Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/02/2026

Guerra all’Iran “per la democrazia”? Guardate com’è andata in Iraq

Chiunque sia così sciocco da credere che gli Stati Uniti vogliano portare la democrazia in Iran dovrebbe dare un’occhiata a ciò che stanno facendo attualmente per sabotare la democrazia in Iraq.

Il presidente Trump ha minacciato in modo aggressivo di tagliare le entrate petrolifere dell’Iraq se questo consentirà il ritorno in carica dell’ex primo ministro Nouri al-Maliki, che l’amministrazione Trump considera troppo favorevole all’Iran.

E le minacce sembrano funzionare, come riporta Jason Ditz di Antiwar: “La candidatura dell’ex e forse futuro primo ministro iracheno Nouri al-Maliki è sempre più in dubbio questo fine settimana, con le notizie secondo cui la richiesta del presidente Trump di non consentirgli di tornare in carica aumenta la possibilità che il blocco del Coordination Framework possa ritirarlo dalla sua scelta per la carica di primo ministro”

Le elezioni irachene dell’anno scorso si sono concluse con il solito parlamento profondamente diviso, sebbene il quarto posto del Partito dello Stato di Diritto con il 6% dei voti sia stato generalmente considerato sufficiente per dare a Maliki la leadership della coalizione, dato che l’attuale Primo Ministro Mohammed al-Sudani non ha intenzione di tornare.

“Alla fine del mese scorso, Trump ha chiesto a Maliki di dimettersi dalla nomination, ma lui all’epoca ha rifiutato, sostenendo che gli Stati Uniti avrebbero dovuto tenersi fuori dagli affari interni dell’Iraq. Maliki era già stato Primo Ministro iracheno dal 2006 al 2014”

Ditz spiega che Trump è in grado di influenzare la politica irachena con minacce credibili grazie al controllo imposto dagli Stati Uniti sull’economia del Paese in seguito all’invasione dell’Iraq:  “Alla base di tutto questo c’è il fatto che, dopo l’invasione e l’occupazione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003, il Paese è stato ristrutturato in modo tale che tutti i proventi petroliferi iracheni fossero pagati in dollari statunitensi tramite la Federal Reserve Bank di New York. Poiché tali entrate rappresentano quasi la totalità del bilancio pubblico iracheno, ciò significa che gli Stati Uniti possono virtualmente sequestrare il tesoro iracheno in qualsiasi momento e mandare il Paese in bancarotta con un preavviso minimo”

Ecco come si presenta in pratica la “democrazia” imposta dagli Stati Uniti: dare a una nazione la libertà di fare ciò che Washington le dice di fare ed eleggere i leader che Washington le consente di eleggere.

Ricorderete forse che la narrativa usata per giustificare il rovesciamento di Saddam Hussein da parte della coalizione statunitense nel 2003 era l’urgente necessità di portare libertà e democrazia al popolo iracheno. Gli Stati Uniti chiamarono letteralmente l’invasione “Operazione Iraqi Freedom”. Uccisero un milione di persone, gettarono la regione nel caos e nell’instabilità per anni e fecero sì che il popolo iracheno rimanesse per sempre sotto lo stivale dell’impero statunitense.

Non c’è scusa per un adulto che creda che l’impero statunitense voglia portare la democrazia in Iran. Gli Stati Uniti sostengono costantemente dittature e monarchie in Medio Oriente proprio perché non vogliono che la volontà popolare determini le azioni e le politiche dei governi di quelle nazioni. Gli stati veramente democratici della regione vedrebbero i cittadini usare il proprio voto per eleggere leader ostili a Israele e agli Stati Uniti, che stabiliscono politiche sui combustibili fossili che promuovono gli interessi del proprio popolo piuttosto che quelli dell’impero occidentale.

Ecco perché il Medio Oriente è pieno di monarchie ricche, estremamente amichevoli con gli Stati Uniti e i loro alleati. Ciò non è avvenuto per caso: l’Occidente è stato intimamente coinvolto nella manipolazione aggressiva degli affari mediorientali per generazioni. Questo include l’Iran; la CIA organizzò un colpo di stato nel 1953 per sostituire il suo governo democraticamente eletto con una monarchia allineata agli Stati Uniti, che fu poi rovesciata dalla Rivoluzione iraniana del 1979. 

Il piano non è quello di portare la democrazia in Iran, e c’è un argomento convincente che sostiene che non sia nemmeno quello di preservare l’Iran come stato unito. Influenti falchi iraniani hanno recentemente promosso la balcanizzazione come strategia preferita, con i propagandisti di guerra che ora promuovono l’idea che un Iran frammentato lungo linee etniche potrebbe essere nel migliore interesse di tutti.

Questa strategia creerebbe conflitti insondabili e un caos orribilmente mortale, ma consentirebbe di rovesciare il governo iraniano senza doversi prendere la briga di sostituirlo con un nuovo governo. Possono semplicemente distruggere l’Iran per eliminare una potenza regionale disobbediente e lasciare che i pezzi cadano dove vogliono, senza il timore che una futura rivoluzione sostituisca il loro regime fantoccio in un grande stato unito.

Gli Stati Uniti non cercano la democrazia, cercano il dominio planetario. È questo l’obiettivo di tutte le loro mosse, e all’impero non importa quante persone debbano perire lungo il cammino per arrivarci.

Fonte

02/12/2017

Iraq - Le forze politiche divise circa l'alleanza con l'Iran

di Stefano Mauro

Pochi giorni dopo la liberazione di Rawa, l’ultima città-roccaforte di Daesh in Iraq, il primo ministro iracheno Haidar Al Abadi ha annunciato che “le forze irachene hanno battuto lo Stato Islamico solo militarmente, ma la vittoria finale arriverà dopo la disfatta degli ultimi militanti che si sono rifugiati nel deserto”.

La sconfitta di Daesh da tutte le città irachene rappresenta il passaggio da una guerra convenzionale contro i territori dell’Isis ad un conflitto molto più complesso contro un gruppo che agirà prevalentemente con attacchi terroristici. Prova ne è l’attentato dell’altro ieri a Baghdad contro truppe delle Forze di Mobilitazione Popolare (Hashd Shaabi o Pmu) e il relativo aumento di attentati contro obiettivi governativi.

La maggiore preoccupazione di Baghdad in effetti è quella di contrastare e disperdere definitivamente dalla zona desertica della provincia di Anbar, lungo il confine siriano, qualsiasi focolaio di resistenza dell’Isis e qualsiasi tentativo di riorganizzazione da parte delle milizie jihadiste.

Le parole di Abadi intendevano, però, essere anche una risposta polemica agli annunci del presidente iraniano, Hassan Rouhani, relativi alla definitiva sconfitta di Daesh e al ruolo “fondamentale delle truppe iraniane” nel sostenere l’Iraq nella lotta contro l’organizzazione jihadista. Al-Abadi, riferendosi ai recenti contrasti tra Baghdad ed Erbil – con gli scontri tra peshmerga ed esercito iracheno dopo il 25 settembre e la dichiarazione d’indipendenza del Kurdistan dall’Iraq – ha posto l’accento “sull’importanza dell’unità nazionale da parte di tutte le etnie e confessioni” perché “come è avvenuto in passato le differenze politiche possono esclusivamente spianare la strada ai gruppi estremisti”.

Le forze politiche irachene sono divise sul sostegno e sul mantenimento dello stesso livello di alleanza con Teheran. Da una parte la corrente politica che è guidata da Nuri Al Maliki, leader del partito Dawa, considerato l’esponente politico più vicino a Teheran, ritiene fondamentale il mantenimento dell’alleanza geopolitica con l’Iran. Secondo molti esponenti del partito l’intervento di Teheran è stato essenziale per contrastare la deriva jihadista nel paese e preservare l’unità dei territori dalle conquiste di Daesh.

Nel momento di disintegrazione dell’esercito iracheno, infatti, l’Iran ha sostenuto e rifornito quasi tutte le milizie sciite che fanno parte delle Pmu (Brigate Badr, Kataeb Nujaba, Assaib ahl al Haq): formazioni coordinate, armate e addestrate dal battaglione Al Quds del celebre generale Qassem Soleimani. Molti analisti mediorientali hanno commentato che la presenza in questi giorni di Soleimani nelle battaglie di Al Bukamal (Siria) e Rawa (Iraq) avesse un duplice significato: sancire la definitiva sconfitta militare di Daesh e rimarcare il fondamentale supporto iraniano, con Baghdad in debito nei confronti di Teheran.

Dall’altra ci sono altri esponenti politici, come lo stesso presidente Al-Abadi, che vivono i rapporti con Teheran come un’ingerenza nell’identità nazionale. In alcuni casi molti di questi esponenti sono più orientati verso posizioni filo-occidentali (Usa, Turchia e Arabia Saudita) e godono del sostegno politico ed economico del giovane Mohamed Bin Salman che sta spingendo per allontanare sempre più Baghdad dalla sfera d’influenza di Teheran.

Un esempio concreto sono state le visite a Riyadh del premier Al-Abadi e dello stesso esponente sciita Moqtada Al Sadr. Le manifestazioni di questi ultimi mesi, organizzate prevalentemente dal movimento sadrista, contro le ingerenze straniere, la corruzione e lo smantellamento delle infrastrutture statali avevano anche come slogan “Fuori Teheran, Iraq libero”. L’ambizione iraniana di estendere il proprio modello politico, infatti, inquieta non solo la comunità sunnita, ma anche quella sciita che rivendica uno “sciismo iracheno indipendente e forte” sia dalle influenze di Teheran sia da quelle di Washington.

Anche da un punto di vista religioso molti sciiti nella città di Najaf (centro spirituale dello sciismo iracheno), tra cui l’Ayatollah Al Sistani, si oppongono al sistema di governo esistente in Iran, alla dottrina della Vilayat Faqih – nella quale c’è un’unione tra religione e politica incarnata dalla figura di Khamenei – e sono più orientati su uno sciismo “iracheno” senza nessun tipo di commistione tra sfera religiosa e sfera politica. In questo contesto di divisioni e contrasti, dopo la caduta di Daesh, la futura campagna elettorale per le prossime elezioni nel 2018 e l’avvenire dell’Iraq appaiono inevitabilmente incerti.

11/04/2017

Elezioni Iraquene - Al Maliki e le milizie sciite

di Francesca La Bella

La campagna elettorale irachena è sempre più rovente ed i continui mutamenti nelle alleanze d’area sembrano avere un impatto anche all’interno del ristretto contesto nazionale. In vista delle elezioni amministrative di settembre, infatti, nel frammentato fronte sciita si sta progressivamente facendo strada la discussa figura dell’ex primo ministro iracheno Nouri al Maliki. Un attore particolarmente importante sia per il suo passato politico nazionale sia per la sua più volte dichiarata vicinanza all’Iran.

Dal punto di vista interno l’ex premier, duramente attaccato per la legge elettorale in vigore da Muqtada al Sadr [qui la prima puntata sulle elezioni in Iraq e il ruolo di al Sadr], sembra voler riprendere le redini del potere ai danni dell’attuale primo ministro Haider al Abadi. Al Maliki, obbligato ad abbandonare la carica nel 2014 in quanto accusato di attuare politiche discriminatorie che avrebbero favorito una spaccatura del paese su linee etniche e di non essere riuscito a prevenire la caduta di Mosul nelle mani dello Stato Islamico, sarebbe ora pronto a capitalizzare le sconfitte dei propri avversari per tornare alla guida del paese.

Una campagna elettorale basata, però, non solo sugli errori altrui, ma anche e, forse soprattutto, sulle vittorie sul campo di alcuni degli attuali alleati dell’ex premier. E’ questo il caso delle Unità di Mobilitazione Popolare (Pmu), milizie armate a maggioranza sciita nate nel 2014 in funzione anti-Stato Islamico. Le Pmu suscitano, però, sentimenti contrastanti nell’elettorale iracheno.

Da un lato le vittorie contro lo Stato Islamico hanno reso le milizie molto popolari in alcune fasce di popolazione, perlopiù nelle aree a maggioranza sciita. Dall’altro esse sono state percepite in alcuni settori come bande fuorilegge che, sfruttando la campagna contro gli islamisti, hanno colpito indiscriminatamente la popolazione civile, violando sistematicamente i diritti umani della comunità sunnita.

Il dibattito seguito all’approvazione alla fine dello scorso anno di una legge per regolamentare il ruolo delle Pmu nel contesto statale ha ulteriormente esacerbato le divisioni. Con il provvedimento, infatti, per la prima volta nella storia dell’Iraq viene consentito ad una forza di sicurezza nazionale di avere delle chiare divisioni etniche al suo interno.

In questo senso, se Muqtada al Sadr sembra voler costruire la propria campagna elettorale su un fronte ampio ed eterogeneo, al Maliki avrebbe, invece, scelto di soffiare sulle permanenti divisioni interne al paese per coalizzare intorno al sé il fronte sciita. 

Si legga in quest’ottica, ad esempio, la querelle nata dopo l’esposizione della bandiera del Kurdistan iracheno a Kirkuk. Dopo la decisione del consiglio provinciale di issare la bandiera curdo-irachena sugli uffici cittadini, al Maliki ha immediatamente condannato il gesto affermando che tale scelta avrebbe potuto complicare ulteriormente il rapporto tra le diverse componenti etniche nell’area.
 
L’ex premier ha, inoltre, inviato l’amministrazione locale al rispetto dell’articolo 140 della Costituzione irachena dichiarando che qualsiasi decisione unilaterale deve essere considerata una minaccia alla convivenza a Kirkuk. Un attacco molto duro, sintomo di una volontà centralizzatrice apparentemente poco compatibile con il parallelo tentativo di ridefinizione dei confini etnici tra le diverse comunità, ma molto pericolosa per il futuro del paese.

30/05/2016

Iraq: tra confessionalismo e jihadismo


Quando nel 2003 il presidente degli Stati Uniti George W. Bush decise di attaccare ed invadere l’Iraq, in poco tempo il regime di Saddam Hussein venne sconfitto dalla coalizione internazionale, ma con esso fu subito distrutto tutto l’apparato militare, burocratico e di polizia dello stato iracheno.

Nei successivi nove anni gli USA tentarono di ricostruire un apparato burocratico e di pubblica sicurezza confidando però nella sola classe politica moderata sciita che portò all’elezione del primo ministro Iyad Allawi. Il loro primo obiettivo fu, invece, una continua delegittimazione degli esponenti sunniti iracheni ed un loro progressivo allontanamento dalla sfera politica nazionale: abbastanza eclatante fu il caso del vice presidente sunnita Tareq al Hashemi accusato di terrorismo nel 2011 e fuggito a Doha. L’accusa di terrorismo era legata, invece, alla politica settaria del nuovo primo ministro Nouri Al Maliki nei confronti della comunità sunnita.

La lotta tra le due confessioni, sunniti e sciiti, ha radici lontane. Da quando, infatti, nel 1979 il presidente Saddam Hussein prese il potere e incentrò il proprio apparato politico Ba’athista sulle tribù sunnite del nord, a discapito, anche attraverso persecuzioni e massacri, della comunità sciita del meridione o di quella curda del nord-est.

In questi lunghi anni si sono succedute diverse elezioni e l’impostazione dell’attuale apparato governativo è stata, purtroppo, quella sulla suddivisione confessionale, portando quindi il paese a tutte le problematiche legate a tale scelta: dall’annullamento di una reale impronta politica nazionale al problema del clientelismo confessionale per attribuzione di cariche e appalti. In base a questa suddivisione il presidente della repubblica è un curdo, il primo ministro uno sciita ed il presidente del parlamento un sunnita oltre alle diverse quote comunitarie dei diversi rappresentanti in parlamento. Le prime elezioni del gennaio 2005 furono boicottate da parte dei sunniti che protestavano contro il processo di de-ba’athizzazione in tutti gli apparati statali. Le seguenti elezioni del dicembre 2005, successive al varo della nuova costituzione, portarono all’ingresso politico della comunità sunnita anche se con moltissime frizioni causate dall’atteggiamento discriminatorio del primo ministro Nouri Al Maliki.

Le elezioni del 2010 e 2014 non si differenziano da quelle precedenti sia per quanto riguarda gli esiti dei rappresentanti – Al Maliki viene rieletto in entrambe i casi – sia per quanto riguarda la campagna di denigrazione e annichilimento degli esponenti della comunità sunnita. Dopo il ritiro statunitense, nel 2011, la recrudescenza degli attentati terroristici e gli scontri settari hanno provocato una paralisi istituzionale aggravata dallo scontro politico tra il primo ministro sciita Al Maliki ed il presidente del parlamento, il sunnita Osama al Nujaifi, aggravato ancora di più dall’assenza del presidente della repubblica pro-tempore il curdo Jalal Talabani, colpito nel 2012 da un grave ictus. Questo ha consentito alle varie formazioni terroristiche attive in Iraq di approfittare del caos creatosi e di rafforzare le proprie posizioni. Proprio nel 2012 l’Iraq subisce le ripercussioni della guerra civile siriana. Nel 2013, infatti, a causa dell’ingente numero di guerriglieri jihadisti sia nella parte orientale siriana che in quella occidentale irachena, Abu Bakr Al Baghdadi, leader dello Stato Islamico in Iraq, proclama la creazione di un califfato trans-nazionale con il nuovo nome di Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, conosciuto con l’acronimo inglese ISIS o ISIL o con l’acronimo arabo di Daesh. All’inizio del 2014 il gruppo jihadista ottiene diverse vittorie in territorio iracheno fino a conquistare la città di Fallujah e la provincia di Anbar, mentre nell’estate dello stesso anno arriva a impossessarsi del nord-est espugnando Mosul. L’appoggio di ex militari sunniti del regime ba’athista, ormai estromessi dal potere politico sciita di Baghdad e dotati di preparazione militare e una conoscenza del territorio, ha inevitabilmente influito nella rapida ascesa dell’ISIS in tutto il territorio settentrionale iracheno.

Dopo vari tentativi per definire nuovi equilibri di potere, legittimati dai risultati delle elezioni politiche del 30 aprile scorso, è stato finalmente trovato un accordo per l’attribuzione delle principali cariche istituzionali: Fuad Massoum (curdo) è stato eletto Presidente della Repubblica, Salim al-Jabouri (sunnita) è andato a presiedere il Parlamento e Haider Al-Abadi (sciita) è stato nominato Primo Ministro.

L’approccio politico del leader sciita sembra molto più conciliante nei confronti della comunità sunnita, a differenza del suo predecessore Al-Maliki allontanato dall’incarico di governo proprio per questo motivo. Nelle sue intenzioni la prima mossa politica di Al Abadi sarebbe stata quella di proporre un governo di unità nazionale che si allontanasse dai legami confessionali e clientelari precedenti. Questo passaggio ad oggi non è ancora avvenuto, ed è per questo motivo che i sostenitori del movimento sciita guidato da Moqtada al Sadr, hanno protestato vivamente fino ad occupare la zona verde ed il parlamento iracheno. I sostenitori sadristi lamentano, infatti, l’immobilità politica della classe dirigente irachena che vive solamente di corruzione e clientelismo. In quest’ottica si devono analizzare le diverse manifestazioni di questi tre venerdì consecutivi. In risposta alle proteste emerse in questi ultimi mesi, il premier Al Abadi ha promesso che “l’impegno del governo per nuove riforme radicali ci sarà subito dopo la presa di Fallujah e della totalità della provincia di Anbar, vitale per lo stato iracheno”.

Da un punto di vista militare, invece, la scelta di Al Abadi di ricostruire un apparato militare che coinvolga tutte le forze politiche e tutte le confessioni del paese sembra essere stata vincente. Le rapide vittorie dell’ISIS in territorio iracheno erano, infatti, anche legate alla progressiva disgregazione dell’esercito a causa anche delle continue frizioni tra sunniti e sciiti a livello politico: le sconfitte di Tikrit e Mosul, infatti, con i militari iracheni che scappavano e lasciavano armi ed equipaggiamenti ai miliziani jihadisti, avevano reso necessaria una riforma anche delle forze militari interne.

Le Forze di Mobilitazione Popolare o Forze Popolari (FP o in arabo Al-Hashd as-Shaabi) sono state formate nel giugno 2014, dopo la richiesta dell’Ayatollah Ali Al Sistani di “unire tutti gli sforzi per la difesa del territorio iracheno e della capitale Baghdad”. Sono costituite sia dai vecchi apparati militari sia dalle differenti milizie confessionali sotto la supervisione del ministero dell’interno iracheno e del primo ministro Al Abadi. Il carattere multiconfessionale delle FP è sicuramente il punto di forza che ha cambiato le sorti della lotta contro l’ISIS: quello che le popolazioni sunnite del nord poco tolleravano era, infatti, la netta predominanza di comandanti sciiti nelle loro aree rurali. All’interno delle milizie ci sono tutte le formazioni militari di quasi tutte le confessioni del paese: gli sciiti, i sunniti, i cristiani, gli yazidi e il coordinamento delle forze curde.

Dal 2015 ad oggi sono state diverse le vittorie ottenute dalle FP con la riconquista di città fondamentali come Ramadi fino alla battaglia di questi giorni che riguarda un altro centro di fondamentale importanza: Fallujah. Le vittorie di questi ultimi mesi sono legate soprattutto al sostegno da parte delle tribù locali che riconoscono parte delle FP, costituite da sunniti, realmente forze di liberazione dall’oppressione jihadista di Daesh nella quale erano cadute.

Bisogna inoltre aggiungere che, come avviene in Siria, le difficoltà di contrapposizione alle milizie jihadiste sono anche legate alle ingerenze da parte di paesi come l’Arabia Saudita e la Turchia che tentano di preservare i propri interessi geo-politici: i sauditi per contrastare l’asse sciita rappresentato da Iran, Iraq, Libano e Yemen, i turchi per ostacolare l’ascesa politica e militare dei curdi. Sono numerose, in particolare da fonti locali e agenzie stampa russe e iraniane, le accuse nei confronti di turchi e sauditi che riforniscono di armi le milizie jihadiste di Daesh e favoriscono il loro passaggio o spostamento dai territori limitrofi. Da un altro punto di vista sono altrettanto frequenti e importanti, gli aiuti ed il sostegno iraniano alle milizie irachene. Proprio in questi giorni, ad esempio, è stato visto in territorio iracheno il generale Sulemaini, comandante delle celebri brigate iraniane al Quds – forze di intervento e di preparazione alle truppe che si contrappongono al jihadismo dall’Iraq alla Siria – con il chiaro scopo di coordinare l’attacco finale alla città di Fallujah.

Se, quindi, da un punto di vista militare il governo Al Abadi ha ricostruito il proprio apparato di difesa per contrapporsi all’ISIS, non si può dire la stessa cosa per quanto riguarda la sfera politica ed amministrativa. Le proteste e gli scontri di questi giorni, infatti, potrebbero sfociare in nuove lotte e conflitti riportando il paese nel baratro dello scontro settario, aggravando l’instabile situazione interna in cui quotidianamente la capitale irachena è vittima di attentati dinamitardi di matrice jihadista che fanno centinaia di morti.

Fonte

09/02/2016

Iraq - Il torbido ruolo delle milizie sciite nella guerra al califfato

di Giovanni Pagani

Secondo quanto denunciato da diverse organizzazioni per la tutela dei diritti umani, le milizie paramilitari sciite impiegate da Baghdad nella lotta al “califfato” avrebbero commesso nuovi atti di violenza a sfondo settario nell’ultimo mese. L’ultimo episodio si sarebbe verificato nella regione di Diyala, a nord-est di Baghdad, dopo che due esplosioni avvenute l’11 gennaio in un caffè di Muqdadiya avevano innescato la violenta rappresaglia da parte dei gruppi armati sciiti.

“Conosco molti dei miliziani che girano per le nostre strade e buona parte di loro proviene dalla zona – ha spiegato una fonte locale a Human Rights Watch – Lo Stato Islamico poteva anche essere dietro agli attentati nel caffè, ma gli attacchi sferrati contro le case e le moschee sunnite sono senza dubbio opera della Lega dei Virtuosi”.

Assieme alle Brigate Badr, la Lega dei Virtuosi rappresenta oggi la più numerosa milizia sciita in Iraq. Entrambe sono rappresentate in parlamento, operano nel quadro del Fronte di Mobilitazione Popolare (PMF) e godono del sostegno della Guardia Rivoluzionaria Iraniana, dalla quale ricevono addestramento, armamenti e direttive. La Brigata Badr, secondo molti la fazione politica e militare più potente in Iraq, fu fondata nel 1980 con l’aiuto iraniano da Hadi al-Amiri – tuttora leader carismatico – e combatté duramente Saddam Hussein per conto di Tehran tra il 1980 e il 1988. La Lega dei Virtuosi, nata invece a seguito di una scissione dalla più ampia armata Mahdi, fu creata da Qais al-Khazali nel 2006 e fu largamente usata dal premier al-Maliki sia per azioni di polizia sia per neutralizzare il dissenso politico all’interno della stessa comunità sciita. Entrambe le organizzazioni paramilitari combatterono inoltre le truppe britanniche e statunitensi fino al 2011, quando il ritiro definitivo delle forze di occupazione spianò la strada alla loro integrazione politica.

In questo quadro, se la vicinanza delle Brigate Badr e della Lega dei Virtuosi al governo di al-Maliki favorì la legittimazione politica di personaggi come al-Amiri e al-Khazali, la minaccia posta dal “califfato” ha conferito alle rispettive milizie maggiore legittimità militare, complice anche l’inadeguatezza dell’esercito iracheno, a seguito del suo scioglimento nel 2003 per volere statunitense.

Infine, quando la caduta di Mosul rese evidente l’impreparazione delle truppe governative, l’ayatollah al-Sistani – su invito del premier al-Maliki – pronunciò una fatwa contro lo Stato Islamico, invitando i giovani sciiti a intraprendere i ljihad contro Daesh e ad unirsi alle fila del Fronte di Mobilitazione Popolare. Circa 7mila volontari risposero prontamente alla chiamata, andando così ad ampliare la sproporzione tra governativi e paramilitari. A tal proposito, si pensa che, mentre i primi contano non più 50mila uomini, i secondi possano fare affidamento su almeno 120mila miliziani.

Quando il governo di Baghdad mosse all’assedio di Tikrit – città natale di Saddam Hussein – a marzo 2015, fonti ufficiali riportarono che dei 23 mila uomini dispiegati sul campo, solo 3mila appartenevano all’esercito governativo, mentre la restante parte era formata da milizie sciite agli ordini del generale iraniano Qassem Soleimani. Quest’ultimo, fu inoltre visto dirigere le operazioni militari al fianco di al-Amiri, suo amico intimo e leader delle Brigate Badr.

I primi avvertimenti di Human Rights Watch e di altre organizzazioni per i diritti umani furono lanciati a febbraio del 2015, a pochi mesi dall’inizio della campagna di liberazione del paese lanciata da Baghdad con appoggio statunitense. Secondo quanto evidenziato da HRW, già un anno fa, i primi segnali di violenza settaria si erano infatti verificati dopo la riconquista di Amerli, nell’estate 2014. Le numerose milizie sciite che avevano combattuto a fianco dell’esercito avevano dato fuoco a numerose case e attività commerciali nelle aree sunnite di Salahel-Din e Kirkuk. In un report redatto poi dalla stessa organizzazione lo scorso settembre, fu evidenziato come analoghi episodi di rappresaglia verso le comunità sunnite ebbero luogo dopo la ‘liberazione’ di Tikrit, quando almeno 1.400 abitazioni vennero distrutte e 160 uomini fatti sparire. Esecuzioni sommarie nei confronti delle tribù sunnite sono state denunciate anche in diversi resoconti della Missione di Assistenza in Iraq per le Nazioni Unite (UNAMI) – l’ultimo risale al 19 gennaio – dai quali si apprende come la rappresaglia nei confronti dei villaggi sunniti sia diventata ormai una prassi all’indomani della loro liberazione.

Le atrocità commesse dalle milizie sciite nelle città e nelle regioni sottratte a Daesh hanno radici profonde nella storia irachena degli ultimi trent’anni. Dalla guerra contro l’Iran (1980-88) all’invasione statunitense nel 2003 e dalla repressione della maggioranza sciita da parte di Saddam alla conquista del potere politico di quest’ultima a partire dal 2006.

“La Lega dei Virtuosi considera ex-sostenitori di Saddam Hussein tutti gli iracheni sunniti – ha raccontato una fonte locale ad Amnesty International dopo i recenti eventi di gennaio – Molti furono trascinati in strada e uccisi arbitrariamente”. Inoltre, dal momento che l’estensione territoriale del “califfato” si limita alle regioni sunnite settentrionali del paese, il largo impiego di milizie settarie da parte di Baghdad rende ancor più concreto il rischio di pulizia etnica da parte di queste ultime. “Bruciamo e distruggiamo al-Dur (provincia di Tikrit) perché tutti i suoi abitanti sono sostenitori di Daesh o del partito Baatista”, ha dichiarato a tal proposito proprio un miliziano del PMF a Human Rights Watch.

In altre parole, l’avversione delle Brigate Badr e della Lega dei Virtuosi per le regioni sunnite strappate al “califfato” per conto di Baghdad è legata alle atrocità commesse da Saddam Hussein durante la sua dittatura. Se le strutture di potere intessute da quest’ultimo avevano infatti notevolmente privilegiato la minoranza sunnita e i capi tribali dell’area di Tikrit, otto anni di governo al-Malikisi hanno riprodotto analoghe logiche clientelistiche a favore della comunità sciita. Inoltre, mentre la stretta collaborazione tra al-Maliki, Tehran e le milizie alimentava il sentimento di vendetta nei confronti della comunità sunnita, la minaccia dello Stato Islamico forniva il pretesto perché le rappresaglie della Brigata Badr e della Lega dei Virtuosi potessero nascondersi dietro alla campagna di liberazione. Quindi ottenere una legittimità politica che solo il rinnovato sostegno di Washington e il riavvicinamento di quest’ultima a Tehran avrebbero potuto garantire.

In questo quadro, nonostante l’attuale premier Haider al-Abadi abbia ufficialmente integrato il Fronte di Mobilitazione Popolare nelle truppe governative, assumendosi quindi la responsabilità formale per la loro condotta sul campo, episodi come quelli denunciati in questi giorni provano come le logiche settarie e l’ingerenza iraniana siano di grande ostacolo sia alla riaffermazione della sovranità territoriale di Baghdad sia al suo controllo dei propri organi militari. Ciò non rischia soltanto di perpetuare e aggravare lo scontro settario già in atto nel paese, ma alimenta soprattutto la diffidenza delle tribù sunnite nei confronti di Baghdad e la loro riluttanza a respingere il “califfato” in nome di quest’ultima.

Fonte

06/11/2015

Iraq - Il colpo di mano dell'immortale al-Maliki

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Il fantasma di al-Maliki non abbandona l’Iraq. Un fantasma minaccioso perché, ad un anno dalla sua sostituzione con il collega di partito al-Abadi, detta i termini della politica interna. Lo si è visto chiaramente lunedì: il parlamento iracheno all’unanimità ha bocciato l’iniziativa del primo ministro al-Abadi, il pacchetto di riforme volto a intaccare il sistema di corruzione su cui si fondano le istituzioni del paese.

I 328 parlamentari si sono detti pronti a discutere e votare le riforme, ma non daranno il via libera se non saranno consultati. «Un atto incostituzionale», aveva tuonato pochi giorni prima il suo predecessore, Nouri al-Maliki, la cui contrarietà al pacchetto ha convinto i 60 parlamentari di Stato di Legge (il partito di al-Abadi) a minacciare la sfiducia al governo se non ci fosse stato un passaggio parlamentare.

Per capirne le ragioni è necessario un passo indietro: tra le riforme caldeggiate c’è il disboscamento delle miriadi di posizioni politiche e amministrative fatte fiorire dal predecessore, sostenuto dagli Stati Uniti che hanno imposto una distribuzione settaria del potere sul modello libanese. Da qui la proliferazione di poltrone da vice presidente (ben tre) e da vice premier e l’assunzione di un numero elevatissimo di dipendenti governativi, necessario a mantenere un radicato sistema clientelare e autorità parallele allo Stato.

Tra le proposte ci sono infatti la cancellazione delle figure di vice presidenti e vice premier, il taglio del 45% degli stipendi dei parlamentari, il taglio del 20% dei salari dei dipendenti governativi, il licenziamento di funzionari incompenti o corrotti. Riforme che dovrebbero aiutare il paese ad uscire dal tunnel della corruzione strutturale, del clientelismo radicato e dell’incompetenza che pervade ogni istituzione. Ovvero, tutti quei problemi che hanno impedito la ricostruzione delle infrastrutture, la ripresa economica, la creazione di una rete di servizi efficiente, una risposta all’avanzata dell’Isis ad ovest.

L’assenza di trasparenza nelle pratiche e nelle politiche pubbliche ha garantito ad un sottobosco di poteri ufficiosi di usare lo Stato per distribuire favori e intercettare consenso. Contro tale sistema sono scesi in piazza tra agosto e settembre migliaia di iracheni che hanno affrontato le cariche della polizia e il massacrante caldo estivo per protestare contro la corruzione sistemica di Baghdad: nelle principali città sciite, Baghdad, Nassiriya, Bassora, Najaf, in migliaia hanno chiesto la redistribuzione equa delle ricchezze, politiche di incremento dell’occupazione, lotta alla corruzione.

La bocciatura parlamentare non colpisce solo al-Abadi, drammaticamente indebolito da un voto orchestrato dal suo stesso partito. Colpisce anche la popolazione che ancora una volta paga l’autorità di fatto che al-Maliki si è costruito in otto anni al potere. Da vice presidente, carica riconosciutagli dopo le dimissioni da premier, non può permettere che l’avversario al-Abadi lo costringa in un angolo. Come non può permettere che licenzi 130 funzionari di alto grado, molti dei quali sua diretta emanazione: in pericolo c’è un intero sistema di potere, parallelo a quello dello Stato e che ha garantito all’ex premier autorità e ricchezze.

È di pochi giorni fa il rapporto-choc della Commissione Irachena di Integrità, secondo cui negli anni di governo al-Maliki sono «evaporati» 500 miliardi di dollari, la metà del denaro entrato nel paese con la vendita di greggio e i finanziamenti internazionali per la ricostruzione. Una cifra stellare, la cui misteriosa scomparsa viene imputata dalla Commissione al «più grande caso di corruzione della storia, [per il quale] sono stati denunciati 600 funzionari, tra cui ministri, vice ministri, direttori generali, alcuni condannati a 130 anni di prigione».

Il timore, prospettato da alcuni analisti, è di una nuova battaglia politica all’interno del partito di governo, Stato di Legge, magari guidata proprio da al-Maliki che lasciò il governo dopo una strenua resistenza e dietro le pressioni degli Usa e dell’Ayatollah al-Sistani. Una battaglia che – scrivono giornalisti iracheni – potrebbe portare ad un golpe interno per la rimozione di al-Abadi.

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04/11/2015

Iraq - Bloccate in parlamento le riforme di al-Abadi

Le riforme del premier al-Abadi potrebbero non vedere la luce. Il parlamento iracheno lunedì ha votato all’unanimità per impedire al primo ministro di procedere con le tanto attese riforme istituzionali senza prima l’approvazione parlamentare. Uno scontento che ha investito anche il partito di al-Abadi, Stato di Legge: la scorsa settimana 60 parlamentari del partito hanno minacciato di togliere il proprio appoggio al pacchetto di riforme se fosse mancata ancora la consultazione interna.

Tutto lo spettro parlamentare iracheno (328 parlamentari) accusa il premier di violare la costituzione, cercando di bypassare le camere. Tra le misure promosse dal primo ministro e che, dopo mesi di annunci, non si sono ancora concretizzate, c’era la cancellazione delle poltrone di vice presidenti e di vice primi ministri (che farebbe perdere il posto anche all’ex premier al Maliki), il taglio degli stipendi per i dipendenti governativi, il taglio del 45% dei compensi dei parlamentari, l’allontanamento di funzionari corrotti o incompetenti.

Con un obiettivo chiaro: combattere il sistema di corruzione che pervade ogni settore delle istituzioni, ogni ufficio, e che ha fatto dell’Iraq uno dei paesi più corrotti al mondo. Un clientelismo che si traduce nell’ampia incompetenza di molti dipendenti pubblici e rappresentanti delle istituzioni che sta bloccando il già difficile cammino verso la ricostruzione del paese post-invasione Usa.

Se prima la colpa veniva addossata all’ex primo ministro Maliki, messo al potere dagli Stati Uniti, e fautore di un sistema capillare di clientelismi e corruzione, oggi a fermare le tanto anelate riforme è l’intero parlamento. L’ennesimo stop ad una rivoluzione interna necessaria a combattere i mali intrinsechi del sistema politico iracheno, fondato su settarismi (le cariche sono distribuite in base all’appartenenza religiosa ed etnica) e scarsa trasparenza, su poteri ufficiosi e paralleli a quelli statali che usano le istituzioni per distribuire favori e garantirsi consenso. Le conseguenze sono visibili: dopo otto anni di invasione Usa, Baghdad non è mai stato in grado di ricostruire il paese, di fornire servizi efficienti alla popolazione, di rilanciare un’economia devastata. E, oggi, di reagire con efficacia alla minaccia dell’Isis, che occupa un terzo del paese.

A premere sull’acceleratore avevano provato ad agosto e settembre i cittadini: migliaia di sciiti sono scesi in piazza per settimane nelle città di Baghdad, Najaf, Karbala, Bassora, Nassiriya, montato tende di protesta e affrontato la polizia per chiedere riforme che trasformassero il volto dell’Iraq. Basta settarismi, basta corruzione, basta disoccupazione strutturale e mancata redistribuzione della ricchezza: questo ha chiesto un movimento popolare, di base, formato da laici, liberali, religiosi, comunisti, nazionalisti, da studenti, donne, lavoratori.

La bocciatura palese del parlamento al premier non preannuncia un futuro positivo: il timore di molti è che si apra la strada alla sfiducia o alla rimozione del premier, a partire proprio dal suo stesso partito. A cui forse i tentativi di al-Abadi di soffocare le divisioni settarie cercando una conciliazione interna tra le diverse anime irachene (kurdi, sciiti e sunniti) appaiono come un modo per togliere quel potere ufficioso che i politici iracheni usano per mantenere le loro posizioni.

“Quello che è successo oggi [lunedì, ndr] è un campanello d’allarme di ritiro della fiducia al primo ministro e al governo – ha commentato Hussein al-Maliki, parlamentare di Stato di Legge – Noi siamo d’accordo con le riforme ma queste devono essere realizzate all’interno della costituzione e non al di fuori e non bypassando il parlamento”.

A preoccupare è il ruolo svolto dall’ex premier al Maliki, oggi uno dei vice presidenti. La protesta parlamentare è  nata proprio dalla sua decisione – adottata poi dagli altri vice presidenti – di ignorare la cancellazione della loro poltrona e di restare negli uffici. Il potere di cui gode al-Maliki dopo otto anni di governo è consistente ed investe tutto il paese, grazie alla rete clientelare costruita all’interno delle istituzioni civili e militari. E potrebbe mettere in serio pericolo il futuro del paese.

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30/09/2014

USA: nuova guerra, vecchi errori

di Michele Paris

Mentre le forze aeree e navali degli Stati Uniti e dei loro alleati nella nuova avventura militare in Medio Oriente continuano a colpire obiettivi presumibilmente legati allo Stato Islamico (IS) in aree della Siria orientale e settentrionale, il governo americano si trova nel pieno di una campagna mediatica volta a preparare l’opinione pubblica occidentale per l’imminente ulteriore escalation bellica nel paese guidato dal regime di Bashar al-Assad.

In questa operazione di propaganda gioca un ruolo di spicco anche il presidente Obama, come ha confermato il minaccioso discorso della scorsa settimana alle Nazioni Unite. L’inquilino della Casa Bianca è apparso nuovamente in TV domenica, ammettendo che l’intelligence del suo paese ha commesso qualche errore nel valutare la pericolosità dell’ISIS.

Intervistato dalla CBS, Obama ha puntato in particolare il dito contro il direttore dell’Intelligence Nazionale, James Clapper, colpevole di avere “sottovalutato” gli eventi in corso da mesi in Siria e, al contrario, di avere “sopravvalutato” le capacità dell’esercito iracheno nel combattere gli estremisti sunniti.

Le critiche maggiori per la crisi in atto sono state riservate però all’ex primo ministro iracheno, Nouri al-Maliki, dal momento che il suo governo avrebbe pensato soprattutto al consolidamento del potere, basato sulla comunità sciita, emarginando invece la popolazione sunnita, tra cui è alla fine risultato diffuso il sostegno all’ISIS e ad altre milizie anti-governative.

Maliki, insomma, avrebbe “sprecato” il lavoro fatto a partire dall’invasione illegale del paese nel 2003 dagli americani, i quali, oltre alla totale devastazione di una società relativamente avanzata e centinaia di migliaia di morti, secondo Obama avrebbero lasciato in eredità “una democrazia intatta e un esercito ben equipaggiato”.

Le timide ammissioni di colpa di Obama sono però del tutto fuorvianti, non essendoci stato nessun errore da parte americana, poiché l’intelligence USA era perfettamente al corrente dei progressi dell’ISIS in Iraq. Infatti, non solo questa organizzazione fondamentalista è una creatura del programma di addestramento e finanziamento degli oppositori di Assad in Siria condotto dalla CIA, dalle monarchie assolute del Golfo Persico e dalla Turchia, ma le informazioni circa l’avanzata dei militanti in territorio iracheno, culminata con la presa della città di Mosul a giugno, erano state riferite ai vertici politici e militari di Washington da più fonti, se mai fosse stato necessario, tra cui i servizi segreti del governo autonomo del Kurdistan iracheno.

Obama, in ogni caso, ha previsto buone probabilità di successo dell’operazione USA in corso per quanto riguarda l’Iraq ma, in maniera significativa, ha delineato una situazione più difficoltosa per la Siria.

Quest’ultima previsione pessimistica, che sembra essere condivisa da praticamente tutto l’establishment politico e militare degli Stati Uniti e dei paesi a fianco di Washington nella campagna contro l’ISIS, ha il preciso scopo di dipingere il peggiore scenario possibile in Siria, in modo da giustificare una nuova inevitabile spirale di guerra che ha come obiettivo ultimo la rimozione di Assad.

L’esempio finora più clamoroso delle reali intenzioni degli Stati Uniti e delle manovre in corso per orientare l’opinione pubblica verso l’accettazione di un’accelerazione della nuova “guerra al terrorismo” è stato registrato venerdì durante una conferenza stampa al Pentagono.

Il segretario alla Difesa, Chuck Hagel, e il capo di Stato Maggiore, generale Martin Dempsey, in questa occasione hanno ammesso che allo studio ci sarebbe la possibilità di imporre una “no-fly zone” sopra i cieli della Siria, assieme alla creazione di un’area-cuscinetto al confine con la Turchia, dove un’ondata di profughi curdi sta transitando in questi giorni a causa degli attacchi dell’ISIS sulla città di Kobani.

Secondo Hagel, questi provvedimenti potrebbero essere presi in risposta alle richieste fatte recentemente dal presidente turco Erdogan e comporterebbero anche il dispiegamento di truppe di terra in territorio siriano.

Di fronte alle dichiarazioni di Hagel e Dempsey, nessuno dei media ufficiali ha ritenuto necessario interrogarsi circa il significato di una “no-fly zone” nell’ambito di una guerra contro un gruppo terrorista che non dispone di aerei o elicotteri da guerra.

Un’eventuale no-fly zone verrebbe giustificata, come accadde in Libia nel 2011 in seguito alla manipolazione di una risoluzione ONU, soltanto con la necessità di proteggere i civili dai bombardamenti aerei del regime di Damasco, rivelando perciò il vero obiettivo della guerra appena lanciata.

Come ricordano i precedenti, da ultimo proprio quello libico, l’imposizione di una “no-fly zone” comporta un numero altissimo di vittime e la distruzione dei mezzi aerei e delle strutture di difesa anti-aerea del paese colpito. Tutto questo avverrebbe nonostante a livello ufficiale l’amministrazione Obama continui a indicare l’ISIS come unico obiettivo del conflitto e a escludere un coinvolgimento diretto nella guerra civile siriana tra Assad e i suoi oppositori.

Allo stesso tempo, l’entourage di Obama continua a smentire un’altra ipotesi che è invece da considerarsi probabile in prospettiva futura, vale a dire l’invio di truppe americane di terra in Siria. Dopo che svariati analisti ed esperti nei giorni scorsi avevano avvertito che per estirpare la minaccia dell’ISIS sarebbero state appunto necessarie operazioni di terra, nel fine settimana anche lo speaker della Camera dei Rappresentanti di Washington, il repubblicano John Boehner, ha dato il proprio appoggio a questa ipotesi in un’intervista alla ABC.

Boehner ha avvertito che per sconfiggere l’ISIS servirà molto più dei bombardamenti aerei e se nessun paese dovesse farsi carico dell’invio di truppe di terra in Siria a farlo dovranno essere gli Stati Uniti. Inoltre, se Obama lo chiedesse, Boehner si è detto disponibile a richiamare a Washington i suoi colleghi deputati - liberi di fare campagna elettorale fino al voto di “medio termine” del 4 novembre - per approvare una risoluzione che autorizzi il presidente a lanciare un’offensiva di terra in Siria.

D’altra parte, come aveva sottolineato il generale Dempsey nella già citata conferenza stampa al Pentagono, gli USA stimano che per assestare un colpo mortale all’ISIS serviranno dai 12 ai 15 mila guerriglieri dell’opposizione anti-Assad. Su richiesta della Casa Bianca, però, il Congresso ha appena approvato un pacchetto da 500 milioni di dollari per addestrare appena 5 mila “ribelli”, così che la differenza dovrà essere compensata in qualche altro modo.

Nel frattempo, da Washington a Londra e da Parigi a Roma, la classe politica occidentale di ogni colore e schieramento, dopo avere dato il proprio appoggio alla nuova guerra criminale americana, continua ad alimentare la paura nella popolazione per possibili attentati terroristici “imminenti”.

Ciò serve a contrastare un’opposizione sempre più diffusa nei confronti di una nuova guerra in Medio Oriente, anche se non sembra essercene traccia a giudicare dai media più importanti. A questo stesso scopo, poi, gli USA, in collaborazione con la stampa “mainstream”, si sono letteralmente inventati un nuovo gruppo terroristico, definito subito più feroce e minaccioso anche dell’ISIS.

La nuova fantomatica formazione integralista risponderebbe al nome di Khorasan e sarebbe composta da non più di una ventina di affiliati ad al-Qaeda, intenti a progettare attentati in Occidente che, inizialmente, sembravano essere ormai sul punto di essere messi in atto ma che poi si è scoperto essere solo in fase di studio.

Secondo gli Stati Uniti, i membri di Khorasan sarebbero stati spazzati via già durante le prime ore delle operazioni in Siria, anche se, a ben vedere, non è per niente chiaro in questo caso quali obiettivi siano stati realmente colpiti, visto che dell’esistenza della nuova terribile creatura della “guerra al terrore”, partorita dall’apparato militare e dell’intelligence a stelle e strisce, non sembrano esserne a conoscenza nemmeno gli stessi militanti sunniti dell’opposizione anti-Assad operanti in territorio siriano.

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14/08/2014

Iraq - Maliki non molla: “Non mi dimetto"

Rifugiati iracheni in fuga verso il Kurdistan

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Maliki non si arrende. Il silenzio dei giorni appena trascorsi, dopo la nomina del nuovo premier Al Abadi che estromette il leader sciita dalla guida del governo, è stato rotto ieri: Nouri al-Maliki ha annunciato che non si dimetterà. Resterà in attesa della sentenza della corte federale sul ricorso che chiede l’annullamento della nomina del rivale. «Una violazione della costituzione – ha ribadito Maliki – Non ha alcun valore. Confermo che il governo andrà avanti e non ci sarà una sostituzione senza una decisione della corte federale».

E mentre Baghdad risuona del boato di due autobomba che ieri hanno ucciso 10 persone, con una mano Maliki calma gli animi invitando le forze armate a non interferire, mentre con l’altra lancia minacce: la nomina di Al Abadi, ha detto ieri, «aprirà le porte dell’inferno». Vero è che Maliki è ancora a capo delle forze armate e ne controlla i vertici, tutti uomini a lui fedeli. Ma tale fedeltà non è a senso unico: la milizia sciita Asaib Ahl al-Haq, finanziata generosamente dall’Iran, ha già dichiarato il proprio sostegno ad Al-Abadi che nelle prime consultazioni si è già accaparrato 127 dei 165 seggi necessari alla maggioranza parlamentare. Tutti seggi sciiti, ma giungono già dagli scranni curdi e sunniti le prime dichiarazioni di appoggio al nuovo esecutivo.

E se Maliki non molla l’osso, l’ex premier appare sempre più isolato: la comunità internazionale lo ha abbandonato, Washington ha impiegato un attimo a scaricarlo, mentre Teheran da tempo premeva – forte del sostegno dei leader religiosi sciiti iracheni e iraniani – per una sua sostituzione. Lo stesso intervento Usa, aveva detto Obama nei giorni scorsi, sarebbe dipeso dalla formazione di un governo di unità nazionale guidato da una figura più coesiva.

Il primo segno è arrivato ieri: la Casa Bianca ha inviato altri 130 consiglieri militari, in aggiunta ai 775 già presenti. Il loro compito – sottolinea il Pentagono – sarà collaborare con l’esercito iracheno per affrontare la crisi umanitaria a nord. Ovvero, ha precisato il segretario di Stato Kerry, l’amministrazione Usa valuta la possibilità di lanciare un’operazione di salvataggio dei profughi. Marines e unità speciali sono già atterrati nella capitale curda, Irbil, ma il Dipartimento di Stato ci tiene a sottolineare che nessun militare sarà impiegato in operazioni di combattimento.

Non cessa intanto la fuga della comunità yazidi: decine di migliaia i profughi sono ancora intrappolati sul monte Sinjar, mentre oltre 100mila hanno immediato bisogno di aiuti umanitari dopo aver attraversato il confine con la regione autonoma del Kurdistan. Una fuga dettata dalle violenze dei jihadisti dell’Isil: un tentato genocidio, lo hanno descritto in molti, che ha terrorizzato la piccola comunità che oggi chiede di essere portata via dall’Iraq. «Vogliono andarsene – ha raccontato la giornalista di Al Jazeera, Jane Arraf, dal campo Bad-git Kandala, al confine con la Siria – Dicono che non c’è alcuna possibilità di sentirsi sicuri, mai più».

E mentre il mondo assiste al dramma delle minoranze target dell’avanzata dell’Isil, i leader mondiali infilano le mani nel caos iracheno. Alla consegna di armi ai peshmerga curdi avviata dagli Usa la scorsa settimana, hanno risposto anche Gran Bretagna e Francia. Londra si occuperà del trasporto di equipaggiamento militare donato dalla Giordania al Kurdistan e invierà elicotteri Chinook per l’operazione di salvataggio degli yazidi, mentre Parigi ha annunciato ieri l’invio di armi ai peshmerga a partire dalle prossime ore. La Germania sta valutando la possibilità di inviare equipaggiamento non letale all’esercito iracheno. A monte l’ennesimo fallimento dell’Unione Europea, priva di una politica estera comune: i 28 Stati membri non sono riusciti a stabilire una linea di condotta unica limitandosi a garantire ad ogni paese la libertà di intervenire in autonomia.

Forte anche il sostegno dell’Iran, che gode di un’estrema influenza nelle faccende irachene. Dietro la nomina di Al Abadi c’è il benestare sia di Teheran che di Washington: l’Iran punta ad un governo inclusivo che ricacci indietro la minaccia jihadista e la longa manus saudita, che negli anni passati ha indirettamente finanziato i gruppi estremisti sunniti anti-Assad in Siria e Iraq; gli Stati Uniti non possono permettersi la divisione di un paese occupato per otto anni e ora in preda a settarismi interni così forti da limitare l’egemonia statunitense su una delle aree strategiche della regione. Settarismi frutto delle dirette politiche Usa contro cui ha puntato il dito anche l’ex segretario di Stato Hillary Clinton che domenica, in un’intervista, ha sollevato il dubbio che il sostegno di Obama ai ribelli siriani abbia favorito la crescita dei movimenti islamisti estremisti.

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13/08/2014

Iraq: Washington si sceglie il premier e manda altre truppe

La resistenza dell’ex premier Nouri Al Maliki al cappotto preparato da Washington e soci è servita finora veramente a poco.

Dopo gli Stati Uniti, l’Unione Europea, l’Onu, l’Italia e la Francia ieri anche l'Iran e l'Arabia Saudita (che sostiene con armi e soldi i jihadisti di Al Baghdadi) hanno annunciato il proprio sostegno al premier incaricato Abadi e ad un nuovo governo di “riconciliazione nazionale” che includa anche curdi e sunniti. L’intervento di Teheran, finora sponsor principale di Al Maliki e del suo esecutivo, ha messo per ora la parola fine alle aspirazioni dell’ex premier ed ha aperto le porte all’affermazione del vicepresidente del parlamento che ora avrà alcune settimane per formare una coalizione parlamentare più larga di quella che sosteneva il suo predecessore. E quasi a suggellare simbolicamente il cambio della guardia un attentato kamikaze avrebbe colpito la zona dove risiede il nuovo premier Haider Al Abadi, senza però fare vittime. Una nota dell’esecutivo iracheno ha informato stamattina che «l'attentatore suicida si è fatto saltare in aria contro un posto di blocco a sicurezza della casa del primo ministro». Poco dopo però un’autobomba è esplosa nel centro della capitale irachena uccidendo almeno dieci persone.

Nel frattempo i caccia e i droni statunitensi hanno continuato a colpire alcune postazioni dello Stato Islamico nel nord dell’Iraq, anche se sono molti i media e gli analisti che cominciano a dubitare dell’efficacia e dell’effettività dell’impegno di Washington contro i jihadisti, che nel frattempo continuano ad avanzare verso Baghdad e verso la capitale regionale curda Erbil.
Quasi a voler fugare personalmente i dubbi, ieri Barack Obama ha invitato tutti i leader iracheni a «collaborare per la pace», sottolineando che le sue forze armate stanno lavorando con i partner internazionali per portare in salvo migliaia di yazidi appartenenti alla minoranza religiosa assediata dagli jihadisti sul monte Sinjar. Obama ha vantato che gli aerei americani «restano posizionati per colpire le forze terroriste intorno alle montagne, che minacciano la sicurezza di queste famiglie».
Mentre il suo segretario di stato John Kerry annunciava che Washington e l’Australia vogliono portare alle Nazioni Unite la questione della minaccia delle milizie jihadiste straniere che combattono in Siria e in Iraq (quelle stesse che sono cresciute grazie al sostegno e al finanziamento da parte dell’amministrazione Obama in funzione anti siriana e anti sciita) il segretario alla Difesa Chuck Hagel ha annunciato l’aumento della presenza militare statunitense in Iraq. L’arrivo, ieri, di 130 consiglieri militari supplementari in Iraq, nel capoluogo curdo Erbil, ha portato ufficialmente a quasi 500 i militari americani inviati nel paese, formalmente per difendere il personale diplomatico e gli interessi statunitensi e per coordinare le operazioni di sostegno alle popolazioni del nord perseguitate dalle bande fondamentaliste sunnite.

Secondo John Kerry gli Stati Uniti starebbero ora valutando lo sgombero «urgente» di decine di migliaia di yazidi, cristiani e curdi dalle zone dell’Iraq del Nord occupate o minacciate dallo Stato Islamico. A detta dell’Unhcr, l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, nelle ultime 72 ore circa 35mila persone sono scappate dalla regione di Sinjar e sono arrivate nella provincia di Dohuk (Kurdistan iracheno) passando per la Siria dove hanno ottenuto il sostegno e la protezione delle milizie popolari curde (Ypg). A Sinjar «manca cibo, acqua e rifugio per decine di migliaia di civili intrappolati, si rischia un genocidio» afferma il portavoce dell’Onu, Adrian Edwards e sono già alcune centinaia le persone assassinate dalle bande jihadiste o morte di sete e di stenti nel tentativo di attraversare il deserto per sfuggire ai persecutori.

I profughi yazidi che si rifugiano oltre il confine siriano raccontano di «caccia all’uomo nei villaggi», «incendi» e «devastazioni» grazie a cui il leader dell’Isis sta realizzando una pulizia etnica nelle regioni del Nord, al fine di impossessarsi del controllo delle due maggiori risorse dell’Iraq: il corso dei grandi fiumi, Tigri ed Eufrate, e i pozzi di petrolio dell’area di Kirkuk.
Ieri la parlamentare curda-yazida Vian Dakhil e un giornalista del New York Times sono rimasti feriti nell'incidente che ha coinvolto un elicottero impegnato nell'evacuazione degli sfollati nel nord del paese. Secondo alcune fonti il velivolo, sovraccarico di aiuti umanitari, sarebbe precipitato mentre secondo altre sarebbe stato raggiunto da un razzo sparato dagli estremisti sunniti; il pilota è morto e la parlamentare, il reporter e il figlio di un dirigente del Partito democratico del Kurdistan (Pdk) sono rimasti feriti e sono stati trasferiti in un ospedale di Erbil.

Le tv irachene riportano in queste ore numerose testimonianze su possibili fosse comuni a nord di Tikrit, dove i miliziani dello Stato Islamico avrebbero gettato i corpi di centinaia di militari giustiziati sommariamente durante l’avanzata di giugno verso Mosul.

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12/08/2014

L’ esercito del Califfo: i soldati di Saddam e i feroci jihadisti

Altro titolo possibile: “Le follie truci di Isis – l’incapace al-Maliki – l’Iraq perduto”. Notizie sempre frammentarie fatte molto spesso di ‘sembra-si dice’. Come quella dell’ultimo massacro contro il popolo Yazidi diffusa da una agenzia di stampa egiziana che non fornisce fonti verificabili. Che accade realmente, perché Isis vince sempre? O almeno così ci raccontano? A questo punto è utile andare a curiosare in casa Isis alla ricerca - tra tanti jihadisti - dei soldati di Saddam: l’Esercito del Naqshbandi al comando di Ibrahim al-Douri.

Intanto la notizia che resta priva di conferme ma appare attendibile, quantomeno sulla scia di altre precedenti atrocità. Almeno 500 yazidi “giustiziati” nei giorni scorsi dai jihadisti dello Stato Islamico a Sinjar, nel nord dell’Iraq. Lo riferisce l’agenzia ufficiale egiziana Mena, aggiungendo che molte vittime, incluse donne e bimbi potrebbero - per fortuna c’è il dubbio - ‘essere state sepolte vive’ e che quasi 300 donne ‘sarebbero state rapite’ - altro condizionale - per essere trasformate in schiave. Di certo sappiamo che gli Stati Uniti hanno condotto nuovi raid contro Isis vicino a Erbil, Kurdistan.

Ma cosa diamine sta accadendo realmente in Iraq col mondo occidentale che sembra pronto a cavalcare, anche a costo di una nuova guerra, la campagna ‘umanitaria’ a difesa delle minoranze religiose perseguitate ferocemente da IS tra Iraq e Siria. Obama bombarda, la Gran Bretagna da subito sostiene i cugini, la Francia di Hollande si dice pronte a rinverdire la sua ‘Grandeur’ offuscata in Libia, mentre persino l’Italia in amministrazione controllata fa titolare all’ANSA che si ‘stanno valutando interventi non solo umanitari’. Pessima dicitura. Cosa sta maturando in casa Nato senza esserne informati?

Sappiamo - con un minimo di attendibilità - di 20mila Yazidi messi in salvo, forse 30mila. Sarebbero circa la metà dei perseguitati Yazidi in fuga, intrappolati da giorni sui monti di Sinjar. Una trappola liberata ieri dai combattenti curdi. Secondo la deputata irachena Vian Dakhil, della minoranza Yazidi, gli scampati - secondo un responsabile curdo del valico di Fishkabur, nel nord dell’Iraq, fino 30.000 i fuggitivi che si sono messi in salvo - sarebbero riusciti a rifugiarsi in Siria, per poi tornare sotto scorta curda nel territorio del Kurdistan iracheno al riparo dai jihadisti. Catastrofe quasi evitata.

Ma la domanda di partenza resta sempre la stessa. Come è potuto esplodere il fenomeno Isis senza segnali attorno, come un fungo spuntato sotto il naso di costosissimi apparati di intelligence e di sicurezza occidentali che quell’Iraq avevano ‘liberato’ e colonizzato per più di 10 anni? Una prima considerazione riguarda la politica. La grave crisi interna irachena che ha portato alla perdita del controllo statale su un terzo del paese e che è certamente più il frutto dell’incapacità del governo di al-Maliki a Baghdad che non il risultato di una inarrestabile campagna militare condotta dalle forze Isis.

Sospetto o almeno superficiale battage mediatico a celebrare la forza d’urto delle milizie jihadiste a nascondere il disastro politico e militare delle autorità di Baghdad. L’invasione del territorio da parte di Isis è infatti avvenuta con pochi intensi scontri - come il caso di Mosul - e con molti ingressi incruenti in città e villaggi che hanno spalancato le porte non tanto a Isis quanto alle milizie sunnite e ai soldati dell’ex regime di Saddam, come l’Esercito degli uomini del Naqshbandi - formazioni di orientamento ba’athista - ancora oggi al comando dell’ex generale ed ex numero due di Saddam Izzat Ibrahim al-Douri.

Dunque, colpa di Al-Maliki e della incapacità statunitense a gestire i suoi “dopoguerra”. Rigettata sino ad oggi ogni richiesta per la formazione di un governo di coalizione nazionale, oggi che forse è troppo tardi Obama rilancia con forza, questa volta decisamente spazientito, la necessità di un governo inclusivo delle forze sunnite e curde. Tentativo di dare parvenza di unità ad un Paese ormai smembrato. Quella in corso è una guerra per il possesso di territorio e risorse tra l’identità nazionale curda e le due obbedienze religiose islamiche sunnita e sciita. Cacciarsi lì nel mezzo sarebbe pura follia.

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Duello a Baghdad, gli Stati Uniti armano i curdi iracheni


La strategia statunitense dopo l’invasione e l’occupazione dell’Iraq ha funzionato, anche troppo. Mentre a nord le bande jihadiste dilagano e gli Stati Uniti sono stati “costretti” a intervenire di nuovo militarmente, nella capitale va in scena lo psicodramma dello scontro al vertice tra sciiti, curdi e sunniti, con Washington che insiste per un governo di unità nazionale e la defenestrazione del premier Nouri Al Maliki, considerato settario e, soprattutto, troppo filo-iraniano.

Quando ieri Al Maliki si è reso conto della manovra ha schierato le truppe e i reparti di polizia a lui fedeli a difesa della ‘zona verde’, il centro politico di Baghdad, e non è chiaro se a minacciare il golpe sia stato lui oppure se abbia semplicemente mosso le sue pedine per evitare di esserne vittima.
Il premier uscente e vincitore – anche se non di molto – delle ultime elezioni politiche ha accusato il presidente della repubblica, il curdo Fuad Masum, di violare la costituzione visto che non si decideva ad affidargli l’incarico di formare un nuovo governo e, a sostenere la sua posizione, è arrivata una sentenza della Corte Federale di Baghdad.

Ma già nella giornata di ieri si è capito che il meccanismo messo in campo dai suoi detrattori stava girando a pieno regime. Dalle dichiarazioni dei rappresentanti degli Stati Uniti – che hanno invitato esplicitamente Al Maliki a “non creare problemi” – passando per quelle dei responsabili dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite, finché la coalizione di partiti che rappresentano le comunità sciite – compreso l’influente predicatore Moqtada al Sadr - non ha deciso di scaricare il premier uscente ed indicare un altro esponente sciita, l’attuale vicepresidente del Parlamento Haider al Abadi, come incaricato di formare un nuovo esecutivo con il consenso anche dei curdi e dei sunniti.

Ma Al Maliki tiene duro, insiste che il presidente Masum non può violare la costituzione e non tenere conto del parere della Corte Federale di giustizia (che però non sembra così compatta come era sembrato ieri) e rifiuta di dimettersi, incassando anche il ripensamento di alcune delle forze politiche sciite che precedentemente sembravano orientate ad abbandonarlo. Di fatto a Baghdad la situazione è ora di stallo, con due premier, entrambi sciiti. Uno dei quali, Abadi, ha ricevuto una telefonata personale di Barack Obama che vale come una vera e propria "investitura internazionale".

Approfittando dell’emergenza creata a nord dal dilagare dei miliziani jihadisti che Washington e le petromonarchie sunnite hanno a lungo sostenuto e finanziato, l’amministrazione Obama ha deciso ieri di incrementare il proprio intervento. E così mentre caccia e droni realizzavano alcuni timidi bombardamenti sulle postazioni dello Stato Islamico i militari statunitensi presenti ad Erbil hanno cominciato a consegnare armi ed equipaggiamenti ai combattenti curdi agli ordini del governo regionale. Un modo per far pesare la propria presenza nel paese e indebolire l’autorità e la credibilità di Al Maliki oltre che per evitare il rafforzamento delle milizie popolari ispirate nel Kurdistan iracheno dai guerriglieri curdi di Siria e Turchia che hanno dato in questi mesi agli estremisti dello Stato Islamico assai più filo da torcere dei peshmerga di Erbil.

I classici due piccioni con una fava, il sempreverde ‘divide et impera’ di Washington che ieri, tramite il capo del Pentagono Chuck Hagel ha assicurato: «Continueremo a sostenere i curdi in ogni possibile maniera» mentre a proposito del presidente curdo Masum il Segretario di Stato John Kerry afferma che «Favorisce la stabilità». Ma è esattamente l’instabilità che l’amministrazione Obama cerca di mantenere nell’area, quell’instabilità che permetta a Washington di difendere e ampliare la propria presenza e la propria influenza nell’area, impedendo il rafforzamento delle correnti curde di sinistra e la saldatura di un’alleanza antijihadista che oltre agli sciiti potrebbe comprendere anche i cristiani e quelle parti delle comunità sunnite che osteggiano l’affermazione del Califfato di Al Baghdadi.

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11/08/2014

Iraq - Scontro tra premier e presidente, con lo zampino degli Usa


Tensione alta in Iraq dove in queste ore è di nuovo esploso un conflitto istituzionale che potrebbe avere conseguenze molto serie in un paese alle prese con l'invasione islamista.
Durante la notte il governo ha dispiegato un numero massiccio di forze della polizia, dell'esercito e dei reparti antiterrorismo nelle zone strategiche di Baghdad.
Il dispiegamento è iniziato ieri sera a protezione della cosiddetta 'zona verde' di Baghdad, l'area fortificata dove hanno sede i palazzi del potere e molte ambasciate straniere, un'ora e mezza prima che il primo ministro Nouri al Maliki annunciasse in tv di voler presentare una denuncia contro il presidente Fuad Masum per violazione della costituzione.

«Numerose strade sono state chiuse, oltre a numerosi punti strategici», ha confermato un responsabile del ministero degli Interni iracheno. Il premier sciita iracheno Al Maliki non vuole rinunciare al terzo mandato governativo e sostiene che Masum abbia violato la costituzione non avendogli ancora affidato l'incarico.
Com'era prevedibile gli Stati Uniti hanno subito ribadito il loro sostegno al presidente iracheno contro il premier Al Maliki. Da tempo Washington osteggia la rielezione del rappresentante sciita e insiste per la formazione di un governo di unità nazionale che includa anche i curdi e soprattutto rappresentanti sunniti, compresi alcuni legati seppur indirettamente alle correnti fondamentaliste che sostengono attivamente la penetrazione jihadista nel paese come antidoto all'affermazione delle correnti filoiraniane. «Sostegno totale al presidente iracheno Fuad Masum come garante della Costituzione e un candidato alla carica di primo ministro che possa creare un consenso nazionale», ha scritto il vice segretario di stato, Brett McGurk, sul suo profilo Twitter, mentre il rappresentante dell'Onu a Baghdad, Nicolay Mladenov, ha invitato il primo ministro a «rispettare le responsabilità costituzionali del presidente della Repubblica». Anche Mladenov ha detto che il presidente Masum lascerà che il Parlamento nomini un primo ministro che formi «un governo inclusivo accettabile da tutte le componenti della società» e ha ammonito le forze di sicurezza irachene ad astenersi da interferenze nel processo politico democratico del Paese.
Durante la notte il vicepresidente del Parlamento Haider al-Abadi ha annunciato che l'Alleanza Nazionale Irachena (che raccoglie i principali partiti della comunità sciita) sarebbe pronta a nominare un primo ministro, scaricando di fatto al-Maliki.
In base ad accordi non scritti imposti dall'epoca dell'invasione e dell'occupazione statunitense del paese, la carica di primo ministro spetta a uno sciita, quella di presidente del Parlamento a un sunnita e quella di presidente della Repubblica a un curdo.

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28/07/2014

Iraq - Moschee rase al suolo e cristiani in fuga. E Maliki non molla l’osso

La moschea del profeta Younis a Mosul, rasa al suolo dall’Isil

Un’altra domenica di sangue quella appena trascorsa per il popolo iracheno. Numeri dal sapore di strage: almeno 374 morti nell’ultimo giorno di Ramadan in una serie di attentati terroristici, autobomba e scontri tra miliziani e forze militari, 78 i feriti. Dalla provincia di Diyala e Salah-a-din, occupate dalle milizie dell’Isil da inizio giugno, fino a Baquba, Fallujah e Mosul, tutto il paese è preda di violenze e settarismi, mentre i jihadisti rafforzano le proprie posizioni.

Ai massacri si aggiunge il rapimento del presidente del consiglio comunale di Baghdad da parte di miliziani sciiti: preso insieme alle quattro guardie del corpo, Riyadh al-Adhad, è stato poi liberato grazie all’intervento del religioso Qais al-Khazali. L’azione, guidata da uomini armati sciiti è la dimostrazione che a destabilizzare l’Iraq non sono solo i miliziani dell’Isil, ma anche nuovi gruppi sorti per difendere le città dall’avanzata jihadista e per fare pressioni sull’attuale premier iracheno, mal visto da gran parte della popolazione.

Simbolo dei settarismi che stanno insanguinando il paese da ben prima dell’offensiva lanciata da Al-Baghdadi, autoproclamatosi califfo di Iraq e Siria, è la distruzione di tre moschee nell’arco di una settimana. L’ultima è stata fatta saltare in aria ieri, a Mosul: una moschea del XIV secolo, dedicata al profeta Giorgio. Prima erano state riempite di esplosivo le moschee dei profeti Seth e Jonah (o Younis), considerate dall’Isil luoghi di apostasia e non di preghiera. A crollare importantissimi siti per l’eredità archeologica e storica del paese, ma anche simboli della coesistenza pacifica delle religioni: alcuni dei profeti le cui spoglie erano conservate nelle moschee distrutte sono profeti riconosciuti sia dall’Islam che dal cristianesimo.

Mosul è stretta nella morsa jihadista. Prima città a venire occupata il 9 giugno scorso, vive un costante sentimento di terrore: rapimenti, autobomba, mancanza di carburante e di medicinali e continui blackout, a cui si aggiunge l’imposizione della Shari’a, la legge islamica, sulla popolazione. I miliziani dell’Isil hanno dettato le loro regole, durissime, la cui principale conseguenza è l’espulsione della comunità cristiana e di altre minoranze religiose, da una città – quella di Mosul – considerata da sempre un melting pot culturale e etnico: la scorsa settimana i jihadisti hanno dato un ultimatum ai cristiani, conversione all’Islam o la morte. Al bando perfino le t-shirt con su numeri o lettere; le donne sono costrette a coprirsi interamente e usare colori scuri, agli uomini è vietato giocare a carte o a domino e fumare il narghilè. Bloccato l’arrivo in città di tabacco.

“La distruzione delle moschee ci ha fatto soffrire, così come l’espulsione dei cristiani – racconta alla stampa un impiegato pubblico, rimasto anonimo – Hanno ucciso la città, questo paese è finito. È come se ci avessero ucciso dentro”. Chi può fugge: secondo dati delle Nazioni Unite, negli ultimi due mesi, sono scappati dalle proprie case oltre un milione di persone, molte delle quali hanno cercato scampo a nord, in Kurdistan.

Sul piano politico, continua la battaglia personale del premier Maliki per non abbandonare la poltrona e dire addio all’occasione di un terzo mandato consecutivo come primo ministro. Eppure ora è il suo stesso partito, Stato di Legge, a cercare un candidato premier che sia accettato anche dal resto delle fazioni politiche irachene. Da mesi il nome di Maliki divide lo spettro politico del paese, ritardando la formazione di un governo di unità nazionale in grado di affrontare con più forza l’avanzata dell’Isil.

Ieri notte i leader sciiti si sono incontrati per discutere nomi alternativi a quello di Maliki, mentre il suo stesso partito il giorno precedente dichiarava in un comunicato stampa che “tutti i politici devono aderire al principio del sacrifico per il bene del paese”. Il ben servito potrebbe arrivare presto, anche per mancanza di numeri: alle elezioni di fine aprile, Maliki ha ottenuto solo la maggioranza relativa e ha bisogno del sostegno di parte del parlamento per poter tornare a governare. Ma sembrano pochi quelli intenzionati a sostenerlo, sia tra le fazioni sciite più piccole che nella frammentata compagine sunnita.

Dopo l’elezione del presidente del parlamento, inoltre, giovedì scorso l’Iraq ha scelto il suo nuovo presidente, il curdo Fouad Massoum, che ha ottenuto 211 voti su 269. Ora che anche il presidente è stato scelto, ai parlamentari restano solo 15 giorni per nominare il primo ministro, secondo quanto previsto dalla costituzione.

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14/07/2014

Iraq - Altro stallo del parlamento, l’Isil vicina a Baghdad

Un altro fallimento politico, mentre gli islamisti proseguono nell’avanzata. Ieri il parlamento iracheno si è di nuovo riunito nel tentativo di formare il governo. La sessione si è conclusa, come la prima volta, con un nulla di fatto: il presidente del parlamento ad interim, Mahdi Hafez, ha annunciato che “nessun tipo di accordo è stato raggiunto tra i vari blocchi politici”. Rimandato tutto a domani.

Eppure sabato le fazioni sunnite avevano fatto sapere di aver trovato l’unanimità sul nome del proprio candidato a presidente del parlamento (carica che tradizionalmente in Iraq è affidata ad un sunnita). Al presidente spetta poi nominare il futuro premier, chiamato a formare il governo. La scelta era caduta su Salim al-Juburi, che ha però rifiutato perché non tutti i partiti rappresentanti in assemblea lo avrebbero votato. “Noi eravamo pronti, con il nostro candidato, ma gli altri non hanno presentato il loro – ha accusato il parlamentare sunnita Usama al-Nujaifi, ex presidente del parlamento – Il paese sta completamente collassando e abbiamo bisogno di unità. Ogni ritardo significa più uccisioni e più rifugiati”.

Continui rinvii dal sapore di irresponsabilità, con un paese allo stremo, per un terzo occupato dalle milizie dell’Isil e per un’altra parte sotto il controllo ufficioso della regione autonoma del Kurdistan. Ieri i jihadisti hanno lanciato una nuova offensiva in comunità sunnite vicinissime alla capitale, occupando a Dhuluiyah, a 80 km da Baghdad: hanno assunto il controllo delle tre stazioni di polizia, della sede del consiglio municipale e del tribunale. Secondo testimoni, sono arrivati a bordo di 50 o 60 veicoli alle 3 di notte. La città è caduta dopo un mese di combattimenti: il 14 giugno scorso l’esercito di Baghdad era riuscito a spingere indietro l’offensiva grazie al sostegno della milizia sciita Asaib Ahl al-Haq.

Dopo la presa di Dhuluiya, l’Isil ha bombardato un ponte che conduce alla vicina città sciita di Balad, presidiata dall’esercito. La marcia su Baghdad, minacciata il mese scorso dai miliziani di Al-Baghdadi, si sta realizzando, mentre il premier Maliki – sostenuto dalla coalizione Stato di Legge – non intende fare passi indietro. Non c’è bisogno di un’altra persona, insiste, esacerbando ulteriormente il settarismo interno. Secondo il partito del primo ministro, alla fine sia il presidente curdo Barzani che le fazioni sunnite accetteranno di tornare sotto l’ala di Maliki. Una speranza con poche basi: al-Juburi, candidato presidente del parlamento per i sunniti, ha firmato un documento nel quale dichiara che se vincerà la poltrona si riterrà il rappresentante delle sei province sunnite irachene, e quindi la loro volontà di vedere Maliki alla porta.

A nord, i curdi proseguono nel rafforzamento delle posizioni, con l’intenzione di garantirsi sul terreno l’indipendenza da tempo anelata. Venerdì il Kurdistan iracheno ha fatto sapere di aver preso il controllo di alcuni giacimenti petroliferi a nord, da tempo contesi con il governo di Baghdad e oggi occupati per l’assenza di forze militari governative.

E mentre il numero dei miliziani nei ranghi dell’Isil sembra aumentare costantemente, Human Rights Watch riporta del sanguinoso tentativo del governo centrale di fermare l’avanzata: dal 9 giugno, secondo un rapporto dell’organizzazione pubblicato l’11 luglio, le forze di sicurezza irachene avrebbero giustiziato almeno 255 prigionieri sunniti in sei città irachene (tra cui Mosul, Tal Afar, Baaquba, Jumarkhe, Rawa). Almeno otto di loro sarebbero stati minori di 18 anni. Un’atrocità, dice l’HRW, definibile crimine di guerra: “Giustiziare prigionieri è un’oltraggiosa violazione del diritto internazionale – ha detto Joe Stork, vice direttore di HRW in Medio Oriente – Mentre il mondo intero giustamente denuncia le atrocità dell’Isil, non dovrebbe chiudere gli occhi sugli omicidi settari da parte del governo”.

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10/07/2014

Iraq - Uranio nelle mani dell’Isil. Aiea: rischio basso

Dopo quello sulle armi chimiche, il governo di Baghdad lancia l’allarme nucleare: nelle mani dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isil) sono finiti circa 40 chilogrammi di uranio conservati nei laboratori di ricerca dell’Università di Mosul. Lo ha riferito l’inviato iracheno alle Nazioni Unite, ma per l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) e per gli Stati Uniti  il rischio che i jihadisti possano costruirci armi atomiche è “basso”, infatti, non si tratterebbe di uranio impoverito. E anche nel caso del vecchio magazzino di Muthanna, a nord-ovest della capitale, in cui sono stoccati 2.500 missili caricati con gas sarin, adesso controllato dai miliziani dell’Isil, Washington ritiene che il pericolo di un impiego bellico sia basso.

Nonostante il “basso grado” di rischio rappresentato dall’arsenale chimico che fu di Saddam Hussein e dal materiale nucleare dell’università di Mosul, resta il fatto che i combattenti jihadisti sembrano inarrestabili, Baghdad è incapace di reagire all’offensiva iniziata un mese fa e cerca aiuto al Palazzo di Vetro.

Nelle ultime settimane l’Isil ha occupato gran parte dell’Iraq nord-occidentale, imponendo la propria legge, basata sulla sharia, alla popolazione e costringendo alla fuga oltre un milione di persone. Secondo l’Onu, sono almeno 2.417 i morti nei combattimenti tra Isil e Forze armate irachene, tra cui 1.531 civili.

Intanto, sul fronte politico interno le cose non vanno meglio. Il premier Nouri al Maliki, riconfermato alla guida del governo sciita per la terza volta lo scorso 30 aprile, non vuole farsi da parte, malgrado le pressioni internazionali, e la mancanza di un accordo tra i blocchi politici sui nomi dei candidati per le tre più alte cariche dello Stato, assegnanti su base confessionale (Presidente curdo, primo ministro sciita, presidente del Parlamento sunnita), ha fermato i lavori parlamentari. La prossima seduta del Consiglio dei rappresentati, il Parlamento iracheno, è stata rinviata al 12 agosto.

Maliki ha fatto appello all’unità del popolo iracheno e ha parlato di una “cospirazione” contro il Paese. Si è scagliato contro i curdi, accusandoli di sostenere i jihadisti e di avere trasformato la provincia di Irbil, sotto il loro controllo, in un paradiso per i combattenti sunniti, in una base per le loro operazioni belliche sostenute dai baathisti dell’ex regime di Saddam Hussein.

Accuse negate con vigore dal governo della regione autonoma del Kurdistan. Maliki e il presidente curdo Massoud Barzani sono ai ferri corti: quest’ultimo ha detto di non sentirsi più vincolato dalla Costituzione irachena e giorni fa aveva annunciato l’intenzione di indire un referendum per l’indipendenza del Kurdistan dall’Iraq nel giro di qualche mese. Ha aggiunto che i partiti curdi non parteciperanno a un esecutivo guidato da Maliki.

Barzani non è l’unico nemico del premier sciita. Due giorni fa sono intervenute anche le tribù sunnite che hanno chiaramente espresso il loro sentimento verso il potere centrale: discriminate e escluse dalla vita politica e economica del paese per anni, oggi molte delle comunità sunnite irachene sostengono l’avanzata dell’Isil, nell’intenzione di usare i jhadisti per riprendere il controllo dell’Iraq e poi liberarsene.

Una protesta che arriva da lontano e che era esplosa con forza alla fine dello scorso anno quando gruppi sunniti organizzarono campi di protesta nella città di Ramadi, nella provincia di Anbar. Inizialmente Maliki reagì con una dura repressione delle proteste, arresti di leader e del ministro delle Finanze al-Issawi. Alle manifestazioni sunnite si aggiunse però la prima offensiva dell’Isil che a dicembre occupò Fallujah e Ramadi, primo passo verso l’avanzata di giugno.

Intanto, ieri la polizia irachena a scoperto i corpi di 53 uomini tra i 25 e i 40 anni giustiziati in un’area sciita a sud di Baghdad, nella cittadina di Hamza al-Gharbi, nella provincia di Babil. Si tratta di un’area che non ha visto significative attività dell’Isil che pure ha fatto incursioni nei sobborghi meridionali di Baghdad. In risposta le milizie sciite hanno rastrellato chiunque fosse sospettato di legami con i jihadisti e molti sono stati uccisi.

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09/07/2014

Iraq - L’Isil si prende le armi chimiche di Saddam

di Chiara Cruciati

Il governo di Baghdad lancia l’allarme: i miliziani dell’Isil hanno assunto il controllo di un vecchio magazzino di armi chimiche a nord ovest della capitale, a Muthanna. I jihadisti hanno preso i bunker 13 e 41 nel complesso, grande quasi 50 km. All’interno almeno 2.500 missili pieni di gas sarin. Ad annunciarlo è stato l’ambasciatore iracheno alle Nazioni Unite, Mohamed Ali Alhakim, che ha contattato direttamente il segretario generale Ban Ki-moon.

Nel bunker 13 sono stipati 2.500 missili di 122 mm, prodotti e riempiti di sarin prima del 1991, e circa 180 tonnellate di cianuro di sodio, agente altamente tossico utilizzato per produrre il tabun. Secondo l’Onu il bunker fu bombardato durante la prima guerra del Golfo, nel febbraio 1991, e i missili sarebbero stati parzialmente danneggiati. In ogni caso le munizioni al sarin sarebbero state di cattiva qualità e ampiamente danneggiate nel corso degli anni. Il bunker 41 contiene invece 2.000 missili di artiglieria vuoti e materiali da costruzione contaminati. Dopo la guerra, gli ispettori delle Nazioni Unite si recarono a Muthanna per distruggere gli impianti di produzione e smaltire le armi chimiche, per ripartire poco prima l’invasione statunitense del 2003.

Poco allarmati appaiono anche gli Stati Uniti secono i quali le armi in questione non sono intatte e sarebbe difficile per gli islamisti utilizzarle a fini militari. Minaccia concreta o meno, la presa dell’ex magazzino militare è l’ennesimo esempio delle capacità dell’Isil che continua ad avanzare e si avvicina pericolosamente alla capitale irachena. È anche l’esempio delle mancanze del governo Maliki che, come ha sottolineato lo stesso ambasciatore, “è stato incapace di rispettare gli obblighi di distruggere gli arsenali chimici” a causa del deteriorarsi della situazione.

Insomma, Baghdad non è in grado di fermare l’Isil, che quindi intervenga l’Onu. Questo il contenuto della lettera della rappresentanza irachena al Palazzo di Vetro. Un’ammissione che Maliki dovrebbe tenere in considerazione e accettare di farsi da parte per permettere un accordo politico tra le diverse fazioni irachene. Ieri sono intervenute anche le tribù sunnite che hanno chiaramente espresso il loro sentimento verso il potere centrale: discriminate e escluse dalla vita politica e economica del paese per anni, oggi molte delle comunità sunnite irachene sostengono l’avanzata dell’Isil, nell’intenzione di usare i jhadisti per riprendere il controllo dell’Iraq e poi liberarsene.

“Non c’è via di uscita – ha detto Najih al-Mizan, leader della tribù Albu-Rahman, a nord di Samarra, nella provincia di Salah-a-din – Formeremo il nostro territorio federale sulla base della costituzione irachena”. Ovvero, una regione autonoma da Baghdad all’interno di un Iraq unito. Fino a quando Maliki resterà premier, i sunniti non arretreranno: questo il messaggio della comunità che, oltre alla rimozione del primo ministro, punta alla creazione di un sistema giudiziario autonomo, ad un governo tecnico di emergenza e allo smantellamento delle milizie sciite, spiega al-Mizan.
 
Una protesta che arriva da lontano e che era esplosa con forza alla fine dello scorso anno quando gruppi sunniti organizzarono campi di protesta nella città di Ramadi, nella provincia di Anbar. Inizialmente Maliki reagì con una dura repressione delle proteste, arresti di leader e del ministro delle Finanze al-Issawi. Alle manifestazioni sunnite si aggiunse però la prima offensiva dell’Isil che a dicembre occupò Fallujah e Ramadi, primo passo verso l’avanzata di giugno.

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