Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
10/08/2026
Turchia - Presentata la legge sul PKK; è escalation fra Iran e gruppi curdi
La proposta prevede che indagini, processi e pene a carico di militanti del PKK relativi a reati punibili con una pena detentiva fino a 15 anni vengano sospesi per cinque anni, mentre i procedimenti che prevedono pene più severe, incluso l’ergastolo, vengano sospesi per 10 anni. Quest’ultima casistica era inaspettata alla vigilia, quando le indiscrezioni parlavano di un’esclusione totale per coloro i quali si fossero macchiati di reati molto gravi.
Tuttavia, i principali dirigenti del PKK, fra cui Ocalan, restano esclusi per effetto di un’altra clausola “ad personas”: chi è stato condannato all’ergastolo può aderire ai benefici previsti dalla legge solo se ha commesso i propri reati prima del primo giugno 2005.
Si potrà fare richiesta di adesione solo dopo che una commissione ad hoc, formata da apparati di sicurezza e apparati governativi, avrà certificato il completo disarmo del PKK, ovvero lo svuotamento di tutti i depositi di armi, ubicati nelle montagne del Kurdistan Iracheno, che i servizi segreti attribuiscono all’organizzazione curda.
La legge è estesa sia ai militanti che attualmente si trovano, appunto, nei rifugi del Kurdistan iracheno, sia a quelli che si trovano in carcere, sia a quelli che si trovano in esilio altrove. Se durante i 5 o 10 anni di sospensione degli aggravi a loro carico non commetteranno altri reati, l’amnistia per loro sarà definitiva, altrimenti perderanno tutti i benefici.
La proposta di legge è stata firmata dai parlamentari dei partiti di governo, da quelli del partito DEM e da quelli di quel che resta del Partito Popolare Repubblicano (CHP), “ammaestrato” per via giudiziaria; i 91 parlamentari del più grande gruppo di opposizione, ovvero quello neocostituito del “Partito Nuovo”, composto dai fuoriusciti del CHP, non hanno inteso firmare la legge, in protesta contro la repressione abbattutasi sul loro partito.
Ora resta da vedere se il blocco formatosi a sostegno di questa legge possa consolidarsi e portare avanti anche un progetto di modifica costituzionale, come vorrebbe Erdogan.
In tal senso, il leader del Movimento Nazionalista Devlet Bahceli, alleato di governo, ha chiesto che, parallelamente all’implementazione di questa legge quadro, anche Ocalan e Demirtas vengano rilasciati.
Del loro destino, attualmente, non si sa nulla, così come di quello dei tanti ex sindaci ed ex parlamentari della sinistra filocurda non armata, prigionieri da anni. Il loro peso politico ed il loro consenso sono sicuramente maggiori di quello di cui godrebbe qualche migliaio di ex quadri di base o quadri medi del PKK tornati alla “politica legale”.
È dall’inizio del processo di pace che Bahceli si è cucito addosso questo insolito ruolo di “colomba”, in contrasto con la maggiore durezza espressa da Erdoagn, in quello che ormai sembra essere più un gioco delle parti che una divaricazione reale.
L’efficacia di questo processo di pace, tuttavia, potrebbe essere minata da un fattore esterno, ovvero l’escalation in corso fra vari gruppi politici curdi basati anch’essi nel Kurdistan Iracheno e la Repubblica Islamica dell’Iran.
Sin da quando si sono diffuse voci su un possibile coinvolgimento di gruppi separatisti curdi – di diversa ideologia – nell’aggressione di USA e Israele nei confronti dell’Iran, la rappresaglia di Teheran nei loro confronti non si è fermata nemmeno durante i periodi di cessate il fuoco.
La Turchia, durante le prime fasi della guerra, aveva collaborato con le Guardie della Rivoluzione fornendo informazioni di intelligence circa i movimenti effettuati sul terreno da questi gruppi e aveva contribuito – a detta dello stesso Aragchi – a dissuadere Trump da dare attuazione al piano israeliano di utilizzarli per un’offensiva di terra.
Successivamente, però, la linea di Ankara è cambiata: in occasione di colloqui seguiti ai funerali di Khamenei, secondo il Middle East Eye, ufficiali turchi hanno chiesto alla controparte iraniana di fermare gli attacchi contro i gruppi curdi. Il timore è che una continuazione della rappresaglia avrebbe spinto questi ultimi a stringere ulteriormente i legami con Israele, compromettendo anche il processo di pace in Turchia.
Tuttavia, non si va nella direzione auspicata da Ankara. Il 2 agosto, un attacco con droni rivendicato dal Pjak, ala iraniana del Pkk, ha ucciso un soldato iraniano in un villaggio di confine. I droni erano partiti dal Kurdistan iracheno. Ovviamente, se emergesse che quest’organizzazione sia venuta in possesso in quantità massicce di questi letali droni esplosivi, l’escalation cambierebbe passo.
In tal caso, l’intera Regione Autonoma Curda si troverebbe completamente esposta agli attacchi missilistici iraniani a seguito del ritiro delle batterie Patriot effettuato dagli USA, i quali, come noto, dopo la fallimentare campagna contro la Repubblica Islamica, sono a corto di missili intercettori e hanno deciso che i primi ad essere lasciati scoperti siano, ancora una volta, gli “alleati curdi”.
L’esercito iraniano, da parte sua, ha affermato che le proprie forze speciali stanno effettuando una serie di operazioni di terra all’interno del territorio iracheno, di cui Baghdad è informata.
In una di queste, avvenuta due giorni dopo aver subito il letale attacco con droni, è rimasto gravemente ferito il figlio di Hussein Yazdanpanah, capo del Partito della Libertà del Kurdistan (PAK), gruppo separatista curdo iraniano che più di tutti è vicino ai Barzani e rivendica legami con Israele.
Si tratta, dunque, di operazioni volte a colpire i vertici delle organizzazioni separatiste e distruggerne le basi operative, che confermano la risolutezza dell’Iran a colpire i propri nemici a 360 gradi.
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10/11/2025
Turchia - Definitiva la sentenza CEDU: per Demirtas è la volta buona per la scarcerazione?
Dal punto di vista sostanziale, però, la decisione sarà prettamente politica. Ad esempio, nel caso di Osman Kavala, fondatore del ramo turco della Open Society Foundation di Soros e condannato all’ergastolo aggravato per i fatti di Piazza Taksim, la Turchia non sta applicando la sentenza di scarcerazione della CEDU e, a causa di questa decisione, ha una procedura di infrazione a proprio carico aperta.
A favore della scarcerazione è intervenuto ancora una volta uno dei due pilastri dell’alleanza di governo, quel Devlet Bahceli, fondatore dei “lupi grigi”, il quale, poco più di un anno fa chiedeva l’esecuzione della condanna a morte di Ocalan, la chiusura della corte costituzionale turca, colpevole di esprimersi a favore di Demirtas, e l’espulsione dal parlamento della sinistra filo-curda.
Dall’ottobre 2024 ha cambiato completamente posizione e ha cominciato a spingere forte per il compimento del processo di pace con il PKK. In questi giorni continua a chiedere che la commissione parlamentare istituita ad hoc si rechi ad Imarlai ad ascoltare direttamente Ocalan e su Demirtas ha affermato: “Il suo rilascio sarebbe positivo per la Turchia”.
Anche dall’opposizione repubblicana, attualmente sotto torchio giudiziario, arrivano segnali definitivi. Il leader Ozgil Ozel ha chiesto apertamente scusa per il fatto che la maggior parte dei parlamentari repubblicani nel 2016 votarono a favore della revoca dell’immunità parlamentare nei confronti dello stesso Demirtas e degli altri esponenti dell’allora Partito Democratico dei Popoli (HDP), dando il via libera al “processo Kobane” e a tanti altri processi.
Demirtas, da parte sua, dal carcere ha postato sui suoi social un manoscritto di ringraziamento: “Il signor Devlet Bahçeli ha coraggiosamente infranto i tabù, dimostrando che la pace non può essere costruita arrendendosi alla paura. Mi congratulo di cuore con lui e lo ringrazio sinceramente. Il signor Özgür Özel ha dato un ulteriore esempio di coraggio, dimostrando un atteggiamento virtuoso e autocritico. Mi congratulo di cuore con lui e lo ringrazio sinceramente. Tutti dovrebbero sapere ed essere certi di questo: se rimaniamo bloccati negli errori del passato mentre cerchiamo di voltare pagina insieme, ipotecheremo anche il nostro futuro. Né io, né alcun altro politico possiamo permetterci questo lusso, e non nutro alcun risentimento o rancore particolare nei confronti di nessuno... Il nostro dovere è sostenere il processo di pace senza esitazione. Ci impegneremo a risolvere insieme tutti i problemi rimanenti, con i mezzi e le condizioni della politica democratica, la pace prima di tutto”.
Successivamente, sempre sui suoi social, ha formulato un invito: “Mi rivolgo a tutte le parti e ai principali attori del processo, al presidente Erdoğan, al leader dell’MHP Bahçeli e al leader fondatore del PKK Öcalan, come vostro fratello, come politico che lotta per la pace: vi prego di non rinunciare a compiere passi concreti, di non prestare attenzione a ciò che dicono gli altri, di avere fiducia in voi stessi e di credere che 86 milioni di persone attendono con ansia la pace”.
Leggendo fra le righe di questa dichiarazione, vi si potrebbe scorgere un tentativo di porsi all’opinione pubblica del paese come soggetto terzo fra la parte dello stato turco e quella del movimento curdo.
Chi continua a tenere un atteggiamento ambiguo è proprio Erdogan. Nei giorni scorsi ha incontrato la delegazione della sinistra filocurda che sta mediando con Ocalan, esprimendo valutazioni positive: “Abbiamo avuto un incontro molto costruttivo, produttivo e promettente con loro. Speriamo di vederne l’impatto nei prossimi giorni”.
Però non si esprime mai sull’eventuale incontro della commissione parlamentare con Ocalan e sulla scarcerazione di Demirtas, rispetto alla quale non più tardi di un mese fa il suo Ministero della Giustizia ha presentato l’ultimo ricorso. Ovviamente, ammettere che il “processo Kobane” sia illegittimo ha un costo politico, ma non volerlo pagare significa esibire una concezione quantomeno strumentale del processo di pace.
Staremo a vedere. Ambienti della sinistra filocurda danno come imminente il rilascio di Demirtas e secondo Reuters, il parlamento sta preparando una legge ad hoc per riammettere in Turchia alcuni militanti del PKK che non si siano macchiati di reati di sangue, senza, però, decretare un’amnistia generale.
Da rimarcare che il vero banco di prova per il processo di pace rimane sempre la situazione legata all’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria a guida curda e la sua integrazione nelle strutture statali di Damasco a guida qaedista.
Su questo anche Bahceli è irremovibile: un’integrazione delle milizie a guida curda nell’esercito centrale nella forma di divisioni autonome, come perorato dal leader curdo Mazloum Abdi, rappresenterebbe una minaccia per la Turchia, che vuole la loro completa liquidazione agli ordini dei generali di Al-Golani.
La situazione, però, non va esattamente in quella direzione. Intervistato da Amberin Zaman per Al-Monitor, Sipan Hemo, un altro generale curdo, ha dichiarato che le Forze Democratiche Siriane si stanno preparando per la guerra contro il governo centrale, nel caso in cui i negoziati dovessero fallire.
Su questo capitolo, oltre alle mediazioni internazionali, fondamentale potrebbe essere l’apporto politico dello stesso Demirtas e di tutti i dirigenti curdi imprigionati proprio per aver espresso il loro sostegno alle milizie curdo-siriane.
L’impresa di trovare un accordo rimane comunque ardua a causa della natura settaria ed inaffidabile delle autorità di Damasco e dei tentativi di boicottaggio da parte di potenze straniere, che certamente non mancheranno. Israele, ad esempio, punta a tenere divisa la Siria e a destabilizzare la Turchia tramite il proprio appoggio strumentale alla causa curda.
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15/01/2025
L’escalation di Erdogan contro i Curdi: nessuna via per la riconciliazione
Erdoğan, parlando a Diyarbakır, ha affrontato la questione direttamente per la prima volta, affermando: “Il terrorismo separatista durato mezzo secolo sarà sepolto nella storia, in tutte le sue dimensioni”. Ha aggiunto: “L’obiettivo di tutti gli sforzi recenti è il disarmo incondizionato e lo scioglimento del PKK, consentendogli di diventare un partito politico”.
Scrivendo su Hürriyet, l’editorialista Abdulkadir Selvi ha osservato: “Tutte le condizioni favoriscono la Turchia per la prima volta in 50 anni”, e ha avvertito che se il PKK e i suoi affiliati siriani non si disarmeranno, “inizierà un’operazione militare congiunta turco-siriana contro i curdi”. Selvi ha anche osservato che “tutti aspettano che Trump entri in carica”, e ha sottolineato la promessa di Erdoğan che “il 2025 segnerà la fine del terrorismo, e questa non è una fantasia”.
Nonostante questi sviluppi, i leader del PKK rimangono cauti. Murat Karayılan, una figura di spicco del PKK, ha criticato l’approccio della Turchia, avvertendo: “La continua manipolazione della questione curda e la rappresentazione del PKK come sconfitto porteranno a conseguenze terribili e pericolose”. Ha osservato che il PKK possiede la capacità tecnologica, “forse tramite droni”, di colpire obiettivi turchi “dal Mediterraneo al cuore dell’Anatolia”.
Karayılan ha accusato l’amministrazione di Erdoğan di perpetuare il conflitto, affermando: “Il linguaggio dell’AKP non è di pace o fratellanza, ma di guerra e ostilità”. Ha inoltre evidenziato che oltre 10.000 prigionieri politici curdi rimangono nelle carceri turche e ha accusato il governo di dare priorità alla guerra rispetto alla riconciliazione: “Erdogan non vede alcuna questione curda internamente, vede solo il terrorismo curdo esternamente”.
Le tensioni si sono aggravate con gli arresti di importanti figure curde, tra cui il sindaco di Akdeniz – Hoşyar Sarı Yıldız – nella provincia di Mersin, insieme ad altri quattro affiliati al partito curdo, che sono stati sostituiti da funzionari nominati dal governo. Allo stesso modo, il sindaco del quartiere Beşiktaş di Istanbul, Rıza Akpolat, membro del Partito Popolare Repubblicano (CHP), è stato arrestato insieme ad altri 39 dipendenti comunali.
Il co-leader dell’HDP Tuncer Bakırhan ha criticato l’intervento della Turchia in Siria, chiedendo: “Che affari ha la Turchia lì? Dall’inizio della guerra, nessuna minaccia è arrivata dalla Siria alla Turchia”. Ha chiesto una democrazia siriana inclusiva che rappresenti “curdi, alawiti, yazidi, cristiani e arabi sunniti laici”.
Tulay Hatimogullari dell’HDP ha ulteriormente condannato le azioni del governo, dicendo: “La pace non arriva con arresti e repressione della volontà del popolo, ma con una vera democrazia”. Nel frattempo, il leader dell’opposizione Özgür Özel ha etichettato gli arresti come un’altra “violazione della legge”.
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29/10/2024
Turchia - Il PKK rivendica l’attacco di Ankara, ma il dialogo non si ferma
Le tempistiche di tale attacco hanno stupito molti poiché è avvenuto proprio mentre il clima fra governo e sinistra filo – curda sembra essere mutato, rispetto agli ultimi 9 anni, nella direzione della ripresa del dialogo.
Il giorno precedente era stato ancora una volta Davlet Bahceli, alleato di governo di estrema destra, ad uscire allo scoperto, evocando addirittura la possibilità di un invito ad Ocalan in Parlamento: “Se l’isolamento del leader terrorista viene revocato, lasciatelo venire a parlare (in Parlamento)”, ha detto, rivolgendosi ai rappresentanti del movimento filo-curdo di sinistra, Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli (Dem), “Lasciamo che gridi che il terrorismo è completamente finito e che l’organizzazione è smantellata”.
Il giorno dopo, ad attacco avvenuto, il Ministero della Difesa aveva immediatamente puntato il dito contro il PKK ancor prima della rivendicazione, facendo partire immediatamente la rappresaglia, con una serie di raid in Siria, nelle aree controllate dalla Ypg/Ypj, e in Iraq, dove hanno base le milizie curde.
Rivendicazione che poi è arrivata: “È noto che le armi prodotte da Tusas hanno ucciso migliaia di civili, compresi bambini e donne, in Kurdistan. Non esiste diritto più legittimo di quello di ogni organizzazione, istituzione e persona patriottica del Kurdistan ad agire contro i centri in cui vengono prodotte queste armi di massacro”. In un altro passaggio, i combattenti curdi spiegano, però, che l’azione era programmata da tempo e “non ha alcuna relazione con l’agenda politica discussa in Turchia nell’ultimo mese”, quasi a non voler interferire con le prove di dialogo dell’ultimo mese.
Effettivamente, nonostante tutto facesse pensare che fosse stata messa una pietra sopra qualsiasi possibilità di dialogo, il giorno dopo è stato consentito ugualmente ad Omer Ocalan, parlamentare del partito DEM, di andare a trovare lo zio Abdullah sull’isola prigione di Imrali, rompendo un isolamento assoluto che durava dal 2020.
Il messaggio recapitato dal leader curdo è breve ma significativo: “L’isolamento continua. Se le condizioni saranno quelle buone, avremo il potere teorico e pratico di muovere questo processo da un piano di conflitto e violenza a un piano legale e politico”.
La portavoce del partito DEM Ayşegül Doğan lo ha così commentato: “Questo messaggio, che sembra composto da 3 righe e 3 frasi contiene molti messaggi in sé. Innanzitutto, lui stesso afferma che l’isolamento continua. In secondo luogo afferma che se vengono create le condizioni ha il potere teorico e pratico di spostare questo processo dal terreno del conflitto e della violenza a un terreno legale e politico. İmralı è pronta, il signor Öcalan è pronto. Ma lo Stato è pronto? Come Partito DEM qui chiediamo: la politica democratica è pronta, il signor Öcalan è pronto, lo Stato è pronto a creare queste condizioni, a eliminare l’isolamento e a creare il terreno legale e politico per la soluzione democratica della questione curda? È il turno di coloro che hanno fatto questo appello e di coloro che lo sostengono. Una volta che la parola è stata pronunciata, è tempo di metterla in pratica”.
L’altro prigioniero eccellente, Salhattim Demirtas, si è spinto a condannare l’attacco di Ankara con un messaggio su X: “Condanniamo l’attentato di Ankara, che Dio abbia pietà di coloro che hanno perso la vita e offriamo le nostre condoglianze ai loro parenti. Auguriamo ai feriti una pronta guarigione.
La mentalità che cerca di fermare con il sangue la ricerca di risolvere i nostri problemi attraverso la conversazione, il dialogo e la politica dovrebbe sapere che se Öcalan prenderà un’iniziativa e vorrà aprire la strada alla politica, noi saremo al suo fianco con tutte le nostre forze.
Non accetteremo alcun approccio che miri a screditare la politica democratica e la ricerca della pace. Tutti dovrebbero fare i loro calcoli e comportarsi di conseguenza. Questa volta non permetteremo mai che le voci di coloro che vogliono la pace vengano soppresse, non importa da quale direzione”.
Questo messaggio fa pensare ad una divaricazione interna al movimento filo-curdo, che, tuttavia, rimane unito nel riconoscere la leadership di Ocalan. Lo afferma chiaramente Zilar Stêrk, la dirigente del KCK, organizzazione transnazionale curda cui è affiliato anche il PKK, in un’intervista pubblicata sul sito KCK-info: “Tutta la lotta che abbiamo condotto negli ultimi ventisei anni è stata volta a sviluppare una soluzione democratica alla questione curda. È diretta a garantire la libertà fisica di Rêber Apo (Abdullah Ocalan). Perché la soluzione alla questione curda significa la libertà fisica di Rêber Apo. E la libertà di Rêber Apo significa la soluzione alla questione curda. Entrambi sono due aspetti fondamentali che sono il più possibile vicini tra loro”.
La combattente ha voluto, poi, commentare le affermazioni concilianti di Bahceli, tenendo aperta la porta del dialogo, seppure con termini più aspri rispetto al partito DEM: “Il fascista Devlet Bahceli ha invocato Imrali nel suo discorso dal podio del parlamento. Hanno chiuso la porta a Imrali. Non permettono che una sola parola esca da Imrali. Come può chiamare Imrali senza che ci sia un incontro con Imrali? Ha chiamato Imrali ad agire. Ha detto a Rêber Apo di liquidare la sua organizzazione. Bahceli, la tua gente non ti chiede cosa sta succedendo con i curdi che hai dichiarato morti? Cosa sta succedendo con il movimento che hai dato per morto? I curdi hanno dato il loro messaggio molto chiaramente ad Amed. “I giovani sono i Fedayin di Rêber Apo” e “Nessuna vita senza Rêber Apo” erano gli slogan che si sentivano ad Amed. Devi prendere il vero messaggio da qui. Se vuoi fare una chiamata sincera a Imrali, allora prima devi aprire la porta a Imrali. Devi fissare un incontro e un dialogo a Imrali”.
In definitiva, nonostante la prudenza sia d’obbligo da parte curda e nonostante l’attacco ad Ankara, intervenuto proprio nel momento in cui si decideva di consentire la prima visita ad Ocalan dopo 4 anni, almeno l’argomento del destino di quest’ultimo sembra sdoganato definitivamente.
Si tratta di una novità importante, in quanto negli ultimi nove anni il leader curdo sembrava sepolto vivo nell’isola – prigione di Imrali ed il suo nome era tabù nel dibattito politico turco. Ovviamente, nel caso in cui il suo isolamento dovesse essere alleggerito e gli fosse consentito di avere un ruolo politico, lo scenario potrebbe cambiare con riflessi non solo in Turchia, ma anche in Siria, Iraq e forse, Iran. Fondamentale rimane l’unità dell’intero movimento curdo, al di là del comune riconoscimento della leadership di Ocalan. Le tempistiche dell’attacco di Ankara e le successive dichiarazioni di Demirtas lasciano intravedere alcune differenze che potrebbero essere usate dal governo turco.
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17/10/2024
Turchia - L’espansionismo sionista fa ripartire il dialogo coi curdi?
Si ricorda che nel 2015, i colloqui di pace fra le parti portarono a un passo da uno storico accordo fra lo stato ed il PKK, sintetizzato in un documento in 10 punti che avrebbe dovuto portare a rimuovere le restrizioni politico – culturali nei confronti della minoranza curda in cambio dello smantellamento dell’arsenale del PKK su ordine di Abdullah Ocalan, il quale avrebbe dovuto essere liberato ed avere successivamente un ruolo politico. Allo stesso tempo, era aperto il dialogo con l’ala siriana del PKK, il PYD e, quindi, il Rojava, che all’epoca marciava assieme ad Ankara (oltre che assieme agli USA e ai paesi del golfo) nell’obiettivo di far cadere manu militari lo stato centrale baathista.
Successivamente, con gli USA che puntarono forte sulle milizie curde nella loro “coalizione anti-Isis”, Erdogan, forse temendo che questa alleanza militare ingombrante avrebbe portato alle condizioni per la rivendicazione di uno stato curdo indipendente transfrontaliero, cambiò totalmente politica: si alleò con l’estrema destra del Movimento Nazionalista ed inaugurò un’epoca di repressione interna ed operazioni militari contro il Rojava in Siria.
È stato proprio il capo del Movimento Nazionalista Devlet Behceli, nei giorni scorsi a dare un segnale di discontinuità con un gesto altamente simbolico e shockante, ovvero una stretta di mano in Parlamento a Tuncer Bakırhan, dirigente del Partito per l’Uguaglianza dei Popoli e la Democrazia (DEM), ennesima incarnazione della sinistra filo-curda, ai cui membri, fino al giorno prima, i nazionalisti rifiutavano di sedere accanto nell’emiciclo parlamentare in quanto considerati terroristi.
Secondo la ben informata giornalista Amberin Zaman, su Al Monitor, la volontà di riaprire il dialogo è reale e sarebbe motivata dal timore che la Turchia venga coinvolta nel turbinio degli sconvolgimenti geopolitici derivanti dall’espansionismo sionista e dal clima di guerra totale regionale che esso ha scatenato. La possibilità di una guerra totale a seguito dell’attesa risposta militare di Tel Aviv sul territorio iraniano, in sostanza, starebbe consigliando di agire preventivamente per eliminare i conflitti e serrare i ranghi all’interno del paese.
Nello stesso articolo, l’autrice afferma di aver parlato con tre fonti “con una conoscenza approfondita del dossier curdo del governo”, che hanno preteso l’anonimato, secondo le quali Ocalan sarebbe stato coinvolto direttamente in tentativi preliminari di riaprire il dialogo e avrebbe avuto una telefonata piuttosto tesa con la leadership del PKK nelle montagne del Qandil, in Iraq, avente come tema la possibilità di cominciare a discutere la deposizione delle armi.
Inoltre, sul tavolo del Governo di Ankara sarebbero arrivati report secondo i quali, in Iran, le Guardie Rivoluzionarie spingerebbero affinché Teheran, a sua volta, trovi un accordo con PJAK, espressione locale del PKK, che, per altro, recentemente ha allargato i propri ranghi grazie al movimento di protesta a seguito della morte di Mahsa Amimi. Ciò allo scopo di evitare saldature indesiderate fra nemico sionista e fronte interno.
Il 12 ottobre, Erdogan, parlando del gesto di Behceli, è stato inauditamente esplicito, arrivando addirittura ad alludere ad una riforma costituzionale “inclusiva e libertaria”, in maniera tale da ricalcare le rivendicazioni della sinistra filo-curda: “Troviamo l’atteggiamento del signor Bahçeli positivo e significativo per la lotta del nostro Paese per la democrazia. Ci auguriamo che il numero di coloro che intraprendono queste azioni aumenti in futuro. Con l’aumentare del numero di coloro che intraprendono queste azioni, ci auguriamo di poter espandere la base del consenso sociale sulla nuova costituzione. In una geografia regionale segnata da organizzazioni terroristiche, in un periodo di tensioni in Iraq, guerra civile in Siria e brutalità di Israele, è importante stabilire la pace in patria. Siamo sempre pronti a risolvere i problemi con metodi non terroristici. Perché facciamo politica per rafforzare la pace e l’unità del nostro Paese e per fornire alla nostra nazione i servizi di qualità che merita. Questo è anche il motivo per cui chiediamo una nuova costituzione. Abbiamo bisogno di creare una costituzione inclusiva, equa, civile e libertaria”.
Qualche giorno prima, lo stesso Erdogan aveva già chiarito che l’espansionismo sionista richieda una svolta nel trattare i conflitti interni: “Che sia ben chiaro: oggi la riconciliazione deve prevalere sul conflitto per fronteggiare l’aggressione israeliana. L’amministrazione israeliana, dopo la Palestina e il Libano, punterà i suoi occhi sui territori della nostra nazione”.
Da parte curda, la prudenza, ovviamente, regna sovrana. Il timore è che semplicemente il Presidente cerchi l‘appoggio del partito DEM per modificare la costituzione in maniera tale da farsi eleggere oltre il limite dei mandati (anche se fino ad ora ha negato di volersi ricandidare nel 2028), oppure che sia disposto ad offrire, in cambio della fine del conflitto, la libertà di Ocalan e null’altro, come sempre fa alla vigilia delle azioni militari di più ampia portata.
Ad esempio, il veterano curdo Ahmet Türk ha affermato che, sebbene ci siano stati recenti gesti da parte del governo turco, rimane incerto se essi si tradurranno in cambiamenti sostanziali. “Non lo sappiamo. Il tempo lo dirà”, ha dichiarato, esortando poi a riconoscere il Rojava: “Riconoscere l’autonomia del Rojava e promuovere il dialogo porterebbe ad una maggiore sicurezza per entrambe le parti”.
Ancora più scettico è Mustafa Karasu, membro del KCK, organizzazione “ombrello” che raccoglie tutte le sigle afferenti al PKK nella regione: “L’alleanza fascista AKP-MHP ha teso una trappola al Partito DEM e allo spazio politico democratico. Faranno delle chiamate al dialogo; imporranno cose che il Partito DEM non può accettare. E quando il Partito DEM e le forze democratiche non faranno ciò che ordinano, aumenteranno ancora di più i loro attacchi dicendo: “Abbiamo dialogato con il Partito DEM; abbiamo aperto uno spazio; abbiamo offerto delle opportunità; abbiamo dato loro la possibilità di fare politica, ma non hanno risposto positivamente”. Questo sembra essere il gioco che hanno messo in atto”.
Ovviamente è impossibile trarre conclusioni rispetto al reale intento, da parte di Ankara, di riaprire il dialogo con la sinistra filo-curda, oltre che con il governo di Damasco, con cui, nei mesi scorsi, pure ha annunciato di voler cercare una pacificazione definitiva, invitando Assad in Turchia.
Gli ostacoli sono molteplici, a partire dalla repressione che continua nel Kurdistan turco, dall’isolamento di Ocalan non ancora alleviato e dalla presenza militare turca, sia nel nord-est che nel nord-ovest della Siria, a sostegno di truppe salafite (sostenute militarmente anche da Tel Aviv e da Kiev) di cui difficilmente Ankara si può disfare senza problemi interni ed esterni. Tali milizie hanno già dato vita a proteste a Idlib e a minacce nel momento in cui Erdogan ha annunciato di voler incontrare Assad. Anche la presenza USA nel Rojava potrebbe nuovamente rivelarsi un intralcio rispetto ai processi riconciliatori in Siria ed in Turchia, se Washington dovesse rendersi conto che essi avvengono contro i suoi interessi e quelli sionisti.
Proprio l’espansionismo sionista, comunque, può rivelarsi detonatore di processi politici virtuosi nella regione fino a qualche mese fa impensabili, anche alla luce dell’inerzia dei paesi arabi sunniti.
I quali, a furia di non fare nulla e di attendere che gli USA frenino i deliri sionisti, sono entrati nelle mire espansioniste del “Grande Israele compreso fra Mediterraneo, Nilo ed Eufrate”, quindi esteso a territori di Giordania, Libano, Siria, Iraq, Egitto, Turchia e Arabia Saudita, che alcuni ministri afferenti al sionismo religioso intendono esplicitamente perseguire. Al momento sembra, appunto, un delirio. Ma se non si fa nulla non è detto che lo rimanga per sempre.
Si spera che qualcuno, ad Ankara e nelle altre capitali del vicino Oriente, lo abbia capito.
Fonte
03/04/2024
Turchia - Erdogan fa spallucce davanti alla catastrofe elettorale
Nel complesso, il principale partito di opposizione ha mantenuto tutte e 14 le municipalità che controllava e ne ha guadagnate altre 12. Anche in termini di percentuali assolute, per quanto possa contare tale dato nelle elezioni locali, ha leggermente sopravanzato gli avversari (37% circa contro 36% circa), con un’affluenza alle urne del 78,5%.
Da segnalare che nelle sua principale roccaforte, ovvero l’Anatolia centrale, l’AKP, oltre ad aver perso qualcosa a beneficio dell’opposizione, ha perso quattro municipi a beneficio di due suoi alleati a livello nazionale.
Ovvero i nazionalisti del MHP e gli islamisti ancora più radicali del rifondato “Partito del Benessere”, che fu di Erdogan quando era sindaco di Istanbul, prima dello scioglimento forzato imposto dall’esercito, e che oggi è guidato dal figlio del suo ex mentore Necmettin Erbakan. La coalizione governativa, dunque, si presentava spaccata.
Si tratta, quindi, di una svolta netta rispetto alle elezioni presidenziali di meno di un anno fa, che premiarono ancora una volta nettamente Erdogan. La nuova situazione delineatasi già “apparecchia la tavola” per le prossime presidenziali del 2028.
Il riconfermato sindaco di Istanbul, Imamoglu, infatti, rafforza la sua candidatura in pectore per il CHP. Il costruttore di Trebisonda, in realtà, avrebbe già voluto correre l’anno scorso; tuttavia, è stato ostacolato da una serie di inchieste giudiziarie e balzelli burocratici.
Dall’altra parte, Erdogan, che allo stato attuale non potrà più ricandidarsi, potrebbe vedersi complicata la strada per estendere il limite di mandati, nel caso in cui avesse pensato di effettuare un passo simile; cosa che, per altro, non ha mai lasciato intendere fino ad ora, pur non essendo ancora alle viste un suo possibile erede.
Alla notizia dei risultati elettorali, il presidente della Repubblica ha pienamente ammesso la sconfitta: “Abbiamo perso e non ce lo aspettavamo – ha affermato – ma le elezioni sono il momento in cui il popolo indica la strada che vuole intraprendere. Sta a noi imparare dagli errori”.
Molti commentatori occidentali già parlano di “inizio della fine” del regno del sultano o attribuiscono un valore alto a queste elezioni locali, alla stessa maniera delle elezioni di 5 anni fa, in cui perse Istanbul per la prima volta.
Ovviamente c’è da andarci piano, perché quando si ragiona di questioni di valore non locale, ma strategico e nazionale, l’elettorato turco ha dimostrato di comportarsi diversamente e di partecipare in maniera ancora più massiccia alle elezioni: al 78,5% di affluenza del 31 marzo, fanno da contraltare l’87% e l’84% rispettivamente del primo e del secondo turno delle presidenziali del 2023.
Alla base dell’erosione del consenso nei confronti del blocco di potere attualmente egemone ci sono motivi economici legati all’inflazione, stabilmente superiore al 60%, che mettono in ombra le questioni strategiche relative alla collocazione geopolitica indipendente dagli alleati occidentali e con forte proiezione neo-ottomana, proposta dall’AKP, che negli anni scorsi è sempre stata preferita dall’elettorato, rispetto alla scialba retorica filo-NATO proposta dall’opposizione.
Veniamo, ora alla terza forza elettorale, il Partito dell’Eguaglianza e della Democrazia, ennesima denominazione con cui è stato costretto a presentarsi l’ex-HDP, partito della sinistra filo-curda, che si affacciava a queste elezioni dopo un periodo travagliato, a seguito della scelta insolita e infruttuosa di appoggiare, lo scorso anno, il candidato del CHP, partito sulla carta ancora più ostile alle minoranze dell’AKP al governo.
Dopo le presidenziali, vi è stato un cambio al vertice e una fase di autocritica, avviata dal leader in prigione Selahattin Demirtaş; quest’ultimo, dopo aver attribuito, tramite una lettera spedita dal carcere, la sconfitta non solo alla repressione, ma anche a fattori interni, aveva dichiarato di ritirarsi dalla politica attiva.
Durante l’avvicinamento a queste elezioni, il partito ha deciso di tornare alla via dell’alterità rispetto ai due principali partiti; tuttavia, ha anche deciso di non presentare candidature ovunque e ad Istanbul ha rinunciato a presentare la candidatura forte di Basak Demirtas, moglie di Selahattin, dopo averla presa in considerazione, probabilmente per non mettere in discussione la vittoria di Imamoglu.
Nonostante le tante tribolazioni, il risultato è di grande rilievo. Sono stati ripresi tutti i municipi nell’area a maggioranza curda che erano stati sciolti d’imperio dal governo centrale dopo le ondate repressive degli scorsi anni, tranne uno, andato al MHP.
Inoltre, ne sono stati tolti due all’AKP e uno al Partito Comunista di Turchia. Il tutto nel solito clima di tensione e di scontri che sempre accompagna le operazioni elettorali nelle aree a maggioranza curda, durante i quali un militante della formazione di sinistra è morto in una sparatoria nei pressi di un seggio.
Il futuro di questa forza politica resta comunque incerto, sia per fattori repressivi, sia per quel che riguarda la sua collocazione strategica nel quadro politico turco.
La questione curda, al momento, sembra chiusa dal punto di vista dello Stato turco, orientato esclusivamente alla repressione, ma le evoluzioni politiche legate al probabile approssimarsi della fine della presidenza Erdogan potrebbero riaprire degli spazi politici nei prossimi anni.
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14/02/2021
Turchia - Erdopgan vuole cambiare la Costituzione e lanciare il Paese nello spazio
di Marco Santopadre
La Turchia mira a divenire uno dei paesi al vertice delle tecnologie spaziali e nella corsa allo spazio. Proprio mentre la sonda “Hope” degli Emirati Arabi Uniti è entrata nell’orbita di Marte, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha annunciato l’intenzione di organizzare una missione sulla Luna già entro il 2023, in concomitanza con il 100esimo anniversario della fondazione della Repubblica Turca. «Faremo sentire la nostra nazione orgogliosa di inviare la mezzaluna, il simbolo della geografia della nostra civiltà, sulla Luna con la nostra bandiera rossa» ha detto il presidente, annunciando anche la realizzazione di uno spazioporto turco.
L’obiettivo di Ankara, ha spiegato Erdogan inaugurando il Programma spaziale nazionale, è «quello di inviare un cittadino turco nello spazio e di creare un marchio globale in grado di competere nel campo dello sviluppo dei satelliti di prossima generazione». Dopo che negli ultimi mesi si erano intensificati i rapporti tra l’Agenzia spaziale turca (Tua) ed Elon Musk, fondatore e Ceo di Space Exploration Technologies corporation, il presidente turco ha presentato una road map decennale, informando che il processo di integrazione di Imece, il primo satellite di osservazione ad alta risoluzione interamente prodotto da Ankara, è stato completato.
L’obiettivo di Ankara è lo sviluppo di tecnologie satellitari «per porre fine alla nostra dipendenza da satelliti di altri paesi» e la realizzazione di software sviluppati da ingegneri turchi in grado di garantire la sicurezza delle informazioni ottenute. «Diventeremo uno dei pochi paesi a condurre ricerche scientifiche sulla Luna. Nella corsa allo spazio la Turchia diventerà un attore di primo livello», ha promesso Erdogan, che ha istituito la Tua nel 2018 con un decreto presidenziale, destinando 300 milioni di dollari per finanziare 56 progetti per lo sviluppo e messa in orbita di sonde e satelliti.
«Al momento giusto, siamo riusciti a cambiare le regole del gioco investendo in droni e tecnologie per droni armati», ha sottolineato il capo dello Stato turco, secondo il quale «oggi, il modo per stabilire la giustizia sulla Terra è attraverso una forte presenza nel cielo».
Sempre nei giorni scorsi, mentre la Turchia continua a essere scossa dalle manifestazioni e dalle proteste degli studenti di Istanbul, duramente represse dalle autorità, il “reiss” ha definito «per la prima volta» maturi i tempi per varare una nuova costituzione per il paese. «Nella storia della Turchia per la prima volta i tempi sono maturi per preparare e presentare a una nazione libera e indipendente una nuova costituzione, cui parteciperanno tutte le forze politiche» ha detto il presidente turco.
«Ci stiamo lavorando da tempo, con il benestare del partito Mhp (i nazionalisti di destra alleati di Erdogan, ndr) e ora è il momento di far conoscere questo progetto alla nazione», ha detto annunciando di aver ottenuto una significativa apertura anche da parte dei repubblicani del Chp, il principale partito di opposizione (centrosinistra nazionalista) alla Alleanza Popolare, la coalizione di governo formata dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo e dal Partito del Movimento Nazionalista (formazione di estrema destra, storicamente braccio politico del gruppo paramilitare dei Lupi Grigi).
Dopo aver già imposto, nel 2017, una revisione iperpresidenzialista che ha rafforzato i suoi poteri in maniera consistente, Erdogan chiede ora a tutti i partiti politici di collaborare alla stesura di una nuova Carta. «Entriamo nel centesimo anniversario della nostra Repubblica non con la Costituzione del golpe, ma con una nuova Costituzione civile adeguata a questo paese e alla nostra nazione» ha detto Erdogan, riferendosi al fatto che l’attuale legge fondamentale turca sia stata scritta e approvata con un referendum popolare nel 1982, dopo il colpo di stato militare del 1980.
In realtà dal 1982 al 2018 la Costituzione turca ha subito già 19 modifiche, alcune delle quali rilevanti, come la trasformazione da Repubblica parlamentare a presidenziale. Nel mirino di Erdogan e di Devlet Bahçeli (leader dell’Mhp) potrebbero esserci gli articoli che impongono la laicità dello Stato e regolano il funzionamento del sistema giudiziario.
Secondo il “reiss”, inoltre, le prossime elezioni legislative e presidenziali previste nel 2023 hanno un significato «cruciale», in un momento in cui il paese sta vivendo una «svolta storica», aggiungendo che «il segreto dei 18 anni di governo ininterrotto del nostro partito è che ogni membro della nostra nazione può vedersi sotto il suo tetto».
Erdogan ha avuto parole dure nei confronti delle opposizioni, in particolare del Partito Repubblicano Popolare (Chp) che ha accusato di essere allo sbando e di fomentare gli studenti contro il governo, così come farebbe la formazione progressista filo curda Hdp. Il riferimento al Chp come “partito allo sbando” è legato all’annuncio, da parte di Muharrem İnce – membro storico del partito kemalista e candidato per il repubblicani alla presidenza alle elezioni del 2018 – della formazione di una nuova formazione politica.
«Stiamo introducendo una terza opzione per coloro che sono stati soffocati dalla polarizzazione creata da governo e opposizione. È tempo di liberarsi sia del governo sia dell’opposizione», ha spiegato İnce, il cui obiettivo sembra la formazione di un partito centrista in grado di attrarre elettori da entrambi gli schieramenti storici principali. Il 56enne ex dirigente del partito fondato da Mustafa Kemal – che İnce accusa di essere preda di una deriva ideologica non meglio precisata – aveva già nei mesi scorsi fondato una sua piattaforma politica, il “Movimento della Patria”. Finora solo 3 deputati eletti con il Partito Repubblicano hanno aderito alla nuova formazione di Ince.
29/08/2020
Nuova Turchia, attori e progetti
Così l’immagine d’antan offerta dal leader dei nazionalisti, non solo quella personale in cui mostra più degli attuali 72 anni ma l’entità d’un partito tutto rivolto al passato oscuro fatto di assassini politici, trame, golpe, nostalgie fascistoidi, non funge da semplice aggregato alla politica del governo presidenzialista. Ne determina la svolta, ben più che autoritaria. I trentatrè voti nazionalisti (l’Akp ne disponeva 315) che nel 2017 servirono al passaggio parlamentare per apportare le modifiche presidenzialiste pesarono come piombo, lo stesso dicasi per la successiva consultazione popolare, vinta col 51,4%. Da quel momento Erdoğan si prendeva la gloria, le interviste televisive, occupava la scena internazionale, ma Bahçeli dettava l’agenda attorno a questioni come quella kurda, esasperando la repressione, e rilanciava l’onore dell’esercito kemalista con la nomina a ministro della Difesa di Hulusi Akar. Militare molto “atlantista” con una carriera in ascesa in varie operazioni della Nato, anche quelle nei Balcani (Bosnia, Kosovo) territori che l’asse panislamico della politica turca osserva sempre con sentimento. Certo, nella notte del tentato golpe dei militari “gülenisti”, Akar s’era guadagnato la considerazione del presidente col rifiuto di firmare una dichiarazione di legge marziale sottopostagli dai golpisti. Un aneddoto lo dà riluttante anche quando gli fu stretta una cintura attorno al collo. Ma la sua investitura a ministro è giunta dopo due anni e su spinta del sempre più decisivo Bahçeli. Dunque, come la prassi del do ut des insegna, l’ultradestra – protagonista per tutti gli anni '70 e '80 della politica turca, quindi emarginata dalle versioni liberista e para-riformista d’un neo kemalismo e dall’islamismo pur ultraconservatore della prim’ora (con Erbakan) e quello d’avvìo dell’Akp – rientra a pieno titolo nella nuova fase del Paese. E riceve il massimo dall’appoggio dalle mire personali del potere erdoğaniano.
Nel progetto di rilancio della Turchia quale potenza regionale, con una visione anche più allargata, molto si gioca sul versante estero. Qui Erdoğan ha dato fondo a ogni sorta d’affondo sul confine siriano, poi dallo scorso inverno in terra e in mare libici, e sui tavoli internazionali dove la sua “diplomazia militare” sta pagando dal punto di vista politico, geostrategico e in un futuro, che è già presente, economico. Ma tanta muscolarità s’è resa possibile perché le Forze Armate approvano e assecondano. I corpi di terra, aria e acqua, depurati dalle infiltrazioni dei Fetö, sono con lui. Compresa una riattivata rete di ultranazionalisti, emarginata dieci anni addietro, cui appartengono gli ex ammiragli Gürdeniz e Yaycı, padri del piano denominato “Patria blu”. È una componente se non proprio militante, vicina al nazionalismo di Bahçeli che indica la strada da seguire per una Nuova Turchia. Per plasmare questo terreno, gli ambienti che girano attorno ai due alleati di governo non hanno dovuto compiere forzature l’uno sull’altro. Fra i tratti caratteristici del presidente turco c’è l’adeguamento ai nuovi scenari che lo porta a compiere quei ‘giri di walzer’ capaci di spiazzare chi pensa di collocarlo in un unico schema. Nelle iniziali mosse da premier lui denunciava il nazionalismo, seppure nei trascorsi giovanili c’era stato un acceso anticomunismo che non lo farebbe distinguere da certi attuali teorici dell’ultradestra. E negli ultimi tempi vari politici, islamisti e non, rivangano grandezze passate e miti nazionali. Il comune conservatorismo adotta l’islamismo senza farne l’unica arma, le metafore su “cupole-elmetti e minareti-fucili” sono sostituite da “popolo mai piegato, bandiera non ammainata, preghiera sempre presente”. Così la nuova ideologia basata sul culto statale, sulla forza della leadership, sulla minaccia dei nemici interni ed esterni cementa la presa su una maggioranza che può ricavare consensi anche fra coloro che hanno cercato di sgambettare il regime col voto amministrativo del 2019. La partita della Yeni Türkyie è aperta. I potenziali avversari devono mostrare un progetto e un’identità capaci di scontrarsi con gli accattivanti sogni d’una nuova gloria nazionale. Che usa ogni arma e ogni alleanza.
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19/04/2018
Turchia - Erdogan chiama alle urne
Dato che il sistema presidenziale non è ancora completamente attuato, diventerebbe difficile condurre il Paese in modo stabile fino alla regolare scadenza elettorale per Parlamento e Presidente il 3 novembre 2019, così Bahceli ha motivato la sua richiesta. Con una maggioranza – nonostante le manipolazioni – solo risicata, Erdogan lo scorso anno aveva vinto un referendum sull’introduzione di un sistema di governo costruito su misura per lui. Le misure che rendono il Presidente un autocrate di fatto, tuttavia entreranno in vigore solo dopo una nuova elezione che un candidato deve vincere con il 50 percento più un voto.
Bahceli si riferiva ai sit-in del »Partito Popolare Repubblicano« (CHP) kemalista socialdemocratico. Le proteste simboliche del maggiore partito di opposizione contro lo stato di emergenza in vigore dal fallito tentativo di golpe del 2016 che martedì è stato nuovamente prolungato di altri tre mesi dal Consiglio dei Ministri, tuttavia non rappresentano un pericolo per la stabilità del Paese.
La preoccupazione del governo è piuttosto l’economia. La situazione economica continua a essere in crescita, ma questo è dovuto alle ampie iniezioni di credito da parte dello Stato per mantenere il favore dell’elettorato. Nondimeno la valuta è sotto pressione, il tasso di inflazione è superiore al dieci percento. La bilancia delle partite correnti e il disavanzo della bilancia commerciale crescono minacciosamente, gli investimenti diretti dall’estero sono diminuiti drasticamente, i prezzi al consumo schizzano in alto. Così l’alleanza AKP-MHP specula sul fatto di poter sfruttare a suo favore il clima sciovinista che regna grazie alla guerra contro Afrin in Siria del nord. Con l’acquisto dell’ultimo gruppo mediatico Dogan, del quale fanno parte il quotidiano Hürriyet e le emittenti CNN Türk e Kanal D, da parte dell’impresa vicina all’AKP Demirören, il partito di governo lo scorso mese ha inoltre conquistato un monopolio quasi totale sui media. Ciononostante AKP e MHP negli attuali sondaggi al momento si attestano su valori inferiori al 50 percento.
Originariamente era stata proposta come scadenza elettorale il 26 agosto 2018, l’anniversario della battaglia di Manzicerta nell’anno 1071, nella quale l’Imperatore bizantino venne sconfitto dai selgiuchidi. Ma dietro al pathos nazionalista dovrebbe essersi celata una ragione pragmatica, ossia quella di impedire che alle elezioni si presenti il »Buon Partito« (IYI) creato da dissidenti dell’MHP vicini all’ex Ministra degli Interni Meral Aksener. Per legge possono candidarsi solo liste di organizzazioni il cui primo congresso si sia svolto più di sei mesi prima della tornata elettorale. Dato che questo ha tenuto il suo primo congresso solo il 1 aprile, il 24 giugno non sarà sulla scheda elettorale.
Il CHP secondo quanto affermato dal suo portavoce Bülent Tezcan, è »pronto per le elezioni in qualsiasi momento«. Al contrario, la Presidente del »Partito Democratico dei Popoli (HDP) di sinistra, Pervin Buldan, ha criticato che sotto lo stato di emergenza le elezioni non possono svolgersi democraticamente. Nonostante questo ha minacciato lo schieramento governativo: »Nelle elezioni tenetevi pronti a uno schiaffo curdo che vi fa dimenticare le canzoni che avete cantato sulla strada per Afrin.«
Da junge Welt: Edizione del 19.4.2018. https://www.jungewelt.de/artikel/331039.erdogan-ruft-an-die-urnen.html
Tradotto e pubblicato da Rete Kurdistan
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06/04/2017
Turchia, il presidenzialismo batte sull’urna
I kemalisti del Mhp sono divisi e una parte del partito sostiene il fronte del no. Perciò il vecchio lupo grigio cerca alibi e capri espiatori in caso di sconfitta referendaria, sa che l’ira del presidente sarebbe immensa e la vendetta dell’attivismo dell’Akp, metterebbe da parte ogni vicinanza dell’ultim’ora, rinfocolando gli antichi odi fra kemalisti duri e puri e islamisti altrettanto pugnaci. Così Bahçeli, fra un passo in un’intervista e un’insinuazione profferita a mezza bocca, parla di Gül e Davutoğlu. L’ex leader, premier e presidente ha lasciato cadere l’invito rivoltogli da un noto parlamentare dell’Akp a partecipare a comizi per il sì. In tal modo ha rinfocolato le voci che lo vogliono accanto a chi respinge apertamente il cambio di rotta costituzionale. I think tank più vicini al presidente fanno girare due parole, che si trascinano dietro concetti e insinuazioni poco lusinghieri: tradimento e inconsapevole. Nelle diatribe dell’islam politico turco – Gül e l’ex professore-ministro rappresentano un passato recentissimo del progetto che li vedeva uniti a Erdoğan e Gülen – il fatto che i due statisti neghino il consenso al referendum li marchia come traditori. Magari inconsapevoli (avranno smarrito il senno?) ma espressamente traditori. Per il clima di resa dei conti nella famiglia islamista, in atto dalla scorsa estate con la caccia ai fethullaçi, non è un bell’andare. Sino a qualche settimana fa le proiezioni del sì erano confortanti e s’attestavano attorno al 55%, ultimamente s’è insinuato il dubbio. Le sue aree forti sono nel centro anatolico, lo stesso che aveva approvato anche i referendum votati sotto le giunte militari negli anni Sessanta e Ottanta.
Roccaforte del no, la provincia di Istanbul e l’area costiera mediterranea centroccidentale. Poi c’è l’incognita del sud-est. Gli ultimi rumors danno il voto contrario in ripresa, tanto ché si sono verificati episodi contestati davanti alla magistratura: casi in cui fedeli islamici, fedelissimi al presidente, che si sono disposti sul pavimento d’una moschea a formare un acronimo d’appoggio al sì. Molti dissensi sono sorti attorno a un uso spregiudicato di mezzi e fondi governativi per sostenere quella campagna. Il Chp ha denunciato una pervicace ostruzione alla sua propaganda per bocciare i referendum, mentre l’emittente TNT s’è rifiutata di mostrare il logo dello schieramento del no perché riproduce una stella che ‘imita’ la bandiera turca. Cosa giudicata irregolare. Per parare i colpi dallo staff presidenziale è ripartita una marcatura stretta anche verso i kurdi e la recente proposta del leader kurdo-iracheno Barzani su un altro genere di referendum: per l’indipendenza dell’etnìa in Iraq, che potrebbe avere ripercussioni anche oltre il confine turco, è passata quasi inosservata con una reazione mite della leadership di Ankara. Più d’un osservatore pensa si tratti d’una tattica per la ricerca del sì anche nell’area del sud-est. Stoppata, però, dal co-presidente prigioniero, il leader dell’Hhp Demirtaş, tuttora in galera nella provincia di Edirne. In un messaggio portato all’esterno ha scritto: “Andate alle urne e votate no, senza distinguere se si è kurdi, turchi, aleviti, sunniti o di qualsiasi sigla di partito. Il coraggio è contagioso, sicuramente il bene vincerà”.
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20/03/2017
Erdoğan, la tattica del terrore
Eppure il leader islamico aveva suggerito, a sé e a qualche testa calda muscolare dell’Akp che a dicembre s’era scazzottata nell’emiciclo coi colleghi repubblicani, di tenere bassi i toni. Però gli eventi gli hanno preso la mano. Si sa quanto l’uomo del destino turco tenga al proprio ruolo internazionale e vederlo sminuito, attaccato o addirittura infangato viene da lui inteso come un affronto insopportabile. Da qui le dichiarazioni al veleno sul mai cancellato nazismo che animerebbe lo spirito tedesco, sulla xenofobia razzista (peraltro vera) di certa politica olandese e di altri membri d’Europa, lesiva del rispetto di culture e culti differenti. Il riferimento alla tradizione ottomana e all’Islam sono impliciti. L’enfasi con cui, poi, ieri ha additato tolleranza e, addirittura sostegno, al terrorismo del Pkk da parte tedesca per la presenza dell’effige di Öcalan sugli stendardi kurdi è chiaramente pretestuosa, ma rientra nel braccio di ferro rilanciato contro l’Ue in questa fase politica. A poco più di tre settimane dal voto Erdoğan pensa solo a incamerare un successo che può avere una doppia valenza. In politica interna rafforza se stesso, il suo clan, la propria interpretazione dell’Akp rispetto a ex sodali messi fuori gioco e gli fa ottenere un autoritarismo legale che neppure Atatürk aveva conseguito. I detrattori parlano di dittatura, una rievocazione di fenomeni recenti e tragicamente passati che tendono a non tramontare, specie con la palese crisi vissuta dal sistema parlamentare capitalistico.
Sulla sfera internazionale un capo di Stato così decisionista, dotato d’immensi poteri, sostenuto e osannato da gente disposta a battersi per lui, com’è accaduto nelle ore del tentato golpe, un soggetto che appare impostore e al contempo diplomatico, sfrontato e flessibile al compromesso diventa un interlocutore accettato dai colossi globali, incarnati da uomini altrettanto forti: Trump, Putin, Xi Jinping. Far coincidere gli interessi di tutti i protagonisti su aree di mondo in sensibile scomposizione e in incerto riadattamento non è consequenziale, specie nel sempre più deflagrante Medio Oriente dove la Turchia erdoğaniana ha rimesso pesantemente naso e mani. Erdoğan, giocatore d’azzardo di razza, s’infila in questa partita e la nazione, che non ha esponenti politici, linee, progetti in grado di contrastarlo, non sa come rispondergli. In quindici anni ha vinto la sfida col kemalismo e di recente ne ha inglobato la componente retriva, legata alla memoria paramilitare dei ‘Lupi grigi’ di cui Bahçeli va fiero non solo agitandone il simbolo. Ha favorito blocchi economici trasversali, in cui il programma di modernizzazione e scalata sociale avvicinava classi rurali, proletariato urbano, ceto medio e capitalisti locali, ciascuno avvantaggiato nel proprio ambito da migliorie, interessi, affari, arricchimenti, e ne ha tratto un’approvazione elettorale senza pari.
Quando certa crisi ha introdotto lo spettro della frenata ha rilanciato il bisogno di unità contro pericoli e nemici. Che ovviamente esistono e che scelte personali gli hanno creato. Comprese quelle agitate da due anni a questa parte come complotti. Più misterioso quello gülenista, sicuramente affaristico ma con risvolti politici, visto che puntava a piazzare adepti nei gangli militari, giudiziari, burocratici, culturali del Paese attuando uno scavo ‘entrista’ nei centri del potere più proficuo di qualsiasi colpo di mano. Di cui il leader, premier e poi presidente non era certamente allo scuro e, quando la nazione era guidata dai kemalisti, ne condivideva progetti e finalità. Poi l’irrisolta questione kurda, ridiventata lotta al terrore, dopo un periodo in cui col “mostro” prigioniero Öcalan discorrevano i vertici dell’Intelligence ed Erdoğan traeva ulteriori consensi proprio da simili aperture. Kurdi divisi fra un combattentismo irriducibile che ha ripreso la lotta armata (Pkk) e la via dell’attentato cieco (Falconi della libertà) e un modello politico di ampio respiro che col progetto dell’Hdp aveva aperto una competizione efficace sul territorio e nell’urna. Dall’agosto 2015 sui due terreni il presidente ha scelto lo scontro aperto ordinando repressione e stragi verso la popolazione del sud-est anatolico e subendole fin nel cuore delle metropoli. Per non parlare di abolizione di diritti di pensiero e parola, con carcerazioni di attivisti, avvocati, editori, giornalisti, intellettuali. In un crescendo spaventoso che avrebbe steso qualsiasi politico, invece il sultano è ancora lì a puntare il dito contro gli oppositori definendoli terroristi, seminando terrore con le parole a cui, com’è già accaduto, possono solo seguire fatti.
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14/01/2017
La riforma costituzionale turca diventa boxe

Finisce in rissa, con pugni, calci, atterramenti da wrestling e pure morsi ai polpacci con tanto di versamento ematico, la discussione di alcuni emendamenti costituzionali nel Parlamento turco. Il clima, già teso, ha originato la contrapposizione fisica fra manipoli di deputati repubblicani (Chp) e altri del partito di governo (Akp). Motivo del contrasto due articoli che riguardano: la proposta di riduzione dell’età dei candidati da 25 a 18 anni e la nuova durata della legislatura, che viene aumentata di un anno (finora risultava d’un quadriennio), per sfociare in elezioni politiche in concomitanza con quella presidenziale. Le schermaglie verbali, sciorinate durante gli interventi di alcuni onorevoli dei due principali schieramenti, sono diventati screzi fino a scadere in un corpo a corpo sempre più fitto attorno al tipo di voto, palese o segreto, con l’opposizione che accusava il partito di maggioranza di voler far pressione e controllare i deputati e quelli dell’Akp che hanno reagito a tentativi degli avversari di filmare coi cellulari il voto espresso. Una prima colluttazione è avvenuta su questi temi. Poi, mentre si votava la modifica all’articolo sui compiti e l’autorità dell’organo legislativo, un gruppo di repubblicani ha occupato il podio della presidenza perché quella trasformazione, a loro parere, esautora il Parlamento dalla sua funzione e lo subordina ai super poteri del Capo di Stato. Qui i contendenti hanno dato fondo a tutto il reciproco odio e il contrasto è diventato pugilistico, con danni alle persone e all’arredo della sala.
I capi gruppo, entrambi offesi, hanno sostenuto che mai si sarebbero attesi comportamenti simili, attuati, comunque, dagli onorevoli anche del proprio schieramento, non solo dagli avversari. Mentre il leader nazionalista Bahçeli ha accennato un serafico invito a discutere con calma, seguito da un sibillino “Se la Camera non dovesse approvare il pacchetto riformatore, bisognerebbe tornare alle urne”. Invito colto al volo dal repubblicano Özel, che prende spunto dall’aspetto divisivo della pseudo-riforma in atto che spacca ulteriormente il Paese, per ritenere il ricorso al voto necessario. Il fronte del Partito democratico dei popoli, che non sta partecipando alle sedute in aula in segno di protesta contro gli arresti di suoi membri, addirittura rilancia: “Elezioni con un soglia di sbarramento portata al 15%” dichiara il portavoce Bilgen, che azzarda un 2% di consensi che al momento l’Hdp non possiede. Probabilmente il partito pensa di trarre un vantaggio dalle tensioni in atto e, non avendo nulla da perdere, alza un’asticella che potrebbe essere alla sua portata, puntando a un ridimensionamento ulteriore dei nazionalisti, risucchiati proprio dagli accordi Erdoğan-Bahçeli sulle modifiche costituzionali. Uno dei temi che tiene banco in queste ore di concitato confronto-scontro parlamentare è proprio quello del dissenso interno al Mhp.
Già alcuni deputati si stanno astenendo dal voto, in realtà incidono poco perché sono in cinque su trentanove del gruppo, ma altri mal di pancia sono stati manifestati ieri da un personaggio influente – Yusuf Halaçoğlu – che ha annunciato voto contrario su prossimi emendamenti. Fra i dieci ancora in agenda tre potrebbero vellicare l’orgoglio dissenziente di qualche “lupo grigio” del Meclis: quello che consente al Presidente della Repubblica di continuare a dirigere il proprio partito, quello che gli offre l’autorità di emettere decreti aggirando le decisioni parlamentari, fino a quello che dà facoltà al Presidente di rimuovere il Parlamento stesso e rinnovarlo tramite nuove elezioni. Contro simili misure i repubblicani promettono nuove proteste estreme, ma Erdoğan, intervenendo sulla gazzarra di ieri che non fa onore al luogo e al ruolo dei protagonisti ha ricordato agli oppositori che “Nessuno sta mutando i princìpi della Repubblica turca che resta democratica, laica, basata su una legislazione sociale. Quando il mondo, la regione e la Turchia stanno cambiando è semplice bigottismo dire che ogni cosa dovrebbe conservarsi com’è. Chp è un guardiano dello status quo”. E ancora: “Uomo-regime? Cosa vuol dire? Questo Paese ha visto ha visto elementi del Chp servire come governatori provinciali, le discussioni sono focalizzate su di me ma non riguardano la mia persona”. Il presidente lascia intendere che la nuova Carta è per il futuro della Turchia. Fra due giorni è atteso un nuovo round.
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12/01/2017
Turchia, il Parlamento inizia ad avallare il Partito-Stato
Alcuni opinionisti vicini al kemalismo socialdemocratico, contrari al regime erdoğaniano, stanno puntando il dito contro il leader nazionalista Bahçeli che ha compiuto un totale voltafaccia rispetto alle posizioni espresse sino al maggio scorso. Per tacere di quello che sosteneva nel 2015, peraltro consultabile su Youtube, dove sono presenti alcuni suoi interventi pubblici. Anche cinque deputati nazionalisti esprimono una ferma dissidenza sui ‘giri di valzer’ del vecchio leader e in sede istituzionale si stanno astenendo dal voto o dalla presenza in aula. Ricordano al capo quando scherniva il presidente sostenendo se per caso “volesse una corona” oppure quando dichiarava nell’emiciclo: “Un nuovo Putin sta crescendo e, passo dopo passo, agguanta la Turchia”. Ma le posizioni politiche corrono rapidissime, gli ultimi mesi vissuti in Anatolia valgono addirittura secoli. Qualcuno s’è preso la briga di aprire gli annali storici e verificare che dal 1364 il sistema turco conservava quella figura di primo ministro che la riforma cancella a vantaggio della super presidenza. Il Sadrazam ottomano, era un ministro superiore a ogni altro, la sua autorità seguiva solo quella del sultano e comandava l’esercito. Con le trasformazioni in corso il premier non esisterà più, il presidente avrà poteri ovviamente sulle Forze Armate, potrà nominare i giudici della Suprema Corte e risultare anche Capo di un partito. “Neppure Atatürk durante la guerra d’Indipendenza sommava tanti poteri nelle sue mani” ha denunciato nel dibattito parlamentare l’ex leader del Chp Baykal. Ma tant’è, le trasformazioni sono in opera e se approvate su quei banchi giungeranno a referendum.
Intanto inizia a girare qualche sondaggio sul rapporto che la cittadinanza turca, stordita dagli eventi e soggiogata dalla paura, ha con l’appuntamento referendario di primavera. Ne riferisce il quotidiano Hürriyet, fonte laica e antigovernativa fra le poche a resistere al repulisti erdoğaniano. Il 36% degli interpellati risponde di non conoscere nulla sul tema, il 28% di saperne pochissimo, il 14% pochino. Insomma circa l’80% di chi ha risposto al quesito sembra tutt’altro che ferrato sui vitali mutamenti dell’assetto costituzionale del Paese. Probabilmente si presta poca attenzione agli allarmi lanciati dall’opposizione contro un progetto che azzera le tutele garantite dalla separazione dei poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario), questi per il futuro saranno appannaggio delle decisioni presidenziali. Si sottovaluta l’attacco alla natura democratica delle Istituzioni, nel momento in cui s’assisterà a una conservazione fittizia del Parlamento per il quale si voterà ogni cinque anni in contemporanea con rinnovo della carica del super presidente. Costui diventa un factotum su vari terreni e nella gestione di troppi poteri, quello dei decreti che diventano leggi già pende sulla testa dei concittadini. Eppure le emergenze, la sicurezza, gli attacchi di nemici esterni e interni – tutti argomenti reali e vivissimi nella quotidianità – sembrano tante distrazioni di massa che tengono lontana l’attenzione da ciò che sta accadendo nel cuore pulsante della nazione. Un cuore che verrà sostituito dall’uomo-Stato che dimora nelle stanze dell’Ak Sary.
Fonte
16/11/2016
Presidenzialismo turco, la via nazionalista all’islamismo
Schiacciare gli islamisti inseriti negli apparati statali è per i lupi grigi un ritorno al passato, mentre per l’Akp rappresenta un necessario presente. Una tattica la mette in atto lo stesso Bahçeli che non ama Erdoğan, e dovrebbe temerlo perché sa di che pasta è fatto. Mettergli a disposizione 40 voti rappresenta per le future elezioni politiche, foriere di bipolarismo e fors’anche di bipartitismo, un azzardato regalo senza ritorno. I due blocchi saranno pro e contro Erdoğan, e si salveranno i pesci più grossi: islamisti e repubblicani. Eppure Bahçeli proprio di fronte al rischio di sparizione sceglie d’offrire sponda al presidente, sperando non tanto nella nicchietta dell’autoconservazione parlamentare, ma in una trasformazione antropologica dell’Islam interno. Quest’ultimo oggi accantonerebbe un po’ l’identità della moschea, simbolo anche dei comuni nemici fethullaçi, ritrovandola in quelle piazze che hanno respinto i traditori, cavalcando dunque il sentimento nazionalista e l’orgoglio turco. Insomma il vecchio lupo, incalzato nell’Mhp dalle contestazioni della Akşener, decide di giocare alla pari col capobranco forte e in voga. La logica dà come soluzione più che scontata un inglobamento dei nazionalisti in campo islamico, ma la novità che traspare è quella di due mondi che si contaminano. Ne scaturisce un fronte ultraconservatore islamico, se non direttamente fascista, con cui l’altra Turchia dovrà fare i conti. Un pezzo di quest’altra Turchia, l’unica che probabilmente sarà organizzata in opposizione così da poter sdoganare uno “scenario pluralista”, disprezza il presidenzialismo, ma non sa come opporglisi. E’ il kemalismo repubblicano che con Kılıçdaroğlu si lamenta delle strette repressive però afferma che “non c’è pericolo d’un serio golpe”.
Mentre gli stessi organi d’informazione di quest’area vengono puntualmente dissanguati (lo scorso fine settimana oltre alla dozzina di giornalisti anche l’editore di Cumhuriyet, Akin Atalay, è stato fermato all’aeroporto di Istanbul e condotto in carcere) non s’intravede un limite alla criminalizzazione di chi diversifica valutazioni e pensieri dalla linea di condotta del governo. In questo cupo clima, che giustifica tutto col bisogno della sicurezza nazionale e che solo pochi spiriti rimasti in libertà definiscono di caccia alle streghe, il Parlamento si prepara a votare la riforma. Se non dovesse approvarla, ipotesi inimmaginabile per il consenso di cui gode Erdoğan e il controllo che ha sui deputati, il presidente potrà porre il veto alla decisione e rilanciarla per cercare una maggioranza qualificata. Uno dei temi che molto appassiona i politologi turchi riguarda una possibile incriminazione del presidente non per responsabilità politiche, ma per crimini. Una simile proposta era stata presentata in Parlamento proprio dall’Akp ed è in fase di elaborazione da parte del Comitato di Conciliazione Costituzionale, quest’ultimo può chiedere all’Assemblea dei deputati di pronunciarsi con una percentuale di 3/4. La decisione finale spetterà alla Corte Costituzionale che pronuncerà la sentenza. Un presidente colpevole dovrebbe finire in prigione. Ma dei crimini ipotizzati non c’è un esempio che parla di diritti civili. Di giudici – costituzionali o meno – pronti a puntare il dito sull’establishment non se ne vede uno. Parecchi sono finiti in galera, incriminati per “terrorismo Fetö”.
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27/07/2016
Turchia - Dopo il golpe si pensa ad una nuova costituzione
La modifica dell’attuale costituzione (che risale al 1980 dopo il golpe militare) è da tempo il principale obiettivo di Erdogan che vuole trasformare il Paese in una repubblica presidenziale dove il capo dello Stato potrà godere di molti più poteri di quelli che ha attualmente.
L’incontro di ieri tra Erdogan, il Chp e l'Mhp è stato giudicato “produttivo e storico” dal premier: i tre avrebbero concordato su alcuni “modifiche” da fare soprattutto per ciò che concerne la parte giudiziaria. “Abbiamo visto che la pensiamo in modo simile per ciò che concerne le misure necessarie da prendere a breve termine [per evitare un futuro golpe] e [in futuro] per una nuova costituzione” ha detto alla stampa Yildirim. “In particolare – ha aggiunto – un emendamento in piccola scala del testo costituzionale potrà avvenire attraverso un accordo reciproco così da rimuovere le conseguenze negative derivanti dal collasso del sistema”.
Il premier ha aperto anche al partito di sinistra filo curdo (Hdp): “Non c’è alcun limite, possono partecipare ai lavori”. Eppure ieri il suo leader Selahattin Dermitas non è stato invitato a prendere parte all’incontro con Erdogan. “Continuare ad escluderci dalle politiche turche, specialmente dopo il tentato golpe, è insensato” aveva lamentato Dermitas intervistato dal quotidiano turco Cumhuryet . “L’Akp [il partito di Erdogan, ndr] – ha spiegato – è arrabbiata personalmente contro di noi perché, in definitiva, siamo l’unica forza di opposizione che ostacola il suo potere. Ecco perché prova ad associarci alla violenza”.
Mentre il processo politico muove i suoi primi passi, continuano le purghe di Ankara. Ieri le autorità turche hanno fermato altri 40 militari ed emesso un mandato di arresto nei confronti di 42 giornalisti. Secondo quanto riferisce la Cnn Turk, anche quest’ultimi infatti sarebbero sospettati di essere coinvolti nel golpe. Oggi, invece, a finire in manette sono stati l’ex governatore di Istanbul ai tempi di Gezi Park, Huseyn Avni Mutlu, ma soprattutto il General Maggiore Mehmet Cahit Bakir e il Brigadier generale Sener Topuc. I due, fermati a Dubai dai servizi di sicurezza emiratini, sono stati deportati in Turchia per essere interrogati. Bakir e Topuc, due importanti figure dell’esercito che operavano in Afghanistan, si aggiungono alla lista delle oltre 13.000 persone arrestate da quando è stato sventato il golpe (tra questi vi sono 100 generali).
La campagna mediatica di Ankara contro il religioso Fetullah Gulen – ritenuto da Erdogan la mente del colpo di stato del 15 luglio e capo di uno “stato parallelo” – sembra convincere la maggior parte dei turchi. In uno studio effettuato del sondaggista Andy-Ar, infatti, i due terzi della popolazione turca (64,4%) credono che sia stato proprio il religioso in esilio negli Usa ad aver pianificato il putsch. Solo il 3,8% e il 3,6% ritiene che ad aver organizzato il golpe siano stati rispettivamente gli Stati Uniti e non meglio precisate “forze straniere”. Dalle pagine del New York Times, Gulen prova a difendersi attaccando Erdogan. Dopo aver ribadito la sua condanna “verso tutte le minacce alla democrazia” e di aver sempre “denunciato pubblicamente e privatamente gli interventi militari nelle politiche interne” degli stati, il predicatore ha attaccato il presidente per il suo tentativo “sistematico e pericoloso” di portare il paese ad un governo “di un solo uomo al comando”. “In Turchia – ha scritto Gulen – lo spostamento del governo di Erdogan verso la dittatura sta polarizzando la popolazione lungo linee settarie, politiche, religiose ed etniche fomentando così i fanatici”.
Ma Erdogan, forte dei sondaggi e legittimato dal sostegno di forze (teoricamente) di opposizione come il Chp e il Mhp, tira dritto per la sua strada e, dagli schermi televisivi della rete tedesca Ard, ha attaccato ieri l’Unione Europea perché avrebbe trasferito solo 2 milioni dei 3 previsti dall’accordo sui rifugiati. Il presidente è stato irriverente quando ha ribadito la possibile reintroduzione della pena di morte perché “se siamo in uno stato democratico, allora deciderà il popolo”. Ma il sultano lavora anche per ripristinare i suoi legami con Mosca dopo la rottura di novembre 2015 in seguito all’abbattimento turco in Siria di un jet russo: il prossimo 9 agosto volerà a Mosca dove incontrerà il suo pari russo Vladimir Putin.
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