Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta DEM. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta DEM. Mostra tutti i post

10/08/2026

Turchia - Presentata la legge sul PKK; è escalation fra Iran e gruppi curdi

È approdata nel parlamento turco la “Legge sul rafforzamento della solidarietà nazionale e dell’integrazione sociale”, approdo di più di due anni di trattative di pace sulla questione curda fra stato turco e Abdullah Ocalan, mediate dal Partito della sinistra filocurda DEM.

La proposta prevede che indagini, processi e pene a carico di militanti del PKK relativi a reati punibili con una pena detentiva fino a 15 anni vengano sospesi per cinque anni, mentre i procedimenti che prevedono pene più severe, incluso l’ergastolo, vengano sospesi per 10 anni. Quest’ultima casistica era inaspettata alla vigilia, quando le indiscrezioni parlavano di un’esclusione totale per coloro i quali si fossero macchiati di reati molto gravi.

Tuttavia, i principali dirigenti del PKK, fra cui Ocalan, restano esclusi per effetto di un’altra clausola “ad personas”: chi è stato condannato all’ergastolo può aderire ai benefici previsti dalla legge solo se ha commesso i propri reati prima del primo giugno 2005.

Si potrà fare richiesta di adesione solo dopo che una commissione ad hoc, formata da apparati di sicurezza e apparati governativi, avrà certificato il completo disarmo del PKK, ovvero lo svuotamento di tutti i depositi di armi, ubicati nelle montagne del Kurdistan Iracheno, che i servizi segreti attribuiscono all’organizzazione curda.

La legge è estesa sia ai militanti che attualmente si trovano, appunto, nei rifugi del Kurdistan iracheno, sia a quelli che si trovano in carcere, sia a quelli che si trovano in esilio altrove. Se durante i 5 o 10 anni di sospensione degli aggravi a loro carico non commetteranno altri reati, l’amnistia per loro sarà definitiva, altrimenti perderanno tutti i benefici.

La proposta di legge è stata firmata dai parlamentari dei partiti di governo, da quelli del partito DEM e da quelli di quel che resta del Partito Popolare Repubblicano (CHP), “ammaestrato” per via giudiziaria; i 91 parlamentari del più grande gruppo di opposizione, ovvero quello neocostituito del “Partito Nuovo”, composto dai fuoriusciti del CHP, non hanno inteso firmare la legge, in protesta contro la repressione abbattutasi sul loro partito.

Ora resta da vedere se il blocco formatosi a sostegno di questa legge possa consolidarsi e portare avanti anche un progetto di modifica costituzionale, come vorrebbe Erdogan.

In tal senso, il leader del Movimento Nazionalista Devlet Bahceli, alleato di governo, ha chiesto che, parallelamente all’implementazione di questa legge quadro, anche Ocalan e Demirtas vengano rilasciati.

Del loro destino, attualmente, non si sa nulla, così come di quello dei tanti ex sindaci ed ex parlamentari della sinistra filocurda non armata, prigionieri da anni. Il loro peso politico ed il loro consenso sono sicuramente maggiori di quello di cui godrebbe qualche migliaio di ex quadri di base o quadri medi del PKK tornati alla “politica legale”. 

È dall’inizio del processo di pace che Bahceli si è cucito addosso questo insolito ruolo di “colomba”, in contrasto con la maggiore durezza espressa da Erdoagn, in quello che ormai sembra essere più un gioco delle parti che una divaricazione reale.

L’efficacia di questo processo di pace, tuttavia, potrebbe essere minata da un fattore esterno, ovvero l’escalation in corso fra vari gruppi politici curdi basati anch’essi nel Kurdistan Iracheno e la Repubblica Islamica dell’Iran.

Sin da quando si sono diffuse voci su un possibile coinvolgimento di gruppi separatisti curdi – di diversa ideologia – nell’aggressione di USA e Israele nei confronti dell’Iran, la rappresaglia di Teheran nei loro confronti non si è fermata nemmeno durante i periodi di cessate il fuoco.

La Turchia, durante le prime fasi della guerra, aveva collaborato con le Guardie della Rivoluzione fornendo informazioni di intelligence circa i movimenti effettuati sul terreno da questi gruppi e aveva contribuito – a detta dello stesso Aragchi – a dissuadere Trump da dare attuazione al piano israeliano di utilizzarli per un’offensiva di terra.

Successivamente, però, la linea di Ankara è cambiata: in occasione di colloqui seguiti ai funerali di Khamenei, secondo il Middle East Eye, ufficiali turchi hanno chiesto alla controparte iraniana di fermare gli attacchi contro i gruppi curdi. Il timore è che una continuazione della rappresaglia avrebbe spinto questi ultimi a stringere ulteriormente i legami con Israele, compromettendo anche il processo di pace in Turchia.

Tuttavia, non si va nella direzione auspicata da Ankara. Il 2 agosto, un attacco con droni rivendicato dal Pjak, ala iraniana del Pkk, ha ucciso un soldato iraniano in un villaggio di confine. I droni erano partiti dal Kurdistan iracheno. Ovviamente, se emergesse che quest’organizzazione sia venuta in possesso in quantità massicce di questi letali droni esplosivi, l’escalation cambierebbe passo.

In tal caso, l’intera Regione Autonoma Curda si troverebbe completamente esposta agli attacchi missilistici iraniani a seguito del ritiro delle batterie Patriot effettuato dagli USA, i quali, come noto, dopo la fallimentare campagna contro la Repubblica Islamica, sono a corto di missili intercettori e hanno deciso che i primi ad essere lasciati scoperti siano, ancora una volta, gli “alleati curdi”.

L’esercito iraniano, da parte sua, ha affermato che le proprie forze speciali stanno effettuando una serie di operazioni di terra all’interno del territorio iracheno, di cui Baghdad è informata.

In una di queste, avvenuta due giorni dopo aver subito il letale attacco con droni, è rimasto gravemente ferito il figlio di Hussein Yazdanpanah, capo del Partito della Libertà del Kurdistan (PAK), gruppo separatista curdo iraniano che più di tutti è vicino ai Barzani e rivendica legami con Israele.

Si tratta, dunque, di operazioni volte a colpire i vertici delle organizzazioni separatiste e distruggerne le basi operative, che confermano la risolutezza dell’Iran a colpire i propri nemici a 360 gradi.

Fonte

24/02/2026

Turchia - Il Parlamento verso la riammissione dei membri del PKK, con prudenza

Dopo un lungo tergiversare, la commissione parlamentare turca “per la Solidarietà Nazionale, la Fratellanza e la Democrazia”, nata nell’ambito del processo di pace fra stato e PKK, ha approvato una relazione che definisce una roadmap per la risoluzione del conflitto con l’organizzazione armata curda, rispondendo finalmente agli atti unilaterali da essa effettuati, ovvero la dichiarazione di autoscioglimento e le dichiarazioni di ritiro dai confini.

La relazione è stata approvata con 47 voti a favore, 2 contrari ed un astenuto, quindi il voto favorevole è stato trasversale: i partiti di governo, il partito della sinistra filocurda DEM e l’opposizione repubblicana hanno votato compattamente a favore, ad eccezione di un astenuto nelle fila di quest’ultima, mentre i due voti contrari sono del Partito del Lavoro e del Partito dei Lavoratori di Turchia, due partiti comunisti alleati con il DEM.

Questo sviluppo segue la risoluzione della questione relativa all’Amministrazione Autonoma del nord-est della Siria a favore del governo centrale qaedista, grazie all’accordo del 30 gennaio, che ha eliminato o, comunque, ridimensionato a livelli ritenuti accettabili l’autonomia curda nel paese, rimuovendo un ostacolo il cui superamento Ankara considerava imprenscidibile per dare impulso all’avanzamento del processo di pace anche in patria.

Il dispositivo approvato è un documento d’indirizzo, non ancora una proposta di legge organica. Non prevede alcun riconoscimento politico esplicito delle istanze confederali del movimento di liberazione curdo, né fa menzione di status speciali per la lingua e la cultura curde; prevede modifiche del quadro legislativo in alcune materie che andranno a beneficio di esponenti del movimento curdo, senza, però, menzionarli esplicitamente.

Il documento prevede che prima di procedere con le misure legislative, si dovrà ottenere l’ok dei servizi segreti e dell’esercito, i quali stanno monitorando che i membri del PKK sui monti Qandil e negli altri rifugi stiano effettivamente distruggendo i loro depositi di armi, senza cercare di trasferirsi in Iran o Siria, per continuare a militare nelle organizzazioni armate “sorelle”. Anzi, nell’ambito dell’accordo stipulato in Siria, sono i curdi di nazionalità turca a dover rientrare sui monti Qandil.

Successivamente si prevede di emanare un nuovo quadro legislativo temporaneo sui reati di “terrorismo” che dovrebbe, appunto, consentire ai militanti del PKK che non hanno fatti di sangue a carico di poter tornare a casa e di accedere alla partecipazione politica. Tuttavia, si sottolinea che le valutazioni saranno individuali, militante per militante, e ciascuno verrà comunque sottoposto a processo. Alcune centinaia di dirigenti politici dovranno andare in esilio, senza poter essere riammessi.

Si prevede che i comuni in cui i sindaci eletti vengono sollevati per via giudiziaria non saranno più soggetti al commissariamento governativo, ma effettueranno una rielezione in seno al consiglio comunale, a beneficio dei tanti comuni vinti dalla sinistra filocurda che nel corso degli anni hanno subito il commissariamento.

Infine, si prevede di uniformare la legislazione turca alle sentenze della Commissione Europea per i Diritti dell’Uomo in particolare per quel che riguarda materie quali i partiti politici, la libertà di espressione ed il cosiddetto “diritto alla speranza”, ovvero la possibilità, per chi è condannato all’ergastolo aggravato, di poter accedere, dopo un certo numero di anni, a forme alternative di detenzione. Di tali provvedimento beneficerebbe Ocalan ed altri leader curdi, come Selahattin Demirtas.

Segue, poi, una parte che rappresenta, in pratica, il manifesto del progetto neo-ottomano: si declama la necessità di avere non solo una “Turchia senza terrorismo”, ma anche una “regione mediorientale senza terrorismo”, e di dare impulso alla “fratellanza fra turchi, curdi e arabi” sotto l’egida del “nuovo secolo turco”.

Questi sviluppi erano stati anticipati dalle dichiarazioni rilasciate dallo stesso Ocalan qualche giorno prima, a seguito dell’ennesimo incontro con una delegazione del partito DEM.

In quella sede, il leader curdo aveva affermato che è giunto il momento di dar luogo alla seconda fase del processo, quella costruttiva, in quanto la fase iniziale di de-escalation si è conclusa; inoltre, nel ricordare il fatto storico che la Repubblica venne costruita anche dai Curdi – Mustafa Kemal Ataturk e le tribù curde combatterono in alleanza contro l’ultimo sultano e le potenze occidentali – aveva ribadito di rivendicare non un’area autonoma o uno statuto speciale per i curdi, bensì la “costruzione di una società democratica” e della “democrazia di base”, nel nome di una ritrovata convivenza pacifica e integrazione sociale fra Turchi e Curdi.

I parlamentari del Partito DEM, come detto, hanno votato a favore pur sollevando alcune importanti obiezioni: viene contestato il titolo dato al processo di pace, “Turchia senza terrorismo”, tutto improntato sulla questione securitaria, e la mancata menzione dell’esistenza di un problema curdo, con tutti gli annessi e connessi culturali e linguistici.

Anche fonti interne al PKK hanno espresso giudizi simili, affermando che il rapporto segna comunque “un passo importante verso il consolidamento della democrazia in Turchia”.

Il voto positivo quasi unanime dei repubblicani invece, non era scontato ed è stata una mossa effettuata per stoppare i tentativi delle forze governative di utilizzare il processo di pace per dividere l’opposizione filocurda da quella secolarista, nonostante i processi e le incarcerazioni contro i principali esponenti esponenti del Partito popolare Repubblicano continuino senza sosta e non sia prevista alcun provvedimento lenitivo.

Come si vede, la strada intrapresa dal processo di pace è all’apparenza molto penalizzante per le istanze del movimento confederale curdo e sicuramente trova l’opposizione dei settori curdi più identitari e nazionalisti, in quanto viene abbandonata ogni velleità autonomista a favore di una generica “democrazia di base”.

Tuttavia, la piega presa dagli eventi rispecchia i rapporti di forza attuali nel paese, in cui il PKK era, di fatto, quasi non più operativo e costituiva per lo più una fonte di pretesti repressivi: migliaia di persone, nel corso degli anni sono andate in carcere per reati di opinione quali “esaltazione di organizzazione terroristica” o “appartenenza ad organizzazione terroristica”, applicati anche per frasi pronunciate in comizi o sui social. Ora tali “reati” dovrebbe essere quantomeno rimodulati.

Alleviando gli aspetti più repressivi e burocratici dello stato turco, Ocalan spera evidentemente di aumentare l’agibilità politica di un movimento di liberazione curdo integrato con i settori più aperti della sinistra turca, nel quadro di un nuovo repubblicanesimo più inclusivo, più che dell’identitarismo curdo.

Resta, ovviamente, il forte scetticismo nei confronti del governo, che intende utilizzare il processo di pace prioritariamente per aumentare i propri consensi – ai minimi storici – attingendo fra la popolazione curda (al momento il consenso del partito di governo nel sud-est ammonta a circa il 30%, ritenuto insufficiente) e per mettere in atto la propria agenda politica.

Questa prevede una crescente islamizzazione della vita interna e la continuazione dell’espansionismo neo-ottomano nella regione, dove il governo turco cerca di muoversi in accordo con l’Amministrazione Trump, con cui i rapporti sono decisamente migliori rispetto a Biden e Obama.

Archiviato il problema siriano, le incognite sulla continuazione del processo di pace sono date, al momento, dall’espansionismo sionista, che si muove in concorrenza con quello neo ottomano sugli stessi territori, Palestina compresa (nei giorni scorsi l’ex-Premier Naftali Bennet ha definito la Turchia “il nuovo Iran”) e dalla situazione fra USA e Iran.

In particolare Ankara, pur preferendo che l’Iran ceda su tutta la linea ai ricatti USA – specialmente sulla questione del sostegno all’Asse della Resistenza – è assolutamente contraria all’attacco diretto contro la Repubblica Islamica e sta attivando tutti i suoi canali diplomatici.

Fra gli altri effetti destabilizzatori, infatti, ci potrebbe essere una ripresa delle istanze autonomiste curde nelle regioni rivendicate come “Kurdistan iraniano”, con possibile afflusso di miliziani e riproposizione della situazione siriana.

Fonte

31/01/2026

Siria - I dirigenti curdi firmano un accordo-capestro con Damasco. Reggerà?

Le autorità qaediste ed i dirigenti di quel che resta delle Forze Democratiche Siriane (FDS) hanno firmato un accordo d’integrazione. L’ennesimo. Stavolta qualificato come “permanente” in quanto scioglie diversi nodi lasciati irrisolti precedentemente. La formulazione apparsa sul profilo X delle FDS, confermata dal “ministero dell’informazione” di Damasco, è la seguente:
È stato raggiunto un accordo per il cessate il fuoco tra il governo siriano e le Forze Democratiche Siriane nell’ambito di un accordo globale, con un’intesa su un processo di integrazione graduale per le forze militari e amministrative tra le due parti.
L’accordo prevede il ritiro delle forze militari dai punti di contatto, l’ingresso delle forze di sicurezza affiliate al Ministero dell’Interno nei centri delle città di Al-Hasakah e Qamishli e l’avvio del processo di integrazione delle forze di sicurezza nella regione, nonché la formazione di una divisione militare composta da tre brigate delle Forze Democratiche Siriane, oltre alla formazione di una brigata per le forze di Kobane all’interno della divisione affiliata al Governatorato di Aleppo.
L’accordo prevede inoltre l’integrazione delle istituzioni di autogoverno all’interno delle istituzioni statali siriane con la conferma del personale civile. È stato, inoltre, raggiunto un accordo sulla definizione dei diritti civili ed educativi per il popolo curdo e sulla garanzia del ritorno degli sfollati nelle loro aree.
L’accordo mira a unificare i territori siriani e a realizzare il pieno processo di integrazione nella regione, rafforzando la cooperazione tra le parti interessate e unificando gli sforzi per ricostruire il Paese.

Centro media delle Forze democratiche siriane – 30 gennaio 2026
Si tratta, dunque, della fine dell’Amministrazione Autonoma del nord-est, senza nessun margine di decentramento amministrativo. Nemmeno la polizia nelle città di Qamishli ed Al-Hasaka rimane di pertinenza curda, mentre non è specificato cosa succederà alla polizia di Kobane/Ain-al-Arab.

Rispetto alla formulazione del 18 gennaio, vi è un punto migliorativo: non si parla più di adesione individuale dei miliziani delle FDS all’esercito centrale – difficile da attuare nella pratica – bensì della formazione di una divisione intera e di una brigata all’interno di un’altra divisione totalmente composte dalle FDS. Non si è entrati nel merito del destino delle Ypj femminili, argomento sensibilissimo vista l’impostazione culturale del governo di Damasco.

Altro punto positivo, ma non semplice da implementare, è il ritorno a casa degli sfollati curdi di Afrin e Ras-al-Ayn, stipati in campi profughi da una decina d’anni.

Ovviamente resta in vigore il decreto governativo che riconosce la lingua e la cultura curde e si stabilisce che i dipendenti delle strutture civili e governative rimangano al loro posto, ma totalmente integrati nelle strutture centrali. Alle FDS dovrebbero toccare il governatore di Al-Hasaka e qualche posto nel “ministero della difesa”.

Si tratta di un accordo molto sfavorevole, firmato con una pistola puntata alla tempia dei dirigenti curdi, poiché è chiaro che gli USA non si sarebbero opposti ad una nuova offensiva militare qaedista alla scadenza del cessate il fuoco attualmente in vigore per il trasferimento dei prigionieri dell’Isis in Iraq.

In vista, dunque, c’erano nuovi spargimenti di sangue, anche perché nei giorni scorsi è emerso che le defezioni nel campo a guida curda sono state più profonde rispetto alle sole tribù sunnite, al soldo degli USA, che consentivano il controllo dei governatorati di Raqqa e Deir-ez-Zor: hanno riguardato anche alcune tribù che dall’inizio si erano alleate alle milizie curde e che quindi, apparentemente, aderivano anche al loro progetto politico.

Senza queste ultime, diventa molto difficile organizzare una resistenza nelle due enclave fino ad oggi ancora controllate dalle Ypg, poiché anche all’interno di esse la presenza della popolazione curda è a macchia di leopardo. L’unico territorio più omogeneamente a maggioranza curda era la provincia di Afrin, fino agli sfollamenti forzati a seguito dall’operazione militare turca nel 2018. In quel caso, fatalmente, la scelta fu opposta a quella attuale: non stipulare nessun accordo sostanziale con il regime baathista, nonostante i tentativi russi di mediazione, che avrebbero evitato l’invasione e gli sfollamenti.

L’Amministrazione Autonoma termina, dunque, perché crolla una delle fondamenta politiche del progetto confederale elaborato e messo in pratica dal movimento di liberazione curdo, ovvero la sua generalizzazione anche ad altre etnie del medio-oriente.

Tornando all’accordo del 30 gennaio, vale la stessa cosa valida per le precedenti versioni: una cosa è mettere su carta determinate condizioni, un’altra è darne concreta attuazione, tanto più che si tratta di integrare due soggetti politici profondamente differenti. Del resto, il testo è talmente penalizzante per il progetto curdo, che potrebbe aprirsi una dialettica seria al suo interno.

Già nei giorni scorsi, vi sono stati ritardi, da parte di comandanti locali, nell’implementare le ritirate da Aleppo, Raqqa e Deir-ez-Zor; inoltre, all’interno dei territori controllati dalle Ypg si è assistito a scene di ammainamento delle bandiere delle FDS a favore della bandiera nazionale dell’indipendentismo curdo e a rimostranze da parte dei miliziani curdi nei confronti degli “arabi traditori”. Su X sono comparsi dei post di dissenso nei confronti dell’accordo, anche da parte di fonti filocurde ben informate, che lo giudicano indigeribile per i quadri di base.

Vi è, insomma, una riemersione delle istanze nazionali curde e del richiamo alla fratellanza curda causate dal fallimento della generalizzazione del progetto confederale.

La contraddizione ora si riversa anche, dal lato turco, sul partito della sinistra filocurda DEM e su Ocalan stesso, che stanno gestendo la trattativa per il disarmo del PKK: i portavoce del DEM hanno rilasciato una dichiarazione che saluta positivamente l’accordo, ma non è scontato che se la sua base lo percepirà come tale.

Per quanto riguarda l’alleanza governativa turca, invece, tutto sembra andare per il verso desiderato nel momento in cui ha avviato il processo di pace interno: l’area autonoma curda si avvia allo scioglimento senza necessità di un intervento militare diretto visibile, il movimento di liberazione curdo rischia di spaccarsi al suo interno, mentre l’altra opposizione, quella repubblicana, è bersagliata dai processi politici.

Il sistema di potere di Erdogan lavora, in tal modo, a rimanere in sella nonostante, secondo molti analisti, sia diventato minoranza sociale nel paese. Il tutto ad un costo politico che sarà molto relativo: ulteriore sdoganamento legislativo della lingua e della cultura curde e parziale amnistia nei confronti di alcuni militanti del PKK, che difficilmente, al loro ritorno in Turchia, potranno poi avere un consenso politico rilevante.

Tutti gli attori operano, comunque, su un filo sottolissimo, che potrebbe rompersi da un momento all’altro e dare luogo a cambiamenti repentini, come quelli cui è andata incontro nel breve volgere di una ventina di giorni la compagine curda. Soprattutto perché molto dipende dalla volubilità degli umori in casa statunitense, dove il dissenso per l’abbandono delle FDS è ancora forte e, soprattutto, è aperta la partita relativa ad un possibile attacco all’Iran, all’interno della quale le fazioni curde potrebbero essere arruolate – si spera di no – allo scopo di sottrarre territori alla Repubblica Islamica ed indebolirla.

Fonte

28/11/2025

Turchia - Parlamentari da Ocalan, ma si gioca sporco sul processo di pace

Il 24 novembre si è verificato il tanto atteso viaggio in delegazione di alcuni parlamentari turchi ad Imrali, per incontrare Abdullah Ocalan in merito al processo di pace in corso fra stato turco e PKK, così come stabilito dalla commissione parlamentare “per la riconciliazione nazionale, la fratellanza e la democrazia”.

A darne l’annuncio è stato un comunicato del Parlamento, che ha definito l’incontro positivo. Il Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli (DEM), fino ad oggi impegnato nella mediazione con Ocalan, ha definito la decisione della commissione parlamentare “storica” poiché per la prima volta Ocalan riceve la legittimazione istituzionale ufficiale come interlocutore dello Stato.

Durante la visita, secondo quanto è trapelato, sarebbero stati affrontati i temi più importanti: il destino dei militanti del PKK che disarmano e, soprattutto, la situazione delle Forze Democratiche Siriane (FDS) e la loro integrazione nelle strutture dello stato centrale di Damasco.

Su quest’ultima questione, per non far deragliare l’intero processo di pace, è necessario mediare fra le esigenze delle SDF di mantenere una loro struttura al cospetto del nuovo regime qaedista e le preoccupazioni turche circa i pericoli per la propria integrità territoriale derivati dalla presenza di un’area autonoma curda, indipendente di fatto e supportata da potenze imperialiste, ai propri confini con la Siria.

Tuttavia, non si sa se per motivi di riservatezza (il verbale della riunione rimarrà segretato per 10 anni) o perché in realtà non si sono fatti sostanziali passi avanti, non è stato stato dato grande risalto ai risultati di questi colloqui, nemmeno dalla parte curda, che, quando si tratta di pronunciamenti di Ocalan, solitamente mette molta enfasi.

Al contrario, hanno fatto più rumore le assenze, in particolare nella composizione della delegazione. C’erano, infatti, soltanto un esponente del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), un esponente dei nazionalisti (MHP) ed un esponente del DEM, ovvero i due partiti di governo e il partito incaricato di mediare. Si sono volontariamente chiamati fuori tutti gli altri partiti di opposizione, anche quelli che avevano accettato di entrare nella commissione parlamentare.

Particolarmente clamoroso è stato il passo indietro effettuato all’ultimo minuto da parte del Partito Popolare Repubblicano (CHP), principale partito di opposizione, nonostante quest’ultimo negli ultimi mesi si sia sempre dichiarato a favore del processo di pace e nonostante il potenziale autolesionistico di questa decisione. L’ondata di vittorie elettorali nelle elezioni locali degli ultimi anni, infatti, è avvenuta anche grazie al voto curdo.

La motivazione ufficiale è la mancanza di trasparenza nei vari passaggi politici di questo processo di pace. In realtà, probabilmente, la decisione è motivata in piccola parte dal riemergere, all’interno del partito, di pulsioni ideologiche anticurde e, in gran parte, dalla volontà di non allinearsi ad un processo di pacificazione nazionale voluto dal governo, proprio mentre i propri dirigenti e sindaci vengono arrestati e messi sotto processo uno dopo l’altro.

In tal senso, nei giorni scorsi è stato reso pubblico l’atto d’accusa nei confronti di Imamoglu, sindaco eletto di Istanbul, in carcere dal marzo scorso: rischia una condanna fino a 2.352 anni di reclusione perché accusato di essere il capo di un’organizzazione criminale, avente come scopo quello di fargli vincere in maniera fraudolenta il congresso del CHP e la candidatura alla Presidenza della Repubblica per il 2028. Contestualmente è stato richiesto l’avvio delle procedure legali per sciogliere il CHP. Inoltre, è in piedi anche l’accusa di spionaggio per conto della Gran Bretagna. 

Autore delle indagini è il famigerato procuratore Hakin Gurlek, che in passato si era occupato di alcuni processi nei confronti della sinistra filocurda per poi diventare Vice Ministro della Giustizia e tornare, infine, in Magistratura, nel ruolo di procuratore capo di Istanbul, subito dopo la rielezione a sindaco di Imamoglu. Un vero e proprio sicario governativo, insomma.

L’autoesclusione del CHP dal processo di pace rappresenta una vittoria per Erdogan nella sua tattica di dividere le opposizioni e cercare di attirare verso l’area governativa la sinistra filocurda o, comunque, il consenso curdo. Eppure, sono passati non più di 9 anni dai numerosi coprifuoco imposti in vaste aree del sud-est nell’ambito dell’ultima aspra fase del conflitto con il PKK.

Il Partito DEM, da parte sua, critica la decisione del CHP in quanto il processo di pace nasce per risolvere una questione, quella curda, che è storica e va al di là della lotta attuale fra governo e opposizioni. Tuttavia, ora si trova nella situazione scomoda di essere associato a una “manovra di palazzo” da parte della compagine governativa ed è esposto all’accusa di prestarsi ai suoi disegni neo-ottomani.

La vera mancanza di cui soffre il partito filocurdo è l’assenza di un vero dibattito pubblico e di una mobilitazione popolare a sostegno del processo di pace, come c’erano nel precedente tentativo del 2013-2015; in quest’occasione, tutto sta avvenendo esclusivamente tramite trattative fra vertici e gruppi politici.

Chi sta mobilitando in massa la propria base, in Turchia e in tutta Europa (dove gode dell’appoggio della “sinistra liberale”), è proprio il CHP, il quale, dall’arresto di Imamoglu, organizza periodiche manifestazioni contro la detenzione di sindaci e dirigenti di opposizione; rispetto a tali mobilitazioni il DEM, essendo coinvolto direttamente nella mediazione con Ocalan, mantiene un atteggiamento di adesione meramente formale, pur avendo a sua volta ancora moltissimi sindaci e dirigenti in carcere, come risultato della stagione repressiva dell’ultimo decennio.

Sulla testa del più popolare di questi prigionieri, ovvero Demirtas, si sta concentrando un gioco politico sporco, volto ad attribuirgli false richieste di grazia al Presidente e ad accreditare divaricazioni fra lui e il DEM o Ocalan. Il tutto mirante a screditarlo presso la sua base e ad ostacolarne la liberazione, che, per costituzione, sarebbe dovuta essere già avvenuta dopo la pronuncia definitiva della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo (CEDU) a suo favore.

Evidentemente, il profilo politico forte e autonomo di Demirtas, unico leader curdo ad avere consensi anche i fra i Turchi, è visto come un ostacolo nella cooptazione del consenso dei DEM verso l’area governativa.

Pertanto, dal carcere di Edirne, è dovuto così intervenire: “Sono entrato qui con onore e a testa alta. Ne uscirò con onore, o rimarrò qui fino all’ultimo giorno della mia vita. Non c’è alternativa per me... Qualsiasi dichiarazione, commento o pensiero che non ho condiviso direttamente non mi vincola”.

E sulle presunte differenze fra lui e Ocalan: “Non ho alcuna competizione, divergenza o scontro con Abdullah Öcalan. La visione, il ruolo e la responsabilità storica di Öcalan sono molto importanti, e solo lui può farsene carico... Sono entrato in politica nel Partito della Società Democratica (DTP), e il Partito DEM, l’attuale rappresentante della nostra tradizione politica, è il mio unico partito. Anche se un giorno dovessi entrare in politica, la mia casa è il Partito DEM. Qualsiasi ipotesi che io possa fondare un altro partito o passare a un altro è pura speculazione”.

Questo tentativo di dividere il movimento curdo (e tutta la sinistra) potrebbe avere il suo punto di caduta nel caso in cui, come sembra, dovesse essere emessa un’amnistia parziale che copra solo alcuni militanti del PKK, escludendo gli altri prigionieri politici (per non dover liberare quelli con maggior consenso popolare). Nel mentre, come detto, si attende ancora l’esecuzione delle sentenze definitive della CEDU.

In definitiva, si stanno palesando una serie di nodi non sciolti e di sfacciati tentativi di strumentalizzazione politica che stanno minando la credibilità del processo di pace. Gli atti simbolici non possono bastare.

Fonte

10/11/2025

Turchia - Definitiva la sentenza CEDU: per Demirtas è la volta buona per la scarcerazione?

La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo (CEDU) ha respinto l’ultimo ricorso presentato dal Ministero della Giustizia turco contro la sentenza di scarcerazione per Demirtas e, di riflesso, per tutti i condannati nell’ambito del cosiddetto “processo Kobane”. Ora la sentenza è definitiva e, dal punto di vista della legalità formale turca, sarebbe solo da rendere esecutiva.

Dal punto di vista sostanziale, però, la decisione sarà prettamente politica. Ad esempio, nel caso di Osman Kavala, fondatore del ramo turco della Open Society Foundation di Soros e condannato all’ergastolo aggravato per i fatti di Piazza Taksim, la Turchia non sta applicando la sentenza di scarcerazione della CEDU e, a causa di questa decisione, ha una procedura di infrazione a proprio carico aperta.

A favore della scarcerazione è intervenuto ancora una volta uno dei due pilastri dell’alleanza di governo, quel Devlet Bahceli, fondatore dei “lupi grigi”, il quale, poco più di un anno fa chiedeva l’esecuzione della condanna a morte di Ocalan, la chiusura della corte costituzionale turca, colpevole di esprimersi a favore di Demirtas, e l’espulsione dal parlamento della sinistra filo-curda.

Dall’ottobre 2024 ha cambiato completamente posizione e ha cominciato a spingere forte per il compimento del processo di pace con il PKK. In questi giorni continua a chiedere che la commissione parlamentare istituita ad hoc si rechi ad Imarlai ad ascoltare direttamente Ocalan e su Demirtas ha affermato: “Il suo rilascio sarebbe positivo per la Turchia”.

Anche dall’opposizione repubblicana, attualmente sotto torchio giudiziario, arrivano segnali definitivi. Il leader Ozgil Ozel ha chiesto apertamente scusa per il fatto che la maggior parte dei parlamentari repubblicani nel 2016 votarono a favore della revoca dell’immunità parlamentare nei confronti dello stesso Demirtas e degli altri esponenti dell’allora Partito Democratico dei Popoli (HDP), dando il via libera al “processo Kobane” e a tanti altri processi.

Demirtas, da parte sua, dal carcere ha postato sui suoi social un manoscritto di ringraziamento: “Il signor Devlet Bahçeli ha coraggiosamente infranto i tabù, dimostrando che la pace non può essere costruita arrendendosi alla paura. Mi congratulo di cuore con lui e lo ringrazio sinceramente. Il signor Özgür Özel ha dato un ulteriore esempio di coraggio, dimostrando un atteggiamento virtuoso e autocritico. Mi congratulo di cuore con lui e lo ringrazio sinceramente. Tutti dovrebbero sapere ed essere certi di questo: se rimaniamo bloccati negli errori del passato mentre cerchiamo di voltare pagina insieme, ipotecheremo anche il nostro futuro. Né io, né alcun altro politico possiamo permetterci questo lusso, e non nutro alcun risentimento o rancore particolare nei confronti di nessuno... Il nostro dovere è sostenere il processo di pace senza esitazione. Ci impegneremo a risolvere insieme tutti i problemi rimanenti, con i mezzi e le condizioni della politica democratica, la pace prima di tutto”.

Successivamente, sempre sui suoi social, ha formulato un invito: “Mi rivolgo a tutte le parti e ai principali attori del processo, al presidente Erdoğan, al leader dell’MHP Bahçeli e al leader fondatore del PKK Öcalan, come vostro fratello, come politico che lotta per la pace: vi prego di non rinunciare a compiere passi concreti, di non prestare attenzione a ciò che dicono gli altri, di avere fiducia in voi stessi e di credere che 86 milioni di persone attendono con ansia la pace”.

Leggendo fra le righe di questa dichiarazione, vi si potrebbe scorgere un tentativo di porsi all’opinione pubblica del paese come soggetto terzo fra la parte dello stato turco e quella del movimento curdo.

Chi continua a tenere un atteggiamento ambiguo è proprio Erdogan. Nei giorni scorsi ha incontrato la delegazione della sinistra filocurda che sta mediando con Ocalan, esprimendo valutazioni positive: “Abbiamo avuto un incontro molto costruttivo, produttivo e promettente con loro. Speriamo di vederne l’impatto nei prossimi giorni”.

Però non si esprime mai sull’eventuale incontro della commissione parlamentare con Ocalan e sulla scarcerazione di Demirtas, rispetto alla quale non più tardi di un mese fa il suo Ministero della Giustizia ha presentato l’ultimo ricorso. Ovviamente, ammettere che il “processo Kobane” sia illegittimo ha un costo politico, ma non volerlo pagare significa esibire una concezione quantomeno strumentale del processo di pace.

Staremo a vedere. Ambienti della sinistra filocurda danno come imminente il rilascio di Demirtas e secondo Reuters, il parlamento sta preparando una legge ad hoc per riammettere in Turchia alcuni militanti del PKK che non si siano macchiati di reati di sangue, senza, però, decretare un’amnistia generale.

Da rimarcare che il vero banco di prova per il processo di pace rimane sempre la situazione legata all’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria a guida curda e la sua integrazione nelle strutture statali di Damasco a guida qaedista.

Su questo anche Bahceli è irremovibile: un’integrazione delle milizie a guida curda nell’esercito centrale nella forma di divisioni autonome, come perorato dal leader curdo Mazloum Abdi, rappresenterebbe una minaccia per la Turchia, che vuole la loro completa liquidazione agli ordini dei generali di Al-Golani.

La situazione, però, non va esattamente in quella direzione. Intervistato da Amberin Zaman per Al-Monitor, Sipan Hemo, un altro generale curdo, ha dichiarato che le Forze Democratiche Siriane si stanno preparando per la guerra contro il governo centrale, nel caso in cui i negoziati dovessero fallire.

Su questo capitolo, oltre alle mediazioni internazionali, fondamentale potrebbe essere l’apporto politico dello stesso Demirtas e di tutti i dirigenti curdi imprigionati proprio per aver espresso il loro sostegno alle milizie curdo-siriane.

L’impresa di trovare un accordo rimane comunque ardua a causa della natura settaria ed inaffidabile delle autorità di Damasco e dei tentativi di boicottaggio da parte di potenze straniere, che certamente non mancheranno. Israele, ad esempio, punta a tenere divisa la Siria e a destabilizzare la Turchia tramite il proprio appoggio strumentale alla causa curda.

Fonte

28/10/2025

Turchia - Il PKK annuncia il ritiro definitivo delle proprie forze

Il PKK ha compiuto un altro passo unilaterale, conseguente alla chiamata al disarmo effettuata da Ocalan e la successiva risoluzione di scioglimento del proprio congresso: dopo la cerimonia simbolica di distruzione delle armi dello scorso luglio[1], il 26 ottobre le Forze di Difesa del Popolo (HPG) e l’Unità delle Donne Libere (YPA-Star), ovvero le ali militari maschile e femminile dell’organizzazione, hanno annunciato il ritiro delle loro forze dalla Turchia, verso le “Zone di Difesa di Medya”, ovvero le due aree montuose del Kurdistan iracheno dove si trovano gli altri miliziani.

Durante la cerimonia di ritiro, trasmessa da un luogo non specificato, è stata letta una dichiarazione in lingua turca da Sabri Ok ed in lingua curda da Serhat Vejîn Dersîm[2], due dirigenti dell’organizzazione.

“Considerando le gravissime minacce al futuro della Turchia e dei Curdi poste dai conflitti e dalle guerre in Medio Oriente, e in seguito alle dichiarazioni del Presidente della Turchia, di Devlet Bahçeli, Presidente dell’MHP, e del Leader Abdullah Öcalan, in Turchia è stato avviato un nuovo processo. Questo processo ha acquisito una propria identità dopo l’Appello per la pace e una società democratica del Leader Abdullah Öcalan del 27 febbraio 2025. Il processo sta ora attraversando una fase molto critica e importante. Negli ultimi 8 mesi, noi, come parte curda, abbiamo compiuto passi storici nell’ambito dell’Appello per la pace e la società democratica”.

I due hanno poi ricordato la convocazione del Congresso di scioglimento del PKK e la successiva cerimonia di distruzione delle armi ed hanno ribadito che l’organizzazione è decisa a procedere, nonostante l’insufficiente risposta da parte dello stato turco:
“Nonostante tutti gli approcci negativi e insufficienti nei confronti dei nostri passi, il Leader Abdullah Öcalan e il Movimento per la Libertà del Kurdistan stanno ancora lavorando per adottare nuove misure concrete che spianerebbero la strada al passaggio del processo di Pace e Società Democratica, nella sua seconda fase. In tal modo, mirano a eliminare le crescenti minacce contro la Turchia e i Curdi e a gettare le basi per una vita libera, democratica e fraterna per i secoli a venire.
Di conseguenza, le risoluzioni del XII Congresso del PKK avevano previsto e pianificato il ritiro, nelle Zone di Difesa di Medya, di quelle unità di guerriglia la cui presenza all’interno dei confini turchi avrebbe potuto aumentare il rischio di scontri e possibili provocazioni.
Stiamo ora mettendo in pratica queste risoluzioni, approvate anche dal Leader Abdullah Öcalan. Una parte di quei gruppi di guerriglia che hanno raggiunto le Zone di Difesa di Medya sono ora presenti qui e stanno prendendo parte personalmente a questa dichiarazione.
Analoghe misure regolamentari vengono adottate anche per quelle posizioni lungo il confine che potrebbero comportare il rischio di scontri e possibili provocazioni... È chiaro che siamo impegnati a rispettare le risoluzioni del XII Congresso e decisi a metterle in atto.
Tuttavia, affinché queste risoluzioni possano essere attuate, è necessario adottare determinati approcci giuridici e politici, in linea con le risoluzioni del XII Congresso del PKK e come necessità del processo. In questo contesto, è necessario elaborare una Legge Transitoria, unica nel suo genere, per il PKK; inoltre, è necessario promulgare senza indugio le leggi necessarie per la libertà e l’integrazione democratica che consentano la partecipazione alla politica democratica”.
Si tratta di un passo per lo più simbolico, di scarso peso negoziale, visto che gran parte delle forze del PKK entro i confini turchi sono state eliminate durante il conflitto urbano del 2015-2016 e l’operatività di quelle residue è molto limitata. Costituisce, comunque, l’ennesima dimostrazione di buona volontà.

Cvdet Yilmaz, vicepresidente del principale partito di governo, ovvero il Partito Della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), ha pubblicato su X un messaggio di celebrazione dell’evento[3]:
“Oggi è stata raggiunta un’altra importante pietra miliare nell’obiettivo di una Turchia libera dal terrorismo, che ha acquisito slancio con lo storico appello del presidente dell’MHP Devlet Bahçeli nel quadro della Visione per il Secolo Turco del nostro presidente Recep Tayyip Erdoğan. La decisione di allontanare dal nostro Paese e dai suoi confini gli elementi armati dell’organizzazione terroristica, che ha deciso di sciogliersi in risposta all’appello del suo fondatore, è un passo importante nella giusta direzione... 
La Commissione nazionale per la solidarietà, la fratellanza e la democrazia, che continua il suo lavoro con ampia partecipazione e buon senso... determinerà il quadro normativo che potrebbe essere necessario nel processo di liquidazione dell’organizzazione terroristica”.
In realtà al momento, lo Stato turco non ha effettuato nessun passo: non è stata promulgata nessuna legge a tutela dei guerriglieri che posano le armi, non sono state modificate le condizione di detenzione di Ocalan, né è stato elevato lo status della lingua e della cultura curde. La commissione parlamentare istituita appositamente continua a riunirsi, senza produrre delibere concrete.

Ciò che è più grave, vengono eluse anche le leggi attualmente vigenti che potrebbero dar luogo a passi importanti nel processo di pace.

Ad esempio, non è stata rispettata la sentenza, costituzionalmente vincolante, della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), che ha decretato la scarcerazione del leader curdo Selahattin Demirtaş e di tutti i condannati del cosiddetto “Processo Kobane”, perché basato su presupposti prettamente politici e giuridicamente inconsistenti: le condanne si basano per lo più su una serie di tweet, attraverso i quali gli imputati invitavano alla mobilitazione generale pacifica a seguito del diniego, da parte del governo, di soccorrere le truppe curdo-siriane allora assediate dall’Isis (si diceva infatti, che dietro le quinte, il governo appoggiasse quest’ultimo).

Ebbene, lo scorso 7 Ottobre, il Ministero della Giustizia ha fatto ricorso durante le ultimissime ore utili (l’8 ottobre sarebbero scaduti i termini) contro l’ennesimo pronunciamento di scarcerazione da parte della CEDU, provocando rabbia, frustrazione e dubbi all’interno del movimento curdo, sulle reali intenzioni dello stato turco.

Pare, infatti, evidente che le forze governative stiano traccheggiando e cercando si strumentalizzare politicamente il processo di pace, allo scopo di attirare nella propria alleanza il Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli (DEM), che sta facendo da mediatore con Ocalan e con il PKK. Il tutto in vista delle prossime elezioni presidenziali del 2028, in cui la presenza di Demirtas, con il suo carico di consensi, potrebbe essere molto ingombrante.

A minare ulteriormente la fiducia circa le reali intenzioni pacificatrici del governo vi è la persistente pressione giudiziaria esercitata sul principale partito di opposizione, il Partito Popolare Repubblicano (CHP), in testa in tutti i sondaggi. Nei giorni scorsi un ennesimo procedimento, stavolta per spionaggio[4], è stato intrapreso contro il candidato alle prossime presidenziali eletto alle primarie del partito, ovvero il sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu, già in carcere dallo scorso marzo nell’ambito di altri processi.

La manovra governativa sembra chiara: cercare di evitare la sconfitta alle prossime presidenziali distruggendo il CHP ed allargando l’allenza al DEM, in cambio di qualche piccola modifiche costituzionale. All’interno della quale, magari, inserire anche l’allungamento del numero dei mandati presidenziali per permettere la rielezione a Erdogan, nel caso in cui le lotte interne all’AKP non dovessero risolversi con la nomina di un successore credibile.

Il 30 ottobre ci sarà il prossimo incontro fra il Presidente Erdogan e la delegazione del partito DEM che sta incontrando regolarmente anche Ocalan nel carcere di Imrali. Qualche sviluppo, anche minimo, è atteso, visti i passi mossi dal PKK.

Al di là delle questioni nazionali, però, è la questione siriana, legata alla presenza dell’Amministrazione Autonome del nord-est a guida curda, il maggiore ostacolo in questo processo di pace.

L’avventuristica rimozione del regime baathista a favore dei qaedisti di Hayat-Tahrir al-Sham (HTS), rivendicata dalla Turchia, non sta pagando come nei progetti previsti da Ankara.

Anzi, le pratiche settarie delle nuove autorità di Damasco, nonché il loro scarso controllo del territorio, stanno determinando un rafforzamento dell’area a guida curda, sempre appoggiata e sostenuta dalla presenza militare USA e ben vista anche da Israele, nell’ambito suoi piani per tenere frazionata la Siria ed espandervi la propria influenza nel sud.

Come noto, la Turchia reclama che la chiamata al disarmo di Ocalan e del Congresso del PKK sia estesa anche alle milizie curdo-siriane Ypg/Ypj, considerate affiliate con il PKK stesso, ma attualmente non ha la forza di imporre nulla del genere. Trattative per l’integrazione delle Ypg/Ypg nell’esercito di HTS e di tutta l’area curda all’interno della struttura statale centrale sono effettivamente in piedi, ma, come vi stiamo raccontando[5], non procedono nel verso auspicato da Ankara.

Certamente Erdogan si aspetta che il suo attivismo nell’appoggiare il cosiddetto “piano di pace” di Trump a Gaza, porti qualche risultato anche sul fronte siriano. Ovvero che gli USA ritirino il loro appoggio alle Ypg.

Tuttavia, più volte in passato, anche durante la prima Amministrazione Trump, le strutture militari presenti nel nord-est della Siria ed il Pentagono hanno più volte ostacolati i progetti di ritiro del Presidente.

Se vuole superare questi ostacoli, la Turchia dovrà come minimo impegnarsi nell’implementazione dei piani coloniali del tycoon a Gaza, ovvero utilizzare la propria influenza su Hamas per concorrere al disarmo della Resistenza Palestinese ed accoglierne alcuni militanti e dirigenti, di cui verrebbe decretato l’esilio.

Hamas disarmato o sottomesso all’amministrazione coloniale di Gaza, in cambio delle Ypg disarmate o sottomesse ad HTS in Siria: questo è un piano plausibilmente oggetto di colloqui fra Ankara e Washington.

Erdogan ha la forza e/o la volontà di sostenere una cosa del genere e “venderla” alla propria opinione pubblica come conquiste verso la pacificazione generale fra Turchi, Curdi ed Arabi, di cui tanto parla nei suoi discorsi pubblici? I dubbi e gli ostacoli in merito rendono quasi inverosimile una risposta positiva a questa domanda.

Note

1) https://www.youtube.com/watch?v=EUbZ7uqcF-s

2) https://anfenglishmobile.com/features/leadership-of-the-kurdistan-freedom-movement-we-withdraw-our-guerrilla-units-from-turkey-81911

3) https://x.com/_cevdetyilmaz/status/1982488135389921440

4) https://www.rsi.ch/info/mondo/Turchia-il-Governo-prende-il-controllo-dell%E2%80%99emittente-dell%E2%80%99opposizione–3228741.html

5) https://contropiano.org/news/internazionale-news/2025/10/20/bistrattato-dagli-alleati-al-golani-va-in-russia-0187860

Fonte

07/10/2025

Turchia - Demirtas “vede” la scarcerazione ma il fronte siriano si inasprisce

Secondo varie fonti turche [1-2], Selahattin Demirtaş, dirigente apicale della sinistra filocurda, ex candidato alla Presidenza della Repubblica, incarcerato dal 2016 e condannato a 42 anni di carcere, potrebbe essere rilasciato a partire dall’8 ottobre.

A quella data, infatti, scade il termine per lo stato turco di presentare ricorso contro una sentenza della Corte Europea per i Diritti Umani che prescrive la scarcerazione di Demirtas poiché la condanna ed i processi non avrebbero seguito i crismi dello stato di diritto.

A quanto pare, il termine verrà lasciato scadere. Lo ha ammesso implicitamente un deputato del Partito del Movimento Nazionalista (MHP) – destra nazionalista contigua allo “stato profondo” – Feti Yildiz, il quale ha dichiarato di non essere a conoscenza del caso specifico, ma che “secondo l’articolo 90 della Costituzione, bisogna attuare gli accordi internazionali stipulati”, ovvero seguire la sentenza della Corte Europea.

Intanto, il primo ottobre si è tenuta l’inaugurazione del nuovo anno del Parlamento, nel bel mezzo di polemiche roventi dovute alla questione degli arresti dei sindaci ed il tentativo di annullare i congressi del Partito Popolare Repubblicano (CHP).

Qualche contestazione ha suscitato la decisione del Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli (DEM, sinistra filocurda) – che sta facendo da mediatore fra stato turco ed Ocalan – di non boicottare la seduta, come hanno fatto il CHP e due partiti elettoralmente alleati del DEM, ovvero il Partito del Lavoro (EMEP) ed il Partito dei Lavoratori di Turchia (TIP).

L’accusa mossa al DEM è quella di legittimare un Presidente ai minimi termini come consenso, che cerca di sopravvivere con un golpe giudiziario e, per di più, è reduce dall’Assemblea Generale dell’ONU in cui si è presentato agli incontri con Trump “con il cappello in mano”; ovviamente si sono ravvivate le voci, alimentate dal partito di governo, che vedrebbero il partito DEM avvicinarsi all’area governativa in caso di esito positivo del processo di pace con il PKK, dando la possibilità al Presidente o a chi gli dovesse succedere di rimanere in sella.

In occasione dell’inaugurazione dell’anno parlamentare, Erdogan ha pronunciato un lungo discorso, in cui si è soffermato lungamente sul processo di pace con il PKK ed ha sfoderato alcuni mantra neo-ottomani, secondo i quali la Turchia sarebbe la madrepatria dei Curdi “dentro e fuori i confini” nazionali.

Sulla situazione in Siria ha affermato che se le trattative per “garantire l’unità territoriale del paese” dovessero fallire, “la Turchia non permetterà il ripetersi di un ‘deja vu’ nel Paese”. Si tratta di una chiara minaccia di intervento militare diretto contro l’area autonoma a guida curda – indipendente di fatto – nel nord-est del paese, che non vuole integrarsi con il governo centrale a guida salafita, il quale è sostenuto da Ankara, pur senza grande profitto.

Al-Golani, infatti, predilige chiaramente il rapporto con gli USA e cerca disperatamente un accordo con i genocidari di “Tel Aviv”, che, per il momento, gli viene negato.

Secondo al-Akhbar [3-4], sono in atto pesanti scontri armati fra Hayat Tahrir al-Sham (HTS) e le milizie a guida curda, in particolare nelle aree di Deir Hafer e Tishrin Dam, che sarebbero il preludio per una limitata operazione militare congiunta esercito turco – HTS contro, appunto, l’Amministrazione del Nord-est della Siria. Già sarebbero in piedi mediazioni internazionali per scongiurare tale eventualità.

In definitiva, lo scenario politico turco sembra trovarsi alla vigilia di uno scossone molto pesante, essendo dilaniato da forti contraddizioni. La scarcerazione di Demirtas sarebbe una spinta importantissima ad un processo di pace, quello fra stato e PKK, che, dopo essere partito in pompa magna con la cerimonia simbolica di distruzione delle armi da parte di alcuni miliziani curdi, avvenuta lo scorso luglio, conosce un periodo di stasi.

Demirtas, infatti, è l’esponente del movimento curdo più di tutti fautore della via del disarmo e dell’integrazione con lo Stato, indicata da Ocalan, in contrapposizione all’idea di continuare a rivendicare aree autonome o indipendenti, alleandosi con chiunque offra sostegno per ottenerle, USA e sionisti compresi.

In occasione della cosiddetta “guerra dei 12 giorni”, ad esempio, Demirtas si è espresso chiaramente contro l’aggressione sionista e imperialista all’Iran, in contrapposizione alle posizioni abbastanza ambigue espresse dalle formazioni iraniane affiliate al PKK.

A fare da contraltare a questi segnali distensivi, vi è la situazione interna della Turchia, in cui il CHP, proprio mentre sembrava avviato ad ottenere una serie di vittorie nazionali decisive, viene sottoposto ad una pressione giudiziaria senza precedenti, che crea tensioni nella società e semina mancanza di fiducia nei confronti dello Stato.

Soprattutto, diventa difficilmente superabile la contrapposizione in Siria, dove è impensabile estendere il disarmo del PKK anche alle Ypg, al cospetto dei trogloditi di HTS e delle loro violenze settarie. Tuttavia restano legittime le preoccupazioni turche rispetto all’appoggio offerto alle milizie curde dagli USA e ai piani sionisti di sostenere le varie minoranze, curdi compresi, con l’obiettivo di frazionare gli stati dell’area.

In tal senso, sarebbe interessante capire cosa ne pensano Ocalan e Demirtas, se verrà consentito loto di esprimersi.

Note

[1] https://en.haberler.com/the-backstage-is-a-fire-scene-selahattin-demirtas-19119531/

[2] https://www.birgun.net/haber/release-claim-for-demirtas-why-has-8-october-come-to-the-fore-658893

[3] https://www.instagram.com/p/DPd_KmtDuDy/?img_index=2

[4] https://en.al-akhbar.com/news/buildup-in-northern-syria—limited–operation-against-sdf-p

Fonte

11/09/2025

Pacificazione alla turca: repressione dei Repubblicani e schermaglie con le FDS

È durato un tempo quasi nullo l’illusione di pacificazione interna della Turchia in seguito alla cerimonia simbolica di distruzione delle armi da parte del PKK, lo scorso luglio, e alla seguente creazione di una commissione parlamentare apposita, incaricata di discutere i passi successivi del processo di pace.

Immediatamente dopo, infatti, il focus repressivo degli apparati statali, oggi completamente allineati al governo dell'AKP dopo anni e anni di epurazioni, si è spostato sul principale partito di opposizione, il Partito Popolare Repubblicano (CHP), storico architrave laico e moderato della repubblica, fondato da Ataturk.

Già a marzo era stato arrestato il sindaco di Istanbul e candidato in pectore alle presidenziali del 2028 Ekren Imamoglu, dato come stravincente nei sondaggi. Successivamente, in estate, sono stati arrestati altri sindaci di grandi città, quali Adana, Adıyaman, Antalya, o di distretto metropolitano, quali Beyoglu, al centro di Istanbul, tutti del CHP.

Le accuse in questione, che comprendono tangenti, manipolazioni di gare d’appalto e simili, venivano mosse anche quando i sindaci erano del partito governativo AKP; ma in quei casi le indagini finivano nel nulla, nonostante che il blocco imprenditoriale attivo intorno alle istituzioni locali sia più o meno lo stesso. Nel caso di Imamoglu, poi, si aggiunge anche l’accusa più grave: sostegno al PKK.

Attualmente è in corso una nuova escalation repressiva nei confronti dei Repubblicani: un giudice civile, infatti, ha annullato per “irregolarità” il congresso locale di Istanbul del 2013, azzerandone i vertici e imponendo un nuovo comitato dei curatori, capeggiato da un esponente legato alla precedente leadership che aveva perso clamorosamente le presidenziali del 2023, tale Gürsel Tekin.

Quest’ultimo è entrato nella sede istanbuliota del partito sotto la protezione di un imponente cordone di polizia, che lo proteggeva dall’assedio dei militanti del CHP stesso e non solo.

Anche il Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli (DEM) della sinistra filocurda ed altri partiti di sinistra si stanno associando alle proteste, sostenendo che è a rischio l’agibilità politica di tutti, non solo dei Repubblicani. Si segnala già qualche fermo.

In contemporanea, è in corso un altro processo civile che potrebbe invalidare l’intero congresso nazionale del 2023, estromettendo l’attuale leader Ozgur Ozel a favore di esponenti che sono in rotta con lui o che addirittura hanno nel frattempo lasciato il partito.

Ozel, intanto, ha convocato per il 21 settembre un congresso straordinario per sventare questo tentativo.

Lo scopo finale dell’intera manovra sembra essere quello di costringere l’attuale gruppo dirigente del CHP, dato come nettamente vincente alle prossime scadenze elettorali, a crearsi un nuovo partito, lasciando il prestigioso e storico brand dei Repubblicani – con il relativo imponente patrimonio di sedi e proprietà – al precedente gruppo dirigente perdente.

Ad Ozel e soci, insomma, viene riservato lo stesso calvario, fatto di cambi di denominazioni, spoliazioni e repressione, riservato gli anni scorsi alla sinistra filocurda; la quale attualmente viene vezzeggiata per ottenerne i voti in vista di possibili modifiche costituzionali e l’entrata nell’alleanza governativa, in modo da scongiurare future sconfitte. Ciò indipendentemente dall’intenzione di Erdogan, fino ad oggi sempre negata, di allungare il limite costituzionale di mandati presidenziali per potersi ricandidare anche nel 2028.

Il Partito DEM finora ha respinto queste offerte, anche perché stanno ricominciando le minacce da parte di Ankara di un’azione militare diretta nei confronti delle Forze Democratiche Siriane (FDS), a guida curda, se queste non s’integreranno nell’esercito centrale di Hayat Tahrir al-Aham, non rinunceranno alle loro ambizioni federaliste e non espelleranno i loro miliziani non siriani.

In occasione di una ricorrenza ottomana, il Presidente Erdogan ha affermato: “Se la spada esce dal fodero, non ci sarà spazio per la penna e la parola... Come tutti i popoli fratelli in Siria, la sicurezza, la pace e il benessere dei curdi sono garantiti in Turchia. Chi si volgerà verso Ankara e Damasco vincerà. Chi rispetterà la legge della fratellanza e del buon vicinato vincerà. Chi perderà la strada e cercherà nuovi protettori stranieri alla fine perderà”.

Questo riferimento ai protettori stranieri riguarda i tanto discussi progetti sionisti di istituire il cosiddetto “corridoio di Davide” – dalle aree druse del sud della Siria fino al confine con l’Iraq, attraverso le aree controllate dalle FDS – nonché alcune mosse statunitensi delle ultime settimane che sembrano indicare un rafforzato sostegno alle forze curde, contraddicendo i propositi successivi all’incontro fra Trump e Al-Golani.

Il Pentagono, infatti, ha fatto uscire un documento in cui sottolinea la permanente forte influenza di organizzazioni terroristiche sulle nuove autorità di Damasco, che avrebbe determinato un rafforzamento delle stesse FDS; successivamente, l’inviato dell’Amministrazione USA Tom Barrack, nonostante sia ambasciatore ad Ankara ed abbia interessi immobiliari personali in Turchia, si è espresso a favore di un ordinamento decentralizzato della Siria, che consenta una relativa autonomia alle regioni curda e drusa, in contrapposizione alla centralizzazione che la Turchia vorrebbe imporre.

Inoltre, si sta incrementando la cooperazione militare fra FDS e contingente americano, specie nell’ambito di azioni militari contro le cellule dell’Isis presenti nei campi profughi o di prigionia in cui sono stipati i miliziani islamisti e le loro famiglie.

Tali campi sarebbero dovuti passare, nelle intenzioni di Ankara, sotto il controllo di Damasco, eliminando il pretesto principale utilizzato da Washington per rinnovare all’infinito la presenza militare USA a sostegno delle milizie curde.

Questi atti sono visti da Ankara come un modo più o meno deliberato per far deragliare il processo di pace interno con il PKK, basato, secondo le parole dello stesso Ocalan, su disarmo e integrazione.

Il permanere dell’appoggio USA nei confronti delle milizie siriane legate al PKK, infatti, offrirebbe ai miliziani curdi la possibilità di un “rebranding” sotto le FDS o altre sigle, in alternativa al disarmo effettivo, e alimenterebbe le ambizioni di costruire un’area autonoma “come il Rojava” anche in Turchia. Cosa già accaduta quando fallì il processo di pace del 2015, per altro.

Il contesto di guerra totale regionale, che il regime sionista continua ad espandere, ha ora colpito anche il Qatar, l’alleato geopolitico più vicino al progetto neo-ottomano di Erdogan, dalle cosiddette “primavere arabe” in poi.

Ciò apre ad un duplice e contraddittorio scenario: per un verso potrebbe verificarsi una spinta ad un compattamento interno, dando impulso al processo di pace con il PKK, per un altro potrebbero crearsi ulteriori divaricazioni con le componenti politiche interne più allineate agli USA (di cui il CHP è capofila), nonché con le Ypg in Siria, fino a dar luogo ad una nuova invasione turca nelle aree controllate dai curdi siriani.

In tal senso è da capire, ora, se verrà consentito ad Ocalan di incontrare i dirigenti delle FDS e la commissione parlamentare turca sul disarmo del PKK.

Le parole del leader curdo potrebbero aiutare a contemperare l’esigenza dei curdi siriani di non disarmarsi al cospetto dei tagliagole istallati a Damasco con le preoccupazioni turche circa l’utilizzo della carta curda a scopo di frammentazione interna e dell’intera regione.

Fonte

12/07/2025

Turchia - Il PKK disarma. E ora?

Le fiamme che hanno avvolto i mitra ieri mattina nella valle montuosa di Jasana, nel nord dell’Iraq, hanno illuminato non solo una cerimonia simbolica, ma un momento decisivo per un intero popolo. Davanti agli occhi di funzionari turchi, iracheni e curdi, trenta combattenti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) – metà dei quali donne – hanno dato fuoco al proprio arsenale, suggellando con quel gesto la fine di una lotta armata durata oltre quarant’anni. Con le armi allineate in un grande calderone di metallo, i militanti, in uniformi beige, hanno consegnato simbolicamente un pezzo della propria identità e della loro esistenza.

Al centro della cerimonia Bese Hozat, comandante del PKK, che ha letto ad alta voce – prima in turco, poi in curdo – la dichiarazione con cui il movimento armato nato nel 1978 annunciava la sua trasformazione: «Distruggiamo volontariamente le nostre armi, in vostra presenza, come gesto di buona volontà e determinazione». Alle sue spalle i militanti più giovani, molti dei quali nati quando il conflitto era già in corso, e quelli dei funzionari dei servizi segreti turchi e iracheni, rappresentanti del governo regionale del Kurdistan, esponenti del partito filo-curdo turco DEM. Presenze che fino a pochi anni fa sarebbero state impensabili accanto a dirigenti del PKK.

Il processo di disarmo era stato annunciato pubblicamente già a maggio, dopo un appello di Abdullah Ocalan, storico leader del PKK detenuto dal 1999 nell’isola-prigione turca di Imrali. In un raro videomessaggio diffuso mercoledì scorso, Ocalan è tornato a parlare, invocando la creazione di una commissione parlamentare turca che supervisioni il disarmo e apra la strada a una pace duratura.

Un conflitto lungo quattro decenni

La nascita del PKK, nel 1978, fu la risposta di una generazione curda all’annichilimento delle istanze culturali e politiche nel sud-est della Turchia. La svolta armata arrivò nel 1984, con il primo attacco contro obiettivi militari turchi. Da allora, ondate di repressione, operazioni militari, controinsurrezioni e una diaspora curda sempre più politicizzata hanno accompagnato la storia del movimento. Negli ultimi anni, pressato militarmente, il PKK aveva arretrato oltreconfine, rifugiandosi in zone montuose nel nord dell’Iraq. È da lì che, paradossalmente, ora arriva il segnale più forte di cambiamento.

La portata di quanto accaduto ieri non si ferma al gesto simbolico del rogo delle armi. La fine delle ostilità tra il PKK e Ankara potrebbe incidere direttamente anche in Siria, dove milizie curde alleate del PKK, come le YPG, controllano ampie porzioni del nord-est del Paese. Gli Stati Uniti, che hanno sostenuto tali forze nella lotta all’ISIS, premono da mesi per una loro integrazione nella futura architettura di sicurezza siriana post- Bashar Assad, il presidente caduto a dicembre. Ankara, che ha sempre considerato le YPG un’estensione del PKK, potrebbe ora attenuare le proprie opposizioni.

Un processo fragile

Secondo fonti del governo turco, il disarmo rappresenta una «svolta irreversibile». I prossimi passi, dicono, includeranno la reintegrazione dei membri del PKK nella società turca, un’amnistia selettiva e programmi per la riconciliazione nelle province curde. Un processo che non sarà privo di ostacoli. All’interno del partito di governo e tra i vertici dell’apparato militare e giudiziario, rimane forte l’opposizione a qualsiasi concessione percepita come una “legittimazione” del PKK. Allo stesso tempo, esiste un’aspettativa crescente tra le comunità curde per riforme concrete: il riconoscimento della lingua curda nei programmi scolastici, la decentralizzazione amministrativa, la fine dello stato di emergenza de facto in molte province orientali.

Il partito DEM, che ha svolto un ruolo di mediazione nel processo e che ha ottenuto importanti successi alle recenti elezioni amministrative, ha già presentato una lista di richieste che includono la revisione delle leggi antiterrorismo e l’abolizione dei limiti alla partecipazione politica dei curdi. La loro posizione è chiara: la pace non potrà fondarsi soltanto sulla resa delle armi, ma dovrà costruirsi sulla giustizia sociale e sull’uguaglianza.

Oltre il disarmo, una questione politica

Il disarmo del PKK segna un passaggio epocale, ma non rappresenta la conclusione della “questione curda” in Turchia. Come sottolineano numerosi osservatori, la vera sfida è politica. E la figura di Ocalan, pur detenuto da oltre venticinque anni, rimane centrale. La sua immagine, ben visibile alla cerimonia di Jasana, ha confermato che il suo ruolo simbolico non è venuto meno. Ma ora serve altro, soprattutto occorre verificare le reali intenzioni di Erdogan che riceve il “regalo” della fine della lotta armata del PKK offrendo in cambio garanzie vaghe su diritti fondamentali che i curdi reclamano da decenni. Uno dei pericoli è che il leader turco, liberatosi della spina nel fianco rappresentata dal PKK, usi il rafforzamento della sua leadership per portare avanti la sua politica ultranazionalista in forma più attenuata verso i curdi in patria e allo stesso tempo continui la linea del pugno di ferro contro gli altri curdi nella regione.

Fonte

10/07/2025

La svolta storica di Ocalan

Ocalan chiama all’integrazione della lotta curda nella politica turca

Il 9 luglio è stata rilasciata una dichiarazione video[1] definita storica da parte del leader curdo Abdullah Öcalan, che, esprimendosi in lingua turca, ribadisce ed approfondisce l’invito allo scioglimento del PKK da lui formulato a febbraio.

Sostanzialmente, Apo invita ad implementare il disarmo dell’organizzazione combattente curda rapidamente, a prescindere dalla sua stessa liberazione, che era stata posta dal Congresso del PKK come condizione necessaria. Inoltre, ribadisce che il futuro del movimento di liberazione curdo risiede nell’integrazione con lo stato turco ed i suoi meccanismi, principalmente quelli parlamentari: non vi è più traccia di rivendicazioni federaliste o simili.

Questa svolta è motivata dalla fine delle politiche assimilazioniste da parte dello stato, avvenuto proprio grazie alla lotta del PKK. In tal senso, Öcalan annuncia di aver preparato un “Manifesto per una Società Democratica”, che dovrebbe costituire un’ulteriore svolta teorica.

Nei prossimi giorni dovrebbe tenersi una cerimonia simbolica nel Kurdistan Iracheno, in cui alcune decine di miliziani del PKK verranno ripresi mentre si disferanno delle armi.

Questa dichiarazione va ad aggiungersi ai verbali dei colloqui fra lo stesso Öcalan e una delegazione del Partito DEM intercettati dal Middle East Eye[2] e ad una lettera dal carcere[3] scritta dall’altro detenuto eccellente, Selahattin Demirtaş; tali documenti propongono una svolta integrazionista della lotta di liberazione curda (per quanto riguarda, ovviamente, il cosiddetto “Bakur”, Nord Kurdistan) nello stato turco in chiave “frontista”, per contrapporsi alla guerra imperialista e all’espansionismo sionista nella regione, che prima o poi rischiano d’investire anche la Turchia.

Ancora non è stata espressa una chiara posizione rispetto alla strategia delle organizzazioni curde dei paesi circostanti che dichiarano di essere fedeli a Öcalan. Vi è, come noto, la macro-questione della regione Autonoma del Nord-Est della Siria, che potrebbe influenzare in maniera negativa l’esito del processo politico in Turchia, in quanto è vista da Ankara come un semi-stato controllato da milizie considerate emanazione del PKK. La Turchia ne reclama, pertanto, lo scioglimento.

In generale, le posizioni di Öcalan e Demirtaş potrebbero rivelarsi non facilmente digeribili per alcune organizzazioni e milizie che da tempo adottano la linea di allearsi con chiunque le appoggi nel loro tentativo di guadagnare il controllo di aree autonome, o prometta di farlo. Già piovono accuse di complicità con il “carnefice turco” da parte delle ali più nazionaliste del movimento curdo.

Di seguito la comunicazione integrale di Ocalan.

*****

Cari compagni,

Eticamente, mi sento in dovere di fornire, attraverso una lettera esaustiva – seppur ripetitiva – risposte esplicative e creative sui problemi, le soluzioni, i livelli raggiunti e la situazione concreta del nostro Movimento di Compagni Comunisti. 1. Continuo a difendere l’appello per “Pace e Società Democratica“, [dichiarato il] 27 febbraio 2025.

2. Convocando il 12° Congresso di Scioglimento del PKK, avete fornito una risposta positiva e completa al mio appello, sostanziandolo. Attribuisco un valore storico alla vostra risposta.

3. Il punto raggiunto è di grande valore e storicamente significativo. L’impegno dei compagni che hanno contribuito a questa comunicazione è altrettanto prezioso e lodevole.

4. Come risultato di questo processo, ho preparato un “Manifesto per una Società Democratica”, che deve essere considerato una trasformazione storica. Questo Manifesto possiede le caratteristiche necessarie per sostituire con successo il Manifesto “La Via verso la Rivoluzione del Kurdistan”, risalente a 50 anni fa. Credo che esso abbia un valore storico e sociale non solo per la società curda storica, ma anche per la società regionale e globale. Non ho dubbi che costituisca un esempio riuscito della tradizione del manifesto storico.

5. Devo affermare chiaramente che tutti questi sviluppi sono il risultato degli incontri che ho tenuto a Imrali. È stata posta grande attenzione affinché questi incontri si svolgessero sulla base della libera volontà.

6. Il livello raggiunto richiede di passare alla pratica con nuovi passi. La natura dei progressi che si faranno dipende inevitabilmente dalla corretta valutazione della natura storica di questa fase e dal grado di adesione a ciò che essa necessita.

a. Il movimento del PKK e la sua “Strategia di Liberazione Nazionale”, emersa come reazione alla negazione dell’esistenza [dei curdi] e quindi volta a creare uno stato separato, si sono sciolti. L’esistenza [dei curdi] è stata riconosciuta; pertanto, l’obiettivo fondamentale è stato raggiunto. In questo senso, ha fatto il suo tempo. Tutto quanto accaduto dopo [che l’esistenza dei curdi è stata riconosciuta] è stato vi sto come ripetitivo e come una situazione di stallo. Ciò costituirà la base per una critica e un’autocritica complete.

b. La politica non conosce vuoti; pertanto, il vuoto deve essere riempito con il programma della “Società Democratica”, dalla strategia della “Politica Democratica” e dal “diritto olistico” come sua tattica fondamentale. Stiamo parlando di un processo storico.

c. Il processo complessivo di disarmo volontario e la commissione parlamentare che si prevede di istituire per legge e autorizzata dalla Grande Assemblea Nazionale Turca sono cruciali. Attenzione e sensibilità sono essenziali nell’intraprendere questi passi, senza cadere nella sterile logica del “prima tu” o “prima io”. So che i passi intrapresi non saranno vani. Vedo e confido nella sincerità.

d. Pertanto, sono in atto sforzi per fare progressi attraverso l’adozione di misure più concrete. Ecco le principali tesi che propongo:

1) Raggiungere l’obiettivo della Pace e di una Società Democratica è possibile attraverso una prospettiva integrazionista positiva, in cui ognuno faccia la propria parte. La conclusione che ne deriva è che il PKK ha abbandonato il suo obiettivo di Stato-nazione e, abbandonando questo obiettivo fondamentale, ha anche abbandonato la sua strategia fondamentale, ovvero la guerra, ponendo fine alla sua esistenza. Questi punti storici attendono di essere approfonditi ulteriormente.

2) Dovreste accettare con serenità che la vostra garanzia di deporre le armi, di fronte alla testimonianza del pubblico e degli ambienti interessati, non solo avvantaggerebbe la TBMM [Grande Assemblea Nazionale Turca] e la Commissione, ma rassicurerebbe anche l’opinione pubblica e onorerebbe le nostre promesse. L’istituzione di un meccanismo per la deposizione delle armi farà progredire il processo. Si tratta di una transizione volontaria dalla fase della Lotta Armata alla fase della Politica e del Diritto Democratici. Questa non è una perdita, ma deve essere considerata una conquista storica. I dettagli della deposizione delle armi saranno specificati e attuati rapidamente.

3) Il DEM [Partito], che è sotto l’egida del parlamento, farà la sua parte e collaborerà con gli altri partiti per garantire il successo del processo.

4) Nel frattempo, per quanto riguarda “La mia condizione di libertà”, che avete proposto come disposizione indispensabile nei testi di risoluzione del vostro [XII] Congresso, devo dire che non ho mai considerato la mia libertà una questione personale. Filosoficamente, la libertà dell’individuo non può essere astratta dalla [libertà della] società. La libertà dell’individuo è la misura della libertà della società, e la libertà della società è la misura della libertà dell’individuo. Questa tendenza deve essere rispettata.

Non credo nelle armi, ma nel potere della politica e della pace sociale e vi invito a mettere in pratica questo principio.

Gli ultimi sviluppi nella regione hanno chiaramente dimostrato l’importanza e l’urgenza di questo passo storico.

Desidero dichiarare che attendo con ansia di ricevere ogni tipo di critica, suggerimento e contributo che possiate fornire in merito a questo processo.

Affermo, con ambizione e veemenza, che queste discussioni ci porteranno, noi forze della Modernità Democratica, verso un nuovo programma teorico, verso una nuova fase strategica e tattica a livello nazionale, regionale e globale, ed esprimo il mio ottimismo e la mia disponibilità per gli sforzi preparatori.

Affrontiamo il periodo a venire in linea con il mio appello, le decisioni del congresso, le opinioni e i suggerimenti che ho espresso in questo articolo e progrediamo sulla base del successo.

Cordiali saluti da compagni.

Auguri

Abdullah Öcalan

19 giugno 2025

Note

1) https://firatnews.com/guncel/Onder-apo-dan-tarihi-cagri-214619

2) https://contropiano.org/news/internazionale-news/2025/07/07/ocalan-il-movimento-di-liberazione-curdo-non-si-faccia-usare-da-israele-0184770

3) https://x.com/hdpdemirtas/status/1934923066003607614/photo/1

Fonte

07/07/2025

“Il movimento di liberazione curdo non si faccia usare da Israele”

Riportiamo un articolo della testata Middle East Eye, che sostiene di aver intercettato alcuni documenti relativi alle comunicazioni fra Ocalan e gli esponenti del Partito della sinistra turca incaricato di mediare nell’ambito del processo di pace fra stato turco e PKK. Il Middle East Eye è tradizionalmente vicino alla linea politica di Turchia e Qatar; quindi, è verosimile che le sue fonti in materia di comunicazioni segrete siano di prima mano, ancorché mosse da interessi ben determinati.

Ne vien fuori che il leader curdo incarcerato stia cercando di limitare la forte influenza che il blocco statunitense-sionista attualmente esercita nei confronti del movimento di liberazione curdo: la guerra totale per ristabilire i rapporti di forza nell’area, infatti, minaccia chiunque, anche la Turchia.

*****

Abdullah Öcalan del PKK: “Nessuna supremazia israeliana attraverso i curdi”

In alcune note trapelate, Öcalan si presenta come il leader curdo in grado di fermare le ambizioni regionali di Israele.

Da quando è scoppiato il conflitto tra Israele e Iran lo scorso anno, la Turchia ha trovato un alleato inaspettato: Abdullah Öcalan, il leader incarcerato del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).

Per mesi, fonti interne ad Ankara hanno attribuito l’apertura del governo turco al PKK e ad altri partiti curdi come parte della sua strategia per impedire al gruppo armato di diventare un proxy o un’arma di pressione contro la Turchia, nel contesto della rivalità regionale tra Iran e Israele.

La Turchia è da tempo preoccupata per i tentativi iraniani di utilizzare il PKK contro Ankara, ma la crescente influenza di Israele nella regione e le relazioni sempre più tese hanno anche sollevato il timore che il PKK possa trovare un altro partner sul campo.

Tuttavia, il documento relativo ad una riunione trapelato e visionato da Middle East Eye indica che Öcalan, il quale ha guidato la lotta armata contro la Turchia per quasi 40 anni, è fermamente contrario a qualsiasi potenziale predominio regionale da parte di Israele.

Il verbale, che descrive in dettaglio un incontro tra Öcalan e una delegazione del Partito Democratico filo-curdo del 21 aprile, registra le preoccupazioni del leader del PKK sulla possibile “Gaza-izzazione” della regione, termine che usa per descrivere la volontà di Israele di attaccare i paesi vicini a piacimento, portando potenzialmente alla loro divisione.

“Israele ha questo obiettivo da 30 anni. Per tre decenni, Israele ci ha segretamente promesso uno Stato”, ha dichiarato Öcalan durante l’incontro, secondo il documento.

Ha aggiunto che Israele stava usando i media per incoraggiare i curdi a fondare uno stato indipendente. “Qualsiasi attore regionale riesca ad allineare i Curdi con i propri interessi otterrà il predominio in Medio Oriente”, ha detto. “Se ne sono resi conto prima di me”.

“Gaza-izzazione” della regione

La posizione antisraeliana di Öcalan è ben nota, poiché il suo gruppo aveva sede nella valle della Bekaa negli anni ’80, dove collaborava con i gruppi del movimento di liberazione palestinese di sinistra. Nel documento, Öcalan si presenta come il leader che potrebbe impedire a Israele di diventare la potenza egemonica in Medio Oriente.

“I continui andirivieni tra Netanyahu e Trump ruotano attorno a questo. È una strategia in cinque fasi. Le prime tre – Gaza, Libano, Siria – sono state completate. Ne rimangono solo due: Iran e Turchia”, ha affermato.

“L’obiettivo è rendere Israele come forza dominante che plasma la strategia mediorientale”.

Öcalan ha aggiunto che i Curdi sono una parte essenziale di questa strategia, ed egli stesso è l’unica persona in grado di impedire che la branca siriana del PKK, le Forze Democratiche Siriane (SDF), o il suo quartier generale, cadano sotto l’influenza dell’Iran o di Israele.

Ha anche descritto uno scambio di messaggi con l’allora Ministro degli Esteri israeliano Yitzhak Shamir nel 1982, quando Öcalan era di stanza a Damasco sotto la protezione del presidente siriano Hafez al-Assad.

“Mi dissero di lasciare Damasco, che mi avrebbero dato tutto ciò che volevo”, ha dichiarato, secondo il documento.

“Dicevano che ero una grave minaccia per la sicurezza di Israele. Fu forse il Ministro degli Esteri di allora, Shamir – Yitzhak Shamir? – nel 1982, a chiedermi: Cosa volete da noi? Perché state usando questi giovani contro di noi?”.

Diversi governi israeliani hanno offerto sostegno politico e militare alla Turchia negli anni ’90, stringendo una salda alleanza con i generali laicisti dell’epoca.

Ma sotto la presidenza di Recep Tayyip Erdogan, le relazioni si sono deteriorate e Ankara ha occasionalmente accusato Israele di sostenere indirettamente il PKK.

Dividere la Siria

Le relazioni hanno toccato il fondo dopo la guerra a Gaza, e le dichiarazioni ufficiali israeliane riguardo “ai Curdi”, in particolare riguardo ai gruppi legati al PKK in Siria, sono da allora cambiate.

A novembre, il Ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha apertamente chiesto relazioni più strette tra Israele e le comunità curde, affermando che il suo Paese avrebbe dovuto rivolgersi ai Curdi e ad altre minoranze regionali che sono alleati “naturali”.

Öcalan ha affermato che l’agenzia di intelligence israeliana Mossad lo aveva contattato anche a Mosca, dove si era rifugiato dalle autorità turche nel 1998, dicendogli che avrebbero potuto nasconderlo anche in Russia.

“È in atto un piano per trasformare la regione da Sulaymaniyah ad Afrin in un’altra Gaza”, ha detto Öcalan, “Israele ha preparato tutto il terreno per questo”

Dopo la caduta di Assad a dicembre, l’agenzia di stampa israeliana Kann ha riportato diversi abboccamenti tra Israele e le Forze Democratiche Siriane (SDF), un gruppo armato sostenuto dagli Stati Uniti e guidato da ramificazioni del PKK.

MEE ha riferito a dicembre che Israele stava pianificando di dividere la Siria in quattro regioni, tra cui una per i Drusi e una per i Curdi, per mantenere il vicino debole e diviso. Il piano ha fatto infuriare la Turchia.

Öcalan ha aggiunto che la guerra di Israele contro Gaza sia già finita e ora Israele sta cercando di trascinare i Curdi in un conflitto a tutto campo contro la Turchia – “nell’ambito di questo processo di Gaza-izzazione”, ha detto.

A febbraio, Öcalan ha chiesto lo scioglimento del PKK. La leadership del PKK, dopo aver tenuto un congresso a maggio, ha dichiarato che si sarebbe sciolta e avrebbe posto fine alla lotta armata.

Tuttavia, Ankara non ha ancora ricevuto alcuna prova che indichi che il PKK sia effettivamente in procinto di scioglimento.

Öcalan sostiene che la Turchia stia entrando in un importante processo di democratizzazione attraverso i negoziati con il movimento politico curdo.

“Il vantaggio strategico per noi si sta spostando verso la Turchia; solo un bambino non lo capirebbe”, ha affermato, “Dovremmo consegnare questo vantaggio a Israele?”

Fonte

13/05/2025

Il PKK si scioglie. È la strada giusta la questione curda?

Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), impegnato da oltre quattro decenni in un conflitto con la Turchia in cui sono rimaste uccise circa 40mila persone, in maggioranza curde, sotto i bombardamenti turchi, ha deciso di sciogliersi e porre fine alla lotta armata. La decisione, presa durante un congresso la scorsa settimana, potrebbe contribuire ad allentare le tensioni anche nei vicini Iraq e Siria, dove sono presenti larghe minoranze curde.

Nella sua dichiarazione, il PKK ha affermato di “aver completato la sua missione storica”, che nel corso degli anni si è spostata verso la ricerca di maggiori diritti per i curdi e dell’autonomia nel sud-est della Turchia, piuttosto che verso uno Stato indipendente. “La lotta del PKK ha spezzato la politica di negazione e annientamento del nostro popolo e ha portato la questione curda a un punto in cui è possibile risolverla attraverso la politica democratica”, si legge sul sito d’informazione Firat.

Negli ultimi anni, la Turchia ha colpito i combattenti e le basi del PKK con attacchi tramite droni e altri mezzi militari nel profondo dell’Iraq, mettendo sotto una forte pressione i combattenti curdi che nel periodo 2015-2017 aveva compiuto una serie di attacchi ad Ankara, Istanbul e in altre città turche.

Un funzionario del PKK, parlando alle agenzie di stampa, ha confermato la decisione e ha affermato che tutte le operazioni militari sarebbero cessate “immediatamente”, aggiungendo che la consegna delle armi sarebbe stata subordinata alla risposta di Ankara e al suo approccio nei confronti dei diritti curdi, nonché al destino dei combattenti curdi. Si è riferito in particolare alla condizione del leader del PKK, Abdullah Ocalan, in carcere dal 1999. Nei mesi scorsi, Ocalan, dalla prigione dove sconta una condanna all’ergastolo, aveva lanciato la proposta di mettere fine alla guerra e di ricercare una soluzione politica con le autorità turche.

I curdi costituiscono circa il 20% degli 86 milioni di abitanti della Turchia.

Tuttavia, una soluzione negoziata della lunga guerra e la realizzazione dei diritti dei curdi appaiono ancora lontane, sebbene Ankara abbia accolto con cauto favore la decisione del PKK. Il ministro degli Esteri, Hakan Fidan, ha affermato che il passo compiuto dai curdi è di “importanza storica” e potrebbe portare “pace e stabilità durature” per tutti i popoli della regione.

Allo stesso tempo, il presidente turco Erdogan cerca di trarre vantaggio dal momento e da quella che considera la “vulnerabilità” delle forze curde affiliate al PKK in Siria, dopo la caduta dell’ex presidente Bashar al-Assad per mano dei gruppi jihadisti e islamisti sostenuti proprio dalla Turchia. Gli analisti affermano che Erdogan si sta concentrando sui dividendi politici interni che la pace potrebbe portare. La decisione del PKK giunge peraltro in una fase di tumulto nella politica turca: il sindaco di Istanbul, Ekrem İmamoğlu, principale rivale di Erdogan, è stato incarcerato a marzo con l’accusa di corruzione. Uno sviluppo che ha scatenato le più grandi proteste nel Paese in un decennio.

Non è chiaro se il passo del PKK avrà ripercussioni anche sulla milizia curda YPG in Siria (alleata degli Stati Uniti), che nelle settimane passate ha chiarito che l’appello di Ocalan per la fine della lotta armata non si applica nel suo caso. I curdi in Siria sono impegnati in una difficile trattativa con il nuovo regime islamista, che ha preso il posto di quello di Bashar al-Assad, per confermare la loro amministrazione autonoma nella regione del Rojava.

La fine dell’insurrezione del PKK potrebbe eliminare un punto critico costante nel nord dell’Iraq, controllato dai curdi locali e ricco di petrolio.

In Turchia, il partito filo-curdo moderato DEM si dice fiducioso. Tayip Temel, vicepresidente del partito, ha dichiarato all’agenzia Reuters che la decisione del PKK è significativa per il popolo curdo e per il Medio Oriente nel suo complesso. “Ciò richiederà anche un profondo cambiamento nella mentalità ufficiale dello Stato turco”, ha affermato.

La notizia è stata accolta con favore da alcuni nella città più grande del sud-est, Diyarbakir, dove regna la sfiducia di molti curdi nei confronti del governo centrale.

Fonte

12/05/2025

Il PKK si scioglie e mette fine alla lotta armata contro la Turchia

Il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) ha deciso oggi di “sciogliersi e porre fine al conflitto armato con la Turchia” dopo 40 anni. A riferirlo è l’agenzia di stampa “Al Forat” ritenuta vicina al PKK, citando una dichiarazione rilasciata dal partito, secondo cui “le relazioni turco-curde devono essere riformulate”. La notizia è stata diffusa dall’agenzia Nova.

Il PKK “crede che i partiti politici curdi si assumeranno le loro responsabilità per sviluppare la democrazia curda e garantire la formazione di una nazione curda democratica”, si legge nella dichiarazione, secondo cui “il gruppo ha compiuto la sua missione storica”.

Alla fine di febbraio scorso, il fondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, Abdullah Ocalan, detenuto in carcere sull’isola turca di Imrali dal 1999, aveva invitato il partito a deporre le armi, sottolineando la necessità del suo scioglimento. “Il crollo del vero socialismo negli anni ’90 per ragioni interne e i progressi nella libertà di espressione hanno portato alla perdita di significato del PKK. Pertanto, ha raggiunto la fine del suo ciclo di vita ed è necessario lo scioglimento”, aveva affermato il leader curdo, aggiungendo che “tutti i gruppi dovrebbero abbandonare le armi”.

Il PKK è stato bollato dalla Turchia come “organizzazione terroristica”, mentre anche l’Unione europea e gli Stati Uniti lo avevano iscritto sulla “lista nera”.

Il primo a sostenere questo processo era stato il governo della regione autonoma del Kurdistan iracheno che aveva accolto con favore l’appello di Ocalan sulla necessità dello scioglimento del PKK, esortando il gruppo a “rispettare il messaggio e a obbedire”. Come noto le organizzazioni del kurdistan iracheno da anni perseguono una politica di alleanza con gli Usa e la stessa Israele e di non belligeranza con la Turchia.

Il presidente del Kurdistan iracheno, Nechirvan Barzani, in una dichiarazione diffusa dall’agenzia di stampa “Rudaw”, aveva affermato: “Speriamo che quest’appello apra la strada alla pace e a una soluzione pacifica. Noi della regione del Kurdistan sosteniamo pienamente il processo di pace e siamo pronti a svolgere qualsiasi ruolo possibile per rendere il processo un successo”.
“Apprezziamo anche il ruolo del presidente (turco, Recep Tayyip) Erdogan e del governo dell’Akp (Partito della giustizia e dello sviluppo), che hanno lavorato per la pace con una visione chiara fin dall’inizio del suo governo”, aveva proseguito il presidente del Kurdistan iracheno, esprimendo la speranza che la prossima fase porti a una soluzione “con la partecipazione e la solidarietà di altre parti in Turchia” e che “la pace e la stabilità si diffondano nel Paese e nell’intera regione”.

L’esecutivo del partito curdo DEM in una dichiarazione scrive che: “Si apre una nuova pagina sul cammino verso una pace onorevole e una risoluzione democratica. Come Partito DEM, crediamo che in questa svolta storica, tutte le istituzioni politiche democratiche, in particolare la Grande assemblea nazionale della Turchia, debbano assumersi la responsabilità di risolvere la questione curda e raggiungere una vera democratizzazione in Turchia”.

Fonte