Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Manlio Dinucci. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Manlio Dinucci. Mostra tutti i post

12/01/2020

La Cina, non solo l’Iran, sotto tiro Usa in Medioriente

di Manlio Dinucci

il manifesto 9 gennaio 2020

L’assassinio del generale iraniano Soleimani autorizzato dal presidente Trump ha messo in moto una reazione a catena che si propaga al di là della regione mediorientale. Ciò era nelle intenzioni di chi ha deciso tale atto. Soleimani era da tempo  nel mirino Usa, ma i presidenti Bush e Obama non avevano autorizzato la sua uccisione. Perché lo ha fatto il presidente Trump? Vi sono vari motivi, tra cui l’interesse personale del presidente di salvarsi dall’impeachment presentandosi quale strenuo difensore dell’America di fronte a un minaccioso nemico. Il motivo fondamentale della decisione di assassinare Soleimani, presa nello Stato profondo prima che alla Casa Bianca, va però ricercato in un fattore che è divenuto critico per gli interessi statunitensi solo negli ultimi anni: la crescente presenza economica cinese in Iran.

L’Iran ha un ruolo di primaria importanza nella Nuova Via della Seta varata da Pechino nel 2013, in fase avanzata di realizzazione: essa consiste in una rete viaria e ferroviaria tra la Cina e l’Europa attraverso l’Asia Centrale, il Medio Oriente e la Russia, abbinata a una via marittima attraverso l’Oceano Indiano, il Mar Rosso e il Mediterraneo. Per le infrastrutture viarie, ferroviarie e portuali in oltre 60 paesi sono previsti investimenti per oltre 1.000 miliardi di dollari.

In tale quadro la Cina sta effettuando in Iran investimenti per circa 400 miliardi di dollari: 280 nell’industria petrolifera, gasiera e petrolchimica; 120 nelle infrastrutture dei trasporti, compresi oleodotti e gasdotti. Si prevede che tali investimenti, effettuati in un periodo quinquennale, saranno successivamente rinnovati.

Nel settore energetico la China National Petroleum Corporation, società di proprietà statale, ha ricevuto dal governo iraniano un contratto per lo sviluppo del giacimento offshore di South Pars nel Golfo Persico, la maggiore riserva di gas naturale del mondo. Inoltre, insieme a un’altra società cinese, la Sinopec (per i tre quarti di proprietà statale), è impegnata a sviluppare la produzione dei campi petroliferi di West Karoun.

Sfidando l’embargo Usa, la Cina sta aumentando le importazioni di petrolio iraniano. Ancora più grave per gli Usa è che, in questi e altri accordi commerciali tra Cina e Iran, si prevede un crescente uso del renminbi cinese e di altre valute, escludendo sempre più il dollaro.

Nel settore dei trasporti la Cina ha firmato un contratto per l’elettrificazione di 900 km di linee ferroviarie iraniane, nel quadro di un progetto che prevede l’elettrificazione dell’intera rete entro il 2025, e probabilmente ne firmerà anche uno per una linea ad alta velocità di oltre 400 km. Quelle iraniane sono collegate alla linea ferroviaria di 2.300 km che, già in funzione tra Cina e Iran, riduce i tempi di trasporto delle merci a 15 giorni rispetto ai 45 del trasporto marittimo.

Attraverso Tabriz, grande città industriale dell’Iran nord-occidentale – da cui parte un gasdotto di 2.500 km che arriva ad Ankara in Turchia – le infrastrutture dei trasporti della Nuova Via della Seta potranno raggiungere l’Europa.

Gli accordi tra Cina e Iran non prevedono componenti militari ma, secondo una fonte iraniana, per salvaguardare gli impianti occorreranno fino a 5.000 guardie cinesi, assunte dalle società costruttrici per i servizi di sicurezza. Significativo è anche il fatto che, alla fine di dicembre, si sia svolta nel Golfo di Oman e nell’Oceano Indiano la prima esercitazione navale tra Iran, Cina e Russia.

Su questo sfondo appare chiaro perché a Washington si è deciso l’assassinio di Soleimani: si è volutamente provocata la risposta militare di Teheran per stringere la morsa sull’Iran e poterlo colpire, colpendo in tal modo il progetto cinese della Nuova Via della Seta a cui gli Usa non sono in grado di contrapporsi sul piano economico. La reazione a catena messa in moto dall’assassinio di Soleimani coinvolge quindi anche Cina e Russia, creando una situazione sempre più pericolosa.

Fonte

17/03/2018

La Nato in Italia diventa nervosa. Botta e risposta con Manlio Dinucci

Manlio Dinucci, su Il manifesto del 13 marzo, ha scritto un articolo che ha fatto imbizzarrire il Comando Nato in Italia (sede a Lagopatria vicino Napoli). Tant’è che la stessa Nato ha scritto alla direttrice de Il manifesto per contestare quanto scritto da Manlio Dinucci e chiedere addirittura di modificare l’articolo. Delle due l’una: o la Nato ha avviato insospettabilmente un soft power nelle relazioni pubbliche, oppure stanno diventando decisamente nervosi.

Qui di seguito la lettera inviata dalla Nato e la replica di Manlio Dinucci

*****

Gentile Sig.ra Rangeri,

La prego di notare che l’articolo intitolato “L’ltalia nella morsa USA/NATO”, pubblicato il 13 marzo 2018, a firma di Manlio Dinucci, contiene delle informazioni imprecise e fuorvianti.

Capoverso 3:

È falso che: “L’esercitazione sia diretta dal Comando NATO di Lago Patria (JFC Naples), agli ordini dell’ammiraglio statunitense James Foggo”.

È vero che: II Comando Marittimo della NATO (MARCOM), con sede a Northwood, in Gran Bretagna, detenga il comando e controllo dell’esercitazione alla cui guida si trova l’Ammiraglio Clive Johnstone.

Capoverso 4:

È falso quanto segue: “A cosa serva la Dynamic Manta 2018 lo spiega lo stesso ammiraglio Foggo: è iniziata la “Quarta battaglia dell’Atlantico”, dopo quelle delle due guerre mondiali e della Guerra fredda”.

È vero che: Nel suo articolo dal titolo “La quarta battaglia dell’Atlantico”, pubblicato nel 2016, l’Ammiraglio Foggo fornisse indicazioni circa la visione NATO/U.S. Questa stessa visione, tuttavia, non può essere utilizzata per “spiegare” la Dynamic Manta del 2018. La rimando a quanto pubblicato da MARCOM a proposito della Dynamic Manta 2018 sui proprio sito web mc.nato.int.

Capoverso 6:

È falso dire che: L’ammiraglio Foggo, mentre col cappello di comandante NATO prepara in Italia le forze navali contro la Russia, col cappello di comandante delle forze navali USA in Europa invia dall’ltalia la Sesta Flotta alla Juniper Cobra 2018, esercitazione congiunta USA Israele diretta principalmente contro l’Iran.

È vero che: L’ammiraglio Foggo guida il JFC Naples nella “preparazione, pianificazione e conduzione di operazioni militari finalizzate a preservare la pace, la sicurezza e l’integrità territoriale degli stati membri dell’Alleanza... “. Per maggiori dettagli, può consultare il sito web dell’Allied Joint Force Command Naples, alla voce “mission statement”. Inoltre, nella versione inglese dell’articolo è improprio usare la parola “captain”. È, invece, appropriato I’utilizzo della parola “Commander”. Sulle competenze nazionali dell’Ammiraglio potrà giovare la consultazione del sito web www.c6f.navy.mil/.

Volevo sottoporre alla sua attenzione anche un’altra imprecisione nell’articolo in questione relativo all’ultimo paragrafo dove l’autore dice che “Poiché Scaparrotti è anche Comandante Supremo alleato in Europa (carica che spetta sempre a un generale USA), il piano prevede una partecipazione Nato, soprattutto italiana, a sostegno di Israele in una guerra su larga scala in Medioriente”.

Il concetto vero è che: La Juniper Cobra è un’esercitazione bilaterale Israelo-Statunitense. Inoltre, qualunque intervento della NATO necessita dell’approvazione incondizionata del Consiglio Atlantico. Questo è un aspetto importante che l’autore tralascia completamente.

Pur apprezzando, complessivamente, l’articolo pubblicato, La prego di rettificare la sua versione online con le modifiche di cui sopra e spero vivamente che la nostra reciproca collaborazione duri nel tempo.
Cordiali saluti

Richard W. Haupt
Capitano della Marina statunitense, Capo Servizio Relazioni Pubbliche del comando Nato di JFC Naples con sede a Lago Patria, Napoli

*****

La replica di Manlio Dinucci

Apprezziamo l’attenzione che la Nato rivolge al nostro giornale. Il manifesto e io personalmente prendiamo atto della rettifica – la sola doverosa, ma francamente un dettaglio – sul comando specifico della Dynamic Manta 2018.

Per il resto, rimane comunque centrale il ruolo del JFC-Naples di Lago Patria, uno dei due comandi permanenti della Forza congiunta Nato a livello operativo, agli ordini dell’ammiraglio statunitense James Foggo.

Egli comanda allo stesso tempo le Forze navali Usa per Europa-Africa/Sesta Flotta Usa, la cui area di responsabilità copre metà dell’Oceano Atlantico e i mari adiacenti compreso il Mediterraneo.

A un seminario in Norvegia il 26 febbraio, l’ammiraglio ha parlato di «Quarta battaglia dell’Atlantico» contro «sottomarini russi sempre più sofisticati che minacciano le linee di comunicazione marittima fra Stati Uniti ed Europa».

Poiché esse passano anche attraverso il Mediterraneo, la Dynamic Manta 2018 rientra in questa «visione Nato/Usa». Visione falsa: quali prove ci sono che sottomarini russi siano in agguato, pronti ad affondare le navi sulle rotte fra Europa e Stati Uniti?

È falso inoltre che il JFC-Naples abbia quale missione la «preparazione, pianificazione e conduzione di operazioni militari finalizzate a preservare la pace, la sicurezza e l’integrità territoriale degli stati membri dell’Alleanza». Basti ricordare le guerre con cui la Nato ha demolito due Stati, la Jugoslavia e la Libia, da cui non proveniva alcuna minaccia ai membri dell’Alleanza.

Riguardo alla presenza del generale Scaparrotti alla esercitazione Israele-Usa (a cui Foggo ha inviato l’ammiraglia della Sesta Flotta), sarebbe ingenuo ignorare che egli è non solo comandante del Comando Europeo degli Stati Uniti, ma allo stesso tempo Comandante supremo alleato in Europa.

Una curiosità: in base a quale norma deve essere sempre «tradizionalmente un comandante Usa»?

Ancora grazie per l’attenzione al nostro lavoro.

Manlio Dinucci

Fonte

03/03/2018

«Guerra nucleare, il giorno prima»

Seguire con cura gli appuntamenti settimanali di Manlio Dinucci sul quotidiano «il manifesto» assicura un privilegio: anticipazioni, notizie e conferme volutamente negate dai media che sopravvivono a un presente permanente e sono sordi all’inquietante battito dell’orologio immaginato dal «Bulletin of the Atomic Scientists», il Doomsday Clock che, da dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, segue simbolicamente il rischio di una guerra nucleare e ora è stato spostato a soli due minuti dalla mezzanotte.

«Guerra nucleare, il giorno prima» (Zambon editore) condensa la sequenza di una escalation in varie fasi dopo Hiroshima, giustificata con motivazioni aggiornate al mutevole “Nuovo Pericoloso Nemico” che la civiltà occidentale sente il dovere di distruggere per conservare i propri privilegi, garantire il perpetuarsi delle ingiustizie sociali, armandosi per un arco di guerre a diversa intensità, sempre sulla soglia di quella irreversibilmente letale. Lo sforzo ben riuscito dell’autore è convincerci che siamo al punto in cui anche questa soglia spaventosa potrebbe essere vantaggiosamente (!) infranta per una parte più tecnologicamente premunita.

La colpevole sottovalutazione della catastrofe ha radici anche nell’inconscio appositamente stimolato: viene da un sentimento lontano, da un immaginario che pesa, da un retaggio mai criticato, fatto circolare come la ragione dalla parte dei bianchi nei film western. Abbiamo alle spalle un equivoco: “atomico” è diventato aggettivo superlativo, applicato a qualsiasi cosa eccezionale, perfino alla bellezza, ma sapientemente slegato dagli eventi terribili di Hiroshima e Nagasaki. La prima reazione degli Usa fu di entusiasmo: sia per la gigantesca impresa tecnico-scientifica che aveva reso possibile la costruzione della bomba atomica; sia perché, secondo la vulgata, il suo uso aveva portato alla rapida fine della guerra del Pacifico e aveva fatto risparmiare migliaia di vite di soldati americani sia pure a prezzo di centomila civili giapponesi volatilizzati dal fuoco e dalle radiazioni in quelle due giornate dell’agosto 1945. Questa visione distorta criminalmente ce la portiamo dentro, dai testi di scuola, dagli articoli dei giornali e delle riviste. Ma le esplosioni terrificanti e “redente” servivano a legittimare una divisione geopolitica del pianeta basata sul terrore reciproco di chi poteva dotarsi di testate sempre più potenti, mobili e rivolte in allerta verso il fronte nemico.

Ora la situazione geopolitica si sta ristrutturando con esiti incerti e con il prevalere di una tendenza a una distribuzione multipolare del potere. Siamo in un racconto nuovo. Il consumo di risorse non rinnovabili né riciclabili rende più probabile l’arrivo di una guerra: non per possedere o colonizzare i territori più ricchi di “beni” ma per privatizzare e militarizzare risorse decisive addirittura alla vita a favore di pochi popoli che si accordano, pur dichiarandosi nemici, ma sottintendendo di far parte di un “club” esclusivo, di non redistribuire affatto ma di concentrare su di sé le ricchezze accumulate e quel che rimane per alcune (poche) generazioni.

Purtroppo l’opinione pubblica mondiale non ha una percezione di quanto il diritto della pace sia diventato precario, arbitrario, nelle mani e nella testa di chi non ha democraticamente alcuna facoltà né tanto meno legittimazione di sovvertire l’ordine biologico, culturale, il futuro della specie. I coordinamenti pacifisti stanno delineando una articolazione di interventi, ancora senza quel grado di unità che un obiettivo così fondamentale richiede. Sotto questo profilo il testo di Dinucci è un esempio di lucido e praticabile realismo. Siamo ancora nella fase in cui l’informazione cambia i rapporti di forza in campo e pertanto viene ottenebrata con estrema facilità. E’ indispensabile informare diffusamente su che cosa provocano le armi nucleari e quante sono nel mondo pronte al lancio. In secondo luogo occorre ricordare e spiegare le conseguenze biologiche ed ecologiche di uno scambio anche limitato, anche accidentale cioè dovuto a un errore umano, di bombe nucleari. Una sola esplosione delle oltre diecimila bombe nucleari esistenti nel mondo provoca incendi e diffonde materiali radioattivi in grado di modificare il clima e la vivibilità di vaste zone della Terra e, alla lunga, dell’intero pianeta.

Dovremmo saper mettere le ali a una visione ancora per addetti ai lavori e definire una strategia di azione adeguata per noi attivisti del disarmo e per la società che si verrà a conformare al diritto della pace. Da noi deve essere ritenuta necessaria la centralità dell’articolo 11 della Costituzione repubblicana: articolo che, nel corso di questi anni, sicuramente ha subìto il maggior numero di violazioni da parte di tutti i governi e di tutte le maggioranze parlamentari.

Accettereste di abitare in una polveriera? Non vale neppure la pena rispondere, dato che la cosa è già data per scontata. Noi, i 7 miliardi di cittadini del mondo, siamo presi in ostaggio da un piccolo gruppo di dirigenti (politici e industriali) che hanno trasformato il nostro pianeta in una immensa polveriera: 20.000 (ventimila) bombe nucleari negli arsenali di 9 Stati (ciascuna con una potenza, in media, 30 volte quella di Hiroshima), delle quali poco meno di 2.000 (duemila) sono già montate su missili in stato d’allerta permanente, pronti a partire in 15 minuti. Dal 1945, in media ogni 6 anni il mondo è passato in tal modo a due dita da una guerra nucleare.

Intanto la spesa – conferma Manlio Dinucci – è cresciuta enormemente. Si stima che gli USA nel periodo 1940-1996 abbiano speso 5.800 miliardi di $: un muro alto 2,5 metri che circonderebbe la terra 100 volte se fosse costituito da banconote di un dollaro legate in mazzette e raddoppiato in altezza se si aggiungesse la spesa degli altri Paesi.

Gli ordigni nucleari – se la teoria dell’inverno nucleare fosse pienamente comprovata – potrebbero, secondo ogni logica, essere inseriti a tutti gli effetti nella categoria delle armi di distruzione climatica: le catastrofi ecologiche che possono provocare sono un effetto essenziale, previsto e intrinseco del loro impiego. Arma direttamente climatica non è quindi, per fare un esempio, solo la tecnologia elettromagnetica usata militarmente per sconvolgere l’ambiente: è proprio l’arma nucleare, che produce onde d’urto, tempeste di fuoco, inquinamento radioattivo e impatto elettromagnetico a incidere sulla configurazione energetica dell’atmosfera e della vita al punto da bloccare la radiazione solare e da distruggere la capacità riproduttiva e identitaria dei geni e del DNA.

In questo quadro – descritto da Dinucci in dettaglio, con molti dati e considerazioni difficilmente reperibili altrove – si inserisce una promettente novità: se da un lato va sottolineata la bassa propensione degli Stati nucleari a procedere a un’effettiva riduzione degli armamenti, risulta però di fondamentale importanza la sottoscrizione del testo sottoposto all’Assemblea delle Nazioni Unite il 7 luglio 2017 per la messa al bando totale delle armi nucleari. Un trattato antagonista alla volontà e al comportamento delle grandi potenze, che rappresenta il primo strumento internazionale vincolante per l’eliminazione dello spettro atomico. Uno strumento potenziale, perché non è stato firmato né dalla Russia né dagli Stati Uniti, le cui relazioni politiche sempre più instabili rischiano di bloccare anche il processo di disarmo bilaterale. Va sottolineato che alla conferenza non hanno partecipato tutti gli Stati ONU. E non sorprende che fra gli assenti, non aderenti dunque al trattato, vi siano tutti gli Stati dotati di arsenali nucleari, tutti i Paesi all’interno della NATO e il Giappone.

Per ora si tratta a mio avviso di un passo importante nel lungo cammino di protesta e in un mare di disinformazione in cui il nostro governo ha grandi responsabilità, dopo aver accettato di sottomettersi a un divieto caratterizzato dal linguaggio ricattatorio e minaccioso intimato dai vertici Nato. Un’estorsione che sorprende sia stata controfirmata da governi sempre così attenti alla propria sovranità quando si tratta di respingere i poveri migranti. Del futuro di questa fase complessa tratta in larga misura il libro, che si conclude con “gli scenari dell’Apocalisse”.

C’è forse – ed è terribile, in questa visione catastrofica – la consapevolezza che la Terra come bene comune possa avere una fine accelerata, consegnata a poche generazioni, senza rigenerazione della specie e della civiltà umana; e che il tempo si debba contare all’indietro, dalla sua estinzione biologica come esito di un conflitto impari tra energie distruttive ed energie per la trasmissione della vita.

A ben vedere, al fondo di una maggior probabilità di guerra nucleare c’è un risultato provato della teoria della relatività che assegna orologi diversi – più o meno lenti – ai sistemi che si muovono a velocità molto differenti fra loro. I militari che usano le nuove tecnologie, da Einstein in poi, sanno bene di velocità relative e assai maggiori quanto più si usano enormi energie inserite nelle testate e guide elettromagnetiche a velocità della luce per lanciare l’attacco (F35 che teleguidano le bombe B61) e rendono così vana una risposta che si muove in spazi (i cervelli che ancora funzionano, le sensazioni di turbamento dei sopravvissuti) in cui battono orologi estremamente più lenti. Il colpo di “sorpresa” è imparabile, legato come è allo scarto fra la velocità (300.000KM/s) della guida laser magari condotta da una consolle in Sud Dakota e quella della reazione neuronale (150M/s) degli stati maggiori nemici, sorpresi magari in un deposito militare agli antipodi, dotati di orologi biologici di reazione con tempi miliardi di volte più lenti rispetto agli effetti pressoché istantanei con cui esplosioni nucleari a larghissimo raggio divampano senza che ci si sia resi conto del loro arrivo. Mai più potrebbe esserci una Pearl Harbour, recuperabile nel tempo. Ormai non siamo più nel “range” energetico dovuto all’esplosione (onda meccanica e termica distruttiva) ma nel campo delle energie intensissime dei processi di fissione e fusione nucleare, milioni di volte più potenti della dinamite che fece la fortuna finanziaria dell’istitutore del premio Nobel e milioni di volte più durature delle esplosioni chimiche e miliardi più devastanti rispetto alle palle di cannone agenti per gravità.

Concludo con una citazione, che ben si attaglia, dai “diari” di Bruno Trentin: «Con l’arma nucleare non solo cadono le vecchie e sospette distinzioni ideologiche fra guerre giuste e guerre ingiuste, ma riacquista il suo peso e la sua legittimazione il diritto alla resistenza, alla ribellione, alla rivoluzione antitotalitaria, mentre sorge il problema di definire le forme consentite e condivise di resistenza solidale delle nazioni democratiche contro la sopraffazione violenta, l’aggressione militare, il sovvertimento delle regole democratiche o del principio di sovranità democratica. Equilibrio ecologico – Diritti umani – Identità delle minoranze: in che misura la tutela di questi diritti indivisibili si concilia con l’autodeterminazione dei gruppi o delle nazioni? Quale è l’elettorato sovrano e quale la sua dimensione? E come tutto ciò si concilia con il prepotente ritorno al nazionalismo e quanto invece l’Europa potrebbe contribuire ad una evoluzione di tanta angustia per mettere al centro il “suo” popolo attratto dai valori sociali maturati dopo le tremende esperienze delle guerre mondiali!». Il diritto della pace è ancora nelle mani di questa logora e stanca democrazia?

Fonte