Le riforme del premier al-Abadi potrebbero non vedere la luce. Il
parlamento iracheno lunedì ha votato all’unanimità per impedire al primo
ministro di procedere con le tanto attese riforme istituzionali senza
prima l’approvazione parlamentare. Uno scontento che ha investito anche
il partito di al-Abadi, Stato di Legge: la scorsa settimana 60
parlamentari del partito hanno minacciato di togliere il proprio
appoggio al pacchetto di riforme se fosse mancata ancora la
consultazione interna.
Tutto lo spettro parlamentare iracheno (328 parlamentari) accusa il
premier di violare la costituzione, cercando di bypassare le camere. Tra
le misure promosse dal primo ministro e che, dopo mesi di annunci, non
si sono ancora concretizzate, c’era la cancellazione delle
poltrone di vice presidenti e di vice primi ministri (che farebbe
perdere il posto anche all’ex premier al Maliki), il taglio degli
stipendi per i dipendenti governativi, il taglio del 45% dei compensi
dei parlamentari, l’allontanamento di funzionari corrotti o
incompetenti.
Con un obiettivo chiaro: combattere il sistema di corruzione che
pervade ogni settore delle istituzioni, ogni ufficio, e che ha fatto
dell’Iraq uno dei paesi più corrotti al mondo. Un clientelismo
che si traduce nell’ampia incompetenza di molti dipendenti pubblici e
rappresentanti delle istituzioni che sta bloccando il già difficile
cammino verso la ricostruzione del paese post-invasione Usa.
Se prima la colpa veniva addossata all’ex primo ministro Maliki,
messo al potere dagli Stati Uniti, e fautore di un sistema capillare di
clientelismi e corruzione, oggi a fermare le tanto anelate riforme è
l’intero parlamento. L’ennesimo stop ad una rivoluzione interna
necessaria a combattere i mali intrinsechi del sistema politico
iracheno, fondato su settarismi (le cariche sono distribuite in base
all’appartenenza religiosa ed etnica) e scarsa trasparenza, su poteri
ufficiosi e paralleli a quelli statali che usano le istituzioni per
distribuire favori e garantirsi consenso. Le conseguenze sono
visibili: dopo otto anni di invasione Usa, Baghdad non è mai stato in
grado di ricostruire il paese, di fornire servizi efficienti alla
popolazione, di rilanciare un’economia devastata. E, oggi, di reagire
con efficacia alla minaccia dell’Isis, che occupa un terzo del paese.
A premere sull’acceleratore avevano provato ad agosto e settembre i cittadini: migliaia di sciiti
sono scesi in piazza per settimane nelle città di Baghdad, Najaf,
Karbala, Bassora, Nassiriya, montato tende di protesta e affrontato la
polizia per chiedere riforme che trasformassero il volto dell’Iraq.
Basta settarismi, basta corruzione, basta disoccupazione strutturale e
mancata redistribuzione della ricchezza: questo ha chiesto un movimento
popolare, di base, formato da laici, liberali, religiosi, comunisti,
nazionalisti, da studenti, donne, lavoratori.
La bocciatura palese del parlamento al premier non preannuncia un futuro positivo:
il timore di molti è che si apra la strada alla sfiducia o alla
rimozione del premier, a partire proprio dal suo stesso partito.
A cui forse i tentativi di al-Abadi di soffocare le divisioni settarie
cercando una conciliazione interna tra le diverse anime irachene (kurdi,
sciiti e sunniti) appaiono come un modo per togliere quel potere
ufficioso che i politici iracheni usano per mantenere le loro posizioni.
“Quello che è successo oggi [lunedì, ndr] è un campanello
d’allarme di ritiro della fiducia al primo ministro e al governo – ha
commentato Hussein al-Maliki, parlamentare di Stato di Legge – Noi siamo
d’accordo con le riforme ma queste devono essere realizzate all’interno
della costituzione e non al di fuori e non bypassando il parlamento”.
A preoccupare è il ruolo svolto dall’ex premier al Maliki,
oggi uno dei vice presidenti. La protesta parlamentare è nata proprio
dalla sua decisione – adottata poi dagli altri vice presidenti – di
ignorare la cancellazione della loro poltrona e di restare negli uffici.
Il potere di cui gode al-Maliki dopo otto anni di governo è consistente
ed investe tutto il paese, grazie alla rete clientelare costruita
all’interno delle istituzioni civili e militari. E potrebbe mettere in
serio pericolo il futuro del paese.
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