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domenica 27 luglio 2014

L’indipendenza da Washington ha un prezzo, e si paga in Yuan

Cosa ci fanno XiJinping (e Putin) in America Latina

I presidenti di Cina e Russia hanno partecipato al sesto meeting BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) a Fortaleza, in Brasile, il 15 e 16 luglio passati. Entrambi hanno però realizzato anche numerosi incontri bilaterali in sud e centro-america per firmare accordi commerciali e stringere alleanze strategiche. La qualità degli accordi raggiunti da parte di paesi che rappresentano più di un quarto del P.I.L. mondiale ha fatto parlare dell’inizio concreto di un trasferimento di egemonia economica dall’occidente ai Brics in ascesa. Vediamo cosa si è deciso e quali sono le principali ricadute sul continente sudamericano.

VI Meeting BRICS

Oltre ad aumentare la sinergia politica rispetto alle grandi crisi internazionali e in sede ONU, i Brics avevano un altro grande obiettivo: concretizzare quel fondo di riserva comune di cui si parlava da tempo. Questo infatti il principale evento della sesta conferenza, l’istituzione di una “Banca di sviluppo” e di un fondo di divise di riserva, con un capitale di 100 miliardi di dollari destinato a finanziare progetti di sviluppo ma anche a salvaguardare i paesi brics da future crisi finanziarie o attacchi speculativi. Il fondo verrà presieduto a rotazione e comprenderà l’istituzione di uffici in tutti i paesi Brics.

La Cina

Come era da aspettarsi, il gigante asiatico ha fatto la parte del leone nella convention sudamericana, dato anche che verserà circa la metà dei fondi iniziali della nuova banca, la cui sede principale sarà a Shangai. I Brics hanno infatti un enorme bisogno della liquidità cinese per poter pensare di fondare un sistema di finanziamento credibile e solido, alternativo alla Banca mondiale e al Fondo Monetario Internazionale e fuori dal controllo degli Stati Uniti. La rilevanza del gigante asiatico nella economia del continente è stata poi confermata dai vari ulteriori accordi che Xi Jinping ha sottoscritto in occasione di numerosi incontri bilaterali.

Se storicamente gli investimenti di Pechino si sono rivolti principalmente alle risorse naturali di paesi emergenti (acquisti massivi di terre in Africa, il gas e petrolio venezuelano, i minerali in sudamerica), con l’eccezione di Canada e Australia, l’agenzia di consulenze Rhodium Group segnala che la tendenza ha avuto però una parziale inversione di marcia dopo la crisi del 2008, quando l’indebolimento delle economie occidentali ha consentito un maggior ingresso di capitali cinesi. Nel 2013 la Cina ha raggiunto il terzo posto, dietro Stati Uniti e Giappone, nella classifica dei maggiori investitori mondiali. Gran parte di questo denaro è stato destinato al continente sudamericano, passando gradualmente dal solo acquisto di materie prima alla fornitura di infrastrutture, manifattura di alta gamma, tecnologia agricola, logistica e ricerca e sviluppo, costruendo strade, ferrovie, porti, centrali elettriche e di telecomunicazione.

Gli interessi cinesi in America Latina

La Cina è il maggior partner commerciale del Brasile, considerata da Pechino la “porta d’ingresso all’America Latina”. Lo scorso anno lo scambio commerciale ha raggiunto i 90 miliardi di dollari, di cui però solo 21 in export brasiliano. Questo sbilanciamento si riflette nella tipologia di merci scambiate, dato che i Cinesi continuano a comprare principalmente soia per i loro allevamenti, grano, petrolio, minerali, prodotti dallo scarso valore aggiunto. Inoltre la carne brasiliana trova ancora difficoltà a penetrare nei mercati indiani e cinesi, anche se quest’ultimi hanno finalmente risolto di sospenderne l’embargo sanitario proprio in occasione dell’incontro fra Xi Jinping e Dilma.

I due leader hanno firmato un totale di 32 accordi su vari temi, le principali collaborazioni riguarderanno come sempre le esportazioni di grano e minerali e lo sfruttamento energetico.

Sul primo versante il progetto più ambizioso sarebbe la costruzione, in associazione con il Perù, di una ferrovia transoceanica che attraversi tutto il continente, dal litorale brasiliano a quello peruviano, per facilitare le esportazioni navali verso la Cina. I Cinesi sono pero’ molto interessati ad investire anche nella catena di produzione del petrolio e nella ricerca congiunta per lo sviluppo del trasporto di energia elettrica ad “ultra-alta tensione”. Petrobras è già socia di aziende statali cinesi nello sfruttamento del campo petrolifero di Libra, mentre i due paesi costruiranno assieme le due centrali elettriche di Belo Monte e Rio Tapajós.

Tuttavia il paese a cui sono diretti i maggiori investimenti nella regione rimane il Venezuela. La principale potenza energetica sudamericana ha infatti sviluppato stretti rapporti con Pechino sotto la guida di Chavez, una relazione definita come “associazione strategica per lo sviluppo congiunto” e che ha portato alla fondazione nel 2007 del “Fondo congiunto cino-venezuelano”. Attraverso il fondo Pechino ha versato al Venezuela più di 40.000 milioni di dollari e sottoscritto più di 300 accordi di cooperazione, la maggior parte destinati alla costruzione di ferrovie e trasporti sotteranei e alla messa in orbita di due satelliti. Quello che i Cinesi ricevono in cambio è sempre lo stesso: energia per quella “fabbrica manifatturiera del mondo” che è la loro economia. La sostanza dei 38 nuovi accordi da 4 miliardi di dollari sottoscritti da Maduro e Xi Jinping dopo la visita al pantheon di Simon Bolivar riguarda infatti principalmente forniture di petrolio e minerali. Pechino è il secondo compratore mondiale del greggio venezuelano dopo gli Stati Uniti, e Caracas si è impegnata a fornirle un milione di barili al giorno fino al 2016, quasi il doppio degli attuali 524.000.

Dal Venezuela a Cuba. Il presidente cinese ha concluso il suo viaggio con una visita al paese centroamericano, a pochi giorni dall’approvazione della nuova legge sugli investimenti stranieri con la quale Raul Castro cerca di alleviare la crisi economica cubana. Xi Jinping e 13 grandi imprese cinesi hanno visitato l’isola, interessandosi in particolare alla zona franca del porto di Mariel, dove il governo vuole realizzare un polo industriale con capitali esteri.

Nonostante la visita del premier cinese sia stata salutata quasi unanimemente come una opportunità per il continente di inserirsi nei nuovi equilibri mondiali in formazione, la presenza economica cinese rimane oggetto di molte critiche.

La maggior parte degli analisti hanno infatti sottolineato come le relazioni commerciali dei paesi sudamericani con il partner orientale siano ancora fortemente diseguali e impediscano alle industrie nazionali di svilupparsi, danneggiano i mercati locali.

Vi è inoltre un altro aspetto preoccupante dell’influenza cinese, quello ambientale. Qui la critica prende di mira i danni provocati dalla reiterazione del modello di sviluppo agroesposrtatore e “extraccionista”, come per esempio nel caso dell’acquisto in marzo di 8,1 milioni di ettari di foresta amazzonica ecuadoregna per sfruttare i giacimenti di petrolio che cela, decisione su cui avrà pesato non poco il debito di 7 miliardi di dollari che Quito ha con Pechino, corrispondente al 10% del suo P.I.L. A questo proposito spaventa non poco quello che è forse il progetto più ambizioso dei cinesi in latinoamerica: un concorrente al canale di Panama. Con una operazione che pare proprio un affronto agli Stati Uniti nel loro ex “cortile” di casa, il Nicaragua ha appena approvato il progetto “Grand Canal”, un canale di 280 chilometri che taglierà il paese a metà, collegando i due oceani e surclassando gli 80 chilometri della via d’acqua panamense, a lungo “controllata” dagli U.S.A.

Il progetto di una società di investimento di Hong Kong costerà 40 miliardi di dollari e rientra nelle previsioni di un accrescimento esponenziale del commercio marittimo cinese in container via America Latina. Creerebbe inoltre centinaia di posti di lavoro legati alla costruzione e alla gestione del canale. Molte le perplessità sulla fattibilità dell’opera, sulla sua concorrenzialità con le rotte artiche e sulla concessione di diritti tax-free alla compagnia orientale su di un'ampia porzione del territorio nicaraguense, tanto che il progetto ha accumulato 32 accuse di incostituzionalità. Inoltre il canale, navigabile dal 2020, passerebbe attraverso il “Lago del Nicaragua”, il più grande dell’America Centrale ed importante bacino di acqua potabile, che sarebbe resa inutilizzabile dalla navigazione, con devastanti effetti sull’ecosistema e le comunità locali.

Nel frattempo però è in corso anche un ampliamento del canale di Panama, per il quale passa ad oggi il 6% del commercio mondiale. L’obiettivo del consorzio a guida spagnola “Grupo Unidos por el Canal”, di cui fa parte anche l’Impregilo, sarebbe di garantire per il 2016 il triplicamento degli attuali volumi di transito.

La Russia

Il viaggio di Putin, che oltre a partecipare alla conferenza dei Brics ha realizzato un numero di incontri bilaterali equiparabile al presidente cinese, è stato presentato dagli analisti come una manovra dettata da esigenze contingenti, più che da una strategia a lungo termine. La crisi ucraina e le conseguenti sanzioni economiche hanno infatti accentuato ulteriormente l’isolamento russo in Occidente, come dimostra l’esclusione dei suoi rappresentanti dall’ultimo G8, e Putin starebbe cercando di uscirne con un rafforzamento dei rapporti tra paesi Brics, ai quali e’ destinato il 13% dell’export russo. In testa la Cina, ovviamente, con cui i legami sono sempre più stretti, al punto che il quotidiano tedesco Der Spiegel ha parlato della prossima firma di un nuovo accordo di collaborazione politico-militare. In questo senso un altro segnale può essere stato la breve visita “a sorpresa” in Nicaragua, dove Putin ha manifestato interesse a partecipare al “Grand Canal” cinese.

Il presidente russo è atterrato in America Latina con la cancellazione del 90% del debito “sovietico” cubano in tasca (35.000 milioni di dollari, il restante 10% investito nell’economia dell’isola) e ha visitato, dopo l’Havana, i principali partner sudamericani, Argentina e Brasile. Quest’ultima la fermata più lunga, per ricevere il “passaggio di consegne” dei mondiali, che nel 2018 si svolgeranno in Russia, e per partecipare alla conferenza dei Brics.

Nel 2013 lo scambio commerciale e’ stato di 185 milioni di dollari con Cuba (macchinari, prodotti chimici e metalli per rum, tabacco, frutta), 1500 milioni con l’Argentina (gasolio e fertilizzanti per carne e frutta), 5500 milioni con il Brasile (gasolio, metalli e fertilizzanti per carne, zucchero e caffè). Alcuni commentatori hanno anche sottolineato come Mosca potrebbe acquisire un nuovo ruolo nella fornitura di armamenti e “know-how” militare a Brasile e Argentina, i cui progetti di sviluppo sono al momento frustrati dall'indisponibilità di Washington.

Putin, che non visitava il Brasile dal 2004, è meno cauto del collega cinese nel delineare gli obbiettivi della sinergia russa con il partner sudamericano e i paesi Brics. Definisce le relazioni bilaterali con Brasilia di carattere “strategico”, dato il suo peso crescente nella comunità internazionale, nel G20 e nelle organizzazioni regionali: Celac, Mercosur, Unasur. La presidentessa Dilma Rousseff conferma, citando il nucleare a fini pacifici, la collaborazione militare, scientifica e tecnologica come i principali campi in cui i due paesi collaboreranno.

Putin guarda però a questa alleanza e allo sviluppo delle relazioni Brics come qualcosa di più di una semplice intesa, piuttosto come ad un vero e proprio “grimaldello” collettivo con cui scardinare l’attuale architettura finanziaria e monetaria mondiale. Nel suo incontro con la Rousseff, entrambi i capi di Stato hanno evidenziato infatti che uno degli obiettivi primari è la riforma del FMI, perchè diventi “effettivamente multilaterale” e ottenere più peso nelle decisioni della Banca Mondiale. Sullo sfondo il logoro e ormai impresentabile ruolo del dollaro e degli Stati Uniti come regolatore dei mercati, ancorato ad una egemonia militare che non può più, da sola, frenare l'adattamento degli organismi finanziari mondiali a quei nuovi equilibri economici che da tempo si vanno delineando.

E’ finito il tempo in cui la Federal Reserve poteva “scaricare” la recessione statunitense sul mondo stampando moneta senza freni, sembra dire Putin. E a ripeterlo è “un mercato di quasi 3 miliardi di consumatori, i paesi del blocco Brics, che dispongono di eccezionali risorse naturali e di materie prime, così come di un considerevole potenziale tecnologico, finanziario ed industriale”, un'alleanza che da tempo va fortificandosi e “complementando vicendevolmente le proprie economie nazionali”. La vecchia richiesta cinese di sostituire il dollaro con un paniere virtuale di monete si arricchisce insomma di nuovi interpreti e una opposizione allargata a tutti i Brics. Il primo passo verso un superamento di Bretton Woods è stato compiuto a Fortaleza, con la creazione della Banca di sviluppo e del fondo di riserva di divise per “migliorare la struttura finanziaria mondiale e renderla più equilibrata e giusta”. Ora la palla e’ in mano a chi il potere finanziario mondiale lo tiene gelosamente stretto a se da più di 50 anni e a cui viene chiesto sempre più insistentemente di redistribuirlo. La riposta, però, non è scontata.

E l’Argentina?

L’Argentina non è membro dei Brics, ma come gli altri paesi Unasur era “invitato” alla conferenza, dove ha ricevuto un “endorsement” collettivo nella sua battaglia contro i fondi speculativi statunitensi Buitres, denunciati come l’ennesima “estorsione” finanziaria occidentale. Fatto che potrebbe anche aprirgli in futuro le porte del nuovo fondo di riserva, pensato proprio per “difendere” i paesi membri dagli attacchi speculativi senza passare per l’FMI.

Nonostante i giornali di destra abbiano attaccato la presidenta Cristina Kirchner per aver posizionato il paese sul fronte “sbagliato” di una possibile guerra Oriente/Occidente, il bilancio dei vari incontri è stato generalmente commentato in Argentina come estremamente positivo.

La prima visita di Putin alla Repubblica Argentina ha fruttato infatti, oltre che la proclamazione come “socio strategico nella regione”, cinque importanti accordi.

Il ministro degli esteri Timerman ha concluso con il ministro di giustizia russo Konovalov un’intesa su assistenza legale reciproca, estradizione e trasferimento di condannati, mentre il segretario della comunicazione Scocimarro ha firmato un accordo sui media che contempla la collaborazione tra le agenzie di stampa statali e l’apertura di un canale in russo sulla televisione digitale argentina. Il più importante, tuttavia, riguardava lo sviluppo di nucleare a fini pacifici. Oltre alla collaborazione nell’uso della tecnologia “Carem” per i reattori già in funzione, l’oggetto della discussione era la costruzione della quinta centrale nucleare argentina “Atucha IV”, la prima che funzionerà a uranio arricchito e acqua leggera. Finora la russa Rosatom era in lizza con altre aziende (la cinese CNNC, la coreana Kepco, la francese Areva e la statunitense Westinghouse) ma questo accordo potrebbe darle la priorità. Infine Putin e la Kirchner hanno probabilmente discusso delle negoziazioni in corso da due anni tra Gazprom e YPF (Argentina) per lo sfruttamento del giacimento di idrocarburi non convenzionali di Vaca Muerta, uno dei più grandi al mondo.

Con Xi Jinping la Kirchner ha invece firmato 20 accordi, mentre gli oltre duecento impresari al seguito del presidente cinese ne hanno firmati altri 28 per un totale di 1.500 milioni di dollari. I pezzi forti sono i 4714 milioni di dollari per la costruzione delle dighe Nestor Kirchner e George Cepernic nella provincia di Santa Cruz, i 2400 milioni di dollari per la ristrutturazione della ferrovia Belgrano e l’acquisto cinese di 11 navi per 423 milioni di dollari.

Ma soprattutto l’Argentina, spesso ancora presentata come un “pariah” finanziario dalla comunità internazionale dopo la crisi del 2001, ha ottenuto dai cinesi uno “swap” da 11 miliardi di dollari per la sua banca centrale, assestando un bel colpo ai tifosi del giudice statunitense Griesa garante dei fondi Buitres. Una linea di finanziamento diretta da Pechino che ha infatti lo scopo di garantire l’equilibrio e la stabilità monetaria del paese sudamericano, e che si aggiunge ai versamenti del banco di sviluppo cinese per il rinnovo della ferrovia e altri progetti di infrastrutture.

I due leader hanno inoltre stretto accordi per aumentare gli investimenti diretti fra i due paesi e per una maggior integrazione culturale, con scambi per studenti universitari e la creazione di un canale televisivo cinese in Argentina e uno argentino per la tv cinese. YPF e la “Corporazione del Banco di sviluppo di Cina” hanno infine raggiunto ulteriori accordi riguardanti l’industria degli idrocarburi, mentre Pechino si aggiunge a Mosca nella collaborazione alla realizzazione della nuova centrale nucleare argentina.

L’interesse del gigante asiatico per l’Argentina non è una novità. Pechino è infatti il terzo maggior investitore nel paese sudamericano dietro Stati Uniti e Spagna, e suo secondo partner commerciale dopo il Mercosur, con uno scambio di 14.800 milioni di dollari nel 2013. Ma la Cina è anche la destinazione principale della soia (transgenica) argentina, usata per nutrire i suoi maiali, e di cui Buenos Aires è prima esportatrice mondiale. La coltivazione intensiva di soia, favorita dal governo tramite incentivi e detassazioni, crea pero’ non pochi problemi, dalla distruzione della varietà agronomica ai danni sulla natura e la popolazione causata dall’uso del Roundup, il diserbante chimico della Monsanto. La multinazionale americana detiene infatti il monopolio, le patenti, della soia argentina e la sua influenza nel paese sta per aumentare con la prossima approvazione della “Ley de semillas”. Oltre alla legittima preoccupazione sulla natura transgenica del prodotto, insomma, c’è il fatto che la soia sta modificando profondamente il panorama agricolo del paese, dove ormai è norma (e quasi obbligo) affittare i campi per questo tipo di coltivazione e abbandonare la produzione diretta, spesso andando ad abitare nelle città. Tutto ciò non fa che acutizzare la centralità del modello agroesportatore, causa storica della debolezza dell’economia nazionale e “banca” di tutte le dittature, finanziate e sostenute dal potente ceto agrario. In un paese dove la “sociedad rural” è di gran lunga più importante della Confindustria, il governo di turno è sempre in cerca dell'acquiescenza dei rappresentanti della prima economia nazionale. E anche se il Kirchnerismo ha provato, ed è in parte riuscito, a costruirsi una solida base “urbana”, l’ipoteca “agraria” sul suo futuro si potrebbe fare sempre più pesante. Tutti sanno infatti che i programmi sociali si stanno “pagando” con la soia.

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