di Chiara Cruciati
Il governo di Baghdad
lancia l’allarme: i miliziani dell’Isil hanno assunto il controllo di un
vecchio magazzino di armi chimiche a nord ovest della capitale, a
Muthanna. I jihadisti hanno preso i bunker 13 e 41 nel complesso, grande
quasi 50 km. All’interno almeno 2.500 missili pieni di gas sarin. Ad
annunciarlo è stato l’ambasciatore iracheno alle Nazioni Unite, Mohamed
Ali Alhakim, che ha contattato direttamente il segretario generale Ban
Ki-moon.
Nel bunker 13 sono stipati 2.500 missili di 122 mm, prodotti e
riempiti di sarin prima del 1991, e circa 180 tonnellate di cianuro di
sodio, agente altamente tossico utilizzato per produrre il tabun.
Secondo l’Onu il bunker fu bombardato durante la prima guerra del
Golfo, nel febbraio 1991, e i missili sarebbero stati parzialmente
danneggiati. In ogni caso le munizioni al sarin sarebbero state di
cattiva qualità e ampiamente danneggiate nel corso degli anni. Il bunker 41 contiene invece 2.000 missili di artiglieria vuoti e materiali da costruzione contaminati.
Dopo la guerra, gli ispettori delle Nazioni Unite si recarono a
Muthanna per distruggere gli impianti di produzione e smaltire le armi
chimiche, per ripartire poco prima l’invasione statunitense del 2003.
Poco allarmati appaiono anche gli Stati Uniti secono i quali
le armi in questione non sono intatte e sarebbe difficile per gli
islamisti utilizzarle a fini militari. Minaccia concreta o
meno, la presa dell’ex magazzino militare è l’ennesimo esempio delle
capacità dell’Isil che continua ad avanzare e si avvicina
pericolosamente alla capitale irachena. È anche l’esempio delle mancanze
del governo Maliki che, come ha sottolineato lo stesso ambasciatore, “è
stato incapace di rispettare gli obblighi di distruggere gli arsenali
chimici” a causa del deteriorarsi della situazione.
Insomma, Baghdad non è in grado di fermare l’Isil, che quindi
intervenga l’Onu. Questo il contenuto della lettera della rappresentanza
irachena al Palazzo di Vetro. Un’ammissione che Maliki dovrebbe tenere
in considerazione e accettare di farsi da parte per permettere un
accordo politico tra le diverse fazioni irachene. Ieri sono intervenute anche le tribù sunnite che hanno chiaramente espresso il loro sentimento verso il potere centrale:
discriminate e escluse dalla vita politica e economica del paese per
anni, oggi molte delle comunità sunnite irachene sostengono l’avanzata
dell’Isil, nell’intenzione di usare i jhadisti per riprendere il
controllo dell’Iraq e poi liberarsene.
“Non c’è via di uscita – ha detto Najih al-Mizan, leader
della tribù Albu-Rahman, a nord di Samarra, nella provincia di
Salah-a-din – Formeremo il nostro territorio federale sulla base della
costituzione irachena”. Ovvero, una regione autonoma da Baghdad
all’interno di un Iraq unito. Fino a quando Maliki resterà
premier, i sunniti non arretreranno: questo il messaggio della comunità
che, oltre alla rimozione del primo ministro, punta alla creazione di un
sistema giudiziario autonomo, ad un governo tecnico di emergenza e allo
smantellamento delle milizie sciite, spiega al-Mizan.
Una protesta che arriva da lontano e che era esplosa con
forza alla fine dello scorso anno quando gruppi sunniti organizzarono
campi di protesta nella città di Ramadi, nella provincia di Anbar.
Inizialmente Maliki reagì con una dura repressione delle proteste,
arresti di leader e del ministro delle Finanze al-Issawi. Alle
manifestazioni sunnite si aggiunse però la prima offensiva dell’Isil che
a dicembre occupò Fallujah e Ramadi, primo passo verso l’avanzata di
giugno.
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