagliati sulla misura del “testimone” di questo o quell’episodio. Credo perciò che il modo più serio di ricordarla sia per un ruolo politico-culturale, dunque collettivo.
Mi riferisco alla funzione avuta nell’impedire che “a sinistra”, si cementasse come “pensiero unico” la lettura dietrologica degli anni ‘70, vicende della lotta armata compresa. Non furono molti – anche dentro a il manifesto, e l’attuale decadenza lo dimostra – a condividere la sua volontà di capire la radicalità di scelte che certo non aveva apprezzato, e anzi combattuto.
A motivare quella che solo i superficiali possono chiamare “curiosità” giocarono certamente diversi fattori.
Di sicuro l’esperienza personale di giovanissima studentessa istriana che si offrì come staffetta partigiana, in piena guerra, andando a parlare con Aurelio Macchioro, tra i fondatori del pensiero economico italiano, comunista e allora docente in Veneto.
Sapeva per vita vissuta, insomma, che la Storia impone ai singoli di fare scelte dure, radicali per la serietà delle conseguenze che comportano – non per “estetica del gesto estremo” – che dividono un Paese, una generazione, addirittura famiglie.
Influì moltissimo, e lo spiegava con chiarezza, la vita passata nel PCI – come dirigente politico e poi come giornalista – di cui conosceva i meccanismi, i vizi, le subculture e i riti, quel “realismo conservatore” che aveva lentamente soffocato e sostituito l’originario spirito rivoluzionario.
L’aveva sperimentato sulla propria pelle, insieme agli altri redattori de il manifesto rivista (Valentino Parlato, Luigi Pintor, Michelangelo Notarianni, Eliseo Milani, Aldo Natoli, Lucio Magri, ecc), quando furono espulsi dal partito per la posizione presa sulla “primavera di Praga”.
E soprattutto quando, trasformando la rivista in quotidiano sull’onda del ‘68, insieme ai suoi compagni sentì tuonare contro di sé l’osceno “chi vi paga?” con cui veniva bollato chiunque – alla “sinistra del Partito” – osasse non solo fare una diversa politica, ma addirittura proporre organizzazione, giornali, attività. Che sicuramente “costavano”, ma che in quella temperie storica trovavano un supporto di massa straordinario. Anche dal punto di vista del crowfunding, si direbbe oggi.
Esperta, in quanto “vittima”, dei meccanismi tipici agli albori della “dietrologia”, insomma, non poteva certo farsene condizionare. Ed andò contestando tante ricostruzioni d’accatto, comprese certe scivolate assurde del suo stesso giornale, dove non mancavano i creduloni.
Fino a parlare esplicitamente di “album di famiglia” a proposito della composizione sociale e della “cultura di fondo”, sia delle Brigate Rosse che di altre formazioni più o meno combattenti.
“Album di famiglia” in senso stretto, in alcuni casi, come per esempio Reggio Emilia, dentro la cui federazione giovanile erano cresciuti insieme per anni alcuni tra i fondatori delle Br (Gallinari, Franceschini, Ognibene, Paroli, Zuffada, Bonisoli, ecc.) e alcuni futuri dirigenti di PCI, Fiom, Cgil, Rifondazione.
Non è un dettaglio “complottistico” o da buco della serratura. Significava che di quei giovani “il partito” aveva saputo tutto fin dalla nascita: tipo di famiglia (quasi tutte di iscritti/dirigenti locali del PCI), studi, frequentazioni, passioni, amori, stipendi... Per chi non ne sa nulla, basta leggersi la precisa lettera di Pierluigi Zuffada, che riporta sulla terra molte questioni da decenni castellate nell’aria.
Ma “album di famiglia” anche per il momento storico. Almeno due generazioni di militanti erano cresciute nel mito della Resistenza, della rivoluzione a Cuba, delle imprese di Fidel, Che Guevara e altri; nel sostegno organizzato (soldi, medicine, ecc.) ai VietCong e altri movimenti clandestini e guerriglie (anche in Europa, dove Portogallo, Grecia e Spagna sono state sotto dittatura fascista fino a metà degli anni ‘70 e oltre).
Se quello era il mood dell’epoca, come poteva essere “incomprensibile” che una fetta di quelle generazioni non provasse a sua volta a dare l’assalto al cielo? Come poteva essere che tutte le guerriglie fossero “nostre” (poi, certo, più lontane avvenivano, meglio era) meno quella che era nelle nostre strade, i cui caduti e prigionieri erano figli nostri?
Con questo spirito, e nessuna condiscendenza, organizzò insieme a Carla Mosca un ciclo di interviste con Mario Moretti, fatto prigioniero nell’aprile del 1981 – e tuttora in carcere, in regime di semilibertà, ricordiamo sempre ai dietrologi più indifferenti alla realtà dei fatti – da cui uscì uno dei pochi libri attento alla verità su quella storia, fin nel titolo (Brigate Rosse. Una storia italiana), per spazzar via le “manine occulte” e lo scemenzaio “di sinistra”.
Questo per ricordare il rigore con cui Rossana Rossanda ha affrontato l’impegno politico e giornalistico: riconoscere la realtà è la condizione indispensabile per provare a modificarla.
In questo credo, ci sia il suo legame più profondo con il pensiero e l’epistemologia marxiana, il suo materialismo.
Il che, come sempre, non impedisce di prendere decisioni politiche sbagliate come quelle giuste, condivisibili o criticabili.
Ma stando al di sopra di quell’asticella invisibile – specie nelle “subculture” oggi dominanti – che separa un pensiero stimolante dal bla bla soporifero.
Fonte
Non è facile per me, che le devo l’ingresso a il manifesto, 25 anni fa, nonostante i mugugni di molti.
In queste ore abbondano i ricordi personalizzati, ritagliati sulla misura del “testimone” di questo o quell’episodio. Credo perciò che il modo più serio di ricordarla sia per un ruolo politico-culturale, dunque collettivo.
Mi riferisco alla funzione avuta nell’impedire che “a sinistra”, si cementasse come “pensiero unico” la lettura dietrologica degli anni ‘70, vicende della lotta armata compresa. Non furono molti – anche dentro a il manifesto, e l’attuale decadenza lo dimostra – a condividere la sua volontà di capire la radicalità di scelte che certo non aveva apprezzato, e anzi combattuto.
A motivare quella che solo i superficiali possono chiamare “curiosità” giocarono certamente diversi fattori.
Di sicuro l’esperienza personale di giovanissima studentessa istriana che si offrì come staffetta partigiana, in piena guerra, andando a parlare con Aurelio Macchioro, tra i fondatori del pensiero economico italiano, comunista e allora docente in Veneto.
Sapeva per vita vissuta, insomma, che la Storia impone ai singoli di fare scelte dure, radicali per la serietà delle conseguenze che comportano – non per “estetica del gesto estremo” – che dividono un Paese, una generazione, addirittura famiglie.
Influì moltissimo, e lo spiegava con chiarezza, la vita passata nel PCI – come dirigente politico e poi come giornalista – di cui conosceva i meccanismi, i vizi, le subculture e i riti, quel “realismo conservatore” che aveva lentamente soffocato e sostituito l’originario spirito rivoluzionario.
L’aveva sperimentato sulla propria pelle, insieme agli altri redattori de il manifesto rivista (Valentino Parlato, Luigi Pintor, Michelangelo Notarianni, Eliseo Milani, Aldo Natoli, Lucio Magri, ecc), quando furono espulsi dal partito per la posizione presa sulla “primavera di Praga”.
E soprattutto quando, trasformando la rivista in quotidiano sull’onda del ‘68, insieme ai suoi compagni sentì tuonare contro di sé l’osceno “chi vi paga?” con cui veniva bollato chiunque – alla “sinistra del Partito” – osasse non solo fare una diversa politica, ma addirittura proporre organizzazione, giornali, attività. Che sicuramente “costavano”, ma che in quella temperie storica trovavano un supporto di massa straordinario. Anche dal punto di vista del crowfunding, si direbbe oggi.
Esperta, in quanto “vittima”, dei meccanismi tipici agli albori della “dietrologia”, insomma, non poteva certo farsene condizionare. Ed andò contestando tante ricostruzioni d’accatto, comprese certe scivolate assurde del suo stesso giornale, dove non mancavano i creduloni.
Fino a parlare esplicitamente di “album di famiglia” a proposito della composizione sociale e della “cultura di fondo”, sia delle Brigate Rosse che di altre formazioni più o meno combattenti.
“Album di famiglia” in senso stretto, in alcuni casi, come per esempio Reggio Emilia, dentro la cui federazione giovanile erano cresciuti insieme per anni alcuni tra i fondatori delle Br (Gallinari, Franceschini, Ognibene, Paroli, Zuffada, Bonisoli, ecc.) e alcuni futuri dirigenti di PCI, Fiom, Cgil, Rifondazione.
Non è un dettaglio “complottistico” o da buco della serratura. Significava che di quei giovani “il partito” aveva saputo tutto fin dalla nascita: tipo di famiglia (quasi tutte di iscritti/dirigenti locali del PCI), studi, frequentazioni, passioni, amori, stipendi... Per chi non ne sa nulla, basta leggersi la precisa lettera di Pierluigi Zuffada, che riporta sulla terra molte questioni da decenni castellate nell’aria.
Ma “album di famiglia” anche per il momento storico. Almeno due generazioni di militanti erano cresciute nel mito della Resistenza, della rivoluzione a Cuba, delle imprese di Fidel, Che Guevara e altri; nel sostegno organizzato (soldi, medicine, ecc.) ai VietCong e altri movimenti clandestini e guerriglie (anche in Europa, dove Portogallo, Grecia e Spagna sono state sotto dittatura fascista fino a metà degli anni ‘70 e oltre).
Se quello era il mood dell’epoca, come poteva essere “incomprensibile” che una fetta di quelle generazioni non provasse a sua volta a dare l’assalto al cielo? Come poteva essere che tutte le guerriglie fossero “nostre” (poi, certo, più lontane avvenivano, meglio era) meno quella che era nelle nostre strade, i cui caduti e prigionieri erano figli nostri?
Con questo spirito, e nessuna condiscendenza, organizzò insieme a Carla Mosca un ciclo di interviste con Mario Moretti, fatto prigioniero nell’aprile del 1981 – e tuttora in carcere, in regime di semilibertà, ricordiamo sempre ai dietrologi più indifferenti alla realtà dei fatti – da cui uscì uno dei pochi libri attento alla verità su quella storia, fin nel titolo (Brigate Rosse. Una storia italiana), per spazzar via le “manine occulte” e lo scemenzaio “di sinistra”.
Questo per ricordare il rigore con cui Rossana Rossanda ha affrontato l’impegno politico e giornalistico: riconoscere la realtà è la condizione indispensabile per provare a modificarla.
In questo credo, ci sia il suo legame più profondo con il pensiero e l’epistemologia marxiana, il suo materialismo.
Il che, come sempre, non impedisce di prendere decisioni politiche sbagliate come quelle giuste, condivisibili o criticabili.
Ma stando al di sopra di quell’asticella invisibile – specie nelle “subculture” oggi dominanti – che separa un pensiero stimolante dal bla bla soporifero.
Fonte
18/08/2020
Dietrologia e “caso Moro”. La scivolata del Manifesto
Botta, si spera decisiva, alla “dietrologia” sulla Storia degli anni ‘70, e in particolare sul sequestro Moro e le Brigate Rosse.
Tutto parte da due pessimi articoli apparsi su il manifesto in occasione dell’anniversario della strage alla stazione di Bologna. Come spiega il blog Insorgenze – di cui riprendiamo spesso le pubblicazioni per la precisione delle ricostruzioni/confutazioni – il 2 agosto Saverio Ferrari e Tommaso Di Francesco “rilasciano” nel mezzo della commemorazioni, frasi che evocano intorno a via Gradoli una presunta convergenza tra Br, servizi segreti e fascisti dei Nar.
Se voleva essere una “bomba” giornalistica, è un petardo suicida.
Una ventina di storici e ricercatori – gente che ha compulsato milioni di pagine di documenti sulle Br e quel sequestro (una delle centinaia di azioni di quell’organizzazione, su cui però nessuno solleva alcun “mistero”) – prende carta e penna per spiegare, informazioni documentali alla mano, questa fesseria.
La lettera che inviano all’ex giornale di Rossana Rossanda, Valentino Parlato e Luigi Pintor (e tanti altri validissimi compagni-giornalisti, tra cui ricordiamo sempre lo scomparso Stefano Chiarini) non viene pubblicata. Quindi è inevitabile che lo faccia qualcun altro, perché una censura sulla ricerca storiografica è inaccettabile per definizione.
Un lancio dell’agenzia di stampa AdnKronos, ieri pomeriggio, rompe il muro di silenzio che come sempre circonda questi temi nel mondo dei media mainstream e dunque eccoci qui a restituirvi le informazioni di cui è necessario disporre se si vuol dire qualcosa di sensato.
Niente è mai perfetto, a questo mondo. E dunque stupisce trovare tra le molte firme in calce alla lettera anche quella di Andrea Colombo, firma storica dello stesso il manifesto, che si è occupato a lungo e correttamente di Br e sequestro Moro, per poi diventare uno dei primi diffusori tossici della “pista palestinese” per la strage di Bologna (di fatto una diversa ed etero-finalizzata dietrologia, smentita con sentenza della stessa magistratura bolognese, non da qualche “tifoso”).
Una presenza che stona di fianco a quella di ricercatori serissimi e indipendenti, di differenti scuole di pensiero ed opinioni politiche, ma accomunati dalla serena determinazione nella ricerca della verità storica.
Riportiamo qui di seguito prima il testo d’agenzia, che ha sentito tre dei ricercatori interessati, e infine la “lettera scomparsa”.
La lettera aperta punta a spazzare via una volta per tutte la ‘fake news’ che vuole esistente un legame occulto tra il Sisde e le Br: legame, in realtà, “sempre smentito dalle ricerche storiografiche e dalle risultanze processuali”, si spiega nel documento.
Anzi, “l’attività giudiziaria e delle diverse commissioni d’inchiesta ha accertato che Moro non è mai stato tenuto sotto sequestro nei locali di via Gradoli, che fungevano invece da base per due brigatisti, Mario Moretti e Barbara Balzerani“, scrivono i 23 ricercatori e storici, sottolineando che “l’ultima Commissione Parlamentare d’inchiesta sul caso Moro ha addirittura effettuato un’indagine Dna sui frequentatori dell’appartamento di via Gradoli, constatando l’assenza di tracce genetiche riconducibili ad Aldo Moro“.
Insomma, il documento in questione farà discutere, perché lancia un sasso notevole nel “mare magnum delle dietrologie” che, a loro avviso, “hanno deformato le ricostruzioni sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, spesso facendo riferimento al covo brigatista di via Gradoli“.
“Purtroppo via Gradoli è stata al centro di falsi misteri e montature – commenta Vladimiro Satta, già archivista del Senato e autore di numerosi saggi sul tema (tra cui ‘Odissea nel caso Moro‘) – Si tratta di falsificazioni che hanno tratto in inganno molti, anche a causa della leggerezza con cui talvolta la stampa le ha diffuse“.
Netto il parere di Elisa Santalena, professoressa associata di Storia italiana all’Università di Grenoble (Francia). “È sempre più incomprensibile come le fake news (perché altro non sono), continuino a spadroneggiare sulla vicenda del sequestro Moro. Eppure sono passati più di quarant’anni. In ambiti universitari si sdrammatizza il tema, lo si attribuisce alla ‘sensibilità giornalistica’, dunque a criteri sensazionalistici e grossolani. Tutto vero. Ma c’è anche una responsabilità di quei docenti e accademici che hanno supportato, o comunque non adeguatamente contrastato, le ricostruzioni falsate. La partita adesso è suscitare negli studenti una giusta capacità critica, che privilegi la verità alle fandonie dei falsi misteri“.
Tra i firmatari della lettera aperta c’è anche Davide Steccanella, scrittore (suo il saggio “Gli anni della lotta armata. Cronologia di una rivoluzione mancata”, Bietti Editore) e penalista di rango (difensore, tra gli altri di Cesare Battisti e Renato Vallanzasca) con il gusto di mettere in fila le contraddizioni:
“Dunque, qui ci troviamo di fronte a un tipico fatto che non sussiste. In due righe, tre falsità. Non ci sono i tempi, non ci sono i soggetti e non ci sono le correlazioni. Come mai una cosa così sgangherata ha avuto così tanto spazio? È avvilente come, a distanza di 42 anni, il nostro Paese non sia ancora stato capace di raccontare un periodo importante della propria storia senza ricorrere continuamente a quelle mistificazioni che solleticano il gusto italico per misteri e complotti. Viene da pensare che questo non sia solo frutto di superficialità ma di una volontà ben precisa: ridurre un importante e lungo conflitto sociale (peraltro mondiale) a terrorismo avulso e teleguidato“.
Ulteriori precisazioni arrivano da Paolo Persichetti, ricercatore indipendente (ed ex Br oggi in fine pena), che spiega attraverso quali meccanismi sia oggi possibile fare ricerche più valide sul fronte della lotta armata di quarant’anni fa: “Alcuni recenti aggiornamenti normativi hanno reso più democratico l’accesso agli archivi e quindi alle fonti storiche. Oggi è possibile consultare quei documenti che un tempo erano accessibili solo alla magistratura, alle commissioni parlamentari e una scia di consulenti di partito. Una circostanza che in passato ha favorito una certa opacità e a volte anche la manipolazione, in cui le carte scomode venivano omesse o citate solo in parte. Quel tempo è finito! Una nuova generazione di studiosi non è più disposta ad accettare il ricorso a narrazioni che utilizzano tecniche argomentative come il metodo dell’amalgama, la confusione di tempi e luoghi, l’uso del sentito dire, le correlazioni arbitrarie, le affermazioni ipotetiche, i sillogismi e le false equazioni. Per decenni l’accesso riservato alle carte è stato un formidabile strumento per mistificare la storia, costruire un discorso funzionale ai poteri, per tracciare una narrazione ostile alla storia dal basso, con l’obiettivo di negare la capacità dei soggetti di muoversi e pensare in piena autonomia secondo interessi legati alla propria condizione sociale, politica, culturale. Così si è finiti ad una sorta di nuovo negazionismo storiografico“.
Più laconico, ma anche più definitivo, il giudizio di Marco Clementi, storico dell’Università di Cosenza e autore di monumentali saggi sulle Brigate Rosse. “Un Paese è libero quando cerca la verità storica. Per farlo serve metodo; il costante riscontro delle ipotesi nelle prove disponibili ne è una parte fondamentale“.
AdnKronos, 17 agosto 2020
Non se ne può più delle dietrologie sul sequestro Moro, di narrazioni complottiste costruite in spregio dei più elementari criteri logici, prive di correlazioni, del rispetto della cronologia, della verifica delle fonti, di de relato che mettono in bocca a defunti le affermazioni più improbabili e che ovviamente nessuno può confermare o smentire.
Un gruppo di storici e studiosi, con origini, percorsi e orizzonti diversi, hanno detto basta. In una lettera aperta invitano la comunità degli studiosi e il mondo della comunicazione a non avallare più simili approcci e ripristinare il rispetto del metodo storiografico.
La lettera aperta prende avvio dai numerosi resoconti giornalistici apparsi in occasione del quarantennale della strage di Bologna e nei quali, in forma diretta o allusiva, si costruiva un nesso abusivo tra la bomba alla stazione e la vicenda Moro.
Diversi organi di stampa insistono nel riproporre ai loro lettori finti misteri e ricorrenti fantasie di complotto sul sequestro di Aldo Moro. È successo anche sul Manifesto del 2 agosto.
In occasione del quarantennale della strage di Bologna, un articolo di Tommaso di Francesco e un intervento di Saverio Ferrari richiamano l’argomento, benché nulla c’entri con il tema affrontato. Ci riferiamo, in particolare, al seguente passaggio «... Catracchia, l’amministratore per conto del Sisde delle palazzine di via Gradoli, dove al civico 96 si trovava il covo Br affittato dall’ingegner Borghi, alias Mario Moretti, dove Aldo Moro fu inizialmente tenuto prigioniero».
È un’affermazione priva di fondamento che induce il lettore a credere accertato un legame occulto tra il Sisde e le Br: legame, in realtà, sempre smentito dalle ricerche storiografiche e dalle risultanze processuali.
Al contrario, l’attività giudiziaria e delle diverse commissioni d’inchiesta ha accertato che l’on. Moro non è mai stato tenuto sotto sequestro nei locali di via Gradoli, che fungevano invece da base per due brigatisti, Mario Moretti e Barbara Balzerani.
L’ultima Commissione Parlamentare d’inchiesta sul caso Moro ha addirittura effettuato un’indagine Dna sui frequentatori dell’appartamento di via Gradoli, constatando l’assenza di tracce genetiche riconducibili ad Aldo Moro.
In ordine all’episodio dell’affitto di via Gradoli, c’è da dire che in più Corti di Assise sono emerse chiare evidenze. Ci sembra doveroso segnalarle, le elenchiamo in queste poche righe:
1) L’ingegner Borghi/Moretti ha affittato i locali di via Gradoli 96 a seguito di normale annuncio pubblicitario nel dicembre del 1975, come risulta agli atti.
2) I locatori erano i signori Giancarlo Ferrerò e Luciana Bozzi, proprietari dell’appartamento dal rogito avvenuto in data 01/07/1974.
3) È accertato che si è trattato di una transazione tra privati, senza coinvolgere la figura dell’amministratore.
4) Il Sisde, il nuovo servizio segreto civile, è stato creato nel 1977, cioè due anni dopo la stipula del contratto di affitto per la base brigatista.
5) È evidente che nel contratto d’affitto tra brigatisti e coniugi Ferrerò non poteva perciò essere implicato con il Sisde, del resto inesistente in quel momento.
6) Occorre peraltro ricordare che, com’è noto, la base Br di via Gradoli 96 ha cessato di essere “un covo” nel 1978, proprio durante il sequestro Moro.
7) Per evitare contiguità immotivate e fuorvianti, va sottolineato che la base dei Nar era invece al civico 65 di via Gradoli e comunque il loro soggiorno risale al 1981. Un altro estremista di destra aveva in realtà abitato in via Gradoli 96 – Enrico Tomaselli di Terza Posizione – ma nel 1986, cioè molti anni dopo i fatti in oggetto. Per completezza documentale, va comunque precisato che non si trattava dello stesso vano occupato a suo tempo dalle Br. Infine, risulta che ad affittare il monolocale al Tomaselli non sia stato l’amministratore Catracchia ma un altro estremista di destra figlio di un magistrato di Cassazione: Andrea Insabato, proprietario del piccolo appartamento e peraltro futuro attentatore alla sede del Manifesto nel dicembre 2000.
8) In ogni caso, anche i presunti 24 appartamenti legati a diverse società immobiliari – che in modo sbrigativo e arbitrario vengono attribuite ai Servizi – sono acquisiti negli anni successivi al sequestro Moro.
9) In particolare, sono agli atti le proprietà immobiliari di Vincenzo Parisi, nel 1978 questore di Grosseto, dal 1980 in organico al Sisde (di cui diventa direttore nel 1984) e nel 1987 capo della Polizia.
10) L’intensa attività immobiliarista del dirigente Parisi, con gli appartamenti intestati alle figlie Maria Rosaria e Daniela, non sembra richiamare reconditi misteri. Ad ogni buon conto, sono fatti notarili riguardanti il civico 75 che ricorrono una prima volta un anno e mezzo dopo il rapimento Moro mentre i successivi, inerenti al civico 96, avvengono oltre la metà degli anni 80: quattro e nove anni dopo la stipula del contratto di affitto del 1975 da parte delle Brigate Rosse.
11) Quando si tratta dell’immobile di via Gradoli queste date abitualmente non vengono segnalate ai lettori. E invece, in questa come in molte altre occasioni, la precisione sui tempi cronologici è necessaria per un’interpretazione ponderata dei fatti ispirata al metodo storico. Un’analisi corretta dei tempi, delle fonti e del nesso causa-effetto smentisce seccamente ogni possibile coinvolgimento di entità non riconducibili alla lotta armata intrapresa dalle Br nel lontano 1970. Denunciamo pertanto il mancato rispetto dei più elementari criteri di verità e di logica nella ricostruzione di eventi e circostanze, una degenerazione particolarmente grave della e nella stampa italiana.
Fonte
Tutto parte da due pessimi articoli apparsi su il manifesto in occasione dell’anniversario della strage alla stazione di Bologna. Come spiega il blog Insorgenze – di cui riprendiamo spesso le pubblicazioni per la precisione delle ricostruzioni/confutazioni – il 2 agosto Saverio Ferrari e Tommaso Di Francesco “rilasciano” nel mezzo della commemorazioni, frasi che evocano intorno a via Gradoli una presunta convergenza tra Br, servizi segreti e fascisti dei Nar.
Se voleva essere una “bomba” giornalistica, è un petardo suicida.
Una ventina di storici e ricercatori – gente che ha compulsato milioni di pagine di documenti sulle Br e quel sequestro (una delle centinaia di azioni di quell’organizzazione, su cui però nessuno solleva alcun “mistero”) – prende carta e penna per spiegare, informazioni documentali alla mano, questa fesseria.
La lettera che inviano all’ex giornale di Rossana Rossanda, Valentino Parlato e Luigi Pintor (e tanti altri validissimi compagni-giornalisti, tra cui ricordiamo sempre lo scomparso Stefano Chiarini) non viene pubblicata. Quindi è inevitabile che lo faccia qualcun altro, perché una censura sulla ricerca storiografica è inaccettabile per definizione.
Un lancio dell’agenzia di stampa AdnKronos, ieri pomeriggio, rompe il muro di silenzio che come sempre circonda questi temi nel mondo dei media mainstream e dunque eccoci qui a restituirvi le informazioni di cui è necessario disporre se si vuol dire qualcosa di sensato.
Niente è mai perfetto, a questo mondo. E dunque stupisce trovare tra le molte firme in calce alla lettera anche quella di Andrea Colombo, firma storica dello stesso il manifesto, che si è occupato a lungo e correttamente di Br e sequestro Moro, per poi diventare uno dei primi diffusori tossici della “pista palestinese” per la strage di Bologna (di fatto una diversa ed etero-finalizzata dietrologia, smentita con sentenza della stessa magistratura bolognese, non da qualche “tifoso”).
Una presenza che stona di fianco a quella di ricercatori serissimi e indipendenti, di differenti scuole di pensiero ed opinioni politiche, ma accomunati dalla serena determinazione nella ricerca della verità storica.
Riportiamo qui di seguito prima il testo d’agenzia, che ha sentito tre dei ricercatori interessati, e infine la “lettera scomparsa”.
*****
La lettera aperta punta a spazzare via una volta per tutte la ‘fake news’ che vuole esistente un legame occulto tra il Sisde e le Br: legame, in realtà, “sempre smentito dalle ricerche storiografiche e dalle risultanze processuali”, si spiega nel documento.
Anzi, “l’attività giudiziaria e delle diverse commissioni d’inchiesta ha accertato che Moro non è mai stato tenuto sotto sequestro nei locali di via Gradoli, che fungevano invece da base per due brigatisti, Mario Moretti e Barbara Balzerani“, scrivono i 23 ricercatori e storici, sottolineando che “l’ultima Commissione Parlamentare d’inchiesta sul caso Moro ha addirittura effettuato un’indagine Dna sui frequentatori dell’appartamento di via Gradoli, constatando l’assenza di tracce genetiche riconducibili ad Aldo Moro“.
Insomma, il documento in questione farà discutere, perché lancia un sasso notevole nel “mare magnum delle dietrologie” che, a loro avviso, “hanno deformato le ricostruzioni sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, spesso facendo riferimento al covo brigatista di via Gradoli“.
“Purtroppo via Gradoli è stata al centro di falsi misteri e montature – commenta Vladimiro Satta, già archivista del Senato e autore di numerosi saggi sul tema (tra cui ‘Odissea nel caso Moro‘) – Si tratta di falsificazioni che hanno tratto in inganno molti, anche a causa della leggerezza con cui talvolta la stampa le ha diffuse“.
Netto il parere di Elisa Santalena, professoressa associata di Storia italiana all’Università di Grenoble (Francia). “È sempre più incomprensibile come le fake news (perché altro non sono), continuino a spadroneggiare sulla vicenda del sequestro Moro. Eppure sono passati più di quarant’anni. In ambiti universitari si sdrammatizza il tema, lo si attribuisce alla ‘sensibilità giornalistica’, dunque a criteri sensazionalistici e grossolani. Tutto vero. Ma c’è anche una responsabilità di quei docenti e accademici che hanno supportato, o comunque non adeguatamente contrastato, le ricostruzioni falsate. La partita adesso è suscitare negli studenti una giusta capacità critica, che privilegi la verità alle fandonie dei falsi misteri“.
Tra i firmatari della lettera aperta c’è anche Davide Steccanella, scrittore (suo il saggio “Gli anni della lotta armata. Cronologia di una rivoluzione mancata”, Bietti Editore) e penalista di rango (difensore, tra gli altri di Cesare Battisti e Renato Vallanzasca) con il gusto di mettere in fila le contraddizioni:
“Dunque, qui ci troviamo di fronte a un tipico fatto che non sussiste. In due righe, tre falsità. Non ci sono i tempi, non ci sono i soggetti e non ci sono le correlazioni. Come mai una cosa così sgangherata ha avuto così tanto spazio? È avvilente come, a distanza di 42 anni, il nostro Paese non sia ancora stato capace di raccontare un periodo importante della propria storia senza ricorrere continuamente a quelle mistificazioni che solleticano il gusto italico per misteri e complotti. Viene da pensare che questo non sia solo frutto di superficialità ma di una volontà ben precisa: ridurre un importante e lungo conflitto sociale (peraltro mondiale) a terrorismo avulso e teleguidato“.
Ulteriori precisazioni arrivano da Paolo Persichetti, ricercatore indipendente (ed ex Br oggi in fine pena), che spiega attraverso quali meccanismi sia oggi possibile fare ricerche più valide sul fronte della lotta armata di quarant’anni fa: “Alcuni recenti aggiornamenti normativi hanno reso più democratico l’accesso agli archivi e quindi alle fonti storiche. Oggi è possibile consultare quei documenti che un tempo erano accessibili solo alla magistratura, alle commissioni parlamentari e una scia di consulenti di partito. Una circostanza che in passato ha favorito una certa opacità e a volte anche la manipolazione, in cui le carte scomode venivano omesse o citate solo in parte. Quel tempo è finito! Una nuova generazione di studiosi non è più disposta ad accettare il ricorso a narrazioni che utilizzano tecniche argomentative come il metodo dell’amalgama, la confusione di tempi e luoghi, l’uso del sentito dire, le correlazioni arbitrarie, le affermazioni ipotetiche, i sillogismi e le false equazioni. Per decenni l’accesso riservato alle carte è stato un formidabile strumento per mistificare la storia, costruire un discorso funzionale ai poteri, per tracciare una narrazione ostile alla storia dal basso, con l’obiettivo di negare la capacità dei soggetti di muoversi e pensare in piena autonomia secondo interessi legati alla propria condizione sociale, politica, culturale. Così si è finiti ad una sorta di nuovo negazionismo storiografico“.
Più laconico, ma anche più definitivo, il giudizio di Marco Clementi, storico dell’Università di Cosenza e autore di monumentali saggi sulle Brigate Rosse. “Un Paese è libero quando cerca la verità storica. Per farlo serve metodo; il costante riscontro delle ipotesi nelle prove disponibili ne è una parte fondamentale“.
AdnKronos, 17 agosto 2020
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Non se ne può più delle dietrologie sul sequestro Moro, di narrazioni complottiste costruite in spregio dei più elementari criteri logici, prive di correlazioni, del rispetto della cronologia, della verifica delle fonti, di de relato che mettono in bocca a defunti le affermazioni più improbabili e che ovviamente nessuno può confermare o smentire.
Un gruppo di storici e studiosi, con origini, percorsi e orizzonti diversi, hanno detto basta. In una lettera aperta invitano la comunità degli studiosi e il mondo della comunicazione a non avallare più simili approcci e ripristinare il rispetto del metodo storiografico.
La lettera aperta prende avvio dai numerosi resoconti giornalistici apparsi in occasione del quarantennale della strage di Bologna e nei quali, in forma diretta o allusiva, si costruiva un nesso abusivo tra la bomba alla stazione e la vicenda Moro.
Diversi organi di stampa insistono nel riproporre ai loro lettori finti misteri e ricorrenti fantasie di complotto sul sequestro di Aldo Moro. È successo anche sul Manifesto del 2 agosto.
In occasione del quarantennale della strage di Bologna, un articolo di Tommaso di Francesco e un intervento di Saverio Ferrari richiamano l’argomento, benché nulla c’entri con il tema affrontato. Ci riferiamo, in particolare, al seguente passaggio «... Catracchia, l’amministratore per conto del Sisde delle palazzine di via Gradoli, dove al civico 96 si trovava il covo Br affittato dall’ingegner Borghi, alias Mario Moretti, dove Aldo Moro fu inizialmente tenuto prigioniero».
È un’affermazione priva di fondamento che induce il lettore a credere accertato un legame occulto tra il Sisde e le Br: legame, in realtà, sempre smentito dalle ricerche storiografiche e dalle risultanze processuali.
Al contrario, l’attività giudiziaria e delle diverse commissioni d’inchiesta ha accertato che l’on. Moro non è mai stato tenuto sotto sequestro nei locali di via Gradoli, che fungevano invece da base per due brigatisti, Mario Moretti e Barbara Balzerani.
L’ultima Commissione Parlamentare d’inchiesta sul caso Moro ha addirittura effettuato un’indagine Dna sui frequentatori dell’appartamento di via Gradoli, constatando l’assenza di tracce genetiche riconducibili ad Aldo Moro.
In ordine all’episodio dell’affitto di via Gradoli, c’è da dire che in più Corti di Assise sono emerse chiare evidenze. Ci sembra doveroso segnalarle, le elenchiamo in queste poche righe:
1) L’ingegner Borghi/Moretti ha affittato i locali di via Gradoli 96 a seguito di normale annuncio pubblicitario nel dicembre del 1975, come risulta agli atti.
2) I locatori erano i signori Giancarlo Ferrerò e Luciana Bozzi, proprietari dell’appartamento dal rogito avvenuto in data 01/07/1974.
3) È accertato che si è trattato di una transazione tra privati, senza coinvolgere la figura dell’amministratore.
4) Il Sisde, il nuovo servizio segreto civile, è stato creato nel 1977, cioè due anni dopo la stipula del contratto di affitto per la base brigatista.
5) È evidente che nel contratto d’affitto tra brigatisti e coniugi Ferrerò non poteva perciò essere implicato con il Sisde, del resto inesistente in quel momento.
6) Occorre peraltro ricordare che, com’è noto, la base Br di via Gradoli 96 ha cessato di essere “un covo” nel 1978, proprio durante il sequestro Moro.
7) Per evitare contiguità immotivate e fuorvianti, va sottolineato che la base dei Nar era invece al civico 65 di via Gradoli e comunque il loro soggiorno risale al 1981. Un altro estremista di destra aveva in realtà abitato in via Gradoli 96 – Enrico Tomaselli di Terza Posizione – ma nel 1986, cioè molti anni dopo i fatti in oggetto. Per completezza documentale, va comunque precisato che non si trattava dello stesso vano occupato a suo tempo dalle Br. Infine, risulta che ad affittare il monolocale al Tomaselli non sia stato l’amministratore Catracchia ma un altro estremista di destra figlio di un magistrato di Cassazione: Andrea Insabato, proprietario del piccolo appartamento e peraltro futuro attentatore alla sede del Manifesto nel dicembre 2000.
8) In ogni caso, anche i presunti 24 appartamenti legati a diverse società immobiliari – che in modo sbrigativo e arbitrario vengono attribuite ai Servizi – sono acquisiti negli anni successivi al sequestro Moro.
9) In particolare, sono agli atti le proprietà immobiliari di Vincenzo Parisi, nel 1978 questore di Grosseto, dal 1980 in organico al Sisde (di cui diventa direttore nel 1984) e nel 1987 capo della Polizia.
10) L’intensa attività immobiliarista del dirigente Parisi, con gli appartamenti intestati alle figlie Maria Rosaria e Daniela, non sembra richiamare reconditi misteri. Ad ogni buon conto, sono fatti notarili riguardanti il civico 75 che ricorrono una prima volta un anno e mezzo dopo il rapimento Moro mentre i successivi, inerenti al civico 96, avvengono oltre la metà degli anni 80: quattro e nove anni dopo la stipula del contratto di affitto del 1975 da parte delle Brigate Rosse.
11) Quando si tratta dell’immobile di via Gradoli queste date abitualmente non vengono segnalate ai lettori. E invece, in questa come in molte altre occasioni, la precisione sui tempi cronologici è necessaria per un’interpretazione ponderata dei fatti ispirata al metodo storico. Un’analisi corretta dei tempi, delle fonti e del nesso causa-effetto smentisce seccamente ogni possibile coinvolgimento di entità non riconducibili alla lotta armata intrapresa dalle Br nel lontano 1970. Denunciamo pertanto il mancato rispetto dei più elementari criteri di verità e di logica nella ricostruzione di eventi e circostanze, una degenerazione particolarmente grave della e nella stampa italiana.
Fonte
10/11/2019
Le amnesie della sinistra sulla Catalunya
L’articolo di Paola lo Cascio e Andreu Mayayo, intitolato “Pep Guardiola non è una mondina“, apparso qualche giorno fa su il manifesto, non è che l’ultimo eco dell’antica tesi di molta della sinistra riformista spagnola, secondo la quale l’indipendentismo catalano sarebbe un movimento prettamente borghese.
Un ritornello che spesso è stato ripetuto anche da una parte della sinistra italiana, compresa quella radicale e che merita di essere smentito. Per sostenere la loro tesi, Lo Cascio e Mayayo si soffermano su alcuni episodi tralasciandone altri, in modo tutt’altro che innocente: l’indipendentismo moderno, quello che rinasce attorno al 1968 sotto la sigla del Partit Socialista d’Alliberament Nacional (PSAN), viene completamente ignorato dai due storici. Ed è invece centrale per comprendere il movimento indipendentista di oggi.
Il PSAN nasce da un gruppo di giovani che escono dal Front Nacional de Catalunya, una formazione antifranchista e interclassista, per fondare un nuovo spazio politico situato inequivocabilmente a sinistra. La nuova organizzazione si ispira alle lotte di liberazione di quegli anni (che risuonano già nel nome del partito) e si ricollega al marxismo catalano sconfitto nella guerra civile e ben rappresentato dal Partit Català Proletari (uno dei partiti fondatori del PSUC).
Secondo il PSAN la lotta di classe e quella nazionale sono due facce della stessa medaglia catalana: il documento di fondazione del partito afferma che “l’occupazione spagnola è lo strumento del dominio capitalista sul nostro popolo, la garanzia controrivoluzionaria e contemporaneamente il mezzo di distruzione della nostra coscienza nazionale”.
Denunciata la collaborazione di gran parte della borghesia catalana col fascismo spagnolo, il PSAN si pone l’obbiettivo di organizzare la lotta di classe e quella di liberazione nazionale, definendo i tre punti irrinunciabili del proprio programma: indipendenza, socialismo e Països Catalans.
Sono queste le coordinate di un movimento che, attraverso differenti opzioni organizzative nel corso degli anni ’70, ’80 e ’90, ha dato vita e consolidato l’esquerra independentista e in gran parte è oggi approdato alla Candidatura d’Unitat Popular, forte di un indubbio peso specifico all’interno del sistema politico catalano.
Ma di tutto ciò non c’è traccia nell’articolo della Lo Cascio e di Mayayo, che liquidano l’indipendentismo dei decenni del dopoguerra come “assolutamente marginale”.
L’amnesia interessata dei due storici non sorprende: l’indipendentismo riunito intorno al PSAN fa una critica spietata della costituzione spagnola e rappresenta l’unica area politica che, assieme alla sinistra abertzale basca, si oppone al patto del 1978. Niente di più lontano dalle posizioni della borghesia catalana e spagnola.
Il fatto che la costituzione venga largamente approvata in Catalunya segnala le difficoltà di radicamento dell’indipendentismo, ma non ne cancella la posizione critica. Ma c’è di più. Ben diversamente dalla Costituzione italiana, nella quale è evidente il portato della lotta partigiana, quella spagnola risente del ricatto dei militari e rappresenta il frutto dell’autoriforma del regime, un accordo al ribasso accettato non solo dal PSOE ma anche dal PCE.
Un accordo che, assieme ai patti della Moncloa dell’anno precedente, certifica la rinuncia della sinistra statale al cambiamento sociale, nel quale vasti settori avevano sperato al momento della morte di Franco.
Davanti al ripiegamento della sinistra statale, il PSAN e altre formazioni della sinistra catalana danno vita invece al Comitè català contra la constitució espanyola, attestandosi su una posizione che è condivisa anche dalla sinistra abertzale e che rappresenta un punto di resistenza al progetto di stabilizzazione capitalista. L’organo del partito, il giornale Lluita, denuncia il patto costituzionale per il suo “carattere continuista, antioperaio e anticatalano” e per la consacrazione delle forme di sfruttamento del capitalismo monopolista ... in totale antagonismo agli interessi dei lavoratori”.
Si comprende che per sostenere la loro tesi, Lo Cascio e Mayayo preferiscano sorvolare su questi argomenti. La denuncia della transizione spagnola come un processo nel corso del quale le elites del franchismo vengono traghettate nel nuovo regime senza pagare alcun serio costo politico, è da attribuirsi prima di tutto all’esquerra independentista. Una denuncia ancora minoritaria nel 1978 ma oggi straordinariamente diffusa nella società catalana. Impegnati a dimostrare il supposto carattere borghese dell’indipendentismo, Lo Cascio e Mayayo preferiscono dilungarsi su Pep Guardiola e Gerard Piqué, nell’intento di ridurre a una macchietta il movimento indipendentista.
Come molta sinistra italiana, i due storici sembrano conservare una visione mitica della Spagna: se le Brigate Internazionali (a cui fanno riferimento nel loro articolo) rappresentano uno dei punti più alti del movimento operaio del ‘900, non gli si rende un buon servizio usandole per farsi scudo dalla realtà dei decenni successivi e di oggi.
E nella odierna realtà catalana la contraddizione nazionale rappresenta una leva straordinaria sulla quale agire per mettere in discussione la catena imperialista che lega Barcelona a Madrid e ai centri di potere politico e finanziario dell’Unione Europea. Un’opportunità di cambiamento per Catalunya, per la Spagna e per tutto il continente.
Lo scetticismo, quando non l’aperta contrarietà, verso il movimento indipendentista e il diritto all’autodeterminazione (da esercitare con o senza il permesso del governo di Madrid), finisce per tradursi in sostegno al nazionalismo dello stato spagnolo e al progetto del grande capitale. Finisce per tradursi in un internazionalismo a geometria variabile, tanto più convinto quanto più lontano è il popolo con cui si è solidali, dalla dubbia se non opportunistica natura.
Fonte
Un ritornello che spesso è stato ripetuto anche da una parte della sinistra italiana, compresa quella radicale e che merita di essere smentito. Per sostenere la loro tesi, Lo Cascio e Mayayo si soffermano su alcuni episodi tralasciandone altri, in modo tutt’altro che innocente: l’indipendentismo moderno, quello che rinasce attorno al 1968 sotto la sigla del Partit Socialista d’Alliberament Nacional (PSAN), viene completamente ignorato dai due storici. Ed è invece centrale per comprendere il movimento indipendentista di oggi.
Il PSAN nasce da un gruppo di giovani che escono dal Front Nacional de Catalunya, una formazione antifranchista e interclassista, per fondare un nuovo spazio politico situato inequivocabilmente a sinistra. La nuova organizzazione si ispira alle lotte di liberazione di quegli anni (che risuonano già nel nome del partito) e si ricollega al marxismo catalano sconfitto nella guerra civile e ben rappresentato dal Partit Català Proletari (uno dei partiti fondatori del PSUC).
Secondo il PSAN la lotta di classe e quella nazionale sono due facce della stessa medaglia catalana: il documento di fondazione del partito afferma che “l’occupazione spagnola è lo strumento del dominio capitalista sul nostro popolo, la garanzia controrivoluzionaria e contemporaneamente il mezzo di distruzione della nostra coscienza nazionale”.
Denunciata la collaborazione di gran parte della borghesia catalana col fascismo spagnolo, il PSAN si pone l’obbiettivo di organizzare la lotta di classe e quella di liberazione nazionale, definendo i tre punti irrinunciabili del proprio programma: indipendenza, socialismo e Països Catalans.
Sono queste le coordinate di un movimento che, attraverso differenti opzioni organizzative nel corso degli anni ’70, ’80 e ’90, ha dato vita e consolidato l’esquerra independentista e in gran parte è oggi approdato alla Candidatura d’Unitat Popular, forte di un indubbio peso specifico all’interno del sistema politico catalano.
Ma di tutto ciò non c’è traccia nell’articolo della Lo Cascio e di Mayayo, che liquidano l’indipendentismo dei decenni del dopoguerra come “assolutamente marginale”.
L’amnesia interessata dei due storici non sorprende: l’indipendentismo riunito intorno al PSAN fa una critica spietata della costituzione spagnola e rappresenta l’unica area politica che, assieme alla sinistra abertzale basca, si oppone al patto del 1978. Niente di più lontano dalle posizioni della borghesia catalana e spagnola.
Il fatto che la costituzione venga largamente approvata in Catalunya segnala le difficoltà di radicamento dell’indipendentismo, ma non ne cancella la posizione critica. Ma c’è di più. Ben diversamente dalla Costituzione italiana, nella quale è evidente il portato della lotta partigiana, quella spagnola risente del ricatto dei militari e rappresenta il frutto dell’autoriforma del regime, un accordo al ribasso accettato non solo dal PSOE ma anche dal PCE.
Un accordo che, assieme ai patti della Moncloa dell’anno precedente, certifica la rinuncia della sinistra statale al cambiamento sociale, nel quale vasti settori avevano sperato al momento della morte di Franco.
Davanti al ripiegamento della sinistra statale, il PSAN e altre formazioni della sinistra catalana danno vita invece al Comitè català contra la constitució espanyola, attestandosi su una posizione che è condivisa anche dalla sinistra abertzale e che rappresenta un punto di resistenza al progetto di stabilizzazione capitalista. L’organo del partito, il giornale Lluita, denuncia il patto costituzionale per il suo “carattere continuista, antioperaio e anticatalano” e per la consacrazione delle forme di sfruttamento del capitalismo monopolista ... in totale antagonismo agli interessi dei lavoratori”.
Si comprende che per sostenere la loro tesi, Lo Cascio e Mayayo preferiscano sorvolare su questi argomenti. La denuncia della transizione spagnola come un processo nel corso del quale le elites del franchismo vengono traghettate nel nuovo regime senza pagare alcun serio costo politico, è da attribuirsi prima di tutto all’esquerra independentista. Una denuncia ancora minoritaria nel 1978 ma oggi straordinariamente diffusa nella società catalana. Impegnati a dimostrare il supposto carattere borghese dell’indipendentismo, Lo Cascio e Mayayo preferiscono dilungarsi su Pep Guardiola e Gerard Piqué, nell’intento di ridurre a una macchietta il movimento indipendentista.
Come molta sinistra italiana, i due storici sembrano conservare una visione mitica della Spagna: se le Brigate Internazionali (a cui fanno riferimento nel loro articolo) rappresentano uno dei punti più alti del movimento operaio del ‘900, non gli si rende un buon servizio usandole per farsi scudo dalla realtà dei decenni successivi e di oggi.
E nella odierna realtà catalana la contraddizione nazionale rappresenta una leva straordinaria sulla quale agire per mettere in discussione la catena imperialista che lega Barcelona a Madrid e ai centri di potere politico e finanziario dell’Unione Europea. Un’opportunità di cambiamento per Catalunya, per la Spagna e per tutto il continente.
Lo scetticismo, quando non l’aperta contrarietà, verso il movimento indipendentista e il diritto all’autodeterminazione (da esercitare con o senza il permesso del governo di Madrid), finisce per tradursi in sostegno al nazionalismo dello stato spagnolo e al progetto del grande capitale. Finisce per tradursi in un internazionalismo a geometria variabile, tanto più convinto quanto più lontano è il popolo con cui si è solidali, dalla dubbia se non opportunistica natura.
Fonte
24/06/2019
Il debito italiano si può ripudiare?
Alla fine la realtà si impone sull’ideologia. Pubblichiamo questo pezzo-recensione che parla di debito pubblico, sua formazione, rimborsabilità, ecc, non perché dica cose originalissime, ma per il luogo in cui è apparso. il manifesto, fin quando ne hanno fatto parte Valentino Parlato e Galapagos, era attentissimo ai problemi dell’economia – alla “struttura” dei rapporti sociali; ed anche quando si potevano non condividere alcune (molte) posizioni politiche, era comunque un’ottima fonte di informazione e formazione culturale di quella che veniva allora chiamata “sinistra”.
Poi il buio. In senso letterale, come la scomparsa dei temi economici (e a maggior ragione la loro analisi critica) e il prevalere di un “sentito dire” fondamentalmente “europeista” (basti vedere il trattamento riservato a La France Insoumise o ai gilets jaunes).
Scrivere, su quel giornale, sebbene nell’ambito della recensione ad un libro, che il debito pubblico è una trappola strutturata da multinazionali, finanza e UE (lato Bce, in questo caso); che bisognerebbe rompere quei “contratti” (trattati) controfirmati da dirigenti politici “democratici” non si sa se più incompetenti o complici; e che neanche Salvini, nonostante la retorica quotidiana, è in realtà interessato a rompere alcunché...
Beh, è una novità che si spiega solo con la forza dirompente, paziente e implacabile della realtà sull’ideologia. Che, ricordiamo è “falsa coscienza”...
«Se Salvini volesse davvero combattere contro Bruxelles, come afferma, dovrebbe spingere affinché il governo smetta di rimborsare i 360 miliardi di euro di titoli italiani, detenuti dalla Bce. Mi potrà smentire, ma credo che non lo farà, altrimenti entrerebbe in contraddizione con i banchieri italiani e le istituzioni finanziarie che lo sostengono». Così lo storico e politologo Eric Toussaint, di Cadtm, rispondendo a una domanda sul contesto italiano, nell’ambito di un incontro sul debito nella sede dell’agenzia Di.re.
Nel corso dell’evento di Roma è stato presentato il suo libro, Il Sistema, Storia del debito sovrano e del suo ripudio (prefazione di Marco Bersani, edizioni Bordeaux), così come a Taranto, Parma e Milano.
È stato messo in evidenza come il sistema del debito come strumento di dominazione sia l’architettura del capitalismo. Il braccio operativo è costituito da istituzioni come il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, l’Organizzazione mondiale del commercio, che destabilizzano mercati e Stati, attraverso il ricatto del debito, imponendo politiche di ’salvataggio’ alle condizioni da loro stabilite. A farne le spese i popoli dei paesi più poveri, i quali, messi di fronte all’obbligo di restituire i debiti pregressi, cedono risorse, terre, prodotti. Le grandi multinazionali, col sostegno dei governi occidentali, monopolizzano le attività estrattive minerarie, impongono i loro prodotti, distruggono la piccola economia contadina, devastano i territori.
Anche le istituzioni europee, come Bce e Commissione europea, hanno istituito dei dispositivi che costringono gli stessi Stati dell’euro-zona a ricorrere al mercato speculativo per finanziarsi.
Il debito non è una calamità naturale, né l’effetto di una spesa sociale troppo alta: la sua odiosità discende dalla sua composizione e dagli effetti antipopolari che ne discendono.
Toussaint ha sostenuto che il debito odioso può essere ripudiato, come hanno cercato di fare molti popoli e governi nel corso della storia degli ultimi 2 secoli. «Affinché un debito contratto da un governo regolare in un modo altrettanto regolare possa essere considerato odioso occorre dimostrare che gli obiettivi, per i quali i debiti furono contratti, fossero palesemente contrari agli interessi di tutto o di una parte del territorio e che i creditori al momento dell’emissione del prestito fossero al corrente della finalità odiosa».
Le cause del debito pubblico italiano sono: i salvataggi bancari (13,5 mld), i mancati introiti fiscali per effetto delle riduzioni di cui hanno beneficiato i redditi più alti (295 mld), le speculazioni finanziarie (467 mld solo negli anni 1992/2007/2011)), gli interessi sul debito (dal 1992 al 2017 2.094 miliardi, di cui 1.299 a debito), elusione ed evasione fiscale (mediamente 120 mld l’anno).
Alla luce di questi dati e delle altre spese, come ad esempio quelle per armamenti e grandi opere inutili e dannose, può essere ripudiato il debito pubblico italiano?
Noi pensiamo di sì, a patto di saper costruire un vasto fronte di opposizione e di interconnessioni, intrecciando le analisi e concentrando l’attacco alle condizioni di vita e di lavoro. Per accogliere questa sfida dobbiamo considerare che, mentre oggi vi sono molti linguaggi, ma un unico pensiero, noi dovremmo avere più espressioni di pensiero ma un unico linguaggio, comune e di lotta, che si esprima attraverso la costruzione di un’etica condivisa, con l’obiettivo di una vita dignitosa per tutti i viventi del territorio, dentro un altro modello di società.
Fonte
Poi il buio. In senso letterale, come la scomparsa dei temi economici (e a maggior ragione la loro analisi critica) e il prevalere di un “sentito dire” fondamentalmente “europeista” (basti vedere il trattamento riservato a La France Insoumise o ai gilets jaunes).
Scrivere, su quel giornale, sebbene nell’ambito della recensione ad un libro, che il debito pubblico è una trappola strutturata da multinazionali, finanza e UE (lato Bce, in questo caso); che bisognerebbe rompere quei “contratti” (trattati) controfirmati da dirigenti politici “democratici” non si sa se più incompetenti o complici; e che neanche Salvini, nonostante la retorica quotidiana, è in realtà interessato a rompere alcunché...
Beh, è una novità che si spiega solo con la forza dirompente, paziente e implacabile della realtà sull’ideologia. Che, ricordiamo è “falsa coscienza”...
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«Se Salvini volesse davvero combattere contro Bruxelles, come afferma, dovrebbe spingere affinché il governo smetta di rimborsare i 360 miliardi di euro di titoli italiani, detenuti dalla Bce. Mi potrà smentire, ma credo che non lo farà, altrimenti entrerebbe in contraddizione con i banchieri italiani e le istituzioni finanziarie che lo sostengono». Così lo storico e politologo Eric Toussaint, di Cadtm, rispondendo a una domanda sul contesto italiano, nell’ambito di un incontro sul debito nella sede dell’agenzia Di.re.
Nel corso dell’evento di Roma è stato presentato il suo libro, Il Sistema, Storia del debito sovrano e del suo ripudio (prefazione di Marco Bersani, edizioni Bordeaux), così come a Taranto, Parma e Milano.
È stato messo in evidenza come il sistema del debito come strumento di dominazione sia l’architettura del capitalismo. Il braccio operativo è costituito da istituzioni come il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, l’Organizzazione mondiale del commercio, che destabilizzano mercati e Stati, attraverso il ricatto del debito, imponendo politiche di ’salvataggio’ alle condizioni da loro stabilite. A farne le spese i popoli dei paesi più poveri, i quali, messi di fronte all’obbligo di restituire i debiti pregressi, cedono risorse, terre, prodotti. Le grandi multinazionali, col sostegno dei governi occidentali, monopolizzano le attività estrattive minerarie, impongono i loro prodotti, distruggono la piccola economia contadina, devastano i territori.
Anche le istituzioni europee, come Bce e Commissione europea, hanno istituito dei dispositivi che costringono gli stessi Stati dell’euro-zona a ricorrere al mercato speculativo per finanziarsi.
Il debito non è una calamità naturale, né l’effetto di una spesa sociale troppo alta: la sua odiosità discende dalla sua composizione e dagli effetti antipopolari che ne discendono.
Toussaint ha sostenuto che il debito odioso può essere ripudiato, come hanno cercato di fare molti popoli e governi nel corso della storia degli ultimi 2 secoli. «Affinché un debito contratto da un governo regolare in un modo altrettanto regolare possa essere considerato odioso occorre dimostrare che gli obiettivi, per i quali i debiti furono contratti, fossero palesemente contrari agli interessi di tutto o di una parte del territorio e che i creditori al momento dell’emissione del prestito fossero al corrente della finalità odiosa».
Le cause del debito pubblico italiano sono: i salvataggi bancari (13,5 mld), i mancati introiti fiscali per effetto delle riduzioni di cui hanno beneficiato i redditi più alti (295 mld), le speculazioni finanziarie (467 mld solo negli anni 1992/2007/2011)), gli interessi sul debito (dal 1992 al 2017 2.094 miliardi, di cui 1.299 a debito), elusione ed evasione fiscale (mediamente 120 mld l’anno).
Alla luce di questi dati e delle altre spese, come ad esempio quelle per armamenti e grandi opere inutili e dannose, può essere ripudiato il debito pubblico italiano?
Noi pensiamo di sì, a patto di saper costruire un vasto fronte di opposizione e di interconnessioni, intrecciando le analisi e concentrando l’attacco alle condizioni di vita e di lavoro. Per accogliere questa sfida dobbiamo considerare che, mentre oggi vi sono molti linguaggi, ma un unico pensiero, noi dovremmo avere più espressioni di pensiero ma un unico linguaggio, comune e di lotta, che si esprima attraverso la costruzione di un’etica condivisa, con l’obiettivo di una vita dignitosa per tutti i viventi del territorio, dentro un altro modello di società.
Fonte
18/05/2019
Les Gilets Jaunes, mon Dieu, quelle horreur!
Sul Manifesto di venerdì 17 maggio, ho letto con piacere la lettera di Italiani di Parigi, che cercano di correggere l’immagine del movimento sociale in corso in Francia. Come loro, penso che la copertura sul quotidiano il Manifesto sia pessima e indegna di un quotidiano, diciamo, di “cambiamento sociale emancipatorio”.
A leggere i pochi articoli, le cui fonti sono governative e poliziesche, i Gilet Gialli ci sembrano una massa di violenti irrazionali, sciovinisti (pensate l’orribile bandiera tricolore anche delle Rivoluzioni e la sanguinosa Marsigliese: le fascisme, je vous dis!), ovviamente antisemiti ed omofobi (“un movimento costituito da individui inquietanti, motivati dall’odio e violenti“, dunque teniamoci alla larga).
Il Manifesto, sulla scia della stampa francese mainstream, pare così una fotocopia del Corriere o della scatenata PD Gruber su La7 (“gruppi violenti e comunque elettori di estrema destra“).
E infatti, gli “intellectuels de gauche” pro-socialisti e pro-ecologisti disprezzano in massa i GG, un movimento eterogeneo e senza riferimento immediato al vecchio divario destra-sinistra.
Come d’altronde Macron, che ha costruito in Francia una replica gallica della Grosse Koalition tedesca, dai “socialisti” europeisti ai “repubblicani” autoritari e per certi versi xenofobi.
Non sono in grado di fare una analisi sociologica dei ceti medi “intellettuali” macron-compatibili, che, per pigrizia mentale, per paura pilotata, forse per conservatorismo sociale (il low cost antisociale ed antiambientale cosi come l’euro transfrontiere ci permettono infatti da consumatori una vita da piccoli privilegiati, per il momento...) non vedono i motivi pluricausali della rivolta da 6 mesi.
Ma la cecità volontaria c’è, eccome.
6 mesi di rivolta sulle rotonde e in piazza: certo possiamo disprezzare quei ceti popolari poco colti, come l’abbiamo fatto per i Brexiters, gli elettori di Trump e quelli della Lega, e possiamo, come Anna Maria Merlo, in un elenco di astrattismi, condannare “l’odio” (ma il disprezzo da establishment di Macron, per il quale siamo un “niente“?), rifiutare la “violenza” (ma quella ormai allucinante della polizia di Macron, come ogni sabato parigino e il Primo Maggio?) e rimanere “equidistanti“.
Possiamo anche disprezzare chi, come la France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, cerca, bene o male, di sostenere senza strumentalizzarlo un tale movimento (senza successo nei sondaggi elettorali per le europee, certo) e aspettare con pazienza una bella ripresa di opposizione da “socialisti” o “ecologisti” macron-compatibili.
Ma vuol dire allora che come “intellettuali” rifiutiamo di tentare di capire un movimento sociale atipico con aspetti positivi (per es. sta dinamizzando una parte della base sindacale dopo anni di sconfitte catastrofiche del sindacato a difesa del diritto del lavoro, del Welfare e dei servizi pubblici) e negativi (per es. non riesce bene a collegarsi con i movimenti di protesta nella scuola o nella funzione pubblica contro l’offensiva thatcheriana di Macron), mentre come cittadini accettiamo dunque ben volentieri nei fatti l’ordine sociale iniquo, che facciamo finta di criticare a parole.
Il Manifesto, che è giustamente attento alle evoluzioni complesse della società e della politica in Spagna, è mediocre ed inutile sulla Francia.
Eppure si muove!
Un movimento sociale da 6 mesi sotto repressione feroce e propaganda mediatica totalitaria, tutta ostile, ormai meriterebbe almeno qualche domanda seria: il pessimismo confortevole di AMM sulla situazione francese è legittimo, ma sarebbe veramente udibile se almeno confrontasse onestamente voci e analisi contrastanti sul movimento GG.
Ma Le Monde Diplomatique o il blog di Micromega sono finora le uniche fonti di altre informazioni (da valutare certo) sulla Francia del 2019 in lingua italiana: il Manifesto, zero. A parte i clichés benpensanti succitati.
Peccato: spero che non sarà per colpa del sogno europeista PD di un “fronte antipopulista da Tsipras a Macron“… Una vera favola per bambini, perché il movimento dei GG francesi a modo suo mette infatti in cattivissima luce l’europeismo liberista-autoritario di Macron e delle classi dirigenti francesi.
Per chi vuole aprire gli occhi almeno dopo una nube di fitto gas lacrimogeno.
Se Daniel Cohn-Bendit, l’ex-leader mediatico del maggio 1968, è ormai un portavoce di Macron, diversi miei amici, invece, elettori di Macron di 2 anni fa sotto lo slogan “Macron baluardo contro il fascismo”, si chiedono oggi se il liberismo senza pietà e l’autoritarismo dilagante alla Orbàn del “Presidente dei Ricchi” (come chiamiamo Macron in tanti) non aprano invece un viale per il fascismo del 21esimo secolo.
“Nous, la gauche” abbiamo lasciato le banlieues di case popolari alla loro sorte, abbiamo lasciato i ceti popolari delle villette colpiti dalle politiche post-fordiste scivolare almeno in parte verso il Rassemblement National di Marine Le Pen, possiamo lasciare massacrare i cattivi Gilets Gialli nei media e fisicamente? Qualcuno di loro voterà Le Pen come previsto e poi, magari in inglese, faremo bei convegni narcisistici sul populismo trionfante.
Ma noi “intellettuali di sinistra” questa volta non potremo dire che non sapevamo... ma che non abbiamo voluto vedere, quello sì.
6 mesi di rotonde occupate e di sabati di scontro disperato: svegliamoci, prima che il “baluardo del fascismo” alla Macron l’abbia partorito per davvero? Già manifestare in Francia è pericoloso: le micidiali armi da guerra “subletali” della polizia/gendarmerie (centinaia di feriti e decine di mutilati) e le procedure giudiziari immediate (2.000 processi, “celebrati” in fretta o in corso) come la legge “anticasseurs”, rendono tristemente surrealistici gli attacchi di Macron alla Russia e all’Ungheria “illiberali”.
Come da copione: il liberismo in situazione di tensione sociale può diventare ferocemente antiliberale. Ma sempre ipocrita. Rispetto al fascismo del 21esimo secolo, sarà forse appena peggio, ma almeno tutto coerente?
Il sonno della ragione (quella vera, critica e impegnata, non il finto moderatismo equidistante di un pigro neoconservatismo soft) genera mostri. Di là e di qua delle Alpi.
Siamo responsabili, per davvero.
Fonte
A leggere i pochi articoli, le cui fonti sono governative e poliziesche, i Gilet Gialli ci sembrano una massa di violenti irrazionali, sciovinisti (pensate l’orribile bandiera tricolore anche delle Rivoluzioni e la sanguinosa Marsigliese: le fascisme, je vous dis!), ovviamente antisemiti ed omofobi (“un movimento costituito da individui inquietanti, motivati dall’odio e violenti“, dunque teniamoci alla larga).
Il Manifesto, sulla scia della stampa francese mainstream, pare così una fotocopia del Corriere o della scatenata PD Gruber su La7 (“gruppi violenti e comunque elettori di estrema destra“).
E infatti, gli “intellectuels de gauche” pro-socialisti e pro-ecologisti disprezzano in massa i GG, un movimento eterogeneo e senza riferimento immediato al vecchio divario destra-sinistra.
Come d’altronde Macron, che ha costruito in Francia una replica gallica della Grosse Koalition tedesca, dai “socialisti” europeisti ai “repubblicani” autoritari e per certi versi xenofobi.
Non sono in grado di fare una analisi sociologica dei ceti medi “intellettuali” macron-compatibili, che, per pigrizia mentale, per paura pilotata, forse per conservatorismo sociale (il low cost antisociale ed antiambientale cosi come l’euro transfrontiere ci permettono infatti da consumatori una vita da piccoli privilegiati, per il momento...) non vedono i motivi pluricausali della rivolta da 6 mesi.
Ma la cecità volontaria c’è, eccome.
6 mesi di rivolta sulle rotonde e in piazza: certo possiamo disprezzare quei ceti popolari poco colti, come l’abbiamo fatto per i Brexiters, gli elettori di Trump e quelli della Lega, e possiamo, come Anna Maria Merlo, in un elenco di astrattismi, condannare “l’odio” (ma il disprezzo da establishment di Macron, per il quale siamo un “niente“?), rifiutare la “violenza” (ma quella ormai allucinante della polizia di Macron, come ogni sabato parigino e il Primo Maggio?) e rimanere “equidistanti“.
Possiamo anche disprezzare chi, come la France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, cerca, bene o male, di sostenere senza strumentalizzarlo un tale movimento (senza successo nei sondaggi elettorali per le europee, certo) e aspettare con pazienza una bella ripresa di opposizione da “socialisti” o “ecologisti” macron-compatibili.
Ma vuol dire allora che come “intellettuali” rifiutiamo di tentare di capire un movimento sociale atipico con aspetti positivi (per es. sta dinamizzando una parte della base sindacale dopo anni di sconfitte catastrofiche del sindacato a difesa del diritto del lavoro, del Welfare e dei servizi pubblici) e negativi (per es. non riesce bene a collegarsi con i movimenti di protesta nella scuola o nella funzione pubblica contro l’offensiva thatcheriana di Macron), mentre come cittadini accettiamo dunque ben volentieri nei fatti l’ordine sociale iniquo, che facciamo finta di criticare a parole.
Il Manifesto, che è giustamente attento alle evoluzioni complesse della società e della politica in Spagna, è mediocre ed inutile sulla Francia.
Eppure si muove!
Un movimento sociale da 6 mesi sotto repressione feroce e propaganda mediatica totalitaria, tutta ostile, ormai meriterebbe almeno qualche domanda seria: il pessimismo confortevole di AMM sulla situazione francese è legittimo, ma sarebbe veramente udibile se almeno confrontasse onestamente voci e analisi contrastanti sul movimento GG.
Ma Le Monde Diplomatique o il blog di Micromega sono finora le uniche fonti di altre informazioni (da valutare certo) sulla Francia del 2019 in lingua italiana: il Manifesto, zero. A parte i clichés benpensanti succitati.
Peccato: spero che non sarà per colpa del sogno europeista PD di un “fronte antipopulista da Tsipras a Macron“… Una vera favola per bambini, perché il movimento dei GG francesi a modo suo mette infatti in cattivissima luce l’europeismo liberista-autoritario di Macron e delle classi dirigenti francesi.
Per chi vuole aprire gli occhi almeno dopo una nube di fitto gas lacrimogeno.
Se Daniel Cohn-Bendit, l’ex-leader mediatico del maggio 1968, è ormai un portavoce di Macron, diversi miei amici, invece, elettori di Macron di 2 anni fa sotto lo slogan “Macron baluardo contro il fascismo”, si chiedono oggi se il liberismo senza pietà e l’autoritarismo dilagante alla Orbàn del “Presidente dei Ricchi” (come chiamiamo Macron in tanti) non aprano invece un viale per il fascismo del 21esimo secolo.
“Nous, la gauche” abbiamo lasciato le banlieues di case popolari alla loro sorte, abbiamo lasciato i ceti popolari delle villette colpiti dalle politiche post-fordiste scivolare almeno in parte verso il Rassemblement National di Marine Le Pen, possiamo lasciare massacrare i cattivi Gilets Gialli nei media e fisicamente? Qualcuno di loro voterà Le Pen come previsto e poi, magari in inglese, faremo bei convegni narcisistici sul populismo trionfante.
Ma noi “intellettuali di sinistra” questa volta non potremo dire che non sapevamo... ma che non abbiamo voluto vedere, quello sì.
6 mesi di rotonde occupate e di sabati di scontro disperato: svegliamoci, prima che il “baluardo del fascismo” alla Macron l’abbia partorito per davvero? Già manifestare in Francia è pericoloso: le micidiali armi da guerra “subletali” della polizia/gendarmerie (centinaia di feriti e decine di mutilati) e le procedure giudiziari immediate (2.000 processi, “celebrati” in fretta o in corso) come la legge “anticasseurs”, rendono tristemente surrealistici gli attacchi di Macron alla Russia e all’Ungheria “illiberali”.
Come da copione: il liberismo in situazione di tensione sociale può diventare ferocemente antiliberale. Ma sempre ipocrita. Rispetto al fascismo del 21esimo secolo, sarà forse appena peggio, ma almeno tutto coerente?
Il sonno della ragione (quella vera, critica e impegnata, non il finto moderatismo equidistante di un pigro neoconservatismo soft) genera mostri. Di là e di qua delle Alpi.
Siamo responsabili, per davvero.
Fonte
23/08/2018
A proposito di Oleg Sentsov e dei suoi badanti occidentali
Washington esige che Mosca rimetta immediatamente in libertà il regista ucraino Oleg Sentsov, detenuto dal 2015 in un carcere russo e in sciopero della fame dallo scorso 14 maggio. Gli USA si dicono “profondamente preoccupati del peggioramento delle sue condizioni” ed esigono “che la Russia liberi lui e tutti i cittadini ucraini detenuti illegalmente in Russia e nella penisola di Crimea”. Lo scorso 9 agosto l’OSCE aveva chiesto alla Russia la liberazione di Sentsov e il giorno seguente dalla UE era giunta la richiesta di prestargli la necessaria assistenza sanitaria.
Il 22 agosto, anche l’italico “quotidiano comunista” sembra farsi interprete delle preoccupazioni euroatlantiche, ricordando come Emmanuel Macron abbia “personalmente contattato Vladimir Putin per chiedere notizie dello stato di salute di Sentsov” e, oltre al presidente francese, si sia “mobilitato un folto gruppo di registi e intellettuali”; e ancora, “come anche il Festival di Cannes” abbia “rivolto un appello inascoltato a Vladimir Putin”. E poi si ricorda come nel giugno scorso “38 paesi – tra cui la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti – si sono appellati al segretario generale dell’Onu Antonio Guterres affinché perorasse con Putin la causa di Sentsov e di decine di altri detenuti ucraini”. Incidentalmente, ricordiamo come, lo scorso maggio, quel medesimo Festival di Cannes avesse premiato un altro regista ucraino, Sergei Loznitsa, per il film “Donbass”, autentica beffa e ridicolizzazione delle milizie popolari.
Ora, ci è difficile dare una sicura interpretazione del servizio de il manifesto: lo stile “asettico” pare orientato a dar notizia delle “preoccupazioni” del mondo occidentale per la salute di un detenuto che, a detta del giornale di via Bargoni, sarebbe stato condannato sulla base di “accuse rivoltegli da dei testimoni che hanno poi ritrattato quanto detto al processo, sostenendo che era stato loro estorto sotto tortura”.
Diciamo che, tanto per rimanere informati, è utile anche sapere come UE, OSCE, ONU, Washington, Londra e Parigi prendano a cuore lo stato di salute di un recluso – en passant: condannato per tentati atti terroristici. Ma questi, se commessi su suolo russo, non devono evidentemente essere passibili di arresto – nelle prigioni putiniane.
Qualche dubbio lo solleva la constatazione di come da diverso tempo – quantomeno nei titoli di testa, che attirano l’attenzione del lettore – lo stesso quotidiano non sembri invece dar peso ad altre preoccupazioni: quelle di quanti hanno a cuore, ad esempio, la sorte delle centinaia di civili (non parliamo dei combattenti delle milizie popolari, imprigionati e torturati dai soldati di Kiev) sospettati di simpatie per le Repubbliche popolari del Donbass e imprigionati nelle carceri golpiste. O delle decine e decine di intellettuali, giornalisti e semplici cittadini, arrestati e detenuti nelle prigioni ucraine a partire dal golpe del febbraio 2014, per non parlare dei politici e dei giornalisti assassinati dalle squadre neonaziste.
Non sembra di aver letto servizi, ancorché “asettici”, ad esempio, sul liberale russo, cattedratico di storia, Aleksandr Sytin, che tempo fa, in diretta TV, si era detto dispiaciuto che anche a Donetsk e a Lugansk non si fosse ripetuto un altro “2 maggio 2014”, con le decine di attivisti bruciati vivi dai neonazisti alla Casa dei sindacati di Odessa: nelle Repubbliche popolari, aveva bestemmiato Sytin, oggi se ne starebbero zitti e cheti e non opporrebbero resistenza ai battaglioni neonazisti ucraini!
La “questione internazionale” di Oleg Sentsov e Valdimir Balukh, sembra approntata ad hoc, nel quadro della campagna presidenziale di Petro Porošenko: se Macron e May ne chiedono la liberazione, ciò porterà certamente più voti a Petro, avranno pensato a Kiev! Una eventuale grazia concessa a Sentsov da Vladimir Putin – sull’esempio della vicenda della pulzella del battaglione “Ajdar” Nadežda Savčenko dopo il suo fantomatico sciopero della fame – sarebbe davvero un bel regalo per l’attuale “primo pasticcere” d’Ucraina. Dunque: che ogni portavoce, ogni rivista, ogni quotidiano ne parli a più non posso!
I due, Sentsov e Balukh, sono stati condannati, come ricordava ieri l’altro l’ambasciata russa a Londra, in risposta a una nota britannica circa la loro condanna “per l’opposizione alla illegale annessione della Crimea”, per reati perseguiti pressoché in tutti i paesi, Gran Bretagna compresa. Nello specifico, Sentsov è stato condannato a 20 anni per formazione di cellula terroristica e organizzazione di due attentati; Balukh a 3 anni e mezzo, per porto illegale d’armi. Nella primavera del 2014, il gruppo messo in piedi da Sentsov aveva compiuto due attentati a Simferopoli, quasi sicuramente da mettere in relazione alle attività diversive degli islamisti del medžlis dei tatari di Crimea, il gruppo sponsorizzato dai golpisti ucraini e spalleggiato dai Lupi grigi turchi.
Tornando a il manifesto, non sembra che questo mostri spesso particolare scrupolo per le scorribande fasciste nelle piazze ucraine, da Kiev a Dnepr; per la privazione del diritto di voto a quegli abitanti del Donbass trasferitisi in Ucraina; per il terrorismo contro i civili del Donbass e della Crimea, cui Kiev blocca regolarmente l’erogazione di acqua, energia elettrica e gas; per la crescente eroicizzazione degli ex nazisti: tanto per citare l’ultimo caso, alla vigilia della parata militare del 24 agosto a Kiev, per l’anniversario della “indipendenza”, si inaugurano a Ternopol gli ennesimi monumenti a Nikolaj Arsenic, fondatore dei battaglioni nazisti ucraini “Nachtigall” e “Roland”.
Ci è sfuggita, sul medesimo quotidiano, la notizia a proposito della denuncia ONU sulle violenze commesse da esercito e battaglioni neonazisti nel 2014 contro la popolazione civile di Ilovajsk. Nemmeno ha meritato la stessa attenzione di Sentsov, il fatto che il canale tv ucraino NewsOne ricordi apertamente di come le forze ucraine torturassero e uccidessero (e continuino a farlo) i civili del Donbass, smentendo così le reazioni ufficiali golpiste al summenzionato documento ONU.
Forse, ciò non meritava attenzione, perché la denuncia ONU non parlava di altrettanti atti di violenza da parte delle milizie popolari e, in base al precetto di alcuni redattori di via Bargoni, secondo cui nel conflitto in Donbass, “non ci sono né buoni né cattivi”, allora bisogna soprassedere alla notizia. Non capita spesso di leggere sullo stesso foglio di come si glorifichino a Kiev quegli “eroi” che proclamavano la fede “in una grande Ucraina strettamente legata ad Adolf Hitler e al Terzo Reich”. Ci sembra che ignorata sia rimasta anche la testimonianza del reduce delle Forze operative speciali ucraine, tal Aleksandr Medinskij (rifugiato in Finlandia), su come, nell’estate 2015, quelle forze avessero usato sostanze chimiche contro le milizie popolari.
Ma, perché continuare! Se nelle redazioni romane le fonti primarie ed esclusive per le notizie dal “fronte orientale” sono BBC e Novaja Gazeta, sembra quasi tempo sprecato. Ora, attendiamo il momento in cui i media italici prenderanno le difese del “governo crimeano in esilio”, che Porošenko ha intenzione di nominare.
Fonte
Il 22 agosto, anche l’italico “quotidiano comunista” sembra farsi interprete delle preoccupazioni euroatlantiche, ricordando come Emmanuel Macron abbia “personalmente contattato Vladimir Putin per chiedere notizie dello stato di salute di Sentsov” e, oltre al presidente francese, si sia “mobilitato un folto gruppo di registi e intellettuali”; e ancora, “come anche il Festival di Cannes” abbia “rivolto un appello inascoltato a Vladimir Putin”. E poi si ricorda come nel giugno scorso “38 paesi – tra cui la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti – si sono appellati al segretario generale dell’Onu Antonio Guterres affinché perorasse con Putin la causa di Sentsov e di decine di altri detenuti ucraini”. Incidentalmente, ricordiamo come, lo scorso maggio, quel medesimo Festival di Cannes avesse premiato un altro regista ucraino, Sergei Loznitsa, per il film “Donbass”, autentica beffa e ridicolizzazione delle milizie popolari.
Ora, ci è difficile dare una sicura interpretazione del servizio de il manifesto: lo stile “asettico” pare orientato a dar notizia delle “preoccupazioni” del mondo occidentale per la salute di un detenuto che, a detta del giornale di via Bargoni, sarebbe stato condannato sulla base di “accuse rivoltegli da dei testimoni che hanno poi ritrattato quanto detto al processo, sostenendo che era stato loro estorto sotto tortura”.
Diciamo che, tanto per rimanere informati, è utile anche sapere come UE, OSCE, ONU, Washington, Londra e Parigi prendano a cuore lo stato di salute di un recluso – en passant: condannato per tentati atti terroristici. Ma questi, se commessi su suolo russo, non devono evidentemente essere passibili di arresto – nelle prigioni putiniane.
Qualche dubbio lo solleva la constatazione di come da diverso tempo – quantomeno nei titoli di testa, che attirano l’attenzione del lettore – lo stesso quotidiano non sembri invece dar peso ad altre preoccupazioni: quelle di quanti hanno a cuore, ad esempio, la sorte delle centinaia di civili (non parliamo dei combattenti delle milizie popolari, imprigionati e torturati dai soldati di Kiev) sospettati di simpatie per le Repubbliche popolari del Donbass e imprigionati nelle carceri golpiste. O delle decine e decine di intellettuali, giornalisti e semplici cittadini, arrestati e detenuti nelle prigioni ucraine a partire dal golpe del febbraio 2014, per non parlare dei politici e dei giornalisti assassinati dalle squadre neonaziste.
Non sembra di aver letto servizi, ancorché “asettici”, ad esempio, sul liberale russo, cattedratico di storia, Aleksandr Sytin, che tempo fa, in diretta TV, si era detto dispiaciuto che anche a Donetsk e a Lugansk non si fosse ripetuto un altro “2 maggio 2014”, con le decine di attivisti bruciati vivi dai neonazisti alla Casa dei sindacati di Odessa: nelle Repubbliche popolari, aveva bestemmiato Sytin, oggi se ne starebbero zitti e cheti e non opporrebbero resistenza ai battaglioni neonazisti ucraini!
La “questione internazionale” di Oleg Sentsov e Valdimir Balukh, sembra approntata ad hoc, nel quadro della campagna presidenziale di Petro Porošenko: se Macron e May ne chiedono la liberazione, ciò porterà certamente più voti a Petro, avranno pensato a Kiev! Una eventuale grazia concessa a Sentsov da Vladimir Putin – sull’esempio della vicenda della pulzella del battaglione “Ajdar” Nadežda Savčenko dopo il suo fantomatico sciopero della fame – sarebbe davvero un bel regalo per l’attuale “primo pasticcere” d’Ucraina. Dunque: che ogni portavoce, ogni rivista, ogni quotidiano ne parli a più non posso!
I due, Sentsov e Balukh, sono stati condannati, come ricordava ieri l’altro l’ambasciata russa a Londra, in risposta a una nota britannica circa la loro condanna “per l’opposizione alla illegale annessione della Crimea”, per reati perseguiti pressoché in tutti i paesi, Gran Bretagna compresa. Nello specifico, Sentsov è stato condannato a 20 anni per formazione di cellula terroristica e organizzazione di due attentati; Balukh a 3 anni e mezzo, per porto illegale d’armi. Nella primavera del 2014, il gruppo messo in piedi da Sentsov aveva compiuto due attentati a Simferopoli, quasi sicuramente da mettere in relazione alle attività diversive degli islamisti del medžlis dei tatari di Crimea, il gruppo sponsorizzato dai golpisti ucraini e spalleggiato dai Lupi grigi turchi.
Tornando a il manifesto, non sembra che questo mostri spesso particolare scrupolo per le scorribande fasciste nelle piazze ucraine, da Kiev a Dnepr; per la privazione del diritto di voto a quegli abitanti del Donbass trasferitisi in Ucraina; per il terrorismo contro i civili del Donbass e della Crimea, cui Kiev blocca regolarmente l’erogazione di acqua, energia elettrica e gas; per la crescente eroicizzazione degli ex nazisti: tanto per citare l’ultimo caso, alla vigilia della parata militare del 24 agosto a Kiev, per l’anniversario della “indipendenza”, si inaugurano a Ternopol gli ennesimi monumenti a Nikolaj Arsenic, fondatore dei battaglioni nazisti ucraini “Nachtigall” e “Roland”.
Ci è sfuggita, sul medesimo quotidiano, la notizia a proposito della denuncia ONU sulle violenze commesse da esercito e battaglioni neonazisti nel 2014 contro la popolazione civile di Ilovajsk. Nemmeno ha meritato la stessa attenzione di Sentsov, il fatto che il canale tv ucraino NewsOne ricordi apertamente di come le forze ucraine torturassero e uccidessero (e continuino a farlo) i civili del Donbass, smentendo così le reazioni ufficiali golpiste al summenzionato documento ONU.
Forse, ciò non meritava attenzione, perché la denuncia ONU non parlava di altrettanti atti di violenza da parte delle milizie popolari e, in base al precetto di alcuni redattori di via Bargoni, secondo cui nel conflitto in Donbass, “non ci sono né buoni né cattivi”, allora bisogna soprassedere alla notizia. Non capita spesso di leggere sullo stesso foglio di come si glorifichino a Kiev quegli “eroi” che proclamavano la fede “in una grande Ucraina strettamente legata ad Adolf Hitler e al Terzo Reich”. Ci sembra che ignorata sia rimasta anche la testimonianza del reduce delle Forze operative speciali ucraine, tal Aleksandr Medinskij (rifugiato in Finlandia), su come, nell’estate 2015, quelle forze avessero usato sostanze chimiche contro le milizie popolari.
Ma, perché continuare! Se nelle redazioni romane le fonti primarie ed esclusive per le notizie dal “fronte orientale” sono BBC e Novaja Gazeta, sembra quasi tempo sprecato. Ora, attendiamo il momento in cui i media italici prenderanno le difese del “governo crimeano in esilio”, che Porošenko ha intenzione di nominare.
Fonte
28/04/2018
Comunità ebraiche con la memoria di Netanyahu
La pantomima delle comunità ebraiche (di Roma e non solo) che non partecipano alla Manifestazione unitaria del 25 aprile, giorno della liberazione dal nazifascismo, si ripete mestamente. Uguale il gesto sdegnato, uguale la delirante motivazione.
E la delirante motivazione è che «nella manifestazione sfilano le bandiere di coloro che settanta anni fa furono alleati dei carnefici nazisti». Quali? Quelle dei risorgenti partiti neonazisti est europei polacchi, ungheresi, ucraini?
No, quelle dei palestinesi, che secondo la pagliaccesca propaganda di Benjamin Netanyahu avrebbero convinto il «mansueto» Führer Adolf Hitler, contro la sua volontà e disponibilità verso gli ebrei, a sterminarne invece sei milioni.
Anche 500.000 Rom e Sinti, tre milioni di slavi, decine di migliaia di disabili (inferiori rispetto alla «razza pura»), di antifascisti, migliaia di omosessuali, testimoni di Geova e di socialmente emarginati, senza dimenticare milioni e milioni di civili sovietici. Ma costoro poco interessano ai dirigenti delle comunità ebraiche. Che accetterebbero volentieri i vessilli di ogni altro popolo oppresso che volesse sfilare nelle manifestazioni del 25 aprile per rivendicare i propri diritti. Ma i palestinesi no! E perché no? Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista del premier israeliano Netanyahu.
Che in alleanza con i peggiori fanatici religiosi intende far sparire i palestinesi in quanto popolo e nazione, per dare legittimità alla grande Israele fondata sul logoro mitologema della «Terra promessa» e poi ridurli in minuscoli bantustan concessi dall’effendi israeliano.
Ho già scritto a questo proposito, proprio sul manifesto in occasione della stessa manifestazione dello scorso anno.
Ma in questo anniversario vorrei aprire una prospettiva altra. Gli organizzatori dell’evento del 25 aprile dovrebbero disinteressarsi delle decisioni della comunità ebraica di Roma o di altre comunità ebraiche. Dichiarino la piena e naturale apertura alla partecipazione del mondo ebraico ma non si facciano condizionare da esso su chi debba partecipare o meno al corteo. Il 25 aprile è soprattutto e più di tutto il giorno degli antifascisti di qualsivoglia orientamento.
Le comunità dell’ebraismo siano le benvenute in quanto tali, ma se non tali e se si comportano da ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica nello stato di Israele, non hanno motivo di sfilare con l’antifascismo.
Un governo antifascista non opprimerebbe mai un altro popolo, non lo deprederebbe delle sue legittime risorse, non ruberebbe il futuro ai suoi figli, non colonizzerebbe le terre assegnategli dalla legalità internazionale come sistematicamente e perversamente fa il governo Netanyahu sorretto dal presidente americano Trump che si appresta all’affronto di spostare a est l’ambasciata Usa a Gerusalemme (occupata a Est).
E se qualcuno pensa che questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, «ebreo antisemita», si legga le dichiarazioni del presidente del Congresso Mondiale Ebraico, Ronald Lauder, ebreo americano aderente al partito repubblicano, pubblicate dal New York Times in questi giorni con questo titolo: Israel’s self inflicted wounds (le ferite autoinflitte di Israele), nel quale dopo una premessa fatta di dichiarazioni d’amore legittimo per Israele e captazio benevolentiae, condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi come suicidaria e invisa alla vasta maggioranza di ebrei della diaspora.
Alla faccia degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo.
Moni Ovadia - il manifesto
Fonte
E la delirante motivazione è che «nella manifestazione sfilano le bandiere di coloro che settanta anni fa furono alleati dei carnefici nazisti». Quali? Quelle dei risorgenti partiti neonazisti est europei polacchi, ungheresi, ucraini?
No, quelle dei palestinesi, che secondo la pagliaccesca propaganda di Benjamin Netanyahu avrebbero convinto il «mansueto» Führer Adolf Hitler, contro la sua volontà e disponibilità verso gli ebrei, a sterminarne invece sei milioni.
Anche 500.000 Rom e Sinti, tre milioni di slavi, decine di migliaia di disabili (inferiori rispetto alla «razza pura»), di antifascisti, migliaia di omosessuali, testimoni di Geova e di socialmente emarginati, senza dimenticare milioni e milioni di civili sovietici. Ma costoro poco interessano ai dirigenti delle comunità ebraiche. Che accetterebbero volentieri i vessilli di ogni altro popolo oppresso che volesse sfilare nelle manifestazioni del 25 aprile per rivendicare i propri diritti. Ma i palestinesi no! E perché no? Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista del premier israeliano Netanyahu.
Che in alleanza con i peggiori fanatici religiosi intende far sparire i palestinesi in quanto popolo e nazione, per dare legittimità alla grande Israele fondata sul logoro mitologema della «Terra promessa» e poi ridurli in minuscoli bantustan concessi dall’effendi israeliano.
Ho già scritto a questo proposito, proprio sul manifesto in occasione della stessa manifestazione dello scorso anno.
Ma in questo anniversario vorrei aprire una prospettiva altra. Gli organizzatori dell’evento del 25 aprile dovrebbero disinteressarsi delle decisioni della comunità ebraica di Roma o di altre comunità ebraiche. Dichiarino la piena e naturale apertura alla partecipazione del mondo ebraico ma non si facciano condizionare da esso su chi debba partecipare o meno al corteo. Il 25 aprile è soprattutto e più di tutto il giorno degli antifascisti di qualsivoglia orientamento.
Le comunità dell’ebraismo siano le benvenute in quanto tali, ma se non tali e se si comportano da ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica nello stato di Israele, non hanno motivo di sfilare con l’antifascismo.
Un governo antifascista non opprimerebbe mai un altro popolo, non lo deprederebbe delle sue legittime risorse, non ruberebbe il futuro ai suoi figli, non colonizzerebbe le terre assegnategli dalla legalità internazionale come sistematicamente e perversamente fa il governo Netanyahu sorretto dal presidente americano Trump che si appresta all’affronto di spostare a est l’ambasciata Usa a Gerusalemme (occupata a Est).
E se qualcuno pensa che questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, «ebreo antisemita», si legga le dichiarazioni del presidente del Congresso Mondiale Ebraico, Ronald Lauder, ebreo americano aderente al partito repubblicano, pubblicate dal New York Times in questi giorni con questo titolo: Israel’s self inflicted wounds (le ferite autoinflitte di Israele), nel quale dopo una premessa fatta di dichiarazioni d’amore legittimo per Israele e captazio benevolentiae, condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi come suicidaria e invisa alla vasta maggioranza di ebrei della diaspora.
Alla faccia degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo.
Moni Ovadia - il manifesto
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17/03/2018
La Nato in Italia diventa nervosa. Botta e risposta con Manlio Dinucci
Manlio Dinucci, su Il manifesto del 13 marzo, ha scritto un articolo che ha fatto imbizzarrire il Comando Nato in Italia (sede a Lagopatria vicino Napoli). Tant’è che la stessa Nato ha scritto alla direttrice de Il manifesto per contestare quanto scritto da Manlio Dinucci e chiedere addirittura di modificare l’articolo. Delle due l’una: o la Nato ha avviato insospettabilmente un soft power nelle relazioni pubbliche, oppure stanno diventando decisamente nervosi.
Qui di seguito la lettera inviata dalla Nato e la replica di Manlio Dinucci
Gentile Sig.ra Rangeri,
La prego di notare che l’articolo intitolato “L’ltalia nella morsa USA/NATO”, pubblicato il 13 marzo 2018, a firma di Manlio Dinucci, contiene delle informazioni imprecise e fuorvianti.
Capoverso 3:
È falso che: “L’esercitazione sia diretta dal Comando NATO di Lago Patria (JFC Naples), agli ordini dell’ammiraglio statunitense James Foggo”.
È vero che: II Comando Marittimo della NATO (MARCOM), con sede a Northwood, in Gran Bretagna, detenga il comando e controllo dell’esercitazione alla cui guida si trova l’Ammiraglio Clive Johnstone.
Capoverso 4:
È falso quanto segue: “A cosa serva la Dynamic Manta 2018 lo spiega lo stesso ammiraglio Foggo: è iniziata la “Quarta battaglia dell’Atlantico”, dopo quelle delle due guerre mondiali e della Guerra fredda”.
È vero che: Nel suo articolo dal titolo “La quarta battaglia dell’Atlantico”, pubblicato nel 2016, l’Ammiraglio Foggo fornisse indicazioni circa la visione NATO/U.S. Questa stessa visione, tuttavia, non può essere utilizzata per “spiegare” la Dynamic Manta del 2018. La rimando a quanto pubblicato da MARCOM a proposito della Dynamic Manta 2018 sui proprio sito web mc.nato.int.
Capoverso 6:
È falso dire che: L’ammiraglio Foggo, mentre col cappello di comandante NATO prepara in Italia le forze navali contro la Russia, col cappello di comandante delle forze navali USA in Europa invia dall’ltalia la Sesta Flotta alla Juniper Cobra 2018, esercitazione congiunta USA Israele diretta principalmente contro l’Iran.
È vero che: L’ammiraglio Foggo guida il JFC Naples nella “preparazione, pianificazione e conduzione di operazioni militari finalizzate a preservare la pace, la sicurezza e l’integrità territoriale degli stati membri dell’Alleanza... “. Per maggiori dettagli, può consultare il sito web dell’Allied Joint Force Command Naples, alla voce “mission statement”. Inoltre, nella versione inglese dell’articolo è improprio usare la parola “captain”. È, invece, appropriato I’utilizzo della parola “Commander”. Sulle competenze nazionali dell’Ammiraglio potrà giovare la consultazione del sito web www.c6f.navy.mil/.
Volevo sottoporre alla sua attenzione anche un’altra imprecisione nell’articolo in questione relativo all’ultimo paragrafo dove l’autore dice che “Poiché Scaparrotti è anche Comandante Supremo alleato in Europa (carica che spetta sempre a un generale USA), il piano prevede una partecipazione Nato, soprattutto italiana, a sostegno di Israele in una guerra su larga scala in Medioriente”.
Il concetto vero è che: La Juniper Cobra è un’esercitazione bilaterale Israelo-Statunitense. Inoltre, qualunque intervento della NATO necessita dell’approvazione incondizionata del Consiglio Atlantico. Questo è un aspetto importante che l’autore tralascia completamente.
Pur apprezzando, complessivamente, l’articolo pubblicato, La prego di rettificare la sua versione online con le modifiche di cui sopra e spero vivamente che la nostra reciproca collaborazione duri nel tempo.
Cordiali saluti
Richard W. Haupt
Capitano della Marina statunitense, Capo Servizio Relazioni Pubbliche del comando Nato di JFC Naples con sede a Lago Patria, Napoli
La replica di Manlio Dinucci
Apprezziamo l’attenzione che la Nato rivolge al nostro giornale. Il manifesto e io personalmente prendiamo atto della rettifica – la sola doverosa, ma francamente un dettaglio – sul comando specifico della Dynamic Manta 2018.
Per il resto, rimane comunque centrale il ruolo del JFC-Naples di Lago Patria, uno dei due comandi permanenti della Forza congiunta Nato a livello operativo, agli ordini dell’ammiraglio statunitense James Foggo.
Egli comanda allo stesso tempo le Forze navali Usa per Europa-Africa/Sesta Flotta Usa, la cui area di responsabilità copre metà dell’Oceano Atlantico e i mari adiacenti compreso il Mediterraneo.
A un seminario in Norvegia il 26 febbraio, l’ammiraglio ha parlato di «Quarta battaglia dell’Atlantico» contro «sottomarini russi sempre più sofisticati che minacciano le linee di comunicazione marittima fra Stati Uniti ed Europa».
Poiché esse passano anche attraverso il Mediterraneo, la Dynamic Manta 2018 rientra in questa «visione Nato/Usa». Visione falsa: quali prove ci sono che sottomarini russi siano in agguato, pronti ad affondare le navi sulle rotte fra Europa e Stati Uniti?
È falso inoltre che il JFC-Naples abbia quale missione la «preparazione, pianificazione e conduzione di operazioni militari finalizzate a preservare la pace, la sicurezza e l’integrità territoriale degli stati membri dell’Alleanza». Basti ricordare le guerre con cui la Nato ha demolito due Stati, la Jugoslavia e la Libia, da cui non proveniva alcuna minaccia ai membri dell’Alleanza.
Riguardo alla presenza del generale Scaparrotti alla esercitazione Israele-Usa (a cui Foggo ha inviato l’ammiraglia della Sesta Flotta), sarebbe ingenuo ignorare che egli è non solo comandante del Comando Europeo degli Stati Uniti, ma allo stesso tempo Comandante supremo alleato in Europa.
Una curiosità: in base a quale norma deve essere sempre «tradizionalmente un comandante Usa»?
Ancora grazie per l’attenzione al nostro lavoro.
Manlio Dinucci
Fonte
Qui di seguito la lettera inviata dalla Nato e la replica di Manlio Dinucci
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Gentile Sig.ra Rangeri,
La prego di notare che l’articolo intitolato “L’ltalia nella morsa USA/NATO”, pubblicato il 13 marzo 2018, a firma di Manlio Dinucci, contiene delle informazioni imprecise e fuorvianti.
Capoverso 3:
È falso che: “L’esercitazione sia diretta dal Comando NATO di Lago Patria (JFC Naples), agli ordini dell’ammiraglio statunitense James Foggo”.
È vero che: II Comando Marittimo della NATO (MARCOM), con sede a Northwood, in Gran Bretagna, detenga il comando e controllo dell’esercitazione alla cui guida si trova l’Ammiraglio Clive Johnstone.
Capoverso 4:
È falso quanto segue: “A cosa serva la Dynamic Manta 2018 lo spiega lo stesso ammiraglio Foggo: è iniziata la “Quarta battaglia dell’Atlantico”, dopo quelle delle due guerre mondiali e della Guerra fredda”.
È vero che: Nel suo articolo dal titolo “La quarta battaglia dell’Atlantico”, pubblicato nel 2016, l’Ammiraglio Foggo fornisse indicazioni circa la visione NATO/U.S. Questa stessa visione, tuttavia, non può essere utilizzata per “spiegare” la Dynamic Manta del 2018. La rimando a quanto pubblicato da MARCOM a proposito della Dynamic Manta 2018 sui proprio sito web mc.nato.int.
Capoverso 6:
È falso dire che: L’ammiraglio Foggo, mentre col cappello di comandante NATO prepara in Italia le forze navali contro la Russia, col cappello di comandante delle forze navali USA in Europa invia dall’ltalia la Sesta Flotta alla Juniper Cobra 2018, esercitazione congiunta USA Israele diretta principalmente contro l’Iran.
È vero che: L’ammiraglio Foggo guida il JFC Naples nella “preparazione, pianificazione e conduzione di operazioni militari finalizzate a preservare la pace, la sicurezza e l’integrità territoriale degli stati membri dell’Alleanza... “. Per maggiori dettagli, può consultare il sito web dell’Allied Joint Force Command Naples, alla voce “mission statement”. Inoltre, nella versione inglese dell’articolo è improprio usare la parola “captain”. È, invece, appropriato I’utilizzo della parola “Commander”. Sulle competenze nazionali dell’Ammiraglio potrà giovare la consultazione del sito web www.c6f.navy.mil/.
Volevo sottoporre alla sua attenzione anche un’altra imprecisione nell’articolo in questione relativo all’ultimo paragrafo dove l’autore dice che “Poiché Scaparrotti è anche Comandante Supremo alleato in Europa (carica che spetta sempre a un generale USA), il piano prevede una partecipazione Nato, soprattutto italiana, a sostegno di Israele in una guerra su larga scala in Medioriente”.
Il concetto vero è che: La Juniper Cobra è un’esercitazione bilaterale Israelo-Statunitense. Inoltre, qualunque intervento della NATO necessita dell’approvazione incondizionata del Consiglio Atlantico. Questo è un aspetto importante che l’autore tralascia completamente.
Pur apprezzando, complessivamente, l’articolo pubblicato, La prego di rettificare la sua versione online con le modifiche di cui sopra e spero vivamente che la nostra reciproca collaborazione duri nel tempo.
Cordiali saluti
Richard W. Haupt
Capitano della Marina statunitense, Capo Servizio Relazioni Pubbliche del comando Nato di JFC Naples con sede a Lago Patria, Napoli
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La replica di Manlio Dinucci
Apprezziamo l’attenzione che la Nato rivolge al nostro giornale. Il manifesto e io personalmente prendiamo atto della rettifica – la sola doverosa, ma francamente un dettaglio – sul comando specifico della Dynamic Manta 2018.
Per il resto, rimane comunque centrale il ruolo del JFC-Naples di Lago Patria, uno dei due comandi permanenti della Forza congiunta Nato a livello operativo, agli ordini dell’ammiraglio statunitense James Foggo.
Egli comanda allo stesso tempo le Forze navali Usa per Europa-Africa/Sesta Flotta Usa, la cui area di responsabilità copre metà dell’Oceano Atlantico e i mari adiacenti compreso il Mediterraneo.
A un seminario in Norvegia il 26 febbraio, l’ammiraglio ha parlato di «Quarta battaglia dell’Atlantico» contro «sottomarini russi sempre più sofisticati che minacciano le linee di comunicazione marittima fra Stati Uniti ed Europa».
Poiché esse passano anche attraverso il Mediterraneo, la Dynamic Manta 2018 rientra in questa «visione Nato/Usa». Visione falsa: quali prove ci sono che sottomarini russi siano in agguato, pronti ad affondare le navi sulle rotte fra Europa e Stati Uniti?
È falso inoltre che il JFC-Naples abbia quale missione la «preparazione, pianificazione e conduzione di operazioni militari finalizzate a preservare la pace, la sicurezza e l’integrità territoriale degli stati membri dell’Alleanza». Basti ricordare le guerre con cui la Nato ha demolito due Stati, la Jugoslavia e la Libia, da cui non proveniva alcuna minaccia ai membri dell’Alleanza.
Riguardo alla presenza del generale Scaparrotti alla esercitazione Israele-Usa (a cui Foggo ha inviato l’ammiraglia della Sesta Flotta), sarebbe ingenuo ignorare che egli è non solo comandante del Comando Europeo degli Stati Uniti, ma allo stesso tempo Comandante supremo alleato in Europa.
Una curiosità: in base a quale norma deve essere sempre «tradizionalmente un comandante Usa»?
Ancora grazie per l’attenzione al nostro lavoro.
Manlio Dinucci
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