La guerra sta andando benissimo!
Washington sta ritirando le sue ultime forze dal complesso militare vicino all’aeroporto di Erbil, nel Kurdistan iracheno. Le batterie Patriot sono già state rimosse. Il ritiro è iniziato la scorsa settimana e l’equipaggiamento pesante è ancora in fase di spostamento.
I funzionari lo definiscono una procedura di routine, un altro passo verso la scadenza del 30 settembre con Baghdad (la cruda realtà della sconfitta nella questa guerra suicida contro l’Iran dice il contrario). I curdi (strumenti utili dell’impero anglo-sionista), che hanno vissuto per anni sotto l’ombrello americano, sono rimasti completamente indifesi. Erbil è stata colpita ripetutamente da febbraio.
I Patriot vantavano un tasso di intercettazione del 95% ma i continui bombardamenti da parte dell’Iran e dei suoi alleati ne hanno sfatato il mito. Quella copertura oggi è finita.
Non si tratta di una semplice operazione di riorganizzazione. È il prossimo capitolo del processo di ristrutturazione complessiva della presenza statunitense nel Golfo perisco. L’Iran ha trascorso mesi a studiare metodicamente la mappa: prima le basi più vicine alle proprie coste, poi le reti radar, i depositi di carburante, gli hangar per droni, le petroliere e le caserme.
La risposta statunitense è stata sempre la stessa: fare un passo indietro. Il campo di Arifjan in Kuwait si trova a circa 96 chilometri dal territorio iraniano. Il quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein dista appena 210 chilometri. Le basi giordane hanno già subito perdite e colpi diretti. Tutte sono state sottoposte a continui attacchi missilistici e di droni.
Lo schema è chiaro. Ciò che sta accadendo a Erbil è semplicemente l’ennesima conferma che il vecchio modello di basi avanzate non funziona più di fronte alla gittata, alla determinazione e alla potenza militare iraniana.
Non c’è modo di minimizzare l’imbarazzo. Per due decenni queste basi nel Golfo e nel Levante sono state presentate come l’architettura permanente del potere americano. Ora l’Impero sta riorganizzando le sedie a sdraio sotto il fuoco nemico, spostando silenziosamente ciò che può verso Israele e più in profondità in Giordania, mentre i curdi guardano lo scudo fallimentare caricarsi sui camion.
L’Iran non ha bisogno di occupare una sola base americana. Deve solo continuare a far sì che il costo della permanenza statunitense superi i costi della partenza. Questo processo è già in corso e la mappa si sta restringendo.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
06/08/2026
Gli USA ritirano truppe ed equipaggiamento dal nord dell’Iraq
28/10/2025
Turchia - Il PKK annuncia il ritiro definitivo delle proprie forze
Durante la cerimonia di ritiro, trasmessa da un luogo non specificato, è stata letta una dichiarazione in lingua turca da Sabri Ok ed in lingua curda da Serhat Vejîn Dersîm[2], due dirigenti dell’organizzazione.
“Considerando le gravissime minacce al futuro della Turchia e dei Curdi poste dai conflitti e dalle guerre in Medio Oriente, e in seguito alle dichiarazioni del Presidente della Turchia, di Devlet Bahçeli, Presidente dell’MHP, e del Leader Abdullah Öcalan, in Turchia è stato avviato un nuovo processo. Questo processo ha acquisito una propria identità dopo l’Appello per la pace e una società democratica del Leader Abdullah Öcalan del 27 febbraio 2025. Il processo sta ora attraversando una fase molto critica e importante. Negli ultimi 8 mesi, noi, come parte curda, abbiamo compiuto passi storici nell’ambito dell’Appello per la pace e la società democratica”.
I due hanno poi ricordato la convocazione del Congresso di scioglimento del PKK e la successiva cerimonia di distruzione delle armi ed hanno ribadito che l’organizzazione è decisa a procedere, nonostante l’insufficiente risposta da parte dello stato turco:
“Nonostante tutti gli approcci negativi e insufficienti nei confronti dei nostri passi, il Leader Abdullah Öcalan e il Movimento per la Libertà del Kurdistan stanno ancora lavorando per adottare nuove misure concrete che spianerebbero la strada al passaggio del processo di Pace e Società Democratica, nella sua seconda fase. In tal modo, mirano a eliminare le crescenti minacce contro la Turchia e i Curdi e a gettare le basi per una vita libera, democratica e fraterna per i secoli a venire.Si tratta di un passo per lo più simbolico, di scarso peso negoziale, visto che gran parte delle forze del PKK entro i confini turchi sono state eliminate durante il conflitto urbano del 2015-2016 e l’operatività di quelle residue è molto limitata. Costituisce, comunque, l’ennesima dimostrazione di buona volontà.
Di conseguenza, le risoluzioni del XII Congresso del PKK avevano previsto e pianificato il ritiro, nelle Zone di Difesa di Medya, di quelle unità di guerriglia la cui presenza all’interno dei confini turchi avrebbe potuto aumentare il rischio di scontri e possibili provocazioni.
Stiamo ora mettendo in pratica queste risoluzioni, approvate anche dal Leader Abdullah Öcalan. Una parte di quei gruppi di guerriglia che hanno raggiunto le Zone di Difesa di Medya sono ora presenti qui e stanno prendendo parte personalmente a questa dichiarazione.
Analoghe misure regolamentari vengono adottate anche per quelle posizioni lungo il confine che potrebbero comportare il rischio di scontri e possibili provocazioni... È chiaro che siamo impegnati a rispettare le risoluzioni del XII Congresso e decisi a metterle in atto.
Tuttavia, affinché queste risoluzioni possano essere attuate, è necessario adottare determinati approcci giuridici e politici, in linea con le risoluzioni del XII Congresso del PKK e come necessità del processo. In questo contesto, è necessario elaborare una Legge Transitoria, unica nel suo genere, per il PKK; inoltre, è necessario promulgare senza indugio le leggi necessarie per la libertà e l’integrazione democratica che consentano la partecipazione alla politica democratica”.
Cvdet Yilmaz, vicepresidente del principale partito di governo, ovvero il Partito Della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), ha pubblicato su X un messaggio di celebrazione dell’evento[3]:
“Oggi è stata raggiunta un’altra importante pietra miliare nell’obiettivo di una Turchia libera dal terrorismo, che ha acquisito slancio con lo storico appello del presidente dell’MHP Devlet Bahçeli nel quadro della Visione per il Secolo Turco del nostro presidente Recep Tayyip Erdoğan. La decisione di allontanare dal nostro Paese e dai suoi confini gli elementi armati dell’organizzazione terroristica, che ha deciso di sciogliersi in risposta all’appello del suo fondatore, è un passo importante nella giusta direzione...In realtà al momento, lo Stato turco non ha effettuato nessun passo: non è stata promulgata nessuna legge a tutela dei guerriglieri che posano le armi, non sono state modificate le condizione di detenzione di Ocalan, né è stato elevato lo status della lingua e della cultura curde. La commissione parlamentare istituita appositamente continua a riunirsi, senza produrre delibere concrete.
La Commissione nazionale per la solidarietà, la fratellanza e la democrazia, che continua il suo lavoro con ampia partecipazione e buon senso... determinerà il quadro normativo che potrebbe essere necessario nel processo di liquidazione dell’organizzazione terroristica”.
Ciò che è più grave, vengono eluse anche le leggi attualmente vigenti che potrebbero dar luogo a passi importanti nel processo di pace.
Ad esempio, non è stata rispettata la sentenza, costituzionalmente vincolante, della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), che ha decretato la scarcerazione del leader curdo Selahattin Demirtaş e di tutti i condannati del cosiddetto “Processo Kobane”, perché basato su presupposti prettamente politici e giuridicamente inconsistenti: le condanne si basano per lo più su una serie di tweet, attraverso i quali gli imputati invitavano alla mobilitazione generale pacifica a seguito del diniego, da parte del governo, di soccorrere le truppe curdo-siriane allora assediate dall’Isis (si diceva infatti, che dietro le quinte, il governo appoggiasse quest’ultimo).
Ebbene, lo scorso 7 Ottobre, il Ministero della Giustizia ha fatto ricorso durante le ultimissime ore utili (l’8 ottobre sarebbero scaduti i termini) contro l’ennesimo pronunciamento di scarcerazione da parte della CEDU, provocando rabbia, frustrazione e dubbi all’interno del movimento curdo, sulle reali intenzioni dello stato turco.
Pare, infatti, evidente che le forze governative stiano traccheggiando e cercando si strumentalizzare politicamente il processo di pace, allo scopo di attirare nella propria alleanza il Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli (DEM), che sta facendo da mediatore con Ocalan e con il PKK. Il tutto in vista delle prossime elezioni presidenziali del 2028, in cui la presenza di Demirtas, con il suo carico di consensi, potrebbe essere molto ingombrante.
A minare ulteriormente la fiducia circa le reali intenzioni pacificatrici del governo vi è la persistente pressione giudiziaria esercitata sul principale partito di opposizione, il Partito Popolare Repubblicano (CHP), in testa in tutti i sondaggi. Nei giorni scorsi un ennesimo procedimento, stavolta per spionaggio[4], è stato intrapreso contro il candidato alle prossime presidenziali eletto alle primarie del partito, ovvero il sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu, già in carcere dallo scorso marzo nell’ambito di altri processi.
La manovra governativa sembra chiara: cercare di evitare la sconfitta alle prossime presidenziali distruggendo il CHP ed allargando l’allenza al DEM, in cambio di qualche piccola modifiche costituzionale. All’interno della quale, magari, inserire anche l’allungamento del numero dei mandati presidenziali per permettere la rielezione a Erdogan, nel caso in cui le lotte interne all’AKP non dovessero risolversi con la nomina di un successore credibile.
Il 30 ottobre ci sarà il prossimo incontro fra il Presidente Erdogan e la delegazione del partito DEM che sta incontrando regolarmente anche Ocalan nel carcere di Imrali. Qualche sviluppo, anche minimo, è atteso, visti i passi mossi dal PKK.
Al di là delle questioni nazionali, però, è la questione siriana, legata alla presenza dell’Amministrazione Autonome del nord-est a guida curda, il maggiore ostacolo in questo processo di pace.
L’avventuristica rimozione del regime baathista a favore dei qaedisti di Hayat-Tahrir al-Sham (HTS), rivendicata dalla Turchia, non sta pagando come nei progetti previsti da Ankara.
Anzi, le pratiche settarie delle nuove autorità di Damasco, nonché il loro scarso controllo del territorio, stanno determinando un rafforzamento dell’area a guida curda, sempre appoggiata e sostenuta dalla presenza militare USA e ben vista anche da Israele, nell’ambito suoi piani per tenere frazionata la Siria ed espandervi la propria influenza nel sud.
Come noto, la Turchia reclama che la chiamata al disarmo di Ocalan e del Congresso del PKK sia estesa anche alle milizie curdo-siriane Ypg/Ypj, considerate affiliate con il PKK stesso, ma attualmente non ha la forza di imporre nulla del genere. Trattative per l’integrazione delle Ypg/Ypg nell’esercito di HTS e di tutta l’area curda all’interno della struttura statale centrale sono effettivamente in piedi, ma, come vi stiamo raccontando[5], non procedono nel verso auspicato da Ankara.
Certamente Erdogan si aspetta che il suo attivismo nell’appoggiare il cosiddetto “piano di pace” di Trump a Gaza, porti qualche risultato anche sul fronte siriano. Ovvero che gli USA ritirino il loro appoggio alle Ypg.
Tuttavia, più volte in passato, anche durante la prima Amministrazione Trump, le strutture militari presenti nel nord-est della Siria ed il Pentagono hanno più volte ostacolati i progetti di ritiro del Presidente.
Se vuole superare questi ostacoli, la Turchia dovrà come minimo impegnarsi nell’implementazione dei piani coloniali del tycoon a Gaza, ovvero utilizzare la propria influenza su Hamas per concorrere al disarmo della Resistenza Palestinese ed accoglierne alcuni militanti e dirigenti, di cui verrebbe decretato l’esilio.
Hamas disarmato o sottomesso all’amministrazione coloniale di Gaza, in cambio delle Ypg disarmate o sottomesse ad HTS in Siria: questo è un piano plausibilmente oggetto di colloqui fra Ankara e Washington.
Erdogan ha la forza e/o la volontà di sostenere una cosa del genere e “venderla” alla propria opinione pubblica come conquiste verso la pacificazione generale fra Turchi, Curdi ed Arabi, di cui tanto parla nei suoi discorsi pubblici? I dubbi e gli ostacoli in merito rendono quasi inverosimile una risposta positiva a questa domanda.
Note
1) https://www.youtube.com/watch?v=EUbZ7uqcF-s
2) https://anfenglishmobile.com/features/leadership-of-the-kurdistan-freedom-movement-we-withdraw-our-guerrilla-units-from-turkey-81911
3) https://x.com/_cevdetyilmaz/status/1982488135389921440
4) https://www.rsi.ch/info/mondo/Turchia-il-Governo-prende-il-controllo-dell%E2%80%99emittente-dell%E2%80%99opposizione–3228741.html
5) https://contropiano.org/news/internazionale-news/2025/10/20/bistrattato-dagli-alleati-al-golani-va-in-russia-0187860
Fonte
12/05/2025
Il PKK si scioglie e mette fine alla lotta armata contro la Turchia
Il PKK “crede che i partiti politici curdi si assumeranno le loro responsabilità per sviluppare la democrazia curda e garantire la formazione di una nazione curda democratica”, si legge nella dichiarazione, secondo cui “il gruppo ha compiuto la sua missione storica”.
Alla fine di febbraio scorso, il fondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, Abdullah Ocalan, detenuto in carcere sull’isola turca di Imrali dal 1999, aveva invitato il partito a deporre le armi, sottolineando la necessità del suo scioglimento. “Il crollo del vero socialismo negli anni ’90 per ragioni interne e i progressi nella libertà di espressione hanno portato alla perdita di significato del PKK. Pertanto, ha raggiunto la fine del suo ciclo di vita ed è necessario lo scioglimento”, aveva affermato il leader curdo, aggiungendo che “tutti i gruppi dovrebbero abbandonare le armi”.
Il PKK è stato bollato dalla Turchia come “organizzazione terroristica”, mentre anche l’Unione europea e gli Stati Uniti lo avevano iscritto sulla “lista nera”.
Il primo a sostenere questo processo era stato il governo della regione autonoma del Kurdistan iracheno che aveva accolto con favore l’appello di Ocalan sulla necessità dello scioglimento del PKK, esortando il gruppo a “rispettare il messaggio e a obbedire”. Come noto le organizzazioni del kurdistan iracheno da anni perseguono una politica di alleanza con gli Usa e la stessa Israele e di non belligeranza con la Turchia.
Il presidente del Kurdistan iracheno, Nechirvan Barzani, in una dichiarazione diffusa dall’agenzia di stampa “Rudaw”, aveva affermato: “Speriamo che quest’appello apra la strada alla pace e a una soluzione pacifica. Noi della regione del Kurdistan sosteniamo pienamente il processo di pace e siamo pronti a svolgere qualsiasi ruolo possibile per rendere il processo un successo”.
“Apprezziamo anche il ruolo del presidente (turco, Recep Tayyip) Erdogan e del governo dell’Akp (Partito della giustizia e dello sviluppo), che hanno lavorato per la pace con una visione chiara fin dall’inizio del suo governo”, aveva proseguito il presidente del Kurdistan iracheno, esprimendo la speranza che la prossima fase porti a una soluzione “con la partecipazione e la solidarietà di altre parti in Turchia” e che “la pace e la stabilità si diffondano nel Paese e nell’intera regione”.
L’esecutivo del partito curdo DEM in una dichiarazione scrive che: “Si apre una nuova pagina sul cammino verso una pace onorevole e una risoluzione democratica. Come Partito DEM, crediamo che in questa svolta storica, tutte le istituzioni politiche democratiche, in particolare la Grande assemblea nazionale della Turchia, debbano assumersi la responsabilità di risolvere la questione curda e raggiungere una vera democratizzazione in Turchia”.
Fonte
09/08/2024
Il puzzle di Erdogan
La determinata volontà di raggiungere questo obiettivo, nata proprio dall’esperienza del genocidio, ha causato agli ezidi non pochi problemi, come interventi militari sia da parte del governo federale iracheno nel 2022 sia di quello della Regione autonoma del Kurdistan iracheno l’anno precedente.
L’Amministrazione autonoma richiesta dal Pade, in parte già posta in essere come risposta politica ai veti di Baghdad e Erbil, prevede la creazione di municipalità governate dal paradigma del confederalismo democratico, progetto politico teorizzato da Abdullah Ocalan, il quale prevede una democrazia secondo il modello “bottom-up”, la liberazione delle donne attraverso la piena partecipazione alle decisioni politiche e all’amministrazione pubblica, una politica che tenga in considerazione l’ambiente e, elemento irrinunciabile, l’autodifesa.
Ocalan è il fondatore del PKK e si trova da venticinque anni rinchiuso nella prigione di massima sicurezza sull’isola di Imrali, in Turchia.
Pade-confederalismo democratico-PKK, questa è la relazione che ha portato il Consiglio a chiudere il partito, accusandolo, insieme agli altri due che hanno subito gli effetti della sentenza, di essere in sostanza una flliale del PKK. Il KNK (Kurdistan National Congress), nato nel 1999 per difendere i diritti dei curdi e con sede principale a Bruxelles, ha rilasciato una dichiarazione negando l’affiliazione del Pade all’organizzazione.
Ora, provando a mettere insieme i pezzi potremmo scoprire che dietro a questa decisione c’è la mano lunga del Presidente turco Recep Tayyp Erdogan.
Da aprile scorso nei rapporti tra Iraq e Turchia sono intervenuti dei cambiamenti significativi. Anche le visite del capo di Ankara e dei suoi “emissari” si susseguono con un buon ritmo. Ad aprile Erdogan aveva dichiarato che l’incontro con il Primo ministro iracheno, Mohammed Shi’a al Sudani, aveva dato buoni frutti e infatti il PKK era stato messo subito fuori legge anche in Iraq, in cambio di accordi commerciali. Il mese scorso, come scritto sul sito Daily Sabah, “il governo (iracheno) ha informato tutte le istituzioni dello Stato che nella corrispondenza ufficiale devono riferirsi al PKK come a un gruppo fuorilegge”.
Il Presidente turco, sempre a seguito del suo tour iracheno, aveva poi annunciato che per l’estate avrebbe attaccato il PKK nelle sue basi nel Kurdistan iracheno e in Rojava, in Siria. Promessa mantenuta con il lasciapassare, nel Kurdistan iracheno, del KDP (Kurdistan democratic party) che governa la regione ed è suo stretto alleato.
Baghdad si è preoccupata perché, di fatto, con la costruzioni di nuove basi militari turche nella regione e di checkpoint, la sovranità sul suo territorio va scemando a favore di un altro Stato. In fretta e furia una delegazione della capitale irachena aveva raggiunto Erbil per discutere della questione ma da allora nulla è cambiato, i bombardamenti turchi continuano e con loro distruzioni di territori e uccisione di civili.
Pochi giorni fa Erdogan è ritornato in Iraq e, a seguito di questa visita, il Pade e altri due partiti sono stati dichiarati fuori legge. Shengal è una zona strategica per tutti gli attori regionali, quindi anche per la Turchia, per quel confine importante che condivide con il Rojava. La presenza di un partito come il Pade non rientra nei piani di Erdogan. Meglio sbarazzarsene “pacificamente”, per ora, riponendo una ripagata fiducia nel Consiglio supremo di giustizia e preparare il terreno che favorisca il pieno controllo del Distretto al fedele e supino alleato, il KDP.
Ricordiamo che Shengal fa parte di quei territori che Baghdad e Erbil si contendono e quindi, per Erdogan, ogni pezzo del puzzle deve andare al suo posto per raggiungere il vero obiettivo, ossia la cancellazione del PKK in Iraq e la demolizione del progetto politico del confederalismo democratico che in Turchia gli sta dando più di un grattacapo.
Ma anche l’influenza iraniana nella zona, attraverso le milizie Hashd Al Shaabi, non viene ignorata da Ankara, che mira ad ottenere un ruolo in Medio Oriente di primo piano e si promuove come il ponte che unisce questa regione all’Europa, attraverso non solo la sua influenza politica ma anche per mezzo di relazioni commerciali di cui la costruzione della development road, progetto che permette il trasporto delle merci dall’Oriente all’Europa, attraversando tutto l’Iraq e raggiungendo il Vecchio Continente entrando dalla Turchia, è un elemento principale.
Ogni tassello, dunque anche la cancellazione del Pade dall’arena politica, deve contribuire a comporre il puzzle neo-imperiale, seppure di più modeste dimensioni rispetto ad altre potenze, che la Turchia ha come fulcro della sua agenda strategica.
Fonte
04/08/2024
La comunità ezida a dieci anni dal genocidio
Il 3 agosto di dieci anni fa l’ISIS ha aggredito i villaggi ezidi del distretto di Shengal, nella vallata di Ninive, nel nord-ovest dell’Iraq. Alcuni sono stati letteralmente cancellati, come quello di Kocho, nella parte a sud.
Le donne e i bambini sono stati rapiti, tutti gli altri sono stati uccisi e gettati in fosse comuni. Le donne sono state vendute come bottino di guerra e usate come schiave, violentate ripetutamente. I bambini hanno imbracciato le armi, non quelle giocattolo, ma quelle vere, quelle che sparano, ferendo e ammazzando. La conversione all’islam è stata imposta con la forza, nessuna possibilità di scelta, l’alternativa la morte. Oggi ancora 2.693 persone rapite attendono di potersi liberare dalla stretta dell’ISIS.
Circa 350.000 persone sono riuscite a scappare e attualmente metà di queste vive ancora nei campi profughi nella Regione del Kurdistan iracheno. Questi avrebbero dovuto essere sgomberati lo scorso 30 luglio, ma il governo federale e quello del Kurdistan iracheno hanno concordato di posticipare, nuovamente, la loro chiusura. Rimane sul tavolo l’offerta di circa $3.000 per ritornare nel distretto volontariamente, cifra giudicata molto al di sotto delle reali necessità di reinsediamento.
Alcuni paesi, l’ONU e il Parlamento Europeo hanno riconosciuto il genocidio. L’ha fatto anche l’Iraq nel 2021, quando ha approvato la Yazidi Female Survivors Law con la quale sancisce il diritto delle persone rapite dall’ISIS e liberate a ottenere un sostegno materiale e psicologico da parte dello Stato. Ma purtroppo la burocrazia frena le richieste e la legge si perde nel nulla.
Troppe cose mancano a Shengal e impediscono a chi ancora vive nei campi profughi di tornare e a chi invece ha già fatto rientro di ricostruire una vita libera, pensando al futuro. Servizi carenti o persino inesistenti in alcune zone, così come le case, spesso rappresentate da tende dell’UNHCR e di Save the Children, in un contesto dove milizie di diversa origine, a tutela di differenti interessi, rendono estremamente pericoloso un territorio che è persino cosparso di mine, lascito dei miliziani del Califfato ormai in fuga nel 2017.
L’Accordo di Shengal, siglato nell’ottobre del 2020 dal governo centrale iracheno e da quello della Regione del Kurdistan iracheno, con il lasciapassare dell’Unami, la Missione delle Nazione Unite in Iraq, è un motivo che si aggiunge a complicare la situazione. Voluto per cercare di mettere ordine tra le pretese di Baghdad e Erbil su quel territorio, l’accordo ha escluso gli ezidi dalla negoziazione, nonostante siano loro i destinatari degli effetti che produrrà. E così l’Amministrazione Autonoma di Shengal, sorta quando le prime famiglie sono tornate a ripopolare il distretto una volta che il Califfato si è dissolto, si oppone alla sua implementazione, considerandolo lesivo di alcuni loro diritti.
L’Amministrazione Autonoma è il frutto dell’abbraccio tra gli ezidi e il paradigma del confederalismo democratico teorizzato da Abdullah Ocalan, leader del PKK. Il PKK invece è il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, nato nel 1978 in Turchia, che insieme alle unità di Resistenza del Rojava ha salvato la popolazione ezida in fuga dall’ISIS, mentre i peshmerga del KDP, partito che governa la Regione del Kurdistan iracheno, abbandonavano l’area.
L’influenza del PKK in quella zona di confine che unisce Shengal al Rojava, in Siria, è vista come una minaccia dalla Turchia che con i droni lanciati sulle unità di resistenza ezide cerca di risolvere la situazione.
Non è certamente una zona tranquilla Shengal, sotto diverse sfere di influenza, inclusa quella iraniana, attraverso le milizie irachene sciite Hashd al Shaabi. Eppure gli ezidi che vi hanno fatto ritorno si ostinano nella ricostruzione di case, servizi e lavoro accettando il contributo di Ong e governi stranieri ma mettendo in chiaro un punto fondamentale: l’Autonomia non si discute, così come l’esistenza delle proprie milizie di autodifesa (YBS, YJS e Asaysh). L’ultimo genocidio ha insegnato che l’autodifesa è irrinunciabile per la propria sopravvivenza.
Il tempo scorre e corre per un popolo che resiste e non vuole farsi annientare. Diventa urgente ricostruire e restituire ai giovani e alle famiglie dei sogni per il futuro perché molti, troppi scelgono di non ritornare o di emigrare. Lo spopolamento del distretto può diventare la condanna all’estinzione, contro la quale gli ezidi si sono battuti lungo tutta la loro storia ultramillenaria.
“Fate riconoscere il genocidio al vostro Parlamento!”, questo è l’appello che rivolgono a ogni visitatore, a ogni associazione, a ogni politico. L’Associazione Verso il Kurdistan odv ha raccolto questo appello e l’anno scorso, dopo il viaggio di monitoraggio dei progetti nel distretto, è ritornata con l’impegno di fare il possibile perché l’istanza degli ezidi arrivasse in Parlamento. Così è stato e la mozione redatta dal Comitato diritti umani nel mondo, presieduto dall’On. Laura Boldrini, è pronta e attende che il Parlamento decida di calendarizzarla.
Nell’anno del decimo anniversario dell’ultimo tragico massacro subito da questo popolo coraggioso, il Parlamento italiano potrebbe contribuire a fare quello che altri paesi hanno già fatto: riconoscere il genocidio del 2014.
Fonte
15/07/2024
Iraq - Il governo condanna gli attacchi turchi
L’obiettivo militare è quello di proseguire nella costruzione di una zona cuscinetto che parte dal confine turco e si estende per circa 30-40 km in profondità nel territorio iracheno, parzialmente già avviata negli anni precedenti, che la Turchia vuole sotto il proprio controllo per spezzare il corridoio del PKK verso il Rojava, in Siria. Erdogan infatti ad aprile ha dichiarato che ci sarebbero stati interventi militari anche in quella zona, dove sono prese di mira le YPG (Unità di protezione popolare), vicine al PKK.
Il KDP (Partito democratico del Kurdistan), partito al governo della Regione del Kurdistan iracheno, nonostante Duhok sia un distretto della Regione, fino ad oggi venerdì 12 luglio non ha protestato per gli attacchi turchi sul suo territorio, che stanno mettendo a rischio i civili. Non l’ha fatto neppure quando la Turchia ha iniziato a gennaio di quest’anno la realizzazione di nuove strade che congiungono le basi militari costruite in quella zona nel 2021 durante un’altra operazione militare, denominata Claw lightening.
Continua a non farlo nemmeno di fronte alla creazione, lo scorso 25 giugno, di checkpoint turchi che controllano il passaggio delle persone sul territorio del Kurdistan iracheno. Si tratta di un’evidente ulteriore limitazione della sovranità dello Stato iracheno e della stessa Regione del Kurdistan iracheno che certamente allarma Baghdad.
Ad aprile il governo federale iracheno, nonostante proprio in quei giorni ospitasse il presidente turco Erdogan, aveva costruito due basi militari nella zona di Batifa, nel Kurdistan iracheno, per scongiurare un nuovo avanzamento delle forze armate turche nella regione. Contemporaneamente però erano arrivati sia da Baghdad che da Ankara segnali di avvicinamento e di una possibile politica comune contro il PKK, sfociata nella messa fuorilegge dell’organizzazione da parte dell’Iraq.
L’Iraq è un paese a sovranità limitatissima, con la presenza di diverse forze straniere sul suo territorio e basi militari straniere, una difficile situazione politica, determinata anche dalle pressioni esercitate dai tanti attori regionali e non, con la questione ancora irrisolta dei territori contesi con il Kurdistan iracheno e la minaccia, oggi non più pressante come in passato, della volontà separatista del KDP. Aggrava la sua situazione l’emergenza idrica e la necessità di investimenti importanti nel suo territorio, problemi che Ankara si è offerta di risolvere ma volendo qualcosa in cambio, giocando proprio con le fragilità dell’Iraq e cercando di trarne vantaggio.
Dopo le isolate proteste del PUK (Unione patriottica del Kurdistan), ieri una una delegazione del governo federale guidata dal Consigliere per la sicurezza nazionale, Qasim al-Araji, è giunta nella capitale della regione del Kurdistan iracheno, Erbil, per discutere la situazione in corso nel governatorato di Duhok. Il giorno precedente il Primo Ministro Al-Sudani aveva riunito il Consiglio di sicurezza nazionale, al termine del quale erano state condannate le incursioni militari turche, così come le violazioni territoriali.
Il Consiglio aveva poi richiamato la Turchia a rispettare i principi di buon vicinato e a utilizzare i canali diplomatici con Baghdad per affrontare ogni preoccupazione legata alla sua sicurezza. Aveva infine auspicato che si raggiungesse un fronte comune sulle posizioni del governo federale per impedire che forze straniere potessero condurre attacchi militari sul suo territorio o che questo potesse essere utilizzato per azioni militari in Paesi vicini.
Secondo Shafaq News, Al-Sudani vorrebbe trovare una linea comune con Erbil per non restringere ulteriormente la sovranità del Paese. Non sarà facile, data la stretta alleanza tra il KDP e il governo di Ankara. La debolezza dell’Iraq e la necessità di alleanze e investimenti, inclusi quelli turchi, sono il tallone d’Achille per il Paese e l’arma di ricatto per la Turchia.
Il Congresso nazionale del Kurdistan (KNK), ha pubblicato sul suo sito una lettera aperta indirizzata a Ahmed Aboul Gheit, Segretario generale della Lega dei Paesi arabi, a Mohammed Shia’ Al Sudani, Primo Ministri dell’Iraq, a Bashar al-Assad, Presidente della Siria, ad António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, a Biden, Presidente degli Stati Uniti, a Marija Pejčinović Burić, Segretario Generale del Consiglio d’Europa, a Ursula von der Leyen, Presidente dell’Unione Europea e a Jens Stoltenberg, Segretario Generale della NATO con la quale chiede “di prendere azioni urgenti e decisive per fermare questa occupazione”.
Il richiamo alla Comunità internazionale è più che mai necessario perché i riflettori su quanto sta avvenendo in Iraq sono attualmente spenti.
Fonte
03/07/2024
Iraq - Prove di invasione turche
In un villaggio del distretto di Al-Amadiya, nel nord del governatorato, ha invece ingaggiando scontri a fuoco con membri del braccio armato del PKK, costringendo i residenti ad abbandonare il territorio.
In base a quanto riportato dal KNK (Congresso Nazionale del Kurdistan) nel comunicato del 28 giugno scorso, ci sarebbero segnali di un piano di invasione da parte dell’esercito turco nella regione del Kurdistan iracheno perché “l’aumento dei convogli di camion e veicoli blindati che attraversano varie regioni sottolinea l’escalation delle tensioni. Secondo quanto riferito, le truppe sono state viste muoversi attraverso i villaggi nel governatorato di Dohuk”.
Dall’inizio dell’anno fino al 31 maggio, sempre per voce del KNK, Ankara ha condotto 833 attacchi aerei sul suolo della regione del Kurdistan iracheno e su Mosul.
Domenica 30 giugno ha ucciso sette membri del PKK, colpendoli sia in Siria che in Iraq, violando apertamente la sovranità dei due Stati, come d’altronde fa da anni.
A seguito degli accordi siglati lo scorso aprile tra Baghdad e Ankara, Erdogan aveva annunciato l’intenzione di intraprendere in estate azioni militari in Iraq e in Siria contro il PKK. Il Presidente turco era uscito soddisfatto dagli incontri avuti con il Primo Ministro del governo federale iracheno, Mohammed Shia Al Sudani, e con il Primo Ministro del governo del Kurdistan iracheno, Masrour Barzani, perché aveva sostanzialmente ottenuto l’autorizzazione a portare avanti la sua offensiva nelle zone del Kurdistan iracheno dove si trovano membri e basi del PKK. Aveva anzi auspicato che si potessero effettuare le operazioni militari in modo congiunto, assicurazione ricevuta da Erbil e che probabilmente arriverà anche da Baghdad.
L’Iraq si trova infatti in una posizione vulnerabile rispetto alla Turchia poiché, fra le tante questioni che legano i due Paesi, la più importante è quella relativa alle risorse idriche.
La Turchia è in grado di gestire il flusso d’acqua di cui l’Iraq ha disperatamente bisogno, afflitta com’è dai cambiamenti climatici, avendo costruito le dighe sui fiumi Tigri e Eufrate, che bagnano anche l’Iraq. L’Iraq ha sempre accusato il vicino di aver ridotto dell’80% le risorse idriche del Paese.
Gli accordi firmati ad aprile cercano di dirimere questa controversia ma Baghdad deve pagare un prezzo di fedeltà a Ankara sul versante anti-PKK. In questo modo si spiega perché nessuna voce governativa si sia alzata, nemmeno dalle parti del Kurdistan iracheno, dopo due giorni di attacchi turchi.
A farsi sentire è stato però il PUK (Unione Patriottica del Kurdistan) che, secondo quanto riportato da ANF News, è intervenuto denunciando il silenzio di Erbil e Baghdad, a dimostrazione della debolezza dello Stato iracheno. Ha dunque chiesto che venissero prese delle azioni per fare cessare queste manovre poiché “l’unico obiettivo turco è di minare la sicurezza e la stabilità del Paese e violare la sovranità dell’Iraq”.
Il progetto di Erdogan di eliminare ogni cellula del PKK e dei suoi affiliati fuori dai confini nazionali non si limita all’Iraq ma guarda anche alla regione del Rojava, nella parte settentrionale della Siria, dove gli attacchi turchi non cessano mai e, se Ankara deciderà di portare avanti il suo piano, si aprirà una nuova stagione di intensi scontri. È infatti fondamentale per la Turchia spezzare quella linea di continuità che unisce l’Amministrazione Autonoma del Rojava con quella del distretto di Shengal, nel nord dell’Iraq e al confine proprio con il Rojava, dove risiedono gli ezidi, il popolo vittima del genocidio dell’ISIS nell’agosto del 2014.
I movimenti di questi giorni nel Kurdistan iracheno fanno pensare che la Turchia voglia dare seguito all’annuncio di aprile. Bisognerà vedere con quale portata militare agirà per capire se Erbil e Baghdad resteranno a guardare senza battere ciglio, nonostante i danni che verranno causati ai territori e ai residenti delle zone colpite. Su questo piano il KDP (Partito Democratico del Kurdistan), il partito al governo del Kurdistan iracheno, deve fare bene i propri calcoli perché il 20 ottobre prossimo si terranno, dopo continui rinvii, le elezioni nella regione e per la prima volta il KDP sembra vacillare.
Fonte
17/01/2024
Rappresaglia iraniana in Iraq e Siria
Noi ci ci limitiamo a sottolineare che si tratta palesemente di una reazione ai numerosi omicidi mirati contro dirigenti iraniani (militari e scienziati) oppure contro loro alleati (l’omicidio di Saleh al-Arouri, leader politico di Hamas ucciso a Beirut). Una “tattica” molto utilizzata da Israele e dagli yankee, ma che fino ad oggi non riceveva una risposta ufficiale e rivendicata.
È anche questo il segno che molte soglie sono state superate, al punto che quella parte del mondo non è più disposto a sopportare passivamente. Comunque la si pensi, è un fatto. È finita l’epoca dell’egemonia Usa incontrastata e delle “guerre asimmetriche”.
di Francesco Dall'Aglio
Iran e Stati Uniti hanno deciso di giocarsi la partita cavallerescamente, proprio nel giorno in cui gli USA annunciavano l’invio di ulteriori 1500 soldati nelle loro basi in Siria e Iraq, notizia che mi pare sia sfuggita al dibattito pubblico.
Gli USA hanno dichiarato che nessuna istallazione statunitense è stata colpita, pur definendo l’attacco “sconsiderato e impreciso”; a sua volta l’Iran ha dichiarato di aver colpito in rappresaglia dell’attentato terroristico a Kerman del 3 gennaio, senza impegnarsi in retorica antistatunitense, che tanto ci pensano gli Houthi (a proposito, giusto ieri Omar al-Ameri, maggiore dell’esercito regolare yemenita, è passato dalla loro parte con le sue truppe, accolto con entusiasmo e perdono generale per le passate colpe. Lo comunica lui stesso con un tweet, ammesso che non sia stato hackerato – ma già da un po’ andava lanciando segnali, mi dicono).
Non è chiarissimo quali obiettivi sono stati colpiti. Gli iraniani ne rivendicano otto nella regione di Idlib, nel Kurdistan iracheno, inclusa una base del Mossad, più altri in Siria dove sono stati colpiti centri comando, campi di addestramento e depositi di Tahrir al-Sham (l’ISIS siriana, per intenderci) e del Partito Islamico del Turkestan, formazione che l’Iran accusa di fomentare il separatismo con metodi terroristici.
Incertezza anche sul numero delle vittime: secondo molte fonti sono morti quattro civili, ma secondo quasi tutti i commentatori (anche se non mi pare ci sia ancora una dichiarazione ufficiale) le vittime sarebbero Peshraw Majid Agha Dzeyi e la sua famiglia. Anche a prescindere dalle valutazioni di merito
Si tratta di un importante uomo d’affari curdo, proprietario delle holding Empire e Falcon, con interessi nel campo del petrolio (eh, c’è il petrolio nel Kurdistan iracheno. Va, che strano…), delle costruzioni e della security, che secondo gli iraniani è/era un asset dal Mossad e impiegava, nelle sue ditte di security, personale militare statunitense.
Proprio Israele, in caso fosse sfuggito ai distratti, è il destinatario dell’attacco, e non solo perché (pare) alcune sue istallazioni sono state colpite.
I missili sono partiti dalla regione di Awhaz, al confine meridionale con l’Iraq, e hanno percorso più di 1200 chilometri per arrivare a destinazione (e niente affatto con scarsa precisione, nonostante la dichiarazione statunitense). Che è esattamente la distanza che dovrebbero coprire per raggiungere Israele, partendo proprio dalla stessa zona.
Allego foto della “base israeliana” distrutta, tra virgolette perché se lo è davvero certo non ce lo vengono a dire. Intanto, nel Mar Rosso continuano i lanci di missili sui mercantili.
PS – l’Iraq ha reagito malissimo, nonostante le rassicurazioni iraniane che non ce l’hanno con loro, e intende rivolgersi al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Credo di sapere come finirà la cosa.
EDIT: come giustamente mi fa notare Stefano Orsi, Tahrir al-Sham è l’Al Qaida siriana, non l’ISIS.
Fonte
07/07/2022
GAS: rischio di guerra tra Israele e Hezbollah, tensione in Kurdistan
di Michele Giorgio
Il gas naturale. Tutti lo cercano. Chi per sottrarsi alla dipendenza dall’energia russa, chi per garantirsi riserve sufficienti in vista del prossimo inverno che si annuncia difficile, soprattutto in Europa. Anche per questo il gas rischia di innescare conflitti o di rivelarsi una efficace arma di pressione su chi vuole esportarlo o importarlo. E ciò è ancora più vero se parliamo del Medio oriente.
Un segnale di quanto potrebbe accadere nei prossimi mesi è stato il bombardamento del giacimento di gas naturale di Khor Mor nel governatorato di Sulaymaniyah, attaccato con razzi in tre occasioni il 22, 24 e 25 giugno. Due i feriti. La struttura è la più grande della regione del Kurdistan iracheno e si trova nel territorio controllato dall’Unione patriottica del Kurdistan (Puk). Gestito da Dana Gas (Emirati), Khor Mor è al centro di un piano del Partito democratico del Kurdistan (KDP) per esportare gas in Europa attraverso un nuovo gasdotto che attraversa la Turchia. Piano che è considerato impraticabile a breve termine e, quindi, solo una operazione di pubbliche relazioni volta ad attirare gli europei, poiché il Kurdistan iracheno non dispone di gas sufficiente per il proprio consumo. Il leader del Puk, Bafel Talabani, il 29 aprile aveva avvertito che il piano del KDP si sarebbe realizzato solo sul suo cadavere. L’attacco, attribuito da indiscrezioni a «formazioni sciite», ha confermato che a Baghdad come a Teheran si pensa che un bene prezioso come il gas non vada «svenduto agli occidentali» a danno di interessi regionali «più rilevanti», come la fine, prima di tutto, delle sanzioni che colpiscono il petrolio e il gas dell’Iran.
La crisi più pericolosa è tuttavia quella al confine marittimo tra Israele e Libano. Yair Lapid – premier israeliano ad interim che, anche con il pugno duro in politica estera, si gioca le sue possibilità di battere nelle elezioni del 1 novembre il leader dell’opposizione Netanyahu – è partito ieri per Parigi, dove ha incontrato il presidente Macron, rilasciando dichiarazioni bellicose a commento del lancio nel fine settimana di tre droni da parte del movimento sciita libanese Hezbollah verso la piattaforma galleggiante di estrazione del gas inviata unilateralmente da Israele nell’area di Karish, una zona di mare contesa tra i due paesi. Il governo libanese, ha detto Lapid, «ha bisogno di tenere a freno Hezbollah. Israele non accetterà questo tipo di attacchi alla sua sovranità e chiunque lo faccia deve sapere che sta correndo un rischio inutile per il proprio benessere». Altrimenti, ha minacciato, «sarà costretto a farlo Israele».
In realtà il confine marittimo e, di conseguenza, lo sfruttamento dei giacimenti di gas in quell’area sono ancora da definire. E la mediazione USA non ha dato risultati. Beirut respinge l’affermazione di Israele secondo cui Karish sarebbe nelle sue acque territoriali. E Hezbollah, alleato di ferro dell’Iran, sostiene che il Libano, senza attendere il via libera di Washington, dovrebbe avviare subito le esplorazioni. A Beirut spiegano che il «messaggio» inviato dal movimento sciita con i tre droni non era diretto solo a Israele. Tra i destinatari c’era anche il primo ministro designato Najib Miqati che, secondo Hezbollah, pur di arrivare a un accordo sarebbe pronto ad accontentarsi di uno spazio di mare inferiore rispetto a quanto stabilito dal Libano, con una riduzione dell’area da esplorare per il gas naturale.
La disputa sul confine marittimo tra Israele e Libano, ancora formalmente in guerra, va avanti da decenni e si è riaccesa negli ultimi anni alla luce dei ritrovamenti di giacimenti di gas. Nel 2011 il governo libanese ha adottato la cosiddetta linea 23 erodendo parte delle acque rivendicate da Israele e delimitate dalla precedente linea H. Dopo il 2020, Beirut ha aggiunto alle sue richieste un’area di 1.430 kmq e le trattative si sono bloccate.
27/04/2022
La Turchia scatena offensiva militare contro il PKK in Iraq e Siria
L’esercito turco sta estendendo l’operazione militare iniziata nel nord dell’Iraq anche al Nord della Siria, colpendo i centri controllati dalle Ypg, le milizie combattenti curde.
“Se il mondo continua a chiudere un occhio sull’aggressione di Erdogan, assisteremo a un aumento degli spargimenti di sangue, degli sfollamenti e dell’instabilità in tutto il Kurdistan e in Medio Oriente. Dobbiamo rompere il silenzio sull’invasione turca del Kurdistan meridionale e agire!” scrive in un comunicato il Congresso Nazionale del Kurdistan (KNK).
Negli ultimi giorni colpi di mortaio turchi sono caduti nella provincia di Kobane, mentre diverse incursioni di droni nell’area di Tal Tamer e Zarkan nella ‘Rojava’ sotto controllo delle Ypg, hanno ucciso tre combattenti delle Ypg. La scorsa settimana il PKK aveva reagito agli attacchi turchi, iniziati nel Nord dell’Iraq il 18 aprile, facendo detonare un ordigno a controllo remoto nella città nord-occidentale di Bursa, colpendo un autobus di poliziotti turchi, uccidendo un ufficiale di polizia penitenziaria e ferendone altri.
Il governo turco ha cercato di sminuire l’attacco per preservare l’industria turistica nel Paese. Attentati nelle città turche non avvenivano dal gennaio 2017, che hanno da sempre principalmente colpito militari, poliziotti e funzionari statali, ma anche le infrastrutture e chi vi opera.
Il governo turco il 18 aprile ha lanciato un’operazione militare aerea e terrestre per colpire le basi del PKK nel Nord Iraq, ma l’operazione è stata allargata al Nord della Siria. L’operazione mira a distruggere le basi, i rifugi e i depositi di munizioni del PKK nelle province di Zap, Metina, Gara e Avasin-Basyan, tutte situate nella regione del Kurdistan Iracheno (KRG), controllato dal clan curdo Barzani da generazioni. Si tratta di regione autonoma praticamente indipendente da Baghdad in cui è forte però anche la presenza di militari e istruttori statunitensi, britannici e italiani.
Fonti curde riferiscono che venerdì ci sono state segnalazioni locali di “esplosioni” in una base strategica turca nel Kurdistan iracheno e la Turchia non ha fornito informazioni sull’incidente a causa di una politica di segretezza riguardante le operazioni all’estero dell’Agenzia nazionale turca di intelligence (MİT). La base turca situata in un villaggio vicino alla città di Shiladze (Sheladiz), è nota per essere gestita dal MIT.
I rapporti tra governo del KRG (kurdistan iracheno) e il PKK non sono affatto buoni. La cacciata del PKK consentirebbe al governo di Barzani il controllo di regioni montuose ed arriva in seguito all’alleanza sempre più stretta tra la Turchia e il clan Barzani. Un legame economico che ora punta a trovare un accordo per un gasdotto che porti in Turchia il gas curdo, come testimoniato dalla recente visita di Erdogan, arrivata a sorpresa a pochi giorni dall’inizio della crisi in Ucraina.
Inutile dire che questo progetto trova il sostegno dell’Unione Europea, alla ricerca di alternative al gas russo. Il regime di Erdogan è deciso ad annientare definitivamente il PKK ed ottenere un risultato importante su cui far leva in vista delle elezioni del 2023. Dal 2015 Erdogan ha messo fine ad ogni ipotesi di negoziato con i curdi ed ha deciso di attaccare il PKK con una serie di operazioni durissime nei tre anni seguenti. Per eliminare le sacche di resistenza curde all’interno della Turchia, Erdogan e il ministro della Difesa Hulusi Akar hanno ripetuto che puntano all’eliminazione totale del PKK.
Fonte
16/06/2021
Bloccata delegazione internazionale nel Kurdistan iracheno. Non “disturbate” Erdogan
Non solo. Attualmente si trovano a Erbil nell’enclave kurda in Iraq, 30 attiviste/i da tutta Europa, impegnati in una delegazione il cui scopo principale è proprio quello di denunciare l’invasione turca e promuovere la pace nella regione.
Nella giornata del 12 giugno è stato impedito a un secondo gruppo, di circa 60 persone, di raggiungere l’area, mentre ad una trentina di loro è stato impedito di partire dall’aeroporto di provenienza; 27 persone sono state bloccate a Düsseldorf dalla polizia federale tedesca ed è stato loro applicato un divieto di volo verso l’Iraq per una durata di 30 giorni. Tra queste persone c’erano anche Canzu Özdemir, donna curda, deputata del Parlamento di Amburgo.
Altre 14 persone sono state invece arrestate all’aeroporto di Erbil. Alcune sono già state deportate nei loro paesi di origine, altre sono tuttora trattenute e circondate presso il loro hotel dalla polizia della regione Autonoma del Kurdistan iracheno, governata dalla destra curda alleata della Turchia.
Qualche giorno fa, in seguito all’arrivo del primo gruppo di internazionalisti, il governo del Kurdistan Iracheno aveva rilasciato una dichiarazione di contrarietà alla presenza della delegazione sul territorio del Başur.
La posizione è stata rafforzata da una seconda dichiarazione, pubblicata in seguito agli arresti, in cui si accusa il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) di strumentalizzare la presenza di europei per destabilizzare la regione, e che gli stessi internazionalisti europei, sotto le mentite spoglie della pace e della cooperazione, abbiano invece altri scopi.
Fonte