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giovedì 31 luglio 2014

Nibali vince, il ciclismo italiano fallisce


Riceviamo e pubblichiamo da un nostro lettore in seguito alla vittoria del Tour de France da parte di Nibali.

Domenica, guardando l’ultima tappa del Tour ricevo una email che mi segnala l’articolo di infoaut sul tema. Credo sia la prima volta che in ambito antagonista qualcuno parla di ciclismo e mi butto a leggere (dividendo il monitor tra Raisport e Firefox).
Renzi cerca Nibali per un “selfie”… #fastidio. Da fiorentino, cicloamatore: tanto fastidio. Ma perché? L’articolo di Infoaut pone – giustamente – due problemi: in primis la questione della retorica, e in seconda battuta la questione doping. Secondo me si può aggiungere anche qualcos’altro.

Spesso, per non dire sempre, i rappresentanti delle classi dominanti, per motivi quasi “d’ufficio”, si complimentano con gli atleti nazionali: a seconda poi della sensibilità sportiva dei singoli si hanno casi più o meno folcloristici: dai recentissimi selfie della Merkel negli spogliatoi in Brasile, alle sgambatelle di Bush con Armstrong, dalle foto di Mortadella Prodi con il Pirata, fino, a ritroso, alle foto di Bartali (icona democristiana) e Coppi (lettore de “l’Unità” e icona dell’allora “sinistra”) dal Papa Pio XII (già, a proposito di compromesso storico). E che dire della telefonata di De Gasperi a Bartali il giorno dopo l’attentato a Togliatti? Altro che “selfie”… Povero Renzino, ora che non può più sostenere il renziano Perdelli ai mondiali, lasciamogli almeno Vincenzo (sperando che non gli porti sfiga!).
Il problema, quindi, non è il rapporto tra classe dominante e vincitori “in sé”… ma andiamo avanti.

L’articolo di Infoaut tocca anche la questione del doping e della sua retorica, che è vecchia quanto il cucco. Per chi segue questo sport da vicino, per chi non festeggia San Valentino perché è il giorno in cui morì il Pirata, per chi in estate inizia a pulire la bici da corsa tutte le domeniche, per chi sulle Tre Cime di Lavaredo a tifare Riccò c’era, per chi ha corso da ragazzino fino ai dilettanti, insomma per noi, è quasi diventato un tema abbastanza “noioso”. Il doping c’è, c’è sempre stato, dai tempi dell’intervista a Coppi dove spiegava che nella seconda borraccia c’era “la bomba”, fino ad oggi. Si può solo fissare delle quantità da non superare in modo da non creare disparità tra i ciclisti, ma non si può eliminare; nel ciclismo come altrove, ma nel ciclismo, dalla morte di Simpson in poi, è diventato argomento di discussione: fa vendere giornali e, per riflesso mediatico, convince una ciurma di poveri ciclo-babbei con i capelli brizzolati a iniettarsi sostanze rischiose per far bella figura una domenica all’anno nelle gare amatoriali, creando un notevole business a tutti i livelli.
Il doping non intaccherà mai di una virgola le imprese epiche del ciclismo. Per qualsiasi amante delle due ruote, cicloturista, appassionato di ciclismo, Merckx era “il cannibale” prima e dopo le lacrime per l’accusa di doping; noi sappiamo che Marco non è morto né di doping né di cocaina, ma semplicemente di giornalismo.
Quindi: cos’è che dà noia nella retorica Renziana? Il fatto che si complimenti con un campione nazionale? Il fatto che lo usi come icona? Sì ma c’è di più. La questione doping? No, non è lì il problema.

Dà noia la retorica dell’ennesimo presidente del consiglio del Belpaese che parla e non fa. Se fa, fa poco, e male. Come sempre. Dalla ricerca al lavoro, dalla disoccupazione ai trasporti, dalle “riforme” allo sport, tra cui il ciclismo.
Il problema non è il selfie o il rapporto dello spaccone di Rignano (amici di Infoaut: Rignano, please, non Firenze!) con il campione: il problema è chi è Renzi, cosa sta facendo, e, nella fattispecie, cosa non sta facendo per l’italia, e per il ciclismo.
Questa è l’ultima stagione ciclistica che coinvolgerà direttamente capitali italiani: le case produttrici italiane di bici che hanno fatto la storia del ciclismo e della bicicletta stessa (Campagnolo per la componentistica, e Bianchi per i telai) trasferiscono i loro capitali altrove, là dove conviene, dove li porta il capitale; e per gli sponsor italiani la stagione (Pro-Tour) 2014 è l’ultimo canto del cigno.

Venti anni fa le squadre italiane erano 8 (senza contare la “Mercatone” di Re Leone Cipollini, poi del Pirata, di Baffi e Bartoli, con sede a San Marino):

1) “Carrera-Tassoni”, quella Carrera che ha vinto giri e tour con Visentin, Roche e che poi ha tirato fuori Chiappucci e Pantani, forse i ciclisti più spettacolari di tutti i tempi

2) “Gewis-Ballan” di Ugrumov, di Argentin, Furlan e Berzin primo secondo e terzo alla Freccia vallone di quell’anno, che se la giocarono al foto-finish

3) “GB-MG maglificio” di Pascal Richard, Musseuw e Fabio Baldato

4) “Lampre-Panaria” di Maurizio Fondiest, Jan Svorada e Abdoujaparov

5) “Mapei-CLAS” di Ballerini, Rominger e Tonkof

6) “Navigare Bluestorm” di Podenzana,

7) “Team Polti” di Gianni Bugno due volte campione del Mondo

8) “ZG Selle Italia” di Ghirotto, Perini e Cacaito Rodriguez.

Da 8 squadre a zero è un bel salto! Verrebbe da dire che è il salto dell’Italia tutta, non solo ciclistica, degli ultimi 20 anni, e di paragoni con l’economia e con la politica ne verrebbero molti in mente, ma restiamo concentrati sulle due ruote (per quanto è possibile…).

Il tempio del ciclismo su pista, il velodromo Vigorelli, è lasciato a se stesso perché “non ci sono fondi”, il velodromo delle Cascine a Firenze, di cui Renzi è pur stato sindaco, è stato lasciato alle corse dei topi e dalle pantegane più intraprendenti, stufe dei marciapiedi del lungarno.

Da noia, anzi #fastidio, vedere tutti gli anni il gap tra il Tour de France e il Giro d’Italia, mai diventata una vera e propria gara internazionale; il giro di un paese che ha fatto il ciclismo, dall’inventare la bicicletta moderna, con Campagnolo, a produrne i più belli esemplari, e regalare, spesso a coppie di due, generazioni e generazioni di campioni storici: Binda e Guerra, Coppi e Bartali, Maspes e Gaiardoni, Pantani e Cipollini, fino a Basso e Gimondi, e oggi Nibali – augurando a Visconti di fare qualche passetto in più.

Renzi si vuole fare un selfie con Enzo? Ma con che faccia? Cosa fa, festeggia i capitali kazaki dell’Astana che sponsorizzano Nibali? Festeggia la ditta – americana, la Specialized – che produce la bici? La base economica del ciclismo italiano è morta e sepolta, Renzi se ne frega e si bea di un successo non suo, che, pur essendo un successo “italiano”, non verrà utilizzato a vantaggio della “nostra” economia, non aiuterà i disoccupati a trovare lavoro o le “nostre” ditte di bici ad assumere, grazie al fantomatico “job’s act” i nostri coetanei ingegneri, meccanici, designer, che magari dovranno impararsi il kazako.
Altri “selfie” storici, o recenti, di presidenti del consiglio che rappresentano (o rappresentavano) borghesie mature, alle quali andrà contrapposta, prima o poi (più prima che poi, si spera), una forte organizzazione rivoluzionaria, (a me) non danno noia, tutto (mi) sembra nella norma.

La retorica di un contadinello rifatto, pane e chiesa, che ha delle serie difficoltà persino con l’asfalto (dalle piste ciclabili ai marciapiedi), rappresentante di una borghesia idiota che non sa manco fare il suo – sporco – compito, infastidisce, annoia, tedia… #disagia. Vedere un grande campione accanto a un inutile sacco di patate mi darà proprio noia, verrebbe quasi da dirgli, citando il suo slang della campagna elettorale “Prima di parlare di ciclismo, sciacquati la bocca”. Male che vada quando vedrò ‘sto selfie mi prenderò un Maalox, #BeppeGrillo-style.

In attesa di tempi migliori, quando esploderanno definitivamente le contraddizioni di questo modo di produzione, tempi in cui la bici la dovremo usare magari come fece Bartali mettendo nella canna documenti falsi per chi voleva scappare tanto da Auschwitz quanto dalle prigioni fasciste, forse si fa prima a spegnere la televisione e andare ad allenarsi un po’… (magari l’anno prossimo ci organizziamo una granfondo autogestita, in valle da voi, o qui nelle nostre campagne).

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