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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/11/2025

Turchia - Parlamentari da Ocalan, ma si gioca sporco sul processo di pace

Il 24 novembre si è verificato il tanto atteso viaggio in delegazione di alcuni parlamentari turchi ad Imrali, per incontrare Abdullah Ocalan in merito al processo di pace in corso fra stato turco e PKK, così come stabilito dalla commissione parlamentare “per la riconciliazione nazionale, la fratellanza e la democrazia”.

A darne l’annuncio è stato un comunicato del Parlamento, che ha definito l’incontro positivo. Il Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli (DEM), fino ad oggi impegnato nella mediazione con Ocalan, ha definito la decisione della commissione parlamentare “storica” poiché per la prima volta Ocalan riceve la legittimazione istituzionale ufficiale come interlocutore dello Stato.

Durante la visita, secondo quanto è trapelato, sarebbero stati affrontati i temi più importanti: il destino dei militanti del PKK che disarmano e, soprattutto, la situazione delle Forze Democratiche Siriane (FDS) e la loro integrazione nelle strutture dello stato centrale di Damasco.

Su quest’ultima questione, per non far deragliare l’intero processo di pace, è necessario mediare fra le esigenze delle SDF di mantenere una loro struttura al cospetto del nuovo regime qaedista e le preoccupazioni turche circa i pericoli per la propria integrità territoriale derivati dalla presenza di un’area autonoma curda, indipendente di fatto e supportata da potenze imperialiste, ai propri confini con la Siria.

Tuttavia, non si sa se per motivi di riservatezza (il verbale della riunione rimarrà segretato per 10 anni) o perché in realtà non si sono fatti sostanziali passi avanti, non è stato stato dato grande risalto ai risultati di questi colloqui, nemmeno dalla parte curda, che, quando si tratta di pronunciamenti di Ocalan, solitamente mette molta enfasi.

Al contrario, hanno fatto più rumore le assenze, in particolare nella composizione della delegazione. C’erano, infatti, soltanto un esponente del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), un esponente dei nazionalisti (MHP) ed un esponente del DEM, ovvero i due partiti di governo e il partito incaricato di mediare. Si sono volontariamente chiamati fuori tutti gli altri partiti di opposizione, anche quelli che avevano accettato di entrare nella commissione parlamentare.

Particolarmente clamoroso è stato il passo indietro effettuato all’ultimo minuto da parte del Partito Popolare Repubblicano (CHP), principale partito di opposizione, nonostante quest’ultimo negli ultimi mesi si sia sempre dichiarato a favore del processo di pace e nonostante il potenziale autolesionistico di questa decisione. L’ondata di vittorie elettorali nelle elezioni locali degli ultimi anni, infatti, è avvenuta anche grazie al voto curdo.

La motivazione ufficiale è la mancanza di trasparenza nei vari passaggi politici di questo processo di pace. In realtà, probabilmente, la decisione è motivata in piccola parte dal riemergere, all’interno del partito, di pulsioni ideologiche anticurde e, in gran parte, dalla volontà di non allinearsi ad un processo di pacificazione nazionale voluto dal governo, proprio mentre i propri dirigenti e sindaci vengono arrestati e messi sotto processo uno dopo l’altro.

In tal senso, nei giorni scorsi è stato reso pubblico l’atto d’accusa nei confronti di Imamoglu, sindaco eletto di Istanbul, in carcere dal marzo scorso: rischia una condanna fino a 2.352 anni di reclusione perché accusato di essere il capo di un’organizzazione criminale, avente come scopo quello di fargli vincere in maniera fraudolenta il congresso del CHP e la candidatura alla Presidenza della Repubblica per il 2028. Contestualmente è stato richiesto l’avvio delle procedure legali per sciogliere il CHP. Inoltre, è in piedi anche l’accusa di spionaggio per conto della Gran Bretagna. 

Autore delle indagini è il famigerato procuratore Hakin Gurlek, che in passato si era occupato di alcuni processi nei confronti della sinistra filocurda per poi diventare Vice Ministro della Giustizia e tornare, infine, in Magistratura, nel ruolo di procuratore capo di Istanbul, subito dopo la rielezione a sindaco di Imamoglu. Un vero e proprio sicario governativo, insomma.

L’autoesclusione del CHP dal processo di pace rappresenta una vittoria per Erdogan nella sua tattica di dividere le opposizioni e cercare di attirare verso l’area governativa la sinistra filocurda o, comunque, il consenso curdo. Eppure, sono passati non più di 9 anni dai numerosi coprifuoco imposti in vaste aree del sud-est nell’ambito dell’ultima aspra fase del conflitto con il PKK.

Il Partito DEM, da parte sua, critica la decisione del CHP in quanto il processo di pace nasce per risolvere una questione, quella curda, che è storica e va al di là della lotta attuale fra governo e opposizioni. Tuttavia, ora si trova nella situazione scomoda di essere associato a una “manovra di palazzo” da parte della compagine governativa ed è esposto all’accusa di prestarsi ai suoi disegni neo-ottomani.

La vera mancanza di cui soffre il partito filocurdo è l’assenza di un vero dibattito pubblico e di una mobilitazione popolare a sostegno del processo di pace, come c’erano nel precedente tentativo del 2013-2015; in quest’occasione, tutto sta avvenendo esclusivamente tramite trattative fra vertici e gruppi politici.

Chi sta mobilitando in massa la propria base, in Turchia e in tutta Europa (dove gode dell’appoggio della “sinistra liberale”), è proprio il CHP, il quale, dall’arresto di Imamoglu, organizza periodiche manifestazioni contro la detenzione di sindaci e dirigenti di opposizione; rispetto a tali mobilitazioni il DEM, essendo coinvolto direttamente nella mediazione con Ocalan, mantiene un atteggiamento di adesione meramente formale, pur avendo a sua volta ancora moltissimi sindaci e dirigenti in carcere, come risultato della stagione repressiva dell’ultimo decennio.

Sulla testa del più popolare di questi prigionieri, ovvero Demirtas, si sta concentrando un gioco politico sporco, volto ad attribuirgli false richieste di grazia al Presidente e ad accreditare divaricazioni fra lui e il DEM o Ocalan. Il tutto mirante a screditarlo presso la sua base e ad ostacolarne la liberazione, che, per costituzione, sarebbe dovuta essere già avvenuta dopo la pronuncia definitiva della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo (CEDU) a suo favore.

Evidentemente, il profilo politico forte e autonomo di Demirtas, unico leader curdo ad avere consensi anche i fra i Turchi, è visto come un ostacolo nella cooptazione del consenso dei DEM verso l’area governativa.

Pertanto, dal carcere di Edirne, è dovuto così intervenire: “Sono entrato qui con onore e a testa alta. Ne uscirò con onore, o rimarrò qui fino all’ultimo giorno della mia vita. Non c’è alternativa per me... Qualsiasi dichiarazione, commento o pensiero che non ho condiviso direttamente non mi vincola”.

E sulle presunte differenze fra lui e Ocalan: “Non ho alcuna competizione, divergenza o scontro con Abdullah Öcalan. La visione, il ruolo e la responsabilità storica di Öcalan sono molto importanti, e solo lui può farsene carico... Sono entrato in politica nel Partito della Società Democratica (DTP), e il Partito DEM, l’attuale rappresentante della nostra tradizione politica, è il mio unico partito. Anche se un giorno dovessi entrare in politica, la mia casa è il Partito DEM. Qualsiasi ipotesi che io possa fondare un altro partito o passare a un altro è pura speculazione”.

Questo tentativo di dividere il movimento curdo (e tutta la sinistra) potrebbe avere il suo punto di caduta nel caso in cui, come sembra, dovesse essere emessa un’amnistia parziale che copra solo alcuni militanti del PKK, escludendo gli altri prigionieri politici (per non dover liberare quelli con maggior consenso popolare). Nel mentre, come detto, si attende ancora l’esecuzione delle sentenze definitive della CEDU.

In definitiva, si stanno palesando una serie di nodi non sciolti e di sfacciati tentativi di strumentalizzazione politica che stanno minando la credibilità del processo di pace. Gli atti simbolici non possono bastare.

Fonte

10/11/2025

Turchia - Definitiva la sentenza CEDU: per Demirtas è la volta buona per la scarcerazione?

La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo (CEDU) ha respinto l’ultimo ricorso presentato dal Ministero della Giustizia turco contro la sentenza di scarcerazione per Demirtas e, di riflesso, per tutti i condannati nell’ambito del cosiddetto “processo Kobane”. Ora la sentenza è definitiva e, dal punto di vista della legalità formale turca, sarebbe solo da rendere esecutiva.

Dal punto di vista sostanziale, però, la decisione sarà prettamente politica. Ad esempio, nel caso di Osman Kavala, fondatore del ramo turco della Open Society Foundation di Soros e condannato all’ergastolo aggravato per i fatti di Piazza Taksim, la Turchia non sta applicando la sentenza di scarcerazione della CEDU e, a causa di questa decisione, ha una procedura di infrazione a proprio carico aperta.

A favore della scarcerazione è intervenuto ancora una volta uno dei due pilastri dell’alleanza di governo, quel Devlet Bahceli, fondatore dei “lupi grigi”, il quale, poco più di un anno fa chiedeva l’esecuzione della condanna a morte di Ocalan, la chiusura della corte costituzionale turca, colpevole di esprimersi a favore di Demirtas, e l’espulsione dal parlamento della sinistra filo-curda.

Dall’ottobre 2024 ha cambiato completamente posizione e ha cominciato a spingere forte per il compimento del processo di pace con il PKK. In questi giorni continua a chiedere che la commissione parlamentare istituita ad hoc si rechi ad Imarlai ad ascoltare direttamente Ocalan e su Demirtas ha affermato: “Il suo rilascio sarebbe positivo per la Turchia”.

Anche dall’opposizione repubblicana, attualmente sotto torchio giudiziario, arrivano segnali definitivi. Il leader Ozgil Ozel ha chiesto apertamente scusa per il fatto che la maggior parte dei parlamentari repubblicani nel 2016 votarono a favore della revoca dell’immunità parlamentare nei confronti dello stesso Demirtas e degli altri esponenti dell’allora Partito Democratico dei Popoli (HDP), dando il via libera al “processo Kobane” e a tanti altri processi.

Demirtas, da parte sua, dal carcere ha postato sui suoi social un manoscritto di ringraziamento: “Il signor Devlet Bahçeli ha coraggiosamente infranto i tabù, dimostrando che la pace non può essere costruita arrendendosi alla paura. Mi congratulo di cuore con lui e lo ringrazio sinceramente. Il signor Özgür Özel ha dato un ulteriore esempio di coraggio, dimostrando un atteggiamento virtuoso e autocritico. Mi congratulo di cuore con lui e lo ringrazio sinceramente. Tutti dovrebbero sapere ed essere certi di questo: se rimaniamo bloccati negli errori del passato mentre cerchiamo di voltare pagina insieme, ipotecheremo anche il nostro futuro. Né io, né alcun altro politico possiamo permetterci questo lusso, e non nutro alcun risentimento o rancore particolare nei confronti di nessuno... Il nostro dovere è sostenere il processo di pace senza esitazione. Ci impegneremo a risolvere insieme tutti i problemi rimanenti, con i mezzi e le condizioni della politica democratica, la pace prima di tutto”.

Successivamente, sempre sui suoi social, ha formulato un invito: “Mi rivolgo a tutte le parti e ai principali attori del processo, al presidente Erdoğan, al leader dell’MHP Bahçeli e al leader fondatore del PKK Öcalan, come vostro fratello, come politico che lotta per la pace: vi prego di non rinunciare a compiere passi concreti, di non prestare attenzione a ciò che dicono gli altri, di avere fiducia in voi stessi e di credere che 86 milioni di persone attendono con ansia la pace”.

Leggendo fra le righe di questa dichiarazione, vi si potrebbe scorgere un tentativo di porsi all’opinione pubblica del paese come soggetto terzo fra la parte dello stato turco e quella del movimento curdo.

Chi continua a tenere un atteggiamento ambiguo è proprio Erdogan. Nei giorni scorsi ha incontrato la delegazione della sinistra filocurda che sta mediando con Ocalan, esprimendo valutazioni positive: “Abbiamo avuto un incontro molto costruttivo, produttivo e promettente con loro. Speriamo di vederne l’impatto nei prossimi giorni”.

Però non si esprime mai sull’eventuale incontro della commissione parlamentare con Ocalan e sulla scarcerazione di Demirtas, rispetto alla quale non più tardi di un mese fa il suo Ministero della Giustizia ha presentato l’ultimo ricorso. Ovviamente, ammettere che il “processo Kobane” sia illegittimo ha un costo politico, ma non volerlo pagare significa esibire una concezione quantomeno strumentale del processo di pace.

Staremo a vedere. Ambienti della sinistra filocurda danno come imminente il rilascio di Demirtas e secondo Reuters, il parlamento sta preparando una legge ad hoc per riammettere in Turchia alcuni militanti del PKK che non si siano macchiati di reati di sangue, senza, però, decretare un’amnistia generale.

Da rimarcare che il vero banco di prova per il processo di pace rimane sempre la situazione legata all’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria a guida curda e la sua integrazione nelle strutture statali di Damasco a guida qaedista.

Su questo anche Bahceli è irremovibile: un’integrazione delle milizie a guida curda nell’esercito centrale nella forma di divisioni autonome, come perorato dal leader curdo Mazloum Abdi, rappresenterebbe una minaccia per la Turchia, che vuole la loro completa liquidazione agli ordini dei generali di Al-Golani.

La situazione, però, non va esattamente in quella direzione. Intervistato da Amberin Zaman per Al-Monitor, Sipan Hemo, un altro generale curdo, ha dichiarato che le Forze Democratiche Siriane si stanno preparando per la guerra contro il governo centrale, nel caso in cui i negoziati dovessero fallire.

Su questo capitolo, oltre alle mediazioni internazionali, fondamentale potrebbe essere l’apporto politico dello stesso Demirtas e di tutti i dirigenti curdi imprigionati proprio per aver espresso il loro sostegno alle milizie curdo-siriane.

L’impresa di trovare un accordo rimane comunque ardua a causa della natura settaria ed inaffidabile delle autorità di Damasco e dei tentativi di boicottaggio da parte di potenze straniere, che certamente non mancheranno. Israele, ad esempio, punta a tenere divisa la Siria e a destabilizzare la Turchia tramite il proprio appoggio strumentale alla causa curda.

Fonte

07/10/2025

Turchia - Demirtas “vede” la scarcerazione ma il fronte siriano si inasprisce

Secondo varie fonti turche [1-2], Selahattin Demirtaş, dirigente apicale della sinistra filocurda, ex candidato alla Presidenza della Repubblica, incarcerato dal 2016 e condannato a 42 anni di carcere, potrebbe essere rilasciato a partire dall’8 ottobre.

A quella data, infatti, scade il termine per lo stato turco di presentare ricorso contro una sentenza della Corte Europea per i Diritti Umani che prescrive la scarcerazione di Demirtas poiché la condanna ed i processi non avrebbero seguito i crismi dello stato di diritto.

A quanto pare, il termine verrà lasciato scadere. Lo ha ammesso implicitamente un deputato del Partito del Movimento Nazionalista (MHP) – destra nazionalista contigua allo “stato profondo” – Feti Yildiz, il quale ha dichiarato di non essere a conoscenza del caso specifico, ma che “secondo l’articolo 90 della Costituzione, bisogna attuare gli accordi internazionali stipulati”, ovvero seguire la sentenza della Corte Europea.

Intanto, il primo ottobre si è tenuta l’inaugurazione del nuovo anno del Parlamento, nel bel mezzo di polemiche roventi dovute alla questione degli arresti dei sindaci ed il tentativo di annullare i congressi del Partito Popolare Repubblicano (CHP).

Qualche contestazione ha suscitato la decisione del Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli (DEM, sinistra filocurda) – che sta facendo da mediatore fra stato turco ed Ocalan – di non boicottare la seduta, come hanno fatto il CHP e due partiti elettoralmente alleati del DEM, ovvero il Partito del Lavoro (EMEP) ed il Partito dei Lavoratori di Turchia (TIP).

L’accusa mossa al DEM è quella di legittimare un Presidente ai minimi termini come consenso, che cerca di sopravvivere con un golpe giudiziario e, per di più, è reduce dall’Assemblea Generale dell’ONU in cui si è presentato agli incontri con Trump “con il cappello in mano”; ovviamente si sono ravvivate le voci, alimentate dal partito di governo, che vedrebbero il partito DEM avvicinarsi all’area governativa in caso di esito positivo del processo di pace con il PKK, dando la possibilità al Presidente o a chi gli dovesse succedere di rimanere in sella.

In occasione dell’inaugurazione dell’anno parlamentare, Erdogan ha pronunciato un lungo discorso, in cui si è soffermato lungamente sul processo di pace con il PKK ed ha sfoderato alcuni mantra neo-ottomani, secondo i quali la Turchia sarebbe la madrepatria dei Curdi “dentro e fuori i confini” nazionali.

Sulla situazione in Siria ha affermato che se le trattative per “garantire l’unità territoriale del paese” dovessero fallire, “la Turchia non permetterà il ripetersi di un ‘deja vu’ nel Paese”. Si tratta di una chiara minaccia di intervento militare diretto contro l’area autonoma a guida curda – indipendente di fatto – nel nord-est del paese, che non vuole integrarsi con il governo centrale a guida salafita, il quale è sostenuto da Ankara, pur senza grande profitto.

Al-Golani, infatti, predilige chiaramente il rapporto con gli USA e cerca disperatamente un accordo con i genocidari di “Tel Aviv”, che, per il momento, gli viene negato.

Secondo al-Akhbar [3-4], sono in atto pesanti scontri armati fra Hayat Tahrir al-Sham (HTS) e le milizie a guida curda, in particolare nelle aree di Deir Hafer e Tishrin Dam, che sarebbero il preludio per una limitata operazione militare congiunta esercito turco – HTS contro, appunto, l’Amministrazione del Nord-est della Siria. Già sarebbero in piedi mediazioni internazionali per scongiurare tale eventualità.

In definitiva, lo scenario politico turco sembra trovarsi alla vigilia di uno scossone molto pesante, essendo dilaniato da forti contraddizioni. La scarcerazione di Demirtas sarebbe una spinta importantissima ad un processo di pace, quello fra stato e PKK, che, dopo essere partito in pompa magna con la cerimonia simbolica di distruzione delle armi da parte di alcuni miliziani curdi, avvenuta lo scorso luglio, conosce un periodo di stasi.

Demirtas, infatti, è l’esponente del movimento curdo più di tutti fautore della via del disarmo e dell’integrazione con lo Stato, indicata da Ocalan, in contrapposizione all’idea di continuare a rivendicare aree autonome o indipendenti, alleandosi con chiunque offra sostegno per ottenerle, USA e sionisti compresi.

In occasione della cosiddetta “guerra dei 12 giorni”, ad esempio, Demirtas si è espresso chiaramente contro l’aggressione sionista e imperialista all’Iran, in contrapposizione alle posizioni abbastanza ambigue espresse dalle formazioni iraniane affiliate al PKK.

A fare da contraltare a questi segnali distensivi, vi è la situazione interna della Turchia, in cui il CHP, proprio mentre sembrava avviato ad ottenere una serie di vittorie nazionali decisive, viene sottoposto ad una pressione giudiziaria senza precedenti, che crea tensioni nella società e semina mancanza di fiducia nei confronti dello Stato.

Soprattutto, diventa difficilmente superabile la contrapposizione in Siria, dove è impensabile estendere il disarmo del PKK anche alle Ypg, al cospetto dei trogloditi di HTS e delle loro violenze settarie. Tuttavia restano legittime le preoccupazioni turche rispetto all’appoggio offerto alle milizie curde dagli USA e ai piani sionisti di sostenere le varie minoranze, curdi compresi, con l’obiettivo di frazionare gli stati dell’area.

In tal senso, sarebbe interessante capire cosa ne pensano Ocalan e Demirtas, se verrà consentito loto di esprimersi.

Note

[1] https://en.haberler.com/the-backstage-is-a-fire-scene-selahattin-demirtas-19119531/

[2] https://www.birgun.net/haber/release-claim-for-demirtas-why-has-8-october-come-to-the-fore-658893

[3] https://www.instagram.com/p/DPd_KmtDuDy/?img_index=2

[4] https://en.al-akhbar.com/news/buildup-in-northern-syria—limited–operation-against-sdf-p

Fonte

10/07/2025

La svolta storica di Ocalan

Ocalan chiama all’integrazione della lotta curda nella politica turca

Il 9 luglio è stata rilasciata una dichiarazione video[1] definita storica da parte del leader curdo Abdullah Öcalan, che, esprimendosi in lingua turca, ribadisce ed approfondisce l’invito allo scioglimento del PKK da lui formulato a febbraio.

Sostanzialmente, Apo invita ad implementare il disarmo dell’organizzazione combattente curda rapidamente, a prescindere dalla sua stessa liberazione, che era stata posta dal Congresso del PKK come condizione necessaria. Inoltre, ribadisce che il futuro del movimento di liberazione curdo risiede nell’integrazione con lo stato turco ed i suoi meccanismi, principalmente quelli parlamentari: non vi è più traccia di rivendicazioni federaliste o simili.

Questa svolta è motivata dalla fine delle politiche assimilazioniste da parte dello stato, avvenuto proprio grazie alla lotta del PKK. In tal senso, Öcalan annuncia di aver preparato un “Manifesto per una Società Democratica”, che dovrebbe costituire un’ulteriore svolta teorica.

Nei prossimi giorni dovrebbe tenersi una cerimonia simbolica nel Kurdistan Iracheno, in cui alcune decine di miliziani del PKK verranno ripresi mentre si disferanno delle armi.

Questa dichiarazione va ad aggiungersi ai verbali dei colloqui fra lo stesso Öcalan e una delegazione del Partito DEM intercettati dal Middle East Eye[2] e ad una lettera dal carcere[3] scritta dall’altro detenuto eccellente, Selahattin Demirtaş; tali documenti propongono una svolta integrazionista della lotta di liberazione curda (per quanto riguarda, ovviamente, il cosiddetto “Bakur”, Nord Kurdistan) nello stato turco in chiave “frontista”, per contrapporsi alla guerra imperialista e all’espansionismo sionista nella regione, che prima o poi rischiano d’investire anche la Turchia.

Ancora non è stata espressa una chiara posizione rispetto alla strategia delle organizzazioni curde dei paesi circostanti che dichiarano di essere fedeli a Öcalan. Vi è, come noto, la macro-questione della regione Autonoma del Nord-Est della Siria, che potrebbe influenzare in maniera negativa l’esito del processo politico in Turchia, in quanto è vista da Ankara come un semi-stato controllato da milizie considerate emanazione del PKK. La Turchia ne reclama, pertanto, lo scioglimento.

In generale, le posizioni di Öcalan e Demirtaş potrebbero rivelarsi non facilmente digeribili per alcune organizzazioni e milizie che da tempo adottano la linea di allearsi con chiunque le appoggi nel loro tentativo di guadagnare il controllo di aree autonome, o prometta di farlo. Già piovono accuse di complicità con il “carnefice turco” da parte delle ali più nazionaliste del movimento curdo.

Di seguito la comunicazione integrale di Ocalan.

*****

Cari compagni,

Eticamente, mi sento in dovere di fornire, attraverso una lettera esaustiva – seppur ripetitiva – risposte esplicative e creative sui problemi, le soluzioni, i livelli raggiunti e la situazione concreta del nostro Movimento di Compagni Comunisti. 1. Continuo a difendere l’appello per “Pace e Società Democratica“, [dichiarato il] 27 febbraio 2025.

2. Convocando il 12° Congresso di Scioglimento del PKK, avete fornito una risposta positiva e completa al mio appello, sostanziandolo. Attribuisco un valore storico alla vostra risposta.

3. Il punto raggiunto è di grande valore e storicamente significativo. L’impegno dei compagni che hanno contribuito a questa comunicazione è altrettanto prezioso e lodevole.

4. Come risultato di questo processo, ho preparato un “Manifesto per una Società Democratica”, che deve essere considerato una trasformazione storica. Questo Manifesto possiede le caratteristiche necessarie per sostituire con successo il Manifesto “La Via verso la Rivoluzione del Kurdistan”, risalente a 50 anni fa. Credo che esso abbia un valore storico e sociale non solo per la società curda storica, ma anche per la società regionale e globale. Non ho dubbi che costituisca un esempio riuscito della tradizione del manifesto storico.

5. Devo affermare chiaramente che tutti questi sviluppi sono il risultato degli incontri che ho tenuto a Imrali. È stata posta grande attenzione affinché questi incontri si svolgessero sulla base della libera volontà.

6. Il livello raggiunto richiede di passare alla pratica con nuovi passi. La natura dei progressi che si faranno dipende inevitabilmente dalla corretta valutazione della natura storica di questa fase e dal grado di adesione a ciò che essa necessita.

a. Il movimento del PKK e la sua “Strategia di Liberazione Nazionale”, emersa come reazione alla negazione dell’esistenza [dei curdi] e quindi volta a creare uno stato separato, si sono sciolti. L’esistenza [dei curdi] è stata riconosciuta; pertanto, l’obiettivo fondamentale è stato raggiunto. In questo senso, ha fatto il suo tempo. Tutto quanto accaduto dopo [che l’esistenza dei curdi è stata riconosciuta] è stato vi sto come ripetitivo e come una situazione di stallo. Ciò costituirà la base per una critica e un’autocritica complete.

b. La politica non conosce vuoti; pertanto, il vuoto deve essere riempito con il programma della “Società Democratica”, dalla strategia della “Politica Democratica” e dal “diritto olistico” come sua tattica fondamentale. Stiamo parlando di un processo storico.

c. Il processo complessivo di disarmo volontario e la commissione parlamentare che si prevede di istituire per legge e autorizzata dalla Grande Assemblea Nazionale Turca sono cruciali. Attenzione e sensibilità sono essenziali nell’intraprendere questi passi, senza cadere nella sterile logica del “prima tu” o “prima io”. So che i passi intrapresi non saranno vani. Vedo e confido nella sincerità.

d. Pertanto, sono in atto sforzi per fare progressi attraverso l’adozione di misure più concrete. Ecco le principali tesi che propongo:

1) Raggiungere l’obiettivo della Pace e di una Società Democratica è possibile attraverso una prospettiva integrazionista positiva, in cui ognuno faccia la propria parte. La conclusione che ne deriva è che il PKK ha abbandonato il suo obiettivo di Stato-nazione e, abbandonando questo obiettivo fondamentale, ha anche abbandonato la sua strategia fondamentale, ovvero la guerra, ponendo fine alla sua esistenza. Questi punti storici attendono di essere approfonditi ulteriormente.

2) Dovreste accettare con serenità che la vostra garanzia di deporre le armi, di fronte alla testimonianza del pubblico e degli ambienti interessati, non solo avvantaggerebbe la TBMM [Grande Assemblea Nazionale Turca] e la Commissione, ma rassicurerebbe anche l’opinione pubblica e onorerebbe le nostre promesse. L’istituzione di un meccanismo per la deposizione delle armi farà progredire il processo. Si tratta di una transizione volontaria dalla fase della Lotta Armata alla fase della Politica e del Diritto Democratici. Questa non è una perdita, ma deve essere considerata una conquista storica. I dettagli della deposizione delle armi saranno specificati e attuati rapidamente.

3) Il DEM [Partito], che è sotto l’egida del parlamento, farà la sua parte e collaborerà con gli altri partiti per garantire il successo del processo.

4) Nel frattempo, per quanto riguarda “La mia condizione di libertà”, che avete proposto come disposizione indispensabile nei testi di risoluzione del vostro [XII] Congresso, devo dire che non ho mai considerato la mia libertà una questione personale. Filosoficamente, la libertà dell’individuo non può essere astratta dalla [libertà della] società. La libertà dell’individuo è la misura della libertà della società, e la libertà della società è la misura della libertà dell’individuo. Questa tendenza deve essere rispettata.

Non credo nelle armi, ma nel potere della politica e della pace sociale e vi invito a mettere in pratica questo principio.

Gli ultimi sviluppi nella regione hanno chiaramente dimostrato l’importanza e l’urgenza di questo passo storico.

Desidero dichiarare che attendo con ansia di ricevere ogni tipo di critica, suggerimento e contributo che possiate fornire in merito a questo processo.

Affermo, con ambizione e veemenza, che queste discussioni ci porteranno, noi forze della Modernità Democratica, verso un nuovo programma teorico, verso una nuova fase strategica e tattica a livello nazionale, regionale e globale, ed esprimo il mio ottimismo e la mia disponibilità per gli sforzi preparatori.

Affrontiamo il periodo a venire in linea con il mio appello, le decisioni del congresso, le opinioni e i suggerimenti che ho espresso in questo articolo e progrediamo sulla base del successo.

Cordiali saluti da compagni.

Auguri

Abdullah Öcalan

19 giugno 2025

Note

1) https://firatnews.com/guncel/Onder-apo-dan-tarihi-cagri-214619

2) https://contropiano.org/news/internazionale-news/2025/07/07/ocalan-il-movimento-di-liberazione-curdo-non-si-faccia-usare-da-israele-0184770

3) https://x.com/hdpdemirtas/status/1934923066003607614/photo/1

Fonte

29/10/2024

Turchia - Il PKK rivendica l’attacco di Ankara, ma il dialogo non si ferma

Alla fine il PKK ha rivendicato apertamente l’attacco alla sede dell’industria aerospaziale Tusas, nei pressi di Ankara, avvenuto il 24 ottobre con un bilancio finale di 5 morti e 22 feriti.

Le tempistiche di tale attacco hanno stupito molti poiché è avvenuto proprio mentre il clima fra governo e sinistra filo – curda sembra essere mutato, rispetto agli ultimi 9 anni, nella direzione della ripresa del dialogo.

Il giorno precedente era stato ancora una volta Davlet Bahceli, alleato di governo di estrema destra, ad uscire allo scoperto, evocando addirittura la possibilità di un invito ad Ocalan in Parlamento: “Se l’isolamento del leader terrorista viene revocato, lasciatelo venire a parlare (in Parlamento)”, ha detto, rivolgendosi ai rappresentanti del movimento filo-curdo di sinistra, Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli (Dem), “Lasciamo che gridi che il terrorismo è completamente finito e che l’organizzazione è smantellata”.

Il giorno dopo, ad attacco avvenuto, il Ministero della Difesa aveva immediatamente puntato il dito contro il PKK ancor prima della rivendicazione, facendo partire immediatamente la rappresaglia, con una serie di raid in Siria, nelle aree controllate dalla Ypg/Ypj, e in Iraq, dove hanno base le milizie curde.

Rivendicazione che poi è arrivata: “È noto che le armi prodotte da Tusas hanno ucciso migliaia di civili, compresi bambini e donne, in Kurdistan. Non esiste diritto più legittimo di quello di ogni organizzazione, istituzione e persona patriottica del Kurdistan ad agire contro i centri in cui vengono prodotte queste armi di massacro”. In un altro passaggio, i combattenti curdi spiegano, però, che l’azione era programmata da tempo e “non ha alcuna relazione con l’agenda politica discussa in Turchia nell’ultimo mese”, quasi a non voler interferire con le prove di dialogo dell’ultimo mese.

Effettivamente, nonostante tutto facesse pensare che fosse stata messa una pietra sopra qualsiasi possibilità di dialogo, il giorno dopo è stato consentito ugualmente ad Omer Ocalan, parlamentare del partito DEM, di andare a trovare lo zio Abdullah sull’isola prigione di Imrali, rompendo un isolamento assoluto che durava dal 2020.

Il messaggio recapitato dal leader curdo è breve ma significativo: “L’isolamento continua. Se le condizioni saranno quelle buone, avremo il potere teorico e pratico di muovere questo processo da un piano di conflitto e violenza a un piano legale e politico”.

La portavoce del partito DEM Ayşegül Doğan lo ha così commentato: “Questo messaggio, che sembra composto da 3 righe e 3 frasi contiene molti messaggi in sé. Innanzitutto, lui stesso afferma che l’isolamento continua. In secondo luogo afferma che se vengono create le condizioni ha il potere teorico e pratico di spostare questo processo dal terreno del conflitto e della violenza a un terreno legale e politico. İmralı è pronta, il signor Öcalan è pronto. Ma lo Stato è pronto? Come Partito DEM qui chiediamo: la politica democratica è pronta, il signor Öcalan è pronto, lo Stato è pronto a creare queste condizioni, a eliminare l’isolamento e a creare il terreno legale e politico per la soluzione democratica della questione curda? È il turno di coloro che hanno fatto questo appello e di coloro che lo sostengono. Una volta che la parola è stata pronunciata, è tempo di metterla in pratica”.

L’altro prigioniero eccellente, Salhattim Demirtas, si è spinto a condannare l’attacco di Ankara con un messaggio su X“Condanniamo l’attentato di Ankara, che Dio abbia pietà di coloro che hanno perso la vita e offriamo le nostre condoglianze ai loro parenti. Auguriamo ai feriti una pronta guarigione.
La mentalità che cerca di fermare con il sangue la ricerca di risolvere i nostri problemi attraverso la conversazione, il dialogo e la politica dovrebbe sapere che se Öcalan prenderà un’iniziativa e vorrà aprire la strada alla politica, noi saremo al suo fianco con tutte le nostre forze.
Non accetteremo alcun approccio che miri a screditare la politica democratica e la ricerca della pace. Tutti dovrebbero fare i loro calcoli e comportarsi di conseguenza. Questa volta non permetteremo mai che le voci di coloro che vogliono la pace vengano soppresse, non importa da quale direzione”
.

Questo messaggio fa pensare ad una divaricazione interna al movimento filo-curdo, che, tuttavia, rimane unito nel riconoscere la leadership di Ocalan. Lo afferma chiaramente Zilar Stêrk, la dirigente del KCK, organizzazione transnazionale curda cui è affiliato anche il PKK, in un’intervista pubblicata sul sito KCK-info: “Tutta la lotta che abbiamo condotto negli ultimi ventisei anni è stata volta a sviluppare una soluzione democratica alla questione curda. È diretta a garantire la libertà fisica di Rêber Apo (Abdullah Ocalan). Perché la soluzione alla questione curda significa la libertà fisica di Rêber Apo. E la libertà di Rêber Apo significa la soluzione alla questione curda. Entrambi sono due aspetti fondamentali che sono il più possibile vicini tra loro”.

La combattente ha voluto, poi, commentare le affermazioni concilianti di Bahceli, tenendo aperta la porta del dialogo, seppure con termini più aspri rispetto al partito DEM: “Il fascista Devlet Bahceli ha invocato Imrali nel suo discorso dal podio del parlamento. Hanno chiuso la porta a Imrali. Non permettono che una sola parola esca da Imrali. Come può chiamare Imrali senza che ci sia un incontro con Imrali? Ha chiamato Imrali ad agire. Ha detto a Rêber Apo di liquidare la sua organizzazione. Bahceli, la tua gente non ti chiede cosa sta succedendo con i curdi che hai dichiarato morti? Cosa sta succedendo con il movimento che hai dato per morto? I curdi hanno dato il loro messaggio molto chiaramente ad Amed. “I giovani sono i Fedayin di Rêber Apo” e “Nessuna vita senza Rêber Apo” erano gli slogan che si sentivano ad Amed. Devi prendere il vero messaggio da qui. Se vuoi fare una chiamata sincera a Imrali, allora prima devi aprire la porta a Imrali. Devi fissare un incontro e un dialogo a Imrali”.

In definitiva, nonostante la prudenza sia d’obbligo da parte curda e nonostante l’attacco ad Ankara, intervenuto proprio nel momento in cui si decideva di consentire la prima visita ad Ocalan dopo 4 anni, almeno l’argomento del destino di quest’ultimo sembra sdoganato definitivamente.

Si tratta di una novità importante, in quanto negli ultimi nove anni il leader curdo sembrava sepolto vivo nell’isola – prigione di Imrali ed il suo nome era tabù nel dibattito politico turco. Ovviamente, nel caso in cui il suo isolamento dovesse essere alleggerito e gli fosse consentito di avere un ruolo politico, lo scenario potrebbe cambiare con riflessi non solo in Turchia, ma anche in Siria, Iraq e forse, Iran. Fondamentale rimane l’unità dell’intero movimento curdo, al di là del comune riconoscimento della leadership di Ocalan. Le tempistiche dell’attacco di Ankara e le successive dichiarazioni di Demirtas lasciano intravedere alcune differenze che potrebbero essere usate dal governo turco.

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26/05/2024

Turchia: DEM è avvisato

Il 16 maggio scorso i due leader dell’HDP (Partito democratico dei popoli), l’ex co-presidente Selahattin Demirtaş, e la ex co-presidente, Figen Yüksekdağ, sono stati condannati a pene pesantissime, rispettivamente a 42 e a 30 anni di prigione per “attentato all’unità dello stato”.

Chi conosce la mannaia della giustizia penale diretta da Ankara sa bene che la lista delle condannate e dei condannati curdi in Turchia non è solo lunga ma anche spaventosamente carica di anni di carcerazione per ogni dissidente politico. È infatti frequentissimo trovare condanne a 30 anni di galera. Le ragioni nascono e crescono nel conflitto ancora in corso tra il governo turco e parte della comunità curda che è nel mirino di Ankara, perché lotta da tempo per il riconoscimento dei diritti dei curdi e dei popoli.

La comunità curda è frammentata e spezzata. Una parte sta con Erdogan, con tutto quello che rappresenta: fondamentalismo, violenza, repressione. Poi c’è quella parte rappresentata dai due ex co-presidenti finiti nelle mani della (in)giustizia turca che, invece, lotta per una Turchia democratica, che si riconosca e riconosca l’autonomia dei popoli.

Demirtaş e Yüksekdağ pagano il prezzo per avere organizzato, come scritto sul documento del Parlamento Europeo relativo alla Procedura 2021/2506(RSP), “manifestazioni che si sono svolte nell’ottobre 2014 per protestare contro l’assedio di Kobane da parte dell’ISIS e per criticare l’inazione e il silenzio del governo turco di fronte a un massacro imminente, che sono degenerate in violenza e hanno causato decine di morti”.

Ma Ankara ha favorito il transito dei foreign fighters che passavano proprio attraverso le sue frontiere per unirsi ai miliziani dell’Isis. Come dice lo studioso esperto di Medio Oriente, Jean Pierre Luizard, la Turchia ha sostenuto l’Isis.

Il Parlamento Europeo ha chiesto alla Turchia di dare seguito alla sentenza della CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) che ordinava il rilascio di Demirtaş ma ovviamente senza seguito.

Le condanne dei due leader dell’HDP lasciano senza fiato e allungano quella triste lista che Ankara intende ingrossare. È il messaggio di Erdogan ai leader del DEM (Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli), successore dell’HDP.

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22/06/2020

Turchia - La Corte suprema decreta il rilascio di Selahattin Demirtaş (HDP)

La Corte costituzionale di Turchia ha decretato la liberazione dell’ex co-presidente del Partito democratico dei popoli – HDP – Selahattin Demirtaş, affermando che la lunga detenzione del politico viola la Costituzione in quanto supera una “durata ragionevole”.

Tuttavia, gli avvocati hanno affermato che Demirtaş non sarà rilasciato in quanto un altro caso contro di lui lo costringe alla detenzione. La Corte suprema ha anche ordinato allo Stato di pagare 50.000 lire turche ($ 7.289) in compensazione a Demirtaş. Ha inviato una copia della decisione al Ministero della Giustizia e al tribunale penale di Ankara.

Il 19 settembre 2019 il tribunale penale di Ankara si era già pronunciato per il rilascio di Demirtaş nel caso per il quale la Corte costituzionale aveva dichiarato che si era verificata una “violazione” dei diritti. La sentenza del tribunale di Ankara è giunta a seguito delle numerose richieste di rilascio di Demirtas da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) alla Turchia.

Una volta che il tribunale di Ankara ha stabilito che Demirtaş doveva essere liberato in attesa del processo, i pubblici ministeri hanno quindi avviato una nuova indagine sul politico e hanno chiesto nuovamente il suo arresto prima che potesse essere liberato.

Benan Molu, uno degli avvocati di Demirtaş, ha dichiarato che il politico rimarrà dietro le sbarre nella prigione di massima sicurezza di Edirne nonostante la sentenza della Corte costituzionale.

“La Corte costituzionale ha stabilito che l’incarcerazione di Selahattin Demirtaş tra il 4 novembre 2016 e il 2 settembre 2019 ha superato una durata ragionevole”, ha affermato Molu su Twitter.

“Il giorno in cui è stato rilasciato, Demirtaş è stato nuovamente arrestato nel contesto di un’indagine, in cui non era un sospetto, quindi questa sentenza non garantisce la sua liberazione”, ha dichiarato.

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04/12/2019

La Turchia minaccia la NATO sulle YPG

di Chiara Cruciati – il Manifesto

I curdi, vittima sacrificale della moribonda Alleanza atlantica, al vertice Nato li ha portati il più insospettabile: il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Facendo seguito a giorni di schermaglie con il presidente francese Macron, ieri Erdogan ha lanciato il suo anatema. E la sua minaccia: il veto ai piani Nato per la difesa in Polonia e nei paesi Baltici se gli alleati non etichetteranno come terroriste le unità di difesa popolari curde Ypg e Ypj. Quelle che hanno sconfitto l’Isis.

Il cortocircuito è plastico: i piani atlantici per Lituania, Estonia, Lettonia e Polonia vanno ovviamente letti in chiave anti-Russia, la potenza che appena un mese e mezzo fa ha certificato l’occupazione turca del nord est siriano, della regione a maggioranza curda Rojava.

Erdogan ricambia a modo suo, con un veto che ufficialmente è inaccettabile dai paesi membri della Nato. Ufficialmente, visto che i curdi sono stati già ampiamente abbandonati. Il presidente turco vuole di più, vuole che si applichi l’articolo 5 sulla difesa interna dell’Alleanza, come se le Ypg/Ypj stessero minacciando la sicurezza turca, e vuole l’endorsement europeo sulla sua safe zone nel nord est siriano.

Della questione si è già dibattuto, sotto forma di dichiarazioni al vetriolo scambiate con Macron, contrario a ciò che ha definito un «disastro umanitario» – 230mila sfollati, centinaia di uccisi – che mina il ruolo delle Ypg contro l’Isis e il processo di pacificazione siriano (dimenticando il disastro in Libia guidato da Nato e Francia).

Ieri il capo dell’Eliseo ha rincarato la dose e lo ha fatto, non a caso, durante il colloquio con il presidente statunitense Trump, il cui ritiro è stato la luce verde all’operazione turca contro il Rojava: «Il nemico comune sono i gruppi terroristici – ha detto – mi dispiace dire che non diamo tutti la stessa definizione di terrorismo. La Turchia combatte con noi contro l’Isis, ma a volte lavora con alleati dell’Isis».

A gettare acqua su un fuoco pericoloso è il segretario generale Stoltenberg, deciso a salvare un vertice già a rischio di suo: sappiamo tutti, ha detto, che l’Alleanza ha un problema sulla questione Ypg, ma sta lavorando per risolverlo. Consapevole che ad aver garantito tanta forza ai turchi è la debolezza Usa, con Trump che è arrivato a definire i curdi più pericolosi dell’Isis per giustificare l’occupazione del Rojava.

Ma il punto, dirimente, sta nella mancata condanna – concreta, non a parole – dell’autoritarismo turco, che in Siria si traduce in un’occupazione militare illegale e crimini di guerra e in casa in una repressione politica con pochi precedenti.

Vittime predilette, di nuovo, le comunità curde e la loro espressione politica, il Partito democratico dei popoli. Lunedì sera, sette giorni dopo il grave malore che ha colto in cella l’ex co-leader dell’Hdp, Selahattin Demirtas è stato portato in ospedale.

Si era sentito male il 26 novembre nella sua cella nel carcere di massima sicurezza di Edirne, nel nord della Turchia: forti dolori al petto, difficoltà respiratorie e un lungo svenimento, come denunciato lunedì su Twitter dalla sorella e dal suo legale. Eppure le autorità carcerarie turche non hanno ritenuto necessario portarlo in ospedale. Fino alla denuncia di due giorni fa: in serata Demirtas è stato sottoposto ad accertamenti nei reparti di cardiologia, neurologia e gastroenterologia dell’ospedale universitario di Trakya.

L’accanimento giudiziario a cui è sottoposto scivola da tempo anche in campo medico. Il leader del partito di sinistra filo-curdo, il cui carisma ha saputo mettere insieme sotto un’unica bandiera le comunità curde, il mondo ecologista, quello femminista, i reduci di Gezi Park e la sinistra turca, è in prigione dal 4 novembre 2016, sommerso – come la ex co-leader Figen Yüksekdag – sotto oltre 120 inchieste e processi per i quali rischia almeno 140 anni di detenzione.

Ieri una delegazione del principale partito di opposizione, il repubblicano Chp, gli ha fatto visita in cella, mentre in parlamento il segretario Kilicdaroglu denunciava la detenzione «ingiusta e illegale».

Il caso Demirtas, punta dell’iceberg della repressione politica che il presidente turco Erdogan ha scagliato contro l’Hdp, è paradigmatico della deriva autoritaria di cui la Turchia è preda. Accusato di terrorismo, insulti al presidente e alle istituzioni, incitamento alla violenza, Demirtas è uno dei migliaia tra parlamentari, amministratori locali, sindaci, sostenitori dell’Hdp in prigione perché nemici politici.

Le ultime epurazioni (tra cui 20 sindaci e governatori curdi sostituiti da commissari governativi) le elenca Hisyar Özsoy, vice segretario Hdp: in vista del congresso nazionale del prossimo febbraio con cui il partito intende ridarsi slancio, «nelle ultime due settimane oltre 150 amministratori Hdp e sostenitori sono stati fermati e molti di loro poi arrestati. Il governo dell’Akp dice di aver preso misure per ristabilire la democrazia ma queste detenzioni mostrano come la legislazione di emergenza sia ormai permanente, i diritti sospesi».

Se n’era accorta esattamente un anno fa la Corte europea per i diritti umani che in una sentenza aveva chiesto l’immediato rilascio di Demirtas.

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13/01/2018

Turchia - Demirtas per la prima volta in tribunale dopo 14 mesi di carcere

Per la prima volta ieri il co-presidente del partito turco di opposizione Hdp, Selahattin Demirtas, è apparso di fronte al tribunale di Istanbul. Dal 4 novembre 2016, quando fu arrestato insieme alla co-presidente Yuksekdag e a altri dieci deputati del partito, non ha mai presenziato ad alcun udienza dei 20 processi che pesano sulla sua testa.
 
Accolto come un eroe da un migliaio di sostenitori, Demirtas è arrivato nel tribunale di Bakirkoy circondato dai gendarmi per assistere all’udienza del caso che lo vede accusato di insulti al presidente Erdogan: nel dicembre 2015 durante un comizio “osò” criticare la presidenza sul caso del caccia russo abbattuto dall’esercito turco e la rottura dei rapporti con la Russia. “Demirtas è il nostro onore”, “Spalla a spalla contro il fascismo”, ha gridato la folla al “capo Selo”, il suo soprannome.

Una volta dentro l’aula, Demirtas è andato all’attacco accusando la corte di avergli impedito di difendersi e soprattutto insistendo sull’immunità parlamentare di cui dovrebbe godere se il parlamento turco non l’avesse cancellata nel maggio 2016 – pochi mesi prima il suo arresto, tempistica perfetta – su richiesta di Erdogan e con il chiaro scopo di ripulire gli scranni parlamentari della presenza delle voci critiche e dell’opposizione più pericolosa per il partito di governo Akp. Ovvero l’Hdp, il solo a non scendere mai ad alcun compromesso e il solo in grado di mettere insieme le tante istanze della sinistra turca e curda, dei movimenti di base e dello spirito di Gezi Park.

Ai giudici Demirtas ha chiesto ieri il rilascio condizionato. Con un mezzo successo: la corte ha stabilito che tale richiesta richiede un più “attento esame” e ha rinviato tutto al 17 maggio, ma non ha rigettato l’appello. Resterà dunque in carcere altri quattro mesi, una situazione sempre più assurda dal punto di vista legale che però non attira troppo l’attenzione europea: con 10 deputati di opposizione in carcere da un anno e due mesi e 55 parlamentari Hdp su 59 sotto inchiesta, le voci che si sollevano per protestare contro la repressione governativa turca sono pressoché inesistenti. Eppure Demirtas rischia un secolo e mezzo di carcere: tra le accuse pendenti c’è quella di terrorismo, per appartenenza al Pkk.

Restano in prigione anche i giornalisti Sahin Alpay e Mehmet Altan, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale che giovedì ne ha imposto il rilascio per violazione dei loro diritti. A bloccarla è stata una corte di Istanbul che ha sfidato l’Alta Corte in un caso senza precedenti: i giudici costituzionali non avevano mai emesso una sentenza simile dal 15 luglio 2016, dal fallito golpe. Le ragioni dello stop al rilascio non sono state date, anche se fonti interne al tribunale di Istanbul parlano della mancata notifica formale dell’ordine di scarcerazione.

Alpay e Altan sono due dei 151 giornalisti detenuti in Turchia nel corso dell’ultimo anno e mezzo. Il primo è editorialista per il quotidiano Zaman, considerato vicino alla rete dell’imam Gulen, accusato dal governo di essere la mente dietro al tentato colpo di Stato. Altan è autore di numerosi articoli e libri sulla politica turca e fratello dello scrittore Ahmet, anche lui detenuto.

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08/11/2016

Turchia - Nuovi arresti nell'HDP, la base si prepara a resistere

di Chiara Cruciati – il Manifesto

A volte un’immagine vale più di tante analisi. Immaginate una prigione di massima sicurezza e una cella in isolamento. Immaginate un carcere destinato ai peggiori criminali e ai terroristi all’estremo confine nord-occidentale, a due passi dalla Grecia. Il più lontano possibile dal sud est kurdo: questa è stata l’altro ieri [sabato per chi legge] la destinazione finale del co-presidente dell’Hdp, il Partito Democratico dei Popoli, Selahattin Demirtas.

La co-presidente, Figen Yuksekdag, non ha avuto sorte migliore: anche per lei prigione di massima sicurezza ma a Kocaeli, nord est di Istanbul. Così il governo turco tratta parlamentari democraticamente eletti sui quali pesano accuse di terrorismo, di cui la magistratura non ha mostrato prove concrete.

E se si può ampiamente dibattere sulla natura del presunto complice Pkk (per Turchia, Ue e Usa organizzazione terroristica, per tanti altri un movimento di liberazione), a contare non sono le prove giudiziarie: bastano quelle politiche. L’Hdp, oltre che rappresentare un’ampia fetta della comunità kurda, è prima di tutto fazione di sinistra votata da milioni di turchi stanchi del nazionalismo fascistoide dei vertici. Da mesi Demirtas chiama al cessate il fuoco, alla ripresa del dialogo tra governo e Pkk. Eppure è tacciato di terrorismo.

Lo sono anche altri nove funzionari dell’Hdp arrestati l’altro ieri, dopo l’ondata di fermi di venerdì contro i parlamentari del partito. È successo ad Adana, città al confine con la Siria: unità speciali della polizia turca, addirittura accompagnati da elicotteri, hanno compiuto raid nelle case dei nove funzionari e li hanno portati via. Una repressione sistematica che non finirà qui, ci dice al telefono Berivan Atalas della commissione Esteri dell’Hdp: «Molto probabilmente ci saranno altri arresti contro i nostri parlamentari, funzionari e sostenitori. È una repressione di lungo termine portata avanti usando la detenzione fisica».

«Al momento sono otto i deputati in carcere, tra cui i co-presidenti. Solo quattro di loro sono stati rilasciati, ma sotto controllo della polizia. Stiamo mobilitando tutta la nostra gente, il popolo dell’Hdp in Turchia, ma anche sostenitori fuori. Useremo ogni mezzo democratico a partire dalle manifestazioni di piazza. Oggi [sabato] c’è stata una protesta a Istanbul ma la polizia ha attaccato i manifestanti e alcuni di loro sono stati arrestati, non ho il numero esatto».

Dagli uffici dell’Hdp si rialza già la testa: ieri [sabato] il comitato centrale insieme al partito cugino del Dbp ha tenuto un meeting per organizzare un sit-in a Diyarbakir. «Ci aspettiamo una mobilitazione significativa di tutti i movimenti democratici popolari in Turchia che in queste ore ci stanno sostenendo con dichiarazioni e promettendo manifestazioni – conclude Atalas – Al contrario di partiti come il Chp, solidale solo a parole».

Sono tacciati di terrorismo anche i giornalisti del quotidiano Cumhuriyet. Dopo i fermi della scorsa settimana, ieri [sabato] nove giornalisti sono stati ufficialmente arrestati. Tra loro il direttore Murat Sabuncu. L’accusa – di nuovo – è di aver commesso crimini a favore di ben due organizzazioni terrostiche, Hizmet dell’imam Gulen e il Pkk, come se i due fossero soggetti ideologicamente assimilabili.

Una precisione maniacale che calpesta senza problemi anche i fatti: tramite la propria agenzia stampa Amaq, lo Stato Islamico ha rivendicato l’attentato di venerdì a Diyarbakir, un’autobomba in cui sono morte 11 persone a poche ore dagli arresti di massa contro l’Hdp. Subito Ankara aveva bollato il Pkk come responsabile, giustificando l’affermazione con la vendetta che il Partito dei Lavoratori aveva promesso dopo le manette strette ai polsi dei 13 parlamentari.

Ma l’Isis si è attribuito l’attentato. Non stupisce: non è la prima volta che lo Stato Islamico massacra la Turchia e colpisce le comunità kurde. L’autobomba è inoltre saltata in aria a pochi giorni dall’appello-audio del “califfo” al-Baghdadi che ha invitato i suoi uomini – molti presenti in territorio turco con cellule note alle forze di sicurezza – a invadere il paese per vendicarsi della partecipazione all’operazione su Mosul.

Poco importa, il responsabile per la narrativa del governo resta il Pkk. Lo ha ribadito ieri il governatore di Diyarbakir che cita intercettazioni in mano agli inquirenti. A monte sta la necessità di plasmare il nemico più adatto alla strategia del sultano Erdogan e della sua politica di potenza regionale: il Pkk è l’avversario perfetto perché minaccia il mito della grande nazione turca e le ambizioni da impero ottomano del presidente.

Lo fa a sud-est, come lo fa nel nord della Siria e in Iraq. Insomma è il nemico perfetto perché sfruttabile in tutto il Medio Oriente, per impedire partecipazione politica alla minoranza kurda in Turchia e per costruire finalmente quelle zone cuscinetto in Iraq e in Siria utili a spezzettare i paesi vicini.

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30/07/2016

Golpe turco, anche Demirtas (Hdp) accusa Gulen

L’Occidente deve “badare agli affari propri” invece di criticare la repressione scatenata dal governo turco dopo il fallito golpe del 15 luglio scorso: lo ha affermato il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. “Alcuni ci danno dei consigli, si dicono preoccupati. Fatevi gli affari vostri, guardate a quello che fate voi” ha ribattuto il ‘sultano’ sottolineando per l’ennesima volta lo scarso sostegno ricevuto dai governi dell’Unione Europea, accusati seppur indirettamente di aver tifato per i militari ribelli. Il Primo ministro, Binali Yildirim, ha nel frattempo reso noto che tutti gli elementi ritenuti fedeli all’imam Fethullah Gulen – considerato da Ankara la mente del golpe – sono stati “eliminati” dalle forze armate.

Anche il leader del Partito Democratico dei Popoli che riunisce i movimenti curdi e le sinistre radicali turche, Selahattin Demirtas, si dice convinto che dietro il maldestro tentativo di ‘regime change’ ci sia l’imam/magnate rifugiato in Pennsylvania. “Penso che il golpe in Turchia sia stato opera di un cocktail che include Gulen e altre fazioni scontente dell’approccio di Erdogan. Le indagini dovranno dirci la verità, ma credo che il governo non ci abbia ancora detto tutto e nei prossimi giorni emergeranno dei nomi shock di esponenti politici coinvolti, del partito Akp (di Erdogan) ma non solo” ha detto ad Istanbul il co-portavoce dell’Hdp, durante il primo incontro con la stampa internazionale organizzato dopo il 15 luglio.

Intanto purghe, epurazioni e retate continuano senza sosta. La magistratura di Istanbul ha confermato l’arresto per 17 giornalisti accusati di intrattenere rapporti col predicatore Fethullah Gulen, il che per il regime di Ankara configura il reato di appartenenza a “un gruppo terroristico”. Nel processo preliminare tenuto ieri, i giornalisti imputati erano 21. Quattro sono stati rimessi in libertà, altri 17 resteranno invece in carcere in attesa di giudizio, compresa la nota editorialista Nazli Ilicak.

Da parte sua il ministero dell’Educazione ha rimosso altri 3.932 dipendenti mentre altre 284 istituzioni educative sono state chiuse a Istanbul per presunti legami con i ‘gulenisti’. Il totale delle epurazioni dal solo settore pubblico è di almeno 70 mila, la maggior parte delle quali proprio nella scuola e nell’università.

Il regime turco sta intanto ampliando la repressione al settore delle imprese: nelle ultime ore tre importanti imprenditori sono finiti in manette. Le forze di sicurezza nella città di Kayseri (nel centro della Turchia) hanno arrestato il presidente della società a conduzione familiare Boydak Tenere, Mustafa Boydak, e due altri alti dirigenti dell’azienda. Mandati d’arresto sono stati spiccati anche per l’ex presidente Haci Boydak così come per altri due dirigenti: Ilyas e Bekir Boydak. Le misure restrittive fanno parte di un’indagine in merito al finanziamento delle attività di Gulen in Turchia. Mustafa Boydak è anche il capo della Camera di Commercio di Kayseri, una città in rapida crescita definita una delle “tigri anatoliche” per la prosperità che ha goduto sotto il governo di Erdogan. Boydak Tenere ha interessi nei settori dell'arredamento, dell’energia e della finanza, e possiede in particolare gli importanti mobilifici Istikbal e Bellona.

Il governo turco ha informato ieri di aver revocato i passaporti di 49.211 persone per sospetti legami con la rete di Fethullah Gulen.

Inoltre la Turchia chiuderà le caserme militari usate dai golpisti a Istanbul e Ankara. Lo ha detto il premier, Binali Yildirim, precisando che la decisione riguarda anche la base aerea di Akinci nella capitale, utilizzata come quartier generale dagli autori del putsch. Al loro posto, nasceranno dei “luoghi piacevoli dove la gente potrà passare il tempo” ha affermato il primo ministro.

Sempre per quanto riguarda la punizione di vasti settori delle forze armate, il ministro della Difesa Fikri Isik ha affermato ieri che le risposte alle domande degli esami delle accademie militari turche sarebbero state rubate per ben 14 anni, tra il 2000 e il 2014, e fatte pervenire agli studenti legati alla rete di Fethullah Gulen. Secondo il governo, si tratterebbe di uno degli strumenti principali dell’infiltrazione dei ‘gulenisti’ in posti chiave dell’esercito. Ankara avrebbe in mente di chiudere i licei militari e porre le accademie (università) sotto il controllo del ministero della Difesa e non più delle Forze armate.

La procura di Smirne, sulla costa egea della Turchia, ha spiccato un mandato di cattura per 203 poliziotti. Secondo l’agenzia statale Anadolu, diversi di questi agenti sono già stati arrestati in blitz condotti dalle unità antiterrorismo.

Nel corso di una delle tante commemorazioni di alcune vittime del fallito golpe il presidente turco Erdogan ha annunciato che ritirerà tutte le denunce contro le persone accusate di averlo “insultato”. Sono centinaia le persone contro le quali erano stati avviati procedimenti giudiziari per insulti alla presidenza, compresi molti giornalisti e persone che avevano scritto post critici nei confronti del ‘sultano’ sui social network. “Per una volta soltanto, perdonerò e ritirerò tutti i procedimenti contro i molti insulti ed espressioni di disprezzo che sono stati scagliati contro di me”, ha detto Erdogan, in quello che appare un gesto propagandistico.

Al tempo stesso il regime sembra continuare a perseguire il ristabilimento della pena di morte, che potrebbe essere reintrodotta attraverso la celebrazione di un referendum. Ad affermarlo è stato il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu in una intervista alla “Frankfurter Allgemeine Zeitung”.

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22/12/2015

Il curdo Demirtas vola a Mosca mentre la Nato invia navi e aerei in Turchia

La tensione tra Mosca e Ankara resta alta, e lo scontro tra i due paesi innescato dall’abbattimento del caccia russo sui cieli della Siria da parte delle forze armate turche non accenna a rientrare. Ogni giorno l’escalation economica, diplomatica e militare tra i due paesi segna un nuovo passo.

Tanto che la Russia sembra decisa, dopo aver allacciato i primi rapporti diretti con la sinistra curda dopo l’inizio del proprio intervento militare diretto in Siria, a stringere relazioni ulteriori tanto con le Ypg in Siria che con l’Hdp in Turchia. E questo proprio mentre l’esercito turco sta compiendo una strage nei territori curdi del sud-est dell’Anatolia, dove in pochi giorni si contano almeno 130 vittime. Non solo guerriglieri del Pkk ma in molti casi manifestanti, civili, addirittura passanti e bambini, falciati dalle pallottole dei cecchini o dai bombardamenti dei quartieri ribelli con elicotteri e artiglieria.

E’ in questo contesto che il leader del Partito Democratico dei Popoli, Selahattin Demirtas, ha annunciato ad una tv di Diyarbakir che mercoledì volerà a Mosca per incontrare il ministro degli esteri Sergej Lavrov. Una vera e propria provocazione per il regime di Ankara, anche perché Demirtas è stato invitato dal governo russo allo scopo di "appianare i contrasti tra Turchia e Federazione Russa", visto che il governo islamista di Erdogan continua ad essere ostile a Mosca.

"L'escalation di tensioni con la Russia imporrà un costo molto pesante alla Turchia", ha detto il dirigente dell’Hdp Nazmi Gur, aggiungendo che la Turchia "si sta impantanando da sola in un problema proprio con uno dei suoi principali vicini", e che tale situazione non farà che peggiorare altre questioni, come l'evoluzione della crisi siriana, concludendo che "non sono le crisi ciò di cui i cittadini hanno bisogno", quindi l'iniziativa di Demirtas "contribuirà ad ammorbidire le relazioni" tra i due paesi. Al centro dei colloqui tra Demirtas e Lavrov – e anche questo suona come un'aperta delegittimazione nei confronti dell’Akp al potere – ci saranno anche le sanzioni economiche che Mosca ha imposto alla Turchia in tema di energia, esportazioni e turismo dopo l’abbattimento del Sukhoi nei cieli siriani.

Proprio quando Demirtas rendeva noto che domani andrà a Mosca, il Ministero delle Costruzioni russo annunciava la riduzione forzata delle attività delle compagnie turche del settore a partire da gennaio. In alcuni settori esse verranno sostituite da imprese russe. Una mossa che non solo colpisce l’economia turca, ma che mira a mettere gli imprenditori di Ankara contro il proprio governo.

Demirtas ha annunciato che entro il 2016 una sede del partito – dai turchi considerato una estensione della guerriglia del Pkk – verrà aperta a Mosca, così come in altri grandi città europee, tra cui Londra e Parigi: «Decine, centinaia, migliaia di turchi fanno affari in Russia, studiano o lavorano lì. Vogliamo usare il nostro potere per aiutarli a risolvere questi problemi», ha spiegato Demirtas. E questo mentre nelle ultime settimane la Russia ha deciso di far saltare i numerosi incontri previsti tra dirigenti e funzionari dei due paesi, compreso un meeting tra Putin ed Erdogan.

Non stupisce che il premier islamista turco Ahmet Davutoglu si sia esplicitamente scagliato contro la visita di domani del leader curdo nella capitale russa. "Possono andare dove vogliono ma ci si chiede perché la gente dell'Hdp si rechi ora in Russia, Paese con il quale c'è una crisi in corso, e non l'hanno fatto due mesi fa", ha dichiarato il capo del governo durante il discorso settimanale ai deputati del partito governativo Akp in parlamento. "Hanno preso l'abitudine di cooperare con tutti quelli che hanno un conflitto con la Turchia", ha aggiunto Davutoglu.

L’apertura di una interlocuzione politica tra il governo russo e l’Hdp curdo procede in contemporanea con la recente decisione di rafforzare il sostegno militare alle milizie curde siriane, gemellate con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan nei confronti del quale le forze armate turche hanno dalla scorsa estate lanciato una vasta offensiva sia in territorio turco che iracheno (e non sono mancati bombardamenti di artiglieria contro le Ypg in Rojava). Nei giorni scorsi un portavoce ufficiale delle Unità di Protezione del Popolo, parlando da Qamishli (Siria del Nord) ha minacciato la Turchia di colpire qualsiasi aereo o elicottero che si azzardi a violare lo spazio aereo nella regione abitata e controllata dai curdi. Nel frattempo l’aviazione militare russa ha coperto con bombardamenti aerei alcune offensive contro le milizie islamiste da parte delle Ypg e delle Forze Democratiche Siriane, coalizione creata dai curdi insieme ad alcune milizie locali formate da altre etnie. E ciò nonostante il fatto che le Ypg stiano ricevendo ampio sostegno militare e logistico, oltre che copertura aerea, anche da parte delle forze armate statunitensi.

Oltre a contendere a Washington la relazione con le milizie curde, forza laica finora più ostile alle organizzazioni jihadiste che al regime di Assad nei confronti del quale esiste da anni una sorta di patto di non aggressione, Mosca mira a bloccare il progetto turco di invadere il nord della Siria per imporvi un protettorato. Obiettivo che ovviamente vede i curdi concordi, preoccupati che l’ingresso di truppe turche nel proprio territorio favorisca i jihadisti dello Stato Islamico e di al Nusra e interrompa la continuità territoriale tra i diversi cantoni del Rojava.

Ed infatti già a settembre l’inviato del presidente russo Vladimir Putin in Medio Oriente, Mikhail Bogdanov, aveva incontrato a Parigi Saleh Muslim, il leader del Partito di Unità Democratica (PYD), la maggiore forza curda in Siria. Poi il 2 ottobre è stato ancora Bogdanov a ricevere a Mosca Asia Osman, una dei principali comandanti militari delle forze curde a Kobane. E poi il 23 ottobre è stato Putin in persona a sollecitare il PYD a “unire le forze” con le truppe del presidente siriano Assad contro le milizie islamiste.

Al progressivo avvicinamento tra curdi e Russia, la Nato – che pure sostiene le Ypg contro i jihadisti in Siria – ha risposto nei giorni scorsi annunciando l’invio di caccia e navi da guerra per rafforzare le difese della Turchia contro eventuali minacce esterne, ovviamente con esplicito riferimento al contenzioso con la Russia. Il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, il norvegese Jens Stoltenberg, ha spiegato che la Nato valuterà quali mezzi inviare, sottolineando che si tratta di un provvedimento di carattere difensivo, «misure a protezione della Turchia in considerazione della situazione volatile nella regione». Si parla per ora di ricognitori Awacs che Stoltenberg ha descritto come “mezzi di polizia aerea”, e di navi da guerra fornite dalla Germania e dalla Danimarca.

L’intenzione della Nato è blindare il confine tra Turchia e Siria. Una mossa che sicuramente rafforza Ankara dopo che la Russia ha risposto alle provocazioni militari turche in Siria schierando a nord di Damasco alcune batterie missilistiche di difesa antiaerea. Ma certo la presenza di mezzi della Nato nella zona calda di confine potrebbe anche costituire un freno alle intemperanze di Ankara che rischiano di far deflagrare un conflitto aperto con Mosca proprio mentre sia l’Ue che gli Stati Uniti trattano con Putin sul contrasto all’Isis.

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24/11/2015

Diyarbakır, Demirtaş nel mirino

Un colpo d’arma da fuoco potrebbe essere stato sparato ieri sera nell’area di Diyarbakır contro l’auto sulla quale viaggiava il leader del Partito democratico del popolo Selahattin Demirtaş. Il vetro antiproiettile ha resistito, ne è stata individuata l’ammaccatura solo quando la vettura è giunta a destinazione e s’è fermata. Non c’è certezza che la rientranza sulla superficie sia stata determinata da un colpo sparato, solo una perizia di tecnici della polizia darà una valutazione del colpo che potrebbe essere stato causato anche da oggetti acuminati (sassi o metalli) gettati sul veicolo. Ma non come un semplice lancio, visto il danno causato. Sulla sua incolumità Demirtaş si mostra serenamente fatalista, affermando che “la morte è comandata da Dio”. L’episodio, comunque, mette in allerta gli attivisti dell’Hdp, già fatti oggetto di agguati con ordigni esplosivi: quello occorso alla vigilia delle elezioni del giugno scorso mentre il leader kurdo teneva un comizio (4 morti). E il tragico attentato nella piazza della stazione di Ankara (102 vittime), dove, poco prima delle consultazioni del 1° novembre, si radunavano i partecipanti a una manifestazione sindacale e di quella sinistra d’opposizione sostenitrice del progetto democratico dell’Hdp.

In entrambe le azioni il sospetto ricade sulla componente eversiva dei Lupi grigi, ridimensionata ma pur sempre attiva, magari in relazione con le stesse Forze dell’Ordine impegnate da mesi in una dura repressione antikurda, anche per la ripresa delle azioni armate del Pkk. Oppure sugli stessi apparati del Mıt che, secondo taluni analisti, sarebbero tornati a fare un lavoro sporco per il sistema di potere erdoğaniano. La strage di Ankara viene ufficialmente attribuita all’Isis, della cui struttura operativa sono stati arrestati alcuni elementi. Però il doppiogiochismo del presidente-padrone con questa sigla e con chi c’è dietro (da Al Baghdadi alle Intelligence di varia sponda) rappresenta una pagina inquietante su cui s’interrogano le opposizioni, politica e informativa, soprattutto dopo la rivelazione compiuta dal quotidiano Cumhuriyet sulle fornitura di armi allo Stato Islamico. Per quella scoperta, documentata con un filmato che mostrava bombe nelle casse di medicinali in viaggio verso la Siria, il governo turco parlò di provocazione e montatura, senza rivelare o indagare da parte di chi. Mentre la polarizzazione interna alla nazione s’acuiva, ben poco l’Esecutivo ha fatto contro quei facinorosi dell’Akp che assaltavano sedi dei gruppi d’opposizione e dei media ancora liberi da censure, aggredendo persone e dando alle fiamme immobili. Sino a giungere ai recenti fischi con cui, sugli spalti dello stadio di Istanbul, è stato accolto il minuto di silenzio per le vittime di Parigi. Lì la pancia della Turchia islamica ha mostrato di sentirsi più prossima al Daesh che all’Europa.

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