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30/11/2015

L’ultima frontiera del femminismo proibizionista: vietare la chirurgia estetica!

Proibizioniste e dame della temperanza.
Passavano il tempo a proibire l’alcool e a cacciare via prostitute.
Che certo femminismo sia diventato autoritario potete notarlo voi stesse. Potete vederlo nella maniera che hanno di imporre il loro punto di vista, senza capacità di ascolto per le diversità. Succede nell’ambito dell’antiviolenza, del sex working autodeterminato, del porno, delle immagini hot. Succede con i libri, con alcuni film, si pensi alla richiesta di censura sul film delle 50 sfumature di grigio che a loro parere “istigava alla violenza sulle donne”. Fino ad arrivare a quel che succede anche qui da noi, con l’accusa di compiere reati quando evitiamo di sostituirci alle donne che si raccontano e diamo voce alle loro rivendicazioni. Parlo delle sex workers, le attrici porno, le webcam girl, per poi arrivare ai divieti di indossare il velo, ancora per il bene delle donne, invocando leggi autoritarie, giustizialismi e carcere.

Denuncio questa deriva autoritaria fin dal momento in cui mi resi conto di quel che stava per arrivare in Italia. Negli Stati Uniti va avanti così da parecchio e in Europa c’è un gruppo egemone che parla di divieti a tutti i livelli. La libera scelta delle donne non esiste più. Ci sono alcune donne che si autoeleggono in rappresentanza di tutte, che giudicano quelle che si spogliano, o si vestono, quelle che si velano o non si velano, quelle che lavorano, purché facciano i lavori che dicono loro. Sorvegliano l’uso che facciamo dei nostri uteri, parlando di genitorialità di coppie gay e bambini concepiti per essere cresciuti da queste coppie. Parlo del fatto che, per esempio, i linguaggi si fanno sempre più orribili, i toni esasperati e le censure richieste e auspicate con qualunque mezzo. Tutto pur di mettere un bavaglio in bocca a chi esprime opinioni diverse.

Delle femministe radicali, quelle che sorvegliano anche la sessualità delle donne, giacché non puoi farlo sporco, non puoi farlo sadomaso, non puoi far nulla che loro stesse non farebbero, ricordo che sono le stesse femministe che sono transofobe perché concludono che le trans “non sono donne” e che anzi, sarebbero “infiltrate” nei movimenti femministi. Demonizzare le donne dicendo di voler salvare le donne è l’ultima meta di una serie di cadute dogmatiche del femminismo. Scopro ora che un’altra femminista radicale afferma con decisione, così come alcune hanno già fatto anche in Italia, che la libera scelta ha dei limiti (imposti da loro, evidentemente) e che sarebbe utile vietare la chirurgia estetica.

Dimenticavo di dire che il femminismo sta alla tappa del più feroce proibizionismo e che per alcune rappresenta una sorta di cattiva religione che tutto vede e sa e nulla permette senza che le sacerdotesse vi diano l’autorizzazione. Il rispetto per l’autodeterminazione delle donne non sembra più importante. Gli slogan come il corpo è mio e lo gestisco io non valgono più. Le donne vanno vittimizzate, infantilizzate, private del diritto di scelta, dunque patologizzate, o criminalizzate se si ostinano a pensare con la propria testa. La tizia di cui parlo si chiama Dr Clare Chambers, autrice del libro Sesso, cultura e giustizia: I limiti della scelta, e sostiene che lo Stato dovrebbe occuparsi delle donne che usano la chirurgia estetica. Dimenticavo che l’altra tendenza di certo femminismo è quella di consegnare i corpi delle donne allo Stato patriarcale, al grande padre, affinché provveda a sorvegliarci, “proteggerci” e impedirci di fare cattive scelte. Evocano il patriarcato “buono”. Esultano quando un paternalista qualunque bacchetta femministe che difendono le libere scelte delle donne e tutti allegramente insieme rendono difficile la vita di donne che scelgono liberamente tutto ciò che a quelle femministe non piace.

La Chambers dice che la chirurgia estetica viene usata a causa di pressioni sociali. Può anche essere così ma che diritto ha lei o altre come lei di scegliere al posto delle donne? Da quando il femminismo oltre a decostruire e sovvertire finisce per vietare quello che alcune non preferiscono? In Inghilterra parte allora una campagna contro chi pubblicizza la chirurgia estetica, firmata subito dalla dottoressa Chambers. In un programma della BBC radio lei fu ascoltata da circa tre milioni di persone. La chirurgia estetica viene demonizzata, senza pensare che ci sono casi di disforia vera e propria che la chirurgia estetica può guarire. Capita che una persona non si piace così com’è e tende a quello che vorrebbe diventare. Chi ha deciso cosa va bene per la propria salute e cosa no? Farsi trapiantare un rene va bene e migliorare il proprio aspetto invece no?

Potrei quasi essere d’accordo con le premesse del ragionamento. Esiste la chirurgia estetica invasiva, usata per “conformarsi”, ma chi siamo noi per decidere quello che può o non può fare un’altra donna? E poi perché parlarne sempre e solo al femminile? Tantissimi uomini ricorrono alla chirurgia estetica e nessuno si preoccupa del loro stato di salute giacché si sa che le donne sono vittime per antonomasia e che agli uomini, invece, ben gli sta. Il libro della Chambers parte dalla esatta considerazione – o dagli stessi pretesti – da cui partono altri ragionamenti del femminismo proibizionista. All’improvviso, queste donne che sono state definite ancelle del liberismo, perché in nome dell’unione tra donne, da siglare per combattere la violenza, hanno cancellato la differenza di classe, si sono accorte che il liberismo è dannoso. Peccato fingano di non sapere che il femminismo stesso può diventare uno strumento di guadagno, di denaro, fama, posizione sociale. Può diventare e in parte è diventato un brand che fa marketing per vedere se stesso, anzi, per urlare che la pessima situazione, descritta con cifre allarmanti e toni emergenziali, richiede un intervento forte e massiccio e richiede l’assoluta unione, ancora, delle donne in lotta contro l’uomo. Così in nome della lotta al liberismo (nuova formula prestata a donne borghesi e non libertarie) si censura ancora una volta la differenza di classe e ci si dedica alla superficie delle questioni invece che prevenire le cause economiche che eventualmente possano minare la libertà di scelta.

Cito Chiara Lalli, a proposito dell’ultima crociata contro la maternità surrogata:

«La presunzione di parlare in nome di tutte le donne è pericolosa e miope. E la volontà di difendere le persone dalle loro stesse scelte è paternalistica e anche un po’ ridicola. (…) Ovvero, l’utero è mio ma decidi tu cosa devo farne»

Il punto è che i corpi sono nostri e alcune vorrebbero farli diventare corpi di Stato, assegnando alle istituzioni la facoltà di poter decidere dei nostri corpi. Come possono dimenticare quello che ci viene imposto a proposito di aborto, sessualità e contraccezione? Come si può condividere la posizione di donne che vogliono farci diventare Oggetto di Stato?

Concludo con una riflessione di Manu:

Il cuore della questione non è vietare alle persone di modificare il proprio corpo, ma costruire insieme una società in cui ogni corpo sia accettato. Di certo stigmatizzare chi ricorre alla chirurgia plastica non è una soluzione!
Il proibizionismo e le sovradeterminazioni che lei (la Chambers) propone sono solo un’altra forma di coercizione sociale, un altro canone che si va ad aggiungere a tutti i canoni di “bellezza” che già ci sono imposti. A me francamente sembra una stronzata, una visione del problema che non va al di là del proprio naso. Come tutte le forme di femminismo che cercano di sostituirsi al patriarcato invece di abolirlo.
In questo senso può essere interessante il lavoro di Orlan: è un’artista che ha centrato il suo lavoro sulla modifica del corpo attraverso la chirurgia estetica, rivendicando il diritto di modificare il proprio corpo e giocando con i canoni di bellezza costruendone uno proprio che è una sorta di collage di tanti canoni; rendeva pubbliche le sue operazioni chirurgiche con performance auto-ironiche e mai polemiche.

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