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17/02/2021

Iraq - Razzi contro base militare Usa. Feriti diversi agenti e contractors

Un attacco missilistico contro una base aerea Usa nella regione curda dell’Iraq ha ucciso un “civile” e ferito sei contractors (di cui uno statunitense). Si è trattato di una raffica di circa 14 razzi lanciata lunedì sulla base che ospita le truppe statunitensi vicino all’aeroporto di Erbil, la città principale della regione curda del nord dell’Iraq. Secondo i testimoni i razzi provenivano da un’area a sud della città.

Tre “razzi da 107 mm” si sono abbattuti all’interno della base mentre altri sono caduti su aree residenziali vicine, uccidendo una persona identificata da un portavoce della coalizione statunitense come cittadino straniero, ma non cittadino statunitense, e ferendo un membro dei servizi di intelligence statunitensi. Almeno altri cinque “civili” sono rimasti feriti, di cui uno in condizioni critiche.

È stato l’attacco più mortale nell’ultimo anno contro le forze della coalizione guidata dagli Stati Uniti schierate in Iraq, dove le tensioni tra gli Stati Uniti, i suoi alleati iracheni e curdi da una parte e le milizie allineate con l’Iran dall’altra sono aumentate vertiginosamente.

I siti e il personale militare e diplomatico occidentali sono stati presi di mira dal 2019 da razzi Katyusha, con attentati esplosivi lungo le strade e talvolta con colpi di arma da fuoco. Gli Stati Uniti hanno attribuito questi attacchi alle forze irachene filo-iraniane, ma la maggior parte delle violenze fino ad ora aveva avuto luogo nella capitale Baghdad e non in un “santuario” delle truppe statunitensi come l’enclave curda nel nord dell’Iraq.

L’attacco ad Erbil è stato rivendicato da un gruppo sciita poco conosciuto che si fa chiamare Awliya al-Dam. Il gruppo ad agosto aveva precedentemente rivendicato la responsabilità di due attentati contro convogli militari statunitensi.

L’Iran ha negato di avere qualche collegamento con Awliya al-Dam. “L’Iran considera la stabilità e la sicurezza dell’Iraq una questione chiave per la regione ... e rifiuta qualsiasi azione che disturbi la pace e l’ordine in quel paese”, ha detto ai media statali il portavoce del ministero degli esteri iraniano Saeed Khatibzadeh.

Come presidente, Donald Trump aveva detto che ulteriori morti di civili statunitensi sarebbero state una linea rossa che avrebbe provocato l’escalation degli Stati Uniti in Iraq, rendendo l’incidente di lunedì una delle prime sfide per l’amministrazione Biden, che deve ora decidere se riprendere l’accordo con l’Iran sul nucleare demolito da Trump nel 2018. L’amministrazione Trump nel dicembre 2019 aveva lanciato un attacco missilistico a Kirkuk e poi gli attacchi che hanno ucciso il generale iraniano Qassem Suleimani e il leader della milizia sciita irachena Abu Mahdi al-Muhandis.

L’ultimo attacco mortale contro le forze statunitensi e i loro alleati era avvenuto nel marzo 2020 al campo militare di Taji a nord di Baghdad, in cui sono stati uccisi una agente dei servizi di intelligence britannici, un “civile” e un membro dei servizi statunitensi. Insomma un brutto colpo per gli apparati Usa nella regione.

Secondo quanto riporta The Guardian, martedì mattina, il gruppo Awliya al-Dam ha detto che avrebbe effettuato nuovi attacchi alle forze statunitensi. “L’occupazione americana non sarà al sicuro dai nostri attacchi in nessun centimetro della patria, nemmeno in Kurdistan, dove promettiamo che effettueremo altre operazioni qualitative”, ha dichiarato la formazione sciita secondo quanto riporta il Site Intelligence Group, una organizzazione vicina ai servizi segreti occidentali che tiene traccia dell’attività online delle organizzazioni armate.

Da quando l’Iraq ha dichiarato la vittoria contro Isis alla fine del 2017, la presenza militare diretta delle forze della coalizione a guida Usa, è stata ridotta a meno di 3.500 soldati in totale, 2.500 dei quali statunitensi. La maggior parte di questi è concentrata nel complesso militare dell’aeroporto di Erbil.

Le autorità curde dell’Iraq del Nord hanno temporaneamente chiuso l’aeroporto di Erbil ed hanno ammonito i residenti della città a stare lontano dalle aree sensibili e rimanere a casa se possibile.

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18/07/2019

Iraq - Attentato a Erbil, morto un diplomatico turco

di Chiara Cruciati – il Manifesto

Spari in un ristorante, due morti e un ferito e poi la fuga dell’aggressore: è successo ieri alle 14.30 ora locale a Erbil, capitale del governo regionale del Kurdistan iracheno (Krg). Tra le vittime un civile iracheno e un diplomatico turco: non ne è stato fatto il nome, ma si tratterebbe del vice console.

L’orario è quello del pranzo, la zona i quartieri nuovi della capitale, palazzi in vetro e sprazzi di verde, che negli ultimi anni ha visto un boom di speculazione edilizia in stile Dubai: il ristorante HuQQabaz è lungo Airport Road, tra Dream City ed Empire, una toponomastica che dice molto del modello di sviluppo immaginato dal clan Barzani per una regione che dopo anni di crescita record è oggi ostaggio di una seria crisi economica.

È qui, nord-ovest di Erbil, che uomini d’affari, diplomatici e stranieri trascorrono il tempo libero, tra il centro commerciale Mozart Plaza, il parco Sami Abdulrahman e i palazzi che ospitano l’American International School e la Cambridge. HuQQabaz segue identico stile, luci soffuse e poltroncine pastello.

La sparatoria è avvenuta lì dentro, tra i tavoli. Sui motivi Ankara ed Erbil non si sbilanciano: «Abbiamo chiesto alle autorità irachene e regionali di individuare velocemente gli aggressori», scrive in una nota il ministro degli esteri turco Cavusoglu. «Il governo ha lanciato un’indagine e contattato i diplomatici turchi per fornire assistenza», gli fanno eco le forze di sicurezza curde, le Asayesh, che hanno fatto sapere di aver chiuso tutte le strade che portano fuori città.

L’aggressore ha sparato da distanza ravvicinata, probabilmente la vittima era designata: il proprietario del ristorante racconta di aver visto un uomo con due pistole avvicinarsi a un gruppo di diplomatici turchi, aprire il fuoco e fuggire. E le prime ipotesi iniziano a fiorire: se Cavusoglu, a specifica domanda, ha parlato di possibile «attacco terroristico» ma non di poter confermare, quotidiani turchi – pur non attribuendo responsabilità certe – ricordano le operazioni aeree turche che da anni colpiscono con cadenza settimanale le montagne di Qandil, nord dell’Iraq, rifugio e centro di comando del Pkk.

La nuova fase della campagna, «Operazione artiglio 2», è cominciata appena pochi giorni fa, il 12 luglio ad Hakurk al confine tra Krg e Turchia e a 52 km da Erbil: in poche ore sono state distrutte grotte che Ankara riteneva nascondigli della guerriglia.

Proprio ieri il Partito curdo dei lavoratori rendeva nota la morte di un suo leader, Sarhad Varto, membro del braccio politico ucciso da un raid aereo turco a marzo, mentre è di pochi giorni fa l’uccisione di un altro leader di spicco, Diyar Gharib Mohammed, colpito dall’aviazione di Erdogan a Qandil.

Da parte sua il Pkk – che ieri tramite un portavoce negava ogni coinvolgimento nella sparatoria – ha portato a termine in queste settimane, dice l’agenzia curda Anf, una serie di attacchi contro basi militari e convogli dell’esercito di Ankara in territorio turco, in un caso uccidendo sei soldati.

Il governo turco ha già promesso «risposte», scrive su Twitter il portavoce del presidente Erdogan. Che prende direttamente la parola esprimendo condoglianze alla famiglia della vittima e garantendo l’impegno congiunto con l’alleato curdo-iracheno per individuare i responsabili.

Un’alleanza tornata operativa dopo un periodo di gelo seguito al referendum sull’indipendenza da Baghdad del Krg. Pur vincendo con percentuali bulgare, l’allora presidente Masoud Barzani era stato isolato nella regione anche da amici, come la Turchia, un isolamento commerciale e finanziario che aveva costretto il leader del Krg a un umiliante passo indietro.

Ma mettere in pericolo rapporti consolidati non conveniva a nessuno. La Turchia ha relazioni commerciali e finanziarie importanti con Erbil, di cui è primo partner nella distribuzione del greggio e principale importatore di beni di consumo per un interscambio totale di 13 miliardi di dollari. Il 20 giugno Erdogan ha invitato a Istanbul il neoeletto presidente curdo, Nerchivan Barzani.

Il nipote del vecchio leader ha inaugurato il suo mandato con un incontro a porte chiuse con il presidente turco. Erdogan ha promesso un raddoppio nel volume degli scambi e Barzani ha ringraziato con il miglior tributo possibile: addossando la colpa delle violenze al Pkk e non alla palese violazione della sovranità del Krg da parte dei caccia di Ankara.

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23/02/2017

Iraq - Emergency a Erbil per curare Mosul

di Chiara Cruciati   il Manifesto
«La zona est di Mosul è quella meno residenziale e più industriale, mentre ad ovest c’è la città vecchia: la battaglia è destinata ad essere più cruenta. Le vie sono strette, i quartieri residenziali. I civili soffriranno molto di più gli scontri. Anche perché si tratta dell’ultimo baluardo dell’Isis: opporrà una resistenza all’ultimo sangue».

Emanuele Nannini, vice coordinatore dell’Ufficio Umanitario di Emergency, si prepara all’emergenza che esploderà con il lancio della seconda fase della controffensiva. «Dalla città di Mosul, dal 17 ottobre [data di inizio dell’operazione, ndr] a metà gennaio, sono arrivati 3mila feriti – spiega al manifesto – Nelle settimane passate i combattimenti erano quasi fermi: le truppe irachene, liberata la parte est, si erano fermate al fiume per riorganizzarsi. Il momento è stato propizio: abbiamo potuto aumentare la capienza ospedaliera in attesa che ripartisse l’operazione».

L’ospedale di cui parla è il centro che Emergency aprì vent’anni fa a Erbil, Kurdistan iracheno. All’epoca l’organizzazione italiana era arrivata per curare i feriti della guerra civile tra i due principali partiti kurdi, il Kdp dei Barzani e il Puk dei Talabani.

Emergency aprì due ospedali, uno ad Erbil e uno a Suleimanya, i poli del potere dei due clan: «Nel 2005 con l’attenuazione del conflitto e lo sviluppo della capacità delle autorità locali di gestire i centri, abbiamo passato gli ospedali al Ministero della Sanità. È rimasto in carico ad Ermergency il centro di riabilitazione di Suleimaniya, dove costruiamo le protesi e continuiamo a seguire i pazienti».

Quasi dieci anni dopo, nel giugno 2014, l’Isis occupa Mosul e si allarga nell’Iraq orientale. In poco tempo milioni di iracheni fuggono e raggiungono il Kurdistan, che ospitava già centinaia di migliaia di rifugiati dalla vicina Siria. Un afflusso enorme (2 milioni di persone su una popolazione locale di sei) che si unisce alla crescente crisi economica che colpisce Erbil e che fa collassare il sistema sanitario.

«Emergency ha deciso di tornare con un importante numero di personale espatriato per aiutare le autorità kurde nella gestione sanitaria di profughi siriani e sfollati iracheni – continua Emanuele – Negli ultimi due anni abbiamo preso in carico sei cliniche nei campi profughi dove offriamo assistenza di base, seguiamo i pazienti cronici che fanno fatica ad accedere al sistema sanitario locale e facciamo promozione igienico-sanitaria».

«Siamo tornati in contatto con i due ospedali di Erbil e Suleimaniya: fino allo scorso anno le autorità locali sono riusciti a gestirli ma poi, a causa della crisi economica, il calo del prezzo del petrolio e l’alto numero di sfollati ospitati, il sistema sanitario è letteralmente collassato. A questo si è aggiunta la controffensiva su Mosul: su Erbil si sono riversati da subito molti feriti, la città dista solo 70 km».

A gennaio Emergency è tornata nella capitale del Kurdistan iracheno. È tornata per riabilitare gli ospedali, per la messa in sicurezza e la riabilitazione dei dipartimenti, per aumentare la capienza ospedaliera (passata al momento da 20-25 letti a 70-80).

Ma anche per sostenere finanziariamente il personale: «Da più di un anno lo staff locale, 120 dipendenti, riceve solo il 25% dello stipendio. Interverremo con un sistema di incentivi: molti si sono trovati un secondo lavoro e lavorano part time in ospedale, lasciando i turni scoperti. Così torneranno a pieno ritmo in ospedale».

Emergency si prepara in vista della seconda fase della controffensiva su Mosul. Alla base sta un coordinamento tra organizzazioni internazionali e autorità locali che permette l’arrivo dei feriti di guerra a Erbil: attraverso i Trauma Stabilization Point, i feriti vengono portati dalle ambulanze irachene al confine con il Kurdistan e lì presi in carico dai medici kurdi.

«Si tratta di feriti di guerra, persone colpite dai mortai dell’Isis, l’artiglieria pesante irachena e i raid statunitensi – aggiunge Emanuele – Ma arrivano pazienti anche dalle zone già riprese dal governo iracheno, spesso feriti nell’esplosione di autobombe islamiste o ordigni lasciati nelle città dopo la ritirata».

Sullo sfondo un paese martoriato da decenni di guerre ininterrotte, sfaldato dopo l’invasione Usa. A pagare sono i civili: il livello di distruzione è immenso. Non solo sul piano infrastrutturale, ma anche su quello comunitario e psicologico: «Il senso di trauma tra gli sfollati è fortissimo. C’è un’enorme incertezza. Non sanno neppure se torneranno nei loro villaggi, a causa degli scontri settari».

Scontri che influenzano anche l’accoglienza in Kurdistan. Se nei primi mesi dopo la caduta di Mosul, le porte sono rimaste aperte, negli ultimi due anni Erbil ha imbastito un sistema di screening che taglia fuori i sunniti.

Per entrare serve uno sponsor locale, più facilmente rintracciabile da cristiani e yazidi: «C’è una grossa distinzione negli ingressi a seconda della provenienza, maggiore cautela verso chi arriva da Mosul per timore che tra loro si nascondano islamisti. Gli sfollati vengono portati in grossi campi in una sorta di zona cuscinetto tra zone Isis e Kurdistan. Qui si svolge un processo di screening molto lungo e tortuoso e poi li si rialloca in altri campi».

Ora parte una nuova fase, Mosul ovest deciderà il destino dell’Iraq, delle sue divisioni interne e delle sue contraddizioni. Sulla pelle dei civili.

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