Un altro fallimento politico, mentre gli islamisti proseguono
nell’avanzata. Ieri il parlamento iracheno si è di nuovo riunito nel
tentativo di formare il governo. La sessione si è conclusa, come la
prima volta, con un nulla di fatto: il presidente del parlamento ad
interim, Mahdi Hafez, ha annunciato che “nessun tipo di accordo è stato
raggiunto tra i vari blocchi politici”. Rimandato tutto a domani.
Eppure sabato le fazioni sunnite avevano fatto sapere di aver
trovato l’unanimità sul nome del proprio candidato a presidente del
parlamento (carica che tradizionalmente in Iraq è affidata ad
un sunnita). Al presidente spetta poi nominare il futuro premier,
chiamato a formare il governo. La scelta era caduta su Salim
al-Juburi, che ha però rifiutato perché non tutti i partiti
rappresentanti in assemblea lo avrebbero votato. “Noi eravamo
pronti, con il nostro candidato, ma gli altri non hanno presentato il
loro – ha accusato il parlamentare sunnita Usama al-Nujaifi, ex
presidente del parlamento – Il paese sta completamente collassando e
abbiamo bisogno di unità. Ogni ritardo significa più uccisioni e più
rifugiati”.
Continui rinvii dal sapore di irresponsabilità, con un paese allo
stremo, per un terzo occupato dalle milizie dell’Isil e per un’altra
parte sotto il controllo ufficioso della regione autonoma del Kurdistan.
Ieri i jihadisti hanno lanciato una nuova offensiva in comunità sunnite
vicinissime alla capitale, occupando a Dhuluiyah, a 80 km da
Baghdad: hanno assunto il controllo delle tre stazioni di polizia, della
sede del consiglio municipale e del tribunale. Secondo testimoni, sono
arrivati a bordo di 50 o 60 veicoli alle 3 di notte. La città è
caduta dopo un mese di combattimenti: il 14 giugno scorso l’esercito di
Baghdad era riuscito a spingere indietro l’offensiva grazie al sostegno
della milizia sciita Asaib Ahl al-Haq.
Dopo la presa di Dhuluiya, l’Isil ha bombardato un ponte che conduce
alla vicina città sciita di Balad, presidiata dall’esercito. La
marcia su Baghdad, minacciata il mese scorso dai miliziani di
Al-Baghdadi, si sta realizzando, mentre il premier Maliki – sostenuto
dalla coalizione Stato di Legge – non intende fare passi indietro.
Non c’è bisogno di un’altra persona, insiste, esacerbando ulteriormente
il settarismo interno. Secondo il partito del primo ministro, alla fine
sia il presidente curdo Barzani che le fazioni sunnite accetteranno di
tornare sotto l’ala di Maliki. Una speranza con poche basi: al-Juburi,
candidato presidente del parlamento per i sunniti, ha firmato un
documento nel quale dichiara che se vincerà la poltrona si riterrà il
rappresentante delle sei province sunnite irachene, e quindi la loro
volontà di vedere Maliki alla porta.
A nord, i curdi proseguono nel rafforzamento delle posizioni, con
l’intenzione di garantirsi sul terreno l’indipendenza da tempo anelata. Venerdì il Kurdistan iracheno ha fatto sapere di aver preso il controllo di alcuni giacimenti petroliferi a nord, da tempo contesi con il governo di Baghdad e oggi occupati per l’assenza di forze militari governative.
E mentre il numero dei miliziani nei ranghi dell’Isil sembra aumentare costantemente, Human
Rights Watch riporta del sanguinoso tentativo del governo centrale di
fermare l’avanzata: dal 9 giugno, secondo un rapporto
dell’organizzazione pubblicato l’11 luglio, le forze di sicurezza
irachene avrebbero giustiziato almeno 255 prigionieri sunniti
in sei città irachene (tra cui Mosul, Tal Afar, Baaquba, Jumarkhe,
Rawa). Almeno otto di loro sarebbero stati minori di 18 anni.
Un’atrocità, dice l’HRW, definibile crimine di guerra: “Giustiziare
prigionieri è un’oltraggiosa violazione del diritto internazionale – ha
detto Joe Stork, vice direttore di HRW in Medio Oriente – Mentre il
mondo intero giustamente denuncia le atrocità dell’Isil, non dovrebbe
chiudere gli occhi sugli omicidi settari da parte del governo”.
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