Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta FTASE. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta FTASE. Mostra tutti i post

12/12/2023

12 dicembre Strage di Stato. Le domande mai poste ai comandi della Nato

Come ci teniamo a ricordare ogni anno, il 12 Dicembre non sarà mai una data come le altre sul nostro calendario.

L’anniversario della Strage di Piazza Fontana nel dicembre del 1969, segnò il salto di qualità nella “guerra di bassa intensità” che gli apparati dello Stato, quelli statunitensi/atlantici e le organizzazioni neofasciste scatenarono contro il movimento operaio e la sinistra nel nostro paese.

Quella di Piazza Fontana continuiamo e continueremo a definirla come una Strage di Stato perché questo è quanto emerso dalla verità storica e politica ma non del tutto nitidamente da quella giudiziaria.

In questi tempi di guerra e di guerre, ci interessa riportare alla luce un aspetto che ha sempre faticato ad emergere, ma che soprattutto è stato sistematicamente rimosso dalla “politica”: le responsabilità degli apparati Usa e Nato nella concezione e nell’organizzazione delle stragi che hanno colpito il nostro paese tra il 1969 e il 1984.

Ben due inchieste sulle stragi, quella di Piazza Fontana a Milano nel 1969 e quella di Piazza della Loggia a Brescia nel 1974, portano a indicare “i colpevoli di livello” negli ufficiali e negli agenti in servizio nel Comando Nato Ftase di Verona.

Sulla prima, le indagini del giudice Salvini sulla Strage di Piazza Fontana avevano portato direttamente alla pista degli “amerikani” nel nostro paese come nucleo ideatore della stagione delle stragi. E gli agenti statunitensi, almeno quelli emersi dalle indagini, erano tutti in servizio alla base militare Nato di Verona.

Nella strategia stragista, il giudice Salvini è arrivato a individuare il ruolo dei servizi segreti militari USA (non la Cia, si badi bene), e soprattutto quelli di stanza nella base del comando FTASE di Verona, i quali attraverso i loro agenti italiani (Digilio, Minetto, Soffiatti) agivano in modo coordinato con le cellule neofasciste di Ordine Nuovo e con gli apparati dello stato italiano nella “guerra sul fronte interno” contro i comunisti, i sindacati e i settori della DC recalcitranti a trasformare la “guerra fredda in guerra civile”.

L’amerikano supervisore della rete degli uomini neri utilizzati nella strategia delle stragi ha un nome e un cognome: Joseph Luongo. Il suo braccio destro era un altro ufficiale statunitense: Leo Joseph Pagnotta. Questi nomi sono stati consegnati dal giudice Salvini alla Commissione parlamentare sulle stragi.

Per la strage di Brescia, nelle 280mila pagine di atti dei processi sulla strage depositati in quel Tribunale, oltre ai fascisti e ai servizi segreti italiani, nell’incubazione della strage emerge anche l’indicazione di un terzo livello di responsabilità che porta anche in questo caso al Comando Ftase di Verona (Comando Forze Terrestri Alleate per il Sud Europa della Nato).

Il luogo dove sarebbe stata elaborata la strategia stragista era a Palazzo Carli, a Verona, sede del Comando Nato.

“Qui, con la copertura di generali dei paracadutisti italiani e statunitensi, si sarebbero svolte le riunioni preparatorie di un progetto stragista che avrebbe dovuto sovvertire la democrazia italiana e rinsaldare lo scricchiolante fronte dei regimi del Mediterraneo. Quello che, all’epoca, teneva insieme il Portogallo salazarista, la Grecia dei colonnelli e la Spagna franchista”, scriveva Carlo Bonini su La Repubblica riprendendo il dispositivo della sentenza sulla strage di Brescia.

Gli “uomini neri”, cioè gli autori delle stragi di Stato, secondo quanto dichiarato dal giudice Salvini in sede di Commissione Parlamentare di inchiesta sulle stragi, non erano più di venticinque/trenta persone organizzate su cinque cellule collocate una a Milano e quattro nel Nordest. Ma il perno del sistema operativo era proprio a Verona, lì dove tutto è cominciato ed è ancora difficile dire oggi che tutto sia finito.

Lo Ftase di Verona è il comando delle forze terrestri Usa e Nato. In quella fase storica, Verona non era solo il “cuore nero” del paese, ma era il perno del comando degli operativi militari statunitensi e Nato nella frontiera del Nordest, quella di confine con la cortina di ferro dei paesi del Patto di Varsavia.

Non risulta che i governi italiani abbiano mai chiesto conto in via bilaterale o in Parlamento ai comandi militari della Nato di quanto è emerso dalle inchieste sulle stragi. Neanche quando il giudice Salvini pose esplicitamente il problema ai parlamentari in sede di Commissione di inchiesta sulle stragi.

Quest’anno però sono arrivate le rivelazioni di Giuliano Amato sulla strage di Ustica, dichiarazioni che allungano, ma non scoperchiano, questa lunga linea di sangue che la Nato ha seminato nel nostro paese, e tale responsabilità non può essere affibbiata solo ad uno dei membri della Nato: la Francia.

Ma Amato segnala anche un altro problema con cui il nostro paese fa i conti da troppo tempo, chiarendo come tra i vertici militari ( e quelli dei servizi segreti) italiani “tra fedeltà alla Costituzione e fedeltà alla Nato, è prevalsa la seconda”. E non solo nella strage di Ustica.

Adesso la morte biologica o l’età avanzata di molti protagonisti dell’epoca delle Stragi di Stato, non consente di mettere tutte le caselle al loro posto e ricavarne una verità giudiziaria che renda giustizia su quanto accaduto nel nostro paese nel quindicennio che va dal 1969 al 1984, ma che almeno si consenta, a chi ha il coraggio di farlo, di affrontare la verità storica e politica, senza pagine rimosse o “maledette” che impediscano alle nuove generazioni di comprendere pienamente cosa e perché è accaduto.

Il 17 dicembre 1981 un commando delle Brigate Rosse sequestrava clamorosamente il generale statunitense comandante del Comando militare Ftase di Verona: il generale Dozier. L’alto ufficiale venne liberato il 28 gennaio 1982 da un gruppo operativo dei Nocs (corpi speciali della Polizia) e con la supervisione statunitense.

È bene sapere o ricordare che per raggiungere quell’obiettivo non furono risparmiate torture ai militanti delle Br – sia uomini che donne – arrestati prima e dopo il sequestro. Il caso esplose nei mesi successivi e portò all’arresto di un giornalista de L’Espresso, Pier Vittorio Buffa, che aveva reso pubblici i casi di tortura. Poi confermati tre decenni dopo da uno dei suoi autori.

Ma un comandante della base militare Ftase di Verona non poteva non sapere che cosa stavano combinando i suoi uomini da oltre un decennio. E forse nel 1981 avrebbe dovuto e potuto rispondere a domande che fino ad allora nessuno gli aveva posto, né la magistratura né le autorità italiane, sia sulle strage di Piazza Fontana che sulla strage di Brescia.

I brigatisti non hanno avuto il tempo, la conoscenza o l’esperienza per formulare le domande giuste al gen. Dozier . La pista sul comando Nato di Verona in effetti è venuta fuori a metà degli anni Novanta, quindici anni dopo.

Ma dopo l’emersione di questa pista sulla Strage di Piazza Fontana – confermata poi anche dal processo per la Strage di Brescia – sia la magistratura sia la politica hanno avuto tutto il tempo e le conoscenze per fare le domande che andavano fatte. Ma se ne sono ben guardati per anni, anzi decenni.

Appunto, tra fedeltà alla Costituzione e fedeltà alla Nato, ha prevalso la seconda.

Fonte

30/11/2023

Ustascia croati e Ordine Nuovo

Ordine Nuovo, l’organizzazione nazi-fascista fondata da Pino Rauti, disponeva delle armi e degli esplosivi di Gladio. Non solo, è anche emersa l’esistenza di una struttura Stay Behind jugoslava di fatto costituita dagli ustascia croati collegati a Ordine Nuovo tramite la cellula veronese.

È quanto risulta dalla lettura degli ultimi atti di indagine sulla strage di piazza della Loggia avvenuta a Brescia il 28 maggio 1974, con otto morti e più di un centinaio di feriti.

L’inchiesta-stralcio, conclusasi nel dicembre 2021, ha portato ad indagare due ex esponenti di Ordine Nuovo, Marco Toffaloni, all’epoca minorenne, oggi cittadino svizzero, e Roberto Zorzi, trasferitosi molti anni fa negli Stati Uniti.

«L’impianto accusatorio che emerge» – hanno sottolineato gli inquirenti – «inserirebbe la posizione degli odierni indagati, senza fratture, nel quadro già tracciato dal precedente processo». Si confermerebbe anche da queste nuove carte che la strage fu eseguita da Ordine Nuovo.

Armi esclusivamente americane

Dalle investigazioni dei carabinieri inviate alla Procura della Repubblica, tra il settembre 2015 e il marzo 2021, si è scoperto che alcuni militanti della cellula veronese di Ordine Nuovo erano stati reclutati da Gladio e disponessero, già a metà degli anni Sessanta, dei materiali occultati in uno dei cosiddetti Nasco (i nascondigli della struttura), quello di Arbizzano di Negrar, da cui sparirono micce detonanti e alcune bombe MK2 di esclusiva fabbricazione americana, non in dotazione all’esercito italiano.

E se già nel 1966 erano state sequestrate in una perquisizione alcune di queste bombe a due dirigenti di On di Verona, Roberto Besutti e Elio Massagrande (passarono per collezionisti d’armi), lo stesso tipo di granate, si è accertato, erano poi finite nella disponibilità di Marco Toffaloni, oggi rinviato a giudizio per strage.

La caserma di Parona Valpolicella

Come noto la costituzione di un’organizzazione paramilitare clandestina denominata Gladio, inquadrata nella rete atlantica Stay Behind, con compiti di sabotaggio, guerriglia, propaganda ed esfiltrazioni, in caso di invasione nemica, fu avviata nel novembre 1956 in accordo con gli Stati Uniti.

Dodici furono i «Nuclei» di «pronto impiego» che nel corso degli anni vennero addestrati alla «guerriglia».

A partire dal 1959 vennero poi trasferiti dagli Stati Uniti gli armamenti necessari (tra loro esplosivi), poi occultati dal 1963 in 139 «Nasco», di cui ben 100 nel Friuli e 7 nel Veneto.

A causa del rinvenimento fortuito, nel 1972, da parte di alcuni ragazzi, del Nasco di Aurisina in provincia di Trieste, ritrovato aperto e pesantemente saccheggiato degli esplosivi militari al plastico C4, venne deciso il recupero di tutti i depositi.

Dai documenti acquisiti dai magistrati di Brescia presso l’Aise (l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna), si è appurato non solo che «tutta la documentazione» relativa ai recuperi dei Nasco è stata «distrutta», ma soprattutto che esisteva «un numero di Nasco superiore a quello dichiarato», e che dopo lo smantellamento il materiale era «transitato per i Comandi dell’Arma dei Carabinieri».

Su questo ultimo fatto si è appuntata in particolare l’attenzione degli inquirenti. Grazie a diverse deposizioni si è infatti acquisita la certezza di diversi incontri per preparare attentati, prima di piazza della Loggia, in una caserma dei carabinieri a Parona Valpolicella (periferia Nord di Verona), responsabile della custodia del Nasco di Arbizzano di Negrar, presenti quelli di Ordine Nuovo.

Con gli Ustascia

Già il generale Gerardo Serravalle, alla testa di Gladio dal 1971 al 1974, nelle sue memorie pubblicate nel 1991, parlò di «una Gladio jugoslava gestita dalla CIA». Un’affermazione che al tempo non fu compresa.

Ora la conferma. Secondo la testimonianza di una figura un tempo ai vertici di Ordine Nuovo a Verona, Claudio Lodi, erano stati proprio loro, protetti in ambito Nato, a collaborare con gli ustascia per dar vita alla Gladio in quel Paese.

Ordine Nuovo è stata dunque ben più di un’organizzazione politica. Sono d’altro canto gli stessi carabinieri che hanno affiancato i magistrati di Brescia a scrivere che «Ordine Nuovo era una forza antinvasione dipendente dalla Ftase di Verona», ovvero dal più importante comando Nato dopo Napoli per il Sud Europa.

Fonte

03/09/2023

Le stragi in Italia. Con la Nato troppi morti e conti in sospeso

Le “rivelazioni” di Giuliano Amato sulla strage di Ustica riportano in evidenza le responsabilità della Nato non solo sugli 81 morti dell’abbattimento del DC-9 dell’Itavia nel giugno 1980, ma ci dicono molto anche sulle responsabilità della Nato e del loro azionista principale – gli Stati Uniti – nella stagione delle stragi che ha costellato la storia recente del paese.

Amato chiarisce che tra i vertici militari (e quelli dei servizi segreti) italiani “tra fedeltà alla Costituzione e fedeltà alla Nato, è prevalsa la seconda”. E non solo nella strage di Ustica.

Infatti anche una inchiesta e una sentenza su altre due stragi, Piazza Fontana a Milano nel 1969 e Piazza della Loggia a Brescia nel 1974, portano a indicare “i colpevoli di livello” negli ufficiali del Comando Nato FTASE di Verona.

Le indagini del giudice Salvini sulla Strage di Piazza Fontana avevano portato direttamente alla pista degli “amerikani” nel nostro paese come nucleo ideatore della stagione delle stragi. E gli agenti statunitensi, almeno quelli emersi dalle indagini, erano tutti in servizio alla base militare di Verona.

Nella strategia stragista, il giudice Salvini è arrivato a individuare i servizi segreti militari USA (non la Cia), e soprattutto quelli di stanza nella base del comando FTASE di Verona, i quali attraverso i loro agenti italiani (Digilio, Minetto, Soffiatti) agivano in modo coordinato con le cellule neofasciste di Ordine Nuovo e con gli apparati dello stato italiano nella “guerra sul fronte interno” contro i comunisti, i sindacati e i settori della DC recalcitranti a trasformare la “guerra fredda in guerra civile”.

L’amerikano supervisore della rete degli uomini neri utilizzati nella strategia delle stragi ha un nome e un cognome: Joseph Luongo.

Questi è l’ufficiale Usa che cooptò nella guerra di bassa intensità anche alcuni criminali nazisti come Karl Hass (con cui Luongo si fa fotografare insieme in un matrimonio). Il suo braccio destro era un altro ufficiale statunitense: Leo Joseph Pagnotta.

Per la strage di Brescia, nelle 280mila pagine di atti dei processi depositati in quel Tribunale, oltre ai fascisti e ai servizi segreti italiani, nell’incubazione della strage emerge anche l’indicazione di un terzo livello di responsabilità che porta al Comando FTASE di Verona (Comando Forze Terrestri Alleate per il Sud Europa della Nato).

Il luogo dove sarebbe stata elaborata la strategia stragista era Palazzo Carli, a Verona, sede del Comando Nato. “Qui, con la copertura di generali dei paracadutisti italiani e statunitensi, si sarebbero svolte le riunioni preparatorie di un progetto stragista che avrebbe dovuto sovvertire la democrazia italiana e rinsaldare lo scricchiolante fronte dei regimi del Mediterraneo. Quello che, all’epoca, teneva insieme il Portogallo salazarista, la Grecia dei colonnelli e la Spagna franchista”, scriveva Carlo Bonini su La Repubblica riprendendo il dispositivo della sentenza sulla strage di Brescia.

Poco più di un mese dopo Ustica ci fu la strage alla stazione di Bologna. Quaranta anni dopo una sentenza definitiva ha provato a definirne le responsabilità. Eppure è noto a tutti e ampiamente comprovato che Licio Gelli, ritenuto mente e finanziatore, in Italia non “giocava in proprio” ma per conto degli USA. Quella giudiziaria è dunque una verità incompleta.

Infine, occorre rammentare che pochi giorni dopo la strage del Treno 904 (dicembre 1984), un ministro e compagno di partito di Giuliano Amato – Rino Formica – affermò esplicitamente di ritenere che l’attentato fosse opera di una “potenza alleata“.

In una famosa intervista Formica chiarì la sua valutazione sulla strage: “Ci hanno mandato a dire che l’Italia deve stare al suo posto sulla scena internazionale. Un posto di comparsa, di aiutante. Ci hanno fatto sapere, con il sangue, che il nostro paese non può pensare di muoversi da solo nel Mediterraneo. Ci hanno ricordato che siamo e dobbiamo restare subalterni”.

Ma la verità giudiziaria sulla strage del treno 904 ci ha consegnato le responsabilità solo della mafia, e la politica se l’è fatta bastare smettendo di fare domande.

Gli “uomini neri”, cioè gli autori delle stragi di Stato, non erano più di venticinque/trenta persone organizzate su cinque cellule collocate una a Milano e quattro nel Nordest. Ma il perno del sistema operativo era proprio a Verona, lì dove tutto è cominciato ed è difficile dire che tutto sia finito.

In quella fase storica, Verona non era solo il “cuore nero” del paese, ma era il perno del comando degli operativi militari statunitensi e Nato nella frontiera del Nordest, quella di confine con la cortina di ferro dei paesi del Patto di Varsavia.

Non risulta che i governi italiani abbiano mai chiesto conto in via bilaterale o in Parlamento ai comandi militari della Nato di quanto è emerso dalle inchieste sulle stragi. Neanche quando il giudice Salvini pose esplicitamente il problema in sede di Commissione Parlamentari sulle stragi.

La strage di Ustica e le rivelazioni di Giuliano Amato allungano, ma non scoperchiano, questa lunga linea di sangue che la Nato ha seminato nel nostro paese, e tale responsabilità non può essere affibbiata solo ad uno dei membri della Nato: la Francia.

Adesso la morte biologica o l’età avanzata di molti protagonisti non consente di mettere tutte le caselle al loro posto e ricavarne una verità giudiziaria che renda giustizia su quanto accaduto nel nostro paese nel quindicennio che va dal 1969 al 1984, ma che almeno si consenta, a chi ha coraggio di farlo, di affrontare la verità storica e politica, senza pagine rimosse o “maledette” che impediscano alle nuove generazioni di comprendere pienamente cosa e perché è accaduto.

Il 17 dicembre 1981 un commando delle Brigate Rosse sequestrava clamorosamente il comandante del Comando militare FTASE di Verona: il generale statunitense Dozier. L’alto ufficiale venne liberato il 28 gennaio 1982 da un gruppo operativo dei Nocs (corpi speciali della Polizia) e con la supervisione statunitense.

È bene sapere o ricordare che per raggiungere quell’obiettivo non furono risparmiate torture ai militanti delle BR – sia uomini che donne – arrestati prima e dopo il sequestro. Il caso esplose nei mesi successivi e portò all’arresto di un giornalista de L’Espresso, Pier Vittorio Buffa, che aveva reso pubblici i casi di tortura. Poi confermati tre decenni dopo da uno dei suoi autori.

Ma un comandante della base militare FTASE di Verona non poteva non sapere che cosa stavano combinando i suoi uomini da oltre un decennio, e ancora in quel momento; e forse avrebbe dovuto e potuto rispondere a domande che fino ad allora nessuno gli aveva posto, né la magistratura né le autorità italiane sia sulle strage di Piazza Fontana che sulla strage di Brescia. I brigatisti non hanno avuto il tempo per formulare quelle domande.

Ma dopo questo avvenimento, sia la magistratura sia la politica hanno avuto tutto il tempo e le conoscenze per fare le domande che andavano fatte. Se ne sono ben guardati per anni, anzi decenni. Appunto, tra fedeltà alla Costituzione e fedeltà alla Nato, ha prevalso la seconda.

È vergognosamente evidente come i morti e i conti in sospeso tra il nostro paese e la Nato siano ormai troppi perché la verità storica e politica continui ad essere nascosta in nome di una alleanza politico/militare obsoleta, servile e guerrafondaia, che ha esposto il paese prima ad una sanguinosa guerra sul fronte interno ed ora ad una sanguinosa escalation di guerra sul piano internazionale.

Fonte

23/07/2015

La stagione delle stragi. Quella base militare di Verona...

La sentenza sulla strage di piazza della Loggia a Brescia, riapre un capitolo della storia recente del nostro paese che, almeno sul piano della verità storica e politica, merita di essere riportato alla luce in moltissimi dei suoi aspetti attinenti alla storia negata, a quegli anni che devono essere in ogni modo o rimossi o maledetti.

Il 17 dicembre 1981 un commando delle Brigate Rosse sequestrava clamorosamente un generale statunitense della base militare Ftase di Verona. Venne liberato il 28 gennaio 1982 da un gruppo operativo dei Nocs (corpi speciali della Polizia). Per raggiungere questo obiettivo non furono risparmiate torture ai militanti delle Br – sia uomini che donne – arrestati prima e dopo il sequestro. Il caso esplose nei mesi successivi e portò all'arresto di un giornalista de L'Espresso, Buffa, che aveva reso pubblici i casi di tortura.

Un anno e mezzo prima, c'era stata la strage con la bomba nella stazione di Bologna nell'agosto del 1980. Non fu l'ultima, perché tre anni dopo – dicembre 1984 – ci fu quella del treno 904. Insomma la stagione delle stragi di stato ancora non aveva esaurito le sue code velenose e sanguinose.

Nessuno, all'epoca come oggi, si è mai posto la domanda del perché l'obiettivo di quell'azione fosse un generale statunitense della base Ftase di Verona. Si trattava di una operazione complessa e rischiosa sia per le caratteristiche del bersaglio sia per il contesto politico dell'epoca. Insomma tirarsi addosso non solo la reazione degli apparati repressivi italiani ma anche quelli statunitensi – nel quadro della seconda guerra fredda – significava alzare il tiro ben al di là di quanto fosse avvenuto fino ad allora nel paese. Un comandante della base militare Ftase di Verona, non poteva non sapere che cosa avessero combinato i suoi uomini nei dieci/dodici anni precedenti.

Verona è il comando delle forze terrestri Usa e Nato. In quella fase storica, Verona era il perno del comando degli operativi militari statunitensi e Nato nella frontiera del Nordest, quella di confine con la cortina di ferro dei paesi del Patto di Varsavia, anche se il “nemico” alle frontiere era la Repubblica Federale Jugoslava che con quel patto aveva rotto già dalla fine degli anni Quaranta.

Ma Verona era e resta molte cose. Era e resta il “cuore nero” di questo paese. Non solo perché era la capitale della Repubblica fascista di Salò ma perché anche nei decenni successivi è dalle strutture operative in questa città – e nel Triveneto in particolare – che la collaborazione tra fascisti, servizi segreti italiani e statunitensi, carabinieri e forze armate statunitensi produrrà la stagione delle stragi.

Ce lo confermano l'inchiesta del giudice Salvini sulla strage di Piazza Fontana ed ora anche la sentenza sulla strage di Brescia.

Le indagini hanno portato direttamente alla pista degli “amerikani” nel nostro paese come nucleo ideatore della stagione delle stragi e questi agenti statunitensi, almeno quelli emersi dalle indagini, erano tutti in servizio alla base militare Ftase di Verona. Il quadro che ne emerge chiama direttamente in causa nella strategia delle stragi i servizi segreti militari USA (non la Cia), soprattutto quelli di stanza nella base del comando FTASE di Verona, i quali attraverso i loro agenti italiani (Digilio, Minetto, Soffiatti) agivano in modo coordinato con le cellule neofasciste di Ordine Nuovo e con gli apparati dello stato italiano nella “guerra sul fronte interno” contro i comunisti, i sindacati e i settori della DC recalcitranti a trasformare la “guerra fredda in guerra civile”.

L’americano supervisore della rete degli uomini neri ha un nome e un cognome: Joseph Luongo ed è l’agente che cooptò nella guerra di bassa intensità anche alcuni criminali nazisti come Karl Hass (con cui Luongo si fa fotografare insieme in un matrimonio). Gli “uomini neri” cioè gli autori delle stragi non erano più di venticinque/trenta persone organizzate su cinque cellule collocate una a Milano e quattro nel Nordest. Ma il perno del sistema operativo era proprio a Verona, lì dove tutto è cominciato ed è difficile dire che sia tutto finito. La morte biologica o l'età avanzata di molti protagonisti non consente oggi di mettere tutte le caselle al proprio posto e ricavarne una verità anche giudiziaria che renda giustizia su quanto accaduto nel nostro paese negli anni Settanta, ma che almeno si abbia il coraggio di affrontare la verità storica e politica, senza pagine rimosse o “maledette” che impediscano alle nuove generazioni di comprendere pienamente cosa e perché è accaduto.

In Italia si è combattuta per anni una guerra di bassa intensità che ha fatto molte vittime, ha dispensato secoli di galera per alcuni (i militanti dei gruppi rivoluzionari della sinistra) ma coperture e carriere per altri (i fascisti e gli uomini degli apparati). Un doppio standard che andrebbe ammesso e demolito, almeno dal punto di vista della ricostruzione storica.

Fonte