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06/07/2026

La scoperta di Gladio e l’inizio dell’attività “stragista” della Banda della uno bianca

Come abbiamo riportato, gli ultimi elementi emersi dalla nuova indagine sulla Banda dell’uno bianca, avviata nel 2024, sembrano indicare un legame piuttosto organico tra i membri della banda – quasi tutti poliziotti in servizio attivo – ed i Servizi Segreti (quelli “normali”, visto che non esistono quelli “deviati”).

Su questo, sappiamo che anche il Copasir ha aperto un fascicolo, che si spera contribuisca, insieme alle indagini giudiziarie, a far luce su una banda che terrorizzò dal 1987 al 1994 Bologna, la Romagna e le Marche, mietendo almeno 24 vittime e provocando ben più di cento feriti, in un centinaio di “azioni”.

Una sorta di super-teste, che in precedenza aveva fatto più volte dichiarazioni agli avvocati dell’associazione delle vittime della banda, per poi essere sentito in Procura, aveva rivelato che insieme a Roberto Savi – di cui era collega e con cui si confidava – si era recato a bordo di una volante, per un colloquio di “reclutamento”, presso un’azienda usata come copertura dai Servizi.

Savi aveva accolto la confidenza del collega, che voleva lasciare la routine di poliziotto in servizio alla questura di Bologna per arruolarsi nella Legione Straniera, affermando che “si poteva fare la guerra anche a Bologna”, portandolo per questo nella sede “coperta” dei Servizi.

Dalle successive rivelazioni giornalistiche, abbiamo appreso che su quella volante non erano solo in due, ma in tre.

Il terzo era Gugliotta, altro membro della banda, che da tempo aveva finito di scontare la propria condanna, recentemente “suicidatosi” in circostanze piuttosto misteriose qualche giorno dopo aver chiamato la propria legale per esprimerle il desiderio di parlarle di persona.

Particolare non di poco conto, il suo suicidio, è stato reso noto solo mesi dopo, a pochi giorni di distanza dall’intervista di Roberto Savi a Belve Crime, in cui il “capo” della banda – che ha poi deciso di fare scena muta nell’interrogatorio di fronte ai magistrati nel carcere di Bollate – aveva di fatto dichiarato che il suo gruppo era al soldo dei Servizi, dotata di coperture, soldi e basi all’estero.

Probabilmente, pensiamo noi, il “suicidio” di Gugliotta non dev’essere stato un incentivo a parlare, dopo il suo exploit televisivo.

Altro particolare, si è saputo l’anno in cui è avvenuto questo tentativo di reclutamento: 1990.

E da qui parte il nostro ragionamento.

Nel 1990, presso l’archivio della VII Divisione del Sismi – nata prima della riforma dei Servizi del ’77 come Sezione Addestramento – venne ritrovato il cosiddetto «archivio Gladio», o almeno parte di ciò che restava.

Il suo ritrovamento non è casuale, ma è dovuto alla determinazione di un giudice istruttore, in questo caso Felice Casson, che stava svolgendo indagini supplementari sulla strage di Peteano, ovvero sul massacro di tre Carabinieri con un’autobomba in provincia di Gorizia, il 31 maggio 1972, ed in particolare il depistaggio della prima inchiesta a opera dei vertici dei Carabinieri. Si tratta peraltro dell’unica strage per cui c’è un reo confesso: il fascista Vincenzo Vinciguerra.

Il magistrato veneziano scopre l’esistenza di una rete di depositi occulti di armi in Friuli, i cosiddetti «nasco».

Su questa “strage” dimenticata che ha notevoli punti in comune con le vicende della Banda della uno bianca, rimandiamo al volume di Paolo Morando, L’Ergastolano. La strage di Peteano e l’enigma di Vinciguerra.

È singolare che nonostante alcuni tratti in comune – 3 Carabinieri uccisi in un vero e proprio attentato-trappola, le piste giudiziarie quanto meno ingannevoli, le deposizioni di testi rivelatisi inaffidabili, l’incapacità (scarsa volontà) di avvalersi di alcuni indizi che avrebbero portato presto ai veri responsabili – l’attentato di Peteano non sia mai stato “confrontato” con la strage del Pilastro del 4 gennaio 1994, almeno per ciò che concerne i suoi primi e ultra-fallimentari esiti giudiziari.

Singolare anche perché anche nel caso della uno bianca, fu un Carabiniere, il depistatore seriale Domenico Macauda, che molto probabilmente non agiva “in solitaria”, a depistare le indagini sulle morti di altri uomini dell’Arma.

Altra singolare somiglianza: Macauda era stato – insieme ai suoi colleghi dell’O.A.I.O che in modo esplicito o indiretto avvaloreranno la sua versione nel depistaggio sul caso Stasi-Erriu – protagonista di una elogiata operazione repressiva nel 1986 contro il movimento antagonista a Bologna, finita in una bolla di sapone nel giro di neanche un mese, con sentenza del giudice veneziano Carlo Mastelloni.

A Peteano la prima pista d’indagine era stata “indirizzata” verso gli ambienti di Lotta Continua di Trento, allora uno degli epicentri del lungo ’68 italiano.

Ma restiamo su Gladio e le indagini di Casson.

Casson voleva capire se l’esplosivo usato a Peteano provenisse da uno di quei depositi; un’ipotesi investigativa che potrebbe far luce anche su altri attentati della “strategia della tensione”.

Chiese allora di poter accedere all’archivio del Sismi insieme al collega Carlo Mastelloni – lo stesso che nell’aprile del 1986 prese un grosso granchio arrestando i compagni del KAMO a Bologna – allora impegnato nelle indagini sull’abbattimento dell’aereo dei servizi Argo 16 nel 1973 (un’operazione compiuta dal Mossad, si seppe in seguito) che già nel 1988 aveva intuito l’esistenza della rete Stay Behind, dato che quell’aereo era stato utilizzato, tra l’altro, per i trasferimenti dei “gladiatori” nella base di addestramento di Alghero.

Sulla stampa trapelano le prime indiscrezioni, ed il 27 luglio 1990, dopo diversi dinieghi, l’allora presidente del Consiglio Andreotti autorizza Casson ad accedere agli archivi della VII Divisione del Sismi a Forte Boccea, a Roma.

Di lì a poco, giocando d'anticipo, il Divino Giulio fece una rivelazione clamorosa, cercando l’effetto boomerang su una vicenda che avrebbe potuto travolgerlo.

Coglie l’occasione offerta dall’ordine del giorno presentato da alcuni deputati dell’allora PCI che – facendo esplicito riferimento a quanto emerso nell’inchiesta Rosa dei Venti – impegna il governo a rispondere entro 60 giorni circa l’esistenza di una struttura occulta all’interno dei servizi, ovvero la famosa “organizzazione X” scoperta dal giudice Tamburino, che i giornali ai tempi avevano ribattezzato «Super Sid», o «Sid Parallelo».

Insomma, la madre di tutti i misteri legati ai Servizi del dopoguerra.

Nell’ottobre del 1990, Andreotti riconosce pubblicamente l’esistenza della cosiddetta “Gladio”, un’organizzazione segreta costituita in ambito Nato, polo italiano di una rete stay-behind presente in molti paesi dell’Europa Occidentale.

È la seconda volta, nella vita politica di Andreotti, che il navigato democristiano inscena un clamoroso gesto di trasparenza. Lo aveva già fatto nel 1974 con le rivelazioni su Giannettini e sul golpe Borghese, cercando di realizzare almeno 3 effetti politici per lui più che desiderabili:

  1. silurare Cossiga, collocandolo tra i padri di “Gladio”, come candidato concorrente al Quirinale, a cui aspirava per coronare la sua carriera e “schermarsi”.
  2. distogliere l’attenzione dal ritrovamento dell’ex base delle Brigate Rosse di via Montenevoso a Milano, contenente fotocopie dei manoscritti della prigionia di Moro, in parte inediti. Come sappiamo, da quel memoriale non emerse un’immagine edificante della classe dirigente democristiana. In particolare di Andreotti, che era stato il più accanito oppositore della trattativa che avrebbe potuto portare alla liberazione di Moro.
  3. dare in pasto all’opinione pubblica un’organizzazione ormai ridotta a “residuato bellico” della Guerra Fredda appena conclusa, facendo convergere su di essa tutti i sospetti relativi all’esistenza di strutture paramilitari e d’intelligence occulte emerse nei decenni precedenti.

In particolare per l’inchiesta sulla Rosa dei Venti, allontanando ed ostacolando, con l’ennesimo polverone mediatico, una possibile chiarificazione sulla famigerata “organizzazione X”, ammessa in sede giudiziaria dal capo del Sid Miceli nel 1974, almeno in parte sovrapponibile con i Nuclei di Difesa della Stato, cui erano collegati gli stragisti della galassia ordinovista.

Paradossalmente, la rivelazione di Gladio era il “male minore” a Guerra Fredda ormai vinta, anche se proiettava un’ombra piuttosto lunga sulla “doppia fedeltà” degli apparati dello Stato democratico (agli Usa, oltre che all’Italia).

Dopo l’accesso di Casson, la documentazione è stata oggetto di analisi per svariate procure che indagano su varie stragi, dall’Italicus a Brescia.

Sullo stato volutamente pietoso di quegli archivi dei Servizi, rimandiamo all’ultimo capitolo del volume di Benedetta Tobagi, Segreti e Lacune. Le stragi tra i servizi segreti, magistratura e governo.

Qui ci preme ricordare che entrambi i servizi usciti fuori dalla riforma del ’77 saranno, da lì a poco, al centro di due “scandali” per così dire paralleli: quello dei cosiddetti “fondi neri” del Sisde che lambì il personale politico della Prima Repubblica – in cui si scopre anche un’attività di infiltrazione dei Servizi nell’ambiente antagonista tramite un’attività economica finanziata con i soldi dei contribuenti – e quello del cosiddetto “Super-Sismi” o “Super S”.

È accertato che i vertici dei servizi provvedevano arbitrariamente al reclutamento di uomini in modo che non potessero essere ricondotti all’attività di Servizi, come nel caso del generale Musumeci dell’Ufficio Controllo e Sicurezza, il quale oltre a partecipare alle procedure di selezione, procedeva all’arruolamento diretto di personale in modalità non chiare.

Musumeci «Provvide» secondo la sentenza per l’Italicus 1994 «ad arruolare un numero imprecisato, non inferiore a trenta, di ex paracadutisti, addestrati alla guerriglia ed al sabotaggio», «creando un nucleo clandestino di offesa e di provocazione sottratto ad ogni controllo», di cui non si sapeva (e non si sa) nulla.

Insomma operazioni coperte più o meno efferate destinate a non essere mai conosciute davvero, neanche in parte, con buona pace del “controllo democratico” auspicato dalla Riforma del ‘77.

E questa è la storia recente dei servizi, per i quali il modus operandi qui appena accennato sembra sposarsi con il profilo operativo del periodo della Banda della uno bianca.

Sono gli anni, quelli della prima decade del Novanta, in cui comincia ad emergere la verità su un’altra banda – mostruosamente simile a quella della uno Bianca – che aveva agito in Belgio a metà degli Anni Ottanta, i cui effettivi probabilmente arrivavano dall’intreccio tra apparati, “eserciti segreti” della NATO ed ambienti neo-fascisti.

Ciò che colpisce è l’anno, il 1990. Soprattutto se teniamo conto della contemporaneità con le rivelazioni su Gladio da parte di Andreotti – tese in parte a depistare su ulteriori accertamenti rispetto a tutto il marcio che stavano ancora producendo i servizi (una buona parte provenienti dalle fila dell’Arma), in combutta con la dirigenza politica della Prima Repubblica – e l’inizio della “stagione delle stragi” della Banda, come l’ha giustamente definita Paolo Soglia nel Capitolo 8 di Uno Bianca Reloaded. La storia, l’inchiesta, le nuove verità.

Infatti, il 10, il 22 ed il 23 dicembre la banda compie tre stragi – solo in parte riuscite – “a sfondo razziale” in cui restano ferite 9 persone al campo nomadi di Santa Maria di Quarto, due all’Ipercoop di via De Gasperi, mentre rimangono uccise due persone e due altre ferite al campo di via Gobetti, il 23 dicembre.

Il 4 gennaio del ’91 avviene la strage al Pilastro, cui il vero movente non è ancora stato accertato, e l’anno proseguirà con una trentina di azioni criminali.

È una semplice “coincidenza temporale” il fatto che il 1990 fu l’anno del tentativo di reclutamento e che, a pochi mesi di distanza dalla rivelazione su Gladio, la strategia stragista della Banda compì un vero e proprio salto di qualità? Oppure è una “sincronia significativa”?

Chissà se le indagini giudiziarie e del Copasir avranno il coraggio di far luce anche su questo.

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