Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Integrazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Integrazione. Mostra tutti i post

18/08/2026

L’integrazione militare tra UE e Ucraina è un fatto compiuto. Perché serve una rottura

Da “donatori” di soldi e armamenti a partner vincolati e vincolanti. La Ue sta utilizzando e si sta facendo utilizzare dall’Ucraina – il “porcospino d’acciaio voluto dalla Von der Leyen – per accelerare i passaggi verso un complesso militare-industriale integrato e la guerra in Europa come exit strategy dalla propria crisi.

Un interessante servizio de Il Sole 24 Ore segnala come negli ultimi due anni, l’Unione europea ha trasformato la propria architettura regolatoria in uno strumento di politica industriale bellica. Il Regolamento (UE) 2024/792 del 29 febbraio 2024, istitutivo dello Ukraine Facility, ha blindato 50 miliardi di euro fino al 2027 – suddivisi tra 33 miliardi in prestiti sovrani e 17 miliardi in sovvenzioni a fondo perduto – per garantire la tenuta macro-fiscale di Kiev.

Al vertice del G7 del giugno 2024, sotto la presidenza italiana, è stato varato il meccanismo definito ERA (Extraordinary Revenue Acceleration) da 50 miliardi di dollari, al quale l’Unione europea contribuisce con una quota fino a 35 miliardi approvata con il regolamento sul Meccanismo di Cooperazione sui Prestiti dell’ottobre 2024.

Per pagare gli interessi su questo debito non vengono gravati i cittadini europei ma si utilizzano e si accaparrano le rendite generate dai circa 210 miliardi di euro di asset russi sequestrati presso il depositario centrale Euroclear in Belgio, con un flusso costante che va dai 2,5 ai 3 miliardi di euro all’anno per l’approvvigionamento militare e la ricostruzione dell’Ucraina.

Due anni fa Germania e Francia hanno stanziato nel primo caso oltre 7 miliardi di euro annui in aiuti militari bilaterali, consolidando la fornitura di sistemi di difesa aerea IRIS-T SLM e obici semoventi Panzerhaubitze 2000, mentre la Francia ha formalizzato impegni per 3 miliardi di euro in consegne di caccia Mirage 2000-5, missili SCALP-EG e semoventi d'artiglieria ruotati CAESAR.

Ma anche l’Italia – nonostante i finti strepiti della Lega – ha siglato il 24 febbraio 2024 a Kiev l’Accordo di cooperazione sulla sicurezza, vincolando il supporto nazionale alla fornitura di sistemi missilistici terra-aria avanzati SAMP/T in coordinamento con Parigi, tecnologie radar e sensori elettro-ottici, e aprendo la strada a intese industriali con l’Ucraina guidate da grandi industrie belliche italiane come Leonardo e Fincantieri per il ripristino di capacità navali, sicurezza cibernetica e componentistica protetta.

Gli ultimi due anni hanno visto una accelerazione impressionante nella produzione di armamenti da parte del complesso militare-industriale europeo.

Se prima del 2022, la capacità europea di produzione di proiettili d’artiglieria standard NATO da 155 mm non superava le 300.000 unità all’anno, adesso si è arrivati a 2 milioni.

Come? La Ue ci ha messo i soldi e le industrie belliche ci si sono buttate sopra a capofitto. Si capisce allora il perché gli europei si mettano sempre di traverso di fronte alle proposte che possono portare ad una cessazione del conflitto in Ucraina. Se finisce la guerra finisce la pacchia.

Stiamo infatti parlando degli 1,4 miliardi di euro del fondo ASAP (Act in Support of Ammunition Production) per il solo munizionamento.

Le industrie belliche europee come Rheinmetall, KNDS, BAE Systems, Saab e Leonardo hanno infatti avviato un piano di espansione che ha portato la capacità di produzione nominale europea a superare i 2 milioni di colpi l’anno, con l’obiettivo di raggiungere l’autosufficienza strategica entro il 2027.

Ma la prosecuzione della guerra, ha portato anche alla maggiore integrazione industriale-militare tra la Ue e l’Ucraina. Per ovviare ai danni inflitti dai missili russi ai rifornimenti europei per Kiev sui confini, i costruttori europei hanno realizzato joint venture operative in stabilimenti sotterranei e bunkerizzati in territorio ucraino.

Secondo Il Sole 24 Ore la Rheinmetall Ukrainian Defence Industry LLC, gli hub tecnici di KNDS e le officine avanzate di BAE Systems hanno internalizzato la riparazione e l’assemblaggio su licenza di veicoli da combattimento della fanteria Lynx, scafi CV90 e piattaforme corazzate Leopard, riducendo i tempi di fermo tecnico delle unità combattenti da mesi a pochi giorni e trasformando l’Ucraina in un polo avanzato della manifattura militare europea.

Sono interessanti alcuni dettagli riportati da Il Sole 24 Ore.

“Sul fronte del combattimento tattico, la guerra di posizione lungo gli oltre mille chilometri di linea di contatto ha accelerato un’evoluzione tecnologica senza precedenti. La saturazione dell’etere da parte dei complessi russi di guerra elettronica, come i sistemi Zhitel, Borisoglebsk-2 e i dispositivi di disturbo omnidirezionale Volnorez, ha neutralizzato l’efficacia dei droni commerciali operanti sulle frequenze standard a radiofrequenza (868-915 MHz e 2,4-5,8 GHz).
La risposta tecnologica europea e ucraina ha generato due vettori convergenti: l’impiego su larga scala di droni First Person View (FPV) guidati via micro-cavo in fibra ottica – capaci di trasmettere segnali video 4K non compressi e comandi di volo su bobine fino a 15-20 chilometri con zero emissioni elettromagnetiche e totale immunità al disturbo elettronico – e l’integrazione di microprocessori edge-AI a basso costo per l’aggancio visivo autonomo della sagoma del bersaglio nella fase terminale d’attacco. Di fronte a queste minacce prive di segnale RF, la difesa aerea a corto raggio è stata ridefinita attraverso sistemi automatici a raffica con munizionamento programmabile airburst da 30 mm e 35 mm, come il sistema Skynex di Rheinmetall, capaci di creare muri di frammenti di tungsteno che distruggono lo sciame attaccante preservando i costosi missili intercettori per le minacce balistiche e da crociera”.
Il risultato è che oggi ci troviamo di fronte a una realtà industriale europea integrata da una rete di accordi bilaterali giuridicamente vincolanti tra Londra, Berlino, Parigi, Roma e Kiev. Qualsiasi futuro tavolo negoziale o tentativo di congelamento del conflitto non potrà prescindere da questo nuovo dato di fatto: i confini orientali dell’Europa sono presidiati da una struttura di deterrenza convenzionale integrata, sostenuta da flussi di capitali, accordi vincolanti e da una capacità produttiva autonoma che non potrà essere smantellata da eventuali cambiamenti di maggioranze elettorali nei singoli paesi europei.

In sostanza per invertire la tendenza al riarmo e alla guerra in Europa, occorrerà inevitabilmente forzare le regole ed entrare in collisione con gli interessi materiali delle industrie belliche ormai consolidati. Il partito europeo dei guerrafondai e il complesso militare-industriale, in questi anni hanno blindato le loro ambizioni e i loro interessi mettendo i propri paesi di fronte al fatto compiuto. È bene saperlo fin da adesso.

Fonte

10/07/2025

La svolta storica di Ocalan

Ocalan chiama all’integrazione della lotta curda nella politica turca

Il 9 luglio è stata rilasciata una dichiarazione video[1] definita storica da parte del leader curdo Abdullah Öcalan, che, esprimendosi in lingua turca, ribadisce ed approfondisce l’invito allo scioglimento del PKK da lui formulato a febbraio.

Sostanzialmente, Apo invita ad implementare il disarmo dell’organizzazione combattente curda rapidamente, a prescindere dalla sua stessa liberazione, che era stata posta dal Congresso del PKK come condizione necessaria. Inoltre, ribadisce che il futuro del movimento di liberazione curdo risiede nell’integrazione con lo stato turco ed i suoi meccanismi, principalmente quelli parlamentari: non vi è più traccia di rivendicazioni federaliste o simili.

Questa svolta è motivata dalla fine delle politiche assimilazioniste da parte dello stato, avvenuto proprio grazie alla lotta del PKK. In tal senso, Öcalan annuncia di aver preparato un “Manifesto per una Società Democratica”, che dovrebbe costituire un’ulteriore svolta teorica.

Nei prossimi giorni dovrebbe tenersi una cerimonia simbolica nel Kurdistan Iracheno, in cui alcune decine di miliziani del PKK verranno ripresi mentre si disferanno delle armi.

Questa dichiarazione va ad aggiungersi ai verbali dei colloqui fra lo stesso Öcalan e una delegazione del Partito DEM intercettati dal Middle East Eye[2] e ad una lettera dal carcere[3] scritta dall’altro detenuto eccellente, Selahattin Demirtaş; tali documenti propongono una svolta integrazionista della lotta di liberazione curda (per quanto riguarda, ovviamente, il cosiddetto “Bakur”, Nord Kurdistan) nello stato turco in chiave “frontista”, per contrapporsi alla guerra imperialista e all’espansionismo sionista nella regione, che prima o poi rischiano d’investire anche la Turchia.

Ancora non è stata espressa una chiara posizione rispetto alla strategia delle organizzazioni curde dei paesi circostanti che dichiarano di essere fedeli a Öcalan. Vi è, come noto, la macro-questione della regione Autonoma del Nord-Est della Siria, che potrebbe influenzare in maniera negativa l’esito del processo politico in Turchia, in quanto è vista da Ankara come un semi-stato controllato da milizie considerate emanazione del PKK. La Turchia ne reclama, pertanto, lo scioglimento.

In generale, le posizioni di Öcalan e Demirtaş potrebbero rivelarsi non facilmente digeribili per alcune organizzazioni e milizie che da tempo adottano la linea di allearsi con chiunque le appoggi nel loro tentativo di guadagnare il controllo di aree autonome, o prometta di farlo. Già piovono accuse di complicità con il “carnefice turco” da parte delle ali più nazionaliste del movimento curdo.

Di seguito la comunicazione integrale di Ocalan.

*****

Cari compagni,

Eticamente, mi sento in dovere di fornire, attraverso una lettera esaustiva – seppur ripetitiva – risposte esplicative e creative sui problemi, le soluzioni, i livelli raggiunti e la situazione concreta del nostro Movimento di Compagni Comunisti. 1. Continuo a difendere l’appello per “Pace e Società Democratica“, [dichiarato il] 27 febbraio 2025.

2. Convocando il 12° Congresso di Scioglimento del PKK, avete fornito una risposta positiva e completa al mio appello, sostanziandolo. Attribuisco un valore storico alla vostra risposta.

3. Il punto raggiunto è di grande valore e storicamente significativo. L’impegno dei compagni che hanno contribuito a questa comunicazione è altrettanto prezioso e lodevole.

4. Come risultato di questo processo, ho preparato un “Manifesto per una Società Democratica”, che deve essere considerato una trasformazione storica. Questo Manifesto possiede le caratteristiche necessarie per sostituire con successo il Manifesto “La Via verso la Rivoluzione del Kurdistan”, risalente a 50 anni fa. Credo che esso abbia un valore storico e sociale non solo per la società curda storica, ma anche per la società regionale e globale. Non ho dubbi che costituisca un esempio riuscito della tradizione del manifesto storico.

5. Devo affermare chiaramente che tutti questi sviluppi sono il risultato degli incontri che ho tenuto a Imrali. È stata posta grande attenzione affinché questi incontri si svolgessero sulla base della libera volontà.

6. Il livello raggiunto richiede di passare alla pratica con nuovi passi. La natura dei progressi che si faranno dipende inevitabilmente dalla corretta valutazione della natura storica di questa fase e dal grado di adesione a ciò che essa necessita.

a. Il movimento del PKK e la sua “Strategia di Liberazione Nazionale”, emersa come reazione alla negazione dell’esistenza [dei curdi] e quindi volta a creare uno stato separato, si sono sciolti. L’esistenza [dei curdi] è stata riconosciuta; pertanto, l’obiettivo fondamentale è stato raggiunto. In questo senso, ha fatto il suo tempo. Tutto quanto accaduto dopo [che l’esistenza dei curdi è stata riconosciuta] è stato vi sto come ripetitivo e come una situazione di stallo. Ciò costituirà la base per una critica e un’autocritica complete.

b. La politica non conosce vuoti; pertanto, il vuoto deve essere riempito con il programma della “Società Democratica”, dalla strategia della “Politica Democratica” e dal “diritto olistico” come sua tattica fondamentale. Stiamo parlando di un processo storico.

c. Il processo complessivo di disarmo volontario e la commissione parlamentare che si prevede di istituire per legge e autorizzata dalla Grande Assemblea Nazionale Turca sono cruciali. Attenzione e sensibilità sono essenziali nell’intraprendere questi passi, senza cadere nella sterile logica del “prima tu” o “prima io”. So che i passi intrapresi non saranno vani. Vedo e confido nella sincerità.

d. Pertanto, sono in atto sforzi per fare progressi attraverso l’adozione di misure più concrete. Ecco le principali tesi che propongo:

1) Raggiungere l’obiettivo della Pace e di una Società Democratica è possibile attraverso una prospettiva integrazionista positiva, in cui ognuno faccia la propria parte. La conclusione che ne deriva è che il PKK ha abbandonato il suo obiettivo di Stato-nazione e, abbandonando questo obiettivo fondamentale, ha anche abbandonato la sua strategia fondamentale, ovvero la guerra, ponendo fine alla sua esistenza. Questi punti storici attendono di essere approfonditi ulteriormente.

2) Dovreste accettare con serenità che la vostra garanzia di deporre le armi, di fronte alla testimonianza del pubblico e degli ambienti interessati, non solo avvantaggerebbe la TBMM [Grande Assemblea Nazionale Turca] e la Commissione, ma rassicurerebbe anche l’opinione pubblica e onorerebbe le nostre promesse. L’istituzione di un meccanismo per la deposizione delle armi farà progredire il processo. Si tratta di una transizione volontaria dalla fase della Lotta Armata alla fase della Politica e del Diritto Democratici. Questa non è una perdita, ma deve essere considerata una conquista storica. I dettagli della deposizione delle armi saranno specificati e attuati rapidamente.

3) Il DEM [Partito], che è sotto l’egida del parlamento, farà la sua parte e collaborerà con gli altri partiti per garantire il successo del processo.

4) Nel frattempo, per quanto riguarda “La mia condizione di libertà”, che avete proposto come disposizione indispensabile nei testi di risoluzione del vostro [XII] Congresso, devo dire che non ho mai considerato la mia libertà una questione personale. Filosoficamente, la libertà dell’individuo non può essere astratta dalla [libertà della] società. La libertà dell’individuo è la misura della libertà della società, e la libertà della società è la misura della libertà dell’individuo. Questa tendenza deve essere rispettata.

Non credo nelle armi, ma nel potere della politica e della pace sociale e vi invito a mettere in pratica questo principio.

Gli ultimi sviluppi nella regione hanno chiaramente dimostrato l’importanza e l’urgenza di questo passo storico.

Desidero dichiarare che attendo con ansia di ricevere ogni tipo di critica, suggerimento e contributo che possiate fornire in merito a questo processo.

Affermo, con ambizione e veemenza, che queste discussioni ci porteranno, noi forze della Modernità Democratica, verso un nuovo programma teorico, verso una nuova fase strategica e tattica a livello nazionale, regionale e globale, ed esprimo il mio ottimismo e la mia disponibilità per gli sforzi preparatori.

Affrontiamo il periodo a venire in linea con il mio appello, le decisioni del congresso, le opinioni e i suggerimenti che ho espresso in questo articolo e progrediamo sulla base del successo.

Cordiali saluti da compagni.

Auguri

Abdullah Öcalan

19 giugno 2025

Note

1) https://firatnews.com/guncel/Onder-apo-dan-tarihi-cagri-214619

2) https://contropiano.org/news/internazionale-news/2025/07/07/ocalan-il-movimento-di-liberazione-curdo-non-si-faccia-usare-da-israele-0184770

3) https://x.com/hdpdemirtas/status/1934923066003607614/photo/1

Fonte

12/10/2023

Mimmo Lucano assolto, il “modello Riace” va riproposto

L’assoluzione completa di Mimmo Lucano smonta, tra l’altro, una strategia di gestione dell’immigrazione che accomuna da anni il centrodestra e il PD. Non bisogna infatti dimenticare che l’offensiva giudiziaria contro Lucano è stata condotta materialmente dalla Procura di Locri, ma “supportata” politicamente dalle amministrazioni locali che a quel tempo avevano come riferimento politico un ex ministro dell’interni di quel partito.

Andiamo con ordine. Il “processo Xenia” si è concluso ieri pomeriggio nell’aula della Corte d’Appello di Reggio Calabria smontando completamente la sentenza di primo grado.

L’unico reato rimasto nel pettine è un “abuso d’ufficio” relativo a una delle delibere da lui firmate quando era sindaco. Una sulle 53 prese in esame dalla Corte.

Nessuna appropriazione indebita, nessuna “associazione a delinquere”, nessuno “falso” commesso nell’esercizio delle funzioni, nessun favoreggiamento dell’”immigrazione clandestina”.

Resta censurata solo una “disattenzione” tipica del lavoro quotidiano di un sindaco, una “forzatura” delle norme per risolvere un problema minimo (di quelli che bisogna quotidianamente affrontare in un piccolo comune, di valore economico pari a zero ma burocraticamente “enorme”, stando alla lettera di norme pensate da legislatori che vivono sulla Luna).

Punita formalmente con un anno e sei mesi di detenzione, ma pena sospesa secondo legge. Erano stati dati 13 anni e mezzo in primo grado.

Festa grande per lui e tutti gli attivisti, naturalmente. Ma a mente fredda bisognerà inquadrare anche le conseguenze di questa assoluzione sul “modello” imposto in modo bipartisan dagli ultimi governi contro l’accoglienza dei migranti.

Il “modello Riace” finito sotto processo, infatti, utilizzava il ‘Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati’ (Sprar), affidato agli enti locali, che prevede(va) oltre alla semplice fornitura di vitto e alloggio anche “misure di informazione, accompagnamento, assistenza e orientamento”.

Insomma, una strategia di integrazione progressiva tesa ad evitare la maggior parte dei problemi che si creano buttando la gente per strada o nei lager.

Il successo non solo europeo del “modello Riace” contrastava apertamente con la volontà dei governi degli ultimi dieci anni (tutti, nessuno escluso) di risolvere invece in modo molto sbrigativo il “problema dell’accoglienza” affidando la soluzione ai “Cpr” (veri e propri lager temporanei) e alle espulsioni (complicate da realizzare).

La criminalizzazione di Mimmo, insomma, era stata un tassello fondamentale di questa linea politica bipartisan.

Ora si apre la possibilità di recuperare la logica dell’esperienza di Riace riproponendola come alternativa alla linea del governo. Non tanto, o non solo, per “motivi umanitari”. Ma per ragioni di efficienza.

Un modello che toglie i migranti dalle strade e li integra toglie anche argomenti agli “imprenditori della paura”, quelli che incancreniscono i problemi e le differenze (di pelle, cultura, lingua, abitudini, ecc.) per regnare su un popolo in parte terrorizzato e in parte bastonato.

Fonte

23/01/2019

Parte lo sgombero del Cara di Castelnuovo, in stile vagamente nazi

Straordinario come un mal di denti, Salvini va avanti con le sue mosse di pura propaganda. Usando la polizia contro i migranti, dove il gioco è più facile.

La nuova iniziativa è lo smantellamento del centro di accoglienza di Castelnuovo di Porto, attivo da oltre 10 anni, che era arrivato ad ospitare fino a mille migranti ed era assurto all’onore delle cronache per due ragione: qui i progetti di inserimento funzionavano e persino il Papa lo aveva scelto come sede di una delle sue visite simbolicamente più significative.

Ieri è scattato il trasferimento dei primi 30 ospiti verso centri della Basilicata e della Campania. Al segnale, altri hanno lasciato la struttura da soli, affollando le fermate degli autobus diretti a Roma. A loro insaputa, anzi, contro la loro volontà, vanno ad aumentare la “percezione di insicurezza” di quanti vedono nel “negro” un pericolo. Esattamente quello che serve a governanti senza una sola soluzione concreta per distogliere dalla propria incapacità l’attenzione della popolazione.

La cosa stupefacente – proprio come le droghe – è infatti che non si sa bene dove queste persone andranno a finire, perché verranno allontanati anche i titolari di “protezione umanitaria”, una figura giuridica abolita dal “decreto sicurezza”. Dunque chi prima si trovava precariamente in diritto di stare in questo paese, improvvisamente si ritrova nelle condizione di semi-clandestinità.

“Siamo dispiaciuti e preoccupati. Chiediamo che non vengano trattati come bestiame“, dice all’agenzia Sir il parroco di Santa Lucia, padre José Manuel Torres, messicano, dei Servi di Gesù, che ospiterà l‘inizio di una marcia silenziosa per esprimere solidarietà agli ospiti del Cara. A pochi passi dalla scuola elementare dove studiavano alcuni bambini del Cara, “strappati – dice il parroco – all’improvviso dal percorso che avevano iniziato“.

“Con la marcia pacifica – spiega il parroco – vogliamo esprimere solidarietà a questi poveri ragazzi. Non sappiamo dove andranno a finire almeno 200 persone. Hanno voluto sgomberare il centro velocemente in modo un po’ misterioso: basti pensare che l’autista del pullman nemmeno sapeva dove doveva andare, forse in Basilicata. Il Comune stava dando un segnale forte di accoglienza e integrazione che contrasta con l’idea generale di cacciare i migranti. Ci preoccupano molto gli effetti del decreto sicurezza su coloro che non hanno ottenuto lo status di rifugiati e hanno i permessi umanitari in scadenza. Dove andranno?”.

Qui di seguito la testimonianza inviata da un’impiegata del Comune di Castelnuovo di Porto.

*****

Salve. Mi trovo in una situazione incredibile. Lavoro nel Comune di Castelnuovo di Porto, dove c’è il secondo centro rifugiati più grande d’Italia. Martedì 22.01.2019 il Ministero dell’Interno manderà l’esercito (?) a sgomberare il centro rifugiati che si trova nel Comune dove lavoro. Verranno portate via 320 persone.

Sono stati divisi per uomini, donne e bambini... mi ricorda qualcosa...

Nessuno sa che fine faranno, né sindaco né Comune, né i rifugiati stessi. Non hanno voluto dircelo. Non c’è stata nessuna comunicazione. Il tutto è stato organizzato in 24 h. Sappiamo solo che i ragazzi verranno dislocati in altre Regioni, ma non sappiamo dove li ricollocheranno, in quale città, in che tipo di struttura...

I migranti sono stati avvisati solo oggi che domani mattina alle 09:00 verranno portati via, dopo anni di integrazione, e dovranno lasciare i loro alloggi. Molti non hanno nemmeno la valigia. Qui erano stati fatti progetti di integrazione che avevano funzionato benissimo. I bambini dovranno interrompere gli studi (c’è chi era arrivato alle seconda media). Chi aveva trovato lavoro dovrà lasciarlo. Ci sono donne che sono state vittime di ogni sorta di abuso e di violenza e molte hanno un bimbo con sé.

Chi verrà portato via perderà il diritto di difendersi perché l’avvocato è di nomina regionale e cambiando Regione...

Verranno sul tg24 e Rai tre in mattinata. Domani sarà l’unico giorno in cui i riflettori saranno accesi anche su chi non è d’accordo. Stiamo organizzando una marcia silenziosa che partirà alle 17:00 dalla Chiesa di Santa Lucia, Via Tiberina Km 14 (sul navigatore si può mettere piazzale Santa Lucia).

La marcia silenziosa non ha nessun colore politico, NESSUNO. Parteciperà il parroco. Il vescovo è già venuto qui a passare il Natale. Per capirci questo centro è quello dove il Papa si è recato a fare la lavanda dei piedi a Pasqua di qualche anno fa.

Vi sarei grata se qualcuno partecipasse e volesse coinvolgere altri perché sarà l’unica volta in cui avremo l’occasione di comunicare il profondo dolore nel vedere esseri umani trattati come bestie. Ribadisco la marcia sarà silenziosa e senza nessun simbolo distintivo di appartenenza a qualche gruppo.

*****

Il comunicato di Potere al Popolo su quanto sta avvenendo a Castelnuovo di Porto.

*****

CHIAMATELA, SE VOLETE, DEPORTAZIONE.

Da ieri la polizia sta sgomberando il centro di accoglienza di Castelnuovo di Porto (vicino Roma) deportando i migranti che vi risiedevano da tempo.

E’ già scattato il trasferimento dei primi 30 ospiti verso centri della Basilicata e della Campania, altri hanno lasciato la struttura da soli senza sapere dove andare. I titolari di “protezione umanitaria” sono stati allontanati e lasciati per strada, visto che sono possessori di una forma di protezione ormai abolita dal “decreto sicurezza”. Dunque anche chi si trovava precariamente in diritto di stare in questo paese, improvvisamente si ritrova nelle condizione di clandestinità.

Dopo le deportazioni di Riace, il Ministro degli Interni continua ad accanirsi contro le strutture di accoglienza che erano riuscite a funzionare, facendo terra bruciata e buttando i migranti anche in mezzo alla strada per poterli poi additare e criminalizzare come clandestini.

Oggi pomeriggio a Castelnuovo di Porto ci sarà una marcia di solidarietà con i migranti sgomberati e deportati. Potere al Popolo sarà con loro, perché lo Stato non deve lasciare nessuno per strada e, invece di minare ogni possibilità di vita dignitosa per i richiedenti asilo, dovrebbe impegnarsi a combattere la gestione mafiosa del sistema di “accoglienza” valorizzandone le esperienze più avanzate e assicurando i diritti di base (abitazione, cure mediche, corsi di lingua) a tutte e tutti, costruendo un piano di accoglienza diffusa su ogni territorio.

Restiamo Umani.

*****

Aggiornamenti: Rossella Muroni, deputata di Liberi e Uguali questa mattina si è messa davanti a un pullman con a bordo i migranti impedendone l’uscita dal Cara di Castelnuovo di Porto dove oggi sono in corso nuovi trasferimenti in vista della chiusura del centro di accoglienza alle porte di Roma. “Bambini, donne, uomini, vogliamo solo sapere dove vanno e che condizioni troveranno. Restiamo umani per favore”. Si ignora, per ora, se le siano state date o meno delle risposte da parte del ministero degli Interni.

Fonte

23/11/2018

Riace, ovvero “l’utopia della normalità”. Intervista a Tiziana Barillà

In seguito all’arresto di Mimmo Lucano con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ed illeciti nell’affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti, è ripartita una campagna di sostegno e solidarietà nei confronti dell’esperienza di Riace, che da quasi 20 anni rappresenta un modello di accoglienza, integrazione, cooperazione e sviluppo capace di rivitalizzare la dimensione economica e sociale di una comunità minacciata dallo spopolamento. Potere al Popolo ha partecipato in massa alla manifestazione “Riace non si arresta” e in questi mesi ha organizzato numerose iniziative di sostegno per far conoscere la storia, passata e presente, di Riace.

In Francia, dove a seguito della recente Loi Asile-Immigration si sta assistendo a una normalizzazione del discorso xenofobo, a un’istituzionalizzazione del razzismo e a una crescente criminalizzazione degli immigrati sans papiers, l’interesse verso l’esperienza del piccolo comune della Locride ha riacceso il dibattito su questo tema. Una discussione che coinvolge molte realtà politiche organizzate, dai collettivi alle organizzazioni politiche ai partiti della sinistra. Per questo motivo, la settimana scorsa Potere al Popolo Parigi ha organizzato la proiezione di due documentari sul villaggio di Riace, seguita da un dibattito con il gruppo di La France Insoumise Ivry-sur-Seine per discutere e riflettere sul tema dei migranti e dell’immigrazione. Un’iniziativa di confronto tra due gruppi territoriali di base, che ha avuto un grande successo sia in termini di partecipazione che di livello della discussione.

Qualche giorno dopo, sempre a Parigi, in occasione della proiezione del film-documentario “Un paese di Calabria” (Shu Aiello e Catherine Catella, 2016), abbiamo incontrato Tiziana Barillà, giornalista ed autrice del libro “Mimì Capatosta. Mimmo Lucano e il modello Riace” (Fandango Libri, 2017). A partire da questa discussione, abbiamo deciso di realizzare una breve intervista in cui Tiziana Barillà ci racconta l’esperienza del modello Riace.

*****

Potresti spiegarci a parole tue il concetto di ‘utopia della normalità’ con cui lo stesso Mimmo Lucano definisce la realtà che ha costruito nel comune di Riace dal 1998 ad oggi?

Noi oggi conosciamo Riace, tutti vogliono conoscerla, perché la ritengono straordinaria. In realtà, l’utopia raggiunta da Riace è esattamente “l’utopia della normalità”. La contraddizione oggi è che Riace sta diventando famosa nel mondo per l’aspetto più ‘normale’, quello dell’accoglienza, che non è normale solo in Calabria dove c’è una cultura dell’accoglienza, ma è normale per gli esseri umani. L’incontro fra muoversi ed incontrarsi è quanto di più umano e normale ci sia! Per cui, la parola ‘utopia’ richiama l’utopia sociale che comunque è stata sempre il motore dei vent’anni di percorso politico a Riace; ‘della normalità’ serve a sottolineare che non c’è nulla di straordinario in quello che si fa a Riace. Tutto ciò è diventato straordinario perché tutto il resto è diventato xenofobo e razzista, quindi chiamiamo ‘straordinario’ quel che è un moto dell’anima.

Quel che dici si ricollega alla mia seconda domanda. Quale pensi possa essere la forza di Riace oggi nello scenario italiano ed europeo, colmo di razzismo e xenofobia a cui assistiamo quotidianamente? Come pensi possa essere d’aiuto l’esempio di Riace in questo momento?

Prima faccio una parentesi provocatoria. L’attacco durissimo e spropositato su Riace in realtà ha impedito che quell’esperienza venisse lentamente uccisa; ha permesso di alimentare quella solidarietà internazionale che Riace ha da diversi anni, ma che oggi è pronta a finanziare in maniera autonoma questa esperienza. Per cui, la forza di Riace è indubbiamente questa: quella di potersi permettere di tornare alle origini, e quindi fare accoglienza spontanea, autogestita ed autonoma (senza fondi pubblici, né europei né dello Stato) e di dirsi pronta a farlo perché può contare su una rete di solidarietà internazionale grandissima. Il dato di oggi è di 355.600€ e questa è una raccolta fatta in bassissimo profilo: il grosso di quella cifra è stato raggiunto in poche settimane nel corso di quest’estate, poi la cosa si è un po’ spenta per ovvi motivi, e adesso è ripartita. Quindi la forza di Riace è questa. Invece, la forza per l’Europa dipende da noi: se Riace può essere un’eccezione, dove noi ci mettiamo in pace la coscienza mandando dei soldi o sostenendola facendola conoscere, oppure può essere un esempio, un’avanguardia... e a quel punto bisognerebbe fare ognuno a casa sua quello che stanno facendo a Riace. La forza dell’esempio è la forza di Riace.

Spesso si parla quasi esclusivamente di accoglienza, caratterizzata come ‘degna’, senza discutere di un processo di integrazione e cooperazione. Riace in questo senso rappresenta un rilancio di una comunità dal punto di vista economico e sociale. Qual è il tuo punto di vista a riguardo?

Ti rispondo con le parole di Ada Colau, perchè non ne conosco di migliori. Lei, in modo netto, ha più volte detto che non abbiamo la scelta tra accogliere e non accogliere. L’unica scelta che abbiamo è tra accogliere bene ed accogliere male, e quello che fa Riace è accogliere bene. Quello che farà il resto d’Italia soprattutto a partire dal 23 novembre (quando verrà approvato il decreto Salvini) sarà accogliere male per legge. Riace è un’esperienza importante per quello che dici tu, ma non è un modello cucito esclusivamente sui rifugiati, sui beneficiari o sui migranti: è un modello universale che vale per tutta la comunità. L’arrivo di nuova umanità a Riace, che si stava spopolando, ha significato nuova cittadinanza in quel paese... quindi, l’integrazione non è altro che un pezzo di costruzione di comunità. Tutto questo, però, è possibile con quella che in Italia si chiama l’accoglienza ‘diffusa’ che oggi viene letteralmente messa al bando. Dunque, ci troviamo di fronte due possibilità, per riprendere Ada Colau: puoi fare l’accoglienza ‘parcheggio’ o puoi fare un’accoglienza di innesto dentro una comunità. I fondi pubblici, in quel caso, potrebbero rappresentare un investimento per l’intera comunità, soprattutto per le comunità completamente spopolate, dove non mancano soltanto gli abitanti all’interno delle case ma manca proprio la vita. Quindi queste persone possono trovare pace e riportare vita.

Di recente, alcuni esponenti politici della sinistra francese, tra cui Bénédicte Monville e Clémentine Autain de La France Insoumise, sono andati in delegazione a Riace per portare il loro sostegno ed incontrare Mimmo Lucano. Pensi che in questo modo sia possibile far conoscere l’esperienza di Riace e lanciare una campagna di solidarietà internazionale? Inoltre, pensi che il sostegno nazionale ed internazionale, economico e politico, che Riace sta ricevendo, abbia prodotto dei risultati concreti?

Secondo me, sì. Ultimamente ci siamo presi una bruttissima abitudine, che è quella di denigrarci tra di noi. In realtà, tutto è utile! Il ‘benaltrismo’ ha ucciso tutto in Europa, in questo momento. Per cui, se esiste un partito, quel partito fa la delegazione; se esiste un giornalista, il giornalista scrive; se esiste un attivista, fa l’attivista; se esiste un’organizzazione che ha un conto in banca, fa la raccolta fondi. Tutto ha pari dignità ed è tutto utile per Riace. È importantissimo capirlo, perché altrimenti ognuno si dirà che l’altro fa meno o fa qualcosa che serve meno o che non serve addirittura a nulla: ognuno fa la sua parte. Riace penso sia l’occasione per ricostruire un tessuto anche di relazione, non soltanto in quel territorio ma anche fra di noi. In quel frammento di terra del sud dell’Italia c’è un laboratorio politico da vent’anni, c’è più di un buon sistema di accoglienza. A Riace capitano cose incredibili! Capitano persone che magari fuori da quel paese farebbero finta di non vedersi, mentre lì si siedono ad un tavolo e discutono: questo è il grande laboratorio politico di Riace.

A cura di Giada Pistilli e Andrea Mencarelli (Potere al Popolo Parigi)

Fonte

03/10/2018

Solidarietà a Mimmo Lucano dall’Italia intera


Da moltissime città d’Italia, tra ieri e oggi, è arrivata la solidarietà al sindaco di Riace, ai domiciliari dal 3 ottobre per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, o per meglio dire, di favoreggiamento all’integrazione. Una sentenza che ha dell’incredibile in un Paese che ha sempre più dell’incredibile, quando si parla di solidarietà e democrazia.

Centinaia di manifestanti, dai movimenti alle associazioni politiche e sociali, si sono trovate in presidio ieri davanti alle prefetture delle principali città italiane, da Padova a Torino, da Milano a Napoli passando per Bologna e Roma, e molte, molte altre realtà dove la notizia dell’arresto di Mimmo Lucano ha destato sdegno, inquietudine, vergogna e rabbia.

Mimmo Lucano, che ha guidato Riace per tre mandati, è diventato sindaco per la prima volta nel 2004. Da allora e fino ad oggi, il suo modello accogliente, chiamato “modello Riace”, si basa su un’inversione di prospettiva. Mimmo Lucano è riuscito a coniugare la sfida dell’ospitalità con la rinascita del paese. Grazie ai migranti, il paese ha lottato contro lo spopolamento recuperando case abbandonate e salvando vecchi mestieri e unendo italiani e stranieri attraverso il lavoro e lo scambio di conoscenze e maestranze.

Il modello di integrazione messo in atto dal sindaco di Riace è diventato un ostacolo per Salvini e per la sua propaganda che di giorno in giorno alimenta la paura tra la popolazione italiana, e alimenta lo scontro tra italiani e stranieri. È per questo che Mimmo Lucano è stato arrestato.

“Non abbiamo paura del ministro della paura Matteo Salvini, resisteremo con determinazione perché difendere l’esperienza di Riace significa difendere la solidarietà in tutti gli ambiti della vita sociale”. In tutte le piazze, la voce dei manifestanti non si è indebolita e si è potuto vedere un popolo solidale fatto di tanti e tante, italiani e rifugiati, organizzati o non, sindacati di base, partiti politici e movimenti.

A turno di fronte alle prefetture, gli interventi hanno ripercorso l’ascesa del razzismo dall’avvento del nuovo governo, l’abuso di potere di Salvini, il maltrattamento dei richiedenti asilo da parte di operatori di centri come l’ex base militare di Cona mentre denunciano ad alta voce la forte complicità e il coinvolgimento delle autorità.

Questo sabato, a Riace, ci sarà una nuova potente dimostrazione di forza da parte di quell’Italia solidale con il sindaco di Riace, convinta ancora che il sistema di accoglienza debba e possa essere cambiato, che la soluzione non sia quella di chiudere i confini ma fermare le invasioni barbariche fuori e dentro l’Unione Europea, e che la solidarietà umana e sociale possa e debba ancora essere alla base dello sviluppo di un paese come il nostro.

Fonte

06/06/2018

Salvini e Lucano

Ricordate il film «Johnnny Stecchino», commedia dove Benigni è il sosia di un padrino della mafia? L’autista che viene a prenderlo all’aeroporto di Palermo gli dice con aria cospirativa che «la città è bellissima ma ha un grave problema... il traffico»!

L’esilarante gag viene in mente quando il neo-ministro di Polizia afferma che il problema della Locride è... Mimmo Lucano, sindaco di Riace. «Uno zero», secondo Matteo Salvini, ex studente che non è mai riuscito a conseguire una laurea, come il suo collega vice-presidente del Consiglio Luigi Di Maio. Eppure lo zero Lucano, non certo Matteo Salvini da Milano (Padania), è stato inserito dalla rivista americana Forbes in una sorta di classifica, stilata ogni anno, delle 50 persone più influenti del mondo... Del resto, basta andare a Riace ed ascoltare l’opinione dei paesani, calabresi e africani, asiatici o di altra provenienza per capire cosa valga.

Eppure Lucano e i profughi che accoglie nel suo paesino calabrese sono una vera rendita per un personaggio passato, in vent’anni di «carriera», dal parlamento della «Padania» al Viminale, trasformando un partito moribondo in uno sovranista, islamofobo, anti-Rom, anti-UE e, naturalmente, feroce avversario dei rifugiati che sbarcano nel Mezzogiorno dal 2007. E’ Salvini a dichiararsi favorevole a carrozze separate per i “veri” milanesi nella capitale lombarda, ad opporsi all’unione civile, a definire l’euro «un crimine contro l’umanità».

Protagonista di una campagna elettorale infinita, il 45enne lombardo promette di tagliare «5 miliardi di fondi per gli immigrati», ignorando o fingendo di ignorare che i miliardi sono 3, quasi tutti di provenienza UE. Mentre i migranti annegano nel Mediterraneo, lui definisce «vicescafisti nei porti» i militanti delle Ong che porgono il braccio a donne, uomini e bambini in balia delle onde. Il «popolo» lo acclama. Quel «popolo» che esclama, quando un giovane maliano viene assassinato a San Ferdinando di Rosarno: «Uno di meno».

Noi stiamo con un’altra Italia, quella di «Mimmo il curdo», che risponde così: «È vero che appartengo alla classe degli ultimi praticamente zero e che in tutti questi anni abbiamo unito le nostre debolezze con tanti altri disperati di ogni parte del mondo» e «Abbiamo condiviso un sogno di una nuova umanità libera dalle mafie dal razzismo dal fascismo e da tutte le ingiustizie».

Fonte

14/01/2018

Come l’Europa si è costruita la sua pira funeraria, e poi ci è saltata sopra

La riflessione seguente presenta spunti interessanti ma per ragionarci sopra - a siistra - è necessario depurarla dai toni rossobruni che la pervadono da capo a coda e contestualizzarla all'interno degli sviluppi del modo di produzione capitalista.

Se non si eseguire una simile operazione, il testo si rivela funzionale solo per le campagne xenofobe dei reazionari, e per puttanate complottiste come il "capitalismo sostituzionista" (...) che finiscono costantemente per fomentare la guerra tra poveri.

*****

Una documentata riflessione denuncia il disastro sociale a cui stanno conducendo l’Europa le élite globaliste. Puntando su un assurdo senso di colpa per le azioni passate, queste impongono agli europei un’immigrazione incontrollata di persone che spesso non si integrano nel nuovo tessuto sociale, ma anzi ne fanno terra di lotta e conquista. Questa immigrazione artificialmente imposta (perché dovuta perlopiù a guerre e miserie provocate dagli uomini) è stata prima dipinta come indispensabile, poi come piacevole, quindi inevitabile e infine come fatto compiuto. La conseguente rabbia delle popolazioni autoctone sta inevitabilmente montando e, visti i precedenti storici, non potrà che concludersi con una catastrofe sociale.

Di Robert W. Merry, 8 gennaio 2018

Immigrazione di massa, senso di colpa e un continente sull’orlo della catastrofe sociale

Il principale problema della nostra epoca non è la spinta nordcoreana allo sviluppo di missili nucleari a lungo raggio. Non è nemmeno la minaccia all’Europa rappresentata dalla Russia o la minaccia al dominio americano sull’Asia rappresentata dalla potenza marittima cinese. Non è neppure la crescente influenza dell’Iran sul Medio Oriente, e nemmeno l’attuale indagine sul coinvolgimento russo nelle elezioni USA e la possibile “collusione” con la campagna di Trump.

No, il problema che definisce la nostra epoca è l’immigrazione di massa nelle nazioni occidentali. Il crescente influsso minaccia di rimodellare queste nazioni e travolgere la loro identità culturale. Questo è il tema che ha giocato il ruolo più importante nell’elezione di Donald Trump. Che ha spinto il voto sulla Brexit. Che sta intorbidendo il continente europeo, creando tensioni all’interno dell’UE ed erigendo una netta separazione tra le élite di queste nazioni e la loro popolazione.

Il campo di battaglia principale nella guerra dell’immigrazione è infatti l’Europa. Che ha accolto uno stillicidio di immigrati nell’era successiva alla guerra a causa della mancanza di manodopera. Ma negli anni lo stillicidio è divenuto un flusso, poi un fiume crescente, e infine una piena – al punto che gli uomini di etnia britannica sono ormai una minoranza nella loro stessa capitale, i flussi di immigrati in Germania sono passati da 49.589 nel 2010 a 1,5 milioni nel 2015 e l’Italia, uno dei principali punti di sbarco, ha ricevuto per un certo periodo flussi di 6.500 arrivi in media al giorno.

Nel frattempo, le élite europee festeggiavano, e imponevano una sorta di regime di costrizione del pensiero nei confronti di chi sollevava dubbi a riguardo. L’immigrazione è stata inizialmente osannata come un beneficio economico, poi come un necessario correttivo per una popolazione in via di invecchiamento; quindi come una maniera di vivacizzare la società attraverso la “diversità”; e infine come un fatto compiuto, un’onda portata dall’inarrestabile processo di globalizzazione. Inoltre, sostenevano le élite, i nuovi arrivati sarebbero stati assimilati alla cultura europea, prima o poi, quindi qual era il problema? Nel frattempo, i sondaggi di opinione pubblica nei decenni mostravano che una grande maggioranza degli europei aveva forti perplessità su questi cambiamenti.

Il giornalista e scrittore britannico Douglas Murray scrive che “dopo che era stato promesso loro per tutta la loro vita che i cambiamenti erano temporanei, che i cambiamenti non erano reali, o che i cambiamenti non significavano nulla, gli Europei hanno scoperto che, nel corso della loro vita, sarebbero diventati minoranze all’interno dei loro stessi paesi”.

Murray, condirettore dello Spectator di Londra, è l’autore di un breve testo che esplora questo fenomeno. È intitolato “La strana morte dell’Europa: immigrazione, identità, islam” ed è stato pubblicato sei mesi fa da Bloomsbury. I toni sono misurati, ma inflessibili. Il quadro del futuro europeo che dipinge è desolante.

Uno dei temi centrali del libro, supportato da episodi reali e abbondante documentazione, è che gli immigrati musulmani non si sono affatto assimilati in maniera significativa nei paesi europei ospitanti. Infatti esiste un senso crescente tra molti dei nuovi arrivati che questi non siano affatto paesi ospitanti, bensì soltanto terre di conquista per l’inesorabile espansione dell’Islam. Un rifugiato diciottenne siriano che vive in Germania, Aras Bacho, ha scritto su Der Freitag e sull’Huffinghton Post tedesco riflettendo questo atteggiamento: sostiene che gli immigrati in Germania ne “hanno le scatole piene” dei tedeschi “arrabbiati” – descritti come “razzisti senza lavoro” – che “insultano e agitano”. E ha aggiunto che “noi rifugiati... non vogliamo vivere con voi nello stesso paese. Potete, e penso che dovreste, lasciare la Germania. Se non vi trovate bene in Germania, perché ci vivete? Cercatevi una nuova casa”.

Considerate anche l’importanza di questo dato: nel 2015 erano più i musulmani inglesi che combattevano per l’ISIS che quelli che combattevano per le forze armate britanniche. La volontà di molti europei musulmani di mantenere la propria cultura, sopraffacendo quella europea, non viene affatto tenuta nascosta. Durante una visita a Colonia nel 2008, l’allora primo ministro turco (poi divenuto presidente) Recep Tayyip Erdogan disse a una folla di 20.000 turchi residenti in Germania, Belgio, Francia e Olanda che l’assimilazione in Europa avrebbe costituito un “crimine contro l’umanità”. Aggiungendo che “capisco molto bene che voi siate contrari all’assimilazione. Nessuno può aspettarsi che voi vi assimiliate”. E, ancora, incoraggiò i cinque milioni di turchi residenti in Europa a esercitare un’influenza politica attraverso i mezzi democratici, al fine di utilizzare un “elemento costituzionale” per trasformare il continente.

Leggendo il libro di Murray, si capisce perché egli definisca l’atteggiamento dell’Europa come “strano”. L’abbraccio del continente alla sua morte culturale è infatti un’aberrazione storica. Le civiltà normalmente combattono per preservare la propria cultura, si uniscono per espellere gli invasori, rispettano le loro identità e gli elementi fondamentali della loro eredità culturale. Ma l’occidente è oggi impegnato in una strana forma generalizzata e progressiva di suicidio culturale. Murray la definisce la “tirannia del senso di colpa” e la identifica come una “patologia”. Il concetto di senso di colpa storico, scrive Murray, significa che l’eredità della colpa può ricadere sulle generazioni successive – proprio come gli stessi europei hanno ritenuto per generazioni gli ebrei responsabili della morte di Cristo. Alla fine questo concetto venne considerato ripugnante, e lo stesso Papa nel 1965 rimosse formalmente questo fardello storico.

Ma oggi questo concetto è tornato nell’Europa suicida, dove le persone lo applicano a se stesse. Un fatto davvero strano, in termini storici. Murray spiega le motivazioni di chi si cimenta in questi voli astratti di indignazione morale in questo modo: “Anziché ritenersi persone responsabili di sé e che rispondono a quelli che conoscono, si trasformano in auto-proclamati rappresentanti dei vivi e dei morti, che portano sulle spalle una storia terribile così come sono i potenziali redentori dell’umanità. In questo modo si passa dall’essere nessuno a essere qualcuno”.

E così succede che l’Occidente viene identificato, persino dagli occidentali, come una civiltà particolarmente brutale, dura, sfruttatrice e crudele, in un mare storico di vicini relativamente illuminati, sobri e benevoli. Ma naturalmente questa visione non ha alcuna base storica. Consideriamo gli ottomani, che hanno costruito un impero potente e in espansione attraverso politiche e programmi che prevedevano maggiore brutalità e durezza di quanto abbiano mai mostrato gli occidentali. Nei Balcani strappavano i ragazzini dalle braccia dei loro genitori per indottrinarli all’Islam e impiegarli come guerrieri di élite da utilizzare contro la loro stessa gente. Praticavano discriminazioni contro i non musulmani imponendo loro tasse più onerose – o con la morte per coloro che rifiutavano di pagarle. Impiegarono ogni strumento di dominio nella loro spinta a conquistare ampi territori, inclusa l’Europa (e furono fermati in due occasioni alle porte di Vienna, quando l’Europa considerava se stessa una civiltà degna di essere salvata).

Eppure nessuno suggerisce che gli odierni turchi siano responsabili dei crimini o degli abusi dell’era ottomana o che la Turchia sia una nazione illegittima, che merita di essere distrutta dall’arrivo di esterni. Di certo non esiste alcun filone di pensiero all’interno della società turca stessa che punti a diffondere una simile sensibilità o un simile sentimento di senso di colpa ed espiazione. E nessuno pensa che l’attuale Cina, o i cinesi, dovrebbero vergognarsi dei 40 milioni circa di persone uccise direttamente dall’azione e dalle brutali politiche dei leader cinesi dopo l’affermazione del leader comunista Mao Zedong. In realtà, oggi i cinesi si considerano vittime di forze esterne del passato e dedicano davvero poca attenzione alle gravi angherie perpetrate dai loro ex leader. Gli Aztechi messicani uccidevano persone e ne mangiavano la loro carne in sacrifici religiosi rituali, ma nessuno ritiene che gli attuali messicani debbano per questo perdere il loro rango come nazione.

Invece in Occidente imperversa l’auto-elevazione attraverso l’auto-annientamento culturale. Questo accade a prezzo di un declino dell’autocoscienza occidentale. Murray scrive che “l’Europa ha perso la fede nelle sue credenze, nelle sue tradizioni e nella sua legittimità”. Abbandonando la religione cristiana con studiata convinzione – scrive – gli europei l’hanno sostituita con l’idea del progresso – un concetto laico che richiede, come nota l’intellettuale britannico John Gray, tanta fede quanta ne richiede una qualsiasi religione. Murray, come Gray, respinge il concetto che l’umanità sia su una traiettoria di costante miglioramento, illustrata dal liberalismo occidentale. Ma questo potente schema mentale lotta contro ogni senso di autopreservazione intellettuale all’interno di molti europei (e americani).

Gli europei in generale potrebbero non aver pensato granché alla validità o meno dell’idea di progresso. Ma hanno coltivato per decenni crescenti preoccupazioni riguardo alla trasformazione dei loro paesi, riguardo a un’Europa che diventava la casa del mondo mentre ogni altra civiltà e paese rimaneva solo la casa dei propri popoli. Murray cita molti sondaggi, a cominciare dal primo dopoguerra, che mostrano una percentuale tra il 60 e l’80% degli europei contrari ai trend dell’immigrazione. Ma i trend si sono comunque rivelati inalterabili.

Come è potuto accadere? Murray dipinge un ritratto delle élite europee, all’apparenza globaliste e sprezzanti del nazionalismo e dell’eredità culturale occidentale, che calpestano la volontà popolare nella loro determinazione a trasformare l’Europa. Il primo ministro svedese nel 2006 ha rappresentato bene l’opinione di molte élite europee quando ha detto che “solo la barbarie è davvero svedese. Ogni successivo progresso ci è stato portato dall’esterno”.

Quindi i leader europei, per rispondere ai sentimenti popolari, hanno iniziato a parlare duramente dell’immigrazione a partire dal 2000 circa – mentre comunque non facevano nulla per fermare la marea. Murray parla di un “trucco elettorale” per ammansire elettori sempre più agitati. In contemporanea le élite al governo, nei think tank e nei media hanno dato il via a una campagna di denigrazione contro chiunque osasse porre domande riguardo alle conseguenze di tutto ciò. Epiteti come “razzisti” e “islamofobi” sono stati distribuiti generosamente. C’è chi ha perso il lavoro, e chi ha resistito è stato confinato nel regno delle idee, quando alcuni ribelli hanno mostrato l’ardire di mettere in dubbio la narrazione mainstream.

Murray descrive così un congresso di professori universitari in Germania, convocato per discutere le relazioni dell’Europa con il Medio Oriente e il Nord Africa: “Divenne presto chiaro che non sarebbe stato possibile apprendere nulla, perché non si poteva dire nulla”, racconta, aggiungendo che “parole pertinenti venivano immediatamente segnalate e contestate”. Esempi di queste parole erano “nazione”, “storia” e – la madre del politicamente scorretto – “cultura”, riguardo alla quale la maggior parte dei partecipanti riteneva avesse “troppe diverse connotazioni e troppa discordia riguardo al suo uso per poterla adoperare”.

Murray riassume così: “E così gli Europei vengono accusati per quello che sta loro succedendo, viene loro negato ogni legittimo modo di obiettare, e il punto di vista della maggioranza viene dipinto non solo come pericoloso, ma anche marginale”.

Tutto questo non può finire bene. Come dice Murray “ogni giorno il continente europeo non solo sta cambiando, ma sta anche perdendo la possibilità di un aggiustamento graduale in risposta al cambiamento”. Forse la maggioranza rinuncerà semplicemente alla propria opinione per sposare quella delle élite globaliste, basata sulla loro fede nel trionfo finale dell’ethos liberale e sul loro odio dei confini nazionali. Ma forse no. Potrebbe attenderci una potente reazione. Prevale la sensazione, scrive Murray, “che l’Europa è a poco più che a un attacco terroristico di distanza dal cambiare completamente le regole del gioco. E a quel punto gli europei potrebbero eleggere più o meno chiunque come loro arbitro”.

L’America non è ancora arrivata al livello dell’Europa per quanto riguarda il problema dell’immigrazione. Ma, se consideriamo la stima di 11 milioni di immigrati illegali nel paese e la stessa direzione delle élite che domina il dibattito, anche gli Stati Uniti arriveranno alla fine a un analogo punto di crisi, a meno che gli attuali trend non vengano modificati o capovolti. Vale la pena sottolineare che la percentuale di Americani nata fuori dal paese è vicina al record storico del 14% – come avvenne negli anni ’20, l’ultima volta in cui il paese ridusse sia il numero degli immigrati, sia le nazioni da cui essi potevano arrivare. Ecco quello che potrebbe esserci sotto l’elezione di Trump.

Ma l’Europa rimane una lezione bruciante per chiunque voglia seguirla con attenzione. Murray, dopo aver esaminato la direzione delle politiche applicate, il montare di una rabbia sempre più grande rivolta a queste politiche, e il disprezzo mostrato verso coloro che le contestano, conclude: “Dire che nel lungo periodo questa situazione preannuncia una catastrofe sociale è un eufemismo “.

Fonte

25/12/2016

Terrorismo, perché l’Italia finora non è stata colpita

È un’area di non operatività militare che garantisce attività di sostegno. Come Berlino Est negli Anni 80. L’esperto Tassinari a L43: «Daesh ci risparmia per convenienza, l’impegno in Medio Oriente non c’entra».

Marco Todarello – tratto da http://www.lettera43.it

Quando toccherà all’Italia? Se lo chiedono in tanti, in questi giorni di feste svuotate di senso, mentre l’Europa torna a piangere morti innocenti e a Milano sembra aver trovato il suo epilogo la vicenda dell’attacco ai mercatini di Natale di Berlino, con l’uccisione del killer Anis Amri nel corso di una sparatoria con la polizia. Ancora veglie al lume di candela, bandiere a mezz’asta, rabbia e dolore. Di nuovo la Germania, dopo il Belgio e la Francia, altro sangue che si aggiunge a quello che da sempre scorre a Sud e a Est del Mediterraneo. «Perché l’Italia è rimasta fuori dall’orrore?» ci si chiede con paura, ma anche con speranza. «Il nostro Paese è il più facile punto di accesso dal Sud al Nord del Mediterraneo e una destabilizzazione qui non conviene ai terroristi», spiega a Lettera43.it Ugo Maria Tassinari, giornalista e scrittore esperto di terrorismo, «che non sono degli sprovveduti, ma soldati di un progetto politico-militare molto serio».

DOMANDA. Perché ci tiene a sottolinearlo?
RISPOSTA. Perché capita ancora di sentire o leggere dei terroristi di Daesh come di dilettanti invasati che si fanno saltare in aria a comando. E preferisco parlare di Daesh, e non di Isis, proprio perché credo che nella loro strategia l’aspetto politico sia più importante di quello religioso.

D. In che senso?
R. Dietro i martiri ci sono dei leader con un pensiero e una strategia, strateghi militari ed esperti di comunicazione. E la scelta di non attaccare l’Italia non è casuale.

D. Si spieghi meglio.
R. L’Italia è un retroterra non operativo sul piano militare ma funzionale alle missioni da compiere. Il terrorista di Nizza era stato in Italia pochi giorni prima, così come il tunisino probabile autore della strage di Berlino è stato in carcere da noi. E mi pare evidente che per sequestrare un camionista che parte dall’Italia occorre una segnalazione e quindi una base, una rete di persone di supporto. Per alcuni aspetti il nostro Paese può essere definito un “santuario del terrorismo”.

D. Che cos’è un santuario del terrorismo?
R. Un’area di non operatività militare in cui c’è una base forte che garantisce le attività di sostegno e sussistenza delle azioni terroristiche. Anche Berlino Est, ad esempio, è stata un santuario: negli Anni 80, i terroristi della Raf che volevano abbandonare la lotta armata nelle città dell’Ovest venivano ospitati nella Berlino sovietica da agenti della Stasi.

D. Che tipo di sostegno? Anche armi?
R. Ci sono tanti modi per aiutare un’organizzazione militare. Ad esempio è accertato che in passato gruppi armati islamici hanno usato l’Italia come base logistica per la falsificazione di documenti, un’attività fondamentale per la guerriglia. Nei primi Anni 90, quando in Algeria esplose la guerra civile, Napoli era il centro di queste falsificazioni.

D. Oggi però non ci sono collegamenti diretti accertati tra l’Italia e gli attentati dell’Isis.
R. No, però abbiamo una memoria storica che ci può aiutare. Negli Anni 70, per almeno un decennio i gruppi terroristici italiani si sono riforniti dai palestinesi, e a loro volta i palestinesi avevano basi logistiche in Italia che erano sostanzialmente impunite. Nel 1973, dopo l’attento palestinese a Fiumicino, il colonnello Stefano Giovannone – ufficiale del Sismi molto vicino ad Aldo Moro – si accordò con i palestinesi: in cambio dell’uso del territorio per le basi, non avrebbero più compiuto attentati in Italia.

D. Non crede dunque alla spiegazione che sentiamo ripetere: l’Isis ci risparmia perché l’Italia non è impegnata militarmente in Medio Oriente.
R. Nemmeno la Germania lo è. Mi sembra più interessante la differenza tra gli attentati in Germania e quelli in Francia e Belgio e ai diversi modi di reclutamento collegati.

D. Quali?
R. La generazione degli attentatori di Charlie Hebdo, Bataclan e Bruxelles è figlia delle rivolte nelle banlieue parigine del 2005. Si tratta di magrebini di seconda e terza generazione, per lo più emarginati, piccoli criminali poi radicalizzatisi in carcere. Lì sono diventati jihadisti, sono stati reclutati e addestrati nei territori occupati da Daesh, prima di rientrare in Europa per colpire.

D. E in Germania?
R. Tutti gli attentatori che abbiamo visto in Germania sono invece lupi solitari che rispondono a logica della chiamata al momento. Nei quattro casi dell’estate scorsa – il pachistano a Wuerzburg, il tedesco-iraniano a Monaco, i due siriani ad Ansbach e Reutlingen – erano male organizzati e a volte male armati ma comunque disposti al martirio con ogni mezzo.

D. L’attentato di Berlino segna un cambio di passo?
R. Dal punto di vista militare è un’azione di impatto minimo, ma il valore simbolico è altissimo: hanno colpito un luogo simbolo della tradizione occidentale e della cristianità proprio nella settimana di Natale.

D. I servizi segreti italiani vengono spesso citati come modello di lotta al terrorismo dopo la sfida degli Anni di piombo. Quel modello vale ancora oggi?
R. È innegabile che una certa azione di contenimento c’è stata, ma abbiamo commesso anche alcune gaffe grossolane, come l’arresto a Milano di Abdel Maijd Touil, accusato dell’attentato del Museo del Bardo a Tunisi. La difficoltà comunque è oggettiva, lo vediamo da come servizi più efficienti dei nostri fanno fatica proprio a causa della liquidità di questo tipo di terrorismo.

D. Le tecniche dell’anti-terrorismo di ieri sono valide ancora oggi?
R. Non esattamente. Il modello classico dell’anti-terrorismo prescriveva il presidio di luoghi fisici sensibili come caserme, sedi di partiti e istituzioni e la scorta alle persone a rischio. Oggi è cambiato tutto e la potenza di Daesh è proprio questa: qualsiasi luogo o persona può essere un bersaglio e quindi diventa impossibile ogni attività di prevenzione.

D. Dunque come si fa?
R. Con l’infiltrazione tra i militanti. Con le intercettazioni e il monitoraggio.

D. È solo una questione di polizia e di intelligence?
R. Non si può parlare di terrorismo, con tutte le sue specificità, se non si tiene conto di di uno scenario di fondo che ha due aspetti: da un lato la catastrofe demografica, con questa migrazione biblica di popoli che scappano dalla miseria e dalla guerra, e dall’altra la crisi del modello integrazionista delle civiltà occidentali. Un modello che è fallito in seguito al crollo delle politiche di welfare e stato sociale e che su queste si era basato per 40 anni, dalla decolonizzazione in poi. Anche l’integrazione deve essere ripensata.

23 dicembre 2016

Fonte

22/11/2016

Livorno, la questione bianca

In pochi giorni, tra la trasmissione di Rai 2 che ha trattato l’occupazione del palazzo Maurogordato e l’iniziativa sulle mutazioni di Livorno alla Goldonetta, emerge un tema ben chiaro da affrontare per i prossimi anni. Quello che, per comodità di esposizione chiamiamo la questione bianca. Che cosa vogliamo dire? Ad occhio stiamo parlando della brutale doppia convergenza nelle dinamiche di crisi sia delle classi medie che di quelle subalterne, entrambe native, del nostro territorio.

La crisi di Livorno, gestita per un ventennio, seria da un decennio, drammatica da un lustro, ha portato ad una vera e propria spoliazione delle risorse, e persino delle capacità di relazione sociale, sia dei ceti medi sia delle classi subalterne. Il fatto che la crisi sia così generalizzata – e si rilevi da indicatori molto diversi dall’emigrazione qualificata al tasso di sfratti – comporta una pericolosa erosione della spina dorsale della città. Pericolosa sul piano sociale ed economico. Certo i ceti dirigenti, dagli anni ’90, hanno imparato ad impermeabilizzarsi alle crisi del territorio, per cui quando quest’ultimo cedeva i ceti dirigenti rimanevano in piedi, ma nessun processo, come abbiamo visto nel 2014, esiste per sempre. Tanto meno se la crisi radicale diventa crisi radicale permanente. Chiamiamo il risvolto sociale di questi fenomeni questione bianca. Perché riguarda i nativi, il grosso della città, bianchi residenti anche da generazioni. Ma la chiamiamo così anche perché l’importazione di categorie di lettura dal mondo angloamericano l’ha resa così.

Un esempio? La lettura automatica di parti significative di società in minorities (neri, arabi, gay, donne, subculture metropolitane etc.) e communities (il risvolto territoriale di queste minorities, a volte letto con romanticismo sociologico). Concezioni da tardi anni '70 della sociologia britannica, gratta gratta. Concezioni che trovavano però un punto cardine: il grosso della società, che faceva perno su una classe media solida e su una classe operaia dei diritti garantiti, teneva nonostante le già forti trasformazioni del decennio pre-Thatcher. Insomma una infrastruttura sociale forte, secondo questa concezione, e le minorities da studiare e integrare. Tutto questo lessico, ampiamente americanizzato prima e italianizzato poi, è stato importato nel nostro paese. Sempre nella presunzione, alla quale non è estranea molta sociologia cattolica, che il grosso della società dovesse farsi carico degli “ultimi” poi anglicizzati in tante categorie multicolore da una sinistra che ha perso il senso storico della distanza dalla chiesa (salvo i gay, indigeribili per le autorità ecclesiastiche romane). Il problema è che, dal punto di vista del carico di responsabilità sociali, il grosso (ceti medi e ceti subalterni) oggi non solo non sa raccogliere questo messaggio ma, soprattutto, non è in grado di sopportare questo peso. E’ a livello di isteria, in termini di psicologia collettiva, e di forte depauperamento di risorse, in termini economici. Tanto da rendere difficile una solidarietà sociale, così come pensata in termini di origine cattolica (la società che si fa carico degli ultimi, anglicizzati in minorities nel lessico di sinistra).

Livorno nel corso dei decenni, anche per la pigra natura concertativa dei suoi servizi sociali, ha sempre adottato questa impostazione, viste anche le ristrutturazioni amministrative che l’hanno attraversata: cattolicesimo degli esclusi e anglicismo delle minorities l’hanno fatta sempre da padroni nell’impostazione delle politiche sociali. Il punto è che, a livello locale come nazionale, si presupponeva che si dovesse intervenire sugli esclusi, o le minorities, e che il grosso della società tenesse. Dopo anni di crisi, il grosso non ha tenuto o, se si preferisce, tiene sempre di meno. Infatti esclusi e inclusi, minorities e bianchi si guardano in cagnesco perché si vedono come concorrenti, in uno spazio di assistenza e di diritti, che è sempre più ristretto.

Oggi infatti la crisi è così forte, nonostante le statistiche fantasiose del presidente del consiglio, che, sui territori, non solo gli esclusi non si sono mai veramente inclusi, ma anche gli inclusi stanno raggiungendo rapidamente la stessa condizione sociale degli esclusi. Livorno è una rappresentazione plastica di come l’ex infrastruttura sociale di un territorio, bianca, stia rapidamente arrivando al livello delle stesse minorities che dovrebbe aiutare a emancipare. La questione bianca, in questi termini, si poteva intravedere dieci anni fa e diviene palese oggi. Nella crisi più radicale, non solo economica quindi, delle forze politiche municipali non dal dopoguerra ma da sempre. E, viene da dire, la questione bianca l’hanno capita anche i neri. Infatti, chi può fugge, viste le condizioni di Livorno. L’hanno capita tutti meno la sinistra che recita ancora linguaggi, e proposte, anni ’90. Che, inascoltati, non servono a tutelare i neri e trovano la crescente, non indifferenza, ma ostilità dei bianchi.

E’ evidente che l’amministrazione attuale non ha gli strumenti per affrontare questa crisi. Per due motivi: non li ha ereditati, dal punto di vista economico e cognitivo (basti ricordare la chiusura dei quaderni del SEL livornese, Cosimi style), e non li sa costruire. Altrimenti, avrebbe evitato ai livornesi lo spettacolo di una carta di sostegno alla spesa per poche decine di persone propagandata per reddito di cittadinanza (ricordiamo che, nell’accezione minima, reddito di cittadinanza significa dare possibilità a CHIUNQUE di accedere a livelli di vita che permettano di essere pienamente cittadino). Francamente non preoccupa tanto un assessore, destinato a sparire velocemente, che non è una vera espressione del territorio che, ogni tanto, si lascia andare, quando parla di servizi sociali, a affermazioni che ricordano tanto argomenti alla Le Pen. Preoccupa che alla visita della sindaco leghista di Cascina, comunque ampiamente meno affollata di quella del sindaco di Napoli nella stessa sala, circolino interventi di questo tipo “Mio nonno.. è stato uno degli scissionisti del 1921, ho avuto tre nonni partigiani, da giovane sono stato iscritto alla Fgci”. Il genere lo conosciamo, compreso il fatto che gli scissionisti del ’21, forza dell’epica popolare, stando alla naturale dinamica della moltiplicazione dei racconti, potrebbero essere tranquillamente il doppio della popolazione di Livorno di allora. Sappiamo che, a Livorno, questa formula di presentazione significa legittimare qualcosa. E oggi si prova a legittimare la peste leghista. E’ un problema, risvolto velenoso della questione bianca livornese.

Livorno è stata etnicizzata, rappresentata in termini di etnie quindi pensata come una colonia (e questi processi) secondo una cultura dove concetti amministrativi, cattolici e di sinistra si toccano. Le politiche coloniali, entrate nel governo dei territori nei mondi anglosassoni praticamente da sempre, servono per dividere la popolazione. E, come accade oggi, la reazione spontanea della popolazione alimenta questo genere di divisioni e di disgregazione sociali. Il suicidio vero, però,’ sarebbe non vedere la questione sociale livornese nella sua complessità. Dove esclusi e inclusi si somigliano sempre di più. E dove i “bianchi”, ex ceto medio ed ex classe operaia non ce la fanno più ad essere sia sé stessi che spina dorsale della città. Oggi tutto questo si esprime in un diffuso senso del disorientamento. Ma la politica non si deve occupare, tanto, dell’oggi quanto di garantire un domani. Anticipando i processi per prevenirli.

Se la guardiano con queste lenti, allora, deve essere chiaro che Livorno ha una questione bianca gravissima. E, su molta pelle bianca, a Livorno, c’è tatuata la falce col martello. Non dimentichiamolo. Sia per i rischi, perché la mortificazione dei simboli portati sulla pelle può essere socialmente pericolosa, che per le opportunità. Perché Livorno ha un’identità sociale che tende a riemergere quando si organizza. Tenendo conto di novità e aggiornamenti. Come sempre accade nelle culture che reagiscono.

Redazione, 21 novembre 2016

Fonte

02/09/2016

Come sarebbe l'Italia senza immigrati?

Secondo il Censis avremmo il 20% di bambini nati in meno nell'ultimo anno, una scuola pubblica con 35.000 classi e 68.000 insegnati in meno, saremmo senza 693.000 lavoratori domestici e 449.000 imprese. I numeri del modello di integrazione italiano che funziona

Come sarebbe l'Italia senza gli immigrati? Sarebbe un paese con 2,6 milioni di giovani under 34 in meno e sull'orlo del crac demografico. Gli immigrati sono mediamente più giovani degli italiani e mostrano una maggiore propensione a fare figli. Le nascite da almeno un genitore straniero in Italia fanno registrare un costante aumento: +4% dal 2008 al 2015, a fronte di una riduzione del 15,4% delle nascite da entrambi i genitori italiani. Dei 488.000 bambini nati in Italia nel 2015, anno in cui si è avuto il minor numero di nati dall'Unità d'Italia, solo 387.000 sono nati da entrambi i genitori italiani, mentre 73.000 (il 15%) hanno entrambi i genitori stranieri e 28.000 (quasi il 6%) hanno un genitore straniero.

È vero che il nostro sistema di gestione dei flussi migratori ha dovuto affrontare crescenti difficoltà. Il numero complessivo degli ospiti nelle strutture di prima e seconda accoglienza è passato dai 22.118 del 2013 ai 123.038 al 6 giugno 2016, con un aumento del 456%. Ma il nostro modello di integrazione degli stranieri che si stabilizzano sul territorio nazionale funziona.

Gli alunni stranieri nella scuola (pubblica e privata) nel 2015 erano 805.800, il 9,1% del totale. Senza gli stranieri a scuola (la maggioranza dei quali sono nati in Italia) si avrebbero 35.000 classi in meno negli istituti pubblici e saremmo costretti a rinunciare a 68.000 insegnanti, vale a dire il 9,5% del totale.

Anche sul mercato del lavoro la perdita degli immigranti significherebbe dover rinunciare a 693.000 lavoratori domestici (il 77% del totale), che integrano con servizi a basso costo e di buona qualità quanto il sistema di welfare pubblico non è più in grado di garantire.

Gli stranieri mostrano anche una voglia di fare e una vitalità che li porta a sperimentarsi nella piccola impresa, facendo proprio uno dei segni distintivi del nostro essere italiani. Nel primo trimestre del 2016 i titolari d'impresa stranieri sono 449.000, rappresentano il 14% del totale e sono cresciuti del 49% dal 2008 a oggi, mentre nello stesso periodo le imprese guidate da italiani diminuivano dell'11,2%.

Anche i trattamenti previdenziali confermano che il rapporto tra «dare» e «avere» vede ancora i cittadini italiani in una posizione di vantaggio. Gli immigranti che percepiscono una pensione in Italia sono 141.000: nemmeno l'1% degli oltre 16 milioni di pensionati italiani. Quelli che beneficiano di altre prestazioni di sostegno del reddito sono 122.000, vale a dire il 4,2% del totale.

Tutti segnali di quel modello di integrazione dal basso, molecolare, diffuso sul territorio che ha portato oltre 5 milioni di stranieri (che rappresentano l'8,2% della popolazione complessiva), appartenenti a 197 comunità diverse, a vivere e a risiedere stabilmente nel nostro paese e che, alla prova dei fatti, ha mostrato di funzionare bene e di non aver suscitato i fenomeni di involuzione patologica che si sono verificati altrove in Europa, dove i territori ad altissima concentrazione di immigrati sono esposti a più alto rischio di etno disagio. Dei 146 comuni italiani che hanno più di 50.000 abitanti, solo 74 presentano una incidenza di stranieri sulla popolazione che supera la media nazionale. Tra questi, due si trovano al Sud: Olbia in Sardegna, con il 9,7% di residenti stranieri, e Vittoria in Sicilia, con il 9,1%. Brescia e Milano sono i due comuni italiani con più di 50.000 residenti che presentano la maggiore concentrazione di stranieri, che però in entrambi i casi è pari solo al 18,6% della popolazione. Seguono Piacenza, in cui gli stranieri rappresentano il 18,2% dei residenti, e Prato con il 17,9%.

Per maggiori informazione consulta il sito web del Censis

Fonte

27/07/2016

Stragi: ormai siamo alla cadenza quotidiana. Che fare?

Con l’assassinio del parroco della chiesa in Normandia, ormai siamo ad una strage al giorno e, questa volta, ad essere coinvolta è anche la Germania che, sin qui l’aveva scansata. Allora cerchiamo di capire che sta succedendo per decidere che fare.
Io distinguerei tre tipi di attentati in base alla tipologia dell’attentatore:

a. l’attentato del militante Jihadista, che lo fa coscientemente, immolandosi per una forma di lotta, l’azione politicamente razionale che sinora avevamo sperimentato;
 
b. l’eccidio compiuto da una persona psichicamente disturbata ed aizzata da uomini dell’Isis;
 
c. la strage compiuta dal singolo folle che lo fa per “sindrome imitativa” e che non ha rapporti con l’Isis se non immaginari.

In questo quadro, il pericolo maggiore è rappresentato dal terzo tipo: lo jihadisa vero lo si può raggiungere con un buon lavoro di intelligence, il folle contattato dall’Isis è già più difficile da raggiungere, ma seguendo le piste di qualche jihadista conosciuto si può pensare di arrivarci, ma lo psicopatico isolato non è prevedibile in nessun modo. E sappiamo che se uno si butta giù dalla Tour Eiffel e la stampa ne parla, è automatico che nei giorni seguenti, altri faranno la stessa cosa. E’ inevitabile. E dobbiamo tener conto di alcuni fattori molto pericolosi:
 
a. le azioni di questo genere godono di una platea europea, quindi di un bacino vastissimo di potenziali attentatori;
 
 b. c’è un gruppo particolare ma molto ampio dal quale può sorgere il potenziale “psicopatico solitario”, quello delle persone di fede islamica che si sentono in un partibus infidelium (si badi, resto convinto che la grande maggioranza degli islamici che vivono in Europa non ci sono affatto ostili, ma considerato che si tratta di oltre 20 milioni di persone, anche una piccola percentuale di una persona su 10.000 fa 2.000 potenziali attentatori, il che è molto preoccupante);
 
c. le situazioni di disagio psichico sono più diffuse della media fra persone in condizioni di particolare stress, povertà, esclusione come sono i rifugiati, i profughi, gli immigrati;

d. tutto questo espone al rischio anche quei paesi (come Italia e Germania) che sinora avevano evitato attentati di questo tipo perché la centrale operativa jihadista riteneva non conveniente fare attentati in questi paesi; ma i folli non fanno di questi calcoli e quindi prendiamo in considerazione un possibile attentato del genere anche in Italia;

e. in Europa esistono le normative più diverse sul trattamento del disagio psichiatrico e della tossicodipendenza, per cui il fenomeno emerge dalle più diverse situazioni (ad esempio, in Germania il servizio sanitario pubblico non cura le tossicodipendenze; in Italia non esistono più i manicomi giudiziari, in altri paesi minori, il disturbo psichiatrico non è ritenuto una vera e propria malattia e non è assistito dal servizio pubblico, un po’ in tutta Europa veniamo da continui tagli alla spesa sanitari con particolare riferimento alla psichiatria e questi sono i risultati);

f. il trattamento delle notizie riguardanti la Jihad sia in Medio Oriente che in Europa, non è stato particolarmente accorto, per cui questo ha contribuito a creare un immaginario eroico dell’Isis che moltiplica il contagio emotivo fra le persone più deboli e predisposte.

Tutto ciò considerato – e limitandoci alle due tipologie “non razionali” degli attentatori, quelli solitari e quelli “istigati” penso potrebbe essere utile prendere in considerazione una serie di misure tarate proprio sul contrasto psicologico.

In primo luogo, i servizi di intelligence che ancora non lo abbiano fatto, apprestino prima possibile una unità speciale per il contrasto psicologico alla Jihad e cerchino di acquisire la più vasta partecipazione di psichiatri, psicologi e, soprattutto, psicanalisti.

In secondo luogo, almeno su questo piano, che non prevede l’uso di infiltrati (vero ostacolo alla collaborazione fra servizi), ci si precipiti a dar vita ad un vero coordinamento europeo in materia.

In collaborazione con il ministero della Sanità di ciascun paese i servizi di intelligence varino una inchiesta sui dati provenienti dai servizi di igiene mentale pubblici e privati e con le associazioni di categoria, sullo stato della situazione. Beninteso, non si tratta di chiedere nomi, il che sarebbe contro ogni etica professionale ed inaccettabile, ma esperienze, dati quantitativi, casi particolari (pur sempre anonimi) eccetera. Ci interessa studiare e capire il fenomeno.

In collaborazione con il personale delle Università (coinvolgendo, oltre che scontatamente gli islamologi, anche sociologi, storici, politologi, psicologi, antropologi ecc.) costituire centri di analisi sui fenomeni di interesse che producano incontri e papers utili alla comprensione del fenomeno. Insieme a tali centri sarebbe opportuno riesaminare con molta attenzione il linguaggio usato da politici e mass media in riferimento all’Isis, per evitare quanto possa favorire quell’immaginario eroico di cui abbiamo detto.

Ovviamente, questa opera di consulenza, discussione ed analisi dovrebbe essere prestata dal personale accademico a titolo puramente gratuito, come manifestazione di patriottismo repubblicano di fronte ad una emergenza nazionale che minaccia tutti.

Utile sarebbe anche riconsiderare la politica di ciascun paese in materia di trattamento del disagio psichiatrico e delle tossicodipendenze cercando, per quanto possibile, di unificare le soluzioni soprattutto in materia di prevenzione.

Ed, allora, mettiamoci in testa qualche semplice verità:

1. qui non si tratta solo del problema della Jihad e dello scontro con l’Isis, ma anche di una emergenza di cui nessuno parla: l’esplodere del disagio psichiatrico in un tratto molto particolare e numeroso della nostra società. Affondare i barconi, fare spedizioni militari in Libia, sognare impossibili epurazioni delle nostre società dagli immigrati ecc. non serve a niente, qui il problema in gran parte è un altro;

2. da questo marasma non usciremo costruendo muri o affidandoci alla sola opera dell’intelligence (che pure deve esserci e più efficiente di quanto non sia attualmente e rettificando gli errori sin qui replicati) ma con una mobilitazione straordinaria di tutta la società per cui da ciascuno venga il contributo necessario ad una opera di integrazione degli immigrati, di conoscenza del fenomeno, di cura delle zone a rischio eccetera.

Piantiamola con la retorica del “siamo in guerra” che complica solo le cose, ma mobilitiamoci  per sconfiggere un pericolo che minaccia tutti.

04/07/2016

La mossa di Schaeuble: “tutto il potere a noi”

La costruzione europea scricchiola rumorosamente. È su tutti i media l’intervista rilasciata ieri all’edizione domenicale del Die Welt dal più potente e determinato tra i ministri delle finanze, Wolfgang Schaeuble.

Dopo il voto popolare britannico per l’uscita dall’Unione Europea sembra abbastanza chiaro che il cosiddetto “euroscetticismo” (definizione ideologica, che cerca di accomunare resistenze nazionaliste e critica radicale della gabbia neoliberista) non è più contenibile. Basta mettere in fila il “rivoto” in Austria per il presidente della Repubblica (dove la destra paranazista già pensa a un referendum per l’uscita), le tentazioni della Cechia, l’impossibilità di formare un governo in Spagna, il tracollo di Renzi come pifferaio, la ribellione di lavoratori e studenti francesi contro Hollande e la loi travail voluta dalla Ue (identica al jobs act, per capirci), l’avanzata dei nazionalisti in Olanda e nella stessa Germania.

Davanti a questo sfarinarsi dell’approccio “federalista senza federalismo” – ovvero senza politica fiscale ed economica comune, con redistribuzione interna di ricchezza e costi – Schauble propone di abbandonare le illusioni e le “grandi visioni”, tornando a un approccio “intergovernativo”. In pratica propone di accantonare la Commissione (il “governo” europeo) e quel poco che esiste di Parlamento di Strasburgo, privilegiando gli accordi interstatuali “tra chi ci sta”.

«Adesso è il tempo del pragmatismo. Se non tutti i 27 Paesi membri della Ue vogliono mettersi insieme dall’inizio, allora inizieremo con pochi. Se la Commissione non ne fa parte, allora prenderemo le questioni nelle nostre mani e risolveremo i problemi fra i Governi». Difficile equivocare o sottovalutare la presa di posizione tedesca. Significa chiaramente che il progetto unitario fin qui seguito viene mandato in soffitta, pur mantenendo – o sperando di poter mantenere – nella nuova situazione tutti i trattati vincolanti fin qui firmati.

«In linea di principio, sono favorevole a una maggiore integrazione in Europa. Ma questo non è il momento. Di fronte alla demagogia e all’euroscetticismo sempre più diffuso, l’Europa semplicemente non può continuare come prima». Quindi stop al processo di integrazione a 27, nessuna concessione particolare alla Gran Bretagna una volta completato il tour della negoziazione sullo “svincolo”, e stratta decisa con gli infelici pochi che avranno governi così dementi o così corrotti da non capire dove può portare una concentrazione di potere in quelle mani.

Sul piano “filosofico” è una visione presuntamente empirica, orientata al fare subito piuttosto che alle lungaggini tipiche degli “avvocati dell’integrazione”. Ma è in realtà una linea che privilegia la forza sulle regole, l’imposizione di rapporti fondati sulla potenza economica rispetto al delineare un “sistema” articolato di diritti e doveri.

Non che l’Unione Europea abbia fin qui seguito la seconda linea. Ma ha sempre oscillato tra “strappi violenti”, in cui si stabilivano regole e principi nuovi, e fasi più “contrattualizzate”, con lunghe stagioni di discussioni anche giuridiche sulle scelte da fare. Com’è ovvio, ogni crisi ha favorito gli strappi e solo l’assenza di problemi seri ha permesso fasi più “ragionate”.

Ma dopo otto anni di crisi economica senza soluzioni e il moltiplicarsi di segnali di scollamento della costruzione comunitaria, la Germania sembra ormai decisa a dare uno scrollone pesantissimo, riducendo a nulla i poteri del “governo comune” (camera di compensazione formalmente paritaria tra tutti i paesi) per creare nuovi centri decisionali praticamente nelle proprie mani.

Certo, venirci poi a raccontare che “lo vuole l’Europa” diventerà impossibile...

Fonte

17/04/2016

Il caso mondiale di Riace, il paese felice dei migranti

Perché in un Paese che spende miliardi in consulenze e respingimenti nessuno si è mai degnato di chiedere un parere all’unico che sembra aver risolto il problema degli immigrati? Quando Mimmo Lucano, detto U Curdu, ne divenne sindaco, Riace era un paesino della Locride abitato da quattrocento anziani a cui avevano tolto tutto, persino i Bronzi. Ma un giorno sbarcò un veliero di curdi e il sindaco ebbe l’idea di ospitarli nelle case abbandonate del centro. Dopo 15 anni, oggi Riace si ritrova duemila residenti, un quarto dei quali sono stranieri che hanno riaperto le botteghe artigiane di tessuti e ceramiche. Un modello di integrazione studiato in tutto il mondo e che gli è valso il riconoscimento di unico italiano presente nell’elenco Fortune delle personalità che stanno cambiando il pianeta, insieme ai vari Bergoglio, Merkel, Bono degli U2.

Forse perché ci vogliono occhi lontani, preferibilmente d’oltreoceano, per cogliere il senso globale di cose che accadono in un Mezzogiorno d’Italia tanto ingabbiato negli stereotipi da essere illeggibile per i connazionali. Il laboratorio come quello di Riace è stato ignorato per anni o derubricato come curiosa bizzarria anziché come esperimento amministrativo da portare a esempio.

Nulla nasce dal nulla. A metà anni novanta, nel 1997 per l’esattezza, fu sulla costa jonica calabrese che arrivarono le prime navi di esuli e richiedenti asilo. Tra maggio e dicembre ne sbarcarono a Soverato, Badolato, Monasterace più di 800. Erano per lo più curdi, in fuga dall’Iraq di Saddam Hussein e dalla Turchia, ma anche dalle guerre di fazione tra i curdi stessi. Chi c'era lo ricorda bene: ti mostravano le foto che documentavano la loro persecuzione, ti chiedevano un cellulare per telefonare in Svezia o in Germania perché il sud d’Italia era solo una tappa del viaggio. Invece vi trovarono un’insospettabile accoglienza. Furono allestite scuole e ospedali, furono aperte le porte delle case di un borgo medievale semi abbandonato, Badolato, che da allora è stato riscoperto e ripopolato da un turismo intelligente e non solo stagionale.

A legare nell’impresa i comuni della costa, solitamente tutt’altro che inclini alla cooperazione, fu un sentimento opposto a quello che si respira oggi nell’Europa dei fili spinati: la percezione che il mare stava restituendo quello che alla costa jonica aveva tolto con decenni di emigrazione oltreoceano. Non un’invasione ma una restituzione, non un assedio ma un segno benevolo della ciclicità della storia.

Nessuno avrebbe scommesso che il borgo semideserto si potesse davvero rianimare, che le botteghe artigiane della tessitura della ginestra o della lavorazione della ceramica potessero davvero riaprire, che a Riace si potessero davvero organizzare asili e scuole multilingue per far crescere i figli dei migranti. Invece tutto questo non solo si è davvero realizzato, ma di anno in anno si è consolidato e si è ampliato, coinvolgendo nel tempo anche i comuni limitrofi.

L’albergo diffuso, cioè l’assegnazione ai migranti delle case abbandonate, è arrivato a disporre di 150 posti letto. Dopo i laboratori artigianali è cominciata la scuola invernale e poi quella estiva in un antico palazzotto ristrutturato e pieno di colori, dopo la scuola la raccolta differenziata dei rifiuti - all’inizio i migranti la facevano con gli asini tra i vicoli del borgo -, dopo la raccolta differenziata le piccole imprese di agricoltura biologica e con queste il rifacimento di tutto l’impianto di illuminazione del paese, che adesso, di sera, sembra proprio un presepe dormiente sulla collina. Al fondo di tutto, tre idee semplici semplici di Lucano. Primo: i migranti non sono una maledizione ma una risorsa. Secondo: alla valorizzazione della costa jonica non servono gli ecomostri in riva al mare ma il recupero dei vecchi borghi in collina. Terzo: i 32 euro al giorno che lo stato elargisce per l’ospitalità di ogni migrante non vanno usati in modo assistenziale e parassitario, ma vanno investito per creare un posto di lavoro.

A distanza di ormai quasi vent’anni, i risultati si vedono: su un totale di duemila abitanti, a Riace vivono oggi stabilmente e lavorano 400 rifugiati, e attorno a loro sono nati e cresciuti anche i posti di lavoro della struttura comunale che se ne occupa. I rifugiati vengono dal Sudan, dall’Eritrea, dall’Afghanistan, dall’Etiopia, dalla Palestina: sono donne, uomini, bambini che hanno imparato l’italiano e un mestiere, guadagnano quanto basta per vivere più che dignitosamente, praticano le loro religioni che siano cattolici, islamici o ortodossi. Ma soprattutto sono usciti dall’anonimato delle statistiche sull’invasione dei migranti e hanno ciascuno e ciascuna un volto, un nome, una storia da raccontare.

Fonte